Condannato il circo Martin per maltrattamento, una vittoria che però, con questa legge, si trasforma in sconfitta

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Condannato il circo Martin per maltrattamento di animali, dopo una vicenda processuale iniziata nel 2014. Dopo un’operazione condotta dall’allora Corpo Forestale dello Stato che portò al sequestro di tutti gli animali. Successivamente confiscati e affidati a LAV per la successiva custodia. Oggi, nel 2022, il tribunale di Tempio Pausania ha condannato gli imputati, Eusanio Martino e Adam Caroli, a 4 mesi di reclusione per maltrattamento di animali. E’ stato invece dichiarato estinto, in quanto prescritto il reato contravvenzionale di detenzione di animali in condizioni incompatibili.

Alla parte civile, LAV, è stata accordata una provvisionale di 5.000 Euro. Una vittoria quindi? Dipende con che occhi si vuole guardare la questione. Se di per se una condanna rappresenta una vittoria, allora è stato sicuramente un successo. Se si vuole guardare questo procedimento secondo realtà è stata una sconfitta. Dello Stato che non è riuscito a pervenire a una condanna di primo grado in tempi accettabili, Per gli animali che non hanno avuto giustizia alcuna, con una condanna a soli quattro mesi di reclusione per una molteplicità di condotte negative.

Difficile, se non impossibile, che questa condanna di primo grado possa mai trasformarsi in una sentenza definitiva. Necessaria ad esempio per impedire l’accesso ai fondi pubblici erogati ai circhi. La prescrizione si porterà via ogni cosa, stante che per il delitto di maltrattamento ci possono essere ancora due gradi di giudizio. Impossibili da raggiungere nei tempi utili per non far dichiarare il reato prescritto. Con un costo di tutto il procedimento che sarà a carico dello Stato, in assenza di condanna definitiva.

Condannato il circo Martin per maltrattamento in primo grado, dopo otto anni dai fatti: ingiustizia è fatta

Anni di processi, testimonianze, sequestri e battaglie mi hanno portato a guardare in faccia la realtà. Ammettendo le sconfitte che derivano dalla norma che tutela gli animali dal maltrattamento, che fa acqua da tutte le parti. Costituendo un timido deterrente per il cittadino comune, ma non assolvendo ai suoi compiti quando il contravventore è professionale. Dando luogo a vittorie mediatiche, che non corrispondono alla realtà. Figlie di una legge basata sui compromessi, di un apparato giudiziario sotto dimensionato, lento. Un burosauro che ammazza i diritti e gratifica colpevoli.

Basti pensare all’entità della pena irrogata dal Tribunale di Tempio Pausania: quattro mesi di reclusione! Una pena che non soltanto è di per sé ridicola, ma che non verrà mai scontata dai responsabili, Ampiamente sotto i tempi della condizionale, irrogata dopo un tempo così lungo da essere praticamente già cancellata dalla prescrizione. Eppure i titoli delle agenzie sono molto diversi da questa analisi, come se fosse necessario enfatizzare ipotetiche vittorie, piuttosto che prendere atto di una realtà indegna.

Sicuramente gli animali confiscati e affidati a LAV avranno avuto un miglior futuro, ma questa sentenza è la dimostrazione del mancato funzionamento di norme e procedure. La maggior parte delle denunce di maltrattamento di animali è molto probabile che non vedano nemmeno il primo grado di giudizio. Molte muoiono ancor prima di venir istruite, della messa in campo di azioni che siano almeno in grado di garantire agli animali una vita migliore. Crimini contro gli animali, spesso violenti, che non troveranno sentenze risolutive, che non vedranno punizioni reali nei confronti dei responsabili.

I maltrattamenti che non vengono perseguiti, lasciati impuniti anche a causa del mancato riconoscimento della sofferenza

Difficile pensare che i fatti che hanno portato prima al sequestro degli animali e poi alla condanna dei responsabili siano stati causati da episodi di incuria. Quelle condizioni di detenzione degli animali erano una caratteristica peculiare di quel circo, legate a situazioni di custodia inadeguate e produttive di gravi sofferenze. Eppure, per strano che sia, i circhi sono fra le attività con animali più controllate. Ma sono anche quelle meno sanzionate, quelle a cui si perdonano troppe cose, per poca conoscenza delle necessità etologiche degli animali, per controlli fatti seguendo il metodo “così fan tutti”.

Ogni volta che un circo si sposta per poter mettere in scena un nuovo spettacolo è soggetto a autorizzazioni delle commissioni comunali o provinciali di vigilanza. Prima di arrivare sul territorio di un Comune devono fare domanda e indicare il numero e la specie degli animali al seguito. Eppure nonostante questo le denunce sono poche e le mancate autorizzazioni ancora meno. Sino a che qualcuno con maggior attenzione e sensibilità non riesce a smuovere un magistrato ed a spezzare le consuetudini.

Chi pensa che la situazione degli animali dei circhi sia causata dai mancati controlli si deve quindi ricredere. Il problema è causato forse dai troppi controlli fotocopia, basati sulla considerazione che se il Comune precedente ha autorizzato il circo voleva dire che tutto fosse in regola. Autorizzazioni date senza farsi troppe domande, basate spesso su luoghi comuni, senza prestare attenzione alla sofferenza degli animali. Nonostante la presenza di veterinari pubblici e di organi di Polizia Giudiziaria. Anche per questo una sentenza come quella di Tempio Pausania va letta senza troppi entusiasmi. Prendendo atto di una realtà che non sa tutelare il benessere degli animali, nemmeno quel livello minimo che le norme dovrebbero garantir loro.

Juan Carrito torna a Roccaraso, dopo 18 giorni dalla sua traslocazione sul massiccio della Majella

Juan Carrito torna Roccaraso
Foto Parco Nazionale della Majella

Juan Carrito torna a Roccaraso, lasciando i boschi in cui aveva passato buona parte dei giorni trascorsi in montagna dopo la sua traslocazione. Una possibilità che tutti temevano, una realtà che era vista come molto probabile. Dopo aver passato alcuni giorni in montagna, comportandosi da orso e nutrendosi del cibo a disposizione e non dei rifiuti, Carrito ha ripreso la strada di Roccaraso. Troppo forte il condizionamento subito, che ora gli esperti stanno valutando se sia possibile far regredire.

Ora più che mai sul futuro di questo giovane orso si addensano nubi nere, foriere di una captivazione che potrebbe diventare permanente. L’orso, con il suo comportamento indotto, sta galoppando dall’essere un animale confidente verso il diventare un orso problematico. Che non riesce a stare lontano dagli ambienti urbani, che si sono dimostrati un irrinunciabile fast food. Ma un orso, anche se di indole pacifica, resta sempre un orso e non può convivere con gli uomini all’interno di un centro abitato.

Ora si prevede una nuova cattura, con la quarta sedazione in pochi mesi, e il suo ricovero probabilmente presso il centro di Palena. Una struttura del Parco della Majella dove era stato già ospitato prima dell’ultimo trasferimento in montagna. Con lo scopo di essere sottoposto a un programma di rieducazione, che sembrava essere già stato messo in atto, prima della smentita dell’ente parco. Un percorso difficile, ruvido e pieno di incognite.

Juan Carrito torna a Roccaraso e questo rappresenta la conferma della potenza del condizionamento da rifiuti

In Trentino un orso come Carrito sarebbe già stato catturato o abbattuto, mentre in Abruzzo stanno facendo più del possibile per un futuro diverso. Ma è evidente che la buona volontà non è sempre sufficiente per ottenere il risultato sperato. Specie quando parliamo di animali intelligenti, con un comportamento alterato da una lunga teoria di errori commessi dagli uomini. Qualcuno potrebbe pensare che non si possa impiegare così tanto tempo e risorse per risolvere un problema che riguarda un solo orso. Una chiave di lettura sbagliata.

Gli orsi marsicani appartengono a una sottospecie, un unicum endemico di questa zona e per questo importantissimo. La popolazione è composta da un numero basso di esemplari, che per ragioni etologiche, faticano a disperdersi sul territorio. Per questo il rischio che questa sottospecie possa scomparire, scendendo sotto il numero minimo di esemplari, è più che concreto. Una ragione per la quale non è possibile pensare di poter rinunciare anche a un solo orso.

Una situazione che avrebbe dovuto portare a comportamenti più responsabili delle istituzioni e degli stessi cittadini e turisti. Invece nonostante i tavoli in in Prefettura e le continue sollecitazioni dei Parchi coinvolti nella tutela dei marsicani, troppe questioni sono rimaste senza risposta. La prima e la più importante resta sempre quella della messa in sicurezza dei rifiuti. Una carenza di troppe amministrazioni comunali che non hanno voluto investire su questo con progetti e risorse. Dal Trentino all’Abruzzo corre un filo rosso di inadempienze e sottovalutazioni che hanno causato problemi seri. Non solo agli orsi ma a tutte le specie selvatiche.

Juan Carrito dovrebbe diventare il simbolo che riunisce tutti gli errori commessi dagli uomini

Il ritorno di Carrito a Roccaraso è il risultato di un cocktail di ingredienti avvelenati, che nemmeno gli sforzi dei due Parchi nazionali coinvolti sono riusciti a mitigare. Eppure l’impegno profuso è stato davvero molto, ma non è bastato a scongiurare il peggio. I parchi non hanno potere impositivo sulle amministrazioni, hanno bisogno di avere la loro collaborazione e questa è mancata. Possono invece porre divieti e limitazioni nelle aree che amministrano per residenti e turisti, ma non possono mettere un Guardia Parco a ogni svolta di strada.

La voglia di natura mai come in questi anni ha portato i turisti a rifugiarsi nelle aree protette, ma questa pressione non porta sempre risultati positivi. Aiuta l’economia del territorio ma conduce anche a eccessi, a ricerche di facili guadagni, cercando di attirare gli animali selvatici per farli vedere, fotografare. Senza porsi troppe domande, senza saper prevedere i danni che da questi comportamenti potevano derivare. Ora molti sono in pena per la sorte di Juan Carrito, ma se non impariamo a rispettare prescrizioni e divieti questa storia purtroppo si ripeterà.

Con la bella stagione le invasioni del territorio degli animali selvatici saranno all’ordine del giorno. Troppe persone non rispettano l’obbligo di restare sui sentieri, di non lasciare in giro rifiuti, di non alimentare gli animali selvatici. Anche prescrizioni banali, come quelle di tenere i cani al guinzaglio, sono viste con fastidio perché per troppi andare a camminare nei boschi significa di poter godere di tutte le libertà. Senza i vincoli imposti dalla città. Un errore che causa danni enormi e che può essere evitato solo se si è educati a rispettare la natura che ci ospita.

Ucciso Drago, lupo con radiocollare: il bracconaggio non si ferma con le parole ma con sanzioni severe

Ucciso Drago lupo radiocollare

Ucciso Drago, lupo con radiocollare, sulla strada fra le frazioni di Prosano e Avacelli di Arcevia, nelle Marche. La sua corsa non è stata fermata, come sembrava in un primo momento, dall’impatto con un’autovettura ma dal proiettile sparato da un fucile. Ennesimo episodio di bracconaggio, anche se la maggior parte passano sotto silenzio. Quello messo in atto nei confronti dei lupi non è il bracconaggio esibizionista, quello che esalta le sue azioni, ma è quello che il più delle volte non si vede. Protetto dalle tre “S” dei bracconieri di lupi: spara, scava, sotterra.

Cani falchi tigri e trafficanti

Contro i lupi è in atto una guerra, che qualcuno presenta come una necessità per sopravvivere. Un piccolo esercito in armi composto dalla parte peggiore del mondo della caccia e dell’allevamento. Convinti che il lupo sia un concorrente con il quale non si può scendere a patti, si può solo eliminare. Un ragionamento bieco, spietato e purtroppo molto ignorante. Il frutto avvelenato di una campagna d’odio che non racconta, non spiega ma evoca solo fantasmi.

Lo spauracchio agitato è la pericolosità dei lupi, che però non hanno fatto registrare un aggressione agli uomini negli ultimi due secoli. Il lupo, nonostante questo è pericoloso, a prescindere. Perché è stato lanciato dagli elicotteri, come le truppe aviotrasportate, oppure trasportato di notte dagli ambientalisti. Solo per danneggiare i cacciatori e gli allevatori. Raccontando la più grande bugia sugli animali selvatici degli ultimi 50 anni. Perché non un solo lupo è stato liberato nel nostro paese.

Ucciso Drago, lupo con il radiocollare che indicava la sua importanza per la ricerca. Una sfida dei bracconieri a uno Stato troppo poco severo

La brutale uccisione di Drago non è un episodio isolato nella zona, ma anzi è uno dei tanti episodi, fra quelli conosciuti che hanno visto protagonisti i bracconieri marchigiani. Solo la punta di un iceberg la morte di Drago, solo la parte emersa di un fenomeno alimentato da delinquenti che pensano di poter contrastare la presenza del lupo. A fucilate, con i lacci, con i bocconi avvelenati: con qualsiasi sistema illecito che si riveli efficace. Mossi da una sfida contro lo Stato che tutela i lupi, alimentata dall’ignoranza che gli impedisce di capire l’importanza dei predatori per ogni ecosistema.

La stessa gente e la stessa ignoranza che impedisce di vedere i predatori come la cura di un territorio ammalato, il rimedio contro epidemie come quella di peste suina, alimentata proprio dalla caccia di selezione. I lupi, nonostante il bracconaggio e le persecuzioni occupano ugualmente i territori: le regole per gli animali selvatici non sono e non possono essere quelle degli uomini. La natura non è malleabile come vorrebbero certi personaggi ma è duttile e resiliente, capace di trovare strategia di sopravvivenza. Capace di occupare ogni nicchia ecologica che si libera, ogni spazio vitale che contiene le risorse trofiche necessarie.

Se così non fosse l’Italia sarebbe un paese senza cinghiali, senza nutrie, senza lupi. Animali braccati, ma resilienti e resistenti, che più sono uccisi e cacciati, legalmente o illegalmente, e più restano presenti sul territorio. Se si dovesse guardare ai risultati si dovrebbe ammettere che gli animali selvatici, nonostante tutto, vincono sempre. Perdono soltanto quando le modificazioni ambientali sono così veloci da non permettere la loro evoluzione verso nuovi equilibri. Non vengono mai sconfitti dall’uomo, se il territorio gli garantisce ambiente idoneo e risorse alimentari.

Il bracconaggio va combattuto per quello che rappresenta: un crimine contro la biodiversità messo in atto ai danni della collettività

Lo Stato ha due doveri primari quando si parla di tutela ambientale: essere un protagonista dell’educazione e dell’informazione della sua collettività e essere in grado di esercitare le necessarie tutele di un bene collettivo. Quindi deve investire molto di più nell’informare i cittadini sull’importanza del loro capitale naturale e deve avere un apparato repressivo in grado di tutelare il bene ambiente. Composito e composto da tutte forme di vita che fra loro interagiscono per costruire l’equilibrio. Il pilastro sul quale è basato un concetto funzionale di tutela della biodiversità.

In questo momento in Italia siamo carenti su entrambi i fattori: distratti e poco solerti nel comunicare e nel fare capire alle persone che il cardine è il concetto contenuto in due parole: One Health ovvero un’unica salute. Il nostro benessere, l’evitare l’arrivo di nuove pandemie, il mantenimento delle nostre risorse ambientali sono fattori fra loro legati in modo indissolubile. Troppo poco efficaci nel sanzionare chi vorrebbe usare la natura a proprio uso e consumo, bracconando, uccidendo, distruggendo l’ambiente. Uccidere un lupo costa molto poco, tanto che nessuno finirebbe mai in carcere per averlo fatto.

La fauna, per legge, costituisce patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell’interesse della comunità nazionale e internazionale. Ora dovrebbe essere un bene tutelato addirittura nella Carta Costituzionale, ma questo non basta. Specie se poi non viene tradotto in pratica, con sanzioni in grado di costituire un efficace deterrente contro il bracconaggio e non soltanto. Non è più il tempo di parlare sui temi ambientali e di conservazione ma è arrivato il tempo dell’agire, senza ritardi, con provvedimenti in grado di fermare chi compie crimini.


Aggiornamento del 13/04/2022 – Drago il lupo che morì due volte (sui media)

Questa mattina ho ricevuto un messaggio di Elisa Berti, del Centro Tutela Fauna di Monte Adone che mi informava che l’ultimo lupo morto nelle Marche non poteva essere Drago. Quel lupo infatti era stato seguito dal loro centro, ma era stato ucciso nel gennaio del 2022. Non si capisce come sia successo ma giornali e associazioni avevano fatto un collage di notizie. Dando luogo a una sorte di doppia morte. La realtà è che Drago è stato ucciso da un anziano bracconiere, non a fucilate ma con dei lacci metallici.

Mentre il secondo lupo, trovato ucciso ad Arcevia, dapprima sembrava essere stato investito, ma poi è risultato essere stato ucciso a fucilate. Un fatto accaduto e scoperto ai primi di aprile. Insomma un pasticcio che non cambia la sostanza, ma che non aiuta a fornire informazioni corrette. Per questo mi sembra giusto completare l’informazione in modo corretto.

Spiedo bresciano con uccellini: per la Lega è un patrimonio culturale da non disperdere

Spiedo bresciano con uccellini

Spiedo bresciano con uccellini: per la Lega è un patrimonio culturale da non disperdere, ma in realtà è una delle molte tradizioni fuori dal tempo. Eppure anche in tempi tormentati come questi in Lombardia si trova il tempo per presentare un progetto di legge che consenta lo spiedo. Da farsi rigorosamente con piccoli uccelli cacciati, si dice nel rispetto della legge, ceduti senza fine di lucro. Potrebbe sembrare uno scherzo, ma invece è quanto contenuto nel testo del progetto presentato questa mattina, a Brescia, alla stampa.

Il consigliere leghista Floriano Massardi, insieme al segretario provinciale bresciano, lo hanno illustrato dichiarando che su questo PDL ci sarebbe anche la convergenza del presidente Fontana. Appare evidente che i politici leghisti, da sempre vicinissimi al mondo venatorio, reputino il divieto di fare gli uccellini allo spiedo come una delle emergenze regionali. Questo in piena crisi, con una guerra che bussa alle porte e con qualche decina di emergenze in atto. Se non ci fosse da piangere bisognerebbe ridere per lo scarso senso politico di Massardi, ma in questi tempi queste cose non strappano il sorriso. Suscitano inevitabilmente rabbia, contro una politica priva di scrupoli.

“La Regione riconosce e promuove il valore storico, culturale ed enogastronomico dello spiedo bresciano e degli altri piatti tradizionali delle province lombarde preparati a base di selvaggina, legittimamente cacciata, al fine di preservare e tramandare nel tempo la tradizione gastronomica lombarda“. Così recita l’articolo 2 del progetto di legge, che prosegue con una serie di altre considerazioni difficili da condividere. Evidentemente senza conoscere il comune senso del pudore.

Lo spiedo bresciano con gli uccellini è contro ogni buon senso, in un momento in cui si parla di transizione ecologica

Pensare nel 2022 di difendere la cultura degli uccellini allo spiedo, che pesano meno della cartuccia che serve per ucciderli, è un paradosso. Un progetto che non difende la cultura, ma ha il solo scopo di raggranellare un po’ di voti. Senza preoccuparsi della decenza e delle mille difficoltà a cui è sottoposta la fauna, in tempi di cambiamenti climatici. La scienza si preoccupa di far diminuire il nostro impatto sul pianeta, tutelando la biodiversità, mentre certa politica difende piccoli e dannosi interessi di parte, contro ogni buon senso.

Senza poter dimenticare che questo strampalato progetto rappresenta la chiave per aprire la porta al bracconaggio dei piccoli uccelli. Un fenomeno ancora molto presente nella valli della bergamasca e del bresciano, dove reti e archetti sono sempre presenti in gran numero. Grazie a una piccola aliquota di uccellini abbattuti legalmente potrebbero arrivare nei frigoriferi dei ristoranti migliaia e migliaia di uccelli bracconati. Con i documenti dei primi, una volta consumati, si potrebbero giustificare i frutti proibiti del bracconaggio.

Un’ipotesi questa che non è stata certamente sottovalutata dai firmatari del progetto di legge, che non dovrebbe avere possibilità di vedere la luce. In un paese normale iniziative come questa non dovrebbero nemmeno poter approdare in un consesso regionale per essere discusse. Ma si sa che la nostra politica conta di un elevato numero di politicanti e ben pochi statisti. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

Distruggere i nidi è vietato, chi lo fa commette reati che devono essere denunciati

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Distruggere i nidi è vietato e, oltre a essere un comportamento incivile, è un’azione che comporta responsabilità penali nei confronti del responsabile. Per questo è molto importante denunciare sempre il danneggiamento o la rimozione dei nidi, ma anche fare informazione per evitare che questo accada. Danneggiare i nidi, specie di rondini e balestrucci, è purtroppo una pessima abitudine molto più diffusa di quello che si crede. Un fatto che, unito alle difficoltà per questi uccelli di trovare luoghi adatti dove costruire i nidi, mette queste specie in seria difficoltà.

Sono molte più di quelle che spesso si immagina le specie di uccelli che possono costruire il nido nelle immediate adiacenze delle case. Per loro un palazzo non rappresenta qualcosa di artificiale e di pericoloso ma solo un luogo come tanti. Che può essere giudicato adatto a posizionarci un nido per mille motivi, che gli esseri umani spesso faticano ad accettare. Per questo può accadere che una coppia di germani costruisca il suo nido su un terrazzo, magari poco frequentato agli inizi della primavera. Semplicemente perché piatto, riparato dalle intemperie e con il giusto orientamento.

Una scelta che ovviamente non tiene conto che quel terrazzo sia di proprietà di una specie, la nostra, molto spesso poco attenta e poco tollerante alle esigenze altrui. In particolare quando sono quelle di animali che, con la loro presenza, possano rappresentare un ostacolo nel poter disporre liberamente del terrazzo. Parimenti sono gli animali che si mettono nei pasticci da soli: un terrazzo è un luogo ideale per un’anatra, ma solo fino alla schiusa delle uova. Dopo la nascita i piccoli non possono crescere su una spianata di cemento e piastrelle. Così finisce che qualcuno deputato alla loro tutela, li debba catturare e trasferire. Prima che si gettino nel vuoto o si mettano in pericolo.

Distruggere i nidi è vietato, ma anche danneggiarli o renderli inservibili, specie se vi è la presenza di uova o piccoli nati

Spesso i nidi non vengono danneggiati perché danno fastidio, ma anche solo per incuria, disinteresse o scarsa competenza. Questo è un accadimento che succede con grande frequenza in primavera, quando nei tempi sbagliati si provvede a eseguire operazioni di potatura su alberi o arbusti. Tutti i luoghi dove possono trovare ospitalità per il periodo riproduttivo molte specie animali. Per questa ragione molti regolamenti comunali vietano le operazioni di manutenzione del verde dall’inizio della stagione primaverile.

Alcune volte poi ci sono animali come pipistrelli e rondoni che non costruiscono veri e propri nidi, ma prediligono occupare cavità più o meno naturali. Fra quelle meno naturali scelte da queste specie ci possono essere i cassonetti delle tapparelle. Molto apprezzati perché riparati dagli agenti atmosferici e ritenuti perfetti come luogo di riproduzione. Un concetto che molto spesso non è condiviso dalle persone, che per paura o per fastidio cercano di sbarazzarsi di questi inquilini selvatici.

La fauna selvatica è però, fortunatamente, patrimonio indisponibile dello Stato ed è sempre protetta, ad eccezione di alcune specie che sono cacciabili, ma solo in determinati periodi. Una tutela messa in atto nell’interesse della comunità nazionale e internazionale dalla legge 157/92, più volte integrata e modificata. Questo fatto comporta che esistano sanzioni per chi prende uccelli dal nido o distrugge i loro nidi perché mette in pericolo la sopravvivenza di una specie protetta.

Distruggere un nido con i piccoli costituisce anche maltrattamento di animali

Se la legge 157/92 tutela la fauna selvatica, unitamente ad altre convenzioni internazionali, la distruzione di nidi dove siano nati dei piccoli costituisce anche una forma di maltrattamento di animali, punito dall’articolo 544 ter del Codice Penale. In caso l’azione di distruzione del nido sia causa della morte di uno o più animali il reato si aggrava, diventando un’uccisione ingiustificata. Senza dimenticare che trattandosi di patrimonio dello Stato il danneggiamento può essere punito anche invocando l’articolo 635 del Codice Penale.

I cambiamenti climatici, la diminuzione degli insetti, la costante modifica delle città, spesso diventate inospitali per molte specie a causa di nuove caratteristiche dei palazzi, stanno mettendo la fauna a dura prova. Per questo occorre molta più tolleranza, rispetto e comprensione dell’importanza di tutte le specie animali, che devono essere difese da ulteriori difficoltà. Dalla salute delle altre specie dipende anche la nostra e questo è un concetto che deve diventare un pilastro dei nostri rapporti con gli altri animali.

Ognuno di noi ha il dovere di contrastare i reati contro gli animali. Compresi quelli che comportano la distruzione e la morte di piccoli di specie selvatiche. Per questo è importante denunciare in caso si assista a episodi di questo genere, recandosi presso il comando di una qualsiasi forza di polizia o richiedendo l’azione del pronto intervento. Con piccoli accorgimenti, come mettere un asse di legno sotto il nido delle rondini per non far cadere le deiezioni al suolo, si possono facilmente evitare disagi. Dando un contributo per aiutare una natura sempre più in difficoltà.

Guerra, agricoltura, allevamenti e ambiente: una miscela esplosiva destinata a rallentare tutti i cambiamenti

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Guerra, agricoltura, allevamenti e ambiente: tutti gli ingredienti di una miscela esplosiva pronta a detonare sull’intera umanità. I conflitti non sono soltanto crudeli e disumani, ma sono capaci di innescare reazioni a catena difficilmente prevedibili. I danni che deriveranno da questo conflitto europeo sono ancora incerti, anche se gli scenari stanno delineando che nulla sarà più come prima. L’Europa dovrà rivedere politiche economiche, energetiche e agricole e questo andrà a incidere in modo pesante sull’economia dei cittadini e sulle misure per contrastare il cambiamento climatico.

Dopo le prime scene apocalittiche di una guerra che si pensava non dovesse accadere, si è subito capito che questi missili avrebbero cambiato per sempre le scelte e i mercati. Mettendo a nudo che le nostre politiche, ma non solo le nostre, basate sulla certezza che non ci sarebbe mai stato un conflitto ai nostri confini. Da decenni l’Europa non è più autonoma né sotto il profilo alimentare, né sotto quello energetico. Senza grano e mais proveniente dall’Ucraina non abbiamo, ad esempio, risorse sufficienti per gli uomini e per gli animali. E senza il gas russo rischiamo di dover tornare all’uso del carbone. Un danno sotto il profilo ambientale di non poco conto, considerando che questa situazione non riguarderà solo l’Italia.

In questo momento la PAC (politica agricola comunitaria) ha infatti deciso di sbloccare a livello europeo 4 milioni di ettari di terreni agricoli che erano lasciati a riposo. Quindi campi non sottoposti a coltivazione per evitare eccessi nella produzione. Questa scelta aveva portato a lasciare incolti nel nostro paese circa 200.000 ettari, che ora saranno nuovamente utilizzati per produrre grano, mais, girasoli e quant’altro. Accrescendo così l’estensione dei terreni inevitabilmente sottratti alla naturalizzazione. Per coltivare cereali in buona parte destinati all’alimentazione degli animali da allevamento.

Guerra, agricoltura, allevamenti e ambiente: quattro parole che giocate sullo stesso tavolo daranno vita a un cambiamento delle priorità

Per dirla con le parole di Papa Francesco i politici sono quelli che decidono, i poveri sono quelli che muoiono, in silenzio come hanno quasi sempre fatto. Le crisi economiche e ambientali sono sempre pagate prima di tutto dai poveri, che hanno minori mezzi per affrontarne le conseguenze. Passando dall’essere disperati, senza casa né futuro, a diventare corpi senza possibilità di avere nutrimento. Come accadrà presto in Africa, dove il grano dell’Ucraina è una risorsa irrinunciabile, proprio in un continente stremato da siccità e devastato da altre guerre. Eppure nessuno ha alzato una voce autorevole per dire che le proteine vanno usate per sfamare le persone, non per l’alimentazione degli animali negli allevamenti intensivi.

Una realtà, questa guerra, che rischia già da sola di creare fenomeni migratori senza precedenti, capaci di strangolare il vecchio mondo e non soltanto quello. Se al rischio alimentare, già agitato a gran voce dalle Nazioni Unite, si aggiungerà un pesante rallentamento nella lotta ai cambiamenti climatici si sarà dato vita alla tempesta perfetta. Ogni centimetro di innalzamento di mari e oceani sarà causa di un effetto domino gravissimo. Le due pressioni unite daranno luogo a grandissime migrazioni, al cui confronto l’attuale dramma dei profughi ucraini costituirà, con i suoi quattro milioni di sfollati, solo un antipasto.

Questa guerra insensata e vergognosa, come tutte le guerre e più di altre, ci ha messo di fronte alla fragilità di un sistema economico basato su scelte errate. Decisioni solo apparentemente solide e ragionevoli. Basate sul profitto e non sulla lungimiranza, tant’è che solo ora che si vorrebbero cambiare ci si accorge dei tempi necessari per farlo. In momenti eccezionali come questi ci vorrebbero, a livello planetario, uomini adeguati allo scenario. Invece ci troviamo guidati da mestieranti, dei quali forse non ci si fida ma che per essere cambiati hanno bisogno di tempi. Un paradosso, forse, ma tanto reale da non far nemmeno sorridere.

Cambiare alimentazione è una scelta: se vogliamo ridurre emissioni, usare meglio le proteine bisogna chiudere gli allevamenti intensivi

Decisione non semplice, ma sempre più inevitabile, non per accontentare gli animalisti e gli ecologisti ma per poter continuare a dare un senso alla parola futuro. Senza poter pensare nemmeno per un attimo di ritardare decisioni che vadano nella giusta direzione per il contrasto ai cambiamenti climatici. Dobbiamo abolire le guerre, come dice Francesco, per evitare l’autodistruzione, ma occorre anche che sia garantita l’equità climatica, la suddivisione delle ricchezze, l’accesso all’acqua pulita. Condizioni senza le quali la povertà dilagherà come un ciclone, terremotando la fragile architettura sociale.

Ora è il tempo in cui occorre stare attenti a non restare affascinati dalle sirene di certa informazione. Che racconta dell’importanza degli allevamenti per produrre concimi (quelli chimici hanno avuto un’impennata dei costi) o biogas. Produzioni che sono sempre state giudicate residuali, ma che ora vengono agitate come il rimedio. La scelta di proseguire su questa strada si rivelerebbe in breve pericolosa e inutile. Ora è il tempo di fare scelte coraggiose, a tutto campo, che siano diverse da quella globalizzazione che in pochi decenni sta distruggendo il pianeta.

Juan Carrito rinchiuso a Palena: la mancanza di informazioni non lascia tranquilli

Juan Carrito rinchiuso Palena

Juan Carrito è rinchiuso a Palena, centro per gli orsi gestito dal Parco della Majella, in attesa di verdetto sulla sua reimmissione in libertà. Nella più completa mancanza di informazioni: il parco non ha rilasciato più informazioni dalla cattura dell’orso e dall’ingesso nel centro. Un cambiamento di passo drastico rispetto a quanto sempre fatto in questi anni dal Parco Abruzzo, Lazio e Molise. Che ha sempre agito con grande trasparenza e con un costante flusso informativo sulle attività intraprese.

Qualcuno potrebbe dire che sono scelte, considerando che ogni area protetta è autonoma, ma questo non basta a spiegare il buco nero informativo. Nessuna notizia sulle modalità di riabilitazione, sulle tempistiche e sul working in progress che riguarda Juan Carrito. Forse perché questa vicenda sembra destare molto meno preoccupazione di quanto non sia successo quando son stati imprigionati gli orsi in Trentino. Probabilmente confidando sul fatto che in precedenza sia stato fatto di tutto, da parte del PNALM, per evitarne la cattura.

Attenzione che non è stata certo ricambiata da parte di molte amministrazioni comunali del territorio. Che poco o nulla hanno fatto, come si vede nella foto, per mettere in sicurezza i rifiuti. Ora però, secondo le scarne informazioni date dal Parco della Majella, l’orso dovrebbe essere sottoposto a un condizionamento alla rovescia. Che lo tenga lontano da centri abitati e rifiuti.

Juan Carrito, ora rinchiuso a Palena, tornerà mai a essere un orso libero?

Con le poche informazioni date dal Parco bisognerebbe avere qualità divinatorie, piuttosto che nozioni di comportamento animale per prevedere il suo futuro. Una scommessa quindi molto difficile. Che vede Carrito involontario protagonista di una complessa gestione che sino dall’inizio suscitava molti interrogativi. Certo sarebbe opportuno che il Parco spiegasse meglio cosa intende fare per riabilitare Carrito. Quali siano i metodi applicati per disabituarlo all’uomo e quali le tempistiche previste.

Senza continuare a lasciare questa vicenda avvolta nella nebbia, facendo temere il peggio. Nell’ambito delle attività di conservazione la comunicazione verso il pubblico è davvero importante. Crea una differenza che riduce la diffidenza, che impedisce di fare ipotesi, magari fantasiose ma plausibili. I metodi, gli esperti in campo, la trasparenza dovuta ai cittadini sono tutti argomenti su cui il Parco della Majella rischia di scivolare su una pelosissima buccia di banana: Carrito.

L’esperienza insegna che gli strumenti di dissuasione dai comportamenti sgraditi possono essere spesso spiacevoli. Specie quando il soggetto è molto testardo, e su questo Carrito risulta imbattibile, e si hanno a disposizione tempi brevi. Un giovane orso non può restare in cattività a lungo prima di essere liberato, per una lunga serie di ragioni. Un orso confidente a maggior ragione, considerando anche le dimensioni ristrette del centro che lo ospita a Palena. Per questo la preoccupazione è legittima e basterebbe poco per fugare i dubbi e rassicurare l’opinione pubblica.

L’importanza di ogni singolo orso marsicano per la conservazione della specie richiederebbe maggior informazione

Partendo dal presupposto che ogni patrimonio collettivo, orsi marsicani inclusi, appartiene a tutti i cittadini è difficile non essere critici sulle modalità informative del Parco. Questa è la ragione che marca fortemente la valutazione su due diversi modi di gestire il flusso di informazioni: quello del PNALM, che si espone anche a critiche a causa delle molte informazioni date, e quello molto, troppo criptico del Parco della Majella. Una strategia di comunicazione che meriterebbe di essere riconsiderata, per dovere e per rispetto.

La primavera è alle porte e questo aumenterà sempre più la mobilità degli orsi sul territorio. Che si è sempre auspicato potesse diventare, per l’orso marsicano, sempre più vasto per aumentare il numero di esemplari. Un’espansione che deve essere gestita, con corridoi faunistici idonei e con una grande attenzione alla gestione dei rifiuti alimentari. Non soltanto per gli orsi, ma per tutti i selvatici presenti sul territorio che non devono essere invogliati a entrare nei paesi. Soltanto in questo modo, insieme al rispetto che devono avere le persone, si evitano conflitti con l’uomo, pericoli e situazioni che possano portare alla possibilità di doverli rimuovere dal territorio.

Il ragionamento, di per se, è molto semplice, ma purtroppo è l’applicazione pratica che difetta. Anche in quei Comuni che si fanno vanto di essere immersi in una natura incontaminata e che poi, nella pratica, sembrano dimenticarsi dei doveri di attenzione che questo comporta. Ora però la cosa più importante è conoscere la sorte di Juan Carrito e mancano molto le lunghe stories che il PNALM faceva regolarmente sui social.