Animali in Costituzione: un’occasione sprecata grazie alla politica del compromesso così in voga in Italia

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Animali in Costituzione, un’occasione sprecata per arrivare a un reale cambiamento di passo, frutto di compromessi politici che hanno diluito la parte relativa alla loro tutela. Il nuovo testo della Costituzione rappresenta un progresso, purtroppo non così evidente come era stato da più parti auspicato. I commenti entusiastici fatti per l’inserimento di animali e ambiente in Costituzione dovrebbero tener conto anche di questo aspetto non secondario. La destra e in particolare la Lega, si è sempre opposta all’inserimento di un riferimento chiaro e univoco sulla tutela degli animali.

Cani falchi tigri e trafficanti

Il testo che è stato aggiunto all’articolo 9 della Carta Costituzionale recita che la Repubblica “tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”. Quindi praticamente un comma che non aggiunge diritti, rappresentando soltanto una presa d’atto di quel che già avviene. Un tono e un testo decisamente molto meno incisivi di quello relativo alla tutela dell’ambiente. Eppure una dichiarazione d’intenti così scarna, quasi irrilevante se non fosse che per la prima volta si parla di animali nella Costituzione, ha fatto esplodere un tifo da stadio. Ingiustificato.

La Germania è stato il primo paese europeo che ha inserito i diritti degli animali in Costituzione. Lo ha fatto vent’anni fa con un testo decisamente più efficace di quello appena approvato dal nostro parlamento. Aggiungendo al paragrafo in cui si parla “dell’obbligo dello Stato a rispettare e proteggere la dignità degli esseri umani” tre sole parole inequivocabili “e degli animali”. In questo modo la dignità degli esseri umani è stata equiparata a quella degli animali, un passo davvero fondamentale.

Inserire gli animali in Costituzione è stata un’occasione sprecata: per cambiare davvero e non ci sarà una seconda occasione

Le modifiche costituzionali non si fanno tutti i giorni. Appare evidente che non sarà mai messo in moto un procedimento di modifica solo per ridare la giusta dignità agli animali. Quantomeno non in tempi brevi e non se la questione animale sarà l’unico argomento per fare un’integrazione. Quello che davvero stupisce è il quasi unanime plauso delle molte sigle che si occupano di tutelare i loro diritti. Che per una modifica di questa portata avrebbero dovuto protestare, non plaudire a favore del lavoro del parlamento.

La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali” costituisce un’integrazione alla Carta Costituzionale priva di ogni valore. In particolare se pensiamo che le prime norme poste a tutela degli animali nel nostro paese risalgono alla seconda metà dell’800, esattamente al 1859, dove nel codice penale già si proibiva di incrudelire sugli animali in luogo pubblico. Quando poi entrò in vigore il Codice Zanardelli, nel 1890 restando in vigore sino al 1930 il maltrattamento di animali aveva uno specifico Capo proprio su questo tema. Allora l’Italia aveva dimostrato una sensibilità molto spiccata, considerando i tempi, che si concretizzava in atti concreti.

L’articolo 491 del Codice Penale Zanardelli, del 1890, recitava “Chiunque incrudelisce verso animali o, senza necessità li maltratta ovvero li costringe a fatiche manifestamente eccessive è punito con ammenda (…). Alla stessa pena soggiace anche colui il quale per solo fine scientifico o didattico, ma fuori dei luoghi destinati all’insegnamento, sottopone animali ad esperimenti tali da destare ribrezzo“. Un testo sicuramente molto avanzato per quei tempi. Più di quanto non sia il riferimento agli animali inserito ora in Costituzione.

Alla reale tutela degli animali servono provvedimenti applicabili utili a una nuova cultura basata sul rispetto

Quel rispetto che è svanito quando si è deciso di percorrere la strada del compromesso. Inserendo una dicitura talmente generica da essere quasi del tutto inutile. Un segnale che attesta l’incapacità della politica di recepire le istanze del popolo che dovrebbe amministrare, che in maggioranza avrebbero voluto sentir parlare di rispetto e dignità nei confronti degli animali. Puntando nel contempo un riflettore sulla mancanza di visione di chi si occupa della loro tutela, che non avrebbe dovuto accontentarsi delle briciole.

Se nemmeno un’affermazione di principio forte, come quella contenuta nel Trattato di Lisbona, è servita per ottenere un cambiamento di passo sostanziale, figuratevi quanto sarà utile questa modifica in Costituzione. Nulla più che fumo negli occhi, se consideriamo quanto sia realmente servito definire gli animali quali esseri senzienti. Ancora una volta tutto deve cambiare perché nulla cambi, come scriveva Tommasi di Lampedusa nel Gattopardo.

Ora bisogna attendere e valutare le conseguenze di questa modifica. Vedere se e cosa cambierà nelle attività poste a tutela di animali e ambiente. Sperando che almeno per la tutela ambientale la dichiarazione con la quale lo Stato si impegna a esserne custode si concretizzi in azioni e non in vuote parole. I cambiamenti si mettono in atto con le azioni, mentre la propaganda può essere mossa da fiumi di parole, vuote come il senso civico di chi fa promesse e non le mantiene. Una vera maledizione lanciata verso il futuro delle prossime generazioni.

La detenzione di animali in condizioni incompatibili con la loro natura provoca sempre sofferenze

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La detenzione di animali in condizioni incompatibili è per il nostro ordinamento un reato contravvenzionale, quindi uno dei cosiddetti reati minori. Che risulta essere annegato in un articolo del codice penale, il 727, che una volta rappresentava, prima della legge 189/2004, l’unico baluardo contro i maltrattamenti. Ora però la sua applicabilità si sdoppia per sanzionare sia l’abbandono che la detenzione incompatibile con la natura propria di una specie animali. A patto però che questa sia produttiva di gravi sofferenze, che quindi diventa perseguibile soltanto se queste ultime sono evidenziate.

Una contraddizione in termini questo bisogno di unire la condizione di detenzione incompatibile con l’obbligo di dimostrare le sofferenze che questa provoca. Uno dei tanti pasticci contenuti nell’attuale legislazione posta a tutela degli animali, che dimostra scarsa conoscenza del legislatore, sempre più incline a optare per scelte di compromesso piuttosto che puntare sulla scienza. Dando vita a un reato che da certo diventa opinabile, costringendo la Polizia Giudiziaria, ma anche la magistratura, a compiere evoluzioni e circonvoluzioni per applicarlo.

Eppure, seguendo il tenore letterale del temine già la sola detenzione, se attuata in condizioni incompatibili, dovrebbe essere ritenuta causa di sofferenze. In fondo quest’articolo rappresenta una sorta di contenitore nel quale è sufficiente la colpa e non la volontà di incrudelire per essere punibili. Uno spazio in cui ci stanno tutte quelle condotte che non sembrano poter rientrare nei casi sanzionati dall’articolo 544 ter del Codice Penale. Ma che invece nasconde ulteriori distinguo.

La detenzione di animali in condizioni incompatibili viene considerata applicabile, dalla Cassazione anche all’uso dei collari impulsi elettrici

Una decisione che seppur sanzionando l’uso dei collari elettrici, che continuano a essere lasciati in libera vendita, non riconosce nel soggetto una volontà di incrudelire sull’animale, nonostante l’erogazione di scosse elettriche alla gola. Una zona ricca di terminazioni nervose capaci di far provare dolori indicibili a chiunque sia costretto a subirle. Un fatto che evidentemente però la magistratura giudicante non ritiene essere il frutto di un gesto volontario, motivato da ragioni abiette e futili, messe in atto nei confronti di un cane. Punendolo alla stregua della detenzione in condizioni incompatibili, che francamente sembra descrivere, seguendo il lessico, una diversa fattispecie di situazione.

Il reato contravvenzionale avrà sempre di più, in particolare con piena entrata in vigore della riforma penale, una maggior possibilità di non arrivare in Cassazione e forse nemmeno in primo grado, a causa della prescrizione e delle priorità nell’istruire i processi. Restando anche come possibile via di fuga che consente agli avvocati di richiedere di trasformare il maltrattamento di animali, punito come delitto, in una contravvenzione che, oltre a comportare pene minori, comporta maggiori possibilità di farla franca per l’imputato.

Allo stato attuale comunque la Polizia Giudiziaria, che voglia procedere per detenzione incompatibile non deve perdere di vista il fatto che questa comporti gravi sofferenze. In assenza di una determinazione in tal senso si potrebbe rischiare l’archiviazione della denuncia. Per evitare che ciò possa accadere è quindi importante che già la notizia di reato sia adeguatamente motivata. Magari supportandola con qualche massima tratta da sentenze di Cassazione.

Il maltrattamento di animali è un reato complesso da dimostrare, anche in virtù del fatto che spesso manca la specifica conoscenza in chi giudica

Sono molte le denunce di maltrattamento di animali, se dovessimo dare retta soltanto a quanto riportano le cronache. Sempre troppo poche rispetto alla realtà, ma ancor meno sono quelle che portano all’accertamento della responsabilità dell’imputato. Che spesso riesce a passare indenne dalle maglie del complesso iter che arriva a definire la colpevolezza, facendo scattare confische e sanzioni. Quando si chiede che la giustizia sia veloce non significa certo volere che sia sommaria, ma neanche può essere accettabile accorciare i tempi grazie a prescrizioni e scorciatoie.

Occorre, nel caso del maltrattamento, ricordare che parliamo d esseri senzienti che però sono considerati come cose, che non possono resistere in giudizio. Altra contraddizione davvero insanabile, perché se diamo valore alla loro condizione di “esseri senzienti” appare evidente che la sofferenza non possa più essere vista soltanto come causata dalla volontà di compiere un’azione crudele, Dovrebbe essere sufficiente la privazione della possibilità di svolgere comportamenti specie specifici, in quanto come per gli umani, a un animale si può straziare anima e corpo senza doverlo toccare con un dito.

Un cane come quello della foto, perennemente tenuto a catena, privato della possibilità di esplorare il territorio, di socializzare si trova in una condizione di vita pessima. Che se riguardasse un uomo verrebbe giudicata molto vicina alla tortura. Eppure ancora oggi, che consideriamo anche i cani esseri senzienti, è consentito usarli come fossero cose. Antifurti, tanto inutili quanto crudeli. Ma per perseguire una situazione come questa spesso non ci sono nemmeno le sanzioni amministrative, come ricorda il progetto “Liberi dalle catene” realizzato da Save The Dogs con Green Impact.

Per battere il maltrattamento di animali occorre lavorare sulla formazione e sull’informazione a vari livelli

Occorre arrivare a un cambiamento della legislazione, creando possibilmente un Testo Unico sulla tutela degli animali. Un percorso quello dei “testi unici” che impedisce alle varie normative di disperdersi in mille rivoli. Facendo conoscere a tutti gli attori che giocano sul tavolo della tutela degli animali normative e disposizioni varie, senza far ricerche spesso complesse. Basti pensare che questo settore è regolato da norme che ancora risalgono agli inizi del secolo scorso per arrivare via via a quelle più recenti. Una realtà giuridica indegna di un paese civile.

Occorre fornire strumenti di conoscenza sugli animali alla Polizia Giudiziaria e spesso anche alla magistratura inquirente, che rischia di non procedere solo per scarsa conoscenza. Analogamente occorre fare incessanti campagne di educazione a partire dalle scuole per arrivare sino all’ultimo cittadino. Per insegnare che rispetto, dignità sono alla base della convivenza, ma anche della cultura che rende una società migliore. Occorre partire subito, lavorare per il cambiamento in una società che sembra essere diventata sempre più connotata da violenza e indifferenza. Veri cancri che colpiscono, senza distinzione, uomini e animali.

Bulldog francese senza pelo: l’ultima frontiera del maltrattamento genetico destinata a un mercato fuori controllo

Bulldog francese senza pelo
Foto tratta da un profilo social pubblico

Bulldog francese senza pelo offresi, per accontentare clienti che cercano cani sempre più particolari, senza preoccuparsi del loro benessere. Recentemente il giornale britannico The Guardian ha pubblicato un articolo proprio sui bulldog nudi, prevedendo che questa possa diventare una nuova moda. In questi anni, grazie anche alla complicità di famosi influencer, questa razza è diventata una delle più popolari sul mercato dei pet, nonostante i molti problemi. Animali che soddisfano i canoni estetici di chi li acquista, ma che purtroppo non soddisfano alcun criterio che possa fargli condurre una vita normale.

Sembra che questa nuova forma di maltrattamento genetico, che purtroppo non viene ancora considerato un crimine contro gli animali, venga dalla Cina. Dove già esiste da secoli una razza di cane nudo, che però non ha avuto successo fuori dall’Oriente, se non per un mercato fortunatamente molto piccolo. Con il bulldog francese il rischio è che questo fenomeno possa prendere piede e già una cucciolata è nata proprio nel Regno Unito. Destando ulteriori grida d’allarme dei veterinari britannici, che già da tempo chiedono di vietare l’allevamento delle razze brachicefale.

La richiesta dei veterinari è rimasta come spesso accade inascoltata e così, anziché dirigersi verso un divieto, si è aggiunta una nuova sofferenza. Sembra che sul bulldog francese si siano concentrati i difetti peggiori, per accontentare clienti che spesso non vogliono avere un cane, ma un bimbo a quattro zampe. Chi compra queste razze con il muso sempre più schiacciato, gli occhioni grandi che conferiscono un aria da eterno cucciolo, difficilmente cerca davvero un cane. Cerca di possedere un essere vivente che soddisfi esteticamente i bisogni emotivi, assicurando nel contempo il possesso di uno status symbol. Decidere di dividere la cita con un cane è davvero un’altra cosa.

Bulldog francese senza pelo per soddisfare i bisogni dei clienti allergici, degli stravaganti, degli esibizionisti senza criterio

I cani brachicefali per la conformazione del loro muso sono animali che fanno fatica a respirare. Più il muso è schiacciato e più una funzione vitale come il respiro risulta compromessa. La conseguenza è che questi cani non possono condurre una vita normale, sono spesso soggetti a subire operazioni chirurgiche per migliorare la respirazione. Animali che patiscono in ogni stagione della loro vita, a causa di una selezione delle caratteristiche fisiche peggiori fatta in nome dei desiderata dei loro padroni.

Ora a queste caratteristiche estreme sembra potersi aggiungere anche la varietà senza pelo, quasi che per il cane fosse un impiccio e non rappresentasse una necessità. Il pelo funge da isolamento, un fattore particolarmente importante in un cane che a causa della conformazione fisica teme tantissimo il caldo. Ma avere la pelliccia protegge anche la cute dalle scottature, che possono avere effetti veramente gravi. Secondo i veterinari queste razze sono già soggette a una serie infinita di patologie. Che colpiscono dagli occhi alla colonna vertebrale, senza aver bisogno di essere portatori di ulteriori problematiche.

Quando si assiste a reiterate alterazioni delle caratteristiche di un animale, finalizzate esclusivamente a compiacere chi lo acquista compromettendone la qualità della vita, questo deve essere classificato come maltrattamento. Non deve essere considerato come un capriccio della moda, perché altera le caratteristiche fisiche di un animale causando gravi sofferenze. Se venisse compreso questo semplice concetto cambierebbe radicalmente anche il modo con cui osserviamo questi animali, e soprattutto chi li possiede. Che sarebbero visti proprio con lo stesso biasimo che oggi la maggior parte delle persone prova guardando una persona che indossa una pelliccia.

Dove non arrivano sensibilità e riprovazione deve poter arrivare una norma che vieta la commercializzazione di questi animali

Quando gli acquirenti sembrano non capire che un cane non è un oggetto con un fine estetico, mentre il mercato degli animali maltrattati geneticamente cresce a dismisura, pare evidente la necessità di cambiare strada. Quando il buon senso sembra essere perdente occorre imboccare una via normativa, che impedisca riproduzione e commercio di razze maltrattate geneticamente. Fino ad arrivare a un’estinzione dolce di tutte quelle razze create dall’uomo senza rispettare le loro necessità fisiologiche.

Da decenni si alzano voci che spiegano i maltrattamenti subiti dagli animali a muso schiacciato. Allarmi che non vengono ascoltati, proprio come non sono tenuti in considerazioni i consigli per non alimentare il traffico di cuccioli della tratta. Inutile quindi sperare in un’autoregolamentazione di questo settore, visto che il fallimento di questo percorso è definitivo e netto. Il legislatore deve rivedere in modo complessivo le norme che riguardano il benessere animale, estendendo il campo della tutela a fattispecie che ora non sono contemplate.

Prima che per le strade delle grandi città inizino a riempirsi di bulldog francesi glabri, senza poter prevedere che cos’altro si inventeranno commercianti e allevatori per sfruttare al meglio ogni nuova nicchia di mercato.

Cani randagi dalla Sicilia alla Calabria: le scorie del randagismo che si cerca di stoccare al minor costo

cani randagi sicilia calabria

Cani randagi dalla Sicilia alla Calabria, sono le scorie di un randagismo mai gestito, stoccati in canili che vincono gli appalti sulla base dei costi. La gestione dei randagi deve costare il minimo possibile, poco importa se questi animali non avranno futuro. I canili gestiti secondo le logiche della maggior economicità sono un danno per tutti: per i cani e per chi paga. Una permanenza che difficilmente sarà interrotta da un’adozione, perché spesso questi cani soltanto mantenuti in vita, senza preoccuparsi del loro benessere. Così con il tempo non avranno alcuna reale possibilità di trovare una casa.

cani falchi tigri e trafficanti

Per questo definirli “scorie del randagismo” risulta essere tanto triste quanto appropriato. La storia inizia ancora una volta in Sicilia, terra martoriata da una pessima gestione del randagismo che dura da sempre. Una parte dei cani custoditi in una struttura di Messina, il canile Millemusi, finiranno in Calabria, a Taurianova, in un ricovero amministrata da un commissario perché il titolare si trova in carcere. Un indizio abbastanza preciso che definisce i profili di quanti si occupano di mantenere in vita questi animali. Che non significa renderli adottabili e tantomeno garantire il loro minimo benessere.

Saranno più di un centinaio i cani che attraverseranno forzatamente lo Stretto, mentre altri 320 animali, resteranno al canile Millemusi. Con un costo stimato per l’amministrazione pubblica, per un solo anno, di un milione e centoventicinquemila euro. Una cifra enorme, che non servirà a garantire il benessere degli animali, con un affidamento che dura solo 12 mesi. Al prossimo appalto i cani potranno nuovamente essere spostati, secondo criteri di convenienza. Una situazione che ha fatto infuriare animalisti e politica, che poco se non nulla potranno fare per impedire il trasferimento, dopo tre bandi annullati.

Cani randagi dalla Sicilia alla Calabria, animali sempre in viaggio ma difficilmente per avere una vita migliore

Questa ennesima situazione di pessima gestione del randagismo dimostra come per il cancro del malaffare e dell’inazione politica non sembra esserci cura. Dopo trent’anni dalla promulgazione della legge 281/91, che ha vietato l’abbattimento dei randagi, la questione del randagismo è sempre ferma al palo nel centro/sud Italia. Nei canili del nord la situazione nel tempo è migliorata, anche se non completamente risolta a causa del randagismo di ritorno: cani trasferiti dal Sud al Nord, spesso con criteri molto approssimativi, come è stato più volte scritto su questo blog e come emerge da questa diretta.

Continuando ad avere questo approccio al fenomeno del randagismo appare evidente che il problema non sarà mai risolto, eppure ci sarebbero molte opportunità nel cambiare metodo. Con modalità che possano garantire maggior benessere agli animali, diminuire sensibilmente i costi per le amministrazioni pubbliche e interrompere il flusso di denaro verso soggetti di dubbia moralità. Certo i sistemi ci sarebbero, ma la politica dovrebbe fare un passo indietro e affidarsi a persone competenti, che da tempo dicono che i canili non sono la soluzione. Inascoltati, quasi sempre, nonostante i risultati ottenuti con qualche Comune virtuoso. Come successo a Vieste grazie al progetto “Zero cani in canile” di Francesca Toto.

I cani sono le vittime talvolta anche delle scelte politiche fatte dalle associazioni che si occupano di tutelarli

Non vengono accettati nemmeno i trasferimenti proposti da associazioni estere, che si propongono di trovare nuovi conduttori dei cani fuori dall’Italia. Un fatto che avviene per l’opposizione di alcune organizzazioni nazionali di tutela degli animali. Associazioni da sempre contrarie alle adozioni internazionali, senza avere però dimostrato la capacità di creare realmente l’alternativa. Se dopo decenni ci si trova ancora a considerare i randagi come rifiuti appare evidente che non sia sufficiente protestare. Occorre impegnarsi creando sinergie, abbandonando pregiudizi e evitando di voler a tutti i costi accontentare la parte meno attenta. aperta e informata dei loro sostenitori.

Nel frattempo i cani restano in mezzo a una contesa che poche volte trova soluzione. Diventano vittime inconsapevoli di differenze e distinguo, di politiche poco attente delle amministrazioni che, specie al Sud, pensano di poter risolvere tutto ingabbiano i cani, un po’ come nascondere la polvere sotto il tappeto. Nel frattempo non si vedono all’orizzonte significative modifiche legislative sui temi del commercio degli animali, della loro sterilizzazione e del possesso responsabile. Così il rischio è che il randagismo si perpetui ancora per decenni e che sia usato dalla mala politica per elargire favori.

Serve un cambiamento del modo di pensare, delle modalità di agire perché é necessario fare cultura, diffondendo messaggi intelligenti che aumentino le informazioni di quanti sono sensibili alla causa degli animali. Non ci può essere vero amore quando non vi è conoscenza, educazione, formazione e rispetto. Non è possibile continuare a credere che basti toccare le corde delle emozioni, parlando di pelosetti e adozioni del cuore, per essere davvero utili alla causa dei diritti degli animali. Una nuova cultura deve percorrere il paese da Nord a Sud, capace di raccontare alle persone quanto sia importante e giusto comprendere i bisogni e riconoscere i diritti degli animali.

Cani e gatti al posto dei figli: la discussa affermazione di Papa Francesco fa infuriare gli animalisti

cani gatti posto figli

Cani e gatti al posto dei figli: secondo Papa Francesco molti preferiscono gli animali ai bambini che, così, rubano a loro il posto. Un’affermazione che fatto infuriare il mondo animalista, contrario a un ragionamento che forse era un paradosso. Un concetto espresso sicuramente in modo infelice, nello stesso giorno in cui è stata fatta in San Pietro anche un’esibizione di circensi, che certo di rapporti sbagliati con gli animali ne sanno qualcosa. Uno scivolone per il Papa più ecologista della storia della Chiesa oppure l’uso di una metafora che forse merita anche letture diverse?

Non voglio certo essere io, profondamente laico, a fare l’interpretazione del Francesco pensiero, ma vorrei usare queste parole per fare delle riflessioni. Capisco che il Papa sia un pastore di anime, convinto assertore del primato dei sapiens sugli animali. Seppur abbia ricordato che occorre rispetto nei loro confronti è evidente che l’attenzione corra all’uomo, per ovvi motivi. Papa Francesco resta sempre il capo della chiesa di Roma, ma bisogna dargli atto che è un uomo di pace, che ha più volte difeso l’ambiente, i poveri, i popoli nativi. E’ sicuramente il capo di stato più attento ai cambiamenti climatici.

Un uomo che non ha mai avuto paura di esprimere opinioni scomode, di essere contro corrente, pur nel limite del suo ruolo. La valutazione davvero difficile da condividere, in un mondo come questo, non è tanto l’idea espressa su cani e gatti ma l’invito alla moltiplicazione. Su un pianeta dove mettere al mondo un figlio soltanto dovrebbe essere visto come un gesto di responsabilità e non di egoismo. Analogamente alla scelta di non mettere al mondo dei bambini, se si pensa di non poter dargli un futuro sereno.

Cani e gatti al posto dei figli è un paradosso: sono mondi diversi che si incrociano solo nell’affetto, creando rapporti che non possono essere alternativi

La realtà è che su questo pianeta siamo molti, decisamente troppi al di là delle confessioni religiose di appartenenza. Francamente mi lascia indifferente l’idea di quale religione avrà il primato dei fedeli, mentre mi provoca profondo orrore quando la religione viene usata per opprimere, per comprimere i diritti, per privare delle libertà. Quando la religione diventa una forma di violenza nei confronti di uomini e animali. Quindi, se fossimo una specie saggia, dovremmo pensare a una decrescita serena del numero degli umani che calpestano il suolo del pianeta.

Altra cosa che mi sarebbe piaciuto sentire sarebbe stato un fermo richiamo alla responsabilità genitoriale: il mondo non è fatto di santi e di eroi, ma di persone. Che avrebbero il dovere morale di interrogarsi prima sulla loro disponibilità a sacrificarsi, a difendere i diritti dei bambini, a essere i primi combattenti per un mondo migliore. Un concetto che riguarda anche le adozioni: cercare di rendere felice chi è già nato, piuttosto che far nascere nuove vite sarebbe un segno di condivisione, di partecipazione all’altrui sofferenza.

Un concetto che vale, anzi meglio usare il condizionale, che dovrebbe valere per tutte le vite. Una riflessione profonda che dovrebbe portarci sempre verso la strada che diminuisce la sofferenza, come se fosse un dovere. Questo ovviamente non significa che non si debba fare figli, ma che alcune scelte potrebbero essere sostenute e agevolate perché eticamente migliori di altre. Per chi è già nato, per un pianeta in affanno che salvo cambiamenti davvero radicali non sarà in grado di nutrire tutti.

Quando cani e gatti vengono identificati come figli forse diventano i bersagli di un affetto sbagliato, patologico

I nostri animali domestici sono uno dei punti focali dei nostri rapporti, delle interazioni che riguardano anche il mondo dei sentimenti. Ma talvolta quando l’amore diventa prevalente sul rispetto allora si corre il rischio di dimenticarsi della loro natura. Non un caso che alcune razze canine, come i cani brachicefali, abbiano oramai tratti completamente esasperati per farli sempre più assomigliare a cuccioli d’uomo. Animali ai quali spesso non vengono riservate attenzioni verso le loro necessità, cercando di ottenere soltanto quello che fa piacere a chi li detiene.

Così ci sono cani che passano la loro vita nelle borsette, che sporcano sulle traverse in casa, che non possono socializzare. Animali con i quali non si condivide nulla, ma che sono tenuti per il nostro piacere, segregandoli magari sui balconi, costringendoli in gabbia, strattonandoli costantemente durante le passeggiate. Animali che siamo incapaci di rispettare, per la loro essenza, per le loro esigenze, cercando di trasformarli in quello che non dovrebbero essere.

La realtà è che forse siamo una specie che fatica a tenere a bada il proprio egoismo, lo facciamo con gli uomini, che hanno una possibilità di difesa, lo imponiamo agli animali. La ragione per cui mi sarebbe piaciuto più sentire parlare di responsabilità che di natalità da Papa Francesco. Perché è proprio in questi concetti, rispetto e responsabilità, che si annida la felicità. Regalare felicità senza oppressione, senza creare gabbie e recinti, dovrebbe essere un dovere per tutti gli uomini, indipendentemente da credo e colore di pelle, da genere o stato sociale.

Sugli animali diamo i numeri, uccidendo il buon giornalismo e l’informazione responsabile

sugli animali diamo numeri

Sugli animali diamo ai numeri, con sempre maggior disinvoltura, senza effettuare controlli, togliendo spesso agli organi di informazione credibilità. Privando in questo modo i lettori di notizie attendibili, su argomenti che sono ritenuti sempre più importanti dall’opinione pubblica. Un’importanza che troppi media riservano solo ai click che le notizie sugli animali sono in grado di attivare, ma non alla qualità dell’informazione che spesso è soltanto un brutto “copia & incolla”. Fatto senza controlli sull’attendibilità delle fonti, anche quando sono da sempre inaffidabili.

Così il giorno di Capodanno viene diffusa una notizia lanciata dalla famigerata associazione “AIDAA” sui botti. Nella velina subito rilanciata dalle agenzie si parla di 400 cani e gatti morti a seguito di petardi e fuochi d’artificio. Peccato che manchino del tutto le fonti di acquisizione dei dati che sono alla base del solito comunicato stampa, come è chiaro a chiunque segua questo settore. Una certezza per chi ben conosce il fondatore dell’associazione e le sue improbabili dichiarazioni, ma anche la sicurezza sull’impossibilità di avere i dati citati. In assenza di un osservatorio efficace e, soprattutto, reale sulle tantissime questioni che hanno al centro gli animali.

Così agenzie e le principali testate, fra le quali il Messaggero di Roma, si buttano letteralmente sui botti, contribuendo a far esplodere il fegato di chi conosce i protagonisti e il settore. Il Messaggero lo fa con un titolo drammatizzante: “Botti Capodanno, strage di animali: 400 fra cani e gatti morti, migliaia fuggiti. Bilancio peggiore rispetto al 2020”.

Errori di percorso, inciampi casuali e non voluti o strategie di clickbaiting?

Qualcuno potrebbe pensare a un incidente di percorso, un abbaglio preso da un’agenzia che ha causato il diffondersi di fake news. Non è così, non si tratta di un caso isolato. Come non possono essere considerati episodi sporadici tutte le falsità che spesso vengono pubblicate sugli animali. Confondendo realtà con fantasia, notizie con bufale, delle quali vengono digerite anche corna e zoccoli.

La realtà è che la buona informazione costa, ma nessuno vuole oramai pagare. Aumentando spesso l’incapacità del lettore di distinguere fra il vero e il falso, fra la notizia e la bufala. Così in un attimo il disastro si amplifica, grazie alla condivisioni delle fake news in rete, che vengono a loro volta ricondivise. Seguendo l’assunto che un fatto pubblicato da un giornale è per certo vero, e se viene postato da un amico stimabile la verifica l’avrà fatta certamente lui. Un effetto domino letale, che rende vero, falso e verosimile un impasto indistinguibile, una polpetta indigesta sulla cui tossicità si riflette troppo poco.

I giornali online vivono sulla pubblicità, con redazioni ridotte all’osso e con collaboratori pagati pochissimo. Che se vogliono poter arrivare alla fine del mese con un compenso dignitoso, che gli consenta almeno la sopravvivenza, sono costretti a scrivere tanto, verificando poco. In altri casi le regole le dettano gli investitori pubblicitari, che possono dare o togliere il loro sostegno a seconda delle politiche editoriali. Tutto deve tornare in ogni economia e i media non sono un’eccezione.

Sugli animali diamo i numeri e in questo modo tutto diventa opinabile, come le false notizie sui lupi, presentati come animali demoniaci

Così i lupi assediano i paesi, spaventano i bambini che non si sentono sicuri di poter uscire a giocare, per la paura ingenerata da queste creature del demonio. Raccontate non con il piglio della scienza, ma con il cipiglio delle veline di qualche sindacato di agricoltori o del mondo venatorio. Notizie false, gonfiate, capaci però di creare l’effetto valanga: partono che sono una palla di neve ma dopo anni che girano sulla rete diventano come le isole di spazzatura negli oceani. Inquinanti, pericolose, capaci di generare una falsa cultura che sembra essere diventata invincibile.

Tornando alla notizia degli animali morti a Capodanno c’erano tutti gli ingredienti per capire che fosse una polpetta avvelenata. Un’associazione non credibile quanto fantomatica, capace di dare sempre con furbizia proprio quella che è un’esca fantastica per avere l’attenzione dei media. I giornali vogliono i dati per dar corpo alla notizia, per renderla credibile e si abbeverano a questa fonte per i botti, ma non soltanto. Questa associazione da costantemente i numeri: del randagismo, degli abbandoni e persino dei gatti neri scomparsi nella notte di Halloween. Imbonitori, che sembrano però essere più ascoltati dai media di quanto lo sia Papa Francesco dai fedeli.

L’abuso della credulità popolare è un reato punito con una multa sino a 15.000 Euro, ma sulle panzane si chiudono gli occhi

Secondo l’articolo 661 del Codice Penale “Chiunque, pubblicamente, cerca con qualsiasi impostura, anche gratuitamente, di abusare della credulità popolare è soggetto, se dal fatto può derivare un turbamento dell’ordine pubblico, alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 15.000.” Non turba l’ordine pubblico pensare che i lupi assedino i paesi, mettendo in pericolo i bambini? Forse si, ma solo imparando a valutare con attenzione: chi scrive dovrebbe verificare sempre, e quando sbaglia rettificare. In un paese dove le fonti sono spesso avvelenate, il dovere del controllo non dovrebbe essere svolto soltanto per pura deontologia.

In Italia si fatica ad avere dati realistici in tutti i campi e quelli sugli animali non fanno eccezione. Alcune rare volte perché si cerca di occultarli, il più delle volte perché non vengono raccolti, non vengono aggregati, non gli vien data alcuna importanza. Facciamo fatica a conoscere i numeri del randagismo, perché le istituzioni non li raccolgono o non li trasmettono, e così gli unici disponibili sono datati e parziali. Ma mancano anche i dati complessivi dei procedimenti per maltrattamento di animali: quanti finiscono archiviati, prescritti, mai istruiti? Sappiamo quanti sono gli animali da compagnia in Italia solo grazie al fatto che rappresentano un dato economico rilevante, un mercato miliardario.

Ben diverso quando si parla di allevamenti, trasporti di animali vivi, fauna abbattuta dai cacciatori: per i primi i dati sono spesso espressi in quintali, per la fauna le Regioni ritirano i tesserini dove i cacciatori dovrebbero segnare gli animali abbattuti, ma i dati disponibili sono pochi, mai completi e spesso non si riescono ad ottenere. Si può quindi davvero pensare che questa associazione possa dare, lo stesso giorno, i dati degli animali morti per i botti di Capodanno? Neanche credendo che Biancaneve non sia il personaggio di una favola.

Alcuni giornali e agenzie che hanno pubblicato la falsa notizia

TestataDataLink
Il Mattino01/01/20222https://www.ilmattino.it/pelo_e_contropelo/animali_morti_botti_di_capodanno_cani_gatti_fuggiti_aida-6414027.html
Il Sicilia04/01/2022https://www.ilsicilia.it/strage-di-animali-a-capodanno-morti-almeno-400-fra-cani-e-gatti-per-i-botti-centinaia-quelli-scappati/
Napoli Today04/01/2022https://www.napolitoday.it/animali/capodanno-2022-animali-morti.html
ADN Kronos01/01/2022https://www.adnkronos.com/capodanno-2022-morti-almeno-400-tra-cani-e-gatti-per-i-botti_4VvGGRER0mmb4Vv7VE3luR
Corriere della Calabria04/01/2022https://www.corrieredellacalabria.it/2022/01/01/botti-di-capodanno-aida-record-di-cani-e-gatti-morti-in-calabria/
Corriere Etneo01/01/2022https://www.corrieretneo.it/2022/01/01/capodanno-in-sicilia-e-calabria-record-di-cani-e-gatti-morti-per-i-botti-sono-almeno-400/
TGCOM2401/01/2022https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/botti-di-capodanno-aida-almeno-400-gli-animali-domestici-morti_43877659-202202k.shtml
VelvetPets03/01/2022https://velvetpets.it/2022/01/03/botti-di-capodanno-strage-cani-e-gatti-oltre-400-animali-morti/

Una sola testata si interroga e si pone dubbi sulla veridicità della notizia ed è Kodami, alla quale bisogna dare atto dell’attenzione.