Una società sempre più indifferente verso i diritti

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Una società sempre più indifferente verso i diritti calpestati non è una garanzia per il nostro futuro. L’assuefazione è un’abitudine contratta in modo definitivo secondo il dizionario. Su questo “definitivo” sarebbe opportuno riflettere, per avere la miglior chiave di lettura di un pericolo incombente. Senza catastrofismi, senza grida di manzoniana memoria, ma con quell’intelligente spirito di osservazione che una società dovrebbe possedere per difendersi da derive pericolose. Come il ritenere “normale”, quasi un inevitabile segno dei tempi, questa violenza che trabocca ogni giorno dalle cronache.

Studiando la violenza sugli animali si conosce un fenomeno di abituazione, che porta a usare violenza sugli animali come fattore desensibilizzante. Un modo per avvicinarsi alla violenza delle azioni, staccandole dall’emotività che cresce sempre più quando da altre specie si compie il salto alla nostra. In effetti la gravità della violenza non cambia, le azioni restano sempre crudeli, cambia solo l’aspetto della sensibilità: l’animale umano è diverso dall’animale, è altro rispetto al noi.

Una sorta di logica di guerra, dove le persone con un’altra divisa non sono più uomini ma si trasformano in nemici che quindi, per definizione, sono privi di umanità. Un percorso mentalmente pericoloso, dove il trainer molte volte è l’informazione, quella che dovrebbe separare i fatti dalle opinioni, ma che così inonda le case di violenza senza riflessione. Mentre altre volte è più subdola ancora, quando in modo suadente tende a normalizzare i contesti negativi, la violenza anche solo verbale. Non disturba certo chi la “guarda”, ma è come appoggiare dei tarli su un cassettone pregiato: il danno non è immediato, non è percepibile ma ci sarà!

Una società sempre più indifferente verso i diritti

Una società sempre più indifferente grazie anche a una politica che un po’ anestetizza per giustificare, trovando anime ben disposte a credere. La normalità è molto più rassicurante del pericolo, ma spesso è molto più pericolosa del pericolo. Un gioco di parole, forse, ma nemmeno troppo. Ieri un bracciante agricolo è stato scaricato come se fosse un rifiuto: aveva un braccio tranciato, buttato dentro una cassetta, ed è stato scaricato davanti a casa, senza chiamare i soccorsi. Un gesto che fa rabbrividire, che urla alle coscienze. E invece neanche troppo, solo un urlo ancora soffocato!

Sui media si parla di morte sul lavoro, ma questo è un omicidio sul lavoro: una persona non è stata soccorsa, è stata scaricata di fronte a casa senza chiamare un’ambulanza, dopo che il datore di lavoro aveva preso i telefoni dei suoi compagni di sventura. Se questo fatto fosse accaduto su un animale sarebbe scoppiato, almeno a parole, l’inferno. Ma senza la normalizzazione della violenza altri sarebbero stati titoli e comportamenti. Per un fatto vergognoso, accaduto in modo vergognoso, su povera gente sfruttata, lavoratori immigrati senza contratto. Gli ultimi degli ultimi.

Normalmente mi occupo di violenza sugli animali, di maltrattamenti messi in atto contro gli animali. Comportamenti che spesso, troppo spesso, fanno rabbrividire e restano impuniti. In uno sto che difende i diritti a parole, ma che non mette in atto buone pratiche per difenderli davvero. Ma questo episodio, il modo in cui è stato affrontato mi ha fatto dire, ancora una volta, che stiamo incamminandoci sulla strada per diventare una brutta comunità. Quella che nel suo complesso è “socialmente responsabile” di come è morto Satnam Singh, una persona, un uomo.

Difendere i diritti di tutti gli esseri viventi è importante: i diritti sono le fondamenta su cui si costruisc e una casa comune

I diritti non possono variare a seconda del colore della pelle o del credo religioso, ma nemmeno a seconda della specie. Animali umani e non umani devono avere diritti considerati inalienabili e non possono essere oggetto di violazioni di quelli fondamentali su base economica. Questa deve essere ritenuto il punto di partenza per avere una collettività armonica. Questo non significa, a scanso di polemiche, che debba essere per forza una comunità vegana. Sicuramente deve essere una comunità rispettosa e attenta a non causare inutili sofferenze agli esseri viventi.

Credo che se non ci risveglieremo in fretta da questo torpore, se non riusciremo a far suonare l’allarme per cercare di bloccare questa deriva, non ci sarà un lieto fine. Dobbiamo pensare che in quella cassetta per la raccolta dei pomodori potrebbe finirci il braccio di ognuno di noi. Che tutti rischiamo di finire come Satnam Singh, che era un essere umano che si spaccava la schiena sotto il sole. Quando i diritti si riducono, quando gli animali sono “solo animali”, quando le persone sono “solo indiani, africani, bangladesi o siriani” abbiamo già perso qualcosa per strada. Qualcosa di valore, per il quale vale la pena di lottare per riportarlo a essere un principio fondante. Quello che una volta si poteva definire umanità e che ora appare sempre più una parola svuotasta dai valori reali!

Nature Restoration Law: depotenziata ma ora è legge europea

Nature Restoration Law

La Nature Restoration Law è stata depotenziata, ma ora è legge europea grazie al voto dell’Austria, che ha consentito il raggiungimento della maggioranza qualificata. Il percorso della nuova norma, molto più ambiziosa nella sua formulazione originale, è arrivato alla conclusione, nonostante le spinte contrarie di molti paese europei, fra i quali l’Italia. Più che un percorso l’iter legislativo di questa norma è stato una corsa a ostacoli. Grazie alle opposizioni del mondo agricolo che ha un grande potere sugli organi legislativi comunitari. Le attività lobbistiche di questo settore produttivo sono infatti capillari e decisamente invasive nelle scelte della politica.

La polarizzazione delle battaglie sui temi di tutela ambientale è stata una delle caratteristiche della campagna elettorale appena finita. Che mai come prima d’ora si è combattuta come scontro frontale fra progressisti e conservatori, anche nel tentativo, non riuscito, di arginare l’ultra destra. La sostanziale tenuta dell’asse centrista ha comunque consentito l’approvazione della norma, prima che avvenisse il rinnovo di tutte le cariche.

Entro il 2030 l’Europa si impegna a ripristinare, grazie a questa legge, almeno il 20% delle aree terrestri e marine degradate a causa dell’azione umana. Dovrà inoltre essere ripristinato almeno il 30% degli habitat che ricadono in zone già oggetto di tutela della rete Natura2000, l’importante network di habitat protetti che coinvolge l’intera UE. Un grande e importante impegno che solleva anche grandi interrogativi, non sugli obiettivi, sacrosanti, ma sulla reale volontà e possibilità di farlo. Una prima risposta a questo quesito sarà più chiara nei prossimi mesi, una volta chiarito il futuro assetto di parlamento e commissione.

La Nature Restoration Law, pur depotenziata, rappresenta l’unico obiettivo perseguibile per contrastare i cambiamenti climatici

Liberare i fiumi dagli invasi di cemento, aumentare la protezione del territorio, creare nuove superfici forestali sono solo alcuni degli obiettivi perseguiti dalla Nature Restoration Law. Traguardi indispensabili sia per il contrasto ai cambiamenti climatici che per tutelare la biodiversità, ma anche per garantire una maggior sicurezza alimentare. Obiettivi che dovrebbero essere universalmente condivisi, in particolar modo dai paesi a più alto reddito. Se questo non avviene è perché gli interessi economici si fondono con quelli politici, creando una barriera.

Questa barriera in Italia diviene facilmente visibile grazie alle posizioni ufficiali dell’attuale governo, che non ha mai fatto mistero di ritenere questi meccanismi di tutela pericolosi. Senza avere la volontà di mettere in rapporto costi e benefici, ma evidenziando soltanto l’impatto dei costi sulla nostra economia. Questa posizione semplifica la comunicazione, la rende facilmente comprensibile e rende permeabili a questi contenuti anche i meno informati. In sintesi il messaggio che passa è quello che l’attuale maggioranza difenda gli interessi nazionali, legittimi, contro quelli collettivi europei che danneggerebbero l’Italia.

La comunicazione governativa italiana diventa così cassa di risonanza per ignoranza e disinformazione, vendendo le posizioni governative come uno strumento di difesa degli interessi del nostro paese. L’obiettivo resta, sempre, quello di minimizzare i danni, parametrando tutto rispetto ai supposti vantaggi, garantiti però al solo settore produttivo. Dimenticando così di dare concretezza ai costi causati dalla mancata mitigazione dei cambiamenti climatici, che pur essendo tutti i giorni sotto gli occhi dei cittadini, spesso non sono messi in relazione diretta.

Il populismo ci vuole portare a ritenere i cambiamenti climatici meno rilevanti dell’economia, non evidenziando i costi generati

Alluvioni sempre più frequenti, innalzamenti delle temperature e lunghi periodi di siccità, come quella che sta colpendo la Sicilia in questo periodo, generano enormi costi. Un danno economico ben superiore rispetto alla contrazione di qualche punto nei ricavi di allevatori e agricoltori, solo per citare le due categorie più combattive contro la Nature Restoration Law.

Nel 2021 si sono registrati circa 43 miliardi di euro di danni (in Europa ndr) a causa di eventi idrologici, oltre a 1,7 miliardi per via di eventi meteorologici e a circa mezzo miliardo per eventi di tipo climatologico”. sostiene Openpolis, che prosegue affermando che si tratta di “perdite molto significative, che se messe in rapporto con la popolazione residente ammontano a 126 euro pro capite. Quasi 100 euro in più rispetto a quanto riportato nel 2020 e di gran lunga la cifra più elevata mai registrata nell’ultimo ventennio“. Costi che non generano alcun beneficio economico per i cittadini europei.

Un costo spalmato sulla collettività per garantire a quella parte di elettorato, molto riconoscente in termini elettorali, di poter mantenere uno status quo non più garantibile, per responsabilità nei confronti dei cittadini e delle future generazioni.

Per contro, secondo la Relazione della Commissione Europea al Parlamento Europeo la transizione verso un’economia circolare in Europa potrebbe richiedere investimenti di circa 750 euro pro capite all’anno fino al 2050, Risorse da non considerare a fondo perduto ma quale investimento capace di generare benefici economici netti per un valore fino a 1.800 euro pro capite all’anno, creando nuovi posti di lavoro e migliorando la qualità della vita.

Senza poter comunque dimenticare che i cambiamenti, per diventare effettivi, hanno necessità di tempi lunghi e talvolta lunghissimi. Tempi che potremmo anche non avere!

Tempo da lupi in Europa e tempi duri per i lupi europei

Tempo da lupi in Europa

Tempo da lupi in Europa e tempi duri, probabilmente durissimi, per i grandi carnivori del continente. Ancora non si sa nulla di quali saranno le possibili alleanze sullo schacchiere, ma quello che appare come una certezza è che le elezioni hanno premiato le destre. Quella parte politica che, da sempre, trova il suo grande bacino elettotrale fra cacciatori, allevatori e nella parte meno aperta al cambiamento degli agricoltori. Un dato, quello che esce dalle urne, che sposterà gli equilibri e che darà maggior forza alle forze politiche conservatrici.

Il primo partito come sempre, da troppo tempo, è quello dell’astensione, che rappresenta il 50% degli aventi diritto al voto. Un partito che non ha bisogno di fare campagna elettorale, anche perchè vince sempre a mani basse. Un partito che oramai ha occupato l’intero territorio (o quasi) della comunità europea, ferendo gravemente la democrazia ma senza bisogno di sparare un solo colpo. Questa coalizione silenziosa è stata alimentata con un prodotto che costa pochissimo, ma rende moltissimo: la sfiducia. Quella che provano i cittadini che decidono di non usare il loro diritto più importante perché sono convinti che tanto nulla cambi.

La metà della popolazione europea ritiene inutile esercitare il diritto di voto. Appare chiaro come questo sia il classico cane che si morde la coda: il mio voto nulla può cambiare, quindi non regalo alla politica il mio tempo, che però poi sarà proprio la politica a decidere come sarà speso. Un volano che alimenta l’allontanamento delle persone dalla democrazia, rallentando quando non impedendo il progresso, anche culturale, di un intero continente.

Tempo da lupi in Europa, atteso ma non per questo meno pericoloso per ambiente e società

In Italia sono mesi che stiamo assistendo alle grandi manovre per cercare di impastoiare il cambiamento, per rallentare il green deal e per non impensierire il mondo agricolo. Abbiamo visto usare strumenti legislativi, come i decreti legge, con grande disinvoltura durante la campagna elettorale, con preoccupante noncuranza dell’opinione pubblica. Se non fosse per gli allarmi poco ascoltati lanciati da molte, abitualmente persone definite “Cassandre ambientaliste”, categoria alla quale mi onoro di appartenere. Allarmi che non hanno però convinto quel 50% di aventi diritto che si è astenuto a imboccare la strada dei seggi.

Nel nostro paese la destra di governo, quella che vorrebbe una drastica riduzione dei predatori seguendo motivazioni risibili, ha decisamente vinto. Quindi se già in costanza di campagna elettorale calpestavano le regole si può immaginare cosa succederà ora. Nel momento in cui anche la Commissione Europea virerà probabilmente verso destra, strizzando l’occhiolino alle componenti sovraniste. Del resto, sui predatori, già prima delle elezioni l’attuale presidente della Commissione si era già espressa a favore di un declassamento dello status di protezione del lupo.

In Italia abbiamo assistito a una campagna elettorale durante la quale gli abbattimenti di orsi e lupi sono stati un focus importante. Uccisioni promosse spesso da rozzi candidati davvero poco preoccupanti, ma anche da cariche di peso del governo, come il ministro Lollobrigida.

“La Commissione UE decide di ascoltare le richieste dell’Italia sulla protezione del lupo, promossa anche da ordini del giorno approvati dal Parlamento Italiano. Cambiare lo status, facendolo passare da ‘strettamente protetto’ a ‘protetto’, come proposto oggi dal presidente Ursula von der Leyen, è auspicabile e doveroso per garantire la sopravvivenza di altre specie messe a rischio dalla eccessiva proliferazione di questo animale. In sede europea, la nostra Nazione è stata la prima a chiedere la revisione, sulla base di dati scientifici, della direttiva Habitat per una gestione sostenibile ed efficace della fauna selvatica, sulla base di dati scientifici e non fondata su pregiudizi ideologici. Il ruolo dell’uomo deve essere di bioregolatore aiutando le specie in difficoltà e limitando lo sviluppo eccessivo di altre”

Così il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida sulle pagine del MASAF

Il rischio è quello di rallentare la transizione verde a livello del continente europeo

Ora vedremo quale sarà il prezzo da pagare dopo queste elezioni, in termini ambientali e di contrasto ai cambiamenti climatici. Il timore oggi è che questo riassestamento dell’Europa porti a una variazione delle politiche green, che già si sono dimostrate inefficaci, in quanto tardive, per contrastare la crisi attuale. Essendo finito il tempo dei proclami elettorali ora si deve arrivare a quello delle azioni, che dimostreranno in che direzione vorrà andare l’Europa nei prossimi anni.

In queste elezioni i candidati green sono stati davvero molto poco presenti. Una colpa che credo vada ripartita fra tutti i player che giocano al tavolo della tutela ambientale e della difesa dei diritti degli animali. La sconfitta è confermata, anche, dalla mancata elezione dei pochi candidati credibili dell’area ambientalista/animalista. Unica consolazione la mancata elezione di personaggi riciclati e dubbi e il restare al palo del Partito Animalista. Resta la certezza che, ancora una volta certi temi non siano in grado di attrarre elettori e su questo bisognerebbe aprire delle profonde riflessioni.

Lo dimostra anche l’ottimo risultato di Alleanza Verdi Sinistra, che però a dispetto del nome ha schierato come candidati di bandiera due persone che poco c’entrano con ambiente e animali. Ilaria Salis e Mimmo Lucano hanno sicuramente raccolto moltissime preferenze ma, forse, non hanno attratto gli elettori della parte maggiormente attenta alle tematiche verdi. In futuro servirà avere maggior credibilità e autorevolezza, con la creazione di un movimento d’opinionea davvero capace di attrarre la parte migliore di quanti sono interessati alla tutela dei diritti degli animali e della difesa dell’ambiente.

Votare per ambiente e animali in Europa, un dovere che guarda al futuro

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Votare per ambiente e animali in Europa, un dovere che guarda al futuro, ai diritti dei bambini di oggi. L‘Europa nei prossimi anni sarà centrale per le politiche ambientali e nelle scelte che riguardano un numero sempre più grande di stati. Queste elezioni costituiranno uno spartiacque fra presente e futuro e saranno proprio i prossimi cinque anni a fare la differenza. Questo voto stabilirà se ci sarà un’Europa attenta all’ambiente e al ripristino dei territori oppure vincerà una visione con soltanto l’economia al centro, priva di visione di lungo periodo.

Un momento, quello che viviamo, denso di problematiche su tanti, troppi argomenti. Un periodo in cui il mondo pare essere in bilico fra salvezza e baratro, come forse mai prima, con una consapevolezza che spesso sembra assente. Con i cittadini sempre più delusi e distaccati dalla politica, senza capacità di ritrovare la voglia di partecipazione. Eppure non si può vincere da soli, non si possono ottenere risultati senza sentirsi una comunità, senza provare il bisogno di essere una parte della società.

L’Europa nei prossimi anni sarà il centro delle politiche di agricole e di tutela ambientale, di scelte che dovranno arrivare a intercettare il futuro, ben oltre ai confini di ogni singola nazione. Questa però non è la sola considerazione che rende importanti, anzi strategiche, le prossime elezioni: abbiamo bisogno di allontanare lo spettro di un’Europa con meno diritti, senza visione di lungo periodo, non in grado di essere realmente una nazione.


VUOI SAPERE CHI VOTARE?


Votare per ambiente e animali in Europa, per sconfiggere le politiche di corto periodo

La scelta di andare a votare, rompendo il trend di costante crescita dell’astensione, sarebbe un segnale anche per il governo del nostro paese. Un esecutivo che non sta facendo politiche utili al cambiamento di rotta, a una maggior difesa dell’ambiente e degli animali selvatici. Andare a votare significa anche sbarrare la via a chi vorrebbe cacciare tutto l’anno, aumentando il numero delle specie che si possono abbattere e riducendo i controlli. Il voto non è solo per l’Europa, ma anche per dire a chiare lettere che la maggioranza degli italiani non vuole trasformare l’economia in un’arma spianata contro l’ambiente.

L’astensionismo non è un voto di protesta, l’astensione si traduce nel disinteresse per il futuro dell’Italia e per le scelte che l’Europa prenderà nei prossimi cinque anni. Cinque anni che saranno fondamentali per arrivare a un cambiamento, per mantenere la promessa di tutelare almeno un terzo del territorio. Per dare concretezza a politiche che superino la visione nazionale, ma che siano pensate e attuate nell’interesse di tutti i cittadini europei.

Difendere l’ambiente e concretizzare scelte di salvaguardia avrà un costo al quale tutti dovremmo far fronte. Questa è una realtà ineludibile, spesso usata come spauracchio nei confronti dell’opinione pubblica, alla quale però si mente con costanza. Le scelte di tutela ambientale dell’Europa sono sempre sotto il tiro di questo governo per i loro costi, dimenticando di dire quanto siano costati i disastri ambientali causati dai cambiamenti climatici. Una visione miope che porta a ostacolare perfino la transizione verso scelte alimentari più sostenibili.

La tutela ambientale e la riduzione delle emissioni non sono opzioni su cui poter scegliere, ma obblighi da attuare

Il tempo delle scelte si è esaurito e non si può più nascondere la realtà, non è più tempo di difendere comportamenti che sono diventati indifendibili. Se prima ridurre il consumo di carne e di suolo era una questione che riguardava aspetti etici ora è diventata una scelta non più rimandabile. Non è tollerabile che il ministro dell’agricoltura Lollobrigida si metta di traverso per bloccare la carne coltivata, dimostrando così di avere a cuore più gli interessi dei suoi elettori che non la collettività.

Abbiamo bisogno di un’Europa forte, in grado di contrastare le scelte egoistiche dei singoli stati, nel nome di un superiore interesse europeo. Capace di ricordare che le democrazie occidentali, seppur con declinazioni diverse, hanno fatto scelte rispettose dei diritti dei cittadini e delle minoranze. Valori che non sono negoziabili e che devono costituire la chiave di volta delle future scelte politiche. Motivo per il quale occorre un parlamento europeo dove l’estrema destra non sia maggioranza.

I partiti di governo in Italia hanno dimostrato fin troppe volte il loro disinteresse, quando non la manifesta ostilità, verso le questioni ambientali. Introducendo reati contro chi manifesta, utilizzando in modo strumentale le forze di polizia, agevolando i cacciatori e la parte peggiore del mondo agricolo. Usando due pesi e due misure per contrastare le proteste dei trattori e quelle degli ambientalisti. Creando una deriva autoritaria che sta diventando preoccupante, un ostacolo al nostro futuro e allo sviluppo. Per queste ragioni andare a votare è un dovere e non soltanto un diritto! Per riprenderci un paese costituito da cittadini e per non creare un regno di sudditi.

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Trentino: cucciolo d’orso non soccorso muore e scoppiano nuove polemiche

Trentino cucciolo orso non soccorso
Foto generata da IA – Rappresenta una simulazione

Trentino: cucciolo d’orso non soccorso muore e scoppiano nuove polemiche per il mancato aiuto al plantigrado da parte della Forestale Regionale. L’animale aveva stranamente il mantello bianco e era stato già avvistato in precedenza. Sino a quando, il 12 maggio, viene visto da due escursionisti che chiamano la Forestale. Al di là della stranezza del colore, un mantello chiarissimo, l’orsetto sembrava essere in cattive condizioni di salute, come ammesso dallo stesso dirigente del Servizio Foreste della PAT, Giovanni Giovannini, al giornale “ilT”.

«Abbiamo ricevuto la segnalazione e ci siamo portati sul posto – spiega Giovannini – La priorità numero uno rimane quella di garantire la sicurezza delle persone e degli operatori». Per questo i contatti con il cucciolo, spiega il dirigente, devono essere tenuti al minimo. Il rischio che la madre fosse nei paraggi, e che potesse reagire in maniera aggressiva, è era alto. «Il cucciolo si trovava sulla strada. Gli operatori hanno provveduto a spostarlo e poi è stato fatto un presidio fino a tarda sera per controllare che non passassero altri escursionisti».

Quotidiano “IL T” – Edizione online del 25/05/2024

Secondo quanto riportato dal quotidiano le due persone che lo avevano segnalato hanno dichiarato che l’animale fosse fermo. Riverso su un fianco, come appare in una foto pubblicata dal giornale, con già delle mosche sul mantello. Chiari segnali di uno stato di salute gravemente compromesso, che apre la strada a due possibili scenari: non inteferenza o soccorso. I forestali trentini hanno scelto la prima strada e il cucciolo è morto, un evento naturale normale, che però per le sue modalità apre la strada a non poche congetture.

Se in Trentino un cucciolo d’orso muore, “sotto gli occhi dei Forestali”, le polemiche sono scontate

Il cucciolo sta male, tanto che gli operatori della Forestale lo spostano senza problemi per toglierlo dalla sentiero, preoccupati che possa arrivare la madre. Chiudono la strada fino a notte e poi se ne vanno, senza far intervenire un veterinario, senza fare nulla che possa alleviare le sofferenze dell’orso. Seguendo un principio di non interferenza che li porterebbe a non agire, per non far correre rischi al cucciolo. Una versione che qualche perplessità la solleva anche guardando il fatto senza pregiudizi.

Il punto ruota intorno proprio al principio di non interferenza: è lecito vedere un animale in gravissime condizioni e non soccorrerlo? Si può sperare che un cucciolo in decubito laterale (buttato a terra) con già sopra le mosche possa riprendersi da solo? Si ritiene plausibile che la madre torni e se ne occupi ma, soprattutto, facendo cosa viste le condizioni? Come mai non è stato chiesto l’intervento del veterinario? Domande che difficilmente troveranno risposta, ma che comunque non possono che rimbombare nella testa di chi legge.

Eticamente è lecito lasciare un animale agonizzare, per assecondare il principio di non interferenza nella vita dei selvatici? Davvero l’ipotesi che potesse riprendersi da solo è prevalsa su ogni altra considerazione? Che importanza ha avuto nella scelta il colore chiaro del mantello, la evidente rarità dell’evento e tutto ciò che, di conseguenza, lo avrebbe accompagnato? Davvero tanti gli interrogativi, ai quali probabilmente non ci sarà mai una risposta certa.

Davanti a un animale selvatico in cattive condizioni deve prevalere la compassione o la razionale non interferenza?

La storia di M89, cucciolo d’orso soccorso proprio l’anno scorso di questi tempi, quanto ha giocato nella vicenda? Qualcuno ricorderà la storia di questo orsetto, trovato ferito e soccorso da un guardiacaccia, curato e poi mai più rimesso in libertà. Per volontà dell’amministrazione provinciale che non voleva essere accusata di aver reimmesso un orso sul territorio. Con tutte le possibili problematiche derivanti dal tempo trascorso in cattività. Una scelta ben diversa di quella fatta dal PNALM con l’orsa Morena, che fu curata e rimessa in libertà ma che, purtroppo, finì uccisa da cani randagi.

Personalmente credo che gli uomini debbano cercare di non interferire nella vita degli animali selvatici. Un principio che purtroppo non attuiamo tanto spesso quanto dovremmo, ma che credo sia inapplicabile, per compassione, davanti a un animale in gravissime difficoltà. Se si difende la scelta di non soccorrerlo allora bisognerebbe aver avuto il coraggio di porre fine alle sue sofferenze. Il comportamento pilatesco di lasciarlo lì, in quelle condizioni, senza una visita veterinaria, lo trovo senza scuse. L’epilogo poteva essere solo la morte viste le condizioni raccontate da chi l’ha visto.

Questo è un altro tassello di una gestione del patrimonio faunistico fatta con un’approssimazione somma. Con scelte che non hanno nulla di razionale, di scientifico e, invece, fin troppo di politico, dove gli orsi diventano merce di scambio per ottenere consensi elettorali. Una scelta, quella di lasciare l’orsetto al suo destino, sulla quale non sapremo mai quanto abbia pesato, anche, l’imminenza delle elezioni europee.