L’orso Juan Carrito è a Palena, ma intanto si moltiplicano polemiche e iniziative contro la sua cattura

orso Juan Carrito Palena
Foto tratta dal sito del Parco della Majella

L’orso Juan Carrito è a Palena, nell’area orsi, in attesa secondo quanto dichiarato dagli enti preposti, di un suo rilascio in alta montagna. La cattura è avvenuta, come oramai è risaputo visto che l’orso è una star del web, perché Juan Carrito aveva dimostrato di preferire i paesi alle cime selvagge. In particolare aveva scelto l’area della stazione invernale di Roccaraso come un luogo da visitare con certa frequenza. Nonostante una prima cattura e una traslocazione in montagna, con la speranza di un non ritorno vicino ai centri abitati.

La speranza però non è stata esaudita e Carrito, figlio dell’orsa Amarena, anch’essa confidente, è tornato a vagare per il centro di Roccaraso. La genesi di questa vicenda la potete trovare in un articolo recentemente pubblicato sulla Rivista della Natura. Ora sono iniziati i giorni da trascorrere a Palena, con l’impegno del Parco, di riportarlo quanto prima in montagna. Per il secondo tentativo, che avverrà dopo qualche tempo per una sorta di “rieducazione”, sulla quale mancano dettagli. Un punto interrogativo questo, mentre i giornali riportano le notizie di critiche e iniziative contrarie a questa cattura,

A un profano potrebbe sembrare incredibile ma tutti, o quasi, i problemi degli orsi in Italia sono legati alla gestione, anzi alla cattiva gestione dei rifiuti. Per Juan Carrito però esistono anche fattori diversi, il primo dei quali è la mancata paura nei confronti dell’uomo. Una questione creata in massima parte da quelle persone che dicono di amare gli orsi. Così tanto da perseguitarli per una foto, inseguendoli, esponendoli a rischi, alterando il naturale comportamento. Che prevede che tutti gli animali selvatici abbiano timore dell’uomo, un’emozione, quella della paura verso gli umani, che li protegge dai pericoli.

L’orso Juan Carrito è a Palena e ritorna l’idea che questa situazione potesse essere evitata con dei punti di alimentazione in montagna

La soluzione alle scorribande a Roccaraso e in altri centri abitati secondo alcuni, poteva essere evitata creando punti cibo alternativi. Un’idea che, come riporta il Gazzettino, Paolo Forconi, filmaker della zona, propone da tempo. Senza successo ed io credo a buona ragione perché non si rimedia un problema creandone potenzialmente un altro. Con l’idea di gestire la fauna nel corso degli ultimi decenni non abbiamo fatto molta strada, forse perché l’uomo non deve rimediare agli errori fatti, deve imparare a evitarli. Per due ordini di motivi: il primo di natura etica riguarda l’idea che i selvatici possano essere gestiti secondo tecnica e non rispettati secondo caratteristiche etologiche. Il secondo motivo invece è di natura educativa: non possiamo continuare a far credere che i nostri errori trovino sempre una possibile cura, un rimedio.

Se sul territorio non ci fossero sufficienti risorse alimentari, salvo in momenti davvero eccezionali, che non sono gli inverni di questi anni, ci sarebbero meno selvatici di questa o quella specie. Questa cosa la dicono gli studi scientifici, che mettono sempre in relazione densità di popolazione con risorse alimentari. Il punto non è che gli orsi sono alla fame, anche perché se così fosse ci sarebbero decine di orsi in Abruzzo che girano nei paesi. Così non è, fortunatamente, perché negli abitati, salvo eventi occasionali e sporadici, arrivano sempre gli stessi individui. Quelli che gli uomini hanno abituato al cibo facile, hanno avvicinato troppo dimostrando di non costituire un pericolo. Ma che anche hanno deliberatamente alimentato, lasciando alimenti per attirarli.

Un selvatico abituato a ricevere cibo dagli uomini è un potenziale selvatico morto. Il cibo è lo strumento tramite il quale da millenni inizia la domesticazione, tramite il cibo si ottiene prima la confidenza e poi il dominio assoluto. Come ben sanno i falconieri che di questo ricatto alimentare hanno fatto la base su cui è costruito il rapporto di sottomissione dei rapaci. La nobile arte, come viene definita, è presentata in modo ingannevole: il falco non è legato da affetto al suo carceriere, ma è soggiogato da imprinting e cibo.

Per evitare situazioni come quella di Juan Carrito e di sua madre Amarena occorrono rispetto e comportamenti virtuosi

Prima di parlare di carnai e punti di alimentazione io credo sia necessario riflettere su quello che di alternativo si può fare. Senza cercare sempre di plasmare la natura secondo le necessità umane. Iniziando, per esempio, a stabilire un obbligo per le amministrazioni di mettere in sicurezza i rifiuti, per non creare punti di alimentazione urbana per molti animali, dagli orsi alle cornacchie, dalle volpi ai cinghiali. Rendendo responsabili gli enti pubblici con una programmazione capace di risolvere, seppur in qualche anno, in via definitiva un problema. Dando priorità per quei luoghi dove i rifiuti alimentari, di qualsiasi natura, compresi quelli zootecnici, possano costituire un’attrattiva per i grandi carnivori.

L’orso Juan Carrito è a Palena proprio per questo motivo. Roccaraso si è dimostrata una certezza in materia di risorse alimentari. Grazie a cassonetti facilmente accessibili, a rifiuti da trasformare in cibo con un dispendio energetico per l’orso pari a zero. Con qualcuno che sembra abbia lasciato deliberatamente del cibo per Juan Carrito e con hotel che affittavano camere “con vista orso”. Una maggior informazione servirebbe a far capire alle persone il motivo del divieto di alimentare gli animali selvatici. Una seria attività di prevenzione messa in atto dai Comuni avrebbe potuto evitare questa spiacevole cattura.

Non servono soluzioni mirabolanti, basterebbe l’uso del buon senso per non alimentare una catena di avvenimenti che possono mettere in pericolo gli animali. Considerando poi che anche se pur sempre Carrito è un orso confidente e per nulla aggressivo resta un orso. Per questo il pericolo di incidenti è sempre dietro l’angolo e deve essere previsto e prevenuto. Per non dover poi piangere sul classico latte versato.

Il soccorso agli animali selvatici, troppo spesso in bilico fra improvvisazione e professionalità

soccorso agli animali selvatici
Foto di Alberto Tovoli

Il soccorso agli animali selvatici nel nostro paese si suddivide spesso fra centri di recupero molto professionali, gestiti con coscienza e competenza e realtà molto approssimative. Dove spesso l’improvvisazione e l’assenza di una corretta formazione portano a compiere errori madornali, che impediscono poi ai selvatici di tornare liberi. Questo avviene per diversi motivi che si incrociamo e si sormontano: mancanza di centri idonei, esiguità di risorse, protagonismo e, non ultimo un pionierismo che poteva avere un senso negli anni 80.

Lo scopo primario di un CRAS (Centro recupero animali selvatici) è stabilito nel suo acronimo: il recupero degli animali. Per essere curati e possibilmente reimmessi in natura. Non dovrebbero avere alcun altro scopo se non quello di restituire all’ambiente animali selvatici rinvenuti in difficoltà. Se non per i casi estremi per i quali sia necessario praticare l’eutanasia. Purtroppo però, come spesso accade quando si parla di animali, la coperta è corta e i fondi pubblici per questi centri mancano.

Una situazione talmente diffusa sul nostro territorio da rendere la presenza dei CRAS in Italia a macchia di leopardo. Questa ridotta presenza ritarda i soccorsi, complica la vita dei cittadini e rende difficile quella dei corpi di polizia che si occupano di tutela faunistica. Così finisce che gli animali soccorsi possano prendere vie misteriose, sbagliate, non corrette rispetto a quanto prevede la legge. Non rispettose del loro essere selvatici.

Il soccorso agli animali selvatici è un dovere del servizio pubblico, che può avvalersi delle competenze di associazioni o di altri soggetti autorizzati

Se il soccorso alla fauna ferita o in difficoltà è un compito degli enti pubblici, anche perché si tratta di un bene pubblico, troppo spesso resta un obbligo previsto solo sulla carta. Così finisce che si tollerino abusi oppure che si autorizzi di tutto, senza giudicare le competenze reali ma solo le strutture sotto un profilo formale. Occorre infatti mettere rattoppi per coprire i buchi sul territorio. Senza poter sottilizzare troppo sul risultato, mortificando quanti questo lavoro lo svolgono con competenza e rispetto.

Una stortura talmente abituale da non essere considerata come tale. Così succede che, per amore o per altre ragioni, si vada oltre a quanto il buonsenso e la norma stabiliscono. Facendolo in modo così plateale da rendere lecito e accettato quello che in punta di diritto non lo dovrebbe essere affatto. Può quindi capitare di trovare un video sulle pagine della cronaca di Firenze di Repubblica, in cui si può vedere un centro dalla Regione Toscana, che tiene un lupo in una scuderia trattandolo come se fosse un cane. Un luogo che francamente non sembra proprio rispettare, a parere di chi scrive, quanto previsto dalla legge.

Il contrario di quanto dovrebbe accadere quando si tratta di recuperare animali selvatici, come racconta il docufilm “Il contatto”, realizzato grazie al paziente lavoro di Andrea Dalpian, regista e filmaker. Un’opera prodotta da POPCult in collaborazione con il Centro Tutela Fauna Monte Adone che racconta, con sole immagini, il mondo di due lupi soccorsi dal centro. Un film senza parole né colonna sonora, che lascia allo spettatore la possibilità di vedere il mondo con gli occhi di due piccoli lupi.

Gli animali selvatici non sono pet, devono restare diffidenti nei confronti dell’uomo e essere maneggiati lo stretto indispensabile

Quando le strutture mancano può succedere, anche, che gli animali finiscano nelle mani di persone che non hanno alcuna autorizzazione o competenza, ma solo una grande passione, talvolta mal indirizzata. Situazioni che non dovrebbero esistere se davvero si applicassero le leggi, ma l’Italia in tema di animali è sempre stata più ridondante nelle affermazioni che nella loro applicazione. Come dimostra il fatto che a tutt’oggi manchi ancora un numero unico nazionale. Per chiamare un pronto intervento veterinario dedicato al recupero di animali che si trovino in difficoltà,

In questi tempi si sa che gli animali sono un argomento che interessa il grande pubblico, suscitando emozioni e click a ripetizione sui media e sui social. Sarà per questo che basta fare qualche ricerca per trovare immagini e video dove i selvatici, in Italia e all’estero, vengono assistiti come fossero cuccioli di cane o gatto. Sempre in favore di telecamera, con bimbi sorridenti e animali accarezzati, manipolati come fossero peluche. Che poi rappresenta, purtroppo, il miglior modo per rilasciare in natura animali poco attenti e molto confidenti nei confronti degli uomini. Animali messi ancora più a rischio di quanto già non lo siano.

In un mondo dove tutto è vetrina, marketing e social media, sembra spesso che l’apparenza si sia mangiata la sostanza. Così si resta in bilico fra assenze della componente pubblica, che è bene ricordare ogni cittadino paga anche per la sua inefficienza, e la necessità di inventarsi soluzioni. Insomma una tutela che spesso sembra essere ferma all’anno zero. Per gli animali, che non ricevono il giusto soccorso, per i cittadini che se vogliono mettersi in gioco per soccorrere un animale si rendono conto in fretta di dover iniziare una partita a scacchi dall’incerto esito. Insomma una sconfitta per tutti.

“Il contatto” non è solo un film, ma la prova che il recupero degli animali selvatici è possibile, quando sono maneggiati con cura, come creature fragili

I contatti fra uomo e animale selvatico soccorso devono essere ridotti al minimo. Solo quei pochi che sono indispensabili per svezzare, alimentare, curare. Nulla deve essere lasciato al caso, bisogna sapere come comportarsi. Seguire linee guida e best practice significa aumentare le possibilità di salvezza di un selvatico. Ignorarle può voler dire condannarlo a morte o alla prigionia. Per questo realizzare questo film è stato un lavoro di pazienza, come crescere i lupi e liberarli. Gli unici padroni del tempo erano proprio loro, tutti gli altri, come ha fatto Dalpian, dovevano aspettare.

Ci vuole coraggio per fare un film senza altro sonoro che non i suoni ambientali, senza spiegazione. Senza altra narrazione che non sia quella che vedono gli occhi di chi guarda. Forse per questo il film è stato candidato a ben sei festival internazionali, ha vinto premi prestigiosi, e ha compiuto un tour dell’Emilia Romagna dove ha ricevuto molti apprezzamenti. E ora inizia, proprio come il lupo, a camminare su tante strade per arrivare a essere visto da sempre più persone. Per sfatare i luoghi comuni sul lupo, per restare affascinati da questo animale fantastico e così importante per l’equilibrio naturale.

I lupi grigi tornano protetti: anche negli USA gli animali subiscono la cattiva politica e il mondo venatorio

lupi grigi tornano protetti

I lupi grigi tornano protetti negli USA, cambiando radicalmente la decisione assunta da Donald Trump durante la sua permanenza alla Casa Bianca. Non per volere del nuovo presidente, ma per decisione di un giudice dello Stato della California, che di fatto ha ripristinato la protezione della specie in quasi tutti gli Stati. Una sconfitta per quanti vedono i predatori come concorrenti e una vittoria non solo per i lupi ma per l’equilibrio ambientale.

Le motivazioni della caccia ai lupi sono sempre le stesse: entrano in contrasto con gli interessi di allevatori e cacciatori. Questi ultimi molto potenti negli Stati Uniti anche grazie al supporto dei produttori di armi. Il giudice che ha adottato questa decisione ha affermato che esistevano seri rischi per la popolazione dei lupi. Scampati all’estinzione proprio grazie alle misure di protezione. Una situazione molto simile a quella italiana, dove la ripresa della popolazione dei lupi, oramai ridotta al lumicino, ha coinciso con misure di tutela.

La realtà è che il lupo è un animale molto adattabile, resiliente, capace di grandi spostamenti sul territorio ma incapace di resistere alla pressione venatoria e al bracconaggio. Basti pensare a che cosa è accaduto nei primi anni del secolo scorso dove un’intensa persecuzione, avvenuta con ogni mezzo, aveva portato allo sterminio. Per ogni lupo morto veniva pagato un premio ai cosiddetti “lupari”, cacciatori che sbarcavano il lunario uccidendo predatori.

I lupi grigi tornano protetti, anche se l’amministrazione Biden si è schierata per far continuare la caccia

La situazione americana può essere presa come esempio di quanto determinate decisioni seguano più la politica che la scienza. La tutela ambientale passa anche attraverso i superpredatori come il lupo e già questo dovrebbe essere sufficiente per proteggerli. Gli attacchi dei lupi al bestiame pesano molto ma molto meno rispetto ai vantaggi che derivano dalla loro presenza. Eppure nel nostro paese, dove sono così evidenti i danni causati dalla caccia e dalle persecuzione dei predatori, continuano a levarsi richieste di aprire la caccia.

Si alimentano insicurezza e paure per convincere le persone che la presenza dei lupi rappresenta un pericolo: sbranano i cani, circolano in paese, minacciano i bambini. Più si diffondono queste notizie e più si corre il rischio di abbassare la guardia per la tutela di una specie ombrello, importantissima. Che secondo gli studiosi, solo per fare un esempio, rappresenta la miglior cura nel contrasto alla peste suina, che si sta diffondendo in modo molto preoccupante.

Ma non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire, di chi non si piega nemmeno di fronte alle spiegazioni date da esperti qualificati. Persone che non solo studiano il comportamento, ma valutano le positività che i predatori sono in grado di garantire all’equilibrio ambientale. Quando il mondo naturale è in equilibrio si creano le condizioni per aumentare la sua resilienza e per diminuire i rischi, anche sanitari, per l’uomo. Per questo è così importante far accettare il concetto di condivisione ambientale, che rappresenta l’esatto opposto di quanti vorrebbero vedere l’uomo padrone di tutto.

La tutela ambientale non deve essere soltanto un principio inserito in Costituzione, ma deve diventare una realtà culturale ben compresa

Occorre che la politica smetta di inseguire il consenso degli elettori e si occupi di amministrare il paese e il suo capitale naturale secondo coscienza, senza seguire la convenienza. Per farlo occorre anche iniziare un percorso culturale diverso, coerente con i principi di tutela dell’ambiente e, di conseguenza, di protezione del futuro delle future generazioni.

Abbiamo bisogno di uomini e donne coraggiose, coerenti, che antepongano ai loro interessi le necessità della collettività. Siamo già in ritardo, è stato già perso molto, troppo tempo e stiamo spesso percorrendo strade sbagliate. Ci sono argomenti che sarebbe auspicabile divenissero unitari, trasversali a tutte le forze politiche e la tutela dell’ambiente devono venire prima di ogni altro interesse. Una scelta che, al contrario di quanto affermano molti, contribuirebbe a far crescere la ricchezza dell’Italia e dell’intera Europa.

Costerebbe meno indennizzare i danni causati dagli animali selvatici di quanto costi, in modo strisciante, il dissesto della nostra politica ambientale. Spesso pensata e realizzata da persone prive di conoscenze e competenze, che non ascoltano i tecnici ma soltanto i sondaggi. Capaci di riproporre opere come il Ponte sullo Stretto, devastante sotto il profilo ambientale, oppure il nucleare pulito, che allo stato esiste solo nella fantasia di chi lo teorizza.

Animali in Costituzione: un’occasione sprecata grazie alla politica del compromesso così in voga in Italia

animali Costituzione occasione sprecata

Animali in Costituzione, un’occasione sprecata per arrivare a un reale cambiamento di passo, frutto di compromessi politici che hanno diluito la parte relativa alla loro tutela. Il nuovo testo della Costituzione rappresenta un progresso, purtroppo non così evidente come era stato da più parti auspicato. I commenti entusiastici fatti per l’inserimento di animali e ambiente in Costituzione dovrebbero tener conto anche di questo aspetto non secondario. La destra e in particolare la Lega, si è sempre opposta all’inserimento di un riferimento chiaro e univoco sulla tutela degli animali.

Cani falchi tigri e trafficanti

Il testo che è stato aggiunto all’articolo 9 della Carta Costituzionale recita che la Repubblica “tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”. Quindi praticamente un comma che non aggiunge diritti, rappresentando soltanto una presa d’atto di quel che già avviene. Un tono e un testo decisamente molto meno incisivi di quello relativo alla tutela dell’ambiente. Eppure una dichiarazione d’intenti così scarna, quasi irrilevante se non fosse che per la prima volta si parla di animali nella Costituzione, ha fatto esplodere un tifo da stadio. Ingiustificato.

La Germania è stato il primo paese europeo che ha inserito i diritti degli animali in Costituzione. Lo ha fatto vent’anni fa con un testo decisamente più efficace di quello appena approvato dal nostro parlamento. Aggiungendo al paragrafo in cui si parla “dell’obbligo dello Stato a rispettare e proteggere la dignità degli esseri umani” tre sole parole inequivocabili “e degli animali”. In questo modo la dignità degli esseri umani è stata equiparata a quella degli animali, un passo davvero fondamentale.

Inserire gli animali in Costituzione è stata un’occasione sprecata: per cambiare davvero e non ci sarà una seconda occasione

Le modifiche costituzionali non si fanno tutti i giorni. Appare evidente che non sarà mai messo in moto un procedimento di modifica solo per ridare la giusta dignità agli animali. Quantomeno non in tempi brevi e non se la questione animale sarà l’unico argomento per fare un’integrazione. Quello che davvero stupisce è il quasi unanime plauso delle molte sigle che si occupano di tutelare i loro diritti. Che per una modifica di questa portata avrebbero dovuto protestare, non plaudire a favore del lavoro del parlamento.

La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali” costituisce un’integrazione alla Carta Costituzionale priva di ogni valore. In particolare se pensiamo che le prime norme poste a tutela degli animali nel nostro paese risalgono alla seconda metà dell’800, esattamente al 1859, dove nel codice penale già si proibiva di incrudelire sugli animali in luogo pubblico. Quando poi entrò in vigore il Codice Zanardelli, nel 1890 restando in vigore sino al 1930 il maltrattamento di animali aveva uno specifico Capo proprio su questo tema. Allora l’Italia aveva dimostrato una sensibilità molto spiccata, considerando i tempi, che si concretizzava in atti concreti.

L’articolo 491 del Codice Penale Zanardelli, del 1890, recitava “Chiunque incrudelisce verso animali o, senza necessità li maltratta ovvero li costringe a fatiche manifestamente eccessive è punito con ammenda (…). Alla stessa pena soggiace anche colui il quale per solo fine scientifico o didattico, ma fuori dei luoghi destinati all’insegnamento, sottopone animali ad esperimenti tali da destare ribrezzo“. Un testo sicuramente molto avanzato per quei tempi. Più di quanto non sia il riferimento agli animali inserito ora in Costituzione.

Alla reale tutela degli animali servono provvedimenti applicabili utili a una nuova cultura basata sul rispetto

Quel rispetto che è svanito quando si è deciso di percorrere la strada del compromesso. Inserendo una dicitura talmente generica da essere quasi del tutto inutile. Un segnale che attesta l’incapacità della politica di recepire le istanze del popolo che dovrebbe amministrare, che in maggioranza avrebbero voluto sentir parlare di rispetto e dignità nei confronti degli animali. Puntando nel contempo un riflettore sulla mancanza di visione di chi si occupa della loro tutela, che non avrebbe dovuto accontentarsi delle briciole.

Se nemmeno un’affermazione di principio forte, come quella contenuta nel Trattato di Lisbona, è servita per ottenere un cambiamento di passo sostanziale, figuratevi quanto sarà utile questa modifica in Costituzione. Nulla più che fumo negli occhi, se consideriamo quanto sia realmente servito definire gli animali quali esseri senzienti. Ancora una volta tutto deve cambiare perché nulla cambi, come scriveva Tommasi di Lampedusa nel Gattopardo.

Ora bisogna attendere e valutare le conseguenze di questa modifica. Vedere se e cosa cambierà nelle attività poste a tutela di animali e ambiente. Sperando che almeno per la tutela ambientale la dichiarazione con la quale lo Stato si impegna a esserne custode si concretizzi in azioni e non in vuote parole. I cambiamenti si mettono in atto con le azioni, mentre la propaganda può essere mossa da fiumi di parole, vuote come il senso civico di chi fa promesse e non le mantiene. Una vera maledizione lanciata verso il futuro delle prossime generazioni.

La detenzione di animali in condizioni incompatibili con la loro natura provoca sempre sofferenze

detenzione animali condizioni incompatibili

La detenzione di animali in condizioni incompatibili è per il nostro ordinamento un reato contravvenzionale, quindi uno dei cosiddetti reati minori. Che risulta essere annegato in un articolo del codice penale, il 727, che una volta rappresentava, prima della legge 189/2004, l’unico baluardo contro i maltrattamenti. Ora però la sua applicabilità si sdoppia per sanzionare sia l’abbandono che la detenzione incompatibile con la natura propria di una specie animali. A patto però che questa sia produttiva di gravi sofferenze, che quindi diventa perseguibile soltanto se queste ultime sono evidenziate.

Una contraddizione in termini questo bisogno di unire la condizione di detenzione incompatibile con l’obbligo di dimostrare le sofferenze che questa provoca. Uno dei tanti pasticci contenuti nell’attuale legislazione posta a tutela degli animali, che dimostra scarsa conoscenza del legislatore, sempre più incline a optare per scelte di compromesso piuttosto che puntare sulla scienza. Dando vita a un reato che da certo diventa opinabile, costringendo la Polizia Giudiziaria, ma anche la magistratura, a compiere evoluzioni e circonvoluzioni per applicarlo.

Eppure, seguendo il tenore letterale del temine già la sola detenzione, se attuata in condizioni incompatibili, dovrebbe essere ritenuta causa di sofferenze. In fondo quest’articolo rappresenta una sorta di contenitore nel quale è sufficiente la colpa e non la volontà di incrudelire per essere punibili. Uno spazio in cui ci stanno tutte quelle condotte che non sembrano poter rientrare nei casi sanzionati dall’articolo 544 ter del Codice Penale. Ma che invece nasconde ulteriori distinguo.

La detenzione di animali in condizioni incompatibili viene considerata applicabile, dalla Cassazione anche all’uso dei collari impulsi elettrici

Una decisione che seppur sanzionando l’uso dei collari elettrici, che continuano a essere lasciati in libera vendita, non riconosce nel soggetto una volontà di incrudelire sull’animale, nonostante l’erogazione di scosse elettriche alla gola. Una zona ricca di terminazioni nervose capaci di far provare dolori indicibili a chiunque sia costretto a subirle. Un fatto che evidentemente però la magistratura giudicante non ritiene essere il frutto di un gesto volontario, motivato da ragioni abiette e futili, messe in atto nei confronti di un cane. Punendolo alla stregua della detenzione in condizioni incompatibili, che francamente sembra descrivere, seguendo il lessico, una diversa fattispecie di situazione.

Il reato contravvenzionale avrà sempre di più, in particolare con piena entrata in vigore della riforma penale, una maggior possibilità di non arrivare in Cassazione e forse nemmeno in primo grado, a causa della prescrizione e delle priorità nell’istruire i processi. Restando anche come possibile via di fuga che consente agli avvocati di richiedere di trasformare il maltrattamento di animali, punito come delitto, in una contravvenzione che, oltre a comportare pene minori, comporta maggiori possibilità di farla franca per l’imputato.

Allo stato attuale comunque la Polizia Giudiziaria, che voglia procedere per detenzione incompatibile non deve perdere di vista il fatto che questa comporti gravi sofferenze. In assenza di una determinazione in tal senso si potrebbe rischiare l’archiviazione della denuncia. Per evitare che ciò possa accadere è quindi importante che già la notizia di reato sia adeguatamente motivata. Magari supportandola con qualche massima tratta da sentenze di Cassazione.

Il maltrattamento di animali è un reato complesso da dimostrare, anche in virtù del fatto che spesso manca la specifica conoscenza in chi giudica

Sono molte le denunce di maltrattamento di animali, se dovessimo dare retta soltanto a quanto riportano le cronache. Sempre troppo poche rispetto alla realtà, ma ancor meno sono quelle che portano all’accertamento della responsabilità dell’imputato. Che spesso riesce a passare indenne dalle maglie del complesso iter che arriva a definire la colpevolezza, facendo scattare confische e sanzioni. Quando si chiede che la giustizia sia veloce non significa certo volere che sia sommaria, ma neanche può essere accettabile accorciare i tempi grazie a prescrizioni e scorciatoie.

Occorre, nel caso del maltrattamento, ricordare che parliamo d esseri senzienti che però sono considerati come cose, che non possono resistere in giudizio. Altra contraddizione davvero insanabile, perché se diamo valore alla loro condizione di “esseri senzienti” appare evidente che la sofferenza non possa più essere vista soltanto come causata dalla volontà di compiere un’azione crudele, Dovrebbe essere sufficiente la privazione della possibilità di svolgere comportamenti specie specifici, in quanto come per gli umani, a un animale si può straziare anima e corpo senza doverlo toccare con un dito.

Un cane come quello della foto, perennemente tenuto a catena, privato della possibilità di esplorare il territorio, di socializzare si trova in una condizione di vita pessima. Che se riguardasse un uomo verrebbe giudicata molto vicina alla tortura. Eppure ancora oggi, che consideriamo anche i cani esseri senzienti, è consentito usarli come fossero cose. Antifurti, tanto inutili quanto crudeli. Ma per perseguire una situazione come questa spesso non ci sono nemmeno le sanzioni amministrative, come ricorda il progetto “Liberi dalle catene” realizzato da Save The Dogs con Green Impact.

Per battere il maltrattamento di animali occorre lavorare sulla formazione e sull’informazione a vari livelli

Occorre arrivare a un cambiamento della legislazione, creando possibilmente un Testo Unico sulla tutela degli animali. Un percorso quello dei “testi unici” che impedisce alle varie normative di disperdersi in mille rivoli. Facendo conoscere a tutti gli attori che giocano sul tavolo della tutela degli animali normative e disposizioni varie, senza far ricerche spesso complesse. Basti pensare che questo settore è regolato da norme che ancora risalgono agli inizi del secolo scorso per arrivare via via a quelle più recenti. Una realtà giuridica indegna di un paese civile.

Occorre fornire strumenti di conoscenza sugli animali alla Polizia Giudiziaria e spesso anche alla magistratura inquirente, che rischia di non procedere solo per scarsa conoscenza. Analogamente occorre fare incessanti campagne di educazione a partire dalle scuole per arrivare sino all’ultimo cittadino. Per insegnare che rispetto, dignità sono alla base della convivenza, ma anche della cultura che rende una società migliore. Occorre partire subito, lavorare per il cambiamento in una società che sembra essere diventata sempre più connotata da violenza e indifferenza. Veri cancri che colpiscono, senza distinzione, uomini e animali.

Orsi maltrattati in Trentino, nulla è servito per cambiare la modalità di gestione

Orsi maltrattati in Trentino

Orsi maltrattati in Trentino, una questione che dura da troppi anni, senza trovare soluzione. Questo è valso per gli orsi che sono stati imprigionati nella struttura di Casteller, ma molte altre sono le questioni immutate che riguardano gli orsi liberi. Una convivenza, quella fra uomini e orsi, che è stata minata sin dall’inizio da una serie di inadempienze. Rispetto a quanto era previsto nel progetto sulla reintroduzione, ma anche alle condizioni di ordinaria gestione della loro presenza. Creando situazioni che si sono accumulate, senza essere mai risolte.

Cani falchi tigri e trafficanti

La trasmissione “Mi manda Rai Tre”, condotta da Federico Ruffo, ha recentemente mandato in onda una sintesi della vicenda. Una cronistoria esaustiva, su quanto è stato fatto in decenni. Comprese le mancanze consolidate nel tempo, come la cattiva gestione dei rifiuti che porta gli orsi a guardare ai cassonetti come a comode mangiatoie. Luoghi stracolmi di cibo a costo energetico zero, che inevitabilmente attirano gli animali selvatici. Ma se in città arrivano piccioni, cornacchie in Trentino il richiamo funziona anche con gli orsi. Dando luogo a diverse problematiche.

Un fatto che a distanza di più di 20 anni dall’inizio del progetto di reintroduzione degli orsi non trova giustificazioni. Considerando che la messa in sicurezza dei rifiuti è una necessità arcinota a chiunque si occupi di animali selvatici. Un problema ampiamente risolvibile da chi dovrebbe essersi già attivato per farlo. Con il posizionamento di idonei cassonetti che impediscano l’estrazione dei rifiuti. Contenitori oramai posizionati anche in molte città italiane, che non hanno il problema della convivenza con i plantigradi.

Orsi maltrattati in Trentino, senza che siano stati messi in atto interventi concreti per risolvere i problemi

In un’oretta di trasmissione, che per necessità ha dovuto fare sintesi, sono emerse una serie di contraddizioni che hanno connotato l’operato delle istituzioni. Purtroppo senza troppe eccezioni, ma con un danno patito dagli orsi, che in fondo era facilmente prevedibile. Con un’ostilità della politica trentina che prima li ha voluti e poi ha dimenticato i suoi doveri. Attizzando l’intolleranza piuttosto che lavorare sulla necessità della convivenza. Un uso strumentale che ha portato all’uccisione di diversi animali e alla carcerazione di altri. Difficile dire quali siano stati gli animali più fortunati.

Fra le istituzioni quello che forse più sconcerta è il comportamento della Procura di Trento. Che non ha mai voluto considerare come un maltrattamento le condizioni di detenzione degli orsi. Imprigionati a Casteller in condizioni davvero vergognose. Un fatto che è stato testimoniato da veterinari e dai Carabinieri Forestali, in un rapporto che non ha prodotto risultati. Lasciando aperte, se non spalancate, le porte a una serie di comportamenti inaccettabili. Creando un precedente tanto brutto quanto pericoloso.

Eppure il centro di detenzione di Casteller era stato progettato proprio per custodire gli orsi problematici. Con l’approvazione di ISPRA, che se molte volte è stata esclusa dalle decisioni in molte altre è stata protagonista. Mentre in altre ha deciso di comportarsi come il convitato di pietra. Così la struttura ha dimostrato per ben due volte di essere anche vulnerabile, consentendo la fuga di M49. L’orso diventato un simbolo e ribattezzato Papillon dal ministro Costa. Per la sua capacità di evadere ripetutamente dal carcere.

Il futuro degli orsi trentini rischia di essere a tinte fosche, considerando i comportamenti di amministratori e inquirenti

La Procura di Trento ha richiesto da poco l’archiviazione delle denunce presentate dalle associazioni di tutela degli animali. Con un provvedimento che farà discutere e che sarà impugnato dalle associazioni la pubblica accusa ha messo nero su bianco che tutto è stato fatto rispettando le norme. Secondo gli inquirenti la cattura e la detenzione degli orsi è stata ordinata nel rispetto del PACOBACE, mentre è da escludere il maltrattamento. Questa decisione sembra motivata dal fatto che gli orsi fossero sotto costante sorveglianza dei veterinari.

Una decisione difficile da comprendere e da giustificare, in quanto non è la presenza dei veterinari che fa escludere il maltrattamento di animali. Al massimo questa potrebbe essere un’aggravante nella valutazione del quadro generale. Il centro è inadatto per gli spazi a disposizione e i tre plantigradi che vi erano detenuti sono stati segregati per lungo tempo in spazi piccolissimi. Del tutto inadeguati al fabbisogno di un orso di cattura, come peraltro era stato rilevato dai Carabinieri Forestali durante il loro sopralluogo.

Se la Procura avesse ritenuto che vi sia assenza di dolo nel comportamento dei responsabili della detenzione degli orsi, per poter configurare il delitto di maltrattamento di animali, avrebbe potuto operare scelte diverse. Come chiedere quantomeno l’applicazione dell’articolo 727 del Codice Penale, che punisce la detenzione di animali in condizioni incompatibili con il loro benessere. Una contravvenzione che non richiede la volontà di incrudelire, essendo sufficiente che le condizioni di detenzione siano causa i gravi sofferenze. Una realtà che sarebbe stata davvero impossibile confutare, anche secondo le opinioni del mondo scientifico, più volte espresse.

Il maltrattamento di animali non può essere slegato dal benessere psicofisico di chi lo subisce

Secondo quanto emergerebbe dalla richiesta di archiviazione sono i presupposti e non le conseguenze a rendere “invisibile” il maltrattamento. Una decisione basata sulla legittimità della detenzione, che evidentemente non è stata assunta dopo attenta lettura di diverse sentenze della giustizia amministrativa. Un passaggio che anche se venisse dato per corretto non avrebbe dovuto omettere di tenere conto delle modalità e delle conseguenze. Aggiungendo che se anche non ci fossero responsabilità accertabili sarebbe stato comunque necessario mettere fine alla permanenza del reato, come stabilisce il codice. Un passaggio non secondario questo, ma completamente ignorato.

Un animale destinato al macello può essere abbattuto in un mattatoio, purché siano seguite le prescrizioni della normativa in materia di tutela degli animali. Se questo non avviene il responsabile, come stabiliscono diverse sentenze di Cassazione, può comunque essere perseguito. Identico discorso dovrebbe valere per la detenzione degli orsi in Trentino: anche se la cattura fosse stata legittima, segregarli in bunker, tenerli sotto psicofarmaci, obbligarli in spazi angusti dovrebbe essere considerato un maltrattamento a tutto tondo.

Forse la richiesta di archiviazione fatta dalla Procura di Trento ha un rapporto temporale con il trasferimento di due dei tre orsi? Oggi la struttura che ospita M49 è stata “decongestionata”, mandando Dj3 e M57 in due strutture estere, senza che questo possa comunque farla considerare come una struttura in cui il benessere di un orso selvatico possa essere garantito. Riaprendo anche su questo tema, come peraltro emerso nell’inchiesta televisiva, un altro quesito: meglio una buona morte o una pessima vita? Domande a cui certo è sempre difficile rispondere con certezza.