La migrazione del cane randagio non ferma il randagismo

la migrazione del cane randagio

La migrazione del cane randagio non ferma il randagismo, non avviene secondo logiche che favoriscano la sua adozione ma solo per motivazioni economiche. Così i Comuni credono di contenere i costi di mantenimento senza farsi troppe domande, come se il ribasso risolvesse tutti i problemi.

Che il randagismo sia un grande affare per chi lo gestisce è un dato certo, che non ha possibilità di essere smentito, considerando che ogni anno si spende certamente di più per mantenere i randagi, gli indesiderati, gli abbandonati e i rifiutati che non per combattere il fenomeno che è causa della loro esistenza.Troppo spesso la gestione avviene secondo una sola logica: quella degli appalti affidati secondo l'inaccettabile criterio del massimo ribasso.

Alla fine anziché cercare di chiudere il rubinetto che alimenta il randagismo - con attività concrete che limitino le nascite, contraggano il commercio e obblighino a adozioni responsabili - la pubblica amministrazione cerca  spesso soltanto di risparmiare con tutti gli anelli che compongono la catena di responsabilità: Stato, Regioni, Prefetture, Comuni, ASL e ATS a seconda delle denominazioni regionali.

Tutti, salvo pregevoli eccezioni che non rappresentano la maggioranza, con le loro responsabilità, tutti con la loro parte di colpevoli omissioni che continuano a mantenere a livelli inaccettabili il randagismo, disperdono fondi pubblici per arricchire una moltitudine di privati sul territorio della penisola, spesso senza alcun criterio di reale efficienza che coniughi e declini le varie necessità.

Recentemente, proprio grazie alle famose gare al massimo ribasso è accaduto che un un numero importante di cani sia stato trasferito dalla Sicilia alla Campania, soltanto in base al crititerio determinante di un risparmio sull'offerta economica della gara.

Questa è la dimostrazione di una mancanza di comprensione del problema da parte di molti amministratori pubblici, sia nello stilare i criteri che presiedono le gare, sia nel non fissare un decalogo che introduca e fissi dei parametri che siano più determinanti del solo prezzo, almeno sotto il profilo del risultato di medio periodo.

Senza alimentare la migrazione del cane randagio, che come i carri armati ai tempi della guerra, appaiono e scompaiono secondo convenienza. 

Provo a dare una schematizzazione di questo pensiero:

  • il costo di gestione di un cane deve essere quantificato all'interno di una forchetta che non deve avere troppe variazioni. I costi (mantenimento, custodia, cure, gestione del benessere) non possono essere appaltati con la logica del massimo ribasso, che troppo spesso corrisponde al minimo benessere;
  • la riduzione dei costi complessivi passa dalla capacità di far scendere il tempo medio di permanenza dei cani nei canili, tramite un'efficace attività di adozione senza ricorrere a incentivi economici per gli adottanti che siano diversi da voucher per la cura degli animali;
  • il trasferimento dei cani fra strutture che siano molto distanti dai Comuni che appaltano il servizio agevola le possibilità di truffa ai danni delle amministrazioni e se questo avviene in regioni diverse, ma con un tasso di randagismo altrettanto elevato, rappresenta un'attività scellerata: la capacità di assorbimento del territorio di destinazione sarà uguale/inferiore a quella di origine e quindi questo comporterà, con buona probabilità per i cani, di passare dallo status di ospiti temporanei a quello detenuti in via definitiva;
  • la distanza dai luoghi di origine inoltre allontana dal territorio il problema costituendo così un fattore negativo anche sotto il profilo psicologico, alterando nel cittadino la percezione del fatto che il randagismo sia un problema della comunità i cui costi vengono spalmati sull'intera collettività. Il Comune, infatti, non ha più un canile sul territorio e se lo ha questo ospita solo pochi animali, avendo (de)portato gli altri altrove;
  • il Comune ha difficoltà di controllo sulle modalità di gestione, adozione e reale permanenza dei cani e le visite iniziali, fatte generalmente per tranquillizzare quanti hanno protestato contro queste iniziative, non costituiranno verifiche continuative ma, al massimo, azioni spot scarsamente utili;
  • il punteggio più alto al progetto dovrebbe essere dato valutando criteri legati alla capacità di usare un adeguato e procedurizzato programma di match fra adottanti e cani che rappresenta il miglior modo per evitare adozioni sbagliate, con conseguente ritorno degli animali in struttura o detenzioni in condizioni inadeguate quando non di maltrattamento.
  • Le strutture devono essere accoglienti al fine incentivare le visite, gestite da operatori capaci di esercitare attività di marketing in grado di stimolare le adozioni, anche attraverso una buona gestione dei canali social media;

I canili non devono essere luoghi di detenzione, solo posti di passaggio in cui dare alla maggioranza degli ospiti la possibilità di trovare una nuova casa, di non gravare sulle strutture pubbliche. Ma perché questo avvenga, come al Monopoli, si riparte dal via: sterilizzare, educare, disincentivare il commercio, educare a un possesso responsabile.

Basterebbe capire che la migrazione del randagio non ferma il randagismo che, come tutti i problemi, per essere risolto va affrontato non va delocalizzato, non va fatto dimenticare.

 

 

 

I cani della Sicilia finiscono in Campania

Parlo di randagismo con Angelo Vaira e Rosita Celentano durante la trasmissione "Chiedimi se sono felice" del 26 febbraio 2017

Randagismo: scarsi interventi pubblici, cani migranti forzati

    Randagismo: scarsi interventi pubblici, cani migranti forzati

Randagismo: scarsi interventi pubblici, cani migranti forzati per mancanza di soluzioni. Il malaffare dilaga, lo Stato e le Regioni del sud Italia sono in perenne ritardo per combattere il fenomeno e così lo spostamento dei cani prosegue, ma non sempre in modo attento al benessere degli animali

Se mettete un "alert" su Google con parola chiave "randagismo"  riceverete ogni giorno decine di articoli sul fenomeno del randagismo, alcuni trionfalistici nonostante la situazione tragica, altri che parlano di una realtà dilagante al sud. In tutto questo il problema dei trasferimenti forzati dei randagi ad opera di Comuni ma anche di associazioni e privati.

Nel grande calderone del problema "randagismo canino" non c'è dubbio che la componente più colpevole sia quella pubblica avendo al suo attivo decenni di disinteresse, sperpero di risorse e mancanza delle strutture obbligatoriamente previste per legge, come i canili. Certo si registrano anche notizie positive, ma troppo spesso sono piccole cose di fronte al problema oppure sono soltanto annunci a fini politici, per ottenere un po' di pubblicità e rassicurare i cittadini. I toni trionfalistici di certi articoli di stampa contrastano con una realtà fatta di un randagismo davvero ubiquo, di canili strapieni di animali che spesso non hanno una sola possibilità di trovare un proprietario, sia perché difficilmente adottabili per i traumi subiti durante questa prigionia, che spesso avviene in condizioni disumane, oppure soltanto perché rappresentano il "capitale" dei gestori privati delle strutture convenzionate. Dietro la gestione dei canili, accanto a strutture accettabili e gestite correttamente, esistono infatti infiltrazioni criminali, canili lager e altre realtà che non avrebbero nemmeno i requisiti di legge per funzionare, per le quali però ogni cane presente significa una cifra giornaliera variabile da 2/3 Euro a molto di più ed è per questo che ai gestori non conviene far adottare i cani. Naturalmente a combinare pasticci non ci sono solo i privati, ma purtroppo talvolta anche le associazioni che ottengono l'onore delle cronache per episodi decisamente poco edificanti. In tutto questo, nell'assenza di piani di medio-lungo periodo e di strategie realmente efficaci, i cani randagi continuano a subire una situazione che dipende soltanto dagli uomini e dalla loro pessima gestione dei cani padronali, delle riproduzioni incontrollate e delle sterilizzazioni assenti nonostante l'obbligo già imposto da decenni dalla normativa. Un brutto pasticcio che porta a un costante esodo dei randagi dal sud al nord, spesso in modo corretto e nel rispetto di normativa, benessere animale e corrette procedure di adozione, altrettanto spesso in un modo vergognoso che causa il maltrattamento per gli animali, adozioni fatte senza criterio e giri di soldi incontrollati verso staffettisti e organizzatori. Usando i siti di annunci gratuiti i cani vengono offerti a chiunque ne faccia richiesta, frequentemente senza alcun controllo preventivo, senza alcun tipo di verifica della compatibilità fra cane e adottante. In questo modo può succedere che una persona si renda disponibile per adottare un cane tranquillo, di buon carattere e di taglia media, paghi il trasporto e non solo quello per poi ritrovarsi con un cane con problemi comportamentali, di taglia grande e magari anche malato. Troppo spesso consegnato sotto un ponte della tangenziale, riducendo a zero la possibilità di rifiuto. Sulla rete volano le polemiche, gli insulti, i post su Facebook su questa o quest'altro staffettista, i racconti di cani arrivati morti, le insinuazioni, e non solo queste, che per qualche persona non si tratti di un'attività caritatevole ma di un business messo in atto senza avere alcuno scrupolo. In questa confusione si registra la complicità degli enti pubblici nel compiere azioni difformi dalla legge: pur di liberarsi degli animali, visti solo come un problema e un costo, risultano disponibili a chiudere non solo un occhio ma entrambi sulle attività poco trasparenti che, nei fatti, altro non sono che azioni messe in atto da trafficanti di cani, venditori di promesse ben lontani dall'avere un reale interesse per la tutela degli animali. Così è estremamente difficile per le persone che vogliano dare una nuova vita a un cane del sud districarsi fra i mille appelli, le mille "adozioni del cuore", le continue richieste di aiuti e denaro e avere la certezza di aiutare gli animali, senza ingrassare gli speculatori. Queste attività, comunque le si veda, rappresentano la prova provata del fallimento dello Stato e delle Regioni che con la loro latitanza hanno consentito la perpetuazione di un fenomeno che può essere sconfitto, lasciando volontari e associazioni nella condizione di dover gestire i danni derivati dalla mancata gestione del randagismo da parte della componente pubblica. Per fermare questo malaffare dovrebbero intervenire le Prefetture, per il controllo del rispetto delle norme, e le Procure della Repubblica per indagare su colpevoli omissioni, abusi, maltrattamenti di animali, truffe all'ente pubblico e danno erariale. Ma nulla sembra davvero muoversi in modo efficace e così i cani randagi continuano a rappresentare un problema e a subire vergognosi maltrattamenti.  Occorrono azioni più incisive ed un piano nazionale complessivo che regolamenti allevamenti, commercio, gestione dei canili e obblighi cogenti per l'amministrazione pubblica. Senza queste il randagismo sarà come un'altra opera pubblica per la quale sono stati spesi milioni e milioni di euro senza risultato, garantendo in compenso maltrattamenti e sofferenze ai cani randagi.