Cani al guinzaglio nelle aree naturalistiche: rispettare le regole per difendere l’ambiente

Cani al guinzaglio nelle aree naturalistiche: rispettare le regole per difendere l’ambiente

cani guinzaglio aree naturalistiche

Tenere i cani al guinzaglio nelle aree naturalistiche è un comportamento intelligente e rispettoso delle regole. Quando entriamo negli ambienti naturali dobbiamo sempre comportarci come ospiti educati, consapevoli di andare a casa d’altri. La fauna che li abita non deve essere disturbata dalla nostra presenza e la stessa considerazione deve essere fatta per gli animali che ci accompagnano. Non può bastare credere di avere un cane obbediente per pensare che sia normale lasciarlo libero. Un comportamento che oltre a essere vietato dalla legge dovrebbe essere evitato per buonsenso.

Cani falchi tigri e trafficanti

Un cane, in modo del tutto incolpevole, può creare gravi problemi agli animali selvatici, in particolar modo durante la stagione riproduttiva. La presenza di piccoli, che spesso si trovano a terra, amplifica la possibilità che un cane libero faccia disastri ma anche che possa essere esposto inutilmente a pericoli. Quasi tutti gli scontri fra uomini e orsi in Tentino sono stati causati dalla presenza di cani lasciati liberi. Che una volta arrivati vicino a un’orsa con i cuccioli ne hanno provocato l’inevitabile reazione e, in alcuni casi, questo ha coinvolto anche i conduttori degli animali, accorsi in loro difesa.

Bisogna pensare che le prescrizioni che vengono date ai visitatori da chi gestisce aree naturalistiche sono sempre motivate e non sono semplici raccomandazioni. Sono divieti disposti per tutelare gli animali selvatici da una presenza invasiva e quindi pericolosa. Per questo devono essere rispettati da tutti senza eccezioni e ben vengano le sanzioni nei confronti di chi infrange le regole. Un cane lasciato libero darà probabilmente sfogo al suo atavico istinto da predatore: per questo deve essere tenuto sotto stretto controllo. Non una punizione nei confronti del cane, ma una tutela necessaria degli altri animali.

I cani al guinzaglio nelle aree naturalistiche dove sono ammessi parlano dell’educazione del conduttore

Alcune volte il concetto di rispetto per gli animali si traduce in comportamenti molto diversi fra loro. A seconda della specie dell’animale, del contesto in cui ci si trova e delle limitazioni che ci vengono imposte. Rispettare gli animali dovrebbe essere un concetto rotondo, privo di spigoli, di differenze e di distinguo. Questo però non sempre avviene e le motivazioni sembrano dettate da personalismi: “il mio cane si diverte”, “se avessi immaginato che dovevo tenerlo al guinzaglio lo lasciavo a casa” oppure “ma cosa vuole che sia se insegue un capriolo, tanto lo fa solo per giocare”.

Ragionamenti, se così possiamo chiamarli, che hanno poco di logico e di scientifico ma molto di egoistico. Giustificazioni che vorrebbero trasformare i comportamenti sbagliati in azioni giustificabili, spesso con la motivazione che siano altre le cose davvero importanti di cui sarebbe opportuno occuparsi. In realtà nulla è più importante di quanto sia osservare le regole che disciplinano l’accesso in un’area protetta o comunque selvatica. Comprendendo che sono state fissate delle limitazioni per tutelare un interesse collettivo. Senza essere accondiscendenti con quanti non capiscono la differenza fra un’oasi e un parco cittadino, dove sarebbe comunque opportuno avere sempre comportamenti rispettosi.

In fondo basterebbe poco, sarebbe sufficiente informarsi senza pregiudizi sui pericoli per le specie selvatiche causati dagli animali domestici lasciati liberi. Con una piccola ricerca si potrebbero scoprire molte informazioni sugli equilibri degli ecosistemi e sui danni che vengono causati, fra gli altri, da indesiderate invasioni di campo. Comprendendo così i rischi per la fauna causati dai nostri comportamenti e dalle nostre mancate attenzioni, provocati da azioni banali, ma solo apparentemente di poco conto.

Animali al guinzaglio e restare sui sentieri sono le regole d’ore di chi rispetta la natura

Le aree protette di tutto il mondo hanno in comune le stesse regole base per i visitatori e se questo avviene è per un motivo preciso. Chi gestisce un’oasi o un parco ha ben presente la necessità di minimizzare gli impatti umani che rappresentano il cuore del problema: occorre quindi fare delle scelte per tutelare l’ambiente e le specie che ci vivono. Per farlo sono necessarie prescrizioni che possono anche non piacere al turista, ma che sono fondamentali per difendere l’integrità dell’area protetta. Un esempio per tutti viene dalla regola più ovvia che però è anche la meno rispettata: il divieto di uscire dai sentieri tracciati durante un’escursione.

Per gli animali selvatici i sentieri che percorriamo rappresentano una specie di corridoio nel quale camminano esseri potenzialmente pericolosi. Considerando però che si spostano sempre secondo gli stessi itinerari gli umani non rappresentano una fonte eccessiva di disturbo. Almeno sino a quando non si allontanano dai tracciati. Nel momento in cui decidono di abbandonare i sentieri è come se andassero a casa d’altri senza essere invitati. Rischiando di calpestare nidi e tane, di spaventare i piccoli e anche di correre inutilmente qualche pericolo.

Basta davvero poco per mettere in atto i comportamenti giusti. Avendo la consapevolezza di volersi comportare come ospiti che rispettano l’ambiente, fieri di essere un esempio per quanti incontrano nel loro cammino. La natura non deve essere difesa soltanto a parole: contano i fatti e gli esempi, come ben sa ogni buon escursionista.

Pitbull usato come fosse un’arma: ennesimo episodio di utilizzo criminale di un cane

Pitbull usato come fosse un’arma: ennesimo episodio di utilizzo criminale di un cane

Pitbull usato come arma
Foto di repertorio

Pitbull usato come fosse un’arma, da parte di uno spacciatore di droga che lo aizza contro i Carabinieri. L’ultimo episodio, ma solo in ordine di tempo, nel quale un cane viene impiegato come strumento per intimidire. Subendone poi le conseguenze, come in questo caso, considerando che il cane è stato ferito dagli agenti. L’episodio è accaduto a Milano, ma potrebbe essere successo ovunque, con protagonisti diversi ma razze di cani quasi sempre uguali. Che a causa di questi episodi, più frequenti di quanto si possa immaginare, godono di pessima fama.

cani falchi tigri e trafficanti

Non esistono cani pericolosi, ma solo cani che possiedono, per conformazione fisica, potenzialità di causare seri danni in caso di attacco. Per questo vengono scelti da piccoli criminali che li usano per minacciare, intimidire, aggredire dopo averli addestrati per stimolarne l’aggressività. Cani che iniziano a subire violenza sino da cuccioli, in mano a veri “padroni” che li vedono come strumenti e non come esseri senzienti. Un grande problema che sino ad ora ha portato solo a criminalizzare alcune razze, ma non ha portato a provvedimenti che tutelino realmente gli animali.

Il problema è più ampio e articolato dei cani usati da certe persone come armi. Il punto di partenza dovrebbe essere la tutela degli animali in senso generale, vietandone il possesso a chi ha sviluppato comportamenti violenti. Se da un lato bisogna evitare che un cane diventi uno strumento di offesa, dall’altro bisogna analizzare i vuoti normativi e prevedere nuove possibilità di tutela.

Un pitbull usato come un’arma rivela molte cose su un rapporto sbagliato fra uomini e cani

L’errore probabilmente è dovuto all’angolo di visione dal quale si osserva la notizia. Un pezzo di cronaca che parla di piccolo spaccio, di un balordo, un cane e di un controllo dei Carabinieri. Che aggrediti dal cane prima cercano di fermarlo con lo spray urticante e poi sparano, ferendolo. Letto così è soltanto uno dei tanti episodi di micro e macro criminalità che riempiono i giornali. Guardando l’episodio invece come fosse la punta di un iceberg le valutazioni potrebbero essere molto diverse.

Iniziamo con il dire che è difficile pensare che padrone e cane non fossero già stati segnalati alle forze dell’ordine. Certi comportamenti non passano facilmente inosservati. Ma spesso queste segnalazioni sono viste come poco rilevanti, nel contesto di degrado in cui hanno avuto origine. Occuparsi di queste situazioni è un problema per diversi motivi: di tempo, di competenze, di costi dei Comuni che non vogliono avere molossoidi che riempiono i canili. Che sono già pieni oltre il limite di cani di questo genere, che molto difficilmente troveranno adozione.

Così finisce che si lascia in mano a una persona violenta, con un profilo quantomeno da piccolo criminale, un cane, costretto a subire violenze e maltrattamenti. Sino a quando le situazioni non precipitano e qualcuno si fa male sul serio. Solo a quel punto tutto improvvisamente si anima, si torna a parlare di razze pericolose, di cani aggressivi e almeno per un po’ l’attenzione resta alta. Per poi tornare al solito e ordinario stato dei fatti: raramente certi maltrattamenti vengono perseguiti e la legge ha davvero uno scarso potere di deterrenza.

Bisogna cambiare le regole, ma anche alzare l’attenzione: il maltrattamento di animali spesso nasconde la violenza

Il nemico da battere, come sempre, dovrebbe essere il comportamento violento, senza distinzione se questo viene esercitato su uomini e animali. Una persona violenta resta sempre pericolosa e quello che oggi viene commesso sugli animali domani potrebbe avvenire sulle persone. Per questo sarebbe importante occuparsene il prima possibile, non solo con la repressione ma anche e soprattutto con la prevenzione.

Chi tiene cani per usarli come strumento di minaccia e li addestra per questo, con metodi che sono immaginabili, deve essere interdetto dal detenerli. Non soltanto cani, ma animali in generale. Questo divieto sarebbe auspicabile per tutti i soggetti che hanno precedenti per crimini violenti, per reati anti sociali e per gesti di intimidazione. Un animale non è per tutti. E dividere la propria vita con un altro essere vivente non deve essere considerato un diritto, senza condizioni.

I reati contro gli animali dovrebbero essere letti, sempre, come indicatori di pericolo per la società. Mai liquidati come reati di lievi entità. Guardando il mondo dei maltrattamenti con attenzione, lo dice la scienza, si possono scoprire molte cose. Tanto che da anni l’FBI scheda i responsabili di maltrattamenti agli animali in un database, usandolo durante le indagini su reati violenti e seriali. In Italia quest’ipotesi investigativa non è presa in considerazione. Sarebbe opportuno rivedere la normativa, cambiare le regole e aumentarne il potere di deterrenza.

Lega e animali in Costituzione: il partito vorrebbe far tramontare questa ipotesi a colpi di emendamenti

Lega e animali in Costituzione: il partito vorrebbe far tramontare questa ipotesi a colpi di emendamenti

Lega e animali in Costituzione

Lega e animali in Costituzione non vanno d’accordo, al di là delle iniziali dichiarazioni. Per cercare di bloccare il disegno di legge che dovrebbe inserire i diritti degli animali nella carta costituzionale sono stati presentati dal partito di Salvini ben 246mila emendamenti. Un numero così elevato da togliere ogni possibile idea che siano pensati per migliorare il testo del provvedimento. Nonostante quella che pareva un’iniziale condivisione del progetto fra tutte le forze politiche al governo.

Cani falchi tigri e trafficanti

Del resto il fatto non stupisce, considerando le posizioni sempre espresse dal partito di Salvini. Più vicino agli interessi di cacciatori e allevatori che non degli animali nel loro complesso. La Lega infatti si è sempre gettata nella difesa degli animali da compagnia, per cercare consensi facili. Sapendo che una parte dell’elettorato è più attenta ai bisogni di cani e gatti che non degli animali nel loro complesso.

La scusa ufficiale è che il testo della proposta di modifica sia poco chiaro e confuso. Per questo viene giudicato come da riscrivere integralmente, anche se, per una volta, tutto si può dire meno che la proposta non sia correttamente formulata:

…tutela l’ambiente e gli ecosistemi, come diritto fondamentale della persona e della comunità, promuovendo le condizioni che rendono effettivo questo diritto. Persegue il miglioramento delle condizioni dell’aria, delle acque, del suolo e del territorio, nel complesso e nelle sue componenti, protegge la biodiversità e promuove il rispetto degli animali. La tutela dell’ambiente è fondata sui princìpi della precauzione, dell’azione preventiva, della responsabilità e della correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati all’ambiente.

Lega e animali in Costituzione sono un binomio che aveva stupito da subito chi segue questa politica del consenso facile

Salvini e il suo partito hanno appena richiesto di incrementare sanzioni e attività per il contrasto del randagismo e contro le zoomafie, ma questo si sa è tutt’altro discorso. La lotta a questo tipo di malaffare tocca solo marginalmente l’elettorato della Lega e non mina i buoni rapporti con il mondo venatorio e con quegli allevatori che vorrebbero sterminare lupi e orsi. Infatti la volontà che emerge chiara è quella di creare un doppio binario sui diritti degli animali: uno più garantista per quelli da affezione e uno più blando per tutti gli altri.

La Lega è il partito più spregiudicato nell’utilizzare la tutela degli animali e dell’ambiente in una declinazione composta da infinite variabili. Una per ogni segmento produttivo interessato, una sorta di credo che varia di volta in volta a seconda dell’interlocutore e degli interessi. Così con infinite piroette il partito difende cani e gatti dai maltrattamenti, organizza banchetti a base di orso, sostiene le peggiori proposte di modifica delle leggi venatorie e protegge gli allevatori. Senza dimenticare la difesa delle tradizioni culinarie, come lo spiedo bresciano a base di piccoli uccelli canori. Tradizione che recentemente è stata oggetto di un pranzo fatto negli uffici pubblici di una comunità montana a guida PD.

Per questa nuova piroetta della convenienza elettorale si sono indignati tutti: partiti e associazioni che si occupano dei diritti degli animali. Che non hanno esitato a giudicare come pretestuoso e vergognoso l’atteggiamento del partito guidato da Salvini. Forse però il ragionamento meriterebbe di essere esteso sul perché la Lega non tema, con questo genere di comportamento, di perdere voti. La risposta potrebbe essere tanto semplice quanto disarmante: la consapevolezza che agli elettori i temi sulla biodiversità, tutela dell’ambiente e diritti dei più deboli abbiano una scarsa presa. Rispetto a molti altri che costituiscono il piatto forte della proposta politica leghista.

La tutela dell’ambiente e dei diritti degli animali forse in politica non paga

In effetti l’arcipelago verde, identificando in questo colore il movimento trasversale che si occupa di animali e ambiente, in Italia non sfonda. Non riescono a farlo i Verdi, che sono da tempo fuori dal parlamento, ma non lo fanno nemmeno i cosiddetti partiti animalisti. Una realtà che risulta incomprensibile paragonata a quello che accade in diversi paesi europei. Come la Germania, dove i Verdi raggiungono percentuali di consenso interessanti.

In Italia probabilmente, dopo la grande spinta ambientalista del 1989, quando i Verdi vissero il periodo di maggior splendore, sono venuti a mancare credibilità, leadership e programmi comuni convincenti. Progetti di convivenza resi impossibili dalla sterminata pluralità di visioni e dall’assenza di un minimo comun denominatore. In questo modo una nicchia importante per le politiche del paese è andata desertificandosi, a causa di una progressiva e inarrestabile discesa dei consensi.

Questa diaspora ha fatto sì che molti politici attenti a questi temi confluissero in altri partiti, ma in numero non sufficiente a farli diventare un polo di attrazione. Per restare in tema questo è il classico gatto che si morde la coda. Ci vorrebbe una componente verde, come succede in moltissima parte d’Europa, ma quella attuale non raggiunge nemmeno la soglia di sbarramento per entrare in parlamento.

Per questo poi la politica più tradizionale, meno innovativa e attenta ai temi ambientali, perfettamente incarnata dalla Lega, riesce a non solo a ottenere consenso ma, anche, a costituire l’ago della bilancia su molte decisioni. Non solo a livello nazionale ma anche a livello regionale, dove si decidono provvedimenti importanti in tema di fauna e gestione del territorio. Sarebbe tempo di aprire un laboratorio innovativo su questi argomenti, che arrivi a fare sintesi per un progetto comune, capace di arginare litigiosità e protagonismi.

Manifesto per un animalismo democratico: un viaggio filosofico  all’interno delle battaglie per i diritti degli animali

Manifesto per un animalismo democratico: un viaggio filosofico all’interno delle battaglie per i diritti degli animali

Manifesto per un animalismo democratico

Il Manifesto per un animalismo democratico scritto da Simone Pollo è un saggio interessante, che pone sul tavolo diversi quesiti. Domande che da tempo animano l’animalismo in Italia, ma non solo, in tutte le sue variegate componenti. In effetti intorno al riconoscimento dei diritti agli animali non umani si sono create differenti correnti di pensiero. Alcune molto radicali, che mettono sullo stesso piano i diritti degli animali umani e non umani, altre più portate a lottare per ottenere una riduzione progressiva del danno. Mosse dalla consapevolezza che un cambiamento della società, imposto, sia difficile da poter realizzare.

Cani falchi tigri e trafficanti

Il saggio si fonda sul presupposto che tutti i cambiamenti debbano ruotare intorno alla condivisione democratica. Che non deve essere assoluta, ma ampiamente riconosciuta nella società come valore positivo. L’autore, che insegna bioetica all’Università La Sapienza di Roma, ha scritto questo trattato scientifico, ricco di riferimenti e citazioni, per far riflettere su un possibile percorso. Che non porta a un riconoscimento generalizzato di diritti, ma pone alla base un concetto chiaro: i cambiamenti avvengono quando la società é pronta a riceverli.

I diritti degli animali, specie quelli che comporterebbero cambiamenti molto radicali, devono crescere nella coscienza collettiva. Che secondo il suo autore non può riconoscere, oggi, una parità di considerazione fra i diritti degli uomini, spesso negati, e quelli degli animali. Confutando, ad esempio, che i camion carichi di animali da macello possano essere equiparabili ai vagoni piombati che trasportavano i deportati della Shoa.

Il Manifesto per un animalismo democratico è un libro che farà discutere, e molto, le varie anime del movimento animalista

Simone Pollo non può certo essere accusato di aver cercato scorciatoie, né linguistiche, né di pensiero, esponendo la sua teoria sino ad arrivare alle conclusioni. Queste ultime si possono poi più o meno condividere, ma hanno il pregio di essere molto stimolanti per la crescita del dibattito su questi temi. Ponendo un confine che certo resta difficile da travalicare: se la società non è pronta a riconoscere determinati valori come universali, questi non potranno essere assimilati tramite imposizione.

Prima di arrivare a un mondo virtuosamente vegano sarà necessario modificare idee e abitudini. Un percorso che non sarà breve. Al di là delle imposizioni pratiche che verranno dal pianeta, questa evoluzione non potrà essere compiuta interamente nel giro di qualche decennio. Diversa è invece la possibilità di affermare, già ora, diritti in altri settori. Realizzando cambiamenti anche normativi, su obiettivi oramai largamente condivisi. Come l’abolizione della caccia e lo sfruttamento degli animali nei circhi.

Un testo che scava all’interno di concetti e definizioni, arrivando a scardinare paradigmi che rappresentato luoghi comuni.

Un bracciante miseramente pagato e senza protezioni sindacali può a buon diritto essere considerato come ridotto in schiavitù, anche se di fatto nessuno ha la sua proprietà giuridicamente riconosciuta. Per converso, un cane che vive in una famiglia, circondato di affetto e cure, ed è di fatto considerato un membro di quella stessa famiglia non è uno schiavo solo per il fatto che per la legge è di proprietà di un essere umano.

Tratto da Manifesto per un animalismo democratico

Il riconoscimento dei diritti degli animali deve essere considerato l’ineludibile punto di arrivo di una società democratica

E’ innegabile il divario fra i diritti desiderabili, che si vorrebbero vedere riconosciuti agli animali, e quelli reali, che spesso si fermano subito dopo la loro enunciazione. Considerando peraltro che gli animali non hanno possibilità di poterli difendere in modo autonomo. Realtà assimilabile, secondo l’autore, a quella delle minoranze umane così scarsamente rappresentate da aver necessità di trovare dei difensori, per poter ottenere ascolto.

Un libro da leggere con attenzione, visto che pur avendo un testo molto scorrevole tratta argomenti etici complessi, con un angolo di visione alternativo e mai banale. Una promessa che già traspare chiaramente nel titolo. Annunciando da subito e in modo chiaro come il riconoscimento dei diritti debba passare dalla democrazia. Come è stato per l’abolizione della schiavitù umana.

Carocci Editore – brossura – 124 pagine – 12,00 Euro

Senza mai perdere la tenerezza: l’indifferenza verso la sofferenza non deve anestetizzare la nostra umanità

Senza mai perdere la tenerezza: l’indifferenza verso la sofferenza non deve anestetizzare la nostra umanità

Senza mai perdere la tenerezza

Senza mai perdere la tenerezza. Questo dovrebbe essere l’obiettivo di ogni essere umano, che sappia riconoscere nel termine “umanità” il rispetto e la compassione. In questi giorni si moltiplicano gli appelli a non consumare carne di agnello, per tantissimi validi motivi, che non sempre devono essere legati soltanto alla loro uccisione. Non soltanto alla morte, ma alla sofferenza del prima, che non può trovare giustificazione alcuna ai maltrattamenti gratuiti che sono riservati agli agnelli.

Cani falchi tigri e trafficanti

Gli agnelli sono il culmine di un problema che ciclicamente viene portato all’attenzione nei periodi che precedono la Pasqua. Il momento in cui centinaia di migliaia di animali sono sottoposti a estenuanti viaggi. Attraversando l’Europa e non soltanto, per finire sulle tavole. Trasportati malamente, sottoposti a maltrattamenti, macellati nel peggiore dei modi, senza rispetto nemmeno delle poche regole esistenti. Sofferenze causate dal profitto, da un economia che massimizza le rese, indifferente alla compassione.

Leggendo le cronache però sembrerebbe che troppi siano indifferenti di fronte alla sofferenza. Questo probabilmente è il vero problema della nostra società, che presta sempre meno attenzione ai diritti degli altri. Ma non bisogna pensare che questa pericolosa anestesia dei sentimenti riguardi solo gli animali. Basta aprire la cronaca per rendersi conto di sintomi preoccupanti di una società sempre più malata, sempre più arrabbiata e molto, molto distratta. Non più individui che formano una società, in senso esteso, ma una società fatta di individualità, collegate spesso per opportunità. Senza sentimento, senza empatia.

Senza mai perdere la tenerezza: il concetto di umanità è racchiuso in queste 5 parole

Il risveglio delle coscienze, il tentativo di creare una società migliore non dovrebbe essere considerato un sogno romantico, ma una priorità. In fondo una società anestetizzata, che non percepisce la sofferenza altru,i rappresenta un pericolo per ognuno, anche se ampiamente sottovalutato. Chi andrà in soccorso di una donna abusata, di un animale maltrattato, di una persona fragile se non siamo attenti alla sofferenza? Come mai ogni giorno gli abusi e le violenze sembrano comportamenti oramai abituali della nostra società?

Molti dividono la violenza e le sofferenze in comparti, spesso stagni. Uno molto grande per gli uomini e un altro per gli animali. Che a loro volta però si dividono in ulteriori partizioni: quelle degli umani per razza, genere, colore della pelle, religione e stato sociale. Per gli animali, invece, le divisioni principali sono legati al loro destino, dove quelli cosiddetti da compagnia si trovano in posizione privilegiata. Per poi scendere di livello, giù, giù giù fino agli animali buoni da mangiare e a quelli spesso giudicati ripugnanti come ratti e serpenti.

Più si allontanano dai nostri sentimenti come tenerezza, rispetto, affetto e più questi esseri viventi entrano nella grande galassia dell’indifferenza. Quella che ci impedisce di provare non solo tenerezza di fonte alle loro sofferenze, ma di restarne in qualche modo toccati. E così gli abitanti della galassia dell’indifferenza, umani e non umani, perdono sempre più diritti, conquistando invece sofferenze più o meno profonde. Eppure non percepire questa situazione come un comportamento gravemente negativo rappresenta un pericolo per ognuno di noi. Una società indifferente alla violenza è una società pericolosa.

Riflettere sulla violenza e sull’indifferenza potrebbe essere un buon esercizio per allenarsi a un cambiamento di rotta

Tornando agli agnelli ci si può sentire migliori se non si contribuisce alla loro mattanza. Ma la cosa più importante è proprio provare tenerezza di fronte a un cucciolo, così simile a noi con la capacità di esprimerlo anche soltanto con lo sguardo in una fotografia. Mai come in questo momento presente abbiamo bisogno di iniziare a mettere in atto dei cambiamenti nei comportamenti, ma non solo. Abbiamo bisogno di fermarci a riflettere sui valori di questa società, di questa umanità che forse ha perso più di quanto abbia ricevuto. O forse meglio abbia creduto di ricevere.

Vogliamo davvero perpetuare un modello fatto di guerre, sfruttamento, devastazioni ambientali che ci ha portato a una costante perdita di biodiversità? Oppure questo potrebbe essere il tempo della consapevolezza, per iniziare una rivoluzione dolce ma ferma, capace di ribaltare quei finti valori che la finanza ci ha fatto credere che fossero tali? Le chiavi del futuro potranno essere l’arroganza oppure la condivisione. Ma la prima è un veleno che anestetizza le coscienze e ci destina alla nostra fine.

Cani liberi dalle catene: uno studio racconta la sofferenza degli animali costretti a stare sempre legati

Cani liberi dalle catene: uno studio racconta la sofferenza degli animali costretti a stare sempre legati

Cani liberi dalle catene

Cani liberi dalle catene che limitano i loro movimenti, che li riducono a oggetti per fare la guardia. Senza tenere conto delle sofferenze che le costrizioni permanenti causano ad animali sociali, che vogliono avere rapporti. Uno studio esamina a tutto tondo la realtà nazionale ma non solo, per cercare di contribuire al cambiamento. Un cane non è un oggetto, avere un cane non deve essere considerato un diritto, ma deve essere considerato nell’ottica di una condivisione di vita e bisogni. Eppure i cani tenuti a catena, segregati sui balconi o nei giardini, privati dei rapporti e della possibilità di esplorare il territorio sono tantissimi.

Cani falchi tigri e trafficanti

Nel rapporto realizzato da Green Impact con la collaborazione di Save The Dogs è stata fatta una fotografia di un fenomeno molto discusso quanto diffuso. Non soltanto in Italia ma in tutto il mondo, perché il cane è stato visto per molto tempo come uno “strumento” da utilizzare per fare la guardia alle proprietà. Senza preoccuparsi troppo della sofferenza, senza valutare se una catena, oltreché un vincolo, possa costituire un maltrattamento. Le tradizioni, anche le peggiori, sono sempre dure da cambiare e i cani tenuti a catena non fanno eccezione.

I cani sono animali sociali, hanno necessità di stabilire un contatto con chi li detiene, devono potersi muovere liberamente. Sentono il bisogno di socializzare con i loro simili, di potersi comportare secondo le loro necessità etologiche. Costituite dall’insieme dei comportamenti naturali, quelli che noi fin troppo spesso rifiutiamo di assecondare, per egoismo o per ignoranza. L’isolamento costituito da una vita passata a catena diventa così una condanna, una sofferenza causata dalla condizione che li obbliga a una vita vuota. Piena soltanto di costrizioni e di una noia senza fine.

Cani liberi dalle catene e dalle cattive condizioni di custodia che costituiscono un vero e proprio maltrattamento

Il primo rapporto sui cani a catena in Italia e nel mondo, non si limita a fotografare le differenti normative in vigore, in Italia e altrove, ma indica chiaramente i motivi che rendono il fenomeno inaccettabile. Partendo proprio dall’analisi dei bisogni dei cani e dalle alterazioni comportamentali provocate dallo stare a catena per lunghi periodi. Le gabbie, siano costituite da una catena, da un fossato o dalle sbarre rappresentano sempre una fonte di sofferenza, specie quando questa limitazione ha carattere permanente.

In Italia la normativa è a macchia di leopardo, anche perché questa materia è lasciata al governo delle singole Regioni e della loro politica. Rientrando nella normativa di carattere sanitario, piuttosto che in quella effettivamente legata al benessere degli animali. Che dovrebbe essere osservato e compreso con una visione più olistica e integrata di quanto spesso non riesca a vedere e ad attuare la sanità veterinaria pubblica.

Da un punto di vista culturale, vedere cani o altri animali legati a una catena o a una corda ci crea imbarazzo, soprattutto perché lo facciamo nei confronti di creature con le quali condividiamo la nostra vita. Nella maggior parte dei casi, si tratta di amici, non soltanto in senso generale (“i migliori amici dell’uomo”), ma in senso letterale, perché questi cani sono effettivamente membri di un dato gruppo di esseri umani.

Ádám Miklósi, Professore di Etologia presso l’Università Eötvös Loránd (Budapest, Ungheria) – (Tratto dal rapporto)

Liberare i cani dalle catene fisiche, senza tralasciare i necessari cambiamenti di visione sui diritti degli animali

Un cane, al pari qualsiasi altro essere vivente, ha dei diritti che dovrebbero essere giudicati inalienabili. Proprio come quelli che in via teorica riconosciamo o dovremmo realmente riconoscere ai nostri simili. Eppure oggi le conoscenze, ma anche il progresso culturale e morale, avrebbero dovuto condizionare i nostri comportamenti. In modo molto più positivo di quanto sia avvenuto nella realtà di ogni giorno.

I diritti degli altri, intesi come soggetti diversi dalla “nostra” comunità umana, fanno fatica ad affermarsi in quanto il riconoscimento dei diritti fa crescere il nostro carico di doveri. Questo avviene sia nei confronti delle persone che per gli animali, ai quali riconosciamo diritti variabili a seconda della specie: maggiori ai cani, molto minori ai maiali. Questi diritti ad assetto variabile non sono però sufficienti neanche a garantire il benessere degli animali a noi più vicini, come i cani. Per questa ragione ogni progetto, ogni studio che conduca sulla via della conoscenza è del rispetto deve essere considerato fondamentale.

Occorre liberare i cani dalle catene fisiche, ma anche da quelle invisibili che li tengono comunque lontani da noi -la loro comunità- e dai loro simili. Per far accadere questa piccola ma importante rivoluzione abbiamo necessità di comprendere che la convivenza impone sacrifici a tutti, ma anche momenti di gioia pura. Diversamente basta fare un passo indietro, decidendo che un antifurto è meno impegnativo di un cane, che un’ora di palestra è più comoda di passeggiate ad orari. Nessuno deve sentirsi obbligato a condividere la sua vita con un animale, ma anche nessun animale deve soffrire per la convivenza forzata con noi umani.

cani liberi dalle catene
Tratta dal rapporti stilato da Green Impact con Save The Dogs