Ammanettare i Carabinieri Forestali per decreto: i bracconieri ringraziano (e non solo loro!)

ammanettare i carabinieri forestali per decreto

Ammanettare i Carabinieri Forestali per decreto: i bracconieri ringraziano (e non solo loro!). Un’altra brutta pagina scritta dallo scoppiettante ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Che, con un colpo di mano e di teatro, si prende i la gestione dei Carabinieri Forestali. Con un decreto legge di dubbia correttezza, dopo aver attraversato acque agitate a causa dei suoi ultimi interventi, il ministro trasferisce dal ministero dell’Ambiente al suo il Comando delle Unità Forestali. Inizialmente sembrava ci potesse essere un veto del Quirinale, mentre oggi il è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

La decretazione d’urgenza in un paese normale dovrebbe essere utilizzata per ragioni indifferibili che giustifichino, appunto, lo strumento del decreto legge. Un atto che dovrebbe essere utilizzato solo per evitare che un vuoto legislativo possa creare un pericolo alla cosa pubblica. Succede invece che l’arroganza stia superando l’urgenza, che la supponenza stia cercando di mettere la mordacchia a una forza di polizia. E succede che questa mordacchia venga messa a un tiro di schioppo, proprio il caso di dirlo, dalle elezioni europee.

Estratto dall’articolo 9 del DL 15 maggio 24 nr. 63

(…) Allo scopo di assicurare maggiore continuita’ nell’esercizio delle funzioni di comando, alta direzione, coordinamento e controllo, nonche’ nello svolgimento di compiti particolari e di elevata specializzazione in materia di tutela agroalimentare demandati all’Arma dei carabinieri, preservando i controlli nell’ambito delle
competenze in materia ambientale (…)

b) all’articolo 174-bis, comma 2, la lettera a) e’ sostituita dalla seguente:
«a) Comando unita’ forestali, ambientali e agroalimentari, che, ferme restando la dipendenza dell’Arma dei carabinieri dal Capo di stato maggiore della difesa (…), dipende funzionalmente dal Ministro dell’agricoltura, della sovranita’ alimentare e delle foreste (…)

DECRETO-LEGGE 15 maggio 2024, n. 63 Disposizioni urgenti per le imprese agricole, della pesca e dell’acquacoltura, nonche’ per le imprese di interesse strategico nazionale. (24G00081) (GU Serie Generale n.112 del 15-05-2024)

Il ministro amico dei cacciatori, che nulla sa di ambiente e che dapprima nega, per poi affermarlo, che gli animali siano esseri senzienti!

In un paese normale sarebbe “normale” avere un ministro con normali competenze. In un paese speciale succede di avere un ministro che dimostra di non avere conoscenze, che risponde d’impeto, che da lezioni senza poterselo permettere. Un paese normale che è costretto a affrontare un periodo speciale, stretto fra crisi climatica e ambientale e guerre, dovrebbe avere al timone un abile nocchiere. Invece stiamo toccando sì il vertice, ma quello dell’arroganza mescolata con la convenienza, di chi fissa l’asticella dell’importanza sul traguardo elettorale. Purtroppo accompagnato da un silenzio quasi assordante dell’opinione pubblica.

Accorpando i Carabinieri forestali al suo ministero Lollobrigida si garantisce la possibilità di rimodulare le operazioni del SOARDA, il nucleo speciale che contrasta il bracconaggio. Dove per rimodulazione si intende probabilmente la cancellazione delle operazioni che possano dare fastidio ai sostenitori di questo governo, Un antipasto in tal senso era già arrivato da una recente riunione pubblica tenutasi in Regione Lombardia, dove il comandante delle Unità Forestali, ambientali e agroalimentari, era stato costretto a partecipare insieme agli avvocati di politici indagati. Una vergogna mai vista.

Questo governo è forse il peggiore dell’Italia repubblicana, ma in Italia è difficile tracciare una classifica, sui temi della tutela ambientale e della difesa dei diritti animali. Tante e tali le prese di posizione da parte dei suoi membri a favore di allevatori, cacciatori, bracconieri e altre categorie indifendibili da meritare il premio Attila. Sbaragliando ogni concorrenza. Senza poter dimenticare i tentativi di trasformare la tv di stato, che tutti paghiamo, nella voce del potere. Oppure la volontà di mettere il bavaglio alla stampa e a quel poco di informazione libera che ancora esiste in Italia.

Allarmi, allarmi siam (contro) gli animalisti: per contenere il dissenso vengono messi in campo anche i militari

Ci sarebbe da sorridere, anche se a denti stretti, a pensare che contro il dissenso vengano schierati anche i militari. Con leggi che puniscono severamente le proteste, un ordine pubblico fuori controllo e con eccessi che non vorremmo più vedere. Ora scendono in campo anche i militari, ufficialmente impiegati per il controllo della peste suina. Ma l’unica pestilenza che rischia di ammorbare il paese è la progressiva contrazione dei diritti, giusificata dalla necessità di ordine che tanti, moltissimi iniziano a identificare come una preoccupante deriva autoritaria del nostro paese.

Al fine di prevenire e contenere i gravi pericoli per la salute pubblica e far fronte alla complessa situazione epidemiologica in atto derivante dalla diffusione della peste suina africana (PSA), i piani di cui agli articoli 19 e 19-ter della legge 11 febbraio 1992, n. 157 (…)sono attuati anche mediante il personale delle Forze armate (…) previa frequenza dispecifici corsi di formazione e mediante l’utilizzo di idoneo equipaggiamento. (…)

Limitatamente all’esecuzione delle attivita’ di cui al comma 1, al personale delle Forze armate non appartenente all’Arma dei carabinieri, che agisce nei Gruppi operativi territoriali (…) sono attribuite le funzioni di agente di pubblica sicurezza e
puo’ procedere alla identificazione di persone, anche al fine di prevenire o impedire comportamenti che possano mettere in pericolo l’incolumita’ di persone o la sicurezza dei luoghi in cui si svolge l’attivita’, con esclusione delle funzioni di polizia giudiziaria.

Stralcio dell’articolo 6 del D.L 15 maggio 2024, n. 63 Disposizioni urgenti per le imprese agricole, della pesca e dell’acquacoltura, nonche’ per le imprese di interesse strategico nazionale. (24G00081) (GU Serie Generale n.112 del 15-05-2024)

La libertà non è star sopra un albero cantava Gaber, ma si identifica nella partecipazione

Essere liberi significa partecipare al contesto civile e democratico di questo paese, per difendere le tutele collettive, per restare una democrazia partecipata. Ma anche per far capire a chi governa che loro, prima di ogni funzione e potere, sono dipendenti pagati e sono alle dipendenze del popolo sovrano. Che non può e non deve restare interte di fronte a comportamenti di una gravità assoluta come questi.

Le persone che hanno a cuore diritti dei più deboli, tutela degli animali e della biodiversità e dell’ambiente devono impegnarsi e l’appuntamento più vicino è quello delle elezioni europee. Ben sapendo che molta della normativa nazionale è di derivazione europea e che senza quelle norme il nostro paese sarebbe stato ancora più soggetto a devastazioni. Occorre andare a votare, interessandosi su quali persone debbano essere sostenute e quali schieramenti vadano avversati. Un aiuto lo può dare il sito VOTEFORANIMALS ma non basta! Anche in quegli elenchi bisogna saper scegliere, perché molti candidati hanno storie dubbie.

Se vogliamo vivere in un paese migliore non possiamo restare neutrali, occorre schierarsi. Serve esprimere dissenso, fare informazione, tenere alta la guardia. Non è più tempo di tentennamenti, è arrivata l’urgenza dell’impegno civile, il tempo di chiedere conto delle azioni messe in atto nel nome del popolo italiano. Votate chi volete, ma siate critici, impegnatevi, siate cittadini e non sudditi. Non è più il tempo dell’inerzia.

Un anello per ghermirli e alla gabbia incatenarli porta un tesoro di voti

anello ghermirli gabbia incatenarli

Un anello per ghermirli e alla gabbia incatenarli porta un tesoro di voti ai Signori degli Anelli della Lombardia. Per quanto possa sembrare contro ogni evoluzione culturale la caccia da appostamento, quella fatta con i richiami vivi, ha uno zoccolo duro di appassionati. Creando un indotto che sposta molto denaro, causa un bracconaggio inarrestabile e crea un fiorente mercato nero di uccelli ingabbiati illegalmente. Una realtà ampiamente documentata da operazioni dei Carabinieri Forestali, come la recente “Operazione Pettirosso” e da inchieste televisive. Creando anche un serbatoio di voti che vengono convogliati sui politici che aiutano gli appassionati a esercitare la peggiore delle forme di caccia.

Gli uccelli da richiamo fanno davvero una pessima vita, ma non potrebbero essere catturati in natura perché la legge dice che devono essere allevati. Il prelievo di animali vivi, effettuato per giunta in modo massivo e con mezzi non selettivi, è non solo eticamente inaccettabile ma pericoloso per la biodiversità. Per questa ragione da tempo sono stati chiusi gli impianti di cattura, i cosiddetti roccoli, obbligando i cacciatori a impiegare ufficialmente uccelli d’allevamento. La materia è molto tecnica e per questo suscita meno indignazione di quanto dovrebbe.

Gli uccelli da richiamo suscitano meno compassione dei cani alla catena, ma fanno una vita forse peggiore. Costretti in piccole gabbie, tenuti al buio per lunghi periodi per causare una voluta alterazione dei bioritmi, sono privati anche del diritto anche di svolazzare, considerata la dimensione della loro prigione. La questione anelli/richiami riceve meno attenzioni dall’opinione pubblica, ma questo non toglie che si tratti di un maltrattamento legalizzato.

Un anello per ghermirli e alla gabbia incatenarli, grazie a un gioco di prestigio che trasforma anelli in fascette

La Lombardia è terra di cacciatori e lo sanno bene i partiti della destra di governo, che è la stessa che amministra la Lombardia. Fratelli d’Italia e Lega sono da sempre partiti per cacciatori e sostengono la loro attività senza tentennamenti e spesso anche senza vergogna. Come dimostrano le ultime normative lombarde in materia di identificazione degli uccelli da richiamo. Come dimostra chiaramente la volontà, per fortuna mai concretizzata, di riaprire gli impianti di cattura con le reti, come dimostra anche il fatto che presidente e vice presidente della Commissione Agricoltura (Massardi e Bravo) siano stati denunciati dai Carabinieri Forestali per questioni di anelli sui richiami.

Certo il procedimento giudiziario è ancora aperto, certo bisogna essere garantisti, però il fatto resta e il senso dell’opportunità invece manca. Come dimostra la norma della Regione Lombardia, contenuta in una manovra di assestamento di bilancio -da non credere- che ha modificato la modalità di identificazione degli uccelli da richiamo. Una scelta, quella lombarda, promossa proprio dai consiglieri Massardi e Bravo, che porterà a sostituire gli anelli chiusi con delle fascette che diventeranno anelli solo dopo essere state serrate al tarso degli uccelli.

Gli attuali anelli identificativi per i richiami hanno diametri obbligati a seconda della specie su cui vengono apposti. Questo perché devono essere calzati sulle zampine dei pulli appena nati e non potranno più essere tolti (né messi) dall’uccello adulto. Una garanzia spesso violentata dai bracconieri che alterano gli anelli, con grande fatica e impegno, per farli sembrare legali. Una pratica complessa di allargamento e restringimento, per sintetizzare, che ben fa comprendere il valore del mercato. Tanta fatica deve corrispondere a un grande profitto (illecito).

La questione anelli di identificazione per volatili dura da decenni e non riguarda solo la caccia

A partire dagli anni ’90 sono stato fra quanti hanno contribuito a creare una giurisprudenza positiva sul fatto che gli anelli fossero dei sigilli pubblici. In questo modo la loro alterazione veniva punita non dalla legge sulla tutela della fauna ma dal codice penale, trattandosi di un delitto:

Chiunque viola i sigilli, per disposizione della legge o per ordine dell’Autorità apposti al fine di assicurare la conservazione o la identità di una cosa, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 103 a euro 1.032.

Articolo 39 del Codice Penale

Ora si cerca di trovare una soluzione per rendere più confortevole quest’ipotesi delittuosa alterando non solo la norma, ma anche il significato dei vocaboli. Gli anelli inamovibili sono chiusi e hanno un diametro che consente di infilarli alle zampe dei piccoli nati, in una finestra temporale molto stretta. Una fascetta, invece, potrà essere chiusa anche sulla zampa di un soggetto adulto, proveniente da illecite catture. Un sistema che agevola il bracconaggio, a tutto danno della tutela delle specie selvatiche. Un sistema di identificazione, quello delle fascette, che potrà aiutare a aggirare le restrizioni anche il settore dell’ornitologia, dove molti appassionati sono più che contigui al bracconaggio. Un altro settore che muove cifre importanti e che contribuisce a impoverire la biodiversità.

Violenza sul cane Aron: sul banco degli imputati è seduto lo Stato

Violenza cane Aron banco imputati

Violenza sul cane Aron: sul banco degli imputati è seduto lo Stato per manifesta incapacità di garantire i diritti ai più deboli. Una bruttissima storia quella di Aron, cane bruciato vivo a Palermo e morto dopo giorni di agonia. La persona senza fissa dimora responsabile del gesto è stata identificata e denunciata ma, ora, la Procura di Palermo dice che non può essere processata. Una perizia ha stabilito che l’uomo non è in grado di intendere e di volere e, di conseguenza, non è imputabile. Una delle pochissime certezze del nostro diritto penale: non si può punire una persona incapace, che deve essere curata non incarcerata.

L’uomo che ha seviziato Aron è un senzatetto, affetto da gravi problemi psichici. Una persona che viveva e tutt’ora vive in strada perché non ci sono strutture per accoglierlo, per curarlo, per renderlo innocuo. Un individuo malato, incapace ma socialmente pericoloso che viene lasciato dallo Stato in strada, libero di far del male. Un essere umano che in strada non doveva esserci già al tempo delle sevizie al povero Aron, perché era stao imposto il ricovero in una comunità assistita. Ma il posto non era disponibile, le risorse non bastano e le persone, povere, malate non vengono curate.

Una vittima proprio come Aron: due vite sfortunate che si sormontano, dove carnefice e vittima vivono all’interno della stessa anima. Dove un cane, incolpevole, subisce sevizie gravissime perché lo Stato, tanto si indigna ma poi getta la spugna con gran dignità, come cantava De Andrè. Sarà perché i disperati non votano, sarà perché gli ultimi sono invisibili anche quando urlano la loro follia, ma questa è purtroppo la storia.

Violenza sul cane Aron: sul banco degli imputati deve sedere chi ha permesso di non vedere la follia

Ora tutti si indignano perché la Procura non può processare un incapace, mentre bisogna protestare perché questo individuo non è stato sottoposto alle cure. Come fa quest’uomo a essere ancora per strada, con tutto il suo carico di follìa, solo perché sembra non ci siano posti liberi? Il nocciolo della questione è che quando le persone con disturbi psichiatrici sono più numerose dei posti restano libere di circolare, con il rischio che possano usare violenza? In un paese dove per la Sicilia si trovano i soldi per il ponte, ma non quelli per garantire sicurezza e salute dei siciliani.

Aron era uno dei tanti cani sfortunati del canile di Palermo, una realtà nota in tutta Italia per il disastro in cui versa da decenni, senza soluzione di continuità. E proprio nel canile pubblico, secondo Il Corriere, fu affidato alla persona che lo ha seviziato portandolo a morte. Certo i canili scoppiano e, purtroppo, con le nostre leggi procurarsi un cane è la cosa più facile del mondo, anche per una persona con disturbi della psiche. Ma è inconcepibile, gravissimo, che un cane venga affidato dal servizio pubblico a una persona come il carnefice di Aron.

Per questo sul banco degli imputati, alla sbarra, dovrebbero esserci quei pezzi di Stato che hanno consentito che la nostra sanità, che i nostri servizi sociali precipitassero in fondo al baratro. Quella parte di classe politica che tanto promette e poco mantiene. E non solo sui diritti dei più fragili, che sono sempre garantiti più con le parole che con i fatti. Non possiamo prendercela con l’autore delle sevizie, ma con la nostra società che da troppo tempo tollera lo sperpero di risorse fatto sulle spalle dei più deboli. Una realtà in cui i drammi di vittima e carnefice coincidono e si sovrappongono.

Ripartirà il solito treno carico di promesse su leggi più severe contro chi maltratta gli animali

Ghiotta occasione per i politici, che in commissione giustizia proprio di questi tempi stan facendo scempio delle future tutele ma che, ora, useranno i media come tribune per lanciar proclami. Bisogna che i cittadini si interessino un po’ più della cosa pubblica. Che i difensori degli animali siano più concreti nelle loro richieste. Che si smetta di urlare soltanto sui social. Tempo che molti fra i difensori degli animali smettano di essere forcaioli.

Vorrei leggere sui giornali che in questa orribile vicenda il carnefice è anche una vittima. Che l’unico innocente, come spesso succede, è il cane Aron. Vorrei leggere che lasciare sola la follìa degli uomini è criminale, per i pericoli a cui espone la società, per le sofferenze che fa vivere ogni giorno agli individui posseduti da questo demone. Poveri esseri invisibili lasciati in balìa di onde troppo forti per poter giungere da soli in un porto sicuro.

La tratta dei cuccioli rende più della droga, con minori rischi

tratta cuccioli rende più droga

La tratta dei cuccioli rende più della droga, con minori rischi: un dato che non può essere contestato ma che agita fin troppi interrogativi. Al di là del sensazionalismo creato con il titolo la verità è che la realta supera la fantasia, aprendo scenari di tutto rilievo sotto il profilo economico. Seguire i soldi è un modo per intercettare i crimini e la realtà è che chi delinque non ha etica, ma molto spesso ha cervello e sa far di conto. In più, a differenza di quanto avviene con altri traffici la tratta dei cuccioli comporta rischi bassi e una clientela davvero poco pericolosa.

Ho seguito questo fenomeno dagli albori, intorno agli anni 80/90, quando pochi ancora sapevano dove fosse Pecs e conoscessero il suo mercato. A Pecs, in Ungheria è nato il business, che è partito dai cofani spalancati dei bagagliai delle auto dei commercianti che vendevano cani di simil razza per pochi soldi. Un mercato agricolo, dove passava anche una buona parte del traffico degli animali esotici. Una piazza che era ben conosciuta da chi in Italia trafficava con questi animali, che affollavano i negozi.

In principio tutto partì proprio dagli stessi soggetti che trafficavano esotici. Personaggi che avevano capito quanto fosse redditizio comprare un cucciolo di finta razza per pochi fiorini ungheresi (l’euro era ancora lontano da venire). Per poi rivenderlo a caro prezzo in Italia. Commercianti che avevano base in Lombardia, Veneto e soprattutto in Emilia Romagna, dove erano già attivi con la vendita di esotici: dalla tigre alla scimmia, dal gufo al pappagallo amazzone. Un commercio che movimentava molti milioni di lire in Italia e aveva poco contrasto, per mancanza di interesse e per assenza di norme chiare. Per questo in quegli anni era un mercato fiorente, senza regole, vantaggioso.

La tratta dei cuccioli ha fatto scorrere fiumi di denaro negli ultimi decenni, senza essere mai combattuta davvero

Così per avere mercato i trafficanti si inventarono le mostre mercato, le fiere del cucciolo, che di piazza in piazza montavano tendoni da circo e affittavano i palazzetti, ufficialmente per esibire cani. Ma se la vendita in fiera non era consentita, per ragioni legali, era lì che si raccoglievano soldi in nero e prenotazioni: alla chiusura i cuccioli sarebbero stati consegnati nei parcheggi degli stadi, vicino alle rotonde, ovunque vi fosse spazio per accogliere un centinaio di persone. Che potevano così ritirare i cuccioli che avevano pagato anche 3/400 milla lire. Rigorosamente in nero.

Cuccioli provenienti dal mercato di Pecs, che venivano ripuliti in Italia grazie a veterinari senza scrupoli che compilavano libretti sanitari falsi. Dopo qualche giorno iniziava, purtroppo, a comporsi la lunga scia dei cuccioli morti, la lista delle proteste degli acquirenti e la difficoltà di mettere in atto azioni efficaci.

Cuccioli di un paio di mesi, stressati da un lungo viaggio, esibiti in fiera per essere venduti senza avere vaccinazioni. Il vero mistero erano quelli che sopravvivevano a questo trattamento, perchè quelli che morivano erano solo il prevedibile risultato dei maltrattamenti.

Il contrasto del fenomeno fu incerto

Un fenomeno difficile da far capire ai servizi veterinari pubblici, deputati al controllo, ma anche agli organi di polizia che allora ritenevano fantasie i percorsi del traffico. Spesso più capisci i meccanismi e meno vieni ascoltato, perché la realtà supera la fantasia, diventando incredibile per chi non si vuole soffermare sul problema.

Ma siccome qualcuno in Europa iniziò a capire non tanto la sofferenza quanto il pericolo sanitario, vennero messi dei paletti. La mamma di tutte le zoonosi, la rabbia, era ed è sempre in agguato e l’Unione poteva e voleva dire la sua. E qualcuno nelle istituzioni, come la Guardia di Finanza di Bologna, iniziò a squarciare il velo di nebbia.

L’unione Europea ha fatto le norme sanitarie, le uniche di competenza, ma le regole contro truffe, traffico e maltrattamenti sono degli Stati

Dai palazzetti e dai tendoni si passò al commercio in grande stile e i cuccioli della tratta iniziarono a inondare i negozi. Ufficialmente come provenienti da inesistenti allevamenti italiani, che esistevanosolo sulla carta e spesso all’ENCI, ma che non avevano fattrici. Luoghi strabordanti di cuccioli, ma senza fattrici. Allevamenti di carta, sulla carta, ma in realtà semplici collettori di traffici. Moltiplicatori di valore che trasformavano i pochi euro di un acquisto in Ungheria o Slovacchia in cani da 3/400 euro, regolarmente made in Italy.

Riassumere trent’anni di storia in un articolo è complesso, ma attraverso la tratta dei cuccioli possiuamo ricostruire non solo il mercato ma anche il costume. Dalle fiere da imbonitori sotto ai tendoni il passo successivo fu quello di permeare il mercato distruggendo gli allevamenti, per poi togliere ossigeno ai negozianti che non potevano più competere con i prezzi dei cuccioli della tratta. Diventando, non senza colpa, complici di questa evoluzione ulteriore, che fu ampiamente sottovalutata anche dagli ordini dei veterinari, che non tennero “al guinzaglio” diversi loro iscritti, che diventarono le cartiere. Loro erano i responsabili della creazione dei documenti, loro iscrivevano nelle anagrafi, loro testiminiavano a favore dei trafficanti in tribunale.

Per contrastare questo fiume di sofferenza e di pericoli sanitari fu necessario inventarsi strategie che utilizzavano i reati collaterali al maltrattamento dei cuccioli. I reati contro gli animali erano armi spuntate, per difficoltà di prova a causa delle leggi, bisognava inventare nuovi percorsi, un po’ come combattere i mutaforma! Un lavoro da certosini, non sempre premiante, sicuramente complesso per contrastare quello che veniva fatto passare come un reato minore. Nonostante pericoli e lauti guadagni.

Se il maltrattamento non funzionava a sufficienza c’erano molti altri reati ipotizzabili

Dal falso alla frode in commercio, dalla truffa aggravata all’abuso della professione veterinaria: sono talmente tante le ipotesi di reato configurabili che serve solo la volontà di legarle fra loro. Ma nel frattempo il proteiforme mercato aveva cominciato il nuovo trasloco, secondo logiche criminali efficaci e predittive. Così il traffico allargò le basi produttive, moltiplicando le puppy farm: non più solo Ungheria e Slovacchia, ma anche Romania, Polonia, Ucraina (prima della guerra), Bulgaria ma anche Serbia, Croazia, Turchia e perfino Russia. Una dimostrazione dello smisurato mercato europeo e del suo valore.

Oggi attraverso il sistema TRACES, il meccanismo europeo che traccia gli scambi comunitari legali, passano circa 600.000 cuccioli ogni anno. Mentre stime sul mercato sommerso parlano di cuccioli in viaggio che raggiungono numeri da capogiro. Si parla di oltre 4 milioni di cani che attraversano le strade d’Europa, con più della metà degli acquirenti che li acquista sulla rete. In tutto questo leggi spuntate, difficili da applicare e con sanzioni senza potere di deterrenza, verifiche complesse e assenza di controlli capillari creano il brodo di cultura del reato.

Recentemente ho assistito a una riunione organizzata al Parlamento Europeo per presentare i possibili cambiamenti legislativi che andranno fatti. Grande conoscenza del problema da parte dei funzionari, ma ridotte possibilità di ottenere cambiamenti radicali, per i limiti sulle materie comunitarie, in questo settore eminentemente sanitarie. Una strada lunga e complessa, dove l’Europa resta comunque l’unica vera speranza per la costruzione di effettivo argine alla tratta dei cuccioli.

E il futuro lo scriverà la nuova Europa e potrebbe essere peggiore del presente.

Maggior tutela dei diritti degli animali? La danza immobile delle destre di governo!

maggior tutela diritti animali

Maggior tutela dei diritti degli animali? La danza immobile delle destre di governo, che dicono di voler difendere i diritti, ma frenano sulle modifiche. Cercando di riportare le lancette della storia alla maggior tutela solo per gli animali che vivono con noi, escludendo gli animali selvatici e quelli allevati. Quando si parla di diritti degli animali, infatti, sembra che non si voglia arrivare a un definitivo superamento del doppio binario, nemmeno dopo il loro inserimento in Costituzione. Tanto sbandierato da troppi, ma poco efficace nella realtà essendo un articolo che sottolinea buone intenzioni, ma non reali azioni.

Il tema dei diritti degli animali non sembra essere realmente sentito, non porta a un riconoscimento a tutto tondo ma solo a una sorta di concessione. Una tutela che aumenta per cani e gatti, in buona sostanza, ma che non sembra voler aumentare i pochi diritti dei quali sono portatori gli animali in generale. Una divisione basata non su diversità o capacità oggettive del soggetto tutelato, ma solo sulla convenienza di chi promuove l’azione tutelante. Un comportamento tanto illogico, quanto vergognoso.

Questo il quadro che appare seguendo i lavori della Commissione Giustizia, che sta esaminando in queste ore diverse proposte di legge, unificate, che avrebbero dovuto portare a un cambiamento. Un provvedimento che avrebbe dovuto comportare una rivoluzione, secondo la narrazione, e che sta, invece, passando dal poter essere epocale a diventare in realtà vergognoso. Grazie agli emandamenti al testo presentati dai partiti di governo, che non vogliono incrinare il loro vincolo elettorale con cacciatori e allevatori.

La maggior tutela dei diritti degli animali resta al palo? Probabilmente si, perdendo una grande occasione di cambiamento

Le associazioni protestano, i politici minimizzano, i giornali si riempiono di notizie che raccontano, quasi sempre con stupore, il prevedibile epilogo del percorso normativo. Le destre di governo non hanno mai fatto mistero del loro sostegno al mondo venatorio e al mondo agricolo, compresa la sua parte peggiore, quella che vorrebbe sterminare i predatori. In un paese in costante campagna elettorale il sostegno di queste categorie non può essere perso, considerando che il fronte che si batte per i diritti degli animali si presenta frastagliato e diviso. Incapace, nelle urne, di condizionare il consenso dell’elettorato risultando così poco interessante per i partiti.

Non può stupire quindi che la tanto annunciata e attesa riforma possa restare al palo. Grazie a emendamenti vergognosi, come quello di Forza Italia, che vuole ridimensionare le pene per chi organizza combattimenti fra animali. Uno dei reati più odiosi e pericolosi commessi a danno di animali, dietro il quale si annidano e si nascondono anche organizazioni criminali di rilievo. Un crimine violento che dovrebbe essere contrastato con ogni mezzo e che, invece, si preferirebbere non contrastare oltre quanto già previsto.

Nei prossimi giorni si capirà quale sarà il destino dei provvedimenti che avrebbero dovuto aumentare le tutele nei confronti degli animali, di tutti gli animali. La loro sofferenza e il maltrattamento sono realtà sempre presenti, che non possono essere sanzionate in modo diverso se il fatto è commesso su un bovino o su un gatto. Abbiamo riconosciuto gli animali come esseri senzienti, abbiamo inserito la loro tutela in Costutuzione, ma quando si tratta di riconoscere diritti reali ancora troppi si voltano dall’altra parte,

Nature Restoration Law europea bocciata dai partiti di governo

nature restoration law europea

La Nature Restoration Law europeà è stata bocciata dalle forze politiche che compongono l’attuale governo nazionale, durante la votazione al Parlamento Europeo. Il provvedimento, fondamentale per l’attuazione delle politiche europee, è stato approvato nonostante il dissenso delle destre, con 329 voti favorevoli, 275 contrati e 24 astensioni. Il voto contrario è stato espresso dai gruppi di Identità e democrazia (Lega), dai Conservatori e riformisti europei (Fratelli d’Italia) e da una gran parte degli appartenenti al Partito Popolare Europeo (Forza Italia).

Le destre europee hanno così pagato il loro tributo al movimento dei trattori, pur non riuscendo a spezzare la spina dorsale che regge la transizione ecologica. Questo importante passaggio è stato salutato come una grande vittoria, ma la strada non è ancora conclusa. Il via libera ottenuto dal parlamento europeo era fondamentale, ma non basta a garantirne l’attuazione. Un fatto a cui i media hanno dato scarso risalto, preferendo celebrare la vittoria che deve però essere perfezionata.

Il testo ratificato dal parlamento europeo dovrà infatti passare al vaglio del Consiglio, composto dai ministri dei 27 stati membri. Se supererà anche questo scoglio, entro quattro settimane, allora diverrà legge europea e tutti i paesi membri dovranno applicarla entro due anni. Il Consiglio potrebbe anche procedere a ulteriori modifiche del testo. Se il voto parlamentare non venisse recepito dal Consiglio d’Europa la legge decadrebbe e bisognerebbe ripartire da zero. Un’ipotesi lontana, al momento, ma le certezze si avranno soltanto al termine dell’iter legislativo.

La Nature Restoration Law europea è stata giudicata troppo restrittiva dal governo italiano

Nonostante la Nature Restoration Law sia stata modificata, proprio sulla base delle richieste degli agricoltori, il nostro governo è rimasto contrario a questa norma. Che ha ricevuto un parere negativo anche dal ministro dell’ambiente Pichetto Fratin, che ogni giorno di più sembra non comprendere il ruolo che ricopre. Con le elezioni europee alle porte gli agricoltori hanno presentato all’incasso la loro cambiale, con i governi di tutta Europa, indovinando sicuramente il miglior momento. Un gioco pericoloso per l’ambiente e per i cittadini, sui quali le politiche agricole pesano con importanti riverberi sulla tutela ambientale e sulla salute.

Le modifiche ottenute dal movimento dei trattori non sono state di poco conto, considerando che sono andate a impattare anche sulla parziale rinaturalizzazione di piccole porzioni di terreno coltivato. Aree che avrebbero dovuto essere sottratte alle coltivazioni proprio per cercare di inserire piccole oasi di natura nel mezzo di territori ipersfruttati come la Pianura Padana. Tutto gira intorno, come sempre, a nuovi sussidi che il comparto produttivo più finanziato in Europa ha ottenuto quali ulteriori compensazioni per le perdite causate dalla Restoration Law.

I governi nazionali avranno inoltre possibilità di adattare le normative nazionali, da emanare nell’ambito della cornice europea, alla situazione del paese. Consentendo così di dilitare i tempi per l’attuazione delle misure urgenti per il contenimento delle emissioni che sono alla base dei cambiamenti climatici. Con il rischio che per alimentare il consenso la politica sia più incline alla difesa delle rendite di posizione di natura economica, piuttosto che all’attuazioni di misure di tutela ambientale.

I risultati delle elezioni di giugno potranno cambiare radicalmente le politiche ambientali

Non è un mistero che le coalizioni di destra moderata e estrema propongano politiche che tendono a limitare la salvaguardia ambientale. Scelte che vanno incontro alla volontà di non limitare la libertà di azione delle categorie produttive, premiando sempre la componente economica di breve periodo. Senza considerare i danni che possano derivare da scelte che dovrebbero essere considerate obbligate, stante l’attuale situazione climatica, che certo non cambierà se si continuerà a restare alla finestra.

Considerato che il problema ambientale tocca tutti sarebbe importante che alle prossime elezioni ci fosse una partecipazione massiccia e consapevole. Ognuno decida a chi dare il voto, ma sarebbe bello sapere che ogni paese ha scelto grazie alla maggioranza dei suoi cittadini e non, come alle ultime elezioni politiche, grazie al partito dell’astensione. Questo tempo non consente più di lasciare che siano altri a scegliere per il futuro della collettività, occorre l’impegno di tutti.

La Nature Restoration Law è una legge che, quando attuata, porterà significativi cambiamenti nella tutela e nella riqualificazione ambientale. La norma prevede che entro il 2030 siano ripristinate almeno il 20% delle aree terrestri e marine degradate (prima il limite era fissato al 30%), per arrivare al 60% entro il 2040 e al 90% entro la metà del secolo. Un obiettivo che, se raggiunto, potrebbe fare la differenza. In particolare se accompagnato anche da ulteriori azioni concrete, come la riduzione degli allevamenti e dei consumi di proteine animali.

Nella storia dell’uomo non ci sono mai stati periodi come questo, dove si deciderà il nostro futuro sul pianeta

La nostra specie è arrivata a un bivio, che non si era mai presentato a partire dalla nostra comparsa sul pianeta. Dove saranno fondamentali le nostre decisioni sulla strada da intraprendere e dal coraggio nell’affrontarla. Guardando al futuro con altruismo, pensando non all’oggi ma alle nuove generazioni. Se, invece, insisteremo nel portare avanti un modello economico insostenibile per il pianeta che ci ospita saremo costretti a tempi difficili. Ulteriori innalzamenti della temperatura con conseguenti sconvolgimenti climatici porteranno a carestie e migrazioni epocali, ma anche a guerre per le risorse idriche e alimentari.

Il modello di sviluppo occidentale è stato predatorio e irresponsabile e non possiamo cercare di continuare a nasconderlo. Negli ultimi cinquant’anni abbiamo cambiato gli equilibri climatici, l’uso delle risorse e peggiorato la qualità di vita delle persone che abitano nella parte più povera del pianeta. Creando le condizioni che le costringono a migrare, per avere un futuro che spesso non arriveranno mai a vedere. Ma non basta il terrore per fermare chi ha fame, chi cerca di avere una vita diversa, migliore. Proprio come non bastano i coccodrilli nei fiumi e i predatori nella savana a fermare le grandi migrazioni stagionali degli erbivori in Africa.

Per quella parte di mondo che paga con maggiore durezza quegli sconvolgimenti climatici che non ha causato, per andare incontro alla quale dobbiamo cambiare comportamenti e scelte. Per questo la Nature Restauration Law sarà fondamentale: l’impronta ecologica di un grande continente come quello europeo deve diminuire. Lo possiamo fare, lo dobbiamo fare. Con azioni concrete ma anche usando le matite, andando a votare senza più nascondersi dietro il fantasma della disillusione.