Animali a rischio investimento sulle strade: se ne parla tanto ma si fa troppo poco

animali rischio investimento strade

Animali a rischio investimento sulle strade: se ne parla tanto ma si fa troppo poco per mettere in sicurezza le nostre strade. Dopo la morte dell’orso Juan Carrito, investito e ucciso da un auto in Abruzzo, il tema torna prepotentemente alla ribalta. Ma l’esperienza insegna come su questo argomento i riflettori restino accesi per poco tempo, senza riuscire a far mettere in atto le azioni necessarie per prevenire queste collisioni, che hanno quasi sempre esito fatale per gli animali e spesso anche per le persone.

Il nostro paese è molto arretrato, rispetto a altre realtà europee, nell’adozione di provvedimenti concreti per tutelare gli animali selvatici. Costretti ad attraversare le nostre infrastrutture come strade, autostrade e binari ferroviari mettendo a repentaglio la sicurezza dei conducenti e la loro vita, per mancanza di adeguati corridoi ecologici. Una strage silenziosa sulla quale esistono pochi dati: se non si verificano collisioni importanti auto/animale i continui investimenti non fanno notizia. Specie quando riguardano animali di piccola taglia come volpi, tassi, ricci, faine o altri animali di taglia medio piccola.

Eppure queste collisioni sottraggono al nostro patrimonio naturalistico un numero consistente di animali, un’impressione non corroborata da dati certi, ma dai cadaveri di animali che si osservano percorrendo molte strade. Per evitare questi incidenti esistono soluzioni immediate, come una drastica riduzione della velocità quando si attraversano aree naturalistiche, specie nelle ore notturne, e la creazione di attraversamenti sicuri. La riduzione della velocità non può essere lasciata alla scelta del singolo automobilista, che spesso ignora i cartelli di pericolo, ma può essere ottenuta con controlli automatici della velocità. I proventi di queste sanzioni potrebbero essere destinati alla messa in sicurezza delle strade mediante la creazione di attraversamenti sicuri.

Animali a rischio investimento sulle strade: servono più controlli automatizzati

L’assenza di strutture per l’attraversamento sicuro delle strade da parte degli animali è un problema serio e non soltanto per garantire la sicurezza della circolazione. Le barriere, spesso invalicabili, costituite dalle nostre reti viarie rappresentano ostacoli fisici che impediscono il libero spostamento degli animali sul territorio. Con conseguenze che impattano anche sulla loro distribuzione e sulla tutela della biodiversità, così importante per mantenere l’ambiente in equilibrio.

La morte dell’orso Juan Carrito ha privato la popolazione degli orsi marsicani, che è di circa una settantina di esemplari, di un giovane maschio che non aveva ancora raggiunto la maturità sessuale. Un danno importante quando colpisce una popolazione così piccola, di una sottospecie unica che vive in un areale molto piccolo. Ma sulla stessa statale dove è stato investito Carrito negli anni precedenti erano stati investiti e uccisi già tre orsi, mentre altri due erano rimasti soltanto feriti e qualche giorno fa è stato investito un lupo.

Una situazione di pericolo che ha costretto il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, con l’aiuto dell’associazione Salviamo l’orso, a fare interventi per la messa in sicurezza di quel tratto stradale. Pur non avendo una competenza diretta ma con il solo intento di evitare altre morti in un tratto di strada molto pericoloso. Purtroppo il giovane Juan Carrito, sempre in cerca di nuovi percorsi, ha superato le reti arrampicandosi per poi balzare sulla carreggiata, un comportamento con conseguenze fatali. Del resto gli animali sono imprevedibili e i mezzi di dissuasione, seppur indispensabili, non possono fornire certezze assolute. Mentre la riduzione della velocità resta sempre la miglior prevenzione contro gli incidenti.

Tutte le nuove infrastrutture devono prevedere corridoi per garantire attraversamenti sicuri agli animali selvatici

Occorre che sul tema delle collisioni con la fauna e sulla necessità di creare corridoi che consentano agli animali selvatici attraversamenti sicuri si passi dalla teorizzazione alla concretizzazione. Mettendo in campo normative e risorse che consentano di tradurre in realtà i mille impegni sempre annunciati e mai attuati. L’amministrazione pubblica deve concentrare i suoi sforzi futuri in massima parte sulle attività di tutela ambientale e per il contrasto al cambiamento climatico. Magari sottraendo risorse a quella gestione venatoria della fauna che ha portato zero risultati sotto il profilo pratico.

Sarebbe bello fra qualche tempo poter affermare che la morte di Juan Carrito, che tanto ha colpito l’opinione pubblica, abbia fatto da spartiacque, facendo diventare concreta l’attenzione sulla sicurezza degli animali selvatici. In questo un grande aiuto lo possono fornire i cittadini, rallentando la velocità quando si percorrono strade che attraversano ambienti naturali e evitando di fornire cibo, anche involontariamente, ai selvatici. Per evitare di condizionarli e renderli così confidenti, mettendoli in pericolo e facendo perder loro il timore nei nostri confronti, che è invece indispensabile per la loro salvezza.

Lupi inseguiti e uccisi da un auto nel Parco dei Sibillini

lupi inseguiti uccisi auto
Foto Parco Nazionale dei Monti Sibillini

Lupi inseguiti e uccisi da un auto nel Parco dei Sibillini: un vergognoso atto di bracconaggio costato la vita a due esemplari, mentre un terzo è stato gravemente ferito. Le indagini dei Carabinieri Forestali, subito intervenuti sul posto, si stanno indirizzando verso un noto allevatore della zona. Il fatto è accaduto in un punto dove le abbondanti nevicate avevano creato un percorso obbligato fra due muri di neve. In questa situazione gli animali non hanno avuto scampo, senza possibilità di sfuggire al fuoristrada del bracconiere.

Gli animali facevano tutti parte dello stesso branco e, con grande probabilità, due dei lupi erano la coppia dominante. Un fatto che porterebbe alla destrutturazione del branco, con possibilità che i lupi restanti, in difficoltà nella caccia, rivolgano le loro attenzione verso prede più facili. Proprio come gli animali d’allevamento che il presunto responsabile voleva proteggere commettendo un crimine. Il fatto, gravissimo, è stato accertato, dopo una segnalazione, dai Carabinieri di Fiastra del reparto Parco. I militari unitamente a personale del Parco dei Sibillini hanno prestato le prime cure alla lupa ferita.

L’animale, munito di un collare satellitare nell’ambito del progetto Wolfnet 2.0, è stato successivamente trasportato al Centro Tutela e Ricerca Fauna Esotica e Selvatica di Monte Adone (BO). Gli episodi di bracconaggio nei confronti dei lupi si stanno moltiplicando, probabilmente anche in virtù delle molte, troppe, dichiarazioni del Governo sulla necessità di controllare i predatori. L’episodio è passato quasi del tutto inosservato, nonostante la sua gravità, a causa dell’uccisione dell’orso Juan Carrito in Abruzzo che ha occupato le cronache dei media.

Lupi inseguiti e uccisi con un auto in modo deliberato, non certo per eccesso di velocità

Il lupo è un animale particolarmente protetto da normative nazionali e internazionali. Ma le leggi non riescono a costituire un deterrente efficacie nella prevenzione del bracconaggio, a causa di sanzioni troppo basse. Il lupo è stato sempre demonizzato dai cacciatori e dagli allevatori, sin dalla sua iniziale ricomparsa sulla penisola, dopo essere stato quasi portato all’estinzione. Il lupo rappresenta un caso di studio molto interessante: dopo anni di auto confinamento in piccole aree del centro-Sud il lupo ha iniziato una lenta ma costante espansione. Senza alcun intervento umano il predatore ha sfruttato le opportunità rappresentate dall’aumento degli ungulati e dallo spopolamento degli Appennini.

Il lupo nel giro di qualche decennio ha riconquistato i suoi territori. Nonostante l’intenso bracconaggio, gli investimenti e i bocconi avvelenati. Dimostrando come siano le condizioni ambientali a modificare la diffusione di una specie. Senza interferenze umane che quasi sempre sono in grado di produrre più danni che vantaggi. Una dimostrazione che però non ha fatto piacere né ai cacciatori, che lo hanno visto come un avversario, né tanto meno agli allevatori.

La presenza dei grandi carnivori, in particolare dei lupi, non consente più di lasciare gli animali al pascolo incustoditi, senza vigilanza o protezione. Questo comporta che chi alleva debba preoccuparsi, nuovamente, di difenderli, proprio come avevano sempre fatto i loro nonni, senza avere un doppio lavoro e anche senza finanziamenti europei. Prima che l’agricoltura venisse dopata da contributi dati a pioggia, capaci di generare truffe a danno di tutta la comunità.

Quale futuro attende i lupi, in particolare nel nostro paese dove il bracconaggio dilaga

Prima di ipotizzare gli scenari che attendono i predatori è giusto dire che i governi, di ogni colore, che hanno di volta in volta retto il paese non hanno mai dimostrato molta attenzione verso il bracconaggio. In fondo questo fenomeno criminale viene sottovalutato nella sua devastante portata, come spesso accade con tutti i crimini verso gli animali, ma anche tollerato. Se non tutti i cacciatori sono bracconieri è incontrovertibile che tutti i bracconieri siano, o siano stati, cacciatori con licenza. Una caratteristica che sembra essere alla base di una legislazione morbida e anche un po’ ottusa, quando non collusa, verso il mondo venatorio.

I cacciatori sono un popolo trasversale, più importante per certi partiti come Lega e Fratelli d’Italia, ma componente non trascurabile per tutti gli altri, Verdi esclusi. Il popolo delle doppiette è fedele, riconoscente, vota con attenzione, premia chi gli garantisce norme più estensive, pene meno severe, caccia aperta (quasi) sempre. Lo stesso argomento vale per l’altra categoria, ben rappresentata da Coldiretti, che non morde la mano che li sostiene, specie se è la stessa mano che tifa per far sfoltire i predatori.

Il futuro dei lupi rischia di essere grigio, proprio come il loro pelo. In un paese come il nostro dove economia e convenienza prevalgono sempre sulla tutela ambientale. Facendo dimenticare che senza equilibrio e senza difesa del capitale naturale rischiamo di fare la fine dei dinosauri, portandoci da soli all’estinzione. grazie all’asteroide gigante della nostra stupida miopia.

Il nostro futuro è legato alla protezione del territorio e alla difesa della biodiversità

In un paese normale il responsabile dell’uccisione dei lupi nel Parco dei Monti Sibillini, una volta individuato con certezza, passerebbe un pezzo della vita a riflette sul suo gesto in carcere. Da noi se tutto va bene, ma devono esserci congiunzioni astrali veramente favorevoli per evitare che anche il reato venga investito e ucciso dalla prescrizione, il responsabile pagherà una sanzione economica. Qualche migliaio di euro, le spese legali oltre a una pena detentiva che non sconterà mai. Insomma poco o nulla, rispetto al gesto criminale.

Non è il carcere che risolve, ma una pena esemplare si, perché funziona da deterrente. Senza quest’ultimo le leggi si svuotano di contenuti, perché non sono i valori che rappresentano ma le pene che causano a servire per limitare i reati, per evitare che crimini gravi vengano trattati come marachelle. Se non difendiamo, sul serio, territorio e biodiversità, se non diamo valore all’etica e alla legalità sarà difficile vincere questa guerra. Il futuro, se vogliamo fermare il cambiamento climatico e la drammatica perdita di biodiversità, non sarà una passeggiata. E questo va detto con chiarezza.

La speranza per la specie homo sapiens è legata alla consapevolezza che saranno necessari grandi sacrifici, drastici cambi di rotta, maggiore equità e distribuzione delle risorse. Traguardi che sembrano irraggiungibili se non riusciamo nemmeno a tollerare che un lupo possa sbranare qualche pecora. Se il futuro del lupo sarà davvero grigio è difficile pensare che il nostro sarà migliore.

Non dire gatto, una storia naturale, e no di Paola Valsecchi

non dire gatto

Non dire gatto è un interessante libro scritto da Paola Valsecchi, che porta il lettore nel mondo del piccolo felino (quasi) domestico per fargli conoscere meglio comportamenti e bisogni. La storia umana si intreccia con due animali, il cane e il gatto, con i quali abbiamo stretto un rapporto più profondo e che nel corso dei millenni hanno accompagnato le nostre vite. Due animali profondamente diversi fra loro, capaci di creare rapporti affettivi importanti con i loro custodi, ma anche di dividere questo mondo fra gattofili e cinofili. Senza ovviamente dimenticare un vasto gruppo di umani che ha scelto di condividere la propria esistenza con entrambe le specie.

Non dire gatto inizia il suo viaggio raccontando l’origine del gatto domestico che ora vive con l’uomo, molto diverso da quelli che potevano essere i suoi antenati. Un rapporto iniziato, come è successo con il cane, per ragioni utilitaristiche che hanno visto il gatto come alleato degli uomini nell’eterna lotta contro i topi. Per arrivare sino ai giorni nostri con alterne fortune e con molti sbagli, che hanno portato alla diffusione del gatto anche in territori dove, con il senno di poi, sarebbe stato meglio non liberarlo.

I gatti oggi vengono visti da una gran parte del mondo scientifico come un grande pericolo per la fauna e in particolare per i piccoli uccelli, che predano in modo sistematico quando vivono fuori dalle nostre case. Un problema difficile da affrontare e ancor più da risolvere. Considerando anche la scarsa attenzione di molti custodi dei gatti che non riescono a percepire il problema nella sua complessità. Tanto da far giungere le autorità di diversi paesi ad emettere provvedimenti che restringono la libertà di movimento all’aperto dei gatti di casa.

Non dire gatto descrive comportamenti sconosciuti ai più e aiuta a comprendere le interazioni

I luoghi comuni sui gatti sono davvero moltissimi, da quelli che affermano che il gatto si affezioni alla casa ma non al suo custode a quello che li descrive come animali indipendenti, che non cercano relazioni. Nella realtà i nostri gatti tentano di dirci molte più cose di quelle che noi riusciamo a capire, per disattenzione o scarsa conoscenza. Potremo così scoprire quanto i gatti cerchino di “parlare” con noi, usando diversi suoni, molto più di quanto non facciano fra di loro, però spesso con scarsa comprensione degli umani. Il libro cerca di fornire al lettore un piccolo dizionario, per fargli interpretare i diversi modi di interagire in modo più complesso.

Paola Valsecchi, docente di Etologia applicata ed Evoluzione dei vertebrati all’Università di Parma, ha già pubblicato un altro interessante libro che aveva tratteggiato la nostra storia con i cani. Attenti ai cani, una storia di 40.000 anni percorre, infatti, le tappe della nostra storia a fianco di quello che è giustamente considerato il miglior amico dell’uomo. Raccontando, anche in questo caso, questa avventura partendo proprio dalle origini, per arrivare poi ai giorni nostri. Una storia fatta di promesse, non sempre mantenute dagli umani, che è rimasta salda seppur fra mille distinguo che sono poi fra le cause del randagismo.

Conoscere meglio gli animali con cui dividiamo vite e spazi può aiutare a comprendere l’importanza di un rapporto sano ed equilibrato, che ci porti a considerare i bisogni e i diritti degli animali. Senza far prevalere gli interessi umani che molto spesso generano una coltre di amore soffocante o di disinteresse ingiustificato verso le loro necessità. Nel libro il lettore desideroso di approfondire questi temi potrà trovare una ricca bibliografia.

Edizioni il Mulino – brossura – 162 pagine – 12,00 Euro

La morte dell’orso Juan Carrito deve aprire strade nuove verso il cambiamento

morte orso Juan Carrito
Foto tratta dal sito del Parco della Majella in occasione della sua traslocazione

La morte dell’orso Juan Carrito non deve essere inutile: l’orso più famoso del mondo a causa delle sue scorribande ci lascia innumerevoli spunti su cui riflettere. Riflessioni che devono andare oltre all’impatto emotivo perché, per chi ha seguito la sua storia, è stato come se fosse venuto a mancare qualcuno che si conosceva bene. In fondo un esempio di determinazione nel perseguimento degli obiettivi, seppur indotti da comportamenti umani sbagliati.

Non amo umanizzare gli animali, trovo che sia un po’ come sottrar loro qualcosa che è nell’essenza di ogni essere vivente. Il rispetto e l’affetto non sono dovuti solo agli uomini, ma soprattutto il rispetto è un sentimento che bisogna provare, come compassione ed empatia, verso tutti gli abitanti di questo fantastico e bistrattato pianeta.

M20, al secolo Juan Carrito, è uno dei quattro cuccioli nati nella primavera del 2020 nel Parco d’Abruzzo dall’orsa Amarena, una madre fantastica ma purtroppo confidente. Un’orsa che ha avuto un parto eccezionale con ben quattro cuccioli, evento rarissimo, riuscendo a farli crescere tutti. Un evento ancora più eccezionale del parto, considerando le mille insidie che popolano la vita di tutti i cuccioli, in particolare quelli di orso. Piccoli orsetti che corrono sempre il rischio di venire uccisi dai maschi della loro stessa specie, costringendo la madre a tenerli lontani dai pericoli.

La morte dell’orso Juan Carrito è stata una sorta di appuntamento a Samarcanda, voluto dagli uomini però

Amarena, già abituata a entrare nei paesi per cercare piante da frutto, in particolare proprio le ciliegie, ha iniziato a vivere sempre più vicino ai paesi. Per evitare ai suoi cuccioli incontri mortali, non immaginando quanto gli uomini sappiano, spesso, essere molto più pericolosi degli orsi maschi. Così nell’estate del 2020 Amarena è stata assediata ogni giorno da centinaia di turisti. Che volevano vederla, fare un video o una foto da postare sui social. Un assedio incessante che nemmeno i Guardia Parco e i Carabinieri Forestali sono riusciti a impedire.

Più Amarena e i suoi cuccioli venivano pressati, inseguiti e perseguitati più era facile che questa vicinanza potesse diventare fonte di problemi. Così il più intraprendente dei suoi cuccioli, che sono come quelli di uomo uno diverso dall’altro per carattere e temperamento, ha cominciato a imparare che non aveva motivo per aver paura delle persone. Una pessima visione del mondo, questa, per un animale selvatico, che per vivere bene deve avere paura di noi e non vederci come creature diverse ma socievoli. Una condizione, quella di provare paura nei confronti degli uomini che spesso rappresenta la sottile frontiera fra vita e morte. Oppure fra vita libera e una destinata a essere vissuta da prigioniero, come successo all’orso trentino M49.

Così, crescendo, Juan Carrito, che deve il suo nome proprio all’omonimo paese del Parco, ha cominciato a visitare fattorie e pollai, senza disdegnare apiari e altri insediamenti umani. Per poi iniziare a frequentare il centro di Roccaraso, arrivando perfino a entrare in una pasticceria del centro. Per queste e altre incursioni finì per essere catturato e portato in montagna, nella speranza che potesse restarci. Nulla da fare, dopo pochi giorni o settimane Carrito tornava a Roccaraso. Questo anche perché qualcuno lasciava cibo per attirarlo e il Comune non aveva messo in sicurezza i bidoni dei rifiuti.

La morte di Juan Carrito dovrebbe insegnarci ad avere più attenzioni verso il capitale naturale

Il Parco, anzi i parchi visto che Carrito faceva il pendolare fra il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, quello del Gran Sasso e dei Monti della Laga e l’area protetta della Majella, hanno fatto sempre il possibile per proteggerlo. Qualcuno potrà anche dire che non è stato fatto abbastanza, ma la realtà è che quando il danno è fatto non sempre è possibile ripararlo. Una volta diventato confidente Juan Carrito aveva, in fondo, solo due possibilità: morire da orso libero a causa di un incidente o finire la sua vita da orso prigioniero, in cattività, come per fortuna non è stato.

In Italia manca l’educazione sul modo di rapportarsi con le varie componenti naturali, che bisogna imparare a conoscere e a rispettare. Nessun animale selvatico deve essere antropomorfizzato, riconoscendo che le vite di uomini e animali si possono intersecare nella condivisione dei territori e delle risorse, ma senza sovrapporsi. Mondi che devono restare separati, nei quali gli uomini devono imparare a entrare e uscire in punta di piedi. Con la consapevolezza che la cosa più importante non è vedere o farsi una foto con l’orso, ma riconoscere la sua importanza senza interferire, nei limiti del possibile, con la nostra presenza.

Occorre poi frammentare quelle barriere continue costituite dalle nostre infrastrutture: strade e ferrovie non devono diventare ostacoli pericolosi e insormontabili. Occorre costruire corridoi ecologici, sottopassi, ponti e strutture idonee che consentano agli animali di potersi spostare senza essere costretti ad attraversare strade e autostrade. In Italia se ne parla da decenni ma la loro realizzazione resta sempre ferma al palo, mentre si continuano a teorizzare di opere faraoniche inutili e dannose, come il ponte sulla Stretto di Messina.

Impariamo ad avere coscienza delle nostre azioni, con la consapevolezza di poter creare grandi problemi alla biodiversità

L’orso marsicano è una sottospecie unica, un patrimonio importante costituito da poche decine di esemplari che devo essere considerati preziosi. Perdere un orso, anche un solo orso, rappresenta un enorme danno fatto alla biodiversità, considerando che proprio gli orsi sono considerati una specie ombrello fondamentale per il mantenimento dell’equilibrio naturale. Difendere gli animali selvatici parte dall’avere comportamenti responsabili: guidare con attenzione e moderando la velocità specie di notte, non alimentando gli animali grazie anche a una corretta gestione dei rifiuti. Ma anche tenendo i cani sempre al guinzaglio quando si fanno escursioni in natura, senza inseguire mai gli animali per fare una foto.

Cerchiamo di veicolare solo informazioni corrette, diffondiamo le buone pratiche come quella di non alimentare e non interagire con i selvatici. Chiediamo ai politici che votiamo di attivarsi per la costruzione dei corridoi ecologici, per dare maggiori risorse in uomini e mezzi alle aree protette. Cerchiamo di essere tutti una componente attiva per la difesa dell’ambiente e di tutte le forme di vita, non fermiamoci a considerare solo gli animali “simpatici”. Ogni essere vivente è importante, ogni organismo ha un suo posto nella natura, anche se spesso non siamo in grado di conoscere quale sia.

Juan Carrito è diventato un simbolo che resterà nel cuore di tutti le persone che si sono in qualche modo occupate di lui. Non lasciamolo diventare un’icona vuota e priva di contenuti, ma trasformiamolo in un animale che è stato capace di indicarci i nostri errori, di insegnarci che non c’è amore senza rispetto e che ogni animale ha caratteristiche uniche e inimitabili. Non esistono animali buoni o cattivi, mentre esistono individui profondamente diversi fra loro, per carattere e comportamento, proprio come lo siamo noi, senza però avere fini diversi che non siano il perseguimento della propria esistenza e della perpetuazione della specie.

Polli e marketing, le bugie della pubblicità sugli allevamenti intensivi

polli marketing bugie pubblicità

Polli e marketing, le bugie della pubblicità alle quali non bisogna credere, come ha dimostrato l’inchiesta di Giulia Innocenzi trasmessa da Report. Scelta per quale occorre sottolineare la correttezza della RAI, che nonostante la Fileni sia un investitore importante, non ha censurato l’inchiesta sull’azienda. Una delle più importanti realtà fra i produttori italiani di polli destinati al consumo, impietosamente messa sotto accusa dalla trasmissione di Sigfrido Ranucci. Chi invece ne esce con le ossa rotte sono purtroppo i polli, ma anche l’azienda e gli organismi di controllo della sanità pubblica.

Il caso di Fileni è solo l’ultimo anello di una lunga catena di abusi che si verificano negli allevamenti intensivi, dove non si parla di singoli episodi di maltrattamento ma di azioni sistematiche. Non episodi di crudeltà costituiti da abusi dei singoli lavoratori, ma decisioni che dipendono dalle catene di comando di queste industrie della carne. Realtà economiche che possono permettersi anche di non rispettare la legge a causa di controlli poco efficaci, di un sistema che tollera anche permanenti carenze strutturali. Ben evidenziate da Report nell’inchiesta che presto diventerà materiale per l’intervento di qualche Procura.

Non bisogna pensare che siano solo i polli o solo Fileni a creare problemi: la realtà sta nel processo produttivo da quando si è trasformato da attività agricola in fabbrica di proteine. Che per definizione deve essere a basso costo, per far fronte a competitor sempre più agguerriti nel dividersi un mercato nel quale la qualità vale commercialmente meno del prezzo, che deve essere basso. Così un pollo da carne impiega per passare da pulcino a spiedino solo 40 giorni, che non possono diventare di più perché i polli non sarebbero più capaci di stare in piedi. La causa? Un petto troppo pesante, molto richiesto dal mercato, che dopo i 40 giorni li farebbe crollare a terra.

Polli e marketing, le bugie della pubblicità, la falsità delle immagini e le operazioni di greenwashing

La pubblicità racconta di polli che vivono come quelli della foto che illustra l’articolo: un falso che non esiste in alcun allevamento intensivo, neppure in quelli bio. Aggravato da una normativa che consente a un produttore di fare pubblicità alla linea bio anche se questa rappresenta una piccola quota della produzione del marchio. In questo modo il consumatore associa quello che, purtroppo, viene considerato solo un prodotto a una bella vita serena, passata all’aria aperta. Una forzatura fatta per nascondere la realtà di sterminati capannoni dove ogni 40 giorni tutti gli animali vengono abbattuti in contemporanea, dopo una vita in condizioni orribili.

Guardando con attenzione le campagne pubblicitarie delle grandi aziende ci si rende conto che il marketing lavora intensamente per modificare la percezione del consumatore. Eliminando gli animali da contesti scomodi, che non li vedano vivere su verdi praterie, per esaltare il solo prodotto. In questo modo il consumatore è portato a farsi meno domande sulla vita dei polli, ma anche sulla qualità di quello che mette sulla tavola. Così, sempre grazie al marketing, finisce che un’azienda come Fileni riesca a diventare sponsor del Jovabeachtour di Lorenzo Cherubini alias Jovanotti. Oggetto di mille critiche dagli ambientalisti anche per questa scelta.

L’azienda Fileni difende il suo operato dicendo che è tutto regolare, fatto secondo normative, senza commettere irregolarità di sorta. Probabilmente la parola fine la scriverà un tribunale, ma a giudicare dall’imbarazzo dimostrato dalle autorità che dovevano controllare sembra proprio che molte cose non andassero per il verso giusto. Le parole hanno sempre un peso, ma le immagini pesano anche di più e sono state viste da milioni di persone. Così, ancora una volta, con l’industria della carne a basso costo finisce alla gogna anche una sanità pubblica che cerca di nascondersi dietro un dito. Quando non sarebbe sufficiente neanche una quinta teatrale a dissimulare uno spettacolo impietoso.

Contro gli allevamenti intensivi i primi a schierarsi sono i cittadini che non li vogliono a casa loro

Secondo la leggenda del mercato i residenti sono grati a chi gli impianta un’industria sotto casa, contribuendo a dare benessere alla comunità. Nella realtà invece le persone si schierano, contestano gli allevamenti, impugnano le autorizzazioni, denunciano le inadempienze, si lamentano per la puzza. Preoccupandosi anche per la loro salute perché secondo gli studi la più probabile nuova pandemia arriverà proprio da una mutazione dell’aviaria. E gli allevamenti intensivi che concentrano centinaia di migliaia di polli, in ambienti angusti, rappresentano il posto ideale per far prosperare i virus.

Jovanotti aveva definito chi lo criticava un eco terrorista, chissà che nel frattempo abbia avuto modo di fare qualche nuova riflessione. Dopo le inchieste di Sabrina Giannini per Indovina chi viene a cena, trasmissione messa in onda sempre dalla RAI, che si è battuta per denunciare quanto poco ecologico fosse il tour. Dopo la trasmissione di Report che ha dato un’immagine non proprio rassicurante del buono e bio! Del resto che un allevamento intensivo stia all’ambiente come Attila alla pace nel mondo è cosa nota. Che però ancora oggi qualcuno cerca di nascondere sotto un tappeto sempre più piccolo.

Difendere i diritti degli animali significa, anche, difendere i diritti dell’uomo perché se non si cambia il paradigma alimentare basato sulle proteine animali non se ne esce. Questa non è più, da tempo, un’esagerazione dei cosiddetti animalisti ma una preoccupazione, oramai diventa un vero e proprio allarme, dell’intero mondo scientifico. Specie quando non messo sotto contratto dalle aziende che ogni anno nel mondo allevano 25 miliardi di polli, tanto per dare un’idea del business.

Mastodon