Abbattere l’orso M62 è una scelta che sigilla il fallimento doloso di un progetto pagato dalla collettività

Abbattere l'orso M62

Abbattere l’orso M62, un fatto che pare ineluttabile, pone il sigillo dell’amministrazione trentina sul fallimento del progetto di reintroduzione degli orsi. Forse non sotto il profilo della conservazione della specie, considerando che la popolazione ha avuto un incremento, ma sulla gestione complessiva. Sulla totale assenza di misure preventive per ridurre i conflitti e sull’informazione ai residenti per costruire consenso, anziché stendere praterie d’odio.

Cani falchi tigri e trafficanti

Per fare una valutazione serena del fallimento occorre separare i diversi piani che lo compongono, cercando di non cadere nella trappola emotiva della simpatia. Sicuramente in questa vicenda è difficile non sentirsi accanto all’orso, a tutti gli orsi, privati del loro territorio, costretti in un grande recinto dal quale faticano a uscire. Vessati da amministrazioni che prima li hanno voluti e poi li hanno usati come strumento politico per ottenere consensi. Ma se il ragionamento seguisse questa strada potrebbe essere facilmente etichettato come sentimentalismo o animalismo estremo.

Nella storia di questo progetto se qualcuno ha cavalcato l’emozione non sono stati certo gli animalisti, ma quelli che hanno usato l’argomento orsi, e predatori in generale, per fomentare la popolazione. Suonando la grancassa dell’allarmismo, del populismo più becero che vuole il Trentino dei trentini e chiama alle armi contro le scelte nazionali. Inventando pericoli inesistenti, ben prima che si manifestino e diventino reali. Un piano di comunicazione ben strutturato e pensato per raccogliere voti, per nascondere sotto il tappeto le inefficienze.

Abbattere l’orso M62 metterà la pietra tombale sulla convivenza, agitando lo spettro di pericoli imminenti

Il Trentino non è una terra emersa di recente, che ha cambiato panorama e orografia del territorio. Il Trentino è da sempre terra molto antropizzata, con un’agricoltura che ha coltivato ogni spazio coltivabile a mele e vigneti, con uno sviluppo turistico che ha fatto costruire piste da sci su ogni crinale. Con infrastrutture che hanno tracciato sul territorio un reticolo di ostacoli insormontabili per gli animali, limitandone gli spostamenti e mettendo in pericolo anche la circolazione stradale.

Per non parlare della caccia, che viene vista come un’attività immodificabile e intoccabile. Ma anche per l’allevamento negli alpeggi, da troppo tempo lasciati incustoditi per contenere i costi e aumentare i guadagni. Un’agricoltura drogata dalle sovvenzioni europee, senza le quali sarebbe più che in ginocchio. Altro che lupi, altro che orsi. In questo racconto, che ritengo obiettivo e difficilmente contestabile, si introduce il LIFE che ha portato a reintrodurre dalla vicina Slovenia gli orsi.

Non voglio far credere di essere un esperto, cerco solo di seguire un filo conduttore neutro, fatto di osservazioni e ripulito dall’emotività. Gli orsi sloveni non erano destinati a fare del Trentino un santuario per gli orsi, ma dovevano ripopolare il territorio centro orientale dell’ arco alpino. Questo fatto è accaduto? No! La motivazione pare essere nel comportamento dei plantigradi, che specie per quanto riguarda le femmine sono poco inclini a spostarsi sul territorio. Un comportamento denominato “filopatria”, cioè la tendenza a restare nei territori dove sono nate.

I lupi attraversano l’intero stivale e colonizzano sempre nuovi territori, ma gli orsi non lo fanno

Se guardiamo il comportamento e la capacità di dispersione dei lupi e lo mettiamo in relazione con quello degli orsi, siamo facilmente in grado di capire la differenza. I primi sono partiti per la riconquista dalle terre centro meridionali, dove si erano acquartierati per superare le persecuzioni, arrivando alle Alpi per poi collegarsi con le popolazioni francesi. Gli orsi non hanno raggiunto il Trentino dalla Slovenia. Ce li abbiamo dovuti mettere, trasportandoli. Eppure si trovavano a un tiro di schioppo, e mai paragone fu più appropriato, purtroppo.

A questo fatto, noto, bisogna aggiungere che per le ragioni espresse in precedenza, il territorio del Trentino rappresenta per gli animali una trappola da cui è difficile uscire, in assenza dei corridoi faunistici. Complicando gli spostamenti dei selvatici: una carenza che rappresenta un problema e non agevola la mobilità, non solo delle femmine di orso già poco inclini ai viaggi. E già questo è il primo punto fallimentare sotto il profilo dell’efficacia del progetto.

Gli orsi, voluti prima ma osteggiati quasi subito, gettano scompiglio fra gli allevatori, abituati a lasciare gli animali nelle malghe incustodite. Senza protezioni adeguate, senza recinti elettrici che siano effettivamente in grado di difendere gli animali dai predatori. Ma la politica non vuole dire agli allevatori che i tempi sono cambiati, che per l’equilibrio naturale bisogna convivere e condividere. Gli amministratori cavalcano la protesta e così gli originari padroni del territorio vanno limitati, imprigionati, abbattuti.

Costa meno fatica fomentare l’odio che progettare la convivenza

Non solo la realtà del periodo e la necessità di ricreare un equilibrio vien rifiutata, ma anche i rifiuti vengono lasciati alla mercé della fauna selvatica, orsi compresi. E sono proprio i rifiuti la causa della classificazione dell’orso M62 come problematico. La mancanza dei cassonetti per la raccolta dei rifiuti, studiati e testati per non essere accessibili agli orsi, rappresenta per i plantigradi un’attrattiva molto forte. Come già successo con il fratello di M62, l’orso M57 tuttora detenuto a Casteller per aver avuto una scaramuccia con un umano, proprio vicino ai cassonetti dei rifiti.

Solo in queste settimane la PAT sta tentando di nascondere vent’anni di ritardi, mettendo nuovi contenitori, spesso nemmeno idonei a impedire l’accesso degli orsi ai rifiuti. Quindi se un orso si avvicina troppo ai centri urbani per questo motivo ritengo che dovrebbero essere classificati come problematici solo gli amministratori che hanno causato il problema.

Colposamente hanno agevolato comportamenti indesiderati, al pari degli allevatori che lasciano gli animali incustoditi. Per coprire ritardi e inefficienze, ma anche per evitare critiche sulle condizioni di cattività degli orsi, si decide che sia meglio abbattere quelli problematici. Una scorciatoia, che prevede la scelta di affrontare le critiche che esploderanno ma che, complice anche l’estate, dureranno probabilmente meno di quelle causate dalla carcerazione. Dire cosa sia meglio effettivamente per gli orsi, fra morte e prigionia a vita, è davvero difficile. Sicuramente la scelta migliore sarebbe lasciarli nei boschi.

Quale futuro per la pacifica coesistenza fra uomini e animali

Quando si è deciso di abbattere l’orso M62 è stato sancito il fallimento della convivenza, della possibilità di creare le condizioni per tutelare umani e animali nel loro insieme. Secondo una visione olistica della gestione ambientale e faunistica. Un danno che potrebbe essere irreparabile. Causato non dagli orsi ma da amministratori incapaci di assolvere ai loro compiti. Che seppur con diverse appartenenze politiche hanno mantenuto comportamenti ricchi di analogie.

Difficile poter prevedere cosa succederà dopo quest’ultima decisione, difficile anche credere che ci saranno prese di posizione a livello nazionale. Forse sarà brutto pensare che un orso conti poco rispetto al governo, di cui la Lega è parte, ma bisogna anche guardare la realtà delle cose. In politica nulla avviene per caso e non sarà certo Matteo Salvini a fare pressioni su Fugatti perché si fermi.

La coesistenza tanto sbandierata, la necessità di seguire politiche realmente di tutela dell’ambiente, di arretramento della presenza umana da molte aree naturali, al momento in Italia è come una quinta teatrale. Nasconde la realtà e non promette nulla di buono per il futuro.

Trasferita l’orsa Dj3 da Casteller alla Foresta Nera, ma le bugie han le zampe corte

Trasferita l'orsa Dj3 da Casteller
Foto di repertorio

Trasferita l’orsa Dj3 da Casteller a un parco faunistico della Foresta Nera, senza preavviso e di nascosto. Ancora una volta la provincia di Trento ha avuto comportamenti contrari alla trasparenza, inconcepibili per un ente pubblico. Dj3 è figlia dell’orsa Daniza, uccisa durante la cattura decisa per tenerla in cattività, ed era rinchiusa a Casteller dal 2011. Si tratta quindi di un animale oramai piegato dalla prigionia, per il quale risultava difficile, se non impossibile, pensare alla reimissione in libertà.

Cani falchi tigri e trafficanti

L’orsa è stata trasferita in un parco faunistico tedesco che appartiene a una fondazione, nata con lo scopo di dare una vita migliore a orsi, lupi e linci che provengono da situazioni di cattività. Non è un parco, inteso come una grande area naturale, seppur cintata, ma una struttura aperta al pubblico e le sue dimensioni non sono enormi. La fondazione che lo gestisce è certamente animata da intenti migliori di quelli che hanno fatto finire gli orsi a Casteller. Ora sarà necessario capire e approfondire le condizioni reali di questa nuova sistemazione. Che si spera non essere paragonabile, almeno per attenzioni, a quella in cui Dj3 ha vissuto negli ultimi tempi.

Il fatto che la struttura sia aperta al pubblico non rappresenta, dal mio punto di vista, una condizione di per se negativa. Gli animali che non possono tornare liberi e che sono costretti a vivere in spazi comunque ristretti, rispetto ai loro bisogni, hanno infatti un grande nemico: la noia. Se i visitatori si comportano in modo rispettoso, sotto il controllo del personale della fondazione, il pubblico potrebbe rappresentare un diversivo: tutto dipende dalle distanze, dalla possibilità di sottrarsi alla vista e da altri fattori. Il problema vero sarebbe stabilire semmai se questa possa essere vita per un orso. Ma questo è argomento diverso e molto più complesso per le tantissime implicazioni che comporta.

Trasferita l’orsa Dj3 da Casteller si è liberato un posto: ora l’importante è impedire che possa essere occupato!

Il trasferimento di Dj3 nulla toglie, ma anzi aggiunge, al problema della gestione degli orsi in Trentino, alle chiacchiere della PAT che come sempre è incline su questi argomenti a travisare la realtà. Come dimostra la dichiarazione dell’assessore Zanotelli che ha sostenuto che per l’orsa sia in ottime mani visto che è stato rilasciato il certificato CITES! Una dichiarazione senza senso rispetto alle condizioni di reale benessere: il certificato è solo un atto amministrativo che viene rilasciato per confermare la legalità del trasferimento, che avviene fra strutture autorizzate alla detenzione di plantigradi. Come ricorda la vicenda delle tigri partite da Latina e rimaste bloccate alla frontiera russa.

Avrebbe fatto meglio l’assessore Zanotelli, invece, a dedicare più tempo alla lettura del rapporto dei Carabinieri Forestali della CITES sulle condizioni di detenzione degli orsi a Casteller. Che hanno certificato condizioni di custodia terribili, per le quali era legittimo aspettarsi un qualche intervento della magistratura. Questo purtroppo sino ad oggi non è accaduto ed è ragionevole credere che non accadrà. Salvo improbabili folgorazioni sulla via di Damasco. Il punto fondamentale, ora, deve essere un cambiamento di rotta nella gestione delle popolazioni dei grandi carnivori, che il Trentino ha purtroppo dimostrato di non essere in grado oppure di non voler condurre in modo corretto.

Non è un caso che tutti gli episodi di aggressione, reale o supposta, più o meno seria, siano tutti avvenuti in Trentino. Sotto giunte di diverso colore, accomunate però da una gestione degli orsi parzialmente se non totalmente sovrapponibile. Questo va ammesso, anche se è difficile togliere il primato della pessima gestione al governatore Maurizio Fugatti, che ha un percorso personale di mancato rispetto del capitale naturale e di maggior attenzione verso il mondo venatorio. Resta anche un’altra osservazione legittima: sulla questione orsi, dopo il rumorosissimo silenzio della magistratura trentina, il grande assente è il Ministero della Transizione Ecologica, il cui ministro non sembra interessato a queste vicende ursine.

Le associazioni, i gruppi e i singoli devono mantenere la pressione mediatica sull’amministrazione

Non esistono altri mezzi, allo stato attuale, se non quelli di mantenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica sui comportamenti dell’amministrazione trentina. Ricordando ogni giorno, come stanno facendo in molti, che il problema non sono gli orsi, ma la gestione del territorio, dei rifiuti e dell’informazione. Senza contare come il continuo allarmismo che la provincia stimola rappresenti un’ulteriore criticità verso la pacifica convivenza. Un conflitto permanente creato da un’amministrazione che non ha ancora ben chiaro di essere al servizio dei cittadini e non viceversa. Dimenticando che molti trentini non condividono affatto questi comportamenti e non amano essere additati come i carcerieri degli orsi.

Ora è necessario trovare soluzioni diverse, e se possibile anche migliori, per gli altri due orsi carcerati a Casteller: M49 e M57. Questi due plantigradi hanno una storia di prigionia molto più breve di quella di Dj3 e, prima che il danno di una cattività così privativa diventi ancora più grave, occorre toglierli da lì. Con concretezza, senza farsi troppe illusioni che ci sia la volontà di farli tornare in natura, ma anche con grande determinazione. Nessun orso merita una vita fatta solo di privazioni, per scontare senza colpe gli errori che gli uomini hanno commesso. Senza dimostrare nemmeno oggi pentimento o, almeno, una reale volontà reale di cambiamento.

Le uniche modifiche di percorse promesse dalla giunta trentina, secondo quanto riportato sulla stampa, riguardano la volontà di abbattere gli orsi, senza rinchiuderli in cattività. Un segno che non può essere visto come una scelta giustificata dall’evitar loro sofferenze prolungate, ma come una scorciatoia. L’abbattimento costa meno, produce reazioni negative ma destinate a finire in tempi più brevi, mentre il costante maltrattamento degli animali li costringe a restare sulla corda. Posizione politicamente molto scomoda.

Errare è umano, ma perseverare è diabolico e Maurizio Fugatti dovrebbe saperlo

Per risolvere la quasi totalità dei problemi basterebbe avere piani di periodo. Che prevedano i cassonetti dei rifiuti anti orso, informazione capillare a valligiani e turisti, divieti di condurre cani liberi in determinate zone, incentivi rapidi per i danni e maggiori controlli. Non bisogna dimenticare infatti che quasi sempre sono i comportamenti umani sbagliati a rendere gli orsi problematici. Insomma basterebbe che la PAT cercasse di copiare le attività del Parco d’Abruzzo. Non servirebbe molto altro, per interrompere questa catena di violenza, che danneggia nel mondo l’immagine del Trentino.

Puma trasferiti in California per salvare delle capre in pericolo di estinzione. Un’idea di gestione non letale.

Puma trasferiti in California

Puma trasferiti in California per allontanarli da un branco di pecore di montagna Bighorn, perché in pericolo di estinzione. In Sierra Nevada sono rimaste circa 600 pecore di montagna, anche a causa delle predazioni compiute dai puma e per questo si è deciso di ridurre la presenza di questi carnivori. Questa volta senza fare campagne di abbattimento ma sperimentando sistemi incruenti per ridurre il numeri di felini, trasferendoli per salvaguardare le pecore bighorn.

Cani falchi tigri e trafficanti

In passato la scelta era stata quella di sfoltire a fucilate la popolazione dei leoni di montagna, per limitare i danni alle pecore. Una via che non si è dimostrata risolutiva. Ma che era anche stata duramente osteggiata dall’opinione pubblica. Un po’ come avviene in Italia quando l’unica gestione faunistica è fatta a fucilate. Le proteste in questo caso sono servite per far decidere alle autorità di catturare e trasferire alcuni animali, lontano dalla zona dove vivono le pecore di montagna.

Alla fine del secolo scorso a causa della pressone venatoria e dei predatori le pecore di montagna erano rimaste poco più di cento. Per poi risalire al numero attuale grazie a misure di protezione molto rigide, ma anche all’abbattimento di un numero consistente di puma. Ora si sta provando a cambiare metodo: alcuni animali sono stati catturati, muniti di radiocollare e liberati a centinaia di chilometri di distanza.

I puma trasferiti dalla California sono stati rilasciati in aree distanti sperando si adattino ai nuovi territori

La scelta di trasferire gli animali è stata presa pur nella consapevolezza che non possa essere l’uomo a decidere dove un puma debba vivere. Mettendo così in conto un possibile ritorno. I puma infatti, proprio come orsi e lupi, sono dei grandi camminatori, capaci di percorrere lunghi tragitti in pochi giorni. In un caso un puma che era stato spostato a più di centocinquanta chilometri dal luogo di cattura è stato capace di farvi ritorno. Per poi essere nuovamente catturato e portato in un’altra area distante il doppio dei chilometri e in direzione opposta.

Gli studi fatti dai tecnici, basati sui dati inviati dai radiocollari, hanno dimostrato che altri felini si sono adattati ai luoghi in cui sono stati liberati. Le politiche non letali hanno prodotto il duplice risultato di salvaguardare pecore e puma. Una strategia che potrebbe essere attuata anche nel nostro paese, per diminuire ad esempio il numero degli orsi in Trentino. Permettendo di rispettare i criteri del progetto originario, che prevedeva che gli orsi reintrodotti dovessero colonizzare nuovamente l’intero arco alpino.

Peraltro chi si sta occupando dell’operazione in California ha ipotizzato che il numero di puma abbia iniziato a crescere in modo rilevante dopo la scomparsa di altri predatori. Orsi e anche lupi sono stati infatti sterminati, facendo rimanere i leoni di montagna padroni del campo. Un enigma che però non ha potuto ancora trovare risposte certe, secondo quanto pubblicato da The Guardian nell’articolo sul trasferimento dei felini.

In Italia si dovrebbe provare a trasferire alcune femmine di orso per cercare di agevolare la dispersione

Considerando che la captivazione o l’abbattimento degli orsi non sono strade che possano essere perseguite a lungo, sarebbe utile riportare il progetto sull’orso alle sue origini. Attuando quel piano di ripopolamento sull’intero arco alpino, dove gli orsi erano presenti prima di essere sterminati dalla caccia. L’orso è una specie importante per l’equilibrio dell’ecosistema. Una specie definita ombrello, grazie alla quale migliora la qualità dell’ambiente, stimolando l’insediamento di altre forme di vita.

Per rendere possibile questa ipotesi ci vuole però una condivisione delle comunità locali. che devono essere convinte del valore, anche economico, che la presenza di queste specie regala. Un miglior equilibrio fra prede e predatori deve essere visto come una grande opportunità e l’unico modo per condividere nel giusto modo il territorio. Non sarà un percorso facile, ma una strada obbligata che dobbiamo percorrere con consapevolezza.

L’orso M57 resta imprigionato a Casteller, in attesa della sentenza definitiva del Consiglio di Stato

orso M57 resta imprigionato
Foto di repertorio

L’orso M57 resta imprigionato nel centro di Casteller insieme a Dj3 e M49. Anche in questo caso il Consiglio di Stato ha rigettato il ricorso di ENPA e OIPA che chiedevano la sospensiva dell’ordinanza di captivazione. Ancora una volta, nel dispositivo della sentenza, non mancano pesanti critiche al comportamento della Provincia di Trento. Ma questo non cambia la posizione dell’orso che resta rinchiuso in un centro non idoneo a garantirne il minimo benessere. Senza che al momento nulla si muova, non certo per colpa del Consiglio di Stato. Il cui presidente della Terza Sezione, Franco Frattini, era già stato ricusato dalla PAT perché ritenuto troppo vicino alle tesi delle associazioni.

cani falchi tigri e trafficanti

La questione sembra davvero paradossale perché ogni sentenza che conferma la detenzione degli orsi attacca il comportamento dell’amministrazione presieduta da Maurizio Fugatti. Senza che questo apra spiragli per il ritorno in libertà di M49 e M57, che sono due orsi di recente cattura, che secondo gli esperti potrebbero tornare liberi. Ma che nessuno vuole liberare perché significherebbe assumersi una responsabilità e ammettere degli errori. In questo modo, come al gioco del Monopoli, si è ritornati alla casella del carcere, senza avere grandi possibilità di uscirne.

Soltanto che questa vicenda, inquietante e kafkiana, lascia aperti molti, troppi interrogativi sul futuro di questi animali, ma anche su quanto potrà succedere a primavera, quando gli orsi usciranno dal letargo. Riprendendo a vagare sul territorio e continuando a trovare le medesime condizioni che hanno fatto incarcerare i loro simili: rifiuti e animali da reddito non protetti adeguatamente. Un problema che l’amministrazione trentina sembra ben lontana dal voler affrontare. Ma in questo momento il centro di Casteller non riesce a tenere neanche i tre orsi prigionieri ora in condizioni dignitose. Figuriamoci cosa succederebbe in caso di nuove catture.

L’orso M57 resta imprigionato per aver attaccato un carabiniere mentre stava vagando vicino ai cassonetti dei rifiuti

Lo dice il Consiglio di Stato, lo ribadisce ISPRA che l’amministrazione è inadempiente, avendo omesso di adottare una serie di cautele. Che rappresentano le vere cause di contatto fra uomini e orsi. Ma nonostante una realtà che è sotto gli occhi di tutti la questione dei cassonetti dei rifiuti resta senza volontà di essere risolta. Come l’amministrazione non dice in modo chiaro agli allevatori che i tempi, per fortuna, sono cambiati. Sono tornati orsi e lupi sulle Alpi e gli animali al pascolo e gli apiari non possono essere lasciati senza protezioni.

La gravità di questo comportamento sta proprio nel fatto che esisterebbero mezzi adeguati per proteggere gli animali e per evitare incontri spiacevoli con le persone. Occorrerebbe utilizzare i recinti elettrici, cani da guardiania e la presenza costante dell’uomo che sorvegli gli animai al pascolo. Una presenza quest’ultima che sarebbe comunque necessaria e raccomandabile, anche in assenza di orsi e lupi per evitare furti e vigilare sugli animali, che potrebbero avere problemi anche per altre cause. Oltre a fare campagne informative nei confronti degli escursionisti e dei residenti su come comportarsi nelle zone frequentate dagli orsi.

Comportamenti che laddove sono attuati non eliminano completamente il problema, ma sicuramente lo riducono in modo importante. Come avviene da sempre in Abruzzo dove pur convivendo con gli orsi da moltissimo tempo non si sono mai registrato aggressioni alle persone con feriti. Le uniche quattro avvenute negli ultimi 150 anni in Italia sono tutte accadute in Trentino e un motivo ci sarà.

Il maltrattamento che sono costretti a subire gli orsi rinchiusi a Casteller è una vergogna che ha varcato da tempo i confini nazionali

Nonostante sia stato ribadito in diversi atti pubblici, compresa la relazione dei Carabinieri Forestali inviati dal ministro dell’ambiente, il maltrattamento continua. Le condizioni di detenzione di tre orsi sono state giudicate non idonee e la Provincia di Trento rifiuta ogni controllo sulle condizioni degli animali. Come se si trattasse di terroristi o pericolosi mafiosi rinchiusi in un carcere di massima sicurezza.

La gestione dei plantigradi messa in atto nel tempo dalle diverse amministrazioni provinciali, succedutesi negli anni, ha dimostrato di fare acqua da tutte le parti. Ma nessuno sembra avere la volontà o il potere di prendere provvedimenti. Così il ministro dell’ambiente Sergio Costa dice di avere le mani legate e di non poter intervenire, la Procura della Repubblica tace, come in silenzio resta la magistratura contabile. Che forse potrebbe indagare sui danni erariali causati da questa dissennata gestione di un progetto che era partito bene, ma che rischia di finire prima in farsa e poi in tragedia.

Ora qualcuno parla di trasferire uno o più orsi in un santuario in Romania, per ripristinare condizioni di vita accettabile per Dj3, l’orsa che da più tempo è prigioniera a Casteller. Ma nemmeno questa sarà una soluzione, al massimo potrà costituire un momentaneo rimedio a una situazione di illegalità. Considerando che il maltrattamento di animali resta pur sempre un reato penale. La soluzione sarebbe quella di sedersi a un tavolo e fare dei piani per una corretta gestione degli orsi del Trentino, mentre invece la politica ipotizza soltanto di ampliare il centro di detenzione degli orsi. Oppure di abbatterli. Questa situazione di stallo potrebbe rivelare a primavera i suoi tragici effetti, al risveglio degli orsi dal letargo.

In Abruzzo il Parco consegna pollai anti orso, mentre in Trentino vogliono tenere gli orsi dentro dei pollai

parco consegna pollai anti orso

In Abruzzo il Parco consegna pollai anti orso all’istituto agrario Serpieri di Avezzano. Studiati per prevenire le predazioni da parte degli orsi, che si possono far tentare dal predare una gallina. Una collaborazione questa che serve a prevenire e ridurre i danni che possono essere prodotti dalla fauna. Rispettando le condizioni di benessere per gli animali ospitati nella struttura che è in acciaio e coibentata. Per evitare che le temperature all’interno del pollaio non siano corrette.

cani falchi tigri e trafficanti

Questi pollai sono stati progettati proprio per questa specifica funzione su richiesta del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Con la consapevolezza che la prevenzione dei danni è il primo obiettivo di ogni gestore di un’area protetta. Come la corretta gestione dei rifiuti, onde evitare che possano diventare una pericolosa fonte di richiamo per gli animali.

I pollai a prova di orso sono un simbolo delle attività e delle attrezzature che il Parco negli ultimi anni ha messo in campo. Per supportare tutte le iniziative finalizzate a favorire la convivenza tra le comunità locali e l’orso bruno marsicano. Contenendo i possibili conflitti che possono nascere. Riducendo l’abituazione degli orsi verso le fonti trofiche di natura agricola e zootecnica.

La consegna dei pollai a prova d’orso è un modo per aumentare la coesione fra Parco e comunità locali

Questo avviene in un territorio che da sempre è abituato a convivere con orsi e lupi. Con una popolazione che quindi mai abbassato la guardia sulle problematiche della convivenza con i predatori, che si può comunque definire serena. Recinti elettrici, pollai, piantumazione di alberi da frutto in quota, cartellonistica e gestione dei rifiuti sono tutti gli strumenti che il Parco ha messo in campo. Questo nonostante l’abitudine delle popolazioni alla presenza dei grandi carnivori.

L’insieme di strategie diverse consente al Parco, come alle altre aree protette che hanno una gestione oculata, di essere viste come alleati dai residenti. Che hanno imparato a riconoscere che grazie al Parco e a un’attenta gestione sul territorio, si producano maggiori possibilità economiche per le persone del posto. Per le quali tutte le attività turistiche legate proprio alla presenza dell’area protetta sono ben comprese e valorizzate.

L’esatto contrario di quanto purtroppo avviene in Trentino, dove la presenza di orsi e lupi non viene percepita come un valore aggiunto. Probabilmente proprio per una diversa gestione faunistica, nonostante la presenza di diverse aree protette. La gestione fallimentare della formazione e dell’informazione verso turisti e residenti e la mancanza di strutture che consentano una corretta gestione dei rifiuti hanno fatto il resto. Creando un problema “orsi” che non si vuole affrontare correttamente.

Così mentre gli orsi marsicani sono visti come una risorsa per il territorio, quelli dei Trentino sono valutati come un problema

Una questione che sembra non voler trovare una diversa soluzione di convivenza, cercando di trarre spunti dalle gestioni delle migliori aree protette, nazionali e internazionali. La Provincia Autonoma di Trento procede nella gestione faunistica autonomamente, per norma costituzionale, ma dovrebbe avere un obbligo di confronto e di adesione alla normativa nazionale. Ma ogni giorno è possibile valutare, nei fatti, quanto questo comportamento sia lontano da quanto avviene in realtà.

Così anziché gestire correttamente la presenza dei grandi carnivori la PAT sta dicendo al mondo sempre la stessa cosa: mio è il territorio e solo mie sono le decisioni. Tanto da non rispondere alle legittime proteste di chi ritiene, Carabinieri Forestali compresi, che i tre orsi rinchiusi a Casteller -un pollaio per plantigradi- siano tenuti in condizioni di maltrattamento. Un silenzio assordante perché è quello di un’amministrazione pubblica, che dovrebbe amministrare nell’interesse esclusivo della sua collettività.

Ma l’attuale governatore Maurizio Fugatti, che in molti si augurano possa sparire presto di scena, non intende discutere. Gli unici momenti di discussione avvengono nelle aule dei tribunali, in cui l’amministrazione viene costantemente trascinata dalle associazioni animaliste. Ricevendo quasi sempre sonori “schiaffi” giudiziari che annullano decisioni immotivate. Purtroppo nel frattempo gli orsi imprigionati si trovano in condizioni di vita altamente privative e fonte di sofferenze, come emerge dal rapporto dei Carabinieri inviati dal ministro Sergio Costa. Ultimo intervento sul quale è caduto un muro di silenzio e di inattività inspiegabile.