Orsi e lupi sono sovrabbondanti: parola di ministro Lollobrigida

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Orsi e lupi sono sovrabbondanti nel nostro paese, secondo quanto ha affermato il neo ministro all’Agricoltura e alla Sovranità Alimentare durante un incontro in Alto Adige. Una dichiarazione, che oltre a far sorridere per il concetto espresso con un termine scientificamente improbabile, sicuramente non fa presagire tempi sereni per la fauna. Del resto questo era chiaro già prima delle elezioni, quindi chi ha votato la coalizione ha implicitamente approvato l’idea di un uomo sempre più padrone del territorio. Un antropocentrismo che da anni è contenuto nel lessico dei due maggiori partiti di questo inedito governo.

“Noi dobbiamo proteggere le specie in estinzione, ma non incrementare le specie che possono essere dannose per allevatori e produzione nazionali. È evidente che se 30 anni fa alcune specie erano in estinzione, oggi sono sovrabbondanti, quindi bisogna affrontare il problema con pragmatismo e senza ideologia, che hanno reso impossibile attività virtuose come allevamento e agricoltura”

Dichiarazione tratta dall’articolo della testata Alto Adige

Appare evidente che il ministro, probabilmente preso dalla foga oratoria o forse per una conoscenza superficiale del mondo naturale, sia scivolato in un commento da bar sport. Motivato anche dalla voglia di piacere a una platea fatta di agricoltori e allevatori, che volevano avere la certezza del significato di sovranità alimentare. Che sembra potersi riassumere nel concetto “prima agricoltori e allevatori, poi animali e ambiente“. Così al ministro sfugge che fra estinzione e sovrappopolazione, non ci sta la sovrabbondanza, ma l’equilibrio. Senza il quale l’uomo in un tempo breve rischia di estinguersi come i dinosauri per una politica incapace di comprendere la necessità di avere visione, basata sul futuro e non soltanto su domani.

Orsi e lupi sono sovrabbondanti solo nelle parole in libertà del neo ministro Lollobrigida

Solo pochi mesi fa si è concluso il monitoraggio sulla popolazione dei lupi nel nostro paese, che ha fornito il quadro sulla presenza del predatore su tutto il territorio dello stivale. Una popolazione che si è diffusa, grazie all’aumentato numero di ungulati selvatici che costituiscono le loro prede principali. Come hanno capito anche molti allevatori. Le predazioni fatte dai lupi sugli animali domestici sono quasi tutte dovute a una mancata vigilanza sugli animali al pascolo, al non uso dei sistemi di protezione come cani da guardiania e recinti elettrificati. Eventuali perdite subite dagli allevatori sono comunque indennizzate, anche quando questi non utilizzano nessuna attività di prevenzione.

Appare quindi grave che un ministro, che deve sempre mettere al centro della sua azione la collettività e non solo alcune categorie, pronunci concetti così sconnessi. Dalla realtà, dal suo ruolo ma, soprattutto dai criteri scientifici che affermano da tempo che la salute del pianeta è indissolubilmente legata con equilibrio e tutela ambientale. Senza poter dimenticare, nelle parole del ministro, quel riferimento alle attività virtuose come l’allevamento, che sono invece responsabili di buona parte dei problemi ambientali. Che si affacciano ogni giorno con sempre maggior prepotenza e che non saranno tenuti a bada con le chiacchiere.

La tutela ambientale non è prioritaria per il governo, come si capiva già prima della sua formazione e dalle prime attività messe in campo. Come la ripresa di nuove trivellazioni in Adriatico per sopperire alle problematiche venutesi a creare con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Un’idea scellerata, considerando che l’idea per un futuro in grado di limitare le emissioni non passa attraverso il gas. Che può essere un’energia di transizione, ma non una scelta per il futuro energetico italiano o planetario. Che senso ha, quindi, aprire nuovi pozzi che entrerebbero in funzione fra anni?

La tutela ambientale e l’aumento della sostenibilità delle attività umane rappresenta l’unica luce in fondo al tunnel

I cittadini dovrebbero pretendere che le priorità dell’esecutivo siano quelle che sono al centro delle preoccupazioni di tutta la comunità scientifica. Non è più tempo di demagogia, frasi a effetto e di facile ricerca del consenso, occorre agire con provvedimenti urgenti e di buon senso. Anziché preoccuparsi dei lupi o degli orsi, ministro Lollobrigida, si preoccupi di rendere l’agricoltura ecosostenibile e di puntare a una progressiva riduzione degli allevamenti di animali. Non si possono più sentire sempre le stesse argomentazioni, vuote e senza verità, perché chi governa in questi tempi burrascosi, ha il dovere di garantire il futuro alle prossime generazioni.

Il clima da costante campagna elettorale, le dichiarazioni prive di contenuto e i provvedimenti che non contengano, anche, criteri di sostenibilità ambientale sono fuori dal tempo. Non soltanto perché hanno mortificato in anni e anni, sotto governi di ogni colore, il nostro paese, ma anche perché il tempo delle scelte è finito. Ora c’è soltanto il coraggio delle decisioni, responsabili e prese in nome del bene comune, per l’intera comunità umana.

Circo e animali: proteste a Brescia ma le regole non vengono rispettate

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Foto di repertorio

Circo e animali, proteste a Brescia delle associazioni contro il Circo di Maya Orfei che porta in città lo spettacolo Madagascar, esibendo oltre cento animali. Fra i motivi delle proteste anche il luogo di attendamento del complesso circense, che si è insediato su una spianata di cemento. Con gli animali costretti a passare dagli spazi angusti dei carrozzoni da trasporto a recinti esterni allestiti sul cemento del piazzale. Uno spazio non adatto a consentire un seppur minimo benessere alle numerose specie che il circo si vanta di ospitare. Per correttezza, però, bisogna dire che gli spazi dove attendarsi non li scelgono i circensi ma i Comuni e in questo caso la città di Brescia.

L’unica legge che regolamenta la materia degli spettacoli circensi risale al 1968 e non è mai stata svecchiata, lasciando che le scarse regole diventassero una via di fuga per amministrazioni e circhi. I Comuni hanno per legge l’obbligo di indicare un luogo dove i circhi, se in regola con le norme sulla sicurezza degli spettacoli, possono attendarsi e Brescia, da sempre, mette a disposizione questo spazio, che è una distesa di cemento, come accade in quasi tutte le città. La responsabilità delle amministrazioni comunali è quella di dare le autorizzazioni obbligatorie, valutando il circo nel suo complesso. Verificando con attenzione tutti gli aspetti, dalla sicurezza degli spettatori alle condizioni di vita degli animali.

Circo e animali, le proteste di Brescia devono essere rivolte al Comune che ha consentito l’attendamento

Quasi sempre quando vengono fatti i controlli preventivi della commissione provinciale di vigilanza, composta fra gli altri anche da personale del servizio veterinario pubblico, tutto sembra essere in regola. In base a valutazioni fatte senza tenere conto delle esigenze degli animali, potendo i Comuni dare ai circhi prescrizioni vincolanti. Se i circensi sono responsabili di usare ancora gli animali negli spettacoli i Comuni hanno la responsabilità dei controlli fatti secondo il metodo “così fan tutti”. Con verifiche eseguite puntualmente, applicando alla lettera le poche norme, sarebbero ben pochi i circhi in grado di ottenere il nulla osta.

Esistono diverse norme che i Comuni possono utilizzare, anche se sono sprovvisti di un regolamento sulla tutela degli animali. A cominciare dalle regole che il Sindaco può imporre, come autorità di pubblica sicurezza, nel momento in cui vi è presenza di animali pericolosi. Pretendendo, per esempio, che i recinti che ospitano gli animali all’esterno, obbligatori secondo le prescrizioni della Commissione Scientifica CITES, abbiano una doppia cinta. Una precauzione che eviterebbe, come spesso accade, che gli animali evadano dai recinti per darsi alla fuga nelle strade cittadine.

La seconda possibilità che hanno è di subordinare la concessione del nulla osta allo spettacolo al puntuale rispetto delle direttive CITES, che prevedono una serie di criteri. I recinti esterni, ad esempio, devono essere dotati di arricchimenti ambientali, per consentire agli animali di non patire la noia. Inoltre devono avere vasche idonee per consentire il bagno a tutte le specie con consuetudini acquatiche, come tigri e ippopotami. Un ippopotamo che sia tenuto in condizioni che non gli consentano di potersi immergere a piacimento deve essere considerato in una situazione di maltrattamento. Per queste specie galleggiare sull’acqua significa scaricare il peso dalle zampe e questo è un bisogno irrinunciabile.

Gli zoo viaggianti non devono essere autorizzati per le visite del pubblico

I servizi veterinari e la polizia locale hanno degli obblighi che sono relativi anche all’accertamento del benessere animale. Che devono e possono verificare nel corso delle verifiche preventive, vincolando il parere favorevole della commissione al rispetto effettivo delle, poche, norme. Peraltro ci sono sentenze della Cassazione che hanno riconosciuto limiti nell’esclusione dall’applicazione della legge 189/2004, che tutela gli animali dai maltrattamenti. Una sorta di salvacondotto limitato, possibile solo sino a che vengono rispettate le leggi speciali in materia. Considerando che la legge di riferimento per i circhi è solo la 337/1968, che nulla stabilisce in materia di benessere animale, la tutela dai maltrattamenti resta quindi pienamente operativa.

I Comuni devono poi espressamente vietare l’esibizione degli animali negli zoo itineranti perché l’attività espositiva non rientra in quella circense, salvo che non sia intestata a diversa personalità giuridica. Ma se così fosse le autorizzazioni devono essere separate e distinte e gli animali della mostra faunistica non dovrebbero essere quelli usati negli spettacoli. Analogo discorso e verifica devono essere compiute sulle modalità di detenzione degli animali pericolosi, che richiedono un’espressa autorizzazione rilasciata da una Prefettura. Nell’autorizzazione dovrebbero essere allegate anche le planimetrie delle strutture di detenzione autorizzate. Queste licenze, obbligatorie, non vengono quasi mai verificate.

Il mondo del circo è complesso ma troppo spesso i controlli vengono realizzati seguendo la logica che al circo tutto, o quasi, sia permesso, ma non è così. In attesa che si arrivi a una dismissione degli animali nei circhi, un percorso lento ma oramai ineluttabile, i cittadini hanno il diritto di pretendere controlli efficaci. Capaci di garantire l’incolumità di animali e spettatori e condizioni di vita che rispettino almeno le prescrizioni stabilite dalla Commissione CITES, proprio per garantire un benessere minimo.

Tratta dei cuccioli: la Polizia Stradale arresta il noto commerciante Claudio Vigani

Tratta dei cuccioli: la Polizia Stradale arresta il noto commerciante bergamasco Claudio Vigani, noto alle cronache e agli organi di polizia. Dopo un’indagine durata due anni, con una pazienza certosina e grazie a un lavoro investigativo ben coordinato, dal PM Silvia Marchina della Procura di Begamo. Insieme al Vigani, finito in carcere, sono state messe ai domiciliari altre tre persone della famiglia e il sedicente allevamento è stato posto sequestro. Una storia quella del Roccolino di Gabbione di Trescore (BG) che dura da anni, ben conosciuta da tutti gli operatori di polizia che si sono impegnati in questi nel contrasto al traffico dei cuccioli. E mai sufficientemente perseguita.

Un successo raggiunto oggi grazie alla tenacia e alla costanza del Nucleo di Polizia Giudiziaria della Polizia Stradale di Bergamo, che ha fatto tutto quello che era necessario per arrivare a questi arresti. A cominciare dalle intercettazioni telefoniche alle quali era sottoposta la famiglia del Vigani, che hanno fatto emergere comportamenti molto gravi. Che hanno dimostrato la piena consapevolezza degli indagati nel portare avanti condotte delittuose, con il fine di realizzare illeciti guadagni. Grazie al solito rodato meccanismo di cuccioli importati dall’Est Europa, tolti in giovane età alle madri e importati con documenti contenenti dati alterati. Uno schema operativo visto mille volte, ma complesso da individuare e da riconoscere, specie da un organo di controllo come la Polizia Stradale, che normalmente si occupa di altri tipi di reato.

Invece, con la volontà di conoscere come funzionano i traffici, gli uomini della Stradale hanno fatto come Pollicino, ricostruendo tassello dopo tassello come avveniva il traffico, come individuare i documenti falsi e ipotizzare le violazioni commesse. Potendo così portare al pubblico ministero le prove necessarie per mettere sotto controllo i telefoni, un’attività investigativa indispensabile per acquisire prove non discutibili. Come la frase acquisita agli atti “…il cane deve essere messo in braccio al bambino così si affeziona e lo compra di sicuro“. Poco importa se poi i cuccioli muoiano dopo pochi giorni e i bambini si ritrovino assaliti dal dolore . Causato dall’ingordigia di quanti su questi traffici non solo campano ma pure si arricchiscono.

Indagando sulla tratta dei cuccioli la Polizia Stradale ha raccolto sessanta querele da parte degli acquirenti truffati

Conosco bene il fenomeno della tratta dei cuccioli, come saprà chi segue il blog, e ho conosciuto anche Vigani e il Roccolino. Un commerciante capace di fare lo slalom attraverso le maglie della giustizia, passando indenne attraverso sequestri e denunce. Grazie a una giustizia troppo lenta, che molte volte assicura non l’assoluzione ma la certezza della prescrizione, garantendo non solo impunità ma anche i guadagni. Come dimostra il caso dell’indagine finita in prescrizione a Monza, con restituzione dei cani al Vigani. Che alla fine li vendette ai custodi, guadagnando ancora soldi.

In Europa ogni anno il commercio legale e quello illegale movimentano circa 8 milioni di cuccioli. Il traffico illegale di cuccioli importati dai paesi dell’Est con documenti falsi copre più della metà di questo mercato della sofferenza. Vendendo cani pagati intorno ai cento euro, che nel giro di poche migliaia di chilometri moltiplicano il loro valore anche di trenta/quaranta volte. Più redditizio del traffico di droga, ma infinitamente meno rischioso. Un traffico dove la domanda non la creano i tossicodipendenti, ma le persone che comprano cani come fossero un complemento d’arredo.

Ho inseguito questo fenomeno per trent’anni e se agli inizi gli acquirenti erano inconsapevoli oggi non è più così. Le persone sanno o comunque potrebbero sapere con qualche piccola ricerca. Ma sono convinti che sul web si facciano ottimi affari e non si accorgono di essere fiancheggiatori dei criminali, che per giunta li truffano. Vendendo a prezzi da capogiro cani che non sono di razza, ma solo somiglianti: in fondo dei “bastardi” senza colpa ma meno sani dei meticci. Gli incroci fortificano ed è per quello che i meticci sono più sani dei cani della tratta dei cuccioli, incrociati mille volte fra consanguinei. Per questo bastardo è bello, anche se è un termine che oggi è ritenuto politicamente scorretto.

Qualche mese di carcere potrebbe essere un buon viatico per capire, ma chi traffica ha sempre ottimi legali

La parola fine però non la metteranno gli arresti fatti dai poliziotti della Stradale, ma le sentenze e questo è sempre il cuore del problema. Vigani, ancora una volta, l’ennesima, è innocente fino a prova contraria. Sino a quando la Corte di Cassazione non arriverà a rendere definitive le condanne, se ci saranno. Ma i reati contro le persone, contro gli animali e tutti quelli che comportano sofferenza a degli esseri viventi dovrebbero avere una corsia preferenziale. Con l’impossibilità di accedere alla prescrizione, perché questa tipologia di reato è grave, mina la coesistenza e denota l’assenza di empatia e il profilo sociopatico di chi li commette.

Il fallimento della giustizia è quando chi commette questi crimini li può reiterare una, due, tre volte senza mai pagare il prezzo. Dando l’idea alle forze di polizia che il crimine paga, ben più di quanto lo Stato paghi a loro di stipendio. Portandoli a non indagare su questi reati, così poco considerati il più delle volte, ma così gravi a conoscere davvero modus operandi e il danno causato, a cominciare dall’evasione fiscale per finire con i rischi sanitari. Come le nuove forme di cimurro e la rabbia, una zoonosi mortale per l’uomo.

Questo è il tema su cui bisogna lavorare per contrastare i crimini contro gli animali: formare e informare. Grazie alla formazione delle forze di polizia e degli organi di controllo su come contrastare i crimini contro gli animali, fornendo loro utili strumenti di lavoro. Strappando quel velo di pregiudizi che copre e nasconde questi reati, etichettandoli come minori. Occorre poi informare i cittadini dei rischi che corrono, delle sofferenze che causano, della malavita he finanziano. Sono queste le uniche strade per contrastare efficacemente un fenomeno diffuso e radicato come questo.

Sfattoria degli ultimi, il TAR abbatte l’ordinanza di abbattimento dei suidi per carenza di motivazioni

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Sfattoria degli ultimi, il TAR abbatte l’ordinanza di abbattimento dei suidi per carenza nelle motivazioni che sorreggono il provvedimento. Una sentenza se vogliamo inevitabile considerando l’assurdità di un abbattimento collettivo in assenza di animali contagiati. Tutti i suidi presenti erano stati condannati a morte in quanto il santuario si trova all’interno di una zona rossa per la peste suina. Con un’ordinanza di abbattimento che aveva trovato conferme sia dal commissario straordinario che dal Ministero della Salute.

Questa vicenda ha tenuto con il fiato sospeso molti sostenitori dei santuari, che rappresentano porti sicuri per questi animali, ma per i quali non esiste una normativa specifica. Il vuoto legislativo, che si spera venga colmato, fa si che un santuario diventi una sorta di ibrido fra un allevamento, improduttivo e un’abitazione con animali diversi dai soliti cani e gatti. Per non sbagliare i servizi veterinari pubblici hanno così decretato, mesi addietro, l’abbattimento di tutti i suidi presenti. Ritenuti possibili veicoli della peste suina africana, una malattia contagiosa e pericolosa per gli allevamenti, ma innocua per l’uomo.

Il provvedimento adottato il 2 agosto scorso e una serie di atti e delibere a corredo sono stati giustamente annullati dal TAR del Lazio. Che ha ritenuto scarsamente motivate le ordinanze di abbattimento, considerando peraltro che la struttura operava in regime di biosicurezza. Seguendo l’evoluzione di questa vicenda l’impressione che ne esce è quella di una sanità che opera secondo criteri discutibili. Basati più sulla tutela dei suoi dirigenti che non sul reale pericolo costituito dai suidi della Sfattoria degli ultimi. Peraltro, a distanza di mesi, se gli animali fossero stati contagiati avrebbero da tempo manifestato la malattia e potevano, comunque, essere testati per escluderlo

Con la Sfattoria degli ultimi il TAR fissa un punto fermo, immaginando che il Ministero della Salute non ricorra al Consiglio di Stato

Restano però aperte diverse questioni, come il ricorso agli abbattimenti preventivi, che non rappresentano un sistema efficace per fermare il contagio e la collocazione giuridica dei santuari. Strutture che devono essere svincolate dal concetto di allevamento, con una regolamentazione ad hoc, che stabilisca regole certe. Nell’interesse pubblico e degli animali che queste strutture private ospitano. Del resto il tentativo di fermare l’epidemia è complessivamente fallito in tutta Europa, tanto che dopo essere comparsa in Russia e Bielorussa intorno al 2010, ha piano piano invaso anche i paesi dell’Unione, Nonostante azioni di contenimento delle popolazioni di cinghiali, che non sono servite ad arrestarne l’avanzata, nemmeno in nazioni ad altissima densità di cacciatori.

I provvedimenti adottati dalle autorità sanitarie nei confronti dei suidi ospiti della “Sfattoria degli ultimi” sono stati un grande errore. Sotto il profilo della comunicazione, alimentando ostilità nei confronti della sanità pubblica, ma anche sotto il profilo di un ipotetico quanto improbabile risultato. L’EFSA, l’ente europeo che si occupa di sicurezza alimentare ha attuato una campagna di informazione sulle misure di prevenzione contro la peste suina. In tutto il materiale informativo, compreso questo video, si capisce con molta chiarezza quali e dove siano i potenziali rischi di diffusione e tutto ruota intorno alle attività fondamentali di biosicurezza.

Decidere l’abbattimento di animali sani in un’area privata che adotta misure di prevenzione del contagio è un controsenso. Calcolando che gli animali possono essere testati e che le cose più importanti sono quelle di non spostarli e di non farli entrare in contatto con i selvatici. L’ordinanza di abbattimento era quindi un provvedimento abnorme, che forse cercava di risolvere contrasti precedenti fra proprietà e autorità più che eliminare un rischio sanitario. Motivi per i quali, con certa probabilità, il TAR del Lazio ha stabilito che vi fosse una carenza di motivazioni: in sintesi l’autorità sanitaria aveva assunto un provvedimento sulla scorta di informazioni carenti o del tutto assenti.

La peste suina africana è avanzata inesorabilmente e la caccia potrebbe avere aiutato e non ostacolato la sua diffusione

Sempre EFSA, in uno dei suoi documenti, ripresidal sito istituzionale, scrive: “Per ridurre i rischi di epidemie, dovrebbero essere attuate misure come la caccia intensiva e la non alimentazione dei cinghiali selvatici. Quando un’epidemia è già in corso, dovrebbero essere evitate attività che possano aumentare il movimento dei cinghiali (ad esempio le battute di caccia organizzate)”. Consapevole del fatto che il contenimento dei cinghiali, posto che sia davvero efficace, diventa controproducente quando l’epidemia è già in atto. Mentre l’unico metodo sensato è rappresentato dalle misure di biosicurezza e dalla separazione degli allevamenti dagli ambienti naturali.

Per difendere gli allevamenti intensivi di maiali e per evitare il danno economico conseguente si è scelto, invece, di creare delle zone bianche, dove non fosse più presente nemmeno un cinghiale. Un’idea che nella pratica è irraggiungibile, non potendo mettere reti ovunque, con doppie recinzioni, per poi sterminare tutti i cinghiali presenti. Sarebbe stato più logico ed economicamente sostenibile mettere in sicurezza gli allevamenti di suini, prima di arrivare, come sarà indispensabile, a una rivoluzione del concetto stesso di allevamento.

In Italia ci siamo assuefatti ad avere un’amministrazione pubblica che travalica sistematicamente i confini della legittimità. Lo fanno le Regioni con i calendari venatori che, anno dopo anno, reiterano provvedimenti già cassati dai tribunali amministrativi, in cerca di consensi politici. Lo fanno le ASL e i veterinari pubblici quando decidono di attuare o non attuare in modo corretto le disposizioni di legge. E ancora lo fanno le amministrazioni quando cercano di forzare la mano per decidere in autonomia l’abbattimento dei predatori. Un sistema che sottrare risultati, sperpera denaro pubblico e mina la fiducia nelle istituzioni.

Me l’ha detto l’armadillo, cronache di storie vere sugli animali

Me l’ha detto l’armadillo è un libro che deve il senso titolo alla trasmissione radiofonica “Considera l’armadillo“, molto seguita su Radio Popolare. Un appuntamento fisso a tema animali, pensato da Cecilia Di Lieto nel 2014 proprio per dare spazio e voce alle problematiche che costellano il nostro rapporto con loro. Nella trasmissione sono stati affrontati un’infinità di argomenti, proprio per raccontare questioni irrisolte, notizie importanti e battaglie in corso.

Il libro non è ovviamente il riassunto di quanto detto in radio ma un’antologia di racconti che parlano di storie vere. Vicende vissute da persone che hanno deciso di dedicare una parte importante della loro vita agli animali e alla conservazione. Che hanno voluto condividere queste esperienze parlando con l’autrice del libro, per raccontarle a un pubblico più vasto. Il bello di questi racconti è che passano da animali totemici come capodogli e balene per arrivare sino alla poco conosciuta patella ferruginosa.

Qualcuno si starà già chiedendo cosa ci possa essere mai di affascinante nella vita di una patella, mentre altri si accorgeranno di non sapere della sua esistenza. Eppure il senso di questo libro è proprio quello di intrigare, raccontando la vita che popola il nostro pianeta, dove anche la patella è importante. Vita, rispetto, attenzione e cura sono il filo conduttore della trasmissione radiofonica e anche di questo libro.

Me l’ha detto l’armadillo é un po’ libro, un po’ strumento per far capire l’importanza di difendere la biodiversità

Sono stato molte volte ospite della trasmissione, per parlare degli argomenti più disparati, e questo fatto mi lega a Cecilia. Alla quale riconosco quella caparbia passione che porta ad affrontare temi scomodi, dando voce a tutti. Spesso privilegiando i contenuti più che gli ospiti, perché si sa, neanche all’armadillo sono tutti simpatici. Il libro merita davvero di essere letto, con la capacità narrativa di chi racconta e si racconta, prendendo per mano il lettore. Per portarlo nelle profondità degli abissi marini o attaccato a una scoglio come la famosa patella.

Non mancano i racconti sui nostri animali domestici, sulle persone che si sono impegnate e si impegnano ogni giorno per aiutarli. Senza dimenticare gli animali che finiscono nei piatti, allevati in condizioni spesso completamente inaccettabili. Con numeri di vite sacrificate ogni anno che certo merita delle riflessioni, sulla compassione, ma anche sulla sostenibilità di questo sistema alimentare.

Diffondere conoscenza e rispetto per animali e ambiente significa aggiungere un granellino di sabbia a quella montagna che dobbiamo tutti contribuire a far crescere. Solo la cultura e la corretta informazione serviranno a difendere il pianeta e, di conseguenza, la nostra specie. La battaglia che stiamo combattendo, oggi, è per noi e per le future generazioni e anche un libro svolge un ruolo importante. Conoscere significa capire l’importanza della sostenibilità, del rispetto verso gli altri esseri viventi che lo meritano proprio come noi.

Altraeconomia – pagine 160 – Euro 15,00

Lupo aggredisce cane e lo uccide: la sola responsabilità è dell’uomo

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Lupo aggredisce cane e lo uccide per mangiarselo: questa è uno dei tanti titoli che si possono trovare su giornali e media. Declinati in diversi modi, a seconda delle testate e della convenienza, andando da “Lupo sbrana cani davanti agli occhi del padrone” a altri più truculenti. In questo caso il male non è negli occhi di guarda ma di chi scrive, perché l’obiettivo non è raccontare la cronaca ma generare paura nei confronti del predatore. Che è bene ricordare non attacca l’uomo da almeno 150 anni, fatti salvi sporadici casi di morsicatura causati da lupi resi confidenti offrendo cibo o detenuti illegalmente.

Il fatto che il lupo aggredisca una possibile preda non deve stupire, così come la sua naturale conseguenza: l’animale ucciso diventerà un pasto. Stiamo parlando di lupi, non di uomini, e se uccidono lo fanno per trovare cibo e una volta abbattuta una preda la sbranano. Unico modo che ha un carnivoro per mangiare tutto quello che non può ingerire intero. Nulla che possa collegare questo comportamento naturale a un pericolo per gli uomini. Nulla di più violento di quanto avviene dietro le pareti di un macello.

Eppure il fatto che un lupo possa uccidere e mangiarsi un cane sembra essere un fatto terribile, crudele. Diventa davvero la dimostrazione di quanto sia pericoloso questo feroce predatore oppure solo una voluta alterazione della realtà? Mai come in questi tempi dovrebbe essere chiaro che la creatura più illogica del pianeta sia il sapiens, con tutti i suoi eccessi di crudeltà, portati avanti con grande disinvoltura su donne e bambini. Eppure nonostante questo ci sentiamo in diritto di demonizzare comportamenti naturali.

Lupo aggredisce cane e lo uccide per mangiarselo – Uomo uccide un suo simile per una lite per un parcheggio

Due situazioni che terminano nello stesso identico modo: con la morte di una delle due parti. Ma se la prima fa orrore e mette paura, mostrando il lupo come un pericoloso demone, la seconda non raggiunge neanche gli onori della prima pagina, ma solo un trafiletto in cronaca. Eppure, ragionando, la prima situazione è naturale come l’arrivo di un temporale, mentre la seconda dovrebbe minare a fondo coscienza di sé e convivenza. Ma non è così perché, in fondo, la crudeltà umana non crea più la notizia, come non lo fanno i morti annegati nel Mediterraneo o i civili in Ucraina.

Il lupo non aggredisce il cane per crudeltà, ma solo per convenienza: i predatori scelgono sempre di provare a uccidere il soggetto più debole del branco. La motivazione che li rende efficaci bioregolatori non va cercata nella supposta pericolosità del lupo, ovviamente, ma nella scelta di attaccare la preda che costerà minor dispendio di energetico. Risparmiare le energie è una necessità per ogni predatore, marino o terrestre, perché la maggioranza degli attacchi vanno a vuoto, costano risorse ma non garantiscono proteine. Un cane alla catena è una preda più facile di un cinghiale o di un capriolo, come lo sono i cani lasciati liberi di vagare per boschi.

Il cane però non è un animale selvatico, ma un animale che vive con l’uomo e per il quale chi lo possiede decide. Di lasciarlo a vita legato a una catena. illudendosi che possa davvero fare la guardia, oppure lasciandolo di vagare nei boschi durante la stagione di caccia o solo pensando di farlo divertire. La responsabilità di quanto di negativo accade in questi casi non è una colpa del lupo, ma il frutto del comportamento dissennato messo in atto dal padrone. Incapace di soppesare rischi e possibili benefici.

I lupi non aggrediscono i cani per mancanza di prede, sono gli uomini che li invitano a vedere i cani come cibo

I lupi sono diffusi su tutto il territorio italiano, che ha una grande disponibilità di animali selvatici. Questi predatori sono riusciti a crescere di numero non soltanto grazie alle leggi che li tutelano, ma anche e soprattutto grazie a una diffusa e massiccia presenza di ungulati selvatici. Che sono le loro prede per elezione, come dimostrano i molti studi fatti sul tema. Eppure sul territorio, specie nelle regioni meridionali, sono presenti anche cani randagi, che spesso si sono ricostituiti in branchi. Ma i cani non sono le prede abituali del lupo, specie quando sono organizzati in gruppi con regole non così diverse.

Per questo mentre il lupo è un ottimo regolatore delle popolazioni di ungulati non sembra avere alcun impatto sul randagismo. Le cose cambiano quando un cane è solo, magari tenuto a catena in un luogo isolato e senza possibilità di difendersi, oppure viene sorpreso da un branco di lupi mentre vaga nei boschi, dove un cane non dovrebbe essere mai lasciato libero di andare. Lo sanno bene i cacciatori, specie quanti praticano le battute al cinghiale, della possibilità tutt’altro che remota che il cane resti ucciso o venga sventrato. Ma di questo non si lamentano. Quasi come se per il cane essere ucciso da un cinghiale diventasse un incidente sul lavoro, mentre quando viene attaccato da un lupo il fato si trasforma in una dimostrazione di pericolo.

Questi diversi giudizi. che rimbalzano, secondo convenienza come le palline in un flipper, sono parte della leggenda creata sui lupi. Per far salire la paura non basta il sapiente uso delle parole più terrifiche, ma si gioca sulla pericolosità del lupo dimostrata dagli attacchi agli animali domestici. Bisognerebbe, invece, censurare i comportamenti umani. Quando trattano i cani come fossero cose o non si preoccupano delle conseguenze di lasciarli liberi nei boschi.

Ambiente e animali, politici e futuro: che fine faranno questi temi ora che è calato il sipario sulle elezioni?

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Ambiente e animali, politici e futuro di un paese con la memoria corta, con poca voglia di impegnarsi per il cambiamento. Finita questa pessima campagna elettorale fatta più di scontri che di programmi ci siamo risvegliati in un paese diverso. Che può non piacere a molti ma che è frutto di libere elezioni in uno Stato al momento democratico, unica certezza in un’epoca che pone più interrogativi che soluzioni. Nella quale i cittadini non votano per delusione, lasciando però che quelli che votano decidano anche per loro. In un momento particolarmente difficile, in cui il futuro degli uomini è appeso a un filo invisibile, che li lega al pianeta.

Sui temi come la difesa dell’ambiente e dei diritti degli ultimi, animali e esseri umani, si è sentito poco e, quasi sempre, quello che si è sentito non ha convinto. Nulla convince più in questo paese, disastrato da un punto di vista di tutela del territorio, cementificato oltre il sostenibile e in fondo amministrato come se il pianeta fosse cosa nostra. Dove “cosa nostra” ha un significato ambivalente: di un possesso umano senza limiti e di una gestione ambientale spesso criminale, dove gli interessi di pochi prevalgono sui diritti di molti.

Difficile stare tranquilli quando un candidato della coalizione dei vincitori dichiara candidamente che per adesso il suo partito si occupa solo di cani e gatti. Per la tutela della fauna c’è tempo e si farà in un secondo momento. Un’idea davvero poco lungimirante perché se dovessimo procedere per priorità, con intelligenza, ci preoccuperemo prima degli animali selvatici e poi di quelli domestici. L’equilibrio dell’ambiente, indispensabile, si basa sulla biodiversità e la tutela degli animali selvatici non può essere rimandata. Esprimendo concetti semplicistici, da scuole dell’obbligo, buoni per prendere voti, pessimi per difendere la nostra stessa esistenza.

Ambiente e animali, politici e futuro: quattro parole che sembrano difficili da coniugare in una frase che sia rasserenante

La tutela degli animali selvatici viene posposta, rispetto a quella dei nostri beniamini, solo per miopia? Sarebbe bello poterlo pensare, perché in fondo fa meno paura lo sprovveduto del cinico. Ma non è così perché dietro a questo concetto c’è un calcolo, un fattore di moltiplicazione dei voti che ha due protagonisti più che probabili: cacciatori e allevatori, che non hanno mai tolto il loro appoggio ai politici che li hanno difesi. In questo momento se gli abitanti dei boschi si comportassero come gli uomini, probabilmente, ci sarebbero lunghe file di orsi e lupi alla frontiera. In cerca di asilo.

Ci sarà tempo per dibattere sui tanti errori delle forze politiche fatti in questa orrenda campagna elettorale. Cadrà qualche testa, e non è nemmeno difficile immaginarsi quali politici finiranno estinti come i dodo, ma i cittadini non devono temere le idi di marzo della politica. Devono temere qui comportamenti pericolosi che rallenteranno la tutela ambientale, che non privilegeranno la difesa della biodiversità, del capitale naturale.

Torneranno i banchetti a base di zampe d’orso? Si cercherà di rimettere sullo spiedo tutti i piccoli uccelli canori? Si dirà che il nucleare e il gas sono davvero energia pulita? Di questo, anche di questo, dovranno da domani preoccuparsi tutti i cittadini, al di là della loro posizione politica, del loro voto di protesta o di proposta. Forse dovranno anche rivedere la convinzione che tutto sia delegabile, che ci si possa disinteressare del circostante. Alla politica, alla cattiva politica che non conosce colore, ma della quale conosciamo il sapore, amaro, abbiamo delegato sin troppo. Non dimentichiamo, cerchiamo di ricordare.

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