Un’Arca ovviamente piena di animali: una graphic novel di Simone Montozzi

arca ovviamente piena animali

Un’Arca ovviamente piena di animali viene raccontata in questa graphic novel illustrata e pensata da Simone Montozzi, conosciuto anche come Simone Tso. In questo suo libro d’esordio il protagonista non è Noè, ma sono solo gli animali, anche se si immagina il retroscena, con qualcuno che architetta il complesso trasporto. I protagonisti sono solo gli animali, illustrati da un fumettista, che li declina talvolta in modo davvero originale. Immaginando l’Arca solo come un complesso mezzo di trasporto.

Il libro quasi non ha un’inizio, inteso come l’incipit che tutti potremmo immaginare, se non fosse per titolo e copertina (che forse potevano essere diversi). La storia ha il suo principio in una stalla. e se non fosse già chiaro che è nell’Arca sarebbe più intrigante. Lasciando al lettore la possibilità di scoprire cosa unisce specie così diverse fra loro.

Tutto parte dalla curiosità di un asino, che si lamenta con i suoi compagni di viaggio di essere sempre costretto a stare in stalla. Mentre una volta la sua vita la passava all’aperto e nella stalla ci passava solo la notte. Così con la complicità di altre specie, che sono recluse con lui in questo strano e promiscuo ricovero, partono alla scoperta.

Un’Arca ovviamente piena di animali, che racconta anche suggestive ipotesi sull’estinzione di alcune specie

Davvero difficile poter tracciare il percorso di questa graphic novel senza spoilerare come si dipana la strana avventura. Ricca di colpi di scena, ma anche di intese inaspettate e di presenze che appartengono a ere e tempi molto diversi fra loro. Quello che sicuramente incuriosisce è il cercare di capire dove voglia portare il lettore l’autore, quali percorsi voglia fare e quali stimoli fornire. Il quadro che ne esce è comunque quello di animali disponibili, nel caos del momento, a costituire un fronte comune. Mentre altri faranno scelte avventate e diverse e….

Gli appassionati al genere sicuramente apprezzeranno disegni e storia in un libro che non ha pretese, se non quella di creare una sorta di giallo. Con protagonisti animali, senza la presenza ingombrante di un salvatore, che resta come detto dietro le quinte. Merita una segnalazione per l’idea e per un incoraggiamento, considerando che questa, per quanto ponderosa dall’alto delle sue 260 pagine, è sempre un’opera prima.

Rizzoli – Lizard – brossura – pagine 260 – Euro 18,00

I cani con fine pena mai, quelli destinati a una vita che trascorrerà dietro le sbarre di un canile

cani fine pena mai

I cani con fine pena mai sono quelli che, una volta entrati nei canili, hanno un’altissima possibilità di restarci per tutta la vita. Animali condannati a trascorrere un’esistenza fatta di privazioni, interamente condotta dietro le sbarre, spesso in solitudine. I canili non sono la soluzione, e questo è oramai chiaro a quasi tutti, perché anche quelli migliori, che sono sempre meno di quanto si creda, non sono luoghi felici. Quando anche chi opera all’interno ci mette il massimo del suo possibile queste strutture restano sempre delle prigioni. Più si abbassa il livello di attenzione e più la vita di questi cani perde qualità sino a scomparire, proprio come avviene per gli animali di circhi e zoo, aprendo per loro baratri sconosciuti.

Guardando attraverso le grate di un box l’osservatore attento, quello che ha la voglia e anche la resistenza per andare oltre, percepisce una sofferenza, talvolta muta, talvolta abbaiata, ma comunque dolorosa. Qualcosa che se non stai attento ti si attacca all’anima: in molti casi si ha la netta percezione che il dolore che leggi negli occhi di questi animali sia senza cura. In tutti gli esseri viventi ci sono limiti che non dovrebbero essere mai superati. Percorsi della mente che non prevedono un ritorno, peggio della malattia fisica. Quando si altera la psiche, quando è il cervello che crea fantasmi e ossessioni, si apre il baratro della follia. Una voragine capace di inghiottire non soltanto gli umani, ma tutti gli esseri viventi che provano emozioni.

Nei canili ci sono animali anziani, magari non perfetti, talvolta anche esteticamente bruttini, ma talmente simpatici ed equilibrati da avere anche loro una possibilità. Questi sono cani difficili da far adottare, ma sono animali con una speranza. Quella che non è data a quei soggetti che una volta costretti in canile hanno imboccato una strada impervia, che rischia di diventare di impossibile ritorno. Animali che, a causa di storie di vita hanno perso l’equilibrio, rifugiandosi nei casi peggiori, proprio come accade per gli uomini, nella follia. Sono questi i cani che resteranno imprigionati in un viaggio senza stazioni di arrivo, quelli del fine pena mai!

I cani con fine pena mai sono quelli alienati, difficilmente recuperabili, destinati a una vita colma di sofferenze e paure

Storie che ricordano il libro di Mario Tobino “Per le antiche scale”, ambientato nel manicomio di Lucca prima dell’avvento della legge Basaglia, la norma che finalmente mise termine all’esistenza dei manicomi. Nel libro è contenuta la lucida descrizione della follia, capace di rapire per sempre il normale sentire in ogni essere vivente. Un fatto sul quale ci si sofferma troppo poco, quasi avendo paura che questo sottile filo possa spezzarsi, di colpo, anche in ognuno di noi. Gli animali non fanno certo eccezione, se solo avessimo la voglia di capire, di individuare il problema e di comprendere il peso e la grande sofferenza. Situazioni dolorose certamente, drammi che bisogna avere voglia di affrontare, di comprendere e dove possibile di lenire.

Questa è l’osservazione del dottor Anselmo, medico protagonista del libro, che non capisce come possano convivere due anime in una stessa persona, come la musica possa essere salvezza e il pensiero condanna.

«La pazzia è come le termiti che si sono impadronite di un trave. Questo appare intero. Vi si poggia il piede, e tutto fria e frana. Follia maledetta, misteriosa natura. Ma come, ma perché il Meschi quando soffia nel sassofono incanta e invece quando parla è zimbello di pensieri? assurdità? inconcludenze? O per lo meno noi non comprendiamo assolutamente nulla di quello che dice?»

Tratto da “Per le antiche scale” di Mario Tobino

Alcune volte l’alterazione comportamentale è uno stato causato da un’origine sconosciuta, altre volte è la conseguenza di un’insieme di concause: la mancata socializzazione, la paura, la noia. Elementi che giorno dopo giorno possono arrivare a far perdere il senno oppure creare l’impossibilità di condurre una vita normale. Così succede a molti cani condannati a passare la loro esistenza nei canili, magari solo perché appartengono a razze difficili da gestire, oppure hanno morsicato, per paura, essendo animali non socializzati, di branco, che non vogliono avere a che fare con l’uomo. Meno ancora dopo che li ha rinchiusi nel budello dove saranno detenuti a vita, il box spesso troppo angusto di un canile. Pochi metri quadri, forse puliti ma pieni soltanto di una noia senza fine, come una cella di Guantanamo.

I cani che resteranno detenuti a vita sono prigionieri incolpevoli di un patto tradito

Una piccola aliquota di animali e uomini instabili, senza apparenti ragioni, esiste e esisterà, forse non per sempre, ma ancora a lungo, finché non diventeremo bravi a curare le anime. Gli altri, quelli che hanno compiuto il doloroso percorso in salita che li ha resi difficilmente gestibili, instabili e talvolta anche potenzialmente pericolosi, sono quasi sempre una nostra responsabilità. Dovuta a cattive scelte, a incapacità di gestire animali caratterialmente complessi, alla decisione di volerli, presa d’impulso, che altrettanto d’impulso poi svanisce. Condannando gli animali a diventare prigionieri di un sistema che, come il carcere, difficilmente è capace di creare i presupposti per una seconda chance. Per mancanza di mezzi, di personale, spesso di capacità o semplicemente per disinteresse.

Può succedere che i cani subiscano le scelte di essere stati salvati a forza e rinchiusi. Da persone che a tutti i costi hanno deciso per loro, che fosse più sicuro il canile della strada, che fosse meglio un box di un rapporto imperfetto o di un compagno di vita giudicato non adeguato. Storie di adozioni sbagliate, che non incrociano i bisogni dei cani, ma soddisfano solo le aspettative di chi li fa adottare. Senza tenere conto che non tutti gli animali, proprio come le persone, sono uguali, reagiscono allo stesso modo, hanno identiche abilità, capacità di resistere, di vivere soli. Certo la vita è importante, va sempre difesa, ma per essere vera vita deve contemplare un equilibrio, quello che fa vivere in armonia con l’ambiente che ci ospita. Quando invece diventa “pena di vita”, può davvero arrivare a non essere migliore della morte.

L’importante è essere consapevoli che i canili non rappresentano la salvezza: ogni cane che entra in un box costituisce la dimostrazione di un nostro fallimento, di un patto che abbiamo tradito con il miglior amico dell’uomo. Per questo adottare è infinitamente più etico che comprare animali, così come non farli nascere è un dovere ineludibile, in un mondo dove ce ne sono già troppi rispetto ai possibili compagni delle loro vite. Entrate in un canile, guardate gli ospiti, fermatevi a guardare per un minuto occhi e comportamenti. Se lo avrete fatto con lo spirito giusto non potrete che scegliere uno di loro, magari anche il più bello e equilibrato, ma sicuramente un cane prigioniero, da liberare.

Cambiare il modo di contrastare il randagismo, educare al rispetto e alla comprensione della sofferenza

Occorre cambiare passo, non lasciare che i cani diventino strumenti di guadagno, come se fossero cose animate, come se fosse importante soltanto mantenerli in vita. Dobbiamo forse smettere di considerare la vita l’unico valore meritevole di tutela e dobbiamo iniziare a parlare di “diritto al benessere e alla felicità”. I cani lasciati a marcire nei canili gestiti in modo criminale, per incassare il prezzo della sofferenza quotidiana, devono diventare un retaggio del passato. Occorre considerare il randagismo un’emergenza che deve essere contrastata con campagne di sterilizzazione a tappeto, stabilendo percorsi abilitativi per chi voglia avere un cane. Bisogna introdurre l’interdizione alla detenzione di animali per quanti sono condannati per maltrattamento, che poi altro non è che una devianza criminale.

Bisogna riqualificare i crimini a danno di animali usando gli stessi parametri che sono considerati validi per gli uomini. Occorre smettere di usare termini roboanti ma vuoti, come “esseri senzienti”, se poi questa definizione resta priva di applicazioni concrete. La chiave di tutto è nel termine “rispetto”, l’unico sentimento in grado di garantire la convivenza sociale fra uomini e fra noi e gli altri esseri viventi. Smettendo di considerare il solo diritto alla vita come unico baluardo in grado di difendere chi abbia difficoltà a poterla vivere pienamente. Non è questione di vita o di morte, ma di dignità, di integrità psicofisica e di dare un valore diverso al termine, abusato, di “benessere animale”.

Peste suina africana: la mattanza servirà a fermare la malattia o è la scusa per l’ennesimo massacro?

peste suina africana mattanza

Peste suina africana: la mattanza ha avuto inizio ma servirà davvero a arginare o debellare il virus, oppure è soltanto una scusa per avere le mani libere? La domanda è lecita ma la risposta non è mai scontata nel nostro paese quando si parla di animali. Si sa che contro il temuto virus non esiste vaccino e quindi si teme che in caso di contagio fra animali liberi (cinghiali, incroci) e suini allevati succeda un disastro. Ovviamente non per gli animali ma per gli allevatori, che si vedrebbero costretti a abbattere tutti i capi.

Il virus, arrivato in Italia da qualche tempo, ha cominciato a diffondersi fra i suidi selvatici, quelli che già da tempo sono nel mirino di cacciatori e agricoltori. Per essere diventati numericamente un’emergenza, arrivando a invadere non solo le campagne ma anche le città, come succede quotidianamente nella capitale. L’origine del problema, perché la genesi è importante anche in un paese come il nostro che ha sempre la memoria corta, sono stati i cacciatori. La cassa che amplifica il disastro creato dai cacciatori sono, di nuovo, sempre loro, i cacciatori. Grazie a una una costanza, solo nostra, di far combattere il problema proprio da chi lo ha causato.

I cacciatori hanno importato i cinghiali dall’Est Europa negli anni 80/90 perché questa sottospecie era più prolifica e più grande. In anni in cui i lupi erano ancora poche decine, confinati nelle loro ultime enclave nelle regioni meridionali. Senza predatori naturali, soggetti a prelievi dissennati che aumentavano, allora come oggi, il tasso riproduttivo dei cinghiali, e dei loro ibridi causati dall’allevamento brado, è amentato. Senza che i cacciatori riuscissero come era scientificamente prevedibile, a contenerne il numero in termini numerici sostenibili.

La peste suina africana: la mattanza e le zone rosse non serviranno a contenere l’epidemia ma solo a trovare un “suino” espiatorio

Il virus è mortale per i suidi e già da solo farà una strage, probabilmente, negli animali selvatici. Senza bisogno che i cacciatori abbiano la licenza di abbatterli, come a loro farebbe piacere, giorno e notte: questo oltre a non servire diventerebbe un formidabile veicolo di propagazione del tanto temuto virus, grazie alla dispersione degli animali sul territorio e all’aumento del tasso riproduttivo. Un’opinione che non è solo delle organizzazioni di tutela degli animali, ma è un delle indicazioni dell’ISPRA che chiede di vietare l’attività venatoria, compresa la caccia di selezione.

Per i cinghiali che infestano Roma qual è la soluzione? L’abbattimento?
No. La soluzione è graduale e non può essere immediata. La prima è individuare dove c’è il virus, quindi bloccare l’espansione geografica, poi lasciare che la malattia faccia un po’ di morti: il virus è molto letale, uccide il 70-80% degli animali. La malattia riduce in maniera drastica la popolazione. Infine quando sono rimasti pochi animali si valuta se c’è ancora il virus e si abbattono gli ultimi animali altrimenti se il virus non c’è più si chiude il focolaio e la zona ritorna non infetta (in gergo indenne).

Tratto dall’intervista a Vittorio Guberti, primo ricercatore dell’Ispra, pubblicata su Il Fatto Quotidiano del 15/05/2022

Quindi gli abbattimenti non sono la soluzione, eppure su questi è concentrata la richiesta degli allevatori e dei cacciatori in tutto il paese, dove si stanno diffondendo focolai di peste suina africana a macchia di leopardo. Del resto che gli abbattimenti non siano risolutivi né in caso di sovrannumero, né in caso epidemico lo sanno anche i più sprovveduti. La politica invece, in tempo di elezioni alle porte continua a seguire le richieste di quelle categorie che rappresentano un bagaglio di voti. Arrivando a minacciare l’abbattimento anche dei suidi presenti nei santuari.

Abbattere gli animali presenti nei santuari non ha senso: bastano le misure per scongiurare il contatto con i suini selvatici

In questa grande confusione le decisioni sono spesso incoerenti e poco utili: il miglior sistema sarebbe quello di proteggere allevamenti e concentramenti di suini da possibilità di contatto con gli animali selvatici. Peraltro anche sotto il profilo economico risulta meno impattante proteggere gli allevamenti, già in massima parte recintati, che non erigere barriere in tutte le zone rosse del paese. Ben sapendo che presto, probabilmente, non ci saranno più zone rosse, ma si assisterà a una diffusione del virus molto più estesa.

Dietro, anzi dentro, alla questione cinghiali non ci sono solo allevatori, agricoltori e mondo venatorio, ma anche molti sindaci, come quello di Roma. Gualtieri ha ereditato una situazione completamente fuori controllo sulla gestione dei rifiuti della capitale, fonte attrattiva che porta a un costante ingresso di cinghiali a Roma. Gli abbattimenti, nella testa di chi poco conosce dei meccanismi naturali, vengono quindi visti come un modo per far piazza pulita di questi scomodi inquilini capitolini. Qualcuno però dovrebbe far presente al primo cittadino, e non solo di Roma, che i cinghiali in città, con gli abbattimenti, sono destinati a crescere e non a diminuire.

Ora occorre che le Regioni tengano in buona considerazione il parere dell’ISPRA e mettano in alto altre strategia, meno cruente e sicuramente più risolutive. Cercando di comprendere una volta per tutte che la gestione dei rifiuti e l’aumento dei predatori sono le due soluzioni auspicabili per ridurre in modo intelligente il numero dei cinghiali, che come tutti gli squilibri causati dall’uomo non possono essere risolti a fucilate. Tantomeno abbattendo gli animali presenti nei santuari, già recintati e protetti.

Aggiornamenti:

Aggiornamento del 08/08/2022 – L’ASL Roma ha notificato alla “Sfattoria degli ultimi” l’ordine di abbattimento di tutti i suidi presenti nel santuario, non volendo tenere conto delle legittime richieste dell’associazione che aveva più volte fatto presente che gli animali erano registrati come animali non destinati al consumo ed erano custoditi con tutte le necessarie garanzie per evitare contagi. Una decisione veramente inspiegabile contro la quale ci saranno quasi certamente ricorsi.

Canile di Trecastelli, storia di maltrattamenti e di colpevoli mancanze di controllo

canile Trecastelli storia maltrattamenti

Quella del canile di Trecastelli è storia di maltrattamenti di animali causati dai gestori, ma consentiti da mancati controlli e da spiacevoli connivenze. Una storia ordinaria purtroppo con frequenti ripetizioni in varie parti del paese, nella quale i colpevoli pagheranno sempre troppo poco. Se e quando arriveranno a essere condannati in modo definitivo questo accadrà grazie agli altri reati contestati, piuttosto che per maltrattamento di animali. Le pene per chi maltratta e la considerazione verso questo reato portano purtroppo a facili prescrizioni.

La storia del canile di Trecastelli, sequestrato nel gennaio del 2021, è la replica di vicende già viste, che si ripetono puntualmente con le stesse modalità. Un allevamento autorizzato per detenere 71 cani arriva a custodirne più di 800, dieci volte tanto il consentito. Se qualcuno si chiedesse come possa succedere una situazione tanto abnorme la risposta è davvero molto facile: chi doveva controllare, ancora una volta, non lo ha fatto. Per disinteresse, per interessi, per non dover affrontare un problema complicato, per connivenze con i titolari. Storie ordinarie, frequenti, che quasi mai portano a sanzioni che servano da deterrente.

Il Comune di Trecastelli, in provincia di Ancona, all’ultimo censimento contava poco più di settemila residenti, non certo una metropoli. In questi piccoli centri tutti conoscono vita, morte e miracoli di tutti e gli organi di controllo presenti sul territorio avrebbero dovuto essere informati su cosa accadeva nella struttura. Eppure sembra non esser stato così o forse tutti sapevano ma nessuno aveva voglia di intervenire, non sapendo come togliere le castagne dal fuoco. Nel frattempo però, in tutto questo, ci sono stati centinaia di animali detenuti, per anni, in condizioni orribili.

Il canile di Trecastelli è una storia di maltrattamenti ripetuti, sui quali sarebbe stato opportuno intervenire molto prima

Oggi a distanza di un anno dall’intervento dei militari del Raggruppamento Carabinieri Forestali CITES è stata chiusa l’indagine, portando la Procura della Repubblica di Ancona a chiedere il rinvio a giudizio dei responsabili. Per la commissione di reati gravi: in anni e anni le condotte criminose dei gestori hanno dato vita a una lunga catena di azioni criminali. Accaduti sotto gli occhi di chi doveva controllare, che in alcuni casi ha omesso di farlo mentre in altri ha agevolato colpevolmente i gestori di questa struttura. Se questo sia avvenuto per soldi o per altre utilità sarà la magistratura a stabilirlo. Certo è che i pubblici ufficiali che non hanno fatto il loro dovere sono colpevoli almeno quanto i gestori.

Le omissioni, colpevoli e dolose, hanno portato a uno dei più grossi casi di disastro sanitario, in ambito veterinario, avvenuti nella Regione Marche e non soltanto. I gestori del canile risulta che abbiano importato illegalmente cani dall’Est Europa, con tutti i rischi sanitari connessi. Rendendosi anche responsabili di aver fatto scoppiare un focolaio di brucella canis, zoonosi trasmissibile all’uomo. Un caso al momento unico in tutta Europa che aveva portato, nel giugno del 2020, al blocco sanitario del canile. Senza che fossero adottati provvedimenti per migliorare le condizioni di vita dei cani.

Ora dopo le indagini svolte dalla Procura sono emerse varie responsabilità, anche molto gravi, che hanno portato alla richiesta di rinvio a giudizio per i proprietari dell’allevamento. Che si trovano in buona compagnia, considerando che risultano coinvolti anche il comandante della Polizia Locale, insieme a veterinari pubblici e privati. Con un costo per l’amministrazione regionale che ad oggi sembra aver superato il milione e mezzo di euro, per mantenimento e cura degli animali in sequestro. Un disastro annunciato per i cani che sono transitati in questi anni dall’allevamento, ma anche per le casse pubbliche e per le associazioni coinvolte. Che hanno dovuto intervenire per cercare di aiutare gli animali e trovare, quando possibile, adozioni.

Servirà questa lezione per far comprendere la necessità di interventi tempestivi sui maltrattamenti e contro i traffici di animali?

Probabilmente la risposta è no, considerando i precedenti e consultando le cronache di molti altri episodi analoghi di traffici e maltrattamenti. Che hanno riguardato non solo i canili, ma tutti i settori ove vi fosse presenza di animali e quindi sottoposti a vigilanza veterinaria. Se da una parte è vero che la sanità pubblica si trova in grande crisi, dall’altro appare evidente che il meccanismo dei controlli si inceppi troppo spesso. Le origini di questo problema vanno cercate (anche) altrove. Per esempio nel fallimento del sistema di controllo sulle attività dei veterinari pubblici, anche grazie a una catena di comando con troppe figure “politiche” ai vertici.

Quando i veterinari ufficiali non fanno carriera “solo” per meriti, ma anche per sponsorizzazioni del politico di turno il sistema va in crisi. E con lui tutto quello che la sanità pubblica veterinaria deve presidiare. Una vigilanza che riguarda gli animali ma soprattutto la tutela della salute umana. Se naufraga il sistema dei controlli veterinari si mette in pericolo l’intera collettività. Lo indica il criterio “OneHealth” che ci vede tutti, uomini e animali, sulla stessa scialuppa, visto che la barca pare essere affondata già da tempo. La politica partitica ha avvelenato i pozzi, da quando ha deciso di non scegliere fra i migliori i suoi dirigenti, ma spesso solo fra i più vicini. Mortificando chi lavora con passione, restando indipendente dalla politica.

Non passa giorno. quando le associazioni denunciano e la magistratura fa il suo lavoro, che non vengano accertate situazioni terribili per gli animali. Pericolose anche per la salute umana, ma troppo spesso seppellite sotto omissioni e convenienti valutazioni da parte di chi è pagato per vigilare. Un circolo vizioso che va spezzato, ricordando a tutti gli organi di controllo e ai pubblici ufficiali che segnalare un reato è per loro un obbligo. Prevedendo pene ben più severe delle attuali per chi consenta, agevoli o non persegua fatti gravi come questi.

Canile di Trecastelli
Il servizio dei Carabinieri trasmesso dal TG3 delle Marche

Cani a catena e incendi: richiesta un’ordinanza che vieti di tenere gli animali legati

cani catena incendi

Cani a catena e incendi rappresentano un pericoloso binomio che espone gli animali al rischio di una fine atroce. In Italia tenere i cani a catena o confinati in angusti box, spesso in luoghi lontani dalle abitazioni, non è ancora illegale ovunque. Molte regioni hanno fissato il divieto di tenere i cani a catena, ma altre non hanno ancora adottato un provvedimento restrittivo, come Liguria, Basilicata e Sicilia. Mentre un altro gruppo di regioni come Piemonte, Trentino – Alto Adige, Val d’ Aosta, Friuli-Venezia Giulia, Molise, Calabria, Sardegna e Toscana devono modificare la normativa.

Come spesso avviene in Italia l’autonomia amministrativa causa l’applicazione delle normative a macchia di leopardo, creando disparità fra le regioni del paese. Che non consentono a tutti i cani di essere ovunque “Liberi dalle catene”, come richiedono da tempo le associazioni che fanno parte di questo progetto. Green Impact, Fondazione CAVE CANEM, Save the Dogs and Other Animals e Animal Law Italia si stanno battendo dal 2021 per armonizzare le norme sulle catene. E ora richiedono che le regioni più soggette al rischio di incendi emanino ordinanze che tutelino questi cani dal rischio di finire bruciati vivi.

Un rischio che non corrono soltanto i cani legati, ma anche quelli imprigionati in box e serragli quando questi sono realizzati lontano dalle abitazioni. Un’abitudine ancora molto presente specie fra cacciatori, che confinano i cani in recinti collettivi, spesso privi di autorizzazione, condannandoli a una vita di privazioni e di noia, sino all’inizio della stagione venatoria. In questo modo i cani non creano fastidi, ma sono abbandonati a loro stessi in caso di eventi drammatici come gli incendi.

Cani a catena e incendi: il progetto “Liberi dalle Catene” chiede alle regioni di emettere provvedimenti a tutela degli animali

Sicilia, Sardegna, Calabria e Basilicata sono le quattro regioni alle quali è stato chiesto di emettere dei provvedimenti urgenti che vietino di tenere i cani a catena. Richiesta motivata, secondo la coalizione, considerando le quattro regioni ad elevato rischio per quanto concerne gli incendi boschivi. Sarebbe importante che l’intera problematica fosse affrontata nel tanto invocato cambiamento della legge 281/91. Che potrebbe già prevedere nel nuovo testo un divieto di detenzione di tutti gli animali domestici a catena.

Una scelta necessaria e in linea con le attuali conoscenze scientifiche sui bisogni etologici degli animali e sulle condizioni minime di benessere. Tenere i cani a catena è il retaggio di una cultura contadina che oggi non ha più una ragione di essere per buonsenso e tecnologia. Quello che una volta era considerato il mezzo più economico per difendere una proprietà non possiede più una giustificazione pratica. Resta solo il brutto segnale di un’indifferenza diffusa rispetto ai bisogni e alle sofferenze degli animali.

Il lavoro per cambiare il nostro rapporto con gli animali, trasformandolo in una convivenza equilibrata, che tenga conto delle loro esigenze, è ancora molto lungo. Si passa dall’eccesiva umanizzazione, con animali soffocati dal troppo amore, alla più completa indifferenza verso i loro bisogni: resta spesso poco popolata l’area centrale, quella che parla di rispetto e conoscenza dei bisogni. Il benessere degli animali passa attraverso la nostra comprensione delle loro necessità, che se fossero note e valutate potrebbero portarci a decisioni più attente. Come quella di non poter dividere la nostra vita con un animale.

Un animale è un compagno di vita, non deve mai diventare uno strumento che risolve esigenze o riempie vuoti

Il compito di chi amministra deve essere anche quello di contribuire a una crescita culturale del paese, indispensabile all’evoluzione dei nostri rapporti. Un essere umano che non sia capace di percepire la sofferenza, che non prova empatia verso un vivente, rappresenta un problema all’interno della società. Senza una visione aperta la soddisfazione dei soli bisogni può generare derive pericolose: il cane è mio, la fidanzata è mia, il denaro è mio sono concetti tossici, catene mentali non meno pericolose di quelle fisiche.

Guardando con occhi che cercano di spaziare nelle nostre vite ci renderemmo conto che l’importanza di liberare i cani dalle catene non finisce li. Il vero problema sono le catene, non i cani. Quelle mentali, quelle che ci portano a negare i diritti degli altri esseri viventi, anteponendo sempre i nostri bisogni. Se così non fosse, proviamo a rifletterci insieme, non credete che i cani sarebbero già liberi da decenni? E se questo percorso fosse stato seguito e curato con amore non avrebbe portato a una società migliore, più attenta e inclusiva?

Non abituiamoci mai alla sofferenza, non facciamo diventare la prevaricazione e il possesso comportamenti normali, quando si tratta invece di patologie. Lavorare per liberare i cani dalle catene un poco costringere le persone e dare un valore alla sofferenza, alla solitudine, alla negazione dei diritti. Seguiamo questa strada per liberare e liberarci, per poter arrivare a un mondo diverso.

Qual è il problema?

Basta guardare con i giusti occhi questo cane per comprendere quanto sia afflittivo l’essere legato a una catena.

Jova Beach Party 2022: il messaggio che arriva purtroppo è color verde acido

Jova Beach Party 2022

Jova Beach Party 2022 è un happening itinerante sulle spiagge italiane che ha suscitato polemiche già prima di partire. In fondo un po’ l’esatta replica di quello che era successo nel tour precedente del 2019, prima che la pandemia fermasse tutto. Ieri sera a Lignano la prima data che ha visto arrivare al Jova Village, rigorosamente sulla spiaggia, decine di migliaia d persone. Qualcuno dirà che le polemiche sono strumentali, che quest’ambientalismo estremo ha stufato, specie quando se la prende con spettacolo e divertimento. Però proteste e dissensi anche quest’anno non sono così sommessi.

Nonostante la presenza di una grande associazione ambientalista come il WWF come garante, una scelta che sembrerebbe aver fatto imbestialire molte sezioni e attivisti del panda. Che forse non hanno capito il valore aggiunto di una manifestazione come questa, proprio come non lo riesce a capire chi scrive. In primo luogo perché una spiaggia, per quanto sfruttata e bistrattata come quella di Lignano (ma è solo la prima), è quello che viene definito un ecosistema costiero. A differenza di uno stadio o di un palazzetto per lo sport che certo non ospita molta biodiversità e che, per questo, è il luogo giusto per certi eventi.

Nelle altre spiagge che saranno sede del Jova Beach Party 2022 le polemiche stanno montando da mesi, con accuse, da dimostrare, di una certa noncuranza verso le problematiche ambientali. Così quello che doveva essere il monumento estivo alla difesa dell’ambiente, sensibilizzando il pubblico del “ragazzo fortunato”, sta incassando una serie di critiche. Anche da alcune sezioni del WWF, della LIPU e di Italia Nostra. Come riportato da alcuni giornali, anche se i più su questo argomento glissano.

Il Jova Beach Party 2022 promette di ripulire le spiagge, non solo quelle toccate dal concerto, ma questo forse non basta

L’organizzazione del tour parla di scelte attentissime sotto il profilo ecologico e della sostenibilità, grazie all’uso di prodotti riciclabili, di materiali che avranno una seconda vita. Non c’è ragione, al momento di dubitare che sia così, ma il messaggio green è stato da molti etichettato come un’operazione di greenwashing. Portando il colore del verde verso la tonalità del verde acido. Un concerto in spiaggia, in un ambiente antropizzato ma naturale, sta alla tutela ambientale quanto l’Autodromo di Monza verso l’omonimo Parco.

Certo puliranno le spiagge dopo il concerto, ma ci si chiede quanti dei rifiuti, seppur sostenibili, saranno finiti in mare nel frattempo. Quarantamila persone sono un esercito composito e non tutti, per una questione statistica, saranno accorsi per prendere lezioni di ecologia. Molti resteranno distratti come sono arrivati e certo saperli in uno stadio avrebbe lasciato tutti più tranquilli. Forse è proprio questa la nota stonata: voler parlare di ecologia e organizzare un rave in spiaggia.

Il messaggio non funziona: se lo si organizza con attenzione un concerto può essere fatto ovunque, anche nelle aree naturali. Una scelta che aveva già suscitato polemiche per il concerto di Vasco a Trento, con tutti i suoi annessi e connessi, orso M49 compreso. In un momento in cui non esiste un solo prodotto o catena che non parli di sostenibilità, di attenzione, mistificando in fondo il messaggio che viene lanciato con foga verde verso le orecchie del pubblico. Che deve fare una gran fatica per capire se questo corrisponde al vero. Ma fin troppo spesso il valore del messaggio, quello vero, finisce prima di iniziare,

La sostenibilità deve essere reale per non trarre in inganno: ci vuole etica nelle scelte e nella comunicazione

Il Jova Beach Party 2022 vuole essere un grande laboratorio di divertimento e sensibilizzazione sull’ambiente e quindi sui diritti. Il vero ombelico del mondo ora è l’equità climatica, l’accesso all’acqua pulita, la suddivisione delle risorse. Per rendere queste cose possibili, per farle uscire dal libro dei sogni occorre imboccare la strada dei cambiamenti, della finanza etica, della riduzione delle emissioni clima alteranti. Quindi il tour avrà solo sponsor in linea con questo pensiero?

Sembra di no, anche qui qualcosa si mette di traverso nell’ingranaggio. Scrive nel suo articolo Linda Maggiori, impegnata nella difesa delle tematiche ambientali, come partner, oltre al Wwf c’è anche la Banca Intesa San Paolo, “banca fossile numero uno in Italia”, nonché tra le top 5 delle banche che più finanziano il traffico di armi. Aggiungo che fra i partner c’è anche Fileni, un’azienda che alleva animali per scopi alimentari. Alcuni bio altri no, promettendo grande attenzione verso l’ambiente, la sostenibilità e i suoi lavoratori. Sarà un messaggio interamente veritiero, ma non stona in un momento nel quale si chiede di consumare meno carne?

Il messaggio in bottiglia, che ci si può augurare che venga trovato su una delle tante spiagge toccate dal tour, è che dal green al greenwashing il passo è breve. Un’artista come Jovanotti, che si pone come il guru del divertimento ambientalista, potrebbe davvero essere un’importante cassa di risonanza del messaggio per un mondo diverso. A patto di avere maggiore attenzione e di tornare a fare musica nei luoghi giusti.

Fermiamo le carrozzelle con cavalli: una sofferenza per gli animali diventata oramai inaccettabile

fermiamo carrozzelle con cavalli

Fermiamo le carrozzelle con cavalli, diventate il retaggio di una tradizione vecchia di secoli, quando gli animali erano considerati poco più che cose. Tempi che sono passati spesso solo in apparenza, nascosti sotto una coperta fatta di parole che quasi mai si traducono in azioni. Anni connotati da un rispetto tanto sbandierato quanto poco messo in pratica, nonostante un’opinione pubblica sempre più attenta alla sofferenza animale. Le carrozzelle a cavalli che, anche in quest’estate torrida, corrono sull’asfalto rovente delle città sono la prova dell’inazione della politica, della poca attenzione dei Sindaci.

Per fermare le carrozzelle trainate dai cavalli servirebbe solo la volontà e un poco di sensibilità. Non si tratta di mettere sulla strada dei lavoratori ma soltanto di sostituire le poche licenze dei vetturini con altrettante di taxi, ponendo fine a una sofferenza, per gli animali, incompatibile con i tempi. Dove non è più accettabile lasciare animali in mezzo al traffico, sotto il sole, per soddisfare qualche turista disposto a pagare, a caro prezzo, questo souvenir.

Il trasporto con animali è un fenomeno europeo, ma meglio sarebbe dire che è una piaga mondiale. Dove gli animali sono immotivatamente sfruttati solo per accontentare turisti insensibili alla loro sofferenza. Almeno una volta tanto noi italiani, che sul rispetto dei diritti animali arriviamo sempre buoni ultimi, potremmo dare il buon esempio. Modificando il Codice delle Strada e vietando l’uso di veicoli a trazione animale sulle vie pubbliche. Basterebbero davvero solo poche righe, ma più le cose si presentano facili e più nella realtà sembrano trasformarsi in mostri invincibili.

Fermare le carrozzelle con i cavalli sarebbe un atto di civiltà e di buon senso

Sono anni che se ne parla, sono anni che i politici, almeno quelli che si dicono attenti ai diritti degli animali, presentano disegni di legge, propongono modifiche. Che servono più a ottenere buona pubblicità sui giornali che non a tradursi in atti concreti e concludenti. In un paese dove spesso i provvedimenti da adottare vengono presentati come cosa fatta, mentre, nella realtà, i più sono destinati a restare nei polverosi cassetti delle commissioni. Eppure da poco tempo i diritti degli animali sono anche nominati all’interno della nostra Costituzione.

Cani falchi tigri e trafficanti

Un inserimento che da molti era stato salutato come un segno di progresso, portatore di grandi riforme e di una nuova considerazione dei diritti degli animali. Un cambiamento davvero storico? Anche se poi i Sindaci non provvedono a emettere nemmeno un’ordinanza che vieti da aprile a settembre, i mesi più caldi, il divieto di usare i veicoli a trazione animale? Provvedimenti spesso promessi in campagna elettorale, ma mai tradotti in realtà, per disinteresse o per calcolo.

L’arte della politica non è più quella di cercare di soddisfare i bisogni dei cittadini, ma bensì quella di non scontentare le molteplici categorie di elettori. Una sorta di infinito gioco “dell’un colpo al cerchio e uno alla botte“, dove si accontentano tutti e non si soddisfa nessuno. Spesso con la complicità dei media, così poco attenti nell’individuare quando il re è nudo, ma capaci talvolta di cercare sempre nuovi vestiti per il potente di turno. Facendo brillare come fari quei casi di informazione libera, alla quale siamo così poco abituati anche dal nostro servizio pubblico, che per questo è nostro.

Le carrozzelle trainate dai cavalli sono il paradosso di questi tempi, dove l’interesse di pochi prevale sui diritti di molti

L’Italia è un paese in costante campagna elettorale, con una politica che ha spesso dimostrato di non essere capace di tutelare la collettività. Riuscendo anche ad allontanare da se una buona parte della società civile, che evidentemente ha gettato la spugna. Consapevole che sarà difficile riuscire a cambiare davvero qualcosa. Ma se non fermiamo le carrozzelle con i cavalli, una cosa da poco, possiamo davvero credere che questo paese cambi? Che l’Italia possa imboccare la strada della transizione ecologica, dove gli interessi in gioco sono ben più corposi e numerosi?

Certo sono momenti difficili, ma sono proprio le difficoltà quelle che fanno capire la stoffa dell’equipaggio che tiene la barra dritta, che segue la rotta. Sicuramente ci sono le priorità, che però non dovrebbero essere assolute, ma andrebbero incrociate con le possibilità e i costi. Certo fermare la guerra alle porte dell’Europa è priorità assoluta, ma incrociata con le attuali possibilità di riuscirci rende l’obiettivo doveroso, ma non immediatamente ottenibile. Mentre fermare le carrozzelle trainate dai cavalli è proprio poca cosa, facile, facile.

Cerchiamo di far progredire il nostro paese, visto che la civiltà di un popolo sta anche nel modo in cui dimostra capace di saper tutelare i più deboli. Cerchiamo di attuare almeno le cose facili, che sottraggono sofferenza, che sono educative perché ci sono azioni che allargano la mente e non soltanto il cuore. Dimostriamo di avere attenzione verso la sofferenza dei deboli, senza distinzione di colori o razze perché in questo tempo di incertezze l’unica davvero granitica è che siamo tutti animali. Mentre il dubbio resta sempre quello: la nostra discesa dagli alberi ha davvero dato buoni frutti per il pianeta?