
Lupi e predazioni: non bisogna credere alle favole che raccontano di una crisi del comparto agricolo dell'allevamento causata dai predatori. In realtà lupi e orsi rappresentano una parte residuale di un problema strutturale più ampio, che vede il settore dell'allevamento degli animali in grande difficoltà economica. Non lo dicono le associazioni di tutela degli animali ma uno studio comparativo realizzato dal Parco Naturale Adamello Brenta, che vale la pena di leggere.
Esaminando i dati delle predazioni del lupo sul patrimonio zootecnico svizzero emerge che sono molto inferiori a quelle stimate:
“L’Ufficio Federale per la Sicurezza Alimentare (FSVO) – scrive il quotidiano “Tages Anzeiger” nella sua edizione del 9 gennaio 2025 – spiega l’aumento della mortalità ovina con le malattie, il clima e le condizioni generali di allevamento”. Con ciò, l’impatto diretto dell’azione predatoria del lupo sugli ovini risulterebbe molto più contenuto dell’atteso. Sempre restando ai dati 2023, con circa 1000 esemplari predati, il numero di ovini morti attribuibili al lupo non supererebbe il 2% delle morti totali, contro il 20% ipotizzato a livello di stima prima dell’introduzione del registro.
Il dato ben spiega che le morti di capi ovini riferibili a predazione rappresentano soltanto il 2% della mortalità complessiva degli ovini. Una quota decisamente trascurabile che non dovrebbe causare allarmi, mentre anche in Svizzera non è così e l'allarmismo vince. Si accettano tutti i generi di mortalità, ma non quella piccola ed esigua parte causata dai lupi, che diventano i parafulmini di ogni questione che riguarda il comparto dell'allevamento. La politica, prima di seguire a testa bassa le richieste degli allevatori, dovrebbe cercare di capirne la legittimità.
Lupi e predazioni: non bisogna credere alle favole ma occorre un'attenta analisi dei dati per ridimensionare il fenomeno
Un dato non così diverso da quello svizzero lo si può trovare in uno studio compiuto dal MUSE di Trento, che conferma che le predazioni sono in linea con quanto già indicato:
Gli ovicaprini rappresentano la tipologia di bestiame più frequentemente coinvolta negli eventi di predazione registrati (64%), seguiti dai bovini (26%), di cui i giovani sotto i 15 mesi costituiscono la classe d’età maggiormente colpita (67% dei bovini predati). In media si tratta di circa 1,2 capi compromessi per evento di predazione per quanto riguarda i bovini e 5,4 capi per evento per gli ovicaprini. Gli animali da allevamento predati dal lupo ogni anno si aggirano intorno allo 0,6% del bestiame complessivo monticato (0,8% per ovicaprini ed equini, 0,1% per i bovini), dati piuttosto in linea, come abbiamo visto, con quanto accade in altri settori delle Alpi e in Europa in generale.
Questo non significa che i lupi o gli orsi non causino danni agli animali al pascolo, ma si tratta di riparametrare il fenomeno con un accettazione simile a quella che si ha per pioggia, gelate o grandine in altri settori. Con la differenza che i danni da predazione, peraltro, vengono indennizzati dagli enti locali, senza nemmeno bisogno di stipulare polizze assicurative. I dati e le analisi, compiute da enti terzi, devono essere il punto di partenza e di arrivo per fare qualsivoglia analisi seria. Mentre l'attacco verso i predatori viene alimentato per ragioni eminentemente politiche e elettorali.
Studiare i dati eviterebbe pessime figure alla politica, che spesso va ben oltre a quelle che sono le richieste degli stessi allevatori. Almeno di quella parte che si informa, ragiona, legge e pensa. Quella parte con cui occorrerebbe aprire dei tavoli per ragionare sul futuro senza tifoserie da stadio. Perché la natura è di tutti, non è roba, ma bene comune!
"Il viandante che andava lungo il Biviere di Lentini, steso là come un pezzo di mare morto, e le stoppie riarse della Piana di Catania, e gli aranci sempre verdi di Francofonte, e i sugheri grigi di Resecone, e i pascoli deserti di Passaneto e di Passanitello, se domandava, per ingannare la noia della lunga strada polverosa, sotto il cielo fosco dal caldo, nell’ora in cui i campanelli della lettiga suonano tristamente nell’immensa campagna, e i muli lasciano ciondolare il capo e la coda, e il lettighiere canta la sua canzone malinconica per non lasciarsi vincere dal sonno della malaria: “Qui di chi è?” sentiva rispondersi: “Di Mazzarò”,
Pareva che fosse di Mazzarò perfino il sole che tramontava, e le cicale che ronzavano, e gli uccelli che andavano a rannicchiarsi col volo breve dietro le zolle, e il sibilo dell’assiolo nel bosco. Pareva che Mazzarò fosse disteso tutto grande per quanto era grande la terra, e che gli si camminasse sulla pancia." (...)
Giovanni Verga - "La roba" una novella inserita nella raccolta "Le novelle rusticane" pubblicata nel 1882
