Traffici di cani dai canili italiani verso altri paesi europei: una storia che non convince

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Traffici di cani dai canili italiani verso altri paesi europei: una storia che non convince per assenza di riscontri obiettivi ma anche per mancanza di presupposti logici. Dove quando parliamo di traffici si deve intendere un fenomeno criminale, finalizzato ad ottenere profitti illeciti realizzati sulla pelle dei cani. Quindi non un’attività occasionale che può comportare errori di valutazione, approssimazione, scarsa capacità di gestione, mancanza di professionalità ma una volontà dolosa di nuocere. Finalizzata alla ricerca di guadagni illegali, fatti senza preoccuparsi della sofferenza degli animali.

Cani falchi tigri e trafficanti

Questo traffico è stato inseguito e indagato dagli anni ottanta, con pochissimi riscontri che hanno portato a scoprire per lo più diverse collocazioni infelici, come spesso avviene anche nelle adozioni fatte in Italia. Il più delle volte per incapacità, molte altre per ragioni economiche. Con piccole organizzazioni, spesso composte da pochi sodali, che lucrano sui trasferimenti, speculando sulla sensibilità degli adottanti. Ma anche in questo caso sarebbe sbagliato generalizzare: molte sono adozioni ottime, ben condotte, senza speculazioni. Pochissimi, purtroppo i trafficanti nazionali di randagi, finiti alla sbarra per aver incassato i soldi in nero o aver trasportato i cani in condizioni di maltrattamento.

La narrazione cambia quando le adozioni vengono fatte fra Italia e paesi comunitari, denotando anche un po’ di provincialismo. In Italia siamo un faro per la nostra capacità di contrastare il randagismo e per la qualità delle strutture di ricovero? Nemmeno per idea, anzi. Però la logica spesso sembra essere quella del meglio maltrattati da noi che destinati a essere adottati in Germania. Stato che da tempo ha il benessere animale in costituzione e una capacità di applicare le leggi a noi, ancora e purtroppo, sconosciuta.

Traffici di cani dai canili italiani verso la Germania, dove leggenda vuole che siano destinati alla sperimentazione o al ripieno dei wurstel

L’ipotesi più accreditata è che i cani esportati dall’Italia finiscano nei laboratori di ricerca tedeschi. Una destinazione che viene ipotizzata da quarant’anni che non ha mai trovato riscontri che giustifichino l’ipotesi di un traffico organizzato. Forse anche perché sarebbe di per se un’operazione folle, senza vantaggio economico. Con il rischio di essere scoperti considerando che il punto di partenza dei traffici è sempre lo stesso: i canili convenzionati con i Comuni. Che cederebbero gratuitamente i cani a trafficanti senza scrupoli pur di liberarsene, per non subire ulteriori costi.

Un’ipotesi poco credibile visto che i canili pubblici o convenzionati hanno degli obblighi, seppur spesso elusi, ma sono tenuti sotto controllo anche dai volontari delle associazioni. Come dimostra il recente putiferio mediatico scatenato dall’improbabile notizia che il Comune di Catania volesse cedere ben 2.500 cani a una o più associazioni per la loro deportazione in Germania. Un’ipotesi surreale, basti pensare al numero di trasporti necessari per il trasferimento degli animali e all’illogicità dell’operazione. Avete mai visto una realtà criminale organizzare un piano tanto sgangherato e anti economico?

Vero è che in diversi casi i cani siciliani hanno preso la strada del Nord Italia, per essere trasferiti in canili dai quali, in molte occasioni, non risultano essere poi usciti per andare in famiglia. Con varie indagini aperte con le più diverse ipotesi di reato, ovviamente legate all’aspetto economico: i canili possono un vero affare per chi li gestisce. Il randagismo crea danni economici ai cittadini e sofferenze agli animali, ma può diventare una miniera d’oro per molte persone. Del resto basta andare su un motore di ricerca, digitare “canili indagini” per trovare paginate di articoli. Che riguardano strutture di accoglienza e realtà italiane, ricche di storie non proprio edificanti.

Il non senso dell’esportazione massiccia di cani provenienti dai canili pubblici italiani

Ci sono diversi fattori da esaminare, specie quando parliamo di organizzazioni criminali che venderebbero gli animali per ricavarne profitto. Il primo parametro oggetto di valutazione è la redditività che va correlata al rischio. Vero che i cani sarebbero, in ipotesi, acquisiti gratuitamente dalle amministrazioni comunali che vogliono sbarazzarsene, ma movimentarli costa non poco e i rischi di finire nei guai sono molto elevati. Per le denunce dei volontari, dei gestori dei canili che si vedono sottratto l’osso e per il possibile interessamento della magistratura. I rischi reali sembrano quindi molto più elevati dei vantaggi supposti.

Quale motivazione ci può essere nel prendere cani dai canili italiani per turpi scopi? Specie quando ci sono ben altri canali e canili dove potersi approvvigionare di animali senza correre rischi, a prezzi bassi e competitivi! Considerando che stiamo parlando di cani adulti, non di razza, non commerciabili con elevati guadagni. Poco utili per la stragrande maggioranza degli esperimenti, poco appetibili per essere oggetti del desiderio sessuale. Già difficili da collocare in famiglie che amano gli animali. Per questo la risposta è: nessuna motivazione perché sono animali costosi e pericolosi.

Per anni mi sono occupato di contrasto al traffico dei cani dall’Est, quelli che fanno il viaggio opposto per intenderci, dei quali pochi si occupano. Un viaggio che inizia in Ungheria, Slovacchia, Polonia, Romania e anche oltre frontiera clandestinamente. Con cuccioli fatti passare per allevati in Europa ma con provenienza, ad esempio, ucraina. Animali di tutte le taglie e di tutte le età, di razza o pseudo tale, con una scelta che va dai cuccioli ai cani invenduti, alle fattrici finite, agli animali vecchi.

I traffici di cani dai canili italiani sarebbero assurdi rispetto alla sterminata prateria generata dai cuccioli della tratta

Secondo le stime di qualche anno fa, realizzate dall’organizzazione CARODOG, sono otto milioni i cuccioli che ogni anno attraversano le strade della vecchia Europa. Nei paesi in cui sono prodotti come fossero elettrodomestici i cani di simil razza: corredati di documenti (veri o falsi) un carico di cani costa meno di cento euro al pezzo (così li definiscono i trafficanti), consegnati a destino. E parliamo di cuccioli vendibili, appetibili, che sul mercato possono valere un minimo di sei/settecento euro. Ma ogni “industria” produce anche uno stock di invenduti: i cani che superano i tre quattro mesi e che nessuno vuole. Troppo grandi per piacere agli acquirenti.

Quale fine facciano questi animali deve essere ancora stabilito con chiarezza. Se si pensa agli otto milioni di cuccioli che vengono commercializzati ogni anno, la stima di un 15/20% di cani che per varie ragioni restano invenduti risulterebbe essere solo per difetto. Questo significa che in Europa si crea ogni anno un surplus di oltre un milione e mezzo di cani. Animali su cui nessuno indaga. In un mercato crudele, molto crudele, che è alimentato da persone che si definiscono amanti degli animali, solo perché hanno un bulldog francese al guinzaglio.

Ma se un trafficante dovesse aver bisogno di cani da usare nei bordelli con animali, per esperimenti o per destinarli a divenire insaccati è lecito pensare che preferirebbe comprarli da un altro trafficante? Piuttosto che andare a inventarsi un commercio di animali provenienti da cani di proprietà dei sindaci d’Italia. Che non saranno tutti galantuomini ma nemmeno soltanto farabutti. Quindi davvero è un pericolo reale quello corso dai cani nelle adozioni internazionali? Davvero rischiano grosso? Oppure si tratta di una bolla di sapone più utile a trovare un supposto nemico da combattere che a tutelare gli animali?

Si dice che in Italia i cani senza padrone abbiano maggiori tutele rispetto ad altri paesi europei

Questo dato è vero per alcuni paesi, dove i randagi non hanno diritto a una permanenza in canile per tutta la vita se non sono adottati. Ma questa polemica sulle esportazioni in Italia ha avuto inizio già negli anni ottanta, quando i cani venivano abbattuti dopo cinque giorni se non trovavano padrone. Eppure anche allora, quando i canili erano strutture davvero pessime, già si era contrari a mandare i cani al di fuori dell’Italia. Ricordo la presidente di un’associazione milanese che scrisse al console tedesco, che perorava la causa delle adozioni nel suo paese, di come non si potesse avere fiducia (sic) di un popolo che aveva messo gli ebrei nei forni.

Un cane ha diritto ad avere una famiglia e a ricevere cure attenzioni. Non importa se questo avvenga a Berlino oppure a Roma, basta che ci siano le necessarie garanzie. Il punto non è il dove, ma semmai il come: le adozioni, anche fatte nel Comune vicino devono essere trasparenti e fornire garanzie su come i cani vengano trattati. Ma questo è tutt’altro problema, davvero un’altra storia visto che le adozioni fatte male anche in Italia non mancano. Con cani tolti dai canili per essere poi confinati a vita sui balconi al primo inconveniente.

Sarebbe invece tempo di indagare seriamente, a livello europeo, sulla fine che fanno i cuccioli che non vengono venduti. Con un’indagine diffusa sull’intero territorio nazionale, fatta da organi dello Stato che possano garantire mezzi e uomini per fare accertamenti diffusi. Se ci fosse la volontà questa sarebbe un’attività di tutela degli animali davvero importante.

Riaperta la caccia in Lombardia, aggirando la chiusura disposta dal TAR con un provvedimento da pirati

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Riaperta la caccia in Lombardia, aggirando la chiusura disposta dal TAR con un provvedimento da pirati, voluto solo per motivi elettorali. Matteo Salvini lo aveva promesso ai cacciatori e Fabio Rolfi, assessore regionale, lo ha fatto diventare realtà. Una replica vergognosa di quanto già fatto in Sicilia, per cercare di racimolare voti per le elezioni amministrative. Il centro destra ha nei cacciatori un bacino elettorale di tutto rispetto, sono pochi ma coesi, uniti da una passione che oramai i giovani neanche considerano.

In realtà nel provvedimento deciso dalla Giunta Regionale c’è più fumo che arrosto, riaprendo da subito solo la caccia da appostamento (la peggiore) ma solo due sono le specie che interessano veramente ai cacciatori: colombaccio e merlo. Poi viene riaperto l’addestramento cani e solo dal 2 ottobre la caccia riapre completamente. Non certo un caso che questa data sia proprio il giorno prima delle elezioni amministrative, che in Lombardia vedono la grande contesa di Milano.

Quello che rende davvero insopportabile questo comportamento da pirati è la gestione della cosa pubblica fatta per interessi privati. Il voler disporre di un bene collettivo, come il patrimonio faunistico, solo per perseguire il proprio tornaconto. Un comportamento che prende a scarpate in faccia il diritto, la giustizia e i cittadini senza provare l minimo disagio. Un sistema vergognoso dove l’oggetto, la caccia, passa in secondo piano rispetto alla gravità del gesto, allo scopo clientelare che si propone.

Riaperta la caccia in Lombardia con modalità da repubblica delle banane, non da Stato di diritto

La speranza resta nella matita degli elettori, che stufi di questi mezzucci vergognosi puniscano in modo esemplare chi li usa. Essere cittadini consapevoli supera l’idea politica e entra nel merito. Valuta il modo in cui questi amministratori gestiscono. Giudica l’arroganza che traspare da decisioni e promesse, da annunci di provvedimenti illeciti. Che vengono puntualmente adottati per favorire questa o quella categoria.

Come potremo mai impedire che i fiumi di denaro che stanno per arrivare dall’Europa vengano usati per favorire gli amici, per guadagnare consenso? Soldi che dovrebbero servire a costruire una società diversa, mentre in Italia si continua a gestire secondo criteri clientelari. Molti si impegnano per il cambiamento, ma troppi remano per mantenere poteri consolidati. In una democrazia matura è solo il voto a fare la differenza, sono gli elettori che possono decidere. Seppur in un panorama politico complessivamente desolante.

Il cambiamento non passerà dalla politica, deve passare sulla politica. Nel senso che quando l’elettorato avrà voglia di capire, di interessarsi, di partecipare allora qualcosa potrà cambiare. Si potrà discutere di temi e non di sistemi, si potrò occuparsi di interessi collettivi e non personali, per l’interesse comune. Un provvedimento non deve accontentare qualcuno, in questo caso i pochi cacciatori superstiti, ma essere utile alla collettività.

Sono eletti (e pagati) per amministrare il patrimonio collettivo, non per cercare mezzucci per tenersi le poltrone.

La morte di Simona Cavallaro poteva essere evitata?

morte di Simona Cavallaroo
Foto di repertorio

La morte di Simona Cavallaro, avvenuta in Calabria per uno sfortunato incontro con alcuni cani da guardiania, non dovrebbe essere considerato un incidente. Il decesso è stata causato da alcuni pastori maremmani che vigilavano su un gregge di pecore, che erano stati lasciati senza custodia. Come purtroppo spesso avviene non solo in Calabria ma in molte parti del paese.

Cani falchi tigri e trafficanti

La colpa non è dei cani e naturalmente nemmeno della ragazza, vittima dell’incoscienza di chi ha lasciato gli animali senza adeguata vigilanza. Una morte che oggi tutti dicono, a cominciare dal governatore della Calabria, potesse essere evitata. Un’affermazione che nulla toglie al dolore di quanti le volevano bene e che, invece, amplifica le responsabilità di chi doveva controllare. E che come spesso accade in Italia, non lo ha fatto oppure ha svolto i controlli in modo superficiale.

Dalle indagini svolte da Carabinieri e Polizia Locale i cani che avrebbero causato la morte della giovane erano posti a difesa di un gregge al pascolo in località Monte Fiorino. I cani da guardiania rappresentano un grande aiuto contro predazioni e furti, ma quanto accaduto mette l’accento su responsabilità, omissioni e comportamenti sconsiderati. Una situazione che viene evidenziata da anni dalle associazioni che si occupano di animali e non solo.

La morte di Simona Cavallaro è la conseguenza di decenni di omissioni e scarsi controlli, in una regione con una gestione del randagismo inesistente

Gli investigatori stanno accertando se i maremmani posti a protezione del gregge fossero stati regolarmente identificati e iscritti in anagrafe. In questo caso stiamo parlando di cani da lavoro, di un soggetto che alleva pecore e che, come tale, dovrebbe essere sottoposto a periodici controlli da parte dei servizi veterinari. Quindi tutti gli animali, pecore e cani, avrebbero dovuto essere di censiti nelle varie anagrafi per ottemperare alle leggi. Se così non fosse sarà ora necessario capire di chi siano le responsabilità e chi abbia omesso i controlli.

Un altro punto dolente riguarda la custodia degli animali al pascolo e dei cani adibiti alla loro vigilanza. L’abitudine di lasciare incustoditi gli animali lasciati liberi sui terreni dei pascoli, specie se affidati alla sorveglianza dei cani, è oramai considerato un comportamento normale. Che consente di abbassare i costi, di non avere personale che vigili sugli animali e, magari, di svolgere anche un’altra attività lavorativa. Così fare l’allevatore diventa un lavoro complementare, con tutte le problematiche che questo comporta.

In caso di incidenti agli animali o di problemi per le persone, come capitato alla povera Simona, nessuno si troverà sul posto per poter richiamare i cani. Animali che sanno svolgere benissimo il loro lavoro: quello di proteggere il gregge da qualsiasi tipo di accadimento esterno che venga interpretato come una minaccia. Quanto accaduto non è un caso fortuito, ma il frutto di un comportamento irresponsabile che è stato indirettamente la causa della morte della ragazza.

I cani dei pastori, lasciati senza controllo, sono una delle cause del randagismo dilagante in Calabria, combattuto con veleno e canili lager

Il vagantismo dei cani di proprietà, non sterilizzati e lasciati liberi di girare sul territorio, amplifica in modo incontrollato il randagismo. Un fattore ben noto a chi si occupa di studiare il fenomeno, ma che sembra essere completamente sconosciuto a chi dovrebbe occuparsi di contrastarlo. Eppure le amministrazioni pubbliche sono sempre in prima linea nel lamentarsi per i costi causati dalla proliferazione dei cani randagi. Senza però mettere in atto azioni concludenti, che siano diverse dal rinchiudere i randagi nei canili.

La Calabria è una delle peggiori regioni d’Italia nel combattere il randagismo e una delle prime ad avere il triste primato di avvelenamenti e canili lager. Che spesso finiscono sotto sequestro da parte dei Carabinieri Forestali, per le tragiche condizioni di custodia degli animali. Una vergogna che pare senza argini, considerando che di questo problema si parla da decenni, proprio come delle infiltrazioni criminali nella gestione dei canili e in molte altre attività ambientali.

Appare quindi fuori luogo la dichiarazione del governatore della Calabria Spirlì, che solo ieri ha commentato la morte di Simona qualificandola come una tragedia immane che poteva e doveva essere evitata. Non si può morire in questo modo, a vent’anni. Un commento che potrebbe essere accolto soltanto se ci fosse certezza che la regione Calabria avesse messo in campo tutti gli sforzi possibili per prevenire casi come quello accaduto. E, purtroppo, così non è.

La morte di Simona potrebbe essere vista come la conseguenza di altri reati e non come un drammatico incidente

La vita di Simona è stata spezzata per sempre e questa per adesso è la sola tragica certezza. La speranza che le cose possano cambiare, invece, sembra destinata a restare soltanto una speranza. Che difficilmente troverà concretezza, dal momento che anche su questa vicenda calerà il solito velo d’oblio. Che lascerà ancora una volta immutata la realtà calabrese per quanto riguarda la gestione dei pascoli, la responsabilità e il controllo dei pastori, la gestione di canili e randagismo.

L’opinione pubblica, non solo calabrese, vorrebbe vedere un maggiore impegno della politica, delle amministrazioni e dei servizi veterinari pubblici nel cambiare una realtà della quale la Calabria non può andare fiera. Un cambiamento che deve obbligatoriamente passare dall’accertamento delle responsabilità: è davvero ingiusto morire a vent’anni, solo per essere andati a camminare in un bosco.

Osso la lupa, allevatori e cultura: la prepotenza paga in un paese con poche conoscenze naturalistiche

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Osso la lupa, allevatori e cultura: quando vince la prepotenza perde sempre la cultura. In questi giorni una manifestazione organizzata dagli allevatori ha impedito a Antonio Matteo Rubino di presentare il suo libro, nel corso di un incontro organizzato per i ragazzi all’Alpe Devero, in Piemonte. Con una sgangherata protesta, il cui scopo era sintetizzato in uno striscione: “Via i lupi dai pascoli”. Gli allevatori, con giornalista al seguito hanno indotto l’autore di “Osso la lupa: uomini e lupi sulle Alpi” a rinunciare all’evento. Una minaccia indegna e arrogante come l’ignoranza di chi l’ha messa in atto.

Cani falchi tigri e trafficanti

Scrivere e fare divulgazione naturalistica sono attività che contribuiscono a diffondere cultura, illustrando, in questo caso, l’importanza della convivenza, della condivisione. Attività che in un paese libero devono essere garantite, come scritto nella Costituzione, che sancisce libertà di espressione. Questo non vuol dire che ci debba essere un pensiero unico, ma solo che nell’ambito dei limiti imposti dalle leggi sia sempre possibile esporre la propria opinione, senza subire intimidazioni.

Osso la lupa, allevatori e cultura devono poter convivere e se qualcuno pensa di intimidire ha sbagliato strada

L’atteggiamento degli allevatori contro i lupi puzza di stantio, di ignoranza e di pregiudizi. Ma parla anche di un’agricoltura drogata dai finanziamenti comunitari che in nome della produzione di cibo sovvenziona realtà economicamente insostenibili. La UE da una parte stimola il cambiamento per poi, dall’altra, finanziare allevamenti, compresi quelli intensivi e le campagne per incentivare il consumo di carne.

Sino a quando i lupi non hanno nuovamente colonizzato i loro territori ancestrali gli allevatori erano abituati ad avere reddito da animali lasciati liberi al pascolo. Quasi sempre senza custodi, senza difese, visto che il massimo rischio era un quello di un animale caduto in un dirupo oppure un furto. Poca cosa rispetto all’assenza di costi vivi, sino a quando non sono tornati i predatori e come una volta è tornata l’esigenza di difendere gli animali. Un cambiamento che gli allevatori non hanno mai accettare, nonostante le sovvenzioni, nonostante gli indennizzi per i capi predati e le sovvenzioni per i sistemi di difesa.

I tempi cambiano. non solo per gli agricoltori ma per tutti. Una realtà che troppo spesso non viene sottolineata in modo chiaro. Ogni attività economica ha registrato importanti modifiche nello svolgimento del lavoro dal dopoguerra a oggi. Basti pensare alle norme antinfortunistiche sulla sicurezza dei luoghi di lavoro e a quelle di natura ambientale. Fra i pochi settori ai quali si è consentito decisamente troppo ci sono proprio tutti gli allevamenti di animali. In nome della produzione di alimenti abbiamo calpestato benessere e buon senso. Lasciando mani libere a chi pensava solo al guadagno.

Dietro le manifestazioni degli agricoltori ci sono confederazioni e partiti politici, che soffiano sul fuoco per avere adesioni e voti

La manifestazione inscenata all’Alpe Devero per impedire la presentazione del libro non può essere considerata legittima espressione di opinioni, quando vìola le libertà garantite dalla democrazia. Un libro non è mai solo un libro, ma è uno strumento che diffonde conoscenza. Un bene supremo in un paese che legge poco, si informa male e partecipa controvoglia alla vita sociale. Un libro può essere utile per raccontare l’importanza dei predatori, che non diminuisce solo perché qualche allevatore minaccia o strepita. I pascoli e l’ambiente non sono di chi li sfrutta, ma devono essere considerati un patrimonio collettivo.

I lupi in Italia, nonostante le leggende messe in circolazione da allevator e cacciatori, non sono mai stati oggetto di reintroduzione. Si sono ripresi gli ambienti nei quali hanno sempre vissuto, dando un grande esempio su resilienza e resistenza della natura. Una forza, quella dei lupi, che non si piega ai voleri dell’uomo, ai suoi abusi, al bracconaggio dilagante. I lupi sono animali intelligenti, adattabili, con branchi che per molti versi ricordano le famiglie umane, dimostrando grande capacità di adattamento.

L’importanza dei predatori è nota: collocandosi al vertice della catena alimentare rappresentano una presenza indispensabile per la ricostruzione degli equilibri spezzati dall’uomo. Eliminando i predatori sono aumentate le prede, spesso reintrodotte per potergli dare la caccia, senza preoccuparsi delle inevitabili alterazioni ambientali che ne sarebbero derivate.

Cambiamo le regole sugli allevamenti di animali, che non sono più sostenibili sotto il profilo ambientale e etico

Per far cessare le polemiche sui predatori sarebbe sufficiente stabilire che non possa essere soggetto destinatario di contributi pubblici chi alleva animali senza proteggerli in modo adeguato. Impedendo di dare sovvenzioni a chi lascia gli animali a pascolare senza sorveglianza e senza strumenti di protezione adeguati, come i recinti elettrici e i cani da guardiania. L’accesso agli indennizzi per le predazioni non dovrebbe essere concesso a chi non rispetta queste regole.

I soldi risparmiati potrebbero essere impiegati nella divulgazione delle buone pratiche, delle corrette informazioni scientifiche e per la formazione sulla necessità di convivenza con gli animali selvatici. Facendo cessare la propaganda che vede la gestione venatoria della come unico strumento per garantire gli equilibri faunistici. Una grande bugia, analizzando i fallimenti succedutisi in decenni di gestione dei selvatici lasciata nelle mani dei cacciatori. Bugie come quelle che raccontano di lupi reintrodotti dagli animalisti o lanciati nei boschi dagli elicotteri.

Nel frattempo speriamo che i Carabinieri abbiano identificato i responsabili della manifestazione all’Alpe Devero, che hanno di fatto impedito a Rubino di presentare il suo libro ai ragazzi. La vittoria della prepotenza, e dell’arroganza su cultura, sensibilità e divulgazione è stata l’arma sempre usata dalle dittature. Impedire alla conoscenza di circolare liberamente mette i presupposti per la creazione di una comunità di sudditi.

Diritti animali e coerenza: fra bugie del marketing e scorciatoie etiche di alcuni difensori

Diritti animali e coerenza
Riccio africano – animale selvatico esotico da non acquistare e tantomeno liberare in natura

Diritti animali e coerenza, un binomio spesso difficile da far suonare in modo armonico, che troppe volte produce dissonanze difficili da accettare. Sulle quali spesso e volentieri si sorvola, quasi come se parlarne rappresentasse un tabù. Un problema che non riguarda solo gli acquisti di animali da “cattività”, termine forse più adatto rispetto alla definizione “da compagnia”. Dove inizia e dove finisce il confine fra rispetto dei diritti e amore, fra commercio e abbinamenti di interessi contrastanti?

Il commercio di animali, purché rispetti le varie normative su tutela delle specie minacciate e sicurezza pubblica, è un’attività legale, come mi ha fatto recentemente notare sui social una nota catena di negozi, con annesso pet shop. Questo è verissimo, ma lo è altrettanto il fatto che non tutto quello che è legale abbia un valore etico almeno neutro. Far allevare animali non domestici, esotici e/o selvatici, con l’unico scopo di farli vivere in cattività non rappresenta un valore eticamente accettabile. Generazioni e generazioni di prigionieri nati per soddisfare i bisogni di qualcuno ma desinati a condurre un’esistenza misera.

Eppure sul commercio di animali, quando non parliamo di traffici illegali, dai cuccioli della trattaa agli animali protetti dalla CITES, si alzano ben poche voci. Molte associazioni sono abbastanza “tiepide” su questi argomenti, forse perché i destinatari della critica spesso coincidono con una larga fetta dei propri sostenitori. In altri casi ci sono realtà che in qualche modo fiancheggiano i commercianti di animali, organizzando raccolte di cibo nei loro punti vendita. Esattamente per lo stesso motivo di affinità: chi entra in un garden con annesso pet shop è probabilmente portato a guardare con simpatia chi si occupa di randagi.

Diritti e coerenza, se sono riconosciuti come un valore, non possono essere immolati sull’altare della necessità

Dietro il commercio di animali da cattività si nasconde un mondo fatto di sofferenze. Sia che si tratti di animali catturati in natura, per fortuna oramai sempre meno, che di quelli allevati per questo scopo. Per capirlo basta vedere le condizioni di esposizione e vendita nella stragrande maggioranza dei negozi: con la scusa che si tratta di situazioni temporanee spesso gli animai in vendita sono tenuti in modo trascurato, privi della possibilità di potersi comportare secondo le loro necessità etologiche.

Manca però una sensibilizzazione dei “consumatori”, termine che ben si adatta a chi compra animali da pochi euro come criceti, canarini, pesci rossi, tartarughine. Specie che costano poco, chiedono poco e muoiono spesso, per la gioia di allevatori e commercianti. Che grazie a questo rapido turn-over possono vendere sempre nuovi esemplari. Per non parlare delle condizioni di vita a cui gli animali da cattività sono sottoposti nelle case.

Il più venduto e il meno considerato è sicuramente il pesce rosso, animale simbolo della sofferenza muta. Molte persone che hanno acquistato in passato questi animali spesso confessano di essersi pentiti della scelta, avendo compreso la sofferenza. Ci sono invece altre persone che ancora pensano che il loro presunto amore possa lenire ogni sofferenza, ma questa purtroppo è davvero un’illusione per tutte le specie non domestiche come cani e gatti.

La sottile linea rossa che divide la necessità dall’adesione, l’acquisto di prodotti dalla sponsorizzazione

Questa è un altra tematica delicata, in molti casi un vero e proprio nervo scoperto, che espone l’etica a sollecitazioni innaturali, piegandola più alle necessità economiche che alle scelte etiche. Come avviene per esempio quando diritti degli animali e case farmaceutiche, che notoriamente fanno sperimentazione sugli animali, vanno stranamente sottobraccio. Un fatto eticamente difficile, se non difficilissimo da digerire.

I farmaci sono necessari alla cura degli animali e questo è un dato di fatto innegabile. Diversa però è la posizione del cliente, per necessità, da chi accetta di essere sponsorizzato da una casa farmaceutica. Sono due comportamenti eticamente differenti che meritano di essere distinti, ma anche di successivi e futuri approfondimenti. Credo che non ci possano essere buon scopi da condividere con cattivi alleati, diversamente l’etica diventa ad assetto variabile, priva di punti di riferimento.

In fondo sarebbe un po’ come se un’associazione umanitaria servisse nelle sue mense pasti confezionati con prodotti che derivano dallo sfruttamento dei lavoratori, dal caporalato. Un fatto che apparirebbe così stridente da finire sulle prime pagine dei giornali. E nessuno troverebbe disdicevole che qualcuno abbia fatto emergere una realtà così grave. Certo il caporalato è illegale e la sperimentazione sugli animali ancora no, ma il burrone etico non è diverso.

Abbattere l’orso M62 è una scelta che sigilla il fallimento doloso di un progetto pagato dalla collettività

Abbattere l'orso M62

Abbattere l’orso M62, un fatto che pare ineluttabile, pone il sigillo dell’amministrazione trentina sul fallimento del progetto di reintroduzione degli orsi. Forse non sotto il profilo della conservazione della specie, considerando che la popolazione ha avuto un incremento, ma sulla gestione complessiva. Sulla totale assenza di misure preventive per ridurre i conflitti e sull’informazione ai residenti per costruire consenso, anziché stendere praterie d’odio.

Cani falchi tigri e trafficanti

Per fare una valutazione serena del fallimento occorre separare i diversi piani che lo compongono, cercando di non cadere nella trappola emotiva della simpatia. Sicuramente in questa vicenda è difficile non sentirsi accanto all’orso, a tutti gli orsi, privati del loro territorio, costretti in un grande recinto dal quale faticano a uscire. Vessati da amministrazioni che prima li hanno voluti e poi li hanno usati come strumento politico per ottenere consensi. Ma se il ragionamento seguisse questa strada potrebbe essere facilmente etichettato come sentimentalismo o animalismo estremo.

Nella storia di questo progetto se qualcuno ha cavalcato l’emozione non sono stati certo gli animalisti, ma quelli che hanno usato l’argomento orsi, e predatori in generale, per fomentare la popolazione. Suonando la grancassa dell’allarmismo, del populismo più becero che vuole il Trentino dei trentini e chiama alle armi contro le scelte nazionali. Inventando pericoli inesistenti, ben prima che si manifestino e diventino reali. Un piano di comunicazione ben strutturato e pensato per raccogliere voti, per nascondere sotto il tappeto le inefficienze.

Abbattere l’orso M62 metterà la pietra tombale sulla convivenza, agitando lo spettro di pericoli imminenti

Il Trentino non è una terra emersa di recente, che ha cambiato panorama e orografia del territorio. Il Trentino è da sempre terra molto antropizzata, con un’agricoltura che ha coltivato ogni spazio coltivabile a mele e vigneti, con uno sviluppo turistico che ha fatto costruire piste da sci su ogni crinale. Con infrastrutture che hanno tracciato sul territorio un reticolo di ostacoli insormontabili per gli animali, limitandone gli spostamenti e mettendo in pericolo anche la circolazione stradale.

Per non parlare della caccia, che viene vista come un’attività immodificabile e intoccabile. Ma anche per l’allevamento negli alpeggi, da troppo tempo lasciati incustoditi per contenere i costi e aumentare i guadagni. Un’agricoltura drogata dalle sovvenzioni europee, senza le quali sarebbe più che in ginocchio. Altro che lupi, altro che orsi. In questo racconto, che ritengo obiettivo e difficilmente contestabile, si introduce il LIFE che ha portato a reintrodurre dalla vicina Slovenia gli orsi.

Non voglio far credere di essere un esperto, cerco solo di seguire un filo conduttore neutro, fatto di osservazioni e ripulito dall’emotività. Gli orsi sloveni non erano destinati a fare del Trentino un santuario per gli orsi, ma dovevano ripopolare il territorio centro orientale dell’ arco alpino. Questo fatto è accaduto? No! La motivazione pare essere nel comportamento dei plantigradi, che specie per quanto riguarda le femmine sono poco inclini a spostarsi sul territorio. Un comportamento denominato “filopatria”, cioè la tendenza a restare nei territori dove sono nate.

I lupi attraversano l’intero stivale e colonizzano sempre nuovi territori, ma gli orsi non lo fanno

Se guardiamo il comportamento e la capacità di dispersione dei lupi e lo mettiamo in relazione con quello degli orsi, siamo facilmente in grado di capire la differenza. I primi sono partiti per la riconquista dalle terre centro meridionali, dove si erano acquartierati per superare le persecuzioni, arrivando alle Alpi per poi collegarsi con le popolazioni francesi. Gli orsi non hanno raggiunto il Trentino dalla Slovenia. Ce li abbiamo dovuti mettere, trasportandoli. Eppure si trovavano a un tiro di schioppo, e mai paragone fu più appropriato, purtroppo.

A questo fatto, noto, bisogna aggiungere che per le ragioni espresse in precedenza, il territorio del Trentino rappresenta per gli animali una trappola da cui è difficile uscire, in assenza dei corridoi faunistici. Complicando gli spostamenti dei selvatici: una carenza che rappresenta un problema e non agevola la mobilità, non solo delle femmine di orso già poco inclini ai viaggi. E già questo è il primo punto fallimentare sotto il profilo dell’efficacia del progetto.

Gli orsi, voluti prima ma osteggiati quasi subito, gettano scompiglio fra gli allevatori, abituati a lasciare gli animali nelle malghe incustodite. Senza protezioni adeguate, senza recinti elettrici che siano effettivamente in grado di difendere gli animali dai predatori. Ma la politica non vuole dire agli allevatori che i tempi sono cambiati, che per l’equilibrio naturale bisogna convivere e condividere. Gli amministratori cavalcano la protesta e così gli originari padroni del territorio vanno limitati, imprigionati, abbattuti.

Costa meno fatica fomentare l’odio che progettare la convivenza

Non solo la realtà del periodo e la necessità di ricreare un equilibrio vien rifiutata, ma anche i rifiuti vengono lasciati alla mercé della fauna selvatica, orsi compresi. E sono proprio i rifiuti la causa della classificazione dell’orso M62 come problematico. La mancanza dei cassonetti per la raccolta dei rifiuti, studiati e testati per non essere accessibili agli orsi, rappresenta per i plantigradi un’attrattiva molto forte. Come già successo con il fratello di M62, l’orso M57 tuttora detenuto a Casteller per aver avuto una scaramuccia con un umano, proprio vicino ai cassonetti dei rifiti.

Solo in queste settimane la PAT sta tentando di nascondere vent’anni di ritardi, mettendo nuovi contenitori, spesso nemmeno idonei a impedire l’accesso degli orsi ai rifiuti. Quindi se un orso si avvicina troppo ai centri urbani per questo motivo ritengo che dovrebbero essere classificati come problematici solo gli amministratori che hanno causato il problema.

Colposamente hanno agevolato comportamenti indesiderati, al pari degli allevatori che lasciano gli animali incustoditi. Per coprire ritardi e inefficienze, ma anche per evitare critiche sulle condizioni di cattività degli orsi, si decide che sia meglio abbattere quelli problematici. Una scorciatoia, che prevede la scelta di affrontare le critiche che esploderanno ma che, complice anche l’estate, dureranno probabilmente meno di quelle causate dalla carcerazione. Dire cosa sia meglio effettivamente per gli orsi, fra morte e prigionia a vita, è davvero difficile. Sicuramente la scelta migliore sarebbe lasciarli nei boschi.

Quale futuro per la pacifica coesistenza fra uomini e animali

Quando si è deciso di abbattere l’orso M62 è stato sancito il fallimento della convivenza, della possibilità di creare le condizioni per tutelare umani e animali nel loro insieme. Secondo una visione olistica della gestione ambientale e faunistica. Un danno che potrebbe essere irreparabile. Causato non dagli orsi ma da amministratori incapaci di assolvere ai loro compiti. Che seppur con diverse appartenenze politiche hanno mantenuto comportamenti ricchi di analogie.

Difficile poter prevedere cosa succederà dopo quest’ultima decisione, difficile anche credere che ci saranno prese di posizione a livello nazionale. Forse sarà brutto pensare che un orso conti poco rispetto al governo, di cui la Lega è parte, ma bisogna anche guardare la realtà delle cose. In politica nulla avviene per caso e non sarà certo Matteo Salvini a fare pressioni su Fugatti perché si fermi.

La coesistenza tanto sbandierata, la necessità di seguire politiche realmente di tutela dell’ambiente, di arretramento della presenza umana da molte aree naturali, al momento in Italia è come una quinta teatrale. Nasconde la realtà e non promette nulla di buono per il futuro.