Trasferito l’orso Juan Carrito lontano dai centri abitati, per cercare di salvarlo da un futuro incerto

trasferito orso Juan Carrito
Foto F.Lemma / PNALM

Trasferito l’orso Juan Carrito, portato in elicottero lontano dai centri abitati nella speranza di fargli cambiare comportamento e abitudini. Il giovane orso maschio, uno dei quattro figli dell’orsa Amarena, era diventato, negli ultimi tempi, un frequentatore abituale dei paesi della zona di Roccaraso. Una scelta fortunatamente non così comune fra gli orsi marsicani, in parte causato dall’essere figlio dell’orsa Amarena, l’orsa confidente più nota in Italia. Questa mattina presto l’animale è stato catturato, nella zona di Roccaraso ed è stato portato in una zona impervia del Parco.

Il tentativo mira a ottenere un radicale cambiamento delle abitudini del giovane orso. Sperando di risolvere quell’eccesso di confidenza indotto dagli uomini. Juan Carrito in passato è stato al centro di molte operazioni condotte dai Guardia Parco e dai Carabinieri Forestali. Messe in atto con lo scopo di rendere l’orso meno confidente nei confronti dell’uomo, dopo che era stato sorpreso in pollai e centri urbani, attirato dal cibo. Un comportamento in parte dovuto a quello della madre Amarena, in parte causato da curiosi e turisti che hanno braccato l’intera famiglia per un’intera estate, l’anno della sua nascita.

Tutti volevano fare una foto o un video di Amarena e di Juan Carrito con i fratelli, un comportamento irresponsabile che il Parco ha contrastato con ogni mezzo. Senza riuscire a evitare le conseguenze di questa vicinanza, che ha avuto il suo epilogo, prevedibile, nella cattura di questa mattina. Dopo diversi tentativi di dissuasione anche con l’uso di proiettili di gomma per portarlo a evitare i centri abitati. Senza ottenere il risultato auspicato. Fortunatamente gli altri tre figli dell’orsa Amarena non hanno seguito l’esempio del loro fratello, perché ogni orso ha la sua natura, proprio come succede per le persone.

Trasferito l’orso Juan Carrito dai dintorni di Roccaraso a una località impervia, per cercare di tenerlo lontano dai guai

Il cibo e l’assenza di timore per l’uomo sono i due principali fattori che stanno alla base di comportamenti non graditi, messi in atto dai plantigradi. Che anche se attuati in una regione da sempre tollerante nei confronti degli orsi e dei selvatici, rischiavano di creare situazioni di reciproco pericolo. L’ultima scorribanda che ha avuto quest’orso confidente come protagonista è stata, infatti, un’incursione in una pasticceria di Roccaraso. Episodio finito su tutti i social, che purtroppo non ha contribuito, come altri fatti, a educare le persone a un maggior rispetto verso gli orsi. Alla necessità di non invadere il loro territorio.

L’orso è diventato una star e le persone facevano qualsiasi cosa per cercare di poterlo avvicinare. Creando un danno che non si riesce a far comprendere, perché alla fine un orso confidente è destinato a essere spostato, catturato oppure ucciso. Proprio per colpa dei comportamenti umani, messi in atto senza preoccuparsi delle conseguenze. Per evitare il peggio è stato quindi necessario trasferire Juan Carrito in un’area impervia, per impedire che la sua presenza potesse alla fine portare a qualche episodio spiacevole. Mettendo in pericolo le persone e l’orso.

Roccaraso è una rinomata stazione sciistica, che per tutto l’inverno sarà affollata di turisti: una situazione incompatibile con la presenza dell’orso. Bisogna dire che la colpa tuttavia non è solo delle persone, ma anche delle amministrazioni come quella del Comune di Roccaraso, che non ha ancora messo in sicurezza i cassonetti dei rifiuti, creando una grande disponibilità che attira gli orsi nei centri urbani. Una replica davvero indesiderata di quanto da anni avviene in Trentino. Costituendo la causa scatenante che ha portato alla carcerazione permanente di M57, ma anche a quella del famoso orso M49/Papillon, che si era troppo avvicinato alle malghe dove erano stati lasciati rifiuti alimentari.

Stagione e luogo di traslocazione non sono ideali per garantire che Juam Carrito vada in letargo

Nel comunicato stampa è la stessa amministrazione del Parco, a cui bisogna dare atto di essere sempre molto trasparente, a giudicare non ideale la località di trasferimento. Giustificando però la scelta con necessità pratiche, probabilmente legate alla stagione fredda e anche amministrative, che impedivano il rilascio in Comuni esterni all’area protetta. Occorreva infatti sia spostare Juan Carrito rapidamente, che portarlo in una località dove la neve non fosse ancora troppo alta da impedirgli di trovare una tana in cui passare il periodo di letargo. In un territorio che doveva ricadere entro i confini del PNALM.

Il Parco ha affermato che in altre realtà nazionali o internazionali Juan Carrito sarebbe già stato catturato o abbattuto. Un fatto difficilmente contestabile, anche alla luce dei comportamenti trentini. Il PNALM invece ha sempre cercato di fare tutto il possibile per dissuadere l’orso ritenendolo un dovere, nel tentativo di evitare soluzioni estreme. Quello che appare certo è che, ancora una volta, siano i comportamenti errati di persone e amministrazioni a mettere in pericolo la vita degli animali. Per incuria o per un malinteso senso di amore verso gli orsi, per quanto riguarda le disponibilità alimentari, per stupido egoismo quando la motivazione è quella di volere un’immagine dell’orso.

Juan Carrito sarà monitorato nel periodo invernale da parte degli uomini del Parco, che cercheranno di assicurarsi che l’orso sia in buone condizioni. Un aiuto in questo senso verrà dal radiocollare indossato dal plantigrado, che fornirà costanti segnali sulla sua posizione. Nella speranza non solo che possa avere un buon letargo, ma anche che non ritorni rapidamente nella zona di Roccaraso. Bisogna ricordare che in una sola notte un orso è in grado di percorrere decine di chilometri e che gli animali scelgono dove vivere. Inconsapevoli del fatto che in questo caso una scelta sbagliata potrebbe rivelarsi fatale.

Se tenete alla salvezza dei selvatici non dategli da mangiare: il cibo rappresenta sempre una fonte di condizionamento

Lo sanno i cacciatori e ancora meglio i bracconieri, ma è un fatto ben noto anche agli etologi. Le disponibilità alimentari offerte dall’uomo, volontariamente o involontariamente, creano una dipendenza. Fanno abituare gli animali agli odori e alla presenza dell’uomo, diminuendo il naturale senso di timore nei confronti della nostra specie. Dal fornire cibo è nato il rapporto dei nostri antenati con il lupo, e da questo comportamento il cane nel corso di millenni è diventato il migliore amico dell’uomo.

Offrire cibo agli animali, in particolare ai predatori, li mette in pericolo, incrina la loro diffidenza, li avvicina a noi mettendoli in pericolo. Come è successo a Juan Carrito, ma anche come succede ogni giorno con le volpi, che hanno imparato a mendicare cibo dagli automobilisti. E che per questa ragione, per il loro restare in attesa delle macchine, molto spesso vengono investite, specie nelle ore notturne.

Lupus in bufala e il ministro Cingolani: una lettura interessante da consigliare a chi guida la transizione ecologica

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Lupus in bufala e il ministro Cingolani: un consiglio di lettura doveroso per un ministro che ha il dovere di parlare di ciò che conosce. Ancora una volta, infatti, la percezione è di un tecnocrate con le idee poco chiare sulla gestione ambientale. Tanto da portarlo a far sue le idee di molti agricoltori, che vorrebbero una drastica riduzione della popolazione lupina. Il ministro ha detto in un question time in parlamento che, a patto di tutelare la conservazione della specie, gli abbattimenti sono uno strumento che può essere considerato.

E qui entra in gioco il piccolo ma esaustivo manuale dal titolo geniale: l’uso dell’anagramma di fabula, che diventa bufala rende Lupus in bufala subito simpatico. Un gioco di parole per far capire quanto le informazioni che circolano sui lupi siano troppo spesso false, alterate, distorte. In fondo è un argomento facile da cavalcare: nulla è visto, nell’immaginifico popolare, pericoloso e infido come un lupo. Una stupidaggine? Certo che si, ma “Cappuccetto Rosso” ha dispiegato i suoi effetti nefasti nella nostra (in)cultura e non solo.

La verità è talvolta così palese da non essere facile da credere, troppo semplicistica nella sua banale realtà. La bugia, la leggenda ha più fascino, attrae gli sprovveduti come il Polo Nord l’ago della bussola. Le leggende sul lupo, costruite ad arte talvolta dai cacciatori, altre volte dagli allevatori e altre volte da banale e crassa ignoranza sono difficili da smontare. Del resto se quasi il 6% dei nostri connazionali è convinto che la Terra sia piatta, come non credere a chi ha dice di aver visto gettare lupi dagli elicotteri? Però ci si aspetterebbe maggior rigore scientifico nell’affrontare l’argomento lupi da un ministro, che seppur in campi molto diversi da ambiente e biologia ha pur sempre una formazione scientifica.

Legga Lupus in bufala ministro Cingolani, cerchi di avere consapevolezza dei meccanismi naturali oltre che dei compiti del suo dicastero

I lupi non vanno abbattuti e gli agricoltori devono smettere di lagnarsi: non sono capaci di difendere il loro bestiame dalle predazioni? Cambino lavoro e questo non viene detto con disprezzo. Identico consiglio andrebbe dato al gioielliere che tiene una vetrina senza vetri blindati e non ha un allarme. Se fra gli uomini esistono i ladri, in natura esistono i predatori, con una grande differenza: i primi rubano per loro stessi, i secondi svolgono il ruolo che gli ha assegnato l’evoluzione. E se non fossero distratti da comportamenti sciocchi, rivolgerebbero le loro attenzioni agli ungulati selvatici e non alle pecore.

Vede, ministro Cingolani, il problema delle predazioni non si risolve abbattendo i lupi. E su questo come non rinnovare il consiglio di lettura: Lupus in bufala, alla pagina 19 precisamente, spiega che gli animali d’allevamento non sono la preda d’elezione del predatore. Questo cosa significa? Che il lupo li attacca perché sono indifesi, perché non ama perdere inutilmente energie e se trova una preda facile la predilige. Quindi, restassero anche solo la metà dei lupi, questo punto non cambierebbe di una virgola. I lupi non predano le pecore perché sono troppi, hanno fame oppure non hanno alternative alimentari per sopravvivere. Mettono in atto semplicemente il comportamento più intelligente e logico.

Il lupo si nutre principalmente di pecore e bestiame
FALSO
Altro mito da sfatare: non è vero che i lupi mangiano soprattutto le pecore. In Italia la dieta di un lupo è costituita per lo più da animali selvatici.
Il lupo è un predatore opportunista, che si adatta alle condizioni ambientali che trova e che si ciba delle specie più abbondanti, in genere scegliendo le prede più vulnerabili. Tra le sue prede ci sono anche gli animali domestici. Per difendere le greggi in territori in cui il lupo è presente è infatti necessario adottare strumenti di prevenzione, i più utilizzati sono le recinzioni elettrificate e i cani da guardiania.

Tratto da Lupus in bufala

La transizione ecologica deve passare attraverso la convivenza, aumentando la resilienza delle attività umane e dove occorre degli habitat

Ministro Cingolani lei, per il ruolo che ha scelto di ricoprire in scienza e coscienza, deve occuparsi di tutelare l’ambiente e tutte le forme di vita che sono necessarie per mantenerlo in equilibrio. Questo comporta avere consapevolezza che gestire per la natura occorre conoscerla. Solo in questo modo si può raggiungere la certezza che la gestione sia impossibile, perché l’uomo non è nemmeno lontanamente in grado di farlo. La miglior gestione possibile è quella di permettere alla natura di gestirsi da sola. Dividendo il mondo umano da quello naturale e comprendendo che le continue invasioni di campo ci estingueranno.

Quindi i ragionamenti sulla popolazione dei lupi e sulla necessità di sfoltirli li lasci ai cacciatori e alla componente peggiore del mondo agricolo. Ci sono infatti allevatori ministro, mi perdoni se glielo dico, che sono già da tempo un passo avanti a lei. Pensi che questi strani personaggi, che lei non conosce evidentemente, hanno avuto l’ardire di affermare che il lupo, come superpredatore è molto utile, perché tiene sotto controllo le popolazioni degli ungulati. So che con gli ambientalisti non ha un bel rapporto, del resto come non capirla visto che anche una giovane ragazza come Greta Thunberg l’ha presa a pesci in faccia, ma almeno ascolti gli allevatori.

Ministro purtroppo lei sta simpatico agli ambientalisti come i lupi ai cacciatori, inutile nasconderlo

Pensi che anche su questo argomento possiamo usare gli stessi concetti già utilizzati per cercare di spiegare l’inutilità di ucciderli. I cacciatori non si preoccupano degli animali sbranati al pascolo, ma hanno capito che se i lupi regolano le popolazioni di ungulati loro fanno una figuraccia. Rischiando che gli chiudano il luna park sotto casa, proprio quello che hanno riempito di cinghiali. Ecco gli ambientalisti hanno problematiche un po’ più nobili: sono convinti che con le sue idee la transizione ecologica di questo paese potrebbe restare incompiuta, sospesa.

Qualcuno pensa che lei sia in accordo con i poteri forti, con le lobbies che scorrazzano liberamente in questo paese come facevano i bisonti prima che arrivasse Buffalo Bill e i suoi accoliti nel nuovo mondo. Io non lo credo, e francamente non lo so. L’unica certezza che ho, certamente peccando di presunzione, è che lei abbia sbagliato ministero. Un particolare non da poco perché lei occupa una casella nevralgica per il nostro futuro, per l’ambiente, per una speranza che abbiamo sempre in fondo al cuore.

Perdoni il tono semiserio, ma se avessi usato soltanto un tono serio avrei rischiato di diventare scortese, ed è una cosa che normalmente detesto. Però rifletta sul problema provocato dai “troppi lupi”, un concetto che avrebbe fatto accapponare la pelle a Darwin. Legga con attenzione il materiale prodotto da Lifewolfalps.eu e il completo manuale per la buona informazione Lupus in bufala, così non cadrà più in considerazioni che rischiano di minare la sua reputazione di scienziato. Dia retta, ascolti la scienza, non assecondi le le leggende dei cacciatori.

Vogliono abbattere i gorilla negli zoo, sono troppi e non possono essere rimessi in libertà

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Vogliono abbattere i gorilla negli zoo perché sono troppi, difficili da gestire, costosi. Senza alcuna utilità per la conservazione, i gorilla di pianura presenti nelle strutture di cattività sembrano essere diventati solo uno stock da gestire. Almeno secondo indiscrezioni raccolte da The Guardian che pubblica un articolo su questo tema scottante. Non è la prima volta che gli zoo entrano nell’occhio del ciclone per la gestione disinvolta degli animali ospitati. Spesso abbattuti quando non sono in perfetta forma o sono troppi.

Un problema che coinvolge anche specie che si trovano in pericolo di estinzione, come i gorilla di pianura, ma che non possono comunque essere reimmessi in natura. Contrariamente a quanto si crede sono soltanto pochissimi i progetti che prevedono l’allevamento di animali per la loro reintroduzione negli habitat da cui provenivano, mentre molte sono le specie vulnerabili che queste strutture dicono di detenere a fini di conservazione. Una leggenda che però non corrisponde quasi mai alla realtà.

Questi animali custoditi negli zoo potrebbero, al massimo, costituire una banca genetica vivente. Bisognerebbe però riuscire a valutare quale sia il tasso di consanguineità. Gli animali ospitati negli zoo infatti sono spesso imparentati fra loro essendo il prodotto di riproduzioni controllate. Nascite che possono contare poco su un’utilità di arricchimento del patrimonio genetico della specie. Facendo così cadere anche l’ultimo baluardo che spesso viene usato per giustificare la cattività degli animali presenti in queste strutture.

Vogliono abbattere i gorilla dimostrando, ancora una volta, che gli zoo servono principalmente a far denaro

La conservazione deve essere fatta in natura, difendendo con le unghie e con i denti i territori che ospitano animali selvatici in pericolo. La drastica riduzione degli habitat, unita alle alterazioni ambientali, è la principale causa che porta all’estinzione di specie animali. I gorilla di pianura sono in pericolo da molto tempo, proprio per questo motivo. La popolazione della sottospecie di pianura risulta comunque essere meno a rischio di quella di montagna, tanto amata da Dian Fossey.

In merito alla necessità di abbattere i gorilla il quotidiano britannico pubblica un passaggio del documento dell’associazione degli zoo: “Il principale svantaggio di questa opzione è che è controversa in molti paesi e in alcuni illegale, in circostanze specifiche. Qualsiasi discussione sull’abbattimento può diventare rapidamente emotiva perché è facile provare empatia con i gorilla. Ciò comporta un alto rischio che una risposta emotiva da parte del pubblico e/o del personale e dei custodi dello zoo, catalizzata dai social media, infligga danni a zoo e acquari”.

Tratto dal documento dell’EAZA (l’associazione europea degli zoo) pubblicato da “The Guardian”

I gestori dei giardini zoologici sono quindi consapevoli dell’ostilità dell’opinione pubblica nei confronti di queste operazioni di sfoltimento programmato. Una gestione degli animali, e in particolare delle grandi scimmie antropomorfe, davvero poco rispettosa della loro dignità di esseri senzienti. Realtà che ci ricorda, se ancora ce ne fosse bisogno, come la stragrande maggioranza di queste strutture consideri gli animali come “prodotti da esposizione”, che servono principalmente per attrarre pubblico. Animali che devono essere in forma e in ottima salute per essere esposti al pubblico, un po’ come se si trattasse di un concorso di bellezza.

Le polemiche non servono ad allontanare definitivamente il pubblico da queste prigioni, che non assolvono più neanche a una funzione educativa

La cattività degli animali non dovrebbe più essere finalizzata a fini espositivi. Potrebbe trovare giustificazione solo in presenza di reali progetti di riproduzione, finalizzati a una reale possibilità di reintroduzione in un contesto libero. La vista di animali prigionieri, tenuti in condizioni molto diverse da quelle naturali, non educa al rispetto, non insegna nulla. In un mondo tecnologico in grado di realizzare documentari meravigliosi e, comunque, non quando vengono violati i presupposti etici che possano anche lontanamente giustificare la prigionia.

In Italia la legge impone agli zoo di svolgere attività di educazione e di conservazione, azioni che spesso vengono assolte solo in minima parte. Ogni zoo racconta sui siti che pubblicizzano le strutture il grande impegno profuso, ma spesso è più teorico che pratico. E’ tempo che sia fatta una reale valutazione scientifica sul rapporto costi/benefici di queste strutture, valutando la sofferenza che causano agli animali. Prendendo in considerazione anche il lato oscuro di queste attività, che solo sporadicamente arriva a essere rivelato al pubblico.

Gli zoo, ora diventati parchi faunistici, sono stati abili nel dare a queste strutture un aspetto estetico che allontana il visitatore dall’idea di prigionia. Creando ambienti che possano essere percepiti come ampi spazi nei quali gli animali vivono in condizioni di benessere. Facendo così scordare che il benessere di una specie selvatica sta nella possibilità di poter svolgere i propri comportamenti naturali. Quelli che l’etologia definisce come l’etogramma proprio di ogni specie. Purtroppo, invece, in cattività questi animali non riescono neppure a difendersi dalla noia mortale che comporta la loro condizione.

La pandemia dovrebbe averci insegnato l’importanza della condivisione, ma anche della separazione

Gli Stati devono fare tutto quanto nelle loro possibilità per conservare l’ambiente e migliorare i rapporti di convivenza con l’uomo. La costante invasione dei territori degli animali selvatici ha messo a rischio non solo la loro sopravvivenza, ma anche la nostra. La pandemia ci ha dimostrato la necessità di tenere rigidamente separati i nostri mondi, per rispettare le esigenze dell’ambiente. Ma anche per difendere la nostra salute dai virus con i quali la fauna convive da sempre e che sula nostra specie hanno effetti devastanti.

Rispettare l’ambiente naturale e tutti i suoi abitanti non umani si è rivelato un comportamento tanto irrinunciabile quanto intelligente. Il concetto oramai portante è quello di “One Health/Una salute”. Per attuarlo dobbiamo cambiare profondamente il nostro modo di rapportarci con il mondo naturale, unica possibile salvezza per poter davvero declinare il futuro per le giovani e le future generazioni umane.

Abbattere i mufloni dell’isola del Giglio è una crudeltà inutile, originata da un errore madornale

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Abbattere i mufloni dell’isola del Giglio è una crudeltà inutile che non trova giustificazione alcuna, nemmeno nel loro sovrannumero. Leggo su Repubblica un articolo di Luigi Boitani, noto biologo e divulgatore, che parla di operazione indispensabile e utile per la salvaguardia della biodiversità. Contrastata dalle paturnie degli animalisti che non capiscono che, in fondo, si sta parlando soltanto di una pecora, portata sull’isola e abbondantemente cacciata in tutta Italia. Affermazioni che sotto il profilo tecnico possono avere un fondamento, ma che sono prive di un valore etico.

Questi mufloni sono stati immessi sull’isola del Giglio per mettere in atto una scellerata operazione di salvaguardia della specie, quando caccia e bracconaggio l’avevano ridotta al lumicino. In Sardegna e in Corsica infatti i mufloni stavano scomparendo. Per questo circa settant’anni fa furono portati al Giglio alcuni esemplari. Per tutelare il ceppo originario e per metterli in sicurezza, senza considerare dimensioni dell’isola e assenza di predatori.

Inevitabilmente un ungulato di medie dimensioni, in un ambiente ristretto, senza avere antagonisti può dare luogo a problematiche. Legate alla sovrappopolazione e ai conseguenti danni da brucamento. Una realtà che difficilmente può essere contestabile: troppi erbivori senza antagonisti possono diventare una fonte di squilibri. Ma la soluzione appare peggiore del danno. Ancora una volta l’idea è quella di far scendere in campo i cacciatori, per abbattere tutti i mufloni. Un’operazione che tecnicamente si chiama eradicazione e che può avere successo solo in un contesto ridotto e chiuso come un’isola.

Abbattere i mufloni del Giglio è il fallimento della gestione faunistica, non un’operazione di salvaguardia della biodiversità

Pur essendo vero che il muflone sia specie cacciabile e cacciata, l’eradicazione della popolazione del Giglio può piacere solo a quella parte di scienza che definirei “letale”. Quella che non tiene conto degli errori commessi, che non si pente mai di fronte a stupidaggini colossali e che nemmeno cerca di porvi rimedio in modo etico. La scienza che è ancora convinta che la fauna, alloctona o autoctona, si possa gestire solo a fucilate. Continuando a veicolare il messaggio di un uomo padrone della natura che risulta davvero intollerabile. Oggi più che mai.

I mufloni non andavano portati al Giglio e successivamente, al crescere del numero e al momento dello scampato pericolo di estinzione, andavano controllati numericamente in modo incruento. Operazione logica e fattibile proprio in un contesto insulare, in una piccola isola dell’arcipelago toscano. Senza necessità di farla diventare il luna park dei cacciatori, pomposamente chiamati selecontrollori. Sarebbe stato sufficiente confinarli, sterilizzarli o catturarli e portarli altrove. Senza bisogno di abbatterli per divertimento, perché poi alla fine di questo si tratta.

Un’idea, quella della loro salvaguardia, che è sposata da un’altra parte della scienza, come ricorda Franco Tassi, storico presidente del Parco d’Abruzzo. Che non accetta che tutto possa essere risolto a colpi di fucile. Il messaggio che passa ora è quello di un Parco, quello dell’Arcipelago Toscano, che decide per l’eradicazione cruenta dei mufloni, non cerca alternative e in anni non è riuscito a fare di meglio che pianificare questo tipo di soluzione.

La gestione faunistica è complessa per le tante variabili, ma la gestione su base venatoria è una fallimentare certezza, provata dai fatti

Risulta facile prevedere che l’operazione dell’eradicazione dei mufloni al Giglio sarà un successo. In un piccolo contesto annegato in mezzo al mare appare evidente che si possa arrivare a uccidere tutti i mufloni presenti. Un’operazione che sarà utile per dar forza alle operazioni di eradicazione, che possono funzionare solo su popolazioni molto piccole o in ambiti molto circoscritti come le isole. In realtà più ampie si continua a parlare di eradicazione, ma in realtà meglio sarebbe definirlo solo un momentaneo contenimento.

Un’altra inesattezza, non di poco conto, è quella di parlare di selecontrollo: non c’è selezione se l’obiettivo e l’annientamento. La pur fallimentare caccia di selezione qui non ha applicazione, perché si parla di terminare una popolazione di ungulati, in via definitiva. Quello che è veramente inaccettabile è la mancata attenzione preventiva rispetto all’insorgenza dei possibili problemi. Lo abbiamo fatto importando pappagalli e nutrie, gamberi della Louisiana e tartarughe della Florida, per non parlare di cinghiali balcanici e scoiattoli grigi. Noi creiamo il problema, noi siamo l’origine degli squilibri, che però poi non sappiamo risolvere.

Non rende più scusabile l’errore sostenere, come scrive Boitani, che in fondo si tratta “solo” di pecore selvatiche. Non risolve l’errore e non cambia il metodo che abbiamo nell’approcciare questi problemi. Scientificamente è provato che non riusciamo ad avere modelli di gestione efficaci fatti a suon di fucilate, eppure insistiamo nel raccontare che questo è l’unico sistema. Senza ammettere mai di aver commesso degli errori. Senza avere rispetto e senza capacità di insegnarlo, fatto ancora più grave.


AGGIORNAMENTO DEL 02/12/2021

I mufloni del parco non saranno più abbattuti ma catturati e trasferiti altrove. Una notizia positiva, seppur tardiva perché arrivata dopo l’abbattimento di diversi animali. Volendo usare un pizzico d’ironia viene voglia di dire “beati gli ultimi…”, ma certo non basta a rendere accettabile la cosa.

Troppi animali prigionieri nelle case degli italiani: un mercato che cresce in parallelo alla sofferenza

troppi animali prigionieri case

Troppi animali prigionieri nelle case degli italiani, una presenza sempre più numerosa e cresciuta durante la pandemia. Il mercato degli animali da compagnia, definizione che già dice molto sulla connotazione della relazione, muove molti interessi e fiumi di denaro, Come viene evidenziato dal rapporto di Assalco (Associazione Nazionale tra le Imprese per l’Alimentazione e la Cura degli Animali da Compagnia) presentato durante Zoomark 2021. La fotografia del settore, valutata sotto il profilo economico, è sorprendentemente positiva. Nonostante la crisi economica del periodo.

Cani falchi tigri e trafficanti

Il fatturato degli alimenti per cani e gatti ha prodotto un balzo del 6,4% nell’anno nei dodici mesi sino al giugno 2021. Con un valore complessivo di questo segmento di 2,3 miliardi di euro. Una cifra davvero considerevole. Ma oltre alle cifre che riguardano le due specie, cane e gatto, con le quali riusciamo a condividere al meglio le nostre vite c’è dell’altro. Il mercato degli animali da compagnia va oltre a cani e gatti, che complessivamente risultano essere poco più di 16 milioni. Ma pur rappresentando una presenza significativa sono di fatto una minoranza: il numero complessivo degli animali presenti nelle case italiane, infatti, supera i 62 milioni di unità.

Questa cifra attesta che la popolazione dei pet ha superato quella umana nel nostro paese. Scomposta racconta che ci sono 29,9 milioni di pesci e 12,9 milioni di uccelli, animali che vivono rinchiusi in contenitori e gabbie più o meno accettabili. Seguono quasi 2 milioni di piccoli mammiferi e poco meno di un milione e mezzo di rettili. Questo porta a quasi 47 milioni il numero di animali, diversi da cani e gatti, prigionieri, con ridotte interazioni con l’uomo, costretti a trascorrere una vita povera di stimoli. Condotta quasi sempre senza possibilità di mettere in comportamenti specie specifici.

Gli animali prigionieri nelle case sopravvivono senza controlli su loro benessere, spesso amati ma non rispettati per la loro natura

Questi numeri rappresentano vite, molte allevate per questo scopo, altre catturate in natura, altre ancora provenienti da traffici illegali. Numeri che sono solo stime per difetto, basate su indagini statistiche. Si tratta di animali che possono avere un’esistenza molto breve, a causa delle condizioni in cui vengono tenuti, oppure molto lunga, grazie alla loro resistenza alle avversità che la cattività impone. Nonostante si parli molto di diritti degli animali quelli che sono imprigionati nelle case sembrano averne meno degli altri. Come se l’essere tenuti da persone che credono di essere amanti degli animali potesse rendere meno grave la prigionia.

Ci si indigna per i cacciatori, che con una fucilata spengono un volo, o contro il bracconiere che uccide un animale protetto ma si parla davvero poco di questi milioni di uccelli tenuti in gabbia, privati della possibilità di compiere l’azione più naturale come il volo. Poche persone si fermano a riflettere sulla sofferenza che viene causata a un petauro dello zucchero, solo per il piacere di tenerlo nelle nostre case. I concetti sfumano, le attenzioni perdono intensità, così tanto che poche sono le campagne informative per contrastare la cattività.

Questa sofferenza muta non genera quasi mai proteste, non stimola grandi dibattiti sull’argomento. Come se tenere un uccello legato a un trespolo o un criceto in una gabbia minuscola fosse cosa normale, assimilata dalla nostra cultura, giustificata dal rapporto univoco che giustifica la cattività. Che non può trovare giustificazione nel rapporto, che si crea, sufficiente o meno che sia al benessere. La prevaricazione avviene nel momento in cui un animale, non domestico o come viene definito oggi “non convenzionale”, viene acquistato.

Il fatto che vendere animali sia lecito non comporta che la detenzione sia etica, quando non rispetta le necessità etologiche di un animale

Vendere pappagalli è lecito, come lo è per i criceti, i petauri, le genette e i pesci rossi. Lo stesso vale per bradipi, falchi e civette, cavie, gerbilli e perfino per le volpi volanti. A patto che abbiano i documenti, se si tratta di specie protette, che attestino che il loro commercio non incrementa il rischio di estinzione. Eticamente trovo che sia riprovevole comprare un animale, in particolare un animale non domestico e che lo sia ancora di più quando lo facciamo sapendo che limiteremo la sua natura. Un uccello che non possa volare è come, se non peggio, di un cane che vive alla catena.

Si parla di allevamenti intensivi, della sofferenza degli animali che li popolano. Certo provando meno empatia, per ragioni complesse, di quanta non ne ispirino cani e gatti. Questo magari può non portare a scelte di cambiamento delle abitudini alimentari, ma insinua almeno il dubbio sulla correttezza dei comportamenti. Poche volte invece sentirete alzarsi una voce per la sofferenza di un criceto o per la tristissima vita di un pesce rosso. Per non parlare di quella noiosissima a cui obblighiamo un canarino. Solo per egoismo, per il piacere, appunto, di avere un animale che fa compagnia.

“Nell’anno dell’emergenza sanitaria la relazione con i pet ha acquisito ancora più valore. Gli animali d’affezione sono membri delle famiglie in cui vivono e danno tanto ai loro proprietari che, a loro volta, sono particolarmente attenti alla loro alimentazione e alla loro salute. In tempo di pandemia, gli italiani hanno apprezzato ancora di più il grande valore degli animali da compagnia, che in alcuni casi si è rivelato essere l’unico contatto fisico possibile, interagendo maggiormente con i propri pet e volendoli gratificare con alimenti e accessori studiati apposta per le loro esigenze.”

Dichiarazione di Gianmarco Ferrari, presidente di Assalco, estrapolata dal comunicato stampa di presentazione del rapporto 2021

Il rispetto verso gli animali nasce dal riconoscimento della loro unicità e dalla comprensione della qualità di esseri senzienti

Iniziando a guardare gli animali con occhi diversi, cercando di comprendere i loro bisogni, conoscendo i comportamenti che avrebbero in natura si arriva presto a capire che il vero amore si concretizza decidendo di non averne. Una realtà che appare ancora molto lontana, lo dicono i numeri, sulla quale bisognerebbe investire con campagne informative, che aiutino a comprendere meglio necessità e diritti. Un tema questo che incontra molti ostacoli nell’essere diffuso, dagli interessi economici alla soddisfazione dei bisogni dei padroni, ma che dovrà trovare ascolto.

Costringere animali non domestici a vivere nelle nostre case non è un atto di amore. In alcuni casi dovrebbe essere considerato un vero e proprio maltrattamento, perseguito dalle leggi. L’articolo 727 del Codice Penale parla di “detenzione di animali in condizioni incompatibili con le la loro natura e produttive di gravi sofferenze: qualcuno conosce una sofferenza maggiore per un uccello di quella di non poter volare? Nemmeno la morte può essere peggio di una vita terrena, per chi è nato per essere padrone del cielo.