lupi orsi soffia sul fuoco

Lupi e orsi: chi soffia sul fuoco per risolvere un (suo) problema? La risposta è composita ma non così difficile. Bisogna iniziare a dire che al contrario delle azioni virtuose, che richiedono impegno, quelle populiste si diffondono in fretta e hanno facile presa. Resta più facile assimilare lo slogan "orsi e lupi sono troppi" piuttosto che comprendere che il concetto di essere troppi è ascientifico, demagogico e, diciamolo, anche un po' stupido! Al contrario degli uomini le popolazioni degli animali crescono o decrescono sulla base delle risorse del territorio.

Quindi, semmai, la giusta considerazione dovrebbe passare attraverso un'altra domanda, che potrebbe essere: "come mai i predatori sembrano essere così tanti?". Pur partendo dal presupposto che in Italia non abbiamo una popolazione di predatori così esuberante, come dimostra la grande diffusione delle loro prede come cinghiali e altri ungulati. Ma si che l'interesse dei cittadini non è realmente quantitativo ma spesso soltanto di prossimità. Se lupi e orsi fossero dieci volte quelli che sono ma vivessero esclusivamente nel cuore dei boschi solo i cacciatori e gli allevatori di montagna avrebbero a che ridire. Se non fosse che spargiamo rifiuti e alimenti che li attraggono vicino ai centri abitati.

Alla stragrande maggioranza degli italiani questa vicenda appassiona e spaventa poco, anche se appassiona molto di più quelli che orsi e lupi li difendono. Talvolta chi difende i predatori è più approssimativo di Coldiretti e questo certo non giova al fronte che difende orsi e lupi. Così finisce che fra difese spesso solo emotive e prive di contenuto e accuse sostenute dall'ampio fronte agricolo-venatorio finisce sempre che pare aver ragione quest'ultimo. Che da anni strepita contro orsi e lupi ai quali vorrebbe poter sparare, vedendoli come insopportabili competitori nello sfruttamento del territorio.

Lupi e orsi, chi soffia sul fuoco e chi parla di gestione da migliorare e di coesistenza da accettare come inevitabile

La coesistenza con il mondo naturale è sempre stata difficile per l'uomo. Nei secoli della sua esistenza, dopo essere passato da lance e frecce a armi più efficaci l'uomo ha costantemente dimosrato di sapere fare veri disastri. In nome di un malinteso quanto improbabile "il pianeta è tutto mio" la nostra specie si è distinta per innumerevoli progressi garantiti per i sapiens a costo di enormi danni per gli altri animali. Questa attitudine distruttiva ha messo più e più volte a rischio gli equilibri ambientali e ha portato all'estinzione numerosi altri abitanti del pianeta. Un fatto difficile da contestare anche dal più brillante degli scienziati o dal più fantasioso dei comunicatori.

La categoria dei negazionisti, quelli che rifiutano di accettare che vi sia un problema di cambiamenti climatici o di alterazione degli equilibri ambientali, è sicuramente ben rappresentata nella società. Del resto il negare che ci sia un problema costituisce un ottimo metodo per giustificare il mantenimento dei nostri comportamenti. Se queste problematiche sono in realtà solo delle esagerazioni, ciò dimostra che il nostro modello di sviluppo non è poi così sbagliato. Un errore, certo, ma che ci permette di restare nella nostra zona di comfort.

I maggiori organismi mondiali, dall'ONU all IUCN per arrivare alle isituzioni europee, sostengono da tempo che dobbiamo provvedere a proteggere e a rinaturalizzare un terzo della superficie del pianeta. Quando parliamo di rinaturalizzare significa che dobbiamo ricreare gli equilibri perduti. E non ci può essere equilibrio se non attraverso un rapporto bilanciato fra prede e predatori. Senza predatori gli equilibri vanno in frantumi, si rompono a tutto vantaggio delle prede, che poi nuovamente rappresentano un pericolo per agricoltori e allevatori. Classico gatto che si morde la coda.

Lupi e orsi sono una componente necessaria dell'equilibrio, come lo saranno sciacalli e linci

Tolto quello zoccolo duro di ignoranti (nel senso che ignorano) e cocciuti che ancora credono che il lupo sia stato lanciato dagli ecologisti dagli elicotteri, oramai dovrebbe essere chiaro ai più che sono gli errori a generare i problemi. Questi "errori" hanno creato situazioni difficili da sanare, perché una volta fatta la frittata non si possono più recuperare le uova. Introdurre cinghiali di specie balcanica, più grandi e più prolifici, è stato un errore, come sono stati gravi errori quelli di introdurre nutrie, parrocchetti, scoiattoli grigi, tartarughe palustri della Florida, gamberi della Lousiana. Errori che si sono dimostrati irreparabili, nonostante tante chiacchiere sull'eradicazione degli animali alieni.

Da decenni si considerano i cinghiali dannosi e si organizzano operazioni di controllo affidate ai cacciatori. Il risultato è stato un incremento di questi suidi sul territorio, fatto che dimostra, senza possibilità di dubbio, che la gestione a fucilate sia fallimentare. Sono decenni che sterminiamo nutrie, spariamo ai cinghiali, uccidiamo corvidi e piccioni senza ottenere alcun risultato. Non piccoli progressi, non segni incoraggianti, non trend in decrescita ma proprio nessunissimo risultato se non un costante peggioramento delle cose.

Eppure ancora oggi Coldiretti racconta ai suoi sostenitori che si possa contenere il numero dei predatori a fucilate! Ancora oggi dobbiamo assistere a spettacoli indecorosi come quello dell'amministrazione trentina, che sembra non aver altro problema sul territorio escludendo quello degli orsi. Almeno sino a quando un'informazione disattenta, quando non colpevolmente addomesticata, non racconterà con voce più alta che si possono correre più rischi con l'esposizione ai pesticidi, tanto usati nella coltivazione delle mele, che non a causa degli orsi.

Gli abbattimenti sono presentati come la chiave di volta per risolvere il problema, ma questa è una bugia pericolosa

Sicuramente costa meno garantire il diritto di tirare qualche fucilata piuttosto che sedersi a ragionare, non tanto sul perché ma sul come coesistere. Oramai anche uno stupido in buona fede sa che non è ammazzando 20 lupi che diminuiranno gli attacchi agli animali allevati. Per un predatore un vitello o una pecora senza protezione, senza cani né recinti elettrici efficaci, rappresenta una risorsa come, per noi, un'offerta speciale in un supermercato. L'importanza dell'offerta è il risparmio energetico rispetto alla caccia di un selvatico, fattore che non ha una varianza basata sul numero dei predatori.

Quindi un'associazione di categoria corretta dovrebbe dire ai suoi associati che se non vogliono perdere animali devono smettere di considerare l'allevamento allo stato brado un hobby. Servono persone presenti, che vanno pagate, cani da guardiania e recinti. Spiegando anche che meno animali saranno in offerta libera per i grandi carnivori, più questi orienteranno le predazioni verso gli ungulati selvatici. In questo modo gli agricoltori avranno minori perdite, ma anche minori danni nei campi coltivati. E invece no, meglio conquistare la piazza gettando benzina sul fuoco, così che a sentirli gridare ricordano pericolose adunate del passato.

Una politica attenta, invece, dovrebbe seguire un po' più la scienza e meno la piazza, promuovendo la cultura e non seguendo un populismo scellerato. Cominciando con il dire agli allevatori che se lasciano gli animali al pascolo senza vigilanza né recinti elettrici gli indennizzi se li possono sognare. Del resto nessuna assicurazione al mondo pagherebbe mai qualcuno che salga bendato sull'auto e si schianti alla prima curva, salvo che, come fa la politica, non faccia rimborsi con soldi che non sono suoi.