Sterilizzare i randagi non basta per contenere i numeri del randagismo

sterilizzare randagi non basta

Sterilizzare i randagi non basta per sconfiggere il randagismo, può contribuire a contenere il numero dei randagi ma non a risolvere un’emergenza. Come avviene per tutti i fenomeni complessi una sola azione non può essere sufficiente a risolvere, servono strategie articolate e di lungo periodo. Diversamente i risultati saranno parziali e deludenti, in particolar modo quando gli sforzi fatti sul territorio non riescono a essere costanti nell’attività. La dimostrazione si è avuta durante la pandemia quando, per una serie di condizioni ben note, il numero delle sterilizzazioni si è ridotto, causando un’impennata nelle nascite.

L’incremento del numero di riproduttori, abbinato a una buona disponibilità di risorse alimentari che abbassa la mortalità, porta a un inevitabile aumento dei randagi. Quando questo accade, aumentando il numero di cani e gatti liberi sul territorio, di pari passo sale anche l’intolleranza di molti cittadini. Portando non soltanto a catture ma anche a spregevoli azioni contro i randagi. Azioni, anche illegali, che non risolvono il problema, ma che complicano non poco la vita degli animali di strada. Incolpevoli vittime di comportamenti umani irresponsabili.

Su questa problematica si sono create diverse visioni fra quanti si occupano di randagi. C’è chi dice che occorre convivere con le popolazioni di animali liberi, non accettando la loro sterilizzazione, chi vorrebbe metterli tutti al sicuro in strutture di custodia o in famiglie e chi, come il sottoscritto, ritiene la sterilizzazione un’azione necessaria, molto più utile della loro reclusione nelle strutture. Intorno al problema randagismo convivono, con grandi differenze operative e di visione, enti pubblici e singoli, volontari di associazioni e gestori privati di canili, veterinari del servizio pubblico e liberi professionisti. Creando una complesità di rapporti e sinergie operative tutt’altro che efficaci, se non in pochissimi e virtuosi casi.

Sterilizzare i randagi non basta, occorrono azioni di riduzione del commercio e lavorare per un cambiamento culturale

Il randagismo è un fenomeno complesso che si alimenta in diversi modi. L’esemplificazione più semplice è quella di paragonarlo un grande fiume, che non potrebbe essere tale se non avesse diversi affluenti. Immaginiamo la popolazione degli animali randagi, quelli che riescono a vivere la loro vita in autonomia senza aspettare aiuti umani, come se fosse il corso principale del fiume randagismo. La cui portata viene costantemente alimentata grazie al vagantismo degli animali padronali e semi padronali, lasciati liberi di girare sul territorio, ai randagi assistiti ma non sterilizzati, uniti agli abbandoni di soggetti adulti e di cucciolate indesiderate. Il gran numero di animali, fertili e riproduttivi, presenti sul territorio continua a produrre cucciolate e a ingrossare il fiume sempre più.

Spesso quando diciamo randagi il pensiero corre ai cani ma, a questo popolo di animali domestici senza casa, appartengono a buon titolo anche i gatti. Che ripercorrono con identiche motivazioni le strade che originano il fenomeno del randagismo canino, con uguali dinamiche di popolazione. La sola differenza sta nel dar vita a comunità meno problematiche e appariscenti: per taglia, comportamento e abitudini. Creando quindi qualche conflitto in meno, ma arrivando comunque, senza controllo riproduttivo, a una notevole possibilità di crescita sul territorio. Per questo in tutto il mondo sono operativi programmi di cattura, sterilizzazione e rilascio (TNR – Trap – Neuter – Release) che per essere utili devono raggiungere una parte importante della popolazione di randagi.

Ritornando al parallelismo fra fiume e randagismo possiamo dire che senza gli affluenti, che continuano a portare nuova linfa vitale al fiume, in Italia il fenomeno del randagismo canino e felino si sarebbe grandemente e drasticamente ridotto. Ovviamente questa considerazione va modulata considerano il paese, l’antropizzazione e le contromisure attuate per contenere le problematiche, anche di natura sanitaria, del randagismo. Non si possono mettere a confronto paesi diversi, come ad esempio l’Europa e l’India o l’Italia e il Marocco per fare delle valutazioni complessive. Quello che è certo è che ovunque il numero dei randagi non è mai diminuito a seguito di catture, deportazioni e uccisioni.

I canili non risolvono il randagismo, cani e gatti liberi sul territorio devono essere la transizione verso un paese più civile

Per arrivare a una corretta gestione del randagismo occore compiere una profonda invesione di rotta, a cui devono contribuire tutte le componenti coinvolte, nessuna esclusa. Affrontando e guardando il problema con un occhio laico, che metta in fila non solo i soggetti coinvolti ma anche i tasti, e sono molti, che vanno toccati. Rispetto delle regole di convivenza, responsabilità nei confronti della collettività, preparazione, educazione e cooperazione. Questi potrebbero essere i cinque pilastri su cui fondare la costruzione del cambiamento. Consapevoli del fatto che se i randagi possono costituire (talvolta) un problema, cause e responsabilità della loro presenza sono solo umane.

Partiamo dal problema fondamentale, legato al rispetto delle regole. il Mahatma Gandhi sosteneva che la civiltà di un popolo sia misurabile da come vengono trattati gli animali. Io aggiungerei anche da come vengano gestiti i rifiuti. Sono sempre loro, infatti, i protagonisti dell’alterazioner dei nostri rapporti con gli animali, domestici o selvatici. Il cibo è uno strumento potente di condizionamento, di abituazione ma anche di sostentamento. I rifiuti per un animale rappresentano una fonte proteica low cost, ai quali accedono tutte le specie, dai lupi ai cani, dagli orsi ai gatti, per arrivare a ratti, cinghiali e cornacchie. Una certezza alimentare che li avvicina, con conseguenze indesiderate, ai nostri mondi.

Se ci fosse molta attenzione nella gestione dei rifiuti, rendendolo inavvicinabili per gli animali, i tanto temuti incontri pericolosi con i predatori sarebbero azzerati o quasi. Diminuirebbe anche la presenza di specie che consideriamo infestanti, come le cornacchie, e scenderebbe drasticamente anche quella di cani e gatti randagi. Questo punto attiene al rispetto delle regole da parte dei cittadini e all’intelligente lungimiranza, non così frequente, degli amministratori. I rifiuti attirano gli animali nei contesti urbani, vicino alle abitazioni, sui bordi delle strade e in mille altri luoghi. Generando inutili conflitti che potrebbero essere facilmente evitati, se solo lo si volesse veramente.

La sanità pubblica deve smettere di voltarsi dall’altra parte e i volontari devono essere preparati

La responsabilità nei confronti della collettività impone al legislatore e al servizio pubblico di mantenere quel che promette e di avere visione di periodo. Inutile ripetere da più di mezzo secolo il mantra che. per combattere il randagismo, mancano le risorse. Affermiamo invece che una politica miope non fa bene i conti e non mette risorse dove servirebbero, dimenticando di fare i conti di quanto costi, in termini economici alla collettività, questa scelta. Così le sterilizzazioni restano spesso un dovere scritto ma non agito, le assenze dei Servizi Veterinari pubblici contribuiscono a ingrassare i privati che gestiscono le strutture, e manca un piano di periodo che esuli dalla pura gestione sanitaria del problema, che spesso risult approssimativa quando si parla di animali.

Molte norme sono ferme alla metà del secolo scorso e quelle che le hanno innovate, come la legge 281/91, hanno affermato principi sacrosanti, senza concretizzarli tutti. Ancora una volta viene identificato il canile o il rifugio come strumento di risoluzione, ma in realtà in molti casi si tratta di intombare gli animali, proprio come si è fatto spesso con i rifiuti pericolosi. Buttati in luoghi inacessibili, per togliere di mezzo i primi e per levare dalle dalle strade i secondi. Spesso grazie a figure criminali che nei decenni hanno tratto enormi profitti da entrambe le attività. Grazie a strutture di reclusione per animali dove i termini benessere e etologia restano sepolti sotto appalti senza controllo.

Per contro anche i volontari devono fare la loro parte, cercando di essere protagonisti preparati del cambiamento, e non soltanto comparse emotive che seguono l’istinto. Senza essere in grado di fare scelte, di confrontarsi con la politica, di conoscere il settore dove hanno deciso di impegnarsi. Difendono una categoria che non può protestare, ma a maggior ragione devono essere interpreti delle reali esigenze. Smettendo di pensare che la salvezza dei randagi sia nei box dei canili. Per fortuna (dei randagi) non sono tutti così e fra loro ci sono attivisti che sanno il fatto loro, spesso in perenne lotta con le componenti animaliste più emotive.

Saranno educazione e rispetto a sconfiggere il randagismo, non norme scarsamente applicate

Educazione e divulgazione sono i migliori strumenti per ottenere un reale cambiamento: quando la società riconoscerà davvero il diritto al benessere degli animali e la necessità etica di avere comportamenti responsabili. Attraverso questo progresso culturale si arriverà alla riduzione del commercio di animali come pet, si comprenderà il dovere di essere responsabili nella gestione di cani e gatti. Si chiuderanno le porte a una serie di comportamenti dannosi che oggi sono ritenuti normali. Le leggi servono a correggere le devianze della collettività, non sono uno strumento per educare una società a essere rispettosa dei diritti altrui.

Continuare a invocare nuove norme serve più alla politica, che continua a agitarle senza renderle mai concrete e soprattutto attuate. Quando mancano i controlli, se non viene percepita la gravità dei comportamenti è difficile ottenere sia il cambiamento che la puntuale applicazione. Il percorso culturale è più lento della promulgazione di un decreto, ma è più efficace in quanto permanente, una volta entrato nel comune sentire. Il commercio di pelli e pellicce non è crollato per legge, ma è la consapevolezza delle persone che fa sentire in difetto i pochi che ancora le indossano. Una strada senza ritorno, un cambiamento culturale sempre più diffuso.

In attesa che la cultura cambi ognuno è chiamato a avere comportamenti rispettosi, a cercare di farsi promotore di una cultura che parli di rispetto, di convivenza, di condivisione delle risorse. Avendo la consapevolezza che sia sempre meglio l’uso pacato della conoscenza, piuttosto che il ricorso all’aggressività data dall’ignoranza, che quando non ha sufficienti argomenti usa la prevaricazione per convincere, Perdendo così ogni possibilità di essere credibili.

Animali randagi e turismo: non sono rifiuti da spazzare via dalle strade

animali randagi e turismo

Animali randagi e turismo, quando arriva la stagione estiva i problemi si amplificano e chi ne paga le conseguenze sono cani e gatti senza padrone. Da una parte sono visti come se fossero rifiuti da nascondere dalla vista dei visitatori, dall’altra sono spesso considerati vittime di pericoli inesistenti. Così per i randagi l’estate, in particolar modo per quelli che vivono in località turistiche, si trasforma spesso in una pessima stagione. Che rischia di avere un unico destino: finire dietro le sbarre di uno dei tanti rifugi per animali indesiderati.

Cani e gatti però non possono essere considerati come rifiuti lasciati in giro, che contribuiscono a dare un’idea di degrado dei contesti urbani. Una visione pericolosa e irragionevole che porta ad adottare quasi sempre soluzioni che non risolvono, ma solo tamponano visivamente un problema. Utilizzando sistemi che ancora oggi vanno dagli avvelenamenti alle catture, messi in atto con il solo scopo di ripulire le strade da presenze indesiderate. Senza preoccuparsi mai delle cause che portano questi animali a condurre una vita da randagi.

A questa non gestione del problema si mescola l’eccesso di attivismo di molti turisti, specie stranieri, che vivendo in luoghi con un basso tasso di randagi, pensano che tutti gli animali senza padrone siano in difficoltà. Anche quando il pericolo è molto relativo e sicuramente molto più basso di quello che potrebbero correre che finendo in una struttura. Canili e gattili non sono luoghi di villeggiatura per animali in difficoltà, ma spesso diventano trappole infernali dalle quali, una volta entrati non si esce più.

Animali randagi e turismo rappresentano un pericoloso binomio, quando l’emotività prevale

Nonostante quello che ancora molti credono il randagismo non si combatte con canili e gattili, ma solo con la crescita culturale. Quel complesso di informazioni e di riconoscimento di diritti che porta a un radicale cambiamento nel nostro modo di gestire, o di non gestire affatto, gli animali con i quali viviamo. Anche se qualcuno ancora pensa che i randagi siano per le strade per la mancanza di strutture destinate ad accoglierli. Un’idea bizzarra quanto sbagliata, come se tutto si potesse incentrare non sul modi di affrontare il problema, per evitare che si crei, ma solo di nasconderne gli effetti. Cosa che sta avvenendo sistematicamente da più di mezzo secolo.

Le amministrazioni pubbliche quasi sempre si ricordano del randagismo solo quando analizzano i costi o quando, come accade spesso, sono oggetto di critiche. Dimenticando che senza intervenire sulla prevenzione, come in ogni cosa, sarà sempre necessario rincorrere gli effetti. I randagi non sono virus sui quali non abbiamo controllo, ma sono i risultati di riproduzioni indesiderate che portano a avere un numero di animali molto superiore a quanti li vogliano ospitare. La sproporzione fra offerta e domanda genera un fenomeno che non ha nulla di occulto, di incomprensibile o di ingestibile.

In un momento storico come questo, dove le strutture per il ricovero dei randagi e degli indesiderati sono strapiene, occorre farsi delle domande, avendo la capacità di trovare delle risposte. Prendere animali dalla strada senza criterio ha portato a una popolazione di animali che non andranno mai in famiglia, restando rinchiusi nelle strutture in quanto difficilmente adottabili o del tutto inadottabili. A causa di problemi comportamentali o di fobie che non possono essere curate in canili o in gattili. Animali che in una casa avrebbero davvero poche possibilità di resistere più di qualche giorno prima di essere restituiti o, peggio, abbandonati.

Prendere cuccioli dalla strada, senza farsi altre domande, non sempre li salva e spesso li condanna

Occorre partire da un presupposto: ogni animale è un individuo con un proprio carattere e temperamento che si forma in giovane età nel periodo di socializzazione. Avviene con i bambini, avviene con gli animali: il contesto in cui crescono è capace di influenzare per sempre il loro comportamento. Un cucciolo di qualsiasi specie quando viene strappato prematuramente alla sua famiglia non riceve le cure parentali, che sono indispensabili per far crescere un individuo equilibrato. Una situazione che rischia di compromettere, per sempre, il suo percorso di vita.

Decidere di prendere un animale dalla strada è una buona azione solo se si trova in una situazione di pericolo reale. Una scelta attenta e motivata, alcune volte sicuramente emotivamente difficile ma giusta: non tutti gli animali sono da salvare. Quando consegniamo un cucciolo a un’associazione o a una struttura non lo abbioamo salvato, ma spesso abbiamo risolto un nostro problema emotivo, scaricando su altri la necessità di trovare una soluzione. Che molto probabilmente non saranno in grado di assicurare al malcapitato animale salvato.

Serve svuotare le strade dai randagi, ma per farlo bisogna limitare le nascite, impedire ai nostri animali non sterilizzati di vagare a piacere sul territorio senza custodia. Bisogna impedire la vendita di animali domestici in rete o nei negozi e realizzare campagne di sensibilizzazione contro le adozioni d’impulso. Occorre informare le persone che l’estetica non è la caratteristica più importante, che non bisogna alimentare un mercato fatto spesso di sofferenze e traffici. Il problema non sono gli abbandoni estivi, un finto problema, ma le scelte irresponsabili fatte ogni giorno dell’anno.

Animali in apparente difficoltà: pensare prima di agire può salvare vite

Animali in apparente difficoltà: pensare prima di agire può salvare vite, sicuramente a tutti quegli animali che non hanno bisogno di essere soccorsi. L’eccesso di attenzione, specie quando è mescolata con emotività e poca conoscenza delle necessità reali, può causare all’animale “salvato” un danno irreparabile. Così grave da poter diventare la causa della sua morte oppure della cattività permanente quando si tratta di un animale selvatico, mentre per un animale randagio questo potrebbe farlo restare intrappolato a vita in un canile. La sindrome del salvatore a ogni costo deve quindi essere contrastata e i social sono pieni di salvataggi miracolosi che in realtà, per i salvati, si traducono spesso una catastrofe.

In questo periodo è facile imbattersi in piccoli di moltissime specie, apparentemente abbandonati o in difficoltà. Molti di questi cuccioli, nonostante le apparenze, si trovano, nonostante le apparenze, in una condizione di normalità che richiederebbe soltanto il nostro immediato allontanamento. Tenere questo comportamento è molto saggio, ad esempio, qualora ci imbattessimo in un giovane capriolo acquattato nell’erba alta. Non si tratta di un piccolo abbandonato, non si trova in particolare pericolo e non deve essere né toccato, né spostato e tantomeno portato via. La madre lo ha nascosto nell’erba per difenderlo dai predatori e si è allontanata per pascolare. Un comportamento del tutto normale in questi ungulati, ma anche nelle lepri e in altri animali.

Come accade per il giovane merlo, che ancora non vola perfettamente e che, dopo aver spiccato il primo volo, sia rimasto a terra. In questo caso i genitori continueranno a portargli cibo fino a quando, migliorato il suo piumaggio e il tono muscolare, in poco tempo volerà via. Quindi se non sono ipotizzabili pericoli all’orizzonte, come la presenza di una colonia di gatti, il merlo va lasciato dove si trova, senza fare nulla. Nessun intervento umano raggiungerà mai un tasso di successo per la sua sopravivenza pari a quello che garantito dai genitori.

Gli animali in apparente difficoltà in realtà spesso non richiedono alcun nostro aiuto, se non quello di lasciarli tranquilli

Un conto è salvare un cucciolo di cane che vaga in autostrada, altro è decidere d’impulso che un cucciolo in strada non ci deve stare. Senza domandarsi se nei pressi c’è la sua famiglia (e si, anche i cani ne hanno una) perché questo è quello che gli basterebbe per crescere, con tutte le difficoltà di ogni essere vivente. Troppo spesso i salvatori improvvisati non si fanno troppe domande, essendo più portati a assecondare un loro bisogno, quello di aiutare, che non a sedare l’emotivita.

Sarebbe meglio, però, canalizzare le energie in modo più attento perché togliere quel cucciolo dalla strada, senza avere il tempo di capire se è davvero da solo oppure no, rischia di fargli perdere per sempre la possibilità di essere socializzato e, magari, di trovare in futuro una casa.

Toglierlo dalla strada per farlo finire in canile non è una buona azione, spesso è solo un’azione che si rivela sbagliata. Molti di questi cani salvati senza necessità entrano nei canili da cuccioli per rischiare di restarci intrappolati per tutta la vita. Un giorno dopo giorno fatto di privazioni che generano sofferenza, nel lento incedere di un’esistenza che non ha un valore, quando non è legata al benessere dell’individuo.

Questo rischio quindi deve essere corso solo se rappresenta l’ultima possibilità fra la vita e la morte, non un arbitrio di chi si sente utile per aver salvato un cane.

Soccorrere gli animali è un intervento che va fatto con coscienza e conoscenza, senza improvvisazioni

Il rischio della morte e anche della sofferenza è legato al vivere, non per una visione fatalista del mondo, ma per l’accettazione dei ritmi che regolano la vita. Ritmi che in parte possono essere alterati dal nostro intervento, senza però per questo illudersi che questo possa costituire sempre e soltanto un fattore positivo. Un esempio? Gli animali selvatici vivono molto meno in natura di quanto non riescano a sopravvivere negli zoo. Grazie alle cure, all’alimentazione e alla quasi totale eliminazione dei rischi dovuti ai vari conflitti. Qualcuno può pensare, nonostante la durata della loro esistenza sia ben più lunga, che questi animali vivano in armonia con l’ambiente che li ospita e possano svolgere liberamente il loro etogramma?

Qualsiasi intervento di soccorso deve essere ponderato, con un giusto un bilanciamento fra rischi e vantaggi e, salvo casi urgenti, dovrebbe essere messo in atto da chi è formato per sapere come intervenire. Non basta la buona volontà, non è sufficiente credere di sapere. Non ci si può improvvisare salvatori di vite, senza conoscere nulla dei candidati al salvataggio. Quale sarebbe la valutazione data se, dopo un grave incidente, arrivasse un ambulanza con un equipaggio pieno di buona volontà ma senza alcuna formazione? Incapace di valutare esattamente cosa fare per non recare danno, ancor prima di aiutare. Con ottima probabilità questo intervento si tradurrebbe in un disastro.

Prendiamo come esempio un cane che cammina da solo su una strada in una zona del sud Italia, dove questi incontri sono molto più frequenti. Sarà un cane abbandonato oppure un randagio che si sta spostando sul territorio? Per capirlo non basta guardarlo, ma occorre osservarlo con attenzione: si sposta in modo incongruo, fa avanti e indietro apparentemente senza meta? Cammina agitato, guardando continuamente a destra e sinistra oppure si comporta come se sapesse perfettamente dove vuole andare? Se il comportamento è l’ultimo descritto, se il cane sembra consapevole di dove voglia dirigersi, se non è spaventato, significa che vive sul quel territorio, quindi non bisogna cercare di prenderlo.

Rinchiudendo tutti i randagi li allontaniamo dalla vista, ma non li salviamo

Non si combatte il randagismo mettendo tutti i cani in canile, ma soltanto non facendoli arrivare sulla strada, riducendo il commercio, le adozioni d’impulso, i traffici e il vagantismo. Non bisogna pensare che tutti gli animali siano in difficoltà: per questo, prima di agire e di fare un danno in buona fede, meglio farsi delle domande e non seguire soltanto l’istinto. Per evitare di farsi male, per non causare un danno, per non essere responsabili della futura morte di un’animale.

Questa non vuole cero essere un’esortazione a girare la testa fall’altra parte quando serve. Solo il consiglio di pensare attentamente prima di agire, magari cercando di avere già le idee chiare. E se una situazione ci coglie impreparati prima di agire si possono cercare in rete indicazioni, sentire le associazioni o chiamare il numero di emergenza. In Italia non è facile ottenere un soccorso qualificato e rapido per gli animali, ma questo non giustifica l’improvvisazione.

Cani randagi e pubblica amministrazione, un rapporto fluido con applicazione normativa a tratti rigida

cani randagi pubblica amministrazione

Cani randagi e pubblica amministrazione, un rapporto fluido con un’applicazione normativa a tratti rigida, che sembra fatta apposta per mettere all’ultimo posto il benessere animale. Ultimamente la Regione Campania, con una folgorazione asincrona abbastanza tipica della pubblica amministrazione, pare essersi accorta che i cani randagi sono dei Comuni. Una “scoperta” che sembra essere causata dalla richiesta di uniformare la raccolta dei dati delle regioni, in attesa della tanto annunciata unificazione nazionale dell’anagrafe canina. Così da qualche tempo non si possono più iscrivere in anagrafe gli animali presi per strada dai cittadini, ma nemmeno soccorrerli.

Gli animali randagi vaganti sono una “proprietà” del Comune e non possono essere raccolti dai cittadini, senza commettere una violazione. Senza contare che gli animali vaganti senza proprietario, che rientrano nella categoria “randagi”, devono essere catturati e portati in canile per prevenire la diffusione della rabbia, una zoonosi molto pericolosa. Fin qui i disposti normativi, che come spesso accade in Italia sono rigidamente e costantemente disattesi. Dando luogo a quel vaso di Pandora che rimane sempre aperto che si chiama “emergenza randagismo” dove a vagare pericolosamente non sono solo i cani ma anche l’applicazione delle norme. Talvolta disattese, talvolta applicate più rigidamente della legge del taglione.

Quando si dice che i cani sono dei Sindaci questo sta a significare che i sindaci, come ufficiali sanitari, hanno l’obbligo di far applicare la normativa che, in sintesi, consiste nel farli catturare per rinchiuderli in un canile. Con tutti i costi derivanti da questa operazione, solo teoricamente intelligente, che ha due conseguenze immediate: generare costi che gravano sui bilanci comunali e creare sofferenza agli animali, che spesso non usciranno più da queste prigioni. Con l’unico vantaggio che va in capo ai gestori privati dei tanti canili che svolgono il servizio in appalto, gonfiando spesso le tasche di soggetti di dubbia moralità e con più di qualche ombra sulla fedina penale.

Cani randagi e pubblica amministrazione: animali senza colpe, spesso condannati al regime di carcere duro con un fine pena mai

Il randagismo è una piaga e questa è una certezza difficile da poter mettere in discussione. Un fenomeno causato dall’uomo, grazie a un rapporto molto variegato e spesso del tutto irresponsabile con gli animali, che dal dopoguerra a oggi nessun governo è riuscito a sconfiggere. Il randagismo ha la stessa pervasività del crimine organizzato, che in parte alimenta, però nonostante questo si continua a contrastarlo poco e male.

Ora i volontari lamentano che non possono neanche più soccorrere un cane dalla strada. Un fatto che in un paese normale sarebbe sacrosanto: il cittadino non deve toccare gli animali randagi perché di loro si occupa la pubblica amministrazione. Ma l’Italia sotto questo profilo sono decenni che non è un paese normale. Così tocca che per soccorrere un cane investito al Sud, ma anche al Nord molto spesso, serva un miracolo, quando non se ne fanno carico associazioni e cittadini.

In mezzo a questo fuoco di sbarramento ci stanno loro, i randagi, spesso presi dalla strada e messi nei canili senza un motivo. Talvolta per troppo amore verso gli animali o per fare soldi facili. Mentre la pubblica amministrazione che dovrebbe sterilizzare, prevenire il randagismo con controlli e sanzioni, educando alla legalità anche in questo settore, si muove con la velocità del bradipo. Paga costi enormi per la custodia dei cani e spende poco e niente per prevenire il randagismo usando l’arma più importante: l’educazione. Una schizofrenia che pare davvero inguaribile.

Per contrastare il randagismo da anni si parla di un cambiamento normativo, che non arriva mai, ma sarà quella la soluzione?

Se le leggi fossero state applicate in modo serio di randagi in giro non dovrebbe essercene più di qualche migliaio, consapevoli del fatto che ci sarà sempre chi non rispetta le regole. In questo modo invece ci troviamo permanentemente in mezzo al guado, senza riuscire a raggiungere la riva. Senza aver compiuto significativi passi avanti nella gestione del fenomeno e con un numero enorme di animali ricoverati nelle strutture. Continuando ad affrontare il problema in questo modo assisteremo impotenti alla perpetuazione senza fine del randagismo.

Invece di colpire chi gli animali, nel bene o nel male, li vuole aiutare sarebbe importante combattere chi ha animali e non li registra in anagrafe, quanti non si occupano dei propri animali facendoli vagare non sterilizzati. Ma anche chi lucra sulle cucciolate casalinghe, sulle adozioni del cuore e su molte staffette, che alimentano il randagismo di ritorno al Nord. Questo è un mondo pieno di chiaroscuri, dove le situazioni si mescolano e dove non tutto quello che sembra mosso da buone intenzioni lo è davvero. Per questo è importante fare molta attenzione, premiando chi lavora con attenzione e rispetto.

La soluzione del problema non passa soltanto attraverso il cambiamento della legge 281, decisamente datata, ma dal rispetto di ruoli e regole. Serve rivedere l’intero fenomeno del randagismo e della gestione dei canili in modo scisso dalla questione sanitaria, come invece avviene oggi. Il benessere deve essere considerato prioritario, arrivando per questo a imporre dei cambiamenti nel nostro rapporto con gli animali. Visti non più come cose ma come individui senzienti e come tali portatori di diritti.

I canili non combattono il randagismo, proprio come i manicomi non cancellano la follia

canili non combattono randagismo

I canili non combattono il randagismo, proprio come i manicomi non cancellano la follia. Luoghi accomunati spesso da un alto tasso di sofferenza e da una scarsa possibilità di trovare una via di fuga. Specie per tutti quei soggetti problematici, complessi, piegati da condizioni di vita inaccettabili e irrimediabilmente segnati nell’anima. Questo non vuol dire che tutte le strutture di ricovero siano luoghi di sofferenza senza soluzione o che i rifugi non servano a trovar casa ai cani più equilibrati, ma sfortunati. Soltanto non bisogna vedere i canili come la soluzione di un’emergenza, che purtroppo non è ancora universalmente considerata tale.

Sono oramai decenni che il randagismo sembra un fenomeno invincibile, che assorbe fiumi di denaro che molto spesso finiscono nelle mani sbagliate. Finanziando una sotto criminalità e talvolta quella organizzata, senza però cambiare la realtà dei fatti, specie nel centro Sud Italia, dove sono tanti gli interessi che ruotano intorno al fenomeno. Con nuovi canili in costruzione, annunciati come successi mentre rappresentano il segno tangibile della sconfitta, e con quelli esistenti pieni a raso. Purtroppo come le strade e le campagne del sud Italia, in una giostra di nascite e catture che sembra non finire mai.

Guardando il fenomeno randagismo con occhio tecnico, senza quei coinvolgimenti emotivi che talvolta complicano e non risolvono, sembra davvero impossibile che non si riesca a invertire la rotta. Dal dopoguerra ad oggi sono state provate due strategie di contenimento: una basata sull’abbattimento massiccio di centinaia di migliaia di animali ogni anno, l’altra su cattura e custodia. Creando molte volte detenzioni che durano per tutta la vita e spesso anche oltre, truffando in questo modo i Comuni che si trovano a pagare anche per cani fintamente longevi, in realtà morti da tempo.

I canili non combattono il randagismo, ma sottraggono risorse importanti alla tutela degli animali

Volendo contrastare davvero il randagismo bisognerebbe in primo luogo aumentare il tasso di rispetto della legalità. In un paese che ha troppe norme, molte delle quali completamente disattese anche grazie alla mancata azione di quanti avrebbero l’obbligo di farle applicare. Inutile fare l’anagrafe canina se poi l’apparato di controllo non si impegna per ottenere l’iscrizione di tutti gli animali di proprietà. Stesso discorso per i veterinari che non segnalano i loro clienti, quando hanno cani sprovvisti di microchip, continuando a accettare che sia il proprietario a poter scegliere. Con buona pace del buon senso, della tutela degli animali e del rispetto delle leggi.

Un gran parte della sconfitta origina proprio dal fatto di tollerare che la parte peggiore della società si comporti senza rispettare le regole. Appare infatti chiaro che i cittadini responsabili si preoccupano di identificare e iscrivere i loro animali, per correttezza e per avere la possibilità di ritrovarli se si perdono. Mentre si tollera chi considera i propri animali uno strumento, una “cosa” che non deve causare responsabilità, rifiutando l’iscrizione. Per sintesi questo significa che in anagrafe sono iscritti gli animali dei cittadini responsabili, che rispettano gli obblighi, mentre mancano proprio gli animali spesso mal gestiti, quelli che alimentano abbandoni e randagismo.

L’illegalità, a ogni livello, se tollerata da decenni, crea un serbatoio infinito di problemi, che sono poi ribaltati con disinvoltura sull’intera collettività. Tradotti in costi di centinaia di milioni spesi ogni anno per custodire i cani, spesso in pessimi canili, da dove potrebbero non uscire mai. Imprigionati in box di pochi metri quadri, in strutture pensate con una logica sanitaria, senza alcuna considerazione per il benessere degli animali ospitati. Strutture talvolta gestite anche da associazioni, per le quali la quotidiana sofferenza sembra sfumata, diviene invisibile nella convinzione che l’amore sia il viatico per ogni male dello spirito.

Passare dalla gestione sanitaria del canile a una maggiormente rispettosa del benessere animale

I canili sono strutture autorizzate secondo criteri eminentemente sanitari, la cui rigida applicazione lascia poco spazio al reale benessere degli ospiti e anche al loro percorso di normalizzazione. Senza strutture modulate sulle esigenze dei cani, sulla loro socialità, sulla necessità di costruire gruppi e non gestire singole esistenze, molti cani resteranno rinchiusi a vita. In canili aderenti a prescrizioni di leggi datate, dove la prevenzione sanitaria ha sormontato ogni altra esigenza. Dove gli animali rischiano di diventare numeri, specie quando chi gestisce ha una connotazione esclusivamente commerciale e i cani ospitati arrivano a essere anche migliaia.

Occorre agire per impedire che i canili si riempiano e questo si può ottenere solo con il rispetto delle norme e con la giusta attenzione verso i diritti degli animali. Rivedendo le disposizioni sul commercio, vietando le esposizioni nei negozi, facendo campagne di informazione che partano dalle scuole, controllando in modo rigoroso le nascite, contrastando le adozioni d’impulso e le staffette che scaricano animali senza criterio. Bene dare speranza ai randagi del Sud, ma solo seguendo buone pratiche che assicurino benessere, smettendo di tollerare trasferimenti che finiscono solo per spostare il problema, da Sud a Nord, senza pensare al futuro dei cani.

Analizzando il fenomeno staffette ci si rende conto che i trasferimenti possono fare pendere la bilancia verso un miglior futuro o verso l’inferno. Cani non socializzati portati al Nord, erroneamente ritenuto un paradiso per gli animali, per essere poi abbandonati nelle aree cani, per farli portare in un canile. Animali privi di microchip che non potrebbero neanche essere trasferiti in altre Regioni, mandati allo sbaraglio con il rischio di diventare candidati al fine pena mai!

Staffette che abbracciano tutte le declinazioni del comportamento umano

Lontani dagli occhi di chi li ha spediti, in buona o cattiva fede, abbandonandoli a un destino davvero buio. Un comportamento da scafisti, che non si vorrebbe vedere, né con le persone, né con gli animali. Per non parlare di adozioni sbagliate, fatte senza controllo trasferendo cani problematici presentati come ideali da inserire in famiglia. Comportamenti che rappresentano la parte peggiore di questo mondo, fatta di soldi chiesti in nero, di veicoli spesso non a norma di legge, di promiscuità e possibile trasmissione di malattie.

Sul versante opposto c’è chi invece opera con giudizio, con attenzione nei confronti degli animali, trasportandone pochi con i giusti spazi, fatturando il lavoro fatto e pretendendo da chi spedisce la corretta documentazione. Trasportando animali sani, vaccinati e identificati, verso un destino migliore, verso una vita da condividere con una famiglia. Un lavoro fatto con coscienza e trasparenza, che aiuta davvero a incrociare positivamente vite.

Il consiglio resta sempre comunque quello di adottare animali presso strutture, parlando con gli educatori, conoscendo i cani o i gatti. Un’adozione è per sempre e deve essere frutto di una scelta ponderata, fatta consapevolmente, conoscendo un pochino almeno chi si decide di accogliere in famiglia, seguendo i consigli di chi quel cane lo conosce davvero, non ve lo racconta sui social.

Il randagismo si combatte con l’educazione delle persone al possesso responsabile degli animali

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Il randagismo si combatte con l’educazione delle persone al possesso responsabile degli animali, che si deve tradurre nella volontà di gestirli mettendo in atto comportamenti responsabili. Troppo spesso si ritiene che il randagismo sia un fenomeno inevitabile, come se fosse una componente naturale insita nella comunità umane. Ma se questa idea poteva avere un fondamento agli inizi del secolo scorso in Europa e ancora ora in determinate aree geografiche del mondo, in Italia adesso è solo una vergogna da cancellare. Il randagismo, canino e felino, esiste solo a causa della cattiva, quando non pessima, gestione degli animali domestici.

Le mancate attenzioni che troppe persone dimostrano verso questo problema sono alla base di un fenomeno complesso, che ha una capacità rigenerativa proporzionale alle nostre omissioni. Avere un cane oppure un gatto non è un obbligo ma è frutto di una decisione, che quando presa alla leggera, senza pensare troppo, crea danni. Agli animali che spesso conducono una vita di stenti, alla collettività che paga il danno economico che deriva da comportamenti sbagliati che generano un effetto moltiplicatore. Capace in poco tempo di riportare il numero degli animali randagi a una costante rigenerazione che compensa morti e malattie.

Quanti pensano che il principale strumento con cui curare la piaga del randagismo siano le strutture come canili e rifugi, coltivano un illusione che non avrà successo. Il canile, per il randagismo canino ad esempio, è soltanto il punto di arrivo del problema, che anziché tradursi in una speranza di una esistenza diversa spesso si concretizza in una triste prigionia a vita. Un luogo frequentemente gestito da persone che hanno trovato nel randagismo una fonte di reddito che non conosce crisi, almeno sino quando non si chiuderanno i rubinetti che alimentano la sorgente.

Il randagismo si contrasta solo con l’educazione al rispetto e alla legalità

Canili che ospitano migliaia di cani che ogni giorno riempiono il salvadanaio della criminalità, svuotando quello della collettività. Spesso grazie all’inerzia degli enti pubblici, che trincerandosi dietro la mancanza di risorse, dimenticano quante ne vengono sperperate per tenere gli animali imprigionati. Dimenticandosi le problematiche di ogni genere che sono la naturale conseguenza di una convivenza non gestita: sanitarie, economiche, ambientali e di sofferenza per gli animali. Eppure basterebbero pochi comportamenti diligenti per arrivare, in modo incruento e in pochi anni, a una drastica riduzione del randagismo.

Primo presupposto è che ognuno capisca di dover essere responsabile dei problemi causati dagli animali con cui vive, per utilità o per piacere. Una responsabilità basata su due presupposti, entrambi della massima importanza, il primo di ordine morale e il secondo legato agli obblighi legali. L’educazione di una comunità al rispetto degli animali e delle regole contribuisce a rafforzare il senso civico, a tutto vantaggio dei suoi componenti. Iscrizione di cani e gatti in anagrafe, sterilizzazione e cura sono tre doveri, che quando si traducono in comportamenti virtuosi, rappresentano uno strumento vincente per contrastare il randagismo.

Una necessità in una situazione emergenziale come quella italiana, specie al Sud, dove i canili traboccano di animali indesiderati e le strade sono affollate di animali randagi, che sopravvivono grazie all’empatia e alla compassione di molti. In questo contesto sterilizzare gli animali di proprietà, nel senso largo del termine, per evitarne la riproduzione dovrebbe essere incentivato e considerato un dovere. Superando i luoghi comuni che raccontano della necessità, per una femmina di cane o di gatto, di fare almeno una cucciolata e gli stereotipi machisti che non verrebbero la castrazione dei maschi, senza parlare dell’illusione che tutti i nuovi nati saranno sistemati benissimo.

La mancata sterilizzazione di cani e gatti è la sorgente del randagismo, in una realtà costituita da poche adozioni responsabili e tanti cuccioli indesiderati

“Tanto i cuccioli li piazzo subito” è la risposta più frequente data da chi rifiuta di far sterilizzare i propri animali, che magari sono anche lasciati liberi di vagare incustoditi sul territorio. Certo sistemare un cucciolo è più facile che far adottare un animale più cresciuto, anche perché un cucciolo intenerisce maggiormente, ma quando cresce? Quando il tenero batuffolo di pelo diventa un animale con tutte le sue esigenze oppure è diverso, per taglia o carattere da quello che si credeva, quanti saranno disponibili davvero a condividere la vita con lui?

Così finisce che nelle aree meno urbanizzate gli animali prendono la via della strada, andando ad aggiungersi a quelli già presenti sul territorio. Continuando a riprodursi senza controllo, falcidiati dalle malattie ma sempre in grado di far crescere il numero dei randagi. Una catena di eventi coincatenati che non ha ancora consentito di battere il randagismo, anche grazie a una serie di carenze legislative, di mancati controlli e di mancate sterilizzazioni da parte del servizio veterinario pubblico. Proprio quest’ultimo avrebbe dovuto rappresentare il perno su cui fa girare l’intera attività di contrasto al randagismo, ma purtroppo non è stato così.

Il servizio pubblico doveva rappresentare il tratto di unione fra la prevenzione delle zoonosi, il reale contenimento del randagismo canino e felino e una corretta valutazione del benessere animale. Invece appare evidente che qualcosa non ha funzionato, lasciando proliferare canili gestiti in condizioni indegne, limitando le sterilizzazioni a numeri risibili, non riuscendo a garantire il benessere degli animali. Unica certezza è che quello che doveva essere una funzione importantissima, messa al servizio di popolazione e animali, spesso si è trasformata in un potere senza controllo, che risponde soltanto a se stesso. Per restare in tema, il classico gatto che si morde la coda.