Abbattere i lupi non salva le pecore, mentre abbattere le notizie false migliorerebbe la società

Abbattere i lupi non salva le pecore, mentre abbattere le notizie false migliorerebbe la società

abbattere lupi non salva pecore

Abbattere i lupi non salva le pecore, eppure ogni giorno ci sono notizie di attacchi ad allevamenti finalizzate a far approvare le uccisioni. I toni sono sempre gli stessi, allarmistici, con contenuti privi di buon senso e finalizzati a fomentare l’odio verso i predatori. L’ennesimo capolavoro di disinformazione porta questa volta la firma di Coldiretti Livorno che pubblica sul suo sito un articolo dai toni apocalittici. Predatori: il lupo nel gregge, nuova mattanza nella notte nel Golfo di Baratti è il titolo, giusto per far capire il tenore da subito. Due pecore sono state sgozzate, scrivono, dimenticando anche il significato del verbo sgozzare. Che indica l’uccisione di un uomo o di una persona a seguito del taglio della gola. Con un coltello, non con un morso.

Cani falchi tigri e trafficanti

Le pecore erano difese, secondo l’articolista, da una rete elettrosaldata alta due metri. Quelle reti che servono per fare le armature del calcestruzzo e che non sono una difesa reale. Se fossero stati più attenti e informati avrebbero saputo che quella rete, anche elettrificata, non aveva impedito la fuga di M49. Il povero orso trentino tutt’ora rinchiuso a Casteller, evaso proprio grazie a quel tipo di rete. Questi materiali vengono usati per fare economia, sperando che essendo di ferro siano robusti. Invece non sono servite a nulla, anzi hanno agevolato il lupo nella sua scalata alle pecore.

Il comunicato di Coldiretti non si ferma a questo, non si limita a difendere un allevatore che non aveva messo in atto sistemi d difesa idonei. Si spinge oltre, con delle vere perle di ignoranza, perché bisogna chiamare le cose con il loro nome. Perle che sono state riprese in modo del tutto acritico dai siti dei cacciatori come Cacciapassione.

Non ci sono solo lupi, ma anche ibridi e canidi nello stupefacente bestiario di Coldiretti

Lupi, ma sempre più spesso ibridi e canidi, entrano dentro greggi e mandrie, più di una volta al giorno.

Frase estrapolata dall’articolo pubblicato da Coldiretti Veneto il 5 ottobre 2021

Negli allevamenti entrano indisturbati i lupi, gli ibridi (che sono lupi a loro volta, seppur geneticamente contaminati) e anche i canidi che altro non sono che la famiglia dei mammiferi che comprende lupi e cani. Insomma non solo la verità e il buon senso ma anche la scienza viene maltrattata. Pur di creare scalpore, pur di fare notizia. Per alimentare la leggenda che il lupo sia pericoloso, per cercare di ottenere il via libera agli abbattimenti. Un provvedimento molto desiderato dai cacciatori, ma anche del tutto inutile per evitare le predazioni.

I lupi non hanno, al pari dei cinghiali e degli orsi ,problemi nel reperire cibo. Gli animali cercano soltanto di sfruttare delle opportunità, riducendo consumi energetici e rischi. Si avvicinano agli insediamenti urbani e alle attività umane perché trovano cibo. Facile, economico e disponibile in gran quantità senza far fatica. Colpa di chi non è capace di gestire i rifiuti, responsabilità di chi non mette in atto le protezioni necessarie per difendere i suoi animali.

Quindi anche se venisse aperta la caccia al lupo questo non ridurrebbe le predazioni negli allevamenti. Nemmeno consentirebbe di lasciare gli animali al pascolo senza vigilanza. I predatori continuerebbero a scegliere le prede più facili da attaccare, con minori difese e che presentano rischi bassi di restar feriti. Quindi invocare gli abbattimenti dei lupi perché sono troppi è davvero un’idiozia rispetto alla tutela degli allevamenti. Sono gli allevatori che devono cambiare modalità, investire risorse e intelligenza nella prevenzione.

Il concetto è facile da capire ma ci sono due motivazioni per travisare la realtà

La prima ragione sono i fondi pubblici, le sovvenzioni, che vengono riconosciute all’agricoltura e all’allevamento di animali. Fondi che permettono di far vivere realtà economiche che avrebbero da tempo chiuso i battenti senza questi quattrini. Allevatori che per anni hanno guadagnato non tanto sulla produzione ma dalla contribuzione pubblica, pensando e sperando che questa cosa potesse durare all’infinito. Sempre in perfetta sintonia con i cacciatori, quando si parla di abbattimenti. Per difendere le loro prede, per accreditarsi come gli unici in grado di gestire l’orda famelica dei predatori.

Con una politica che da entrambe le fazioni raccoglie importanti pacchetti di consensi elettorali. Come dimostrano le porcherie fatte con i calendari venatori per favorire, anche in barba alla legge, i cacciatori. Se l’informazione vera, non quella che pubblica le veline senza nemmeno leggerle, facesse il suo mestiere queste notizie sparirebbero dalle cronache. Sarebbe il primo grande vantaggio realizzato per difendere un patrimonio collettivo, la nostra biodiversità, che non è di cacciatori e allevatori.

Il secondo vantaggio, in termini di risparmio potrebbe essere la sospensione di contributi e indennizzi pubblici a chi non dimostri di aver difeso correttamente gli animali. Chi alleva deve mettere in atto tutte le cautele che tecnologia e madre natura ci hanno fornito. Recinti elettrificati, dissuasori elettronici e cani da guardiania. Se non lo fa deve diventare un suo esclusivo problema, senza far ricadere i costi sulle spalle di tutti, mentre i guadagni vanno nelle sue tasche.

Traffici di cani dai canili italiani verso altri paesi europei: una storia che non convince

Traffici di cani dai canili italiani verso altri paesi europei: una storia che non convince

traffici cani canili italiani

Traffici di cani dai canili italiani verso altri paesi europei: una storia che non convince per assenza di riscontri obiettivi ma anche per mancanza di presupposti logici. Dove quando parliamo di traffici si deve intendere un fenomeno criminale, finalizzato ad ottenere profitti illeciti realizzati sulla pelle dei cani. Quindi non un’attività occasionale che può comportare errori di valutazione, approssimazione, scarsa capacità di gestione, mancanza di professionalità ma una volontà dolosa di nuocere. Finalizzata alla ricerca di guadagni illegali, fatti senza preoccuparsi della sofferenza degli animali.

Cani falchi tigri e trafficanti

Questo traffico è stato inseguito e indagato dagli anni ottanta, con pochissimi riscontri che hanno portato a scoprire per lo più diverse collocazioni infelici, come spesso avviene anche nelle adozioni fatte in Italia. Il più delle volte per incapacità, molte altre per ragioni economiche. Con piccole organizzazioni, spesso composte da pochi sodali, che lucrano sui trasferimenti, speculando sulla sensibilità degli adottanti. Ma anche in questo caso sarebbe sbagliato generalizzare: molte sono adozioni ottime, ben condotte, senza speculazioni. Pochissimi, purtroppo i trafficanti nazionali di randagi, finiti alla sbarra per aver incassato i soldi in nero o aver trasportato i cani in condizioni di maltrattamento.

La narrazione cambia quando le adozioni vengono fatte fra Italia e paesi comunitari, denotando anche un po’ di provincialismo. In Italia siamo un faro per la nostra capacità di contrastare il randagismo e per la qualità delle strutture di ricovero? Nemmeno per idea, anzi. Però la logica spesso sembra essere quella del meglio maltrattati da noi che destinati a essere adottati in Germania. Stato che da tempo ha il benessere animale in costituzione e una capacità di applicare le leggi a noi, ancora e purtroppo, sconosciuta.

Traffici di cani dai canili italiani verso la Germania, dove leggenda vuole che siano destinati alla sperimentazione o al ripieno dei wurstel

L’ipotesi più accreditata è che i cani esportati dall’Italia finiscano nei laboratori di ricerca tedeschi. Una destinazione che viene ipotizzata da quarant’anni che non ha mai trovato riscontri che giustifichino l’ipotesi di un traffico organizzato. Forse anche perché sarebbe di per se un’operazione folle, senza vantaggio economico. Con il rischio di essere scoperti considerando che il punto di partenza dei traffici è sempre lo stesso: i canili convenzionati con i Comuni. Che cederebbero gratuitamente i cani a trafficanti senza scrupoli pur di liberarsene, per non subire ulteriori costi.

Un’ipotesi poco credibile visto che i canili pubblici o convenzionati hanno degli obblighi, seppur spesso elusi, ma sono tenuti sotto controllo anche dai volontari delle associazioni. Come dimostra il recente putiferio mediatico scatenato dall’improbabile notizia che il Comune di Catania volesse cedere ben 2.500 cani a una o più associazioni per la loro deportazione in Germania. Un’ipotesi surreale, basti pensare al numero di trasporti necessari per il trasferimento degli animali e all’illogicità dell’operazione. Avete mai visto una realtà criminale organizzare un piano tanto sgangherato e anti economico?

Vero è che in diversi casi i cani siciliani hanno preso la strada del Nord Italia, per essere trasferiti in canili dai quali, in molte occasioni, non risultano essere poi usciti per andare in famiglia. Con varie indagini aperte con le più diverse ipotesi di reato, ovviamente legate all’aspetto economico: i canili possono un vero affare per chi li gestisce. Il randagismo crea danni economici ai cittadini e sofferenze agli animali, ma può diventare una miniera d’oro per molte persone. Del resto basta andare su un motore di ricerca, digitare “canili indagini” per trovare paginate di articoli. Che riguardano strutture di accoglienza e realtà italiane, ricche di storie non proprio edificanti.

Il non senso dell’esportazione massiccia di cani provenienti dai canili pubblici italiani

Ci sono diversi fattori da esaminare, specie quando parliamo di organizzazioni criminali che venderebbero gli animali per ricavarne profitto. Il primo parametro oggetto di valutazione è la redditività che va correlata al rischio. Vero che i cani sarebbero, in ipotesi, acquisiti gratuitamente dalle amministrazioni comunali che vogliono sbarazzarsene, ma movimentarli costa non poco e i rischi di finire nei guai sono molto elevati. Per le denunce dei volontari, dei gestori dei canili che si vedono sottratto l’osso e per il possibile interessamento della magistratura. I rischi reali sembrano quindi molto più elevati dei vantaggi supposti.

Quale motivazione ci può essere nel prendere cani dai canili italiani per turpi scopi? Specie quando ci sono ben altri canali e canili dove potersi approvvigionare di animali senza correre rischi, a prezzi bassi e competitivi! Considerando che stiamo parlando di cani adulti, non di razza, non commerciabili con elevati guadagni. Poco utili per la stragrande maggioranza degli esperimenti, poco appetibili per essere oggetti del desiderio sessuale. Già difficili da collocare in famiglie che amano gli animali. Per questo la risposta è: nessuna motivazione perché sono animali costosi e pericolosi.

Per anni mi sono occupato di contrasto al traffico dei cani dall’Est, quelli che fanno il viaggio opposto per intenderci, dei quali pochi si occupano. Un viaggio che inizia in Ungheria, Slovacchia, Polonia, Romania e anche oltre frontiera clandestinamente. Con cuccioli fatti passare per allevati in Europa ma con provenienza, ad esempio, ucraina. Animali di tutte le taglie e di tutte le età, di razza o pseudo tale, con una scelta che va dai cuccioli ai cani invenduti, alle fattrici finite, agli animali vecchi.

I traffici di cani dai canili italiani sarebbero assurdi rispetto alla sterminata prateria generata dai cuccioli della tratta

Secondo le stime di qualche anno fa, realizzate dall’organizzazione CARODOG, sono otto milioni i cuccioli che ogni anno attraversano le strade della vecchia Europa. Nei paesi in cui sono prodotti come fossero elettrodomestici i cani di simil razza: corredati di documenti (veri o falsi) un carico di cani costa meno di cento euro al pezzo (così li definiscono i trafficanti), consegnati a destino. E parliamo di cuccioli vendibili, appetibili, che sul mercato possono valere un minimo di sei/settecento euro. Ma ogni “industria” produce anche uno stock di invenduti: i cani che superano i tre quattro mesi e che nessuno vuole. Troppo grandi per piacere agli acquirenti.

Quale fine facciano questi animali deve essere ancora stabilito con chiarezza. Se si pensa agli otto milioni di cuccioli che vengono commercializzati ogni anno, la stima di un 15/20% di cani che per varie ragioni restano invenduti risulterebbe essere solo per difetto. Questo significa che in Europa si crea ogni anno un surplus di oltre un milione e mezzo di cani. Animali su cui nessuno indaga. In un mercato crudele, molto crudele, che è alimentato da persone che si definiscono amanti degli animali, solo perché hanno un bulldog francese al guinzaglio.

Ma se un trafficante dovesse aver bisogno di cani da usare nei bordelli con animali, per esperimenti o per destinarli a divenire insaccati è lecito pensare che preferirebbe comprarli da un altro trafficante? Piuttosto che andare a inventarsi un commercio di animali provenienti da cani di proprietà dei sindaci d’Italia. Che non saranno tutti galantuomini ma nemmeno soltanto farabutti. Quindi davvero è un pericolo reale quello corso dai cani nelle adozioni internazionali? Davvero rischiano grosso? Oppure si tratta di una bolla di sapone più utile a trovare un supposto nemico da combattere che a tutelare gli animali?

Si dice che in Italia i cani senza padrone abbiano maggiori tutele rispetto ad altri paesi europei

Questo dato è vero per alcuni paesi, dove i randagi non hanno diritto a una permanenza in canile per tutta la vita se non sono adottati. Ma questa polemica sulle esportazioni in Italia ha avuto inizio già negli anni ottanta, quando i cani venivano abbattuti dopo cinque giorni se non trovavano padrone. Eppure anche allora, quando i canili erano strutture davvero pessime, già si era contrari a mandare i cani al di fuori dell’Italia. Ricordo la presidente di un’associazione milanese che scrisse al console tedesco, che perorava la causa delle adozioni nel suo paese, di come non si potesse avere fiducia (sic) di un popolo che aveva messo gli ebrei nei forni.

Un cane ha diritto ad avere una famiglia e a ricevere cure attenzioni. Non importa se questo avvenga a Berlino oppure a Roma, basta che ci siano le necessarie garanzie. Il punto non è il dove, ma semmai il come: le adozioni, anche fatte nel Comune vicino devono essere trasparenti e fornire garanzie su come i cani vengano trattati. Ma questo è tutt’altro problema, davvero un’altra storia visto che le adozioni fatte male anche in Italia non mancano. Con cani tolti dai canili per essere poi confinati a vita sui balconi al primo inconveniente.

Sarebbe invece tempo di indagare seriamente, a livello europeo, sulla fine che fanno i cuccioli che non vengono venduti. Con un’indagine diffusa sull’intero territorio nazionale, fatta da organi dello Stato che possano garantire mezzi e uomini per fare accertamenti diffusi. Se ci fosse la volontà questa sarebbe un’attività di tutela degli animali davvero importante.

Orsi e ricorsi in Trentino per una contesa insensata che la PAT non vuole far cessare

Orsi e ricorsi in Trentino per una contesa insensata che la PAT non vuole far cessare

orsi ricorsi Trentino

Orsi e ricorsi in Trentino sono diventati la normalità: la giunta provinciale emette provvedimenti prepotenti e le associazioni fanno ricorso. L’amministrazione quasi sempre perde davanti ai tribunali amministrativi e riceve sonori schiaffoni dalle sentenze del Consiglio di Stato. Ma non molla la presa. Una guerra santa per dimostrare ai trentini chi comanda, per cercare di non perdere consenso in una provincia dove il problema principale non sono gli orsi, ma i pesticidi. Come ogni volta dimostrano le inchieste televisive.

Cani falchi tigri e trafficanti

Questa volta al centro della contesa sono le linee guide sulla gestione degli orsi, che la provincia ha ben pensato di poter stravolgere. Scordando che tecnicamente l’autonomia concessa non può essere intesa come extraterritorialità. Gli orsi, e non solo loro, sono inseriti in un patrimonio faunistico collettivo che appartiene all’intero paese. Per questo regioni e province possono gestirlo, ma rispettando la normativa di riferimento nazionale. Senza possibilità per Fugatti e la giunta di adottare provvedimenti che gli possano consentire di abbattere un orso alla prima occasione.

Quello che sconforta è questo costante scontro fra i poteri dello Stato. Sollecitati dalle associazioni che non possono tollerare i ripetuti abusi, fatti a spese dei cittadini, e in questo caso anche degli orsi. Quando le norme sono chiare, e quelle che regolano la gestione degli orsi anche in Trentino lo sono, non è tollerabile che l’amministrazione provinciale prenda sempre scorciatoie. Anche quando appare da subito palese che i provvedimenti adottati vadano oltre il lecito. Come ritenere che la Provincia di Trento possa emettere senza contraddittorio ordinanze di abbattimento di orsi senza seguire il percorso previsto dai piani di gestione.

Orsi e ricorsi in Trentino: scelte che sembrano costruite a tavolino per mantenere alto il conflitto senza affrontare il problema

Arriva la sconfitta presso il TAR di Trento che annulla la possibilità che sia l’amministrazione trentina, in autonomia, a decidere se abbattere un orso giudicato dalla stessa problematico? Fugatti non demorde, dando mandato all’ufficio legale di ricorrere al Consiglio di Stato contro la sentenza. Con la consapevolezza che in punto diritto la sentenza non potrà essere ribaltata. Questo gesto, l’ennesimo, serve a mostrare i muscoli a favore degli elettori, cercando di minimizzare le sconfitte e di distogliere dagli errori.

Il miglior modo per evitare scontri fra orsi e persone è quello di evitare incontri ravvicinati, come è stato detto più volte. Per ottenere questo risultato occorre un’idea di gestione intelligente e il rispetto di alcune regole. Uno dei problemi tardivamente affrontati e ben lungi dall’essere risolti è la gestione della frazione umida dei rifiuti. Quelli che noi vediamo come scarti alimentari per gli orsi sono invece risorse a basso costo energetico. Quindi se il Trentino non si dota, in tutti i Comuni interessati dalla presenza degli orsi, di contenitori di rifiuti appositamente realizzati sarà impossibile evitare che gli orsi si avvicinino agli insediamenti umani.

Occorre informare i turisti, ma anche i locali, dei corretti comportamenti da tenere e imporre che nelle zone frequentate da orsi, specie in primavera, i cani siano tenuti al guinzaglio. In particolari periodi, come avviene in Abruzzo, potrà essere necessario chiudere dei sentieri per evitare invasioni di campo da parte degli umani. Diffondendo il concetto che il territorio debba essere condiviso rispettando le diverse necessità. Mettendo in campo informazioni, sanzioni e controlli per evitare che i turisti inseguano gli orsi per fare riprese video e selfie per dimostrare il loro coraggio, che più banalmente è semplice stupidità.

I conflitti con gli allevatori vanno limitati grazie a capillari sistemi di dissuasione e protezione

Oltre alla gestione dei rifiuti, che è il principale motivo di avvicinamento dei selvatici ai centri urbani, come avviene per i cinghiali, occorre proteggere e gestire gli animali al pascolo. Se i malgari si sono abituati a essere da decenni senza predatori devono rendersi conto che, per fortuna, molti predatori sono tornati, o perché reimmessi come gli orsi o in quanto arrivati spontaneamente come i lupi. Quindi se non vogliono avere perdite devono comportarsi come i loro bisnonni, che non lasciavano gli animali al pascolo senza sorveglianza.

Allevare animali in natura non può essere fatto da dilettanti drogati dai fondi europei, dati a pioggia anche a chi svolge questa attività come secondo lavoro. Una situazione che non può più essere tollerata. Contro la quale devono battersi anche le amministrazioni, senza essere conniventi con comportamenti spesso ai limiti del lecito. Difendere le comunità locali non può e non deve prescindere dal dovere di far comprendere l’importanza dell’ambiente e del patrimonio faunistico, nell’interesse anche di chi in Trentino ci vive.

Nel frattempo fra orsi e ricorsi non bisogna dimenticarsi dei due orsi che restano prigionieri in condizioni inaccettabili a Casteller. Un fatto su cui in tantissimi si aspettavano un intervento mai arrivato della magistratura.

Vogliamo un assessorato per Animali e Ambiente in ogni città italiana

Vogliamo un assessorato per Animali e Ambiente in ogni città italiana

vogliamo assessorato animali ambiente

Vogliamo un assessorato Animali e Ambiente in ogni città italiana, per segnare un cambio di passo che oramai è indispensabile. Le questioni relative agli animali e all’ambiente nelle grandi città, ma anche nelle Regioni, sono in genere accorpate ad altri settori. Una sorta di appendice che bisogna avere, spesso per gettare un po’ di fumo negli occhi, ma che non sembra così importante da meritare un assessorato autonomo. Come se queste questioni fossero secondarie, poco rilevanti.

Cani falchi tigri e trafficanti

Troppo spesso i politici si ricordano degli animali solo quando arrivano le tornate elettorali, facendo promesse, giurando impegno. Ma è anche capitato, qualche tempo fa, che la vicinanza della scadenza elettorale abbia portato cibo in regalo, per le colonie feline o per le persone indigenti con animali. Un po’ come accadeva molti anni fa a Napoli, quando un barone della Democrazia Cristiana regalava nei comizi una sola scarpa, promettendo di consegnare la seconda in caso di vittoria.

Paarliamo di Milano, città in cui abito e nella quale ho gestito la sede cittadina di ENPA fino a luglio di quest’anno, e prendiamola come esempio, certamente non unico. Le giunte che si sono succedute nel tempo, di ogni colore, hanno fatto sempre molte promesse. I fatti purtroppo sono spesso mancati o sono stati molti meno di quanto ci si potesse aspettare. Il rapporto con le associazioni si è sfilacciato e anche oggi, nei programmi dei candidati Sindaco ci sono promesse molto generiche.

Vogliamo un assessorato per Animali e Ambiente autonomo, in grado di occuparsi davvero di due temi fondamentali

In questi anni il Comune di Milano ha avuto il merito di portare al traguardo una revisione del Regolamento Tutela Animali. Ma questa operazione, si potrebbe definirla un parto molto complesso, che ha richiesto anni e anni di travaglio, ricco di compromessi politici. Con un assessore che aveva deleghe di grande spessore, come lo sport, tempo libero e grandi eventi ma anche la delega agli animali, e al controllo sull’attività del garante ai diritti degli animali. Un assessore che certo non ha mai messo gli animali al centro del suo lavoro.

Così in una città come Milano le occasioni di incontro con la componente politica e quelle ufficiali con i garanti sono state pochissime, tanto da potersi definire quasi insistenti. Non è importante sapere perché sia andata così, ma posso testimoniare che è andata così. Forse perché la politica non ha ritenuto fondanti questi temi. Un vero peccato visto che molte sono le lacune che Milano presenta sulle questioni che riguardano gli animali e l’ambiente, come la stragrande maggioranza delle grandi metropoli italiane

Una grande città che non ha un servizio pubblico di soccorso per tutti gli animali senza padrone, dal pitone al gatto intrappolato nel motore. Non ha un numero unico a cui i cittadini si possano rivolgere per ottenere il recupero o il salvataggio per qualsiasi specie animale. Così la buona volontà delle associazioni, in particolare dell’ENPA milanese, è sempre stata determinante per aiutare gli animali in difficoltà.

Mancano pochi giorni alle elezioni amministrative e sarebbe bello sentire i candidati essere concordi su questo tema

Non esistono centri, previsti per legge, per il ricovero degli animali non convenzionali e ancora sono le associazioni che devono sopperire a questa carenza. Unica nota veramente positiva sarebbe l’Unità Tutela Animali della Polizia Locale, ma il condizionale è d’obbligo, in quanto, seppur molto bravi, sono purtroppo solo i classici quattro gatti (giusto per restare in tema). Il merito di avere oggi questa unità va riconosciuto all’ex assessore Chiara Bisconti, che la fece istituire durante il mandato del sindaco Pisapia.

Temi che andrebbero declinati con argomenti che non siano solo il miglioramento delle aree cani o la pet therapy. Oppure la concessione delle strutture comunali in uso gratuito alle associazioni, purché curino gratis gli animali degli indigenti. Che sintetizzato significa che il Comune ci mette immobili sfitti e le associazioni centinaia di migliaia di euro. Le questioni che riguardano animali e ambiente nelle grandi città meriterebbe voli più alti, obiettivi più ambiziosi, non buttati a pioggia ma scelti per creare una costante di percorso.

Eppure nei programmi quando si parla di ambiente si sentono temi sicuramente importanti, come la mobilità sostenibile e le piste ciclabili (anche se queste ultime qualcuno le vorrebbe purtroppo demolire) ma altri sono proprio assenti. Mancano progetti di rinaturalizzazione vera, che non significa piantare gli alberi o, quantomeno, non soltanto. Esiste infatti una grande differenza fra un parco cittadino e un’area pensata per favorire la vita e la sosta degli animali selvatici.

La tutela di animali e ambiente deve essere quotidiana, presente in ogni giorno dell’anno

Servono progetti di sensibilizzazione dei cittadini sui diritti degli animali, con costanti campagne per l’adozione e per la disincentivazione del commercio, per promuovere un’alimentazione più sostenibile. Attività che non dovrebbero essere condotte saltuariamente, ma che dovrebbero costituire tasselli di una programmazione costante. Non per attrarre consenso, ma per il convincimento della reale importanza di questi temi.

Sarebbe fantastico che a pochi giorni dalle elezioni tutti i candidati si impegnassero a far si che nelle prossime giunte fosse previsto un assessorato per gli animali e l’ambiente. Senza altri compiti, che si occupi solo di questo, ma che possa effettivamente fare la differenza, con fondi dedicati e non risicati. I tempi sono maturi per fare scelte nuove e impegnative, ma anche oramai obbligate, imperative. Ci vuole coraggio e visione, grande impegno e volontà, ma nel complesso mi sembra una bella sfida. Che deve essere vinta nell’interesse di tutti.

Storia di Milo, il gatto che andò al Polo Sud

Storia di Milo, il gatto che andò al Polo Sud

storia di milo gatto

Storia di Milo, il gatto che andò al Polo Sud è una favola per ragazzi, che dovrebbero leggere anche gli adulti, specie se sono interessati agli animali e alla tutela ambientale. Milo, oltre a essere un felino fortunato è diventato anche un gatto famoso, dopo il precedente libro Storia di Milo, il gatto che non sapeva saltare, diventato un best seller. Ma il gatto nero più famoso d’Italia non è un personaggio di fantasia, inventato da Costanza Rizzacasa, ma è proprio il suo gatto, in pelo, carne ed ossa. Un gattino molto fortunato, anche se con qualche problema di coordinamento motorio, che ha trovato una compagna molto disponibile.

La copertina fa capire subito che Milo condividerà la sua avventura, oltre che con la sua umana, anche con Hielito, un piccolo di pinguino imperatore. Che per una serie di traversie causate da trafficanti di animali, si ritrova molto, ma molto lontano dalla sua casa. Se nella vita ci sono ostacoli. che sono purtroppo insormontabili, il bello di scrivere favole sta proprio nella possibilità di abbatterli. Una storia come questa, scritta come una bella favola, deve prevedere un lieto fine, pericoli, difficoltà e tanti amici che ti possono essere d’aiuto.

Cani falchi tigri e trafficanti

Le favole servono anche per raccontare che il bene può vincere, che le difficoltà si possono superare e che, con un pizzico di ottimismo, si riescono a risolvere anche le questioni più intricate. Milo potrà contare, per concludere la sua avventura con il pinguino Hielito, non solo della sua compagna umana ma anche di tantissimi altri animali. Che saranno capaci di insegnare sempre qualcosa di nuovo a Milo, ma soprattutto ai giovani lettori, che scopriranno l’importanza di avere attenzione per l’ambiente, ma anche il valore dell’amicizia e il rispetto per gli animali.

Milo il gatto che andò al Polo Sud, in compagnia di un pinguino, per riportarlo a casa è una metafora della vita

Quando arriverete al fondo di questa storia guarderete le cose in un altro modo. I gatti neri saranno simpatici anche ai più superstiziosi, e avrete fatto qualche riflessione importante sugli animali in genere. Creature che meritano rispetto e attenzione e che, troppo spesso, gli uomini fanno soffrire per profitto. Ma ci sarà un momento in cui vi scoprirete a riflettere sull’importanza di sapere andare oltre, come dice a Milo Andrè, un camminatore che aveva attraversato a piedi le Ande: “Vedi Milo, noi siamo sempre curiosi di sapere cosa ci sarà oltre. E’ questo che ci motiva, che ci fa superare la fatica. La verità si trova sempre oltre la prossima montagna.”

Certo partire da una casetta vicino al mare, alle porte di Roma, e arrivare sino al Polo Sud non sarà uno scherzo. Questa lontananza, il timore dell’insuccesso e di non portare a termine la missione saranno lo stimolo per il piccolo lettore per correre verso la fine del libro. Per scoprire come farà il nostro Milo a riportare fino a casa Hielito e chi saranno tutti gli amici che incontrerà sul suo cammino. Con le loro storie, con i loro guai, che sono quasi sempre causati da noi umani.

La storia di Milo, il gatto che andò al Polo Sud è una favola moderna, ambientata in questi tempi così complicati, per i cambiamenti climatici, per la pandemia, per l’inquinamento. Costanza Rizzacasa d’Orsogna riesce a catturare l’attenzione, scrivendo di temi seri con la capacità di strappare comunque un sorriso, anche se talvolta un po’ agrodolce. E se anche questo libro, come il precedente, girerà il mondo e sarà tradotto in diverse lingue il successo del messaggio ecologista si amplificherà moltissimo.

Ugo Guanda Editore – rilegato – 128 pagine – 13,00 euro

Riaperta la caccia in Lombardia, aggirando la chiusura disposta dal TAR con un provvedimento da pirati

Riaperta la caccia in Lombardia, aggirando la chiusura disposta dal TAR con un provvedimento da pirati

riaperta caccia lombardia

Riaperta la caccia in Lombardia, aggirando la chiusura disposta dal TAR con un provvedimento da pirati, voluto solo per motivi elettorali. Matteo Salvini lo aveva promesso ai cacciatori e Fabio Rolfi, assessore regionale, lo ha fatto diventare realtà. Una replica vergognosa di quanto già fatto in Sicilia, per cercare di racimolare voti per le elezioni amministrative. Il centro destra ha nei cacciatori un bacino elettorale di tutto rispetto, sono pochi ma coesi, uniti da una passione che oramai i giovani neanche considerano.

In realtà nel provvedimento deciso dalla Giunta Regionale c’è più fumo che arrosto, riaprendo da subito solo la caccia da appostamento (la peggiore) ma solo due sono le specie che interessano veramente ai cacciatori: colombaccio e merlo. Poi viene riaperto l’addestramento cani e solo dal 2 ottobre la caccia riapre completamente. Non certo un caso che questa data sia proprio il giorno prima delle elezioni amministrative, che in Lombardia vedono la grande contesa di Milano.

Quello che rende davvero insopportabile questo comportamento da pirati è la gestione della cosa pubblica fatta per interessi privati. Il voler disporre di un bene collettivo, come il patrimonio faunistico, solo per perseguire il proprio tornaconto. Un comportamento che prende a scarpate in faccia il diritto, la giustizia e i cittadini senza provare l minimo disagio. Un sistema vergognoso dove l’oggetto, la caccia, passa in secondo piano rispetto alla gravità del gesto, allo scopo clientelare che si propone.

Riaperta la caccia in Lombardia con modalità da repubblica delle banane, non da Stato di diritto

La speranza resta nella matita degli elettori, che stufi di questi mezzucci vergognosi puniscano in modo esemplare chi li usa. Essere cittadini consapevoli supera l’idea politica e entra nel merito. Valuta il modo in cui questi amministratori gestiscono. Giudica l’arroganza che traspare da decisioni e promesse, da annunci di provvedimenti illeciti. Che vengono puntualmente adottati per favorire questa o quella categoria.

Come potremo mai impedire che i fiumi di denaro che stanno per arrivare dall’Europa vengano usati per favorire gli amici, per guadagnare consenso? Soldi che dovrebbero servire a costruire una società diversa, mentre in Italia si continua a gestire secondo criteri clientelari. Molti si impegnano per il cambiamento, ma troppi remano per mantenere poteri consolidati. In una democrazia matura è solo il voto a fare la differenza, sono gli elettori che possono decidere. Seppur in un panorama politico complessivamente desolante.

Il cambiamento non passerà dalla politica, deve passare sulla politica. Nel senso che quando l’elettorato avrà voglia di capire, di interessarsi, di partecipare allora qualcosa potrà cambiare. Si potrà discutere di temi e non di sistemi, si potrò occuparsi di interessi collettivi e non personali, per l’interesse comune. Un provvedimento non deve accontentare qualcuno, in questo caso i pochi cacciatori superstiti, ma essere utile alla collettività.

Sono eletti (e pagati) per amministrare il patrimonio collettivo, non per cercare mezzucci per tenersi le poltrone.

Ibridi di lupo e cattiva informazione: il pericolo cresce quando sembra essere autorevole

Ibridi di lupo e cattiva informazione: il pericolo cresce quando sembra essere autorevole

ibridi lupo cattiva informazione

Ibridi di lupo e cattiva informazione uniti possono creare inutili allarmi, specie se a fare affermazioni infondate sono persone apparentemente titolate a farlo. Troppo spesso i media rilanciano informazioni che generano inutile allarmismo e, soprattutto, sono destituite di fondamento, considerando che non sono riconosciute dalla comunità scientifica. Una di queste falsità, che trova spesso spazio sugli organi di informazione, è che i lupi ibridi siano più pericolosi di quelli puri. Un’affermazione fatta senza basi scientifiche, non confermata da episodi oggettivi e quindi da ritenere falsa.

Cani falchi tigri e trafficanti

Un avvistamento di lupi a Potenza Picena, nel maceratese, ha scatenato allarmi, articoli di stampa utili solo a diffondere il panico e poi, dulcis in fundo, un testo ripreso da moltissimi giornali online dove si sottolinea che occorre lasciare la parola agli esperti. Leggendo però gli articoli e facendo una breve ricerca si capisce che non si tratta di esperti di lupi. Si trova un sito internet aggiornato al 2019, nel quale uno degli esperti racconta di varie attività in ambito naturalistico, occupandosi anche di falconeria e di allontanamento dei piccioni.

Insomma nulla che lo possa collocare come studioso della vita dei lupi. Il secondo “esperto” risulterebbe essere un biologo marino, che svolge la sua attività prevalentemente per creare progetti europei. Senza nulla togliere al suo sapere sembra che sia più un lupo di mare, che uno studioso di lupi. Eppure entrambi redigono un documento sui predatori, che gira evidentemente per le redazioni e viene ripreso da varie testate. Affermando anche cose condivisibili, sino a quando non parlano di ibridi fra cani e lupi o di un lupo “addomesticato”.

Ibridi di lupo e cattiva informazione possono dare vita a fantasmi che esistono solo nella penna di chi li descrive

Fare divulgazione naturalistica spesso significa dare voce a chi fa ricerca sul campo, a chi svolge la sua attività in un settore specifico. Questo significa anche poter fare affermazioni che sono state validate dagli studiosi, che sono un patrimonio di conoscenza comune. L’errore è in agguato quando non ci si sa fermare per tempo.

Pericolosi e spesso scambiati per lupi, sono gli “Ibridi”, meglio conosciuti come “cani-lupo”, che, più adattati alla presenza dell’uomo, appaiono meno timorosi e più aggressivi; anche su questi animali si sta effettuando da tempo un monitoraggio; tuttavia le analisi effettuate dagli Enti preposti hanno individuato nel Lupo (Canis Lupus Italico) la specie presente nel territorio di Potenza Picena, escludendo, appunto, gli Ibridi.

Estrapolato dall’articolo “Polini (zoologo) e Dernowski (biologo) intervengono sulla presenza dei lupi: “Ma il lupo è buono o cattivo?” pubblicato sul Cittadino di Recanati e da altri

Iniziamo col dire che i cani lupo riportano alla mente Rin Tin Tin e non certo un ibrido fra un lupo e un canis lupus familiaris. Al di là dell’imprecisione, magari infelice, quello che è certo è che quanto affermato non risponde al vero. E non è dato di sapere su che basi gli enti preposti abbiano mai stabilito che si tratti di lupi puri e non di ibridi, stante che non si citano esami del DNA. Non sono riportate aggressioni verso umani da più di due secoli, come confermano gli esperti, né di lupi, né di ibridi fr cani e lupi. Gli studi, passati e in corso, non hanno determinato una maggior pericolosità dei soggetti ibridi, se non quella per il patrimonio genetico dei lupi.

I lupi ibridi non sono più pericolosi e neanche sono in grado di prevenire i terremoti, come un altro esperto disse in TV

Ognuno che faccia il divulgatore, per passione o per mestiere, dovrebbe parlare di ciò che conosce. Riferendo certezze scientifiche e evitando pericolose scivolate verso affermazioni a effetto, che peraltro danneggiano l’immagine in modo talvolta irreparabile. In effetti se i lupi avessero la capacità giuridica di stare in giudizio credo che sarebbero molti i procedimenti giudiziari per calunnia e diffamazione. E si può affermare, senza tema di smentita, che sarebbero vinti a mani basse.

I giornali, anche quelli online, dovrebbero fare molta più attenzione a quello che pubblicano, perché se già fanno inorridire le affermazioni da “bar dello sport” dei social, quelle sui giornali sono inaccettabili. Esiste un obbligo di verifica, un limite alla decenza spesso travalicato da titoli studiati per fare sensazione, per raccogliere click. Esiste un dovere di fare informazione in modo corretto, leale e veritiero, senza assecondare il padrone di turno (e sui lupi il mondo venatorio e quello agricolo ne san qualcosa). Non perché si è iscritti a un ordine professionale, che potrebbe contare davvero poco, ma per dignità personale.