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Cani a catena e incendi rappresentano un pericoloso binomio che espone gli animali al rischio di una fine atroce. In Italia tenere i cani a catena o confinati in angusti box, spesso in luoghi lontani dalle abitazioni, non è ancora illegale ovunque. Molte regioni hanno fissato il divieto di tenere i cani a catena, ma altre non hanno ancora adottato un provvedimento restrittivo, come Liguria, Basilicata e Sicilia. Mentre un altro gruppo di regioni come Piemonte, Trentino – Alto Adige, Val d’ Aosta, Friuli-Venezia Giulia, Molise, Calabria, Sardegna e Toscana devono modificare la normativa.

Come spesso avviene in Italia l’autonomia amministrativa causa l’applicazione delle normative a macchia di leopardo, creando disparità fra le regioni del paese. Che non consentono a tutti i cani di essere ovunque “Liberi dalle catene”, come richiedono da tempo le associazioni che fanno parte di questo progetto. Green Impact, Fondazione CAVE CANEM, Save the Dogs and Other Animals e Animal Law Italia si stanno battendo dal 2021 per armonizzare le norme sulle catene. E ora richiedono che le regioni più soggette al rischio di incendi emanino ordinanze che tutelino questi cani dal rischio di finire bruciati vivi.

Un rischio che non corrono soltanto i cani legati, ma anche quelli imprigionati in box e serragli quando questi sono realizzati lontano dalle abitazioni. Un’abitudine ancora molto presente specie fra cacciatori, che confinano i cani in recinti collettivi, spesso privi di autorizzazione, condannandoli a una vita di privazioni e di noia, sino all’inizio della stagione venatoria. In questo modo i cani non creano fastidi, ma sono abbandonati a loro stessi in caso di eventi drammatici come gli incendi.

Cani a catena e incendi: il progetto “Liberi dalle Catene” chiede alle regioni di emettere provvedimenti a tutela degli animali

Sicilia, Sardegna, Calabria e Basilicata sono le quattro regioni alle quali è stato chiesto di emettere dei provvedimenti urgenti che vietino di tenere i cani a catena. Richiesta motivata, secondo la coalizione, considerando le quattro regioni ad elevato rischio per quanto concerne gli incendi boschivi. Sarebbe importante che l’intera problematica fosse affrontata nel tanto invocato cambiamento della legge 281/91. Che potrebbe già prevedere nel nuovo testo un divieto di detenzione di tutti gli animali domestici a catena.

Una scelta necessaria e in linea con le attuali conoscenze scientifiche sui bisogni etologici degli animali e sulle condizioni minime di benessere. Tenere i cani a catena è il retaggio di una cultura contadina che oggi non ha più una ragione di essere per buonsenso e tecnologia. Quello che una volta era considerato il mezzo più economico per difendere una proprietà non possiede più una giustificazione pratica. Resta solo il brutto segnale di un’indifferenza diffusa rispetto ai bisogni e alle sofferenze degli animali.

Il lavoro per cambiare il nostro rapporto con gli animali, trasformandolo in una convivenza equilibrata, che tenga conto delle loro esigenze, è ancora molto lungo. Si passa dall’eccesiva umanizzazione, con animali soffocati dal troppo amore, alla più completa indifferenza verso i loro bisogni: resta spesso poco popolata l’area centrale, quella che parla di rispetto e conoscenza dei bisogni. Il benessere degli animali passa attraverso la nostra comprensione delle loro necessità, che se fossero note e valutate potrebbero portarci a decisioni più attente. Come quella di non poter dividere la nostra vita con un animale.

Un animale è un compagno di vita, non deve mai diventare uno strumento che risolve esigenze o riempie vuoti

Il compito di chi amministra deve essere anche quello di contribuire a una crescita culturale del paese, indispensabile all’evoluzione dei nostri rapporti. Un essere umano che non sia capace di percepire la sofferenza, che non prova empatia verso un vivente, rappresenta un problema all’interno della società. Senza una visione aperta la soddisfazione dei soli bisogni può generare derive pericolose: il cane è mio, la fidanzata è mia, il denaro è mio sono concetti tossici, catene mentali non meno pericolose di quelle fisiche.

Guardando con occhi che cercano di spaziare nelle nostre vite ci renderemmo conto che l’importanza di liberare i cani dalle catene non finisce li. Il vero problema sono le catene, non i cani. Quelle mentali, quelle che ci portano a negare i diritti degli altri esseri viventi, anteponendo sempre i nostri bisogni. Se così non fosse, proviamo a rifletterci insieme, non credete che i cani sarebbero già liberi da decenni? E se questo percorso fosse stato seguito e curato con amore non avrebbe portato a una società migliore, più attenta e inclusiva?

Non abituiamoci mai alla sofferenza, non facciamo diventare la prevaricazione e il possesso comportamenti normali, quando si tratta invece di patologie. Lavorare per liberare i cani dalle catene un poco costringere le persone e dare un valore alla sofferenza, alla solitudine, alla negazione dei diritti. Seguiamo questa strada per liberare e liberarci, per poter arrivare a un mondo diverso.

Qual è il problema?

Basta guardare con i giusti occhi questo cane per comprendere quanto sia afflittivo l’essere legato a una catena.