Provincia di Trento e incidenti con gli orsi: l’unica responsabile è l’amministrazione del Trentino

Provincia Trento incidenti orsi

Provincia di Trento e incidenti con gli orsi: l’unica vera responsabile è l’amministrazione del Trentino. Per questo non bisogna farsi trascinare nel campo della contesa, polarizzata, fra chi difende gli orsi e chi, invece, li vuole abbattere. Un campo questo dove, localmente, vince sempre a furor di popolo l’amministrazione trentina. Ampiamente sostenuta dagli elettori che credono che chiunque difenda gli orsi sia un ambientalista da salotto. Credenza diffusa, purtroppo, anche grazie a quei sostenitori degli orsi che si fanno riconoscere sui social per affermazioni tanto emotive quanto dannose.

Attaccare i trentini non cambierà il destino dell’orsa KJ1 mentre servirà per creare un ulteriore pregiudizio, davvero poco utile alla causa. Il focus deve essere spostato dagli orsi e dai trentini per puntarlo sulla gestione della questione del ripopolamento di questi orsi. Un’attività che oramai data quasi tre decenni, prima assentita e poi mal gestita dalla Provincia Autonoma di Trento. Se è vero che l’azione politica resta insindacabile è altrettanto vero che gli amministratori abbiano l’obbligo di esercitare tutte le necessarie azioni per circoscrivere il rischio di incidenti.

Se l’eliminazione di ogni rischio è di fatto impossibile ci sono azioni di mitigazione che possono essere compiute. Azioni che probabilmente avrebbero dovuto iniziare molti anni fa, anche a seguito di riflessioni e dubbi sull’attuazione del progetto. Dubbi che già si potevano cogliere in uno studio sulla reintroduzione degli orsi, condotto da Piero Genovesi e altri. La preoccupazione di una mancata accettazione degli orsi era, infatti, ben nota e presente nello “Studio di fattibilità per la reintroduzione dell’Orso bruno (Ursus arctos) sulle Alpi centrali” pubblicato nel 2000 dall’INFS, ora assorbito da ISPRA.

La causa ultima dell’estinzione dell’orso è quindi probabilmente da ricercarsi, più che nelle mutate condizioni ambientali (che pure hanno avuto un ruolo importante), nella persecuzione diretta operata dall’uomo che ha via via assunto un’efficienza maggiore nell’influenzare negativamente la dinamica delle popolazioni locali. Lo sfruttamento agricolo e zootecnico capillare degli ambienti montani ha sicuramente contribuito a rendere maggiormente problematico il rapporto orso-uomo (maggiori danni, minore tolleranza)e a rendere più efficace l’opera di persecuzione cui la
specie veniva sottoposta, incentivata a più riprese dal pagamento di taglie per gli orsi uccisi.

Tratto da Studio di fattibilità per la reintroduzione dell’Orso bruno (Ursus arctos) sulle Alpi centrali

Provincia di Trento e incidenti con gli orsi: un progetto di successo fallito nell’accettazione della popolazione

Appare di tutta evidenza che questo progetto, partito negli anni ’90 del secolo scorso, per aver un successo “complessivo” avrebbe dovuto aver un percorso molto diverso. Un inizio che doveva prendere avvio dall’accettazione dell’orso da parte dei trentini, che andavano coinvolti non soltanto attraverso qualche dibattito e un sondaggio telefonico. Se è vero infatti che il sondaggio porto all’accettazione del progeto da parte della popolazione è altrettanto vero che l’intero percorso informativo fu un disastro.

Il progetto ha avuto successo esaminando il tasso di crescita di una popolazione oramai estinta al momento della reintroduzione. Mentre è completamente fallito sul fronte dell’accettazione da parte dei locali, come dimostrano i fatti. Una pessima gestione che è partita dalla coda piuttosto che dalla testa. Mettendo in atto una reintroduzione che dopo poco tempo, quando ha iniziato ad avere successo, è stata sempre più osteggiata. Un percorso di successo dovrebbe partire prima dalla creazione dei presupposti affinché venga accolto. Solo quando questo avviene si dovrebbe passare alla successiva fase attuativa. Però così non è stato.

Gli scienziati, spesso, si affezionano più alla teoria che non alla pratica, più al successo dell’esperimento che non alla condivisione sociale. Possiamo quindi dire che, scientificamente, il progetto iniziato nel 1996 come “Life Ursus” abbia avuto successo. Peccato che sia stata però sottovalutata l’ostilità dei trentini, che continuano a vedere solo i problemi, senza comprendere i benefici. Del resto l’orso è animale complesso e molto più “ingombrante” di altri “predatori”, pur nella sua grande utilità per gli equilibri di un territorio.

La Provincia di Trento, per decenni, ha solo cercato di risolvere con il Pacobace le criticità senza occuparsi delle cause

Nel 2024 si può ritenere che la responsabilità dell’attuale conflitto uomo/orso sia stata causata dagli amministratori della PAT. In un percorso lungo decenni dove l’ultimo è Maurizio Fugatti che, dal punto di vista dei risultati, è probabilmente il peggiore. Un presidente che crede che tutta la “questione orsi” sia risolvibile abbattendo o incarcerando. Il miglior emblema di una manifesta incapacità nel gestire il conflitto fra uomo e orso. Ricorrendo sempre e solo a toni muscolari, un trucco oratorio che serve a coprire una lunga catena di omissioni.

Il povero Andrea Papi, ucciso a causa di uno sfortunato incontro con l’orsa Jj4 che aveva i cuccioli, se avesse visitato una volta a Jellowstone avrebbe, forse, potuto evitare l’incidente. Non si può sapere con certezza, ma se avesse potuto ricevere la formazione che il parco di Jellowstone fa ai turisti, forse, sarebbe andato a correre nei boschi con altra modalità. In Trentino, invece, secondo Fugatti ci sono solo troppi orsi. Omettendo di dire che c’è anche zero formazione, tardiva e insufficiente informazione e colpevoli mancanze nella messa in sicurezza dei rifiuti. Ma sono proprio i rifiuti il motivo di attrazione degli orsi vicino agli abitati.

Continuare a accusare gli orsi, ripetendo come un mantra che sono troppi e vanno abbattuti, è una dimostrazione di incapacità. Un buon amministratore prima lavora per minimizzare i rischi, facendo corretta informazione e adottando i provvedimenti necessari. Senza ripetere editti bulgari spesso sconfessati dalla magistratura amministrativa. Una gestione complessiva che meriterebbe di essere meglio indagata anche dalla magistratura contabile.

I conflitti con le attività del l’uomo rappresentano la principale causa di minaccia per la conservazione di lupo, lince e orso. È ormai generalmente accettato che un’efficace conservazione dei grandi carnivori deve necessariamente passare attraverso la risoluzione o l’attenuazione di tali conflitti. Per questo motivo, nella realizzazione del presente studio, particolare attenzione è stata riservata all’analisi dei fattori sociali ed economici, attraverso l’utilizzo maggiore, rispetto a precedenti studi di questo tipo condotti in Italia, dei moderni strumenti di analisi deJl’atteggiamento umano
e degli aspetti finanziari dell’intervento. Oltre ai potenziali conflitti con l’uomo, anche l’ecologia dell’orso rende l’immissione di questa specie particolarmente problematica; le popolazioni di questo carnivoro, infatti, presentano densità molto basse, hanno requisiti spaziali enormi, sono caratterizzate da bassissimi tassi di accrescimento.

Tratto da Studio di fattibilità per la reintroduzione dell’Orso bruno (Ursus arctos) sulle Alpi centrali

Impedire che gli orsi diventino confidenti è importante, ma un’orsa con i cuccioli non è un orso confidente o pericoloso

Sostenere che abbattendo qualche orso si riducano gli incidenti è soltanto un proclama a effetto.Recenti studi sostengono che abbattimenti e dissuasione non siano efficaci quanto la corretta gestione dei rifiuti. Unica certezza effettiva sulle rimozioni è il consenso popolare che l’amministrazione ottiene, basato in gran parte sulla scarsa conoscenza delle problematiche di gestione degli orsi. Convinzioni alimentate da cattivi amministratori che non si preoccupano di mettere le basi per un’effettiva coesistenza. Ben sapendo che gli orsi oramai ci sono, che non verrà mai permesso di abbatterli tutti e che, senza informazione, gli incidenti potranno solo ripetersi.

In Trentino si continua a non capire l’importanza e l’indotto creato dal turismo ecologico, al contrario di quanto è avvenuto in Abruzzo. Considerazioni oramai sempre più necessarie in un territorio montano in cui, con molte probabilità, fra un decennio l’assenza di neve e di acqua renderanno sempre più difficile poter sciare. Un ecosistema ben conservato potrebbe essere, invece, molto più attrattivo, come dimostrano i flussi turistici delle zone in cui insistono aree protette. Magari cercando anche di replicare il cosiddetto “sistema Malles”, che ha portato a eliminare i pesticidi in quel comune. Pesticidi che, invece, in Val Venosta sono stati trovati anche in alta quota a causa di un loro uso massiccio nelle coltivazioni delle mele.

Il rischio di essere feriti o uccisi dagli orsi è molto basso: in Italia ogni anno muoiono almeno 20 persone a causa degli effetti delle punture di insetti. I casi di incontri/scontri con gli orsi, invece, hanno causato negli ultimi cinque anni un morto e sette feriti, molti dei quali lievi, Incidenti che potevano in parte essere evitati, con condotte corrette (cani al guinzaglio) e buona informazione. L’orsa che Fugatti vorrebbe abbattere vive in Trentino da un quarto di secolo e non ha mai causato problemi. Ora la si vorrebbe, invece, far passare per un orso pericoloso.

Senza poter dimenticare che in Trentino ci sono stati almeno 18 feriti, nell’ultimo quinquennio, a causa di incidenti legati alla caccia. Dati alla mano parrebbe essere tempo di smettere con gli allarmismi iniziando a lavorare seriamente per una pacifica coesistenza.

Abbattimento cinghiali, Coldiretti esulta per l’ennesima volta

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Abbattimento cinghiali, Coldiretti esulta per l’ennesima volta perché ottiene il provvedimento proprio mentre sta manifestando sotto le finestre della Regione Lazio! Un colpo di teatro, l’ennesimo, frutto di una neanche troppo nascosta sinergia a fini propagandistici. Il testo integrale del provvedimento non si trova in rete, ma cercando con la chiave di ricerca “abbattimento cinghiali Lazio” si trovano paginate di annunci di interventi che avrebbero dovuto essere risolutivi.

Con questo provvedimento annunciato dal presidente della Regione Lazio Francesco Rocca tutti potranno sparare ai cinghiali, dai cacciatori agli agricoltori e financo i veterinari dei servizi regionali. Potranno poi utilizzare tutti gli strumenti indicati dal piano straordinario per il contenimento della fauna, dai puntatori laser ai visori notturni. Ovviamente non essendo attività di caccia potranno sparare in ogni tempo e in ogni luogo, comprese le aree protette.

Quindi ancora una volta, come previsto da leggi e decreti emanati dal governo più filovenatorio di sempre, saranno cacciatori e agricoltorii più soddisfatti. Potranno disporre un lunapark aperto tutto l’anno, anche nella stagione riproduttiva, per poter dare attuazione al sacro compito di contenere i cinghiali. Purtroppo storia e scienza ci dicono che questi piani, ordinari o straordinari di abbattimento. Secondo i dati di ISPRA sono circa 300.000 cinghiali eliminati ogni anno nel periodo 2015-2021 ma nel contempo la specie risulta in costante crescita.

Abbattimento cinghiali, Coldiretti esulta per l’ennesima volta anche se non si riesce a capirne la vera ragione

Gli agricoltori esultano perché evidentemente vogliono tirare la volata a questo governo. Difficile trovare una ragione concreta perché, ancora una volta, la nostra gestione faunistica, inefficace e populista, butta in pasto solo contentini. Sparate ai cinghiali in ogni tempo, noi vi autorizziamo, fatelo ovunque, anche nelle aree protette, anche durante il periodo riproduttivo, un altro provvedimento “panem et circenses”. Inefficace ma popolare fra gli agricoltori, apparentemente convincente, ma inutile e dannoso per la fauna e pericoloso per l’incolumità pubblica.

Una cartuccia Fiocchi per la caccia al cinghiale proietta una palla da 31,5 grammi di piombo che può proseguire la sua corsa, con effetti pericolosi, per circa 1.000 metri. Un chilometro, una distanza incredibile, che può rappresentare un pericolo per chiunque cammini in campagna. Perché ai cinghiali si spara molto spesso in terreno pianeggiante e se questa caccia avviene senza segnalazione, nei periodo in cui le persone praticano escursioni, costituisce un reale pericolo. In Trentino si preoccupano degli orsi, ma bisognerebbe preoccuparsi molto di più dei cacciatori che vagano in ogni tempo armi micidiali.

Quando non colpiscono né cinghiali né persone questi 31 grammi di piombo si disperdono nell’ambiente, causando un inquinamento da piombo certo non salutare. Insomma questi provvedimenti nazionalpopolari servono per ottenere consenso, ma non ridurranno i cinghiali. Si dia pace il ministro Lollobrigida: non lo dicono gli animalisti, lo dicono la scienza, la balistica e l’analisi dei risultati. A meno che non ci si voglia sempre comportare come con il ministro Sangiuliano, quando la RAI ha sostituto i fischi con gli applausi!

La contesa non è fra animalisti e cacciatori, ma fra scienza e populismo

Certo è facile semplificare ogni concetto, etichettare ogni contesa come se da una parte ci fosse il buon senso e dall’altro l’esaltazione. Restiamo sul tecnico, diamo per rato che i cinghiali si possano abbattere per un piano di contenimento ma c’è sempre un elefante nella stanza! Un piano di contenimento dei cinghiali non funziona se non c’è protezione dei campi coltivati, corretta gestione delle coltivazioni e, soprattutto dei rifiuti e delle risorse alimentari, rivalutazione dei predatori, eliminazione dei luoghi di foraggiamento. Ma l’elefante la politica non lo vuole vedere. Preferisce continuare imperterrita per garantirsi consensi. Pifferai magici, insomma.

Ho provato a chiedere a Gemini, l’intelligenza artificiale, cosa pensasse in merito ai piani di contenimento dei cinghiali basati sul solo abbattimento e la risposta è stata corretta, secondo il pensiero scientifico prevalente. Vi riporto le conclusioni del ragionamento artificiale:

CONCLUSIONI

La gestione della popolazione di cinghiali in Italia richiede un approccio complesso e multidisciplinare che vada oltre i semplici piani di abbattimento. È necessario sviluppare strategie di gestione basate su una conoscenza scientifica approfondita della biologia e dell’ecologia di questa specie, tenendo conto anche delle implicazioni ecologiche e sociali delle diverse misure di controllo.

Oltre al controllo della popolazione, è importante anche attuare misure di prevenzione che riducano i danni causati dai cinghiali alle colture e agli allevamenti. Questo può includere la realizzazione di recinzioni, l’utilizzo di dissuasori e l’adozione di buone pratiche agricole.

Solo attraverso un approccio olistico e basato sulla scienza sarà possibile trovare soluzioni efficaci e sostenibili per la gestione della popolazione di cinghiali in Italia.

Gemini IA, come risposta a questa richiesta “Illustra quanti cinghiali sono stati abbattuti negli ultimi 10 anni nel corso delle azioni di controllo di questa specie, dando poi informazioni sulla consistenza numerica di questa specie nello stesso periodo. Illustra inoltra le motivazioni scientifiche che rendono inefficaci i piani di abbattimento dei cinghiali”.

Che dire se non che da una parte c’è l’intelligenza, dall’altra la politica populista. Fine!

Lupi e orsi: chi soffia sul fuoco per risolvere un (suo) problema?

lupi orsi soffia sul fuoco

Lupi e orsi: chi soffia sul fuoco per risolvere un (suo) problema? La risposta è composita ma non così difficile. Bisogna iniziare a dire che al contrario delle azioni virtuose, che richiedono impegno, quelle populiste si diffondono in fretta e hanno facile presa. Resta più facile assimilare lo slogan “orsi e lupi sono troppi” piuttosto che comprendere che il concetto di essere troppi è ascientifico, demagogico e, diciamolo, anche un po’ stupido! Al contrario degli uomini le popolazioni degli animali crescono o decrescono sulla base delle risorse del territorio.

Quindi, semmai, la giusta considerazione dovrebbe passare attraverso un’altra domanda, che potrebbe essere: “come mai i predatori sembrano essere così tanti?”. Pur partendo dal presupposto che in Italia non abbiamo una popolazione di predatori così esuberante, come dimostra la grande diffusione delle loro prede come cinghiali e altri ungulati. Ma si che l’interesse dei cittadini non è realmente quantitativo ma spesso soltanto di prossimità. Se lupi e orsi fossero dieci volte quelli che sono ma vivessero esclusivamente nel cuore dei boschi solo i cacciatori e gli allevatori di montagna avrebbero a che ridire. Se non fosse che spargiamo rifiuti e alimenti che li attraggono vicino ai centri abitati.

Alla stragrande maggioranza degli italiani questa vicenda appassiona e spaventa poco, anche se appassiona molto di più quelli che orsi e lupi li difendono. Talvolta chi difende i predatori è più approssimativo di Coldiretti e questo certo non giova al fronte che difende orsi e lupi. Così finisce che fra difese spesso solo emotive e prive di contenuto e accuse sostenute dall’ampio fronte agricolo-venatorio finisce sempre che pare aver ragione quest’ultimo. Che da anni strepita contro orsi e lupi ai quali vorrebbe poter sparare, vedendoli come insopportabili competitori nello sfruttamento del territorio.

Lupi e orsi, chi soffia sul fuoco e chi parla di gestione da migliorare e di coesistenza da accettare come inevitabile

La coesistenza con il mondo naturale è sempre stata difficile per l’uomo. Nei secoli della sua esistenza, dopo essere passato da lance e frecce a armi più efficaci l’uomo ha costantemente dimosrato di sapere fare veri disastri. In nome di un malinteso quanto improbabile “il pianeta è tutto mio” la nostra specie si è distinta per innumerevoli progressi garantiti per i sapiens a costo di enormi danni per gli altri animali. Questa attitudine distruttiva ha messo più e più volte a rischio gli equilibri ambientali e ha portato all’estinzione numerosi altri abitanti del pianeta. Un fatto difficile da contestare anche dal più brillante degli scienziati o dal più fantasioso dei comunicatori.

La categoria dei negazionisti, quelli che rifiutano di accettare che vi sia un problema di cambiamenti climatici o di alterazione degli equilibri ambientali, è sicuramente ben rappresentata nella società. Del resto il negare che ci sia un problema costituisce un ottimo metodo per giustificare il mantenimento dei nostri comportamenti. Se queste problematiche sono in realtà solo delle esagerazioni, ciò dimostra che il nostro modello di sviluppo non è poi così sbagliato. Un errore, certo, ma che ci permette di restare nella nostra zona di comfort.

I maggiori organismi mondiali, dall’ONU all IUCN per arrivare alle isituzioni europee, sostengono da tempo che dobbiamo provvedere a proteggere e a rinaturalizzare un terzo della superficie del pianeta. Quando parliamo di rinaturalizzare significa che dobbiamo ricreare gli equilibri perduti. E non ci può essere equilibrio se non attraverso un rapporto bilanciato fra prede e predatori. Senza predatori gli equilibri vanno in frantumi, si rompono a tutto vantaggio delle prede, che poi nuovamente rappresentano un pericolo per agricoltori e allevatori. Classico gatto che si morde la coda.

Lupi e orsi sono una componente necessaria dell’equilibrio, come lo saranno sciacalli e linci

Tolto quello zoccolo duro di ignoranti (nel senso che ignorano) e cocciuti che ancora credono che il lupo sia stato lanciato dagli ecologisti dagli elicotteri, oramai dovrebbe essere chiaro ai più che sono gli errori a generare i problemi. Questi “errori” hanno creato situazioni difficili da sanare, perché una volta fatta la frittata non si possono più recuperare le uova. Introdurre cinghiali di specie balcanica, più grandi e più prolifici, è stato un errore, come sono stati gravi errori quelli di introdurre nutrie, parrocchetti, scoiattoli grigi, tartarughe palustri della Florida, gamberi della Lousiana. Errori che si sono dimostrati irreparabili, nonostante tante chiacchiere sull’eradicazione degli animali alieni.

Da decenni si considerano i cinghiali dannosi e si organizzano operazioni di controllo affidate ai cacciatori. Il risultato è stato un incremento di questi suidi sul territorio, fatto che dimostra, senza possibilità di dubbio, che la gestione a fucilate sia fallimentare. Sono decenni che sterminiamo nutrie, spariamo ai cinghiali, uccidiamo corvidi e piccioni senza ottenere alcun risultato. Non piccoli progressi, non segni incoraggianti, non trend in decrescita ma proprio nessunissimo risultato se non un costante peggioramento delle cose.

Eppure ancora oggi Coldiretti racconta ai suoi sostenitori che si possa contenere il numero dei predatori a fucilate! Ancora oggi dobbiamo assistere a spettacoli indecorosi come quello dell’amministrazione trentina, che sembra non aver altro problema sul territorio escludendo quello degli orsi. Almeno sino a quando un’informazione disattenta, quando non colpevolmente addomesticata, non racconterà con voce più alta che si possono correre più rischi con l’esposizione ai pesticidi, tanto usati nella coltivazione delle mele, che non a causa degli orsi.

Gli abbattimenti sono presentati come la chiave di volta per risolvere il problema, ma questa è una bugia pericolosa

Sicuramente costa meno garantire il diritto di tirare qualche fucilata piuttosto che sedersi a ragionare, non tanto sul perché ma sul come coesistere. Oramai anche uno stupido in buona fede sa che non è ammazzando 20 lupi che diminuiranno gli attacchi agli animali allevati. Per un predatore un vitello o una pecora senza protezione, senza cani né recinti elettrici efficaci, rappresenta una risorsa come, per noi, un’offerta speciale in un supermercato. L’importanza dell’offerta è il risparmio energetico rispetto alla caccia di un selvatico, fattore che non ha una varianza basata sul numero dei predatori.

Quindi un’associazione di categoria corretta dovrebbe dire ai suoi associati che se non vogliono perdere animali devono smettere di considerare l’allevamento allo stato brado un hobby. Servono persone presenti, che vanno pagate, cani da guardiania e recinti. Spiegando anche che meno animali saranno in offerta libera per i grandi carnivori, più questi orienteranno le predazioni verso gli ungulati selvatici. In questo modo gli agricoltori avranno minori perdite, ma anche minori danni nei campi coltivati. E invece no, meglio conquistare la piazza gettando benzina sul fuoco, così che a sentirli gridare ricordano pericolose adunate del passato.

Una politica attenta, invece, dovrebbe seguire un po’ più la scienza e meno la piazza, promuovendo la cultura e non seguendo un populismo scellerato. Cominciando con il dire agli allevatori che se lasciano gli animali al pascolo senza vigilanza né recinti elettrici gli indennizzi se li possono sognare. Del resto nessuna assicurazione al mondo pagherebbe mai qualcuno che salga bendato sull’auto e si schianti alla prima curva, salvo che, come fa la politica, non faccia rimborsi con soldi che non sono suoi.

Carlo Bravo, gli uccelli da richiamo e i sigilli contraffatti: storie ordinarie di caccia e politica

carlo bravo uccelli richiamo
FOTO DI REPERTORIO

Carlo Bravo, gli uccelli da richiamo e i sigilli contraffatti: storie ordinarie di caccia e politica dove si fondono incarichi pubblici e vizi privati. Durante la scorsa stagione venatoria il consigliere della Regione Lombardia Carlo Bravo, in quota Fratelli d’Italia, era stato controllato dai Carabinieri del Soarda nel suo appostamento di caccia, I militari avevano potuto riscontrare l’irregolarità di diversi anelli dei suoi richiami vivi. Per questa ragione vennero sequestrati dai Carabinieri tre richiami con anelli apparentemente alterati. Il consigliere Bravo, a dispetto del nome, venne denunciato per contraffazione dei sigilli dello Stato e altre violazioni.

Sino a qui la storia, anzi il prologo: per l’epilogo bisognerà attendere il giudizio del tribunale prima e della Cassazione poi. Questo perché tecnicamente Bravo è innocente sino a sentenza definitiva e quindi su questa specifica vicenda occorrerà attendere. Ci sono però alcune questioni che si possono discutere già da ora e sulle quali è giusto fare corretta informazione.

La prima parla di opportunità e correttezza in relazione al fatto che il consigliere Bravo sia presidente della Commissione Agricoltura della Regione Lombardia. In questa veste il consigliere Bravo, il 10 aprile 2024, durante un’audizione congiunta richiesta dalle Commissioni Agricoltura e Antimafia, ha convocato come esperti gli avvocati che difendono molti bracconieri. Il punto focale non sta sui discutibilissimi ospiti, ma sul fatto che quell’audizione fosse destinata al Comandante dei Carabinieri Forestali per fare il punto sul bracconaggio.

Carlo Bravo, gli uccelli da richiamo, il bracconaggio e i Carabinieri del Soarda

Un’audizione voluta per descrivere i risultati del’Operazione Pettirosso. Operazione attraverso la quale ogni anno i Carabinieri Forestali operano controlli mirati in uno degli hotspot più caldi del bracconaggio:

Si è conclusa l’operazione antibracconaggio dei Carabinieri Forestali denominata “Pettirosso”, coordinata dal Reparto Operativo – SOARDA (Sezione Operativa Antibracconaggio e Reati in Danno agli Animali) del Raggruppamento Carabinieri CITES in sinergia con i Gruppi Carabinieri Forestali di Brescia, Bergamo, Mantova, Vicenza, Verona e Padova e il supporto di un’unità cinofila addestrata alla ricerca di armi, munizioni, strumenti di cattura, richiami acustici, fauna selvatica. (…)

(…) Il bracconaggio in queste zone nasce da antiche tradizioni legate ai periodi carestie, guerre e situazioni di estrema povertà, ma ancora oggi è molto diffuso. L’avifauna è molto ricercata dai ristoranti locali perché ingrediente indispensabile per piatti tipici come la famosa “polenta e osei” e “lo spiedo”. È frequente anche il consumo casalingo. La seconda ragione è sia commerciale che amatoriale: si ha immissione sul mercato di esemplari catturati in natura ed inanellati abusivamente con modalità spesso cruente per essere poi destinati principalmente all’uso come richiami vivi, ma talvolta anche a voliere con finalità riproduttive od ornamentali.
Per tali motivi i Carabinieri Forestali continuano a vigilare e garantire la tutela delle specie di avifauna che dipingono il nostro cielo con la loro variopinta livrea con il fine ultimo di salvaguardare il patrimonio ambientale che tutti abbiamo il dovere di conservare.
E’ stato effettuato un capillare controllo del territorio nelle provincie lombardo venete interessate. L’attività operativa svolta ha portato alla denuncia di 123 persone per reati perpetrati contro l’avifauna selvatica, n. 2 arresti per detenzione di arma clandestina e sostanze stupefacenti e al sequestro di 3564 uccelli, di cui 1433 esemplari vivi e 2131 esemplari morti, tra cui numerose specie non cacciabili e specie particolarmente protette, tutti catturati o abbattuti in modo illecito. Sono stati, inoltre, sequestrati 1338 dispositivi di cattura illegale, 75 fucili e 4055 munizioni.

Tratto dal comunicato stampa 2023 del Comando Carabinieri

Carlo Bravo, gli uccelli da richiamo e il rispetto delle istituzioni non dovrebbe mai piegare organismi pubblici alle convenienze di pochi

Carlo Bravo risulta essere stato denunciato dai Carabinieri Forestali nel novembre 2023, ben cinque mesi abbondanti prima dell’audizione. Nonostante questo fatto, che avrebbe consigliato l’astensione su un tema così sovrapposto alla denuncia, Bravo convoca la commissione invitando anche gli avvocati dei cacciatori. Che durante l’audizione contestano apertamente l’operato dei Carabinieri. Sostenendo che troppe volte le accuse formulate finiscono per non trovare riscontro nei tribunali.

L’opposizione protesta, anche per il fatto che i nomi degli esperti erano stati secretati sino al momento dell’audizione. Un comportamento singolare per un organismo pubblico, dove oltre alla coerenza dovrebbe essere di casa la trasparenza. Dove chi gestisce deve o dovrebbe ricordarsi sempre l’obbligo di esercitare il mandato con dignità e onore. L’audizione dei cosiddetti esperti, come era prevedibile, non aggiunge niente di rilevante.

Poco tempo dopo il ministro Lollobrigida, con un decreto legge mal digerito anche dal Quirinale, scippa i Carabinieri Forestali al Ministero dell’ambiente e assoggetta la loro operativita a quello dell’agricoltura. Un ministro notoriamente cacciatore che prende il coordinamento dell’unica vera struttura che svolga attività antibracconaggio. Un capolavoro, se non fossimo in un paese democratico che dovrebbe difendere, fra le altre cose, la fauna in nome dello Stato al quale la stessa appartiene! Questo non vuol dire che tutti i cacciatori difendano i bracconieri, ma resta il fatto che non sia accettabile il contenuto del provvedimento, nè le sue modalità di attuazione.

Bravo impugna il sequestro dei Carabinieri e perde, sia al Riesame che in Cassazione! La suprema corte da ragione ai Carabinieri

Contro il sequestro dei tre richiami contraffatti Carlo Bravo ricorre al Tribunale del Riesame, che il 28 novembre conferma l’operato dei Carabineri. Non pago il presidente della Commissione Agricoltura ricorre in Cassazione e la suprema corte, con sentenza 24747/24 – sezione V – del 27/02/2024, ancora una volta gli da torto. Dichiarando legittimo e conforme l’accertamento dei Carabinieri, anche nella parte relativa all’ipotesi che gli anelli identificativi vadano considerati come sigilli dello Stato.

(…) In ogni caso, si tratta di doglianza anche manifestamente infondata, poiché nella relazione tecnica allegata al sequestro, è chiarita “l’inseparabilità” di ciascun esemplare di fauna aviaria dall’anello che dovrebbe attestarne l’origine, salvo modificarne lecondizioni o ledere la zampa su cui è collocato.
Ed invero, si ricorda, da parte dell’esperto ornitologo, come ogni esemplare di fauna selvatica, appartenente al patrimonio indisponibile dello Stato, per essere lecitamentede tenuto, e quale prova della sua nascita in cattività, deve essere provvisto di un “anello cilindrico inamovibile”, che viene infilato agevolmente, con una manovra assolutamente
indolore al tarso dell’animale e senza arrecargli danno, quando questo è ancora nidiaceo; con la crescita dell’animale, invero, l’anello risulta non più rimovibile, in quanto la zampa raggiunge il suo accrescimento massimo a completamento dello sviluppo.
Dunque, le modalità di apposizione dell’anello determinano la possibilità di verificare laliceità della detenzione dell’esemplare.
(…)

Sentenza 24747/24 – Sezione V – Udienza del 27/02/2024

Ora le opposizioni chiedono le dimissioni, quanto mai improbabili, del consigliere Bravo, che pur innocente sino a sentenza definitiva dovrebbe capire le ragioni di opportunità. Un consigliere regionale indagato per reati legati alla caccia e al bracconaggio dovrebbe essere cautelativamente sospeso sino a sentenza da ogni incarico attinente alla sua imputazione. Mentre invece Bravo si è molto adoperato per far modificare il regolamento regionale della Lonbardia in materia di anelli di identificazione degli uccelli da richiamo. Quindi il rischio è che gli interessi di pochi e dello stesso Bravo siano soddisfatti a scapito della collettività che i fucili li vorrebbe vedere appesi al chiodo.

Caccia, circo, commercio animali: può andare solo di male in peggio

caccia circo commercio animali

Caccia, circo, commercio animali: può andare solo di male in peggio con un governo che non ha alcuna attenzione verso i diritti degli animali e per la tutela dell’ambiente. Fra una manciata di settimane, esattamente il 18 agosto, scadranno i termini previsti dalla legge delega per approvare norme che portino alla progressiva eliminazione degli animali dai circhi. Se nulla accadrà, come pare molto probabile, per la seconda volta sarà necessario ricominciare tutto da capo. La storia dell’eliminazione degli animali dai circhi parte infatti dall’oramai lontano 2017, quando prima il governo Franceschini e poi quello Conte lasciarono scadere i termini della riforma.

Nonostante le richieste delle associazioni sarà difficile che l’attuale esecutivo voglia dare seguito a una normativa che preveda l’eliminazione degli animali dai circhi. Non tanto e non soltanto perché i circensi pur essendo pochi votano ma per una questione ideologica, che vede assolutamente legittima ogni forma di sfruttamento degli animali. Lo dimostrano ogni giorno le dichiarazioni fatte dai vari ministri su allevamenti, caccia, clima e molte altre questioni. Una situazione che, oramai, rende impossibile parlare di questi temi senza schierarsi politicamente. Questa è la prima volta, dalla nascita della repubblica, che un esecutivo risulta così schierato contro la tutela dell’ambiente e dei diritti di tutti gli esseri viventi.

Per il momento sembra essere cessato l’allarme per gli emendamenti “caccia selvaggia” che alcuni parlamentari, fra cui spicca anche il senatore del PD Stefano Vaccari, avevano presentato. L’approvazione degli emendamenti proposti avrebbe stravolto la già esile tutela riconosciuta alla fauna dalla legge 157/92. La virata, improvvisa quanto imprevista, di Fratelli d’Italia ha di fatto messo i bastoni fra le ruote a un progetto di cambiamento sostenuto dalla Lega e ora si aspetta di vedere le conseguenze.

Su caccia, circo e commercio animali andrebbero prese decisioni in sintonia con la normativa europea

Se ora FdI ha compiuto un passo indietro sugli emendamenti “caccia selvaggia” è soltanto perchè in questo momento il governo è sotto attacco. Con il presidente Mattarella che lancia un pesante monito sulla difesa della democrazia, che non può essere asservita alle necessità di governo. Mai come in questi giorni abbiamo assistito a una presenza molto importante di messaggi del Quirinale sui social. Questa situazione deve aver convinto la presidente Meloni a fare, almeno su materie accessorie come la caccia, un passo indietro. Per non andare contro al volere dei cittadini che la caccia, a grande maggioranza, la vorrebbero abolire.

In questo momento non è possibile difendere i diritti degli animali e la tutela dell’ambiente senza schierarsi, Senza dire senza mezzi termini che questo governo è palesemente contrario a riconoscere i diritti degli animali, e non soltanto. L’esecutivo Meloni difende l’allevamento intensivo, sostiene la caccia come se chi la pratica fosse una risorsa fondamentale per il nostro paese. Avversando i metodi alternativi come la carne coltivata e l’elenco potrebbe essere molto lungo. Un governo che risulta senza visione complessiva del problema ambientale, più intento a garantire almeno lo status quo a alcune categorie che non la tutela dei diritti, da quelli delle persone a quelli degli animali non umani!

Quella sofferenza muta degli animali selvatici costretti a vivere nelle nostre case

Se la fauna selvatica è ogni giorno a rischio, se gli animali dei circhi rischiano di restare prigionieri ancora a lungo nei carrozzoni, in pochissimi parlano della sofferenza dei pets. Un mercato sterminato, che muove milioni di euro ogni anno, coinvolgendo animali di ogni specie, dai pappagalli alle genette. Per non parlare dei suricati, dei ricci africani e di tantissime altre specie oggetto di commercio. Animali di fatto selvatici –la nascita in cattività non significa domesticazione– che sono detenuti molto spesso senza alcuna attenzione al loro benessere. Vittime del dominio umano che, nel chiuso delle case, vivono una vita innaturale.

Da molti mesi, esattamente dalla pubblicazione del decreto Legislativo 135/2022, si è in attesa dell’emanazione della cosiddetta “lista negativa”, quella che indicherà le specie che non possono essere oggetto di commercio. Per motivi di prudenza, per evitare la possibilità di ripetere invasioni come quelle dei parrocchetti, degli ibis sacri, delle nutrie e degli scoiattoli grigi ma anche per altre ragioni. Il commercio e la detenzione di animali selvatici rappresenta un rischio per la salute, per la trasmissione di possibili zoonosi, ma anche una causa di sofferenza per gli animali.

Privare un uccello della possibilità di volare per tenerlo in gabbia è un atto crudele

La sofferenza che non si vede, quella che non è fatta di sevizie o di atti violenti ma di noia, dell’ impossibilità di soddisfare i bisogni etologici, di non poter vivere seguendo l’istinto. Una crudeltà che non ha giustificazione perché non è basata sulla necessità ma soltanto sulla soddisfazione di un piacere umano. Siamo oramai talmente abituati a vedere gli uccelli nelle gabbie da dimenticare la necessità e il piacere del volo. Non vogliamo vedere la crudeltà in un comportamento, che appartiene alla nostra storia ma che è contrario alle conoscenze etologiche raggiunte. Tenere in gabbia un pappagallo o un altro volatore dovrebbe essere considerato un maltrattamento, anche se ancora in pochi lo capiscono.

Da Carrito a Amarena: il “punto orso” 2023 del Parco d’Abruzzo

Carrito Amarena punto orso 2023

Da Carrito a Amarena: il “punto orso” 2023 del Parco d’Abruzzo. Per raccontare dodici mesi di di lavoro per la tutela dell’orso marsicano, in un anno da dimenticare. Per quanti si occupano di conservazione le morti di Carrito prima e di Amarena poi sono entrate sulla scena di prepotenza. Non soltanto un fatto di cronaca, ma quasi una questione di famiglia. Inutile negare che i due orsi fossero nel cuore di tantissimi, con il loro comportamento da giganti buoni, capaci però di combinare un sacco di guai. Una vita trascorsa sul filo del rasoio, che ha sempre preoccupato quanti vedevano come possibile un triste epilogo. Come poi è effettivamente successo, con due epiloghi completamente diversi.

Juan Carrito ha finito la sua vita investito da un’autovettura, per aver scelto la via più impervia e impraticabile per attraversare una strada. Una via che aveva evitato molte volte usando un sottopassaggio, ma non quella notte. Del resto, come si sa, chi pensa che certe scelte bizzarre siano solo umane sbaglia di grosso. La vita di Amarena, invece, è stata spenta da una fucilata e il responsabile, proprio in questi giorni, sta per essere rinviato a giudizio.

L’orsa aveva con se i due cuccioli, improvvisamente rimasti orfani. Orsetti diventati inconsapevoli soggetti di una battaglia social, combattuta fra quanti volevano che venissero catturati e quanti li volevano liberi. I primi si preoccupavano che potessero morire senza Amarena mentre, chi li voleva liberi, non voleva fargli correre il rischio di dover passare una vita in cattività. Per fortuna il Parco, con coraggio, decise di lasciare i cuccioli liberi, monitorandoli, e questa scelta è stata premiata perchè i due orsi hanno felicemente superato l’inverno.

Da Carrito a Amarena il punto orso 2023 racconta un anno complesso ma ricco di nuove sfide e obiettivi

Il Parco d’Abruzzo è un esempio di come si possano tenere insieme uomini e grandi carnivori. Cercando di fare tutto quanto possibile per garantirne la coesistenza pacifica. Una partita nella quale risulta impossibile vincere tutte le mani, come dimostrano alcuni episodi criminali accaduti dentro e fuori dal parco. Ma questa è anche una sfida che, combattuta con metodo, può dare risultati insperati. Sarebbe poco realistico, infatti, dire che in Abruzzo non si manifestino ostilità verso certe specie, perché i fatti dimostrano che così non è. Nel 2023 sono stati rinvenuti 26 grifoni, 9 lupi, 4 volpi e una faina morti a causa dei bocconi avvelenati.

Da Carrito a Amarena, il “punto orso” 2023 del Parco d’Abruzzo racconta cosa è stato fatto e cosa occorrerà fare in futuro. L’obiettivo delle attività, come risulta leggendo il rapporto, è sempre quello tipico di un direttore d’orchestra: creare armonia per riuscire a ottenere il meglio da ogni orchestrale. Oramai abbiamo imparato che nessuno si salva da solo, ma anche che per ottenere grandi risultati servono grandi squadre. Il Rapporto Orso marsicano 2023 è il racconto del lavoro di questo dream team, variegato e multiforme, che lavora (anche) per proteggere il plantigrado. Una squadra composta da enti pubblici e associazioni che operano uniti per tutelare al meglio un bene prezioso.

Sfogliando il rapporto si respira aria pulita, di montagna, perché nessun tema scomodo viene nascosto sotto il tappeto. Dalle difficoltà delle catture all’eterna questione, e polemica, sull’alimentazione supplementare. Passando per l’eccessiva irruenza dei turisti, alla scarsa attenzione ai comportamenti di alcuni operatori economici che lavorano nel territorio del parco. Potrà non piacere, in toto o in parte, la gestione del PNALM ma quello che è sicuro, almeno sino a prova contraria, è che non abbia scheletri nell’armadio e che abbia svolto un eccellente lavoro.

Per minimizzare i conflitti occorrono comportamenti responsabili degli uomini

Per non correre rischi un orso deve stare lontano dagli esseri umani, deve averne timore e non deve avere ragioni per avvicinarsi ai nostri insediamenti. La chiave di volta su cui poggia la soluzione è sempre la stessa e non si basa sulla somministrazione supplementare di cibo agli orsi, per evitare che arrivino nei paesi. Gli orsi devono e possono trovare cibo a sufficienza, senza bisogno di cercarlo vicino ai paesi, ma quando vengono attirati dalle nostre risorse le cose cambiano. Occorre rendere inaccessibili agli orsi tutte le fonti di proteine che produciamo nei nostri insediamenti. Quello che per l’uomo è rifiuto per gli animali diventa prima risorsa a basso costo energetico e poi fonte di condizionamento.

Nel Rapporto Orso Marsicano 2023 la questione alimentare viene affrontata in modo molto chiaro, con riferimenti scientifici e esempi tratti dalle cronache locali. Come l’allevatore che getta gli animali morti fuori dalla fattoria per non pagare lo smaltimento o il contadino che lascia incustoditi cumuli di carote destinati agli animali che alleva. In entrambi i casi si crea un “punto cibo” che richiama, inevitabilmente, molti selvatici, fra i quali gli orsi. Grazie a comportamenti irresponsabili che mettono in pericolo uomini e animali.

Coesistenza significa essere consapevoli di quando sia necessario fare un passo indietro. Avere il senso del limite evita invasioni di campo e mitiga gli effetti negativi della nostra presenza. Diminuire la velocità, specie dal tramonto all’alba, e non inseguire mai gli animali selvatici sono due ottimi esempi di compartamenti responsabili. Quei comportamenti che il PNALM cerca di diffondere facendo moltissima e ottima comunicazione.

Il Parco d’Abruzzo e le Comunità a misura d’orso per valorizzare la coesistenza con i marsicani

Un’efficace tutela del territorio e degli animali che in questo vivono passa attraverso la condivisione della collettività che lo abita. Non ci può essere coesistenza senza aver prima assimilato l’importanza di lavorare tutti insieme per valorizzare e difendere lo stesso progetto. Cittadini e istituzioni operano fianco a fianco condividendo gli scopi della tutela, consapevoli dei benefici, anche di natura economica, che si avranno nel loro territorio. Con la consapevolezza che il patrimonio “orso marsicano” non vive solo nelle aree protette del parco ma anche fuori dai suoi confini.

Una Comunità a Misura d’orso, è il luogo dove la popolazione locale, con il supporto di Aree Protette e Associazioni, si impegna proattivamente per convivere al meglio con gli orsi, attraverso una pianificazione territoriale condivisa su scala locale, il confronto pubblico continuo, la sensibilizzazione, la divulgazione e l’educazione ambientale. Se da un lato questo, per le comunità locali, comporta il dover lavorare in maniera accurata alla mitigazione di tutti i conflitti che possono sorgere tra orsi ed esseri umani, da un altro, grazie ad alcune azioni specificatamente previste dal progetto, consente l’avvio e il potenziamento di percorsi virtuosi finalizzati al riconoscimento della coesistenza uomo-orso come valore per lo sviluppo locale sostenibile.

Tratto dal Rapporto Orso marsicano 2023

Il Parco non deve essere imposizione di un vincolo sul territorio, ma deve mantenere la capacità di trasformarsi nell’identità del territorio stesso. Un confine solo amministrativo, dove uomini e animali cercano di vivere in pace, preservando gli ecosistemi e garantendo a tutti, orsi compresi, le necessarie porzioni di territorio. Un luogo dove, contrariamente a quanto sostengono oramai solo gli stupidi, anche i grandi carnivori come orsi e lupi siano visti per quel che sono: presenze importanti per la biodiversità e per l’equilibrio faunistico dei territori, ma anche come fonte di sviluppo sostenibile. Ambasciatori di un modo di coesistere che possiamo accettare in questo tempo, avendone compresi i benefici, oppure farci imporre a brevissimo dalla natura, che è l’unica vera padrona del pianeta. Sta solo a noi la scelta su quale futuro vogliamo disegnare, su quale Terra vorremmo far vivere le future generazioni.

Tagliare le ali alle fake news aiuta la comunicazione verde a volare

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Tagliare le ali alle fake news aiuta la comunicazione verde a volare, agevolando il cambiamento grazie a contenuti solidi e credibili. Di questi tempi la qualità dell’informazione è fondamentale, per far comprendere alle persone serietà e urgenza degli argomenti che riguardano le necessità di riscrivere la carta delle nostre priorità. Concetti concreti, chiari ma soprattutto reali, molto diversi dall’orso con le ali che illustra questo articolo. Il fine non è quello di stupire, ma quello di coinvolgere, di farci sentire parte di un tutto.

La comunicazione, per essere efficace, deve saper trasformare l’obbligo in desiderio, per poi tradurlo in azione: sono attento ai problemi ambientali non (solo) perché è giusto ma perché voglio sentirmi protagonista di un comportamento responsabile. Cercando di cambiare, sugli argomenti più controversi, quella visione che porta a identificare il centro del problema nella polarizzazione fra diversi schieramenti piuttosto che nella sua essenza. Prendiamo come esempio uno degli argomenti più spinosi che agitano le acque della comunicazione ambientale: la presenza dei predatori. Un terreno questo che è costante oggetto di scontro fra schieramenti contrapposti.

Da una parte troviamo gli interessi del mondo agricolo e di quello venatorio, sempre coalizzati su questo tema, mentre, sull’altro fronte il variegato mondo di chi li difende, decisamente molto più composito e articolato. Già questo permette di comprendere subito che sotto il profilo della comunicazione il fronte agricolo-venatorio è in grande vantaggio: identità di vedute e sovrapposizione degli obiettivi, seppur con motivazioni diverse, facilitano la narrazione. Come lo sono i motivi, semplificando moltissimo, i motivi per arginare la loro presenza! Immediati e molto semplici da comunicare, grazie alla leva della paura, molto efficace e facilissima da manovrare.

Tagliare le ali alle fake news aiuta la comunicazione positiva, quando si agevola la comprensione e si smorzano i conflitti

La teoria del nemico alle porte, costruita su concetti semplici, immediati e in grado di creare insicurezza è una delle più efficaci. Capace di coinvolgere senza troppa necessità di far comprendere. Basta qualche frase a effetto come “i lupi sono un pericolo per chi vive in campagna e non è più sicuro andare in giro”. Per arrivare, poi, alla classica “i lupi di notte divorano i cani nei cortili perchè non hanno più paura di nulla, sono ibridi feroci”: un racconto semplice e efficace che raggiunge il bersaglio. Un tiro facile, facile che solletica antichi timori, grazie all’uso di argomenti talmente semplici da non aver bisogno di spiegazioni.

Dall’altra parte lo schieramento è decisamente più articolato e, almeno in parte, meno populista. Dividendo quanti cercano far comprendere l’importanza dei lupi, senza usare gli argomenti della parte meno scientifica e più emotiva della compagine. Quella che maggiormente si presta all’accusa di praticare un ambientalismo da salotto. Qui il discorso si fa meno immediato e molto più complesso. Creando un percorso pieno di ostacoli comunicativi: il pericolo è una sensazione a percezione immediata quando si tratta di un predatore, mentre il beneficio garantito dall’equilibrio generato dalla sua presenza va comunicato, declinandolo in passaggi fatti di scienza e competenza. Un campo ben più insidioso, nel quale arrivare a vincere una battaglia richiede lunghi percorsi e maggiori sforzi.

Se voglio comunicare paura basta un titolo: “Lupo sbrana un capriolo alle porte del paese, lasciando il corpo del povero animale orrendamente mutilato”. Se invece devo fare comunicazione positiva, per controbattere, ho maggiori difficoltà nel trovare una sintesi così efficace. Dovendo spiegare che un lupo non ha altro modo di nutrirsi se non sbranando una preda. Un fatto assolutamente naturale, considerando che è avvenuto prima dell’alba ai margini di un bosco. Questa sarebbe la spiegazione reale, che però non colpisce l’immaginario collettivo, non è immediata e efficace come il titolo dal quale siamo partiti.

Le fake news volano, mentre i ragionamenti complessi restano al palo e non bucano sui social

Comprese le differenze si può capire con facilità perché certe notizie volano sui media, mentre altre stentano a decollare. Restano al palo perchè si legge sempre meno e sempre più ci si ferma ai titoli, mentre per ottenere la comprensione da cui parte la condivisione serve altro. Come sapere le ragioni per cui è indispensabile tutelare i lupi. Partendo dalla loro funzione in natura: quella di predatori apicali che svolgono il ruolo importante di bioregolatori. I lupi, infatti, controllano in modo efficace, ben più e meglio di quanto faccia la caccia, le popolazioni degli ungulati. Il contenimento di cinghiali, cervi e caprioli operato dai lupi è talmente efficace che oramai se ne sono accorti anche allevatori e agricoltori. Certo, una piccola parte di quel mondo, piccola ma molto importante per attestare un successo che serve per avviare e un cambiamento.

Un argomento divisivo e complesso va affrontato in modo attento e senza scivoloni. Per questo è importante il contributo di tutti per arginare le fake news, per non essere complici nella diffusione di informazioni false o molto approssimative. Per promuovere l’informazione di qualità, per contribuire a far comprendere l’importanza di perdere qualche minuto per approfondire, cercando di diffondere solo notizie vere che, spesso, trovano poco spazio sulla rete. Come è successo a uno studio che ha dimostrato statisticamente come i cittadini europei non si sentano in pericolo a causa dei lupi. Contrariamente a quanto si cerca di far credere spargendo fake news.

Sul tema della disinformazione si sta combattendo una grande battaglia sui media, vista la presenza di vere e proprie centrali che operano in questo delicato campo. Strumenti illegali, pagati da gruppi politici o da lobbies, capaci di influenzare la percezione dei cittadini su una pluralità di argomenti, usando centinaia di migliaia di profili falsi, i cosiddetti troll. L’apporto che ognuno può dare alla buona informazione è fondamentale: interrompere le catene che consentono di diffondere notizie false è l’obiettivo e grazie all’impegno di tutti può essere a portata di click! Quindi prima di condividere leggete con attenzione e valutate la veridicità di quanto volete condividere con la vostra comunità.