CONAD non ferma le ruspe e distrugge Bosco Ospizio a Reggio Emilia

CONAD non ferma le ruspe e distrugge Bosco Ospizio a Reggio Emilia

CONAD non ferma le ruspe e distrugge Bosco Ospizio a Reggio Emilia, in un periodo in cui molti animali possono avere ancora i piccoli, dopo un'estate rovente come questa. In un momento in cui ovunque si parla di rigenerazione urbana e di un nuovo modo di intendere le città CONAD si comporta come Attila, con il silenzio, complice, del Comune di Reggio Emilia. Quello che deve essere chiaro è che questa non è una questione di poco conto, sollevata da ambientalisti isterici, ma una contraddizione talmente evidente da andare oltre a ogni buonsenso. Specie dopo un'estate torrida come questa dove le "persone oltre le cose" boccheggiavano guardando con noia infinita i continui spot di CONAD.

Il tentativo di far passare questa questione come il solito capriccio degli ambientalisti, che vogliono sempre fermare il progresso, è una stupidaggine cosmica. L'importanza del verde per la mitigazione delle ondate di calore è cosa nota, mentre pare essere stata completamente ignorata dal Comune di Reggio Emilia. Il dovere di un'amministrazione, prima di compiere scempi come questo aumentando, inutilmente, il consumo di suolo, dovrebbe essere quello di tutelare i cittadini. Anche se questi scempi, come vedremo, sono fatti grazie a un trucco da illusionisti.

Ogni città possiede spazi in disuso da recuperare e, per questo, non può essere giustificato preferire la distruzione di un polmone verde piuttosto che procedere al recupero. Poco importa, in teria, se Bosco Ospizio fosse davvero classificabile come un bosco urbano, quello che è certo è che non si doveva concedere una licenza di costruzione. Una decisione presa sulla pelle di cittadini, animali e ambiente, che ha comportato un danno alla comunità.

Se è CONAD che abbatte gli alberi è il Comune di Reggio Emilia che glielo consente!

Le proteste puntano, giustamente, il dito contro CONAD, che al di là di ogni retorica pubblicitaria, è un'impresa che opera per produrre utili, non per tutelare ambiente e cittadini. Il comportamento di CONAD è forse moralmente deprecabile perchè contraddice nei fatti quello che afferma sul suo sito solo in teoria:

L’impegno di Conad per la sostenibilità

Per Conad, sostenibilità significa contribuire a creare valore nel tempo per persone, territori e filiera, attraverso un approccio orientato alla responsabilità economica, ambientale e sociale.

Ma i veri responsabili dello scempio di Bosco Ospizio sono i politici e i tecnici che hanno consentito che questo avvenisse, senza nemmeno porre cautele sulle tempistiche di esecuzione. Bosco Ospizio è nato e si è sviluppato nel tempo su un'area che, in passato, era già stata edificata: un tipico caso di natura che riconquista i suoi spazi quando l'uomo arretra. Un fatto che ha determinato che il Comune di Reggio Emilia, in modo tecnicamente corretto ma politicamente inaccettabile, considerasse l'area come già edificata in precedenza. Il bosco era un ingombro e non un valore, nato sulle ceneri della precedente urbanizzazione.

La burocrazia uccide il buon senso, come la cattiva politica che nega i diritti dei cittadini

Questa operazione potrebbe diventare un caso da manuale: si demolisce un'area costruita, la si lascia abbandonata per più di un decennio, tanto che ci cresce un bosco. Ma questo bosco, nei fatti, è un caso di rigenerazione naturale e quindi? Quindi non conta nulla, come se non esistesse, perché non è stato sempre un bosco. In questo modo il Comune autorizza la costruzione del supercato CONAD inserendo come valore relativo al consumo di suolo un bello ZERO! Un po' come se BOSCO OSPIZIO fosse stato costruito per un set cinematografico.

Concludendo ieri si è iniziata l'opera di devastazione di un bosco che non esiste sulla carta, perché per la burocrazia la realtà ha meno valore dei documenti catastali e dei piani urbanistici. Tecnicamente quel bosco non esisste, è un insediamento abusivo che è stato fatto dalla natura per riprendersi ciò che era suo. Ma la natura non può resistere in giudizio, non può far valere il diritto naturale contro la follìa umana e la cattiva amministrazione. La natura perde sempre nella lotta contro i sapiens. E noi? Perdiamo con lei, nella nostra immensa e inescusabile stupidità!

Italian Pet Summit 2026: il mercato cresce ma il rispetto cala

Italian Pet Summit 2026 il mercato cresce ma il rispetto cala

Italian Pet Summit 2026: il mercato cresce ma il rispetto cala perché non è questo sentimento che serve a far gonfiare i fatturati. Del resto il Pet Summit è organizzato dal 24ore, noto e apprezzato quotidiano economico, in sinergia con Purina, colosso del settore, che poi è una declinazione di Nestlè. I vari panel di questa giornata non potevano (e non volevano certo) evitare di raccontare quanto la cosiddetta "pet economy" fosse in buona salute, con risultati di tutto rispetto.

Chi scrive conosce il mercato nella sua globalità, fatta di imprese, di marchi, di professionisti di vario genere e di associazioni schierate a tutela degli animali. Che non possono essere troppo "graffianti" nei confronti della mano che spesso nutre, in senso pratico e concreto, gli animali senza padrone. Regalando cibo in scadenza, creando offerte dedicate per gli animali dei canili e dei gattili, vestendo concretamente i panni del benefattore. Anche se si sa che la charity, troppo spesso, altro non è che una forma di pubblicità. Non si comprano inserzioni ma si "dona" per creare un'immagine che tanto piace ai consumatori.

Il mercato degli animali familiari, però, andrebbe non solo assecondato per profitto ma anche sorvegliato e criticato per etica. Considerando che siamo noi e non gli animali i clienti e che noi umani avremmo bisogno di essere educati a un sentimento sempre meno diffuso, che è proprio il rispetto. Non posso dire che il rispetto dovuto agli animali non sia, di tanto in tanto, risuonato nelle parole dei relatori, ma è stato molto meno declinato di quanto si sarebbe dovuto. Anche da parte delle associazioni che forse potevano modulare interventi più critici, rallentando l'enfasi manifestata nei confronti di aziende ospitanti e politici.

La Pet Economy lascia sul terreno morti e prigionieri e non possiamo nasconderlo

Il termine "Pet Economy" ha un suono sgradevole perché massifica senza separare, unendo tutti gli animali in un unico calderone (come detto dall'etologo Roberto Marchesini nel suo apprezzabile intervento). La Pet Economy è basata sui proprietari, che in questo mercato hanno maggiori diritti dei reali consumatori dei prodotti, gli animali. Ma questa economia è in parte costruita proprio sulla negazione dei diritti degli utenti finali. E già sento le voci di chi protesta per questa visione che verrà trovata un poco "estrema".

La Pet Economy si regge su un mercato che ancora non è capace di sillabare frasi compiute come "Amare un animale significa rispettarlo e non possederlo" o "Il vero rispetto non mina la salute degli animali per accontentare l'estetica umana" oppure, ancora, "Tenere un animale in una gabbia è una violenza, che si genera ogni volta che non si considera la sofferenza causata dalla prigionia". Non ho sentito , nel corso della giornata, spendere una parola contro il maltrattamento genetico, contro la tratta dei cuccioli, contro le adozioni irresponsabili.

Fino a quando possedere un animale resterà un diritto inalienabile, che conosce pochi limiti e scarsi doveri per i padroni (termine scelto non a caso), la sofferenza rimarrà sempre dietro l'angolo. Certo il mercato cresce, ma la sofferenza non cala: per la gioia dei trafficanti, degli allevatori scorretti, dei cucciolatori casalinghi. Non bisognerebbe solo cercare di adottare gli animali senza casa, bisognerebbe iniziare a adottare l'etica, coniugandola con realtà e verità.

Gli animali non vogliono restare imprigionati dentro al nostro amore, vogliono rispetto

Non ci servono animal lovers ma animal respecters, perché l'amore, lo vediamo fra persone, uccide quando non è accompagnato dal rispetto. Chi rispetta davvero non terrà mai un pappagallo sul trespolo e non comprerà mai un animale brachicefalo. Ci servono aziende che, visto che guadagnano su questo mercato, fatto di per sé non solo legittimo ma anche auspicabile, si impegnino anche nel fare sensibilizzazione. Ci servono associazioni che si schierino chiaramente, se serve anche con la durezza di uno scontro: avere animali non deve essere più un diritto inviolabile.

Ricordando che, quasi sempre, sedersi al tavolo delle multinazionali ha un costo. Che in genere viene assolto silenziando un poco l'etica e aumentando la compiacenza, che non è mai buona pratica. Il rispetto che è dovuto agli animali non può essere soltanto preteso, ma va insegnato, declinato e trasmesso facendo buona informazione.

La storia segreta dei piccioni

La storia segreta dei piccioni - Edizioni Aboca

"La storia segreta dei piccioni" è un nuovo albo illustrato edito da Aboca Kids. Scritto e illustrato dalla bravissima Marta Pantaleo, che con tratti decisi rende giustizia ai piccioni. Il target è quello dei bimbi e il libro si rivelerà utile non solo per intrattenere i bimbi ma, anche, per far capire cose ai genitori sui piccioni. La nostra convivenza con questi uccelli, infatti, non è fra le più felici, nonostante si siano rivelati importanti alleati e ausiliari della nostra specie. Ma si sa, la gratitudine non è una delle caratteristiche principali degli umani nei confronti degli animali ma questo albo mira a rimettere le cose al loro posto!

Quel tocco di ignoranza che spesso connota i nostri rapporti con gli animali, rende il rapporto con i piccioni poco sereno. Eppure ci hanno reso, e ci rendono tutt'ora, grandi servigi. I piccioni vengono spesso etichettati come "ratti volanti", come se, al di là dei nostri pregiudizi, i ratti fossero esseri demoniaci! Ma i tanto bistrattati topi hanno una società che potremmo definire di "mutuo aiuto", nella quale ogni individuo ha grandi attenzioni verso la comunità murina. Caratteristica che, purtroppo, si è molto affievolita nella nostra specie e che dovrebbe farceli vedere con occhio diverso. Proprio come i piccioni!

Nell'albo Marta Pantaleo racconta di come nacque la nostra "amicizia" con i piccioni, che è cosa antica, molto antica, ma che dura fino ai giorni nostri. Tutto ebbe inizio 67.000 anni fa -giusto per far sapere che non sono nostri vicini di casa soltanto da qualche secolo- quando noi e i piccioni avevamo le grotte come case. Sicuramente i bimbi che leggeranno questo albo, se non sono stati già condizionati dai genitori a vedere i piccioni come topi volanti, impareranno a guardarli con occhi diversi, come dovrebbe sempre essere guardato ogni animale.

La storia segreta dei piccioni, in poche righe e molti colori, ci racconta come iniziammo a essere vicini di casa

Se conoscessimo la vita degli animali, la storia dei nostri rapporti con loro e da dove sono nati i mille pregiudizi umani certo guarderemmo i nostri coinquilini con più stupore e meno terrore. Conoscere, inevitabilmente, porta a rispettare il diverso, a osservarlo con uno sguardo più aperto, che può variare dal sorpreso al compassionevole. Quando conosciamo davvero la natura degli altri esseri viventi capiamo che non dobbiamo provare né paura, né ostilità. Gli altri animali fanno esattamente quello che facciamo noi umani: cercano di sopravvivere al meglio e di perpetuare la loro specie.

Il libro ve lo consiglio e spero che abbia fortuna in libreria, visto che non solo dovrà riuscire a superare un tempo in cui si legge troppo poco, ma anche il pregiudizio degli adulti. Quello che porta a pensare che i piccioni siano animali sporchi, che portino malattie, che debbano essere considerati come invasori delle nostre città o parassiti, proprio come le pulci addosso a un cane. Invece i piccioni sono creature incredibili, capaci di tornare senza esitazioni alla loro colombaia anche se portati a migliaia di chilometri di distanza. Mentre noi umani, in una situazione simile, brancoleremmo nel buio e nella paura i nostri piccioni sarebbero già tornati al luogo di partenza. La realtà è che ogni creatura è meravigliosa, per come l'evoluzione l'ha modellata e proprio per questo ha un posto nel mondo. Che ci piaccia o meno.

Aboca Kids - 16,00 Euro

Lupi, cani lupo, ibridi e randagi, tutti frullati nel mixer della disinformazione

Foto di un lupo che guarda in camera ripresa da Angelina Iannarelli in Abruzzo

Lupi, cani lupo, ibridi e randagi, tutti frullati nel mixer della disinformazione. Perchè quando si parla di lupo la sua leggenda galoppa ben oltre la realtà. Un lupo si avvicina alle case e subito diventa "emergenza lupi", un lupo confidente arriva a mordere dei bimbi, come accaduto a Noicattaro. Ogni episodio diventa la conferma che i lupi sono troppi. Un altro lupo, catturato nei dintorni di Cremona, diventa il "lupo Gianni", una sorta di mascotte alimentata dalle persone. Ma, una volta catturato, "Gianni" si è rivelato quasi certamente un cane, con tanto di microchip. Senza dimenticare i tanti cani lupo cecoslovacco, i CLC, che, se lasciati vagare senza controllo, diventano sui social pericolosi predatori, senza che lo siano realmente.

La leggenda del lupo è diventata la sua condanna. Alimentata per interesse, gonfiata dalle notizie false e nutrita con la paura che alberga in molte persone sin dai tempi di Cappuccetto Rosso. La fama del lupo getta sull'inconsapevole protagonista della leggenda una luce sinistra. Eppure i casi conclamati di morsicatura, perché, per fortuna, non si è mai andati oltre a questo, sono pochissimi e nella quasi totalità dei casi sono situazioni che hanno avuto come protagonisti lupi confidenti. Restano troppi, invece, i casi in cui i cani abbiano provocato lesioni a un essere umano, cominciando dagli animali familiari per finire con i randagi.

Negli ultimi 16 anni, secondo una ricerca pubblicata sulla rivista Animals (Fatal Dog Attacks in Italy (2009–2025): The Urgent Need for a National Risk Registry) ci sono stati 56 attacchi mortali alle persone. Non si è trattato di lupi (se così fosse li avremmo probabilmente già sterminati), ma la responsabilità è dei cani, randagi oppure di animali familiari non custoditi correttamente. Eppure non mi sembra che si sia mai alzata una voce che richieda la messa al bando dei cani. Il motivo è semplice: la richiesta sarebbe tanto stupida quanto tremendamente impopolare. E la politica, lo sappiamo bene, è sempre molto attenta al consenso, quello che poi si traduce in voti.

Il focus sul pericolo andrebbe spostato dai lupi ai cani, randagi e non, che spesso sono il frutto avvelenato della nostra cultura

Il lupo è un predatore, un animale selvatico potenzialmente pericoloso in grado di causare lesioni in una persona. Nessuno lo nega e per questo è importante che stia dove deve stare: fuori dai centri abitati, lontano dall'uomo e dai suoi rifiuti. Servono norme e sanzioni severe nei confronti di chi alimenta gli animali selvatici, per profitto, calcolo o banale stupidità. Ma anche contro chi non controlla i suoi cani, andando a incrementare vagantismo e randagismo, ibridazione fra cani e lupi, ma anche pericoli per persone e animali. Spostiamo il focus, attribuendo le colpe a chi le ha davvero e il gioco potrebbe essere fatto! Smettendo di far credere all'opinione pubblica che la vita della gente sia in pericolo per colpa dei lupi. Considerando che la realtà, dati alla mano, dimostra che si rischia molto di più ad attraversare un bosco durante la stagione della caccia, che non frequentando luoghi dove si possano incontrare lupi o orsi.

Il randagismo è un problema alimentato dalla pessima gestione degli animali domestici. I cani randagi possono rappresentare un pericolo per l'incolumità delle persone e attestano il fallimento della gestione pubblica sul contenimento del problema. E non si dica che la responsabilità del numero dei cani vaganti sia vada ricercata nel fatto che abbiamo smesso di uccidere i randagi. Il cuore della questione sta nella mancata educazione al rispetto degli animali e della regole, endemica in una parte della nostra popolazione. Vi siete mai chiesti come mai, in caso di predazioni di animali al pascolo, si facciano i test del DNA per accertare che siano stati uccisi dai lupi? Perché potrebbero essere stati uccisi dai cani randagi, come spesso avviene, nessuno paga!

Gli allevatori lo sanno bene, ma non puntano il dito contro i randagi: hanno il lupo come capro espiatorio. Senza essere costretti a attaccare i politici proprio per la pessima gestione del randagismo. Così vengono continuamente invocati gli abbattimenti, si creano alleanze fra mondo agricolo e mondo venatorio e si punta il dito contro chi i lupi li difende. Ma chi difende i lupi, in realtà, difende l'ambiente e la necessità di coesistere, rifiutando scorciatoie insensate. Abbattere una parte dei lupi non ridurrà le predazioni sugli animali, mentre la prevenzione è l'unica via maestra, con recinti elettrificati, cani da guardiania e vigilanza dei pastori.

Servono sanzioni per chi rende confidenti i selvatici

Abbiamo addomesticato i lupi con il cibo, addestriamo gli animali con il condizionamento alimentare, usiamo premi e premietti per ottenere l'ubbidienza dei domestici ma poi neghiamo che il problema sia il cibo. Gli animali selvatici si avvicinano alle case non perché cerchino compagnia, ma solo perché i nostri paesi sono spesso come dei piccoli chioschi che regalano cibo a costo energetico basso. Gli animali sono opportunisti come gli uomini: cacciare causa maggior dispendio di energie e rischi rispetto a molte altre possibilità che noi gli serviamo su un piatto d'argento.

Chi vede gli abbattimenti come unica possibile soluzione propone un metodo che non funzionerà. Proprio come non servirà protestare per la cattura di un lupo divenuto confidente, perché questo non agevola la coesistenza. La natura ci insegna che è l'equilibrio la chiave del successo e noi umani abbiamo il dovere di cercare sempre quale sia la strada migliore da percorrere. Nel nostro interesse perché il pianeta si salverebbe molto più facilmente senza la nostra ingombrante presenza.

Cacciatori distruttori e non custodi

Cacciatori distruttori e non custodi

Cacciatori distruttori e non custodi: si raccontano come custodi della fauna e del patrimonio naturalistico ma, in realtà, sono solo distruttori legalizzati, in nome di una passione. In un'estate come questa, dove i cambiamenti climatici si sono affermati come una realtà inconfutabile, la fauna ha dovuto fronteggiare un attacco senza precedenti, fra siccità, incendi, temperature elevatissime e situazioni ambientali estreme. Una situazione prevista ma non contrastata, che ha messo in ginocchio umani e patrimonio ambientale dimostrando la forza incontrastabile della natura.

In questa estate torrida, dominata da incendi e fenomeni atmosferici estremi, sarebbe stato logico fare fronte comune per tentare di dare un minimo di fiato agli animali selvatici. Un'idea rispettosa della necessità di mitigare i danni causati da questa estate bollente, che potesse vedere, almeno, un differimento delle aperture della caccia. Ma i cacciatori, che ci vengono presentati come bioregolatori e custodi della biodiversità vogliono poter sparare e vogliono anche le cosiddette preaperture della stagione, infischiandosene di ogni allarme e di ogni considerazione scientifica. Come cantava De Andrè "la passione porta a soddisfare le proprie voglie, senza occuparsi se..." gli animali siano o meno in difficoltà.

La situazione è irragionevole e completamente staccata e distante da ogni principio di cautela. Come bimbi capricciosi i cacciatori voglio sparare, vogliono poter esercitare la loro passione. Ignorando la scienza, la realtà e anche il fatto che il patrimonio faunistico appartenga alla collettività, che in larghissima percentuale li destesta. I cacciatori sono arroganti, se ne fregano di tutti e tutto anche perché sono appoggiati da un governo che alimenta la loro protervia in cambio di voti.

Non basta essere contro la caccia, occorre votare per arrestare l'arroganza venatoria

La fauna è in balìa dell'arroganza umana, fra cacciatori che vorrebbero sparare tutto l'anno, associazioni di tutela ambientale che non contano abbastanza e furbetti che propongono inutili referendum per abrogare la caccia. Mentre i cacciatori, proprio come una forza di occupazione, riescono a piegare la politica a qualsiasi follìa possano desiderare. Ma il problema -occorre ammetterlo- siamo noi, non loro! Quando la maggioranza degli italiani si dichiara contro la caccia ma poi permette, nella realtà, a una minoranza di decidere a casa nostra è evidente che il problema sia nostro.

Credo sia giunto il tempo di interrogarsi come mai una formula matematicamente vincente si trasformi regolarmente in una sconfitta politica epocale. Come mai la maggioranza degli italiani non solo conti meno di un manipolo di cacciatori, ma resti pure muta e silente di fronte a tanta arrogante protervia. La vicenda della caccia è un caso di scuola, nel quale una maggioranza riesce ogni volta a essere sopraffatta da una minoranza. Eppure non è difficile comprendere perchè accada questa alterazione delle regole matematiche e della rappresentanza: i cacciatori votano come un sol uomo, mentre gli altri stanno ancora discettando se sia meglio astenersi o votare scheda bianca, se andare in vacanza il giorno delle elezioni o continuare a ignorare le regole democratiche.

Il voto non è solo un diritto: partecipare alla vita collettiva è un dovere

Mi chiedo, e vi chiedo, per quanto tempo ancora vorremmo continuare a accettare che minoranze con idee discutibili possano decidere sul patrimonio colettivo perché riteniamo che sia "figo", molto "cool" non andare a votare? Perché, se tutti esercitassimo il dovere costituzionale di votare, questo governo filovenatorio sarebbe già andato a casa. E nessun altro governo, presente o futuro potrebbe pensare di fare spezzatino della tutela ambientale e faunistica!

Motivo per il quale io sono sempre, e dico sempre, andato a votare! Senza dimenticarmi, spesso, di turarmi il naso per il lezzo di una politica che governano sempre gli stessi, per colpa nostra.

Bambino azzanna lupo (non è vero ma fa notizia)!

Bambino azzanna lupo

Bambino azzanna lupo (non è vero ma fa notizia), perché oggi le notizie incredibili volano molto più veloci della realtà! Così succede che l'ennesima predazione di un cane incustodito, viaggiando di bocca in bocca, si trasformi da inventato fatto di cronaca a leggenda. Una storia che ancora una volta ha come protagonista "il lupo cattivo" e come vittima designata un bimbo e poi un cane, subito definito eroe! La fantasiosa narrazione mediatica racconta di un lupo, che attratto dall'odore di una grigliata irrompe nel giardino di una villa, dove si avvicina famelico a un bimbo, che si salva dalle fauci solo grazie a un cane eroe che si immola per salvarlo! Commovente ma inventato, come una telenovela di pessima fattura.

Per giorni ovunque si bercia sui troppi lupi che oramai, sfrontati e senza rispetto, entrano nelle case per predare bambini. Camaiore, ridente località toscana, si trasforma nella buia foresta di Cappuccetto Rosso, il lupo prende le sembianze del maligno e il cane -un angelo fattosi peloso- salva il pargolo, gettandosi fra le fauci della fiera senza alcun timore. Grazie a un titolo a effetto, a media che pubblicano la qualunque per un pugno di click, a cacciatori indomiti che vedono il punto di non ritorno per poter invocare (finalmente) una strage, tutto prende corpo diventa reale! Nel frattempo io e molti altri aspettiamo con ansia la smentita di una notizia che era apparsa subito incredibile.

Ci sono voluti giorni e solo dopo molti servizi televisivi e titoli urlati finalmente si è ricostruita la verità. Grazie a Marcello Pierucci, sindaco di Camaiore, che ha smentito ogni cosa, salvo la morte del cane, che era stato effettivamente predato da un lupo. Ma solo perché era stato lasciato libero, al limitare del bosco, senza custodia e aveva fatto una brutta fine. In fondo questa era la replica di quanto accaduto a Osso, il cane di Michele Serra, vicenda che aveva riempito le cronache per giorni. Si trattava insomma del classico "tanto fumo e niente arrosto" perché non c'era nemmeno la grigliata.

Se scrivere "Bambino azzanna lupo" fa notizia ma crea dubbi, raccontare il contrario divien subito credibile

Oramai il lupo è diventato come Salvini: basta che un treno arrivi in ritardo e tutti pensano al ministro. Ma qui la faccenda invece è seria, perché le notizie false sono come le gocce d'acqua che scavano la pietra. Chi non ricorda la bufala dei lupi lanciati dagli elicotteri degli ambientalisti? Una colossale palla, che ancora oggi si tramanda come se fosse una pagina del Vecchio Testamento. Grazie alle tradizioni orali della cultura e il volgo popolare che fanno diventare ogni leggenda una storia vera. Così diventano vere le grida contro i lupi, gli avvisi di pericolo e la leggenda che oramai i lupi siano ovunque, siano troppi, siano un pericolo per l'umanità.

Più tu scrivi per contrastare queste notizie e più si scatenano gli attacchi, perché a qualcuno conviene. Purtroppo è l'ignoranza che alimenta le leggende e poco importa se in Italia uccidano più le vacche dei lupi. Tutti predatori sono da secoli dipinti come esseri feroci che hanno in testa un solo obiettivo: combatterci e, quando posssibile divorarci. Poco importa se la scienza espone precise prove del loro ruolo fondamentale come bioregolatori (non come i cacciatori) e la statistica ritenga del tutto infinitesimale il rischio che la nostra vita possa terminare sotto i morsi di un lupo.

Ma i giornalisti, quella categoria alla quale non ho mai voluto appartenere, non dovrebbero verificare le notizie prima di pubblicarle? Come mai le notizie false durano per giorni in prima pagina mentre le scuse non arrivano a occupare lo spazio di un necrologio? Per quale ragione quando si parla di lupi i media sono così solerti a invocare le ragioni di cacciatori e allevatori? Sarà una solerzia legata a interessi economici verso le risorse pubblicitarie? Quel che è certo resta il fatto che questo modo di fare informazione sia vergognoso, inopportuno e non renda un buon servizio né alla tutela della biodiversità, nè alla verità.