Lombardia cacciatori impallinati dal TAR che accoglie ricorso della LAC e blocca l’attività venatoria

Lombardia cacciatori impallinati dal TAR che accoglie ricorso della LAC e blocca l’attività venatoria

caccia impallinata Regione Lombardia

In Lombardia cacciatori impallinati dal TAR, nonostante le manovre davvero vergognose della giunta che aveva approvato nuove norme solo 24 ore prima dell’apertura. Con la solita mossa ad effetto, per agevolare i cacciatori anche in vista delle prossime elezioni amministrative. Ma la Lega Abolizione Caccia, con l’avvocato Claudio Linzola, grande esperto della materia ha depositato un ricorso urgente al TAR. Ottenendo oggi, dopo un solo giorno di apertura della caccia, la chiusura immediata sino al 7 ottobre.

La Lombardia ha provato in tutti modi ad agevolare il mondo venatorio, usando gli sistemi corsari adottati dalla Regione Sicilia. Del resto il 3 ottobre il capoluogo lombardo vota per le elezioni amministrative, quindi la corsa contro il tempo era davvero disperata. Con un decreto urgente oggi il presidente della quarta sezione del TAR, Gabriele Nunziata, ha accolto la richiesta di sospendere l’efficacia del calendario venatorio. Stabilendo la chiusura immediata dell’attività venatoria che si era aperta solo ieri.

Un provvedimento doveroso contro un azione vergognosa messa in atto dalla politica lombarda, con i consueti sistemi indegni di un paese civile. Sostenuti dalla certezza dell’impunità perché ben difficilmente gli amministratori sono chiamati a rispondere delle loro azioni. Questo gli permette di usare i soldi dei contribuenti per varare provvedimenti inaccettabili, che sono regolarmente cassati dalla giustizia ammnistrativa.

Ora in Lombardia i cacciatori impallinati dal TAR non saranno così riconoscenti alla politica.

Orso ucciso a Pettorano sul Gizio, condannato definitivamente il responsabile ma in futuro cosa succederà?

Orso ucciso a Pettorano sul Gizio, condannato definitivamente il responsabile ma in futuro cosa succederà?

orso ucciso pettorano gizio

Per l’orso ucciso a Pettorano sul Gizio nel 2014, in pieno Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise, la Cassazione ha confermato la condanna della Corte d’Appello del luglio del 2020. Una sentenza che mette la parola fine al lungo iter giudiziario, iniziato nell’oramai lontano 2014, obbligando l’imputato a risarcire le parti civili. Purtroppo per un vizio di forma, la condanna non ha potuto avere conseguenze penali e quindi il danno per il responsabile sarà solo economico.

Cani falchi tigri e trafficanti

Bisognerà attendere le motivazioni per conoscere i dettagli della sentenza, ma appare evidente che la vittoria già in Corte d’Appello sia stata solo parziale. La mancanza di conseguenze penali per il responsabile, che aveva ucciso un orso per aver predato una gallina, non consentirà di applicare misure accessorie. Come il ritiro del porto d’armi o della licenza di caccia, che sarebbe scattato automaticamente con la condanna definitiva. Ma questa non è la sola problematica che si evidenzia da questa vicenda giudiziaria per un caso di bracconaggio.

I fatti risalgono al 2014 e questo significa che sono passati dal momento della fucilata alla condanna definitiva ben sette anni. Un tempo lunghissimo per ottenere giustizia, arrivato sul filo della prescrizione e che in futuro potrebbe portare a conclusioni molto differenti. Al di là del vizio di forma che ha impedito la condanna penale del bracconiere su questo genere di reati pende una ben più grave spada di Damocle. La riforma della giustizia che abbrevia i termini del processo, usando scorciatoie che non garantiranno una maggior tutela reale alle vittime di reati.

La condanna per l’orso ucciso a Pettorano sul Gizio potrebbe non ripetersi per casi analoghi a seguito delle modifiche al sistema penale

La riforma della giustizia penale, per come è stata delineata, renderà più difficile poter perseguire quelli che per il nostro codice sono classificati come reati minori. Puniti peraltro con sanzioni troppo basse, che non consentono di costituire un reale deterrente per chi abbatte specie protette, e non solo. Crimini soggetti a una valutazione sulla loro gravità, che potrebbe farli finire in fondo alla scala dei reati prioritari, allungando i tempi dei processi. Se in futuro, infatti, la prescrizione si fermerà dopo la condanna di primo grado, saranno le tempistiche dei successivi gradi di giudizio che potranno “spegnere” i processi.

La riforma prevede che il processo di appello debba essere celebrato entro due anni da quello di primo grado e che l’eventuale sentenza della Cassazione arrivi entro i dodici mesi successivi. Con una facoltà per i tribunali di calendarizzare i procedimenti secondo una scala di priorità, non temporale ma di gravità del reato. Tutti i reati commessi contro la fauna selvatica sono contravvenzioni, quindi reati meno gravi dei delitti che dovranno avere la priorità nei giudizi.

Un bravo avvocato potrebbe essere in grado di usare le varie pieghe della legge, oltre ai costanti ritardi presenti nel nostro sistema giudiziario, per ottenere l’allungamento dei tempi. Un fatto che potrebbe portare allo sforamento dei tempi obbligatori, con la conseguente estinzione del reato. Vanificando le possibilità per le vittime di ottenere giustizia nel nome di una giustizia più rapida e efficace, che difficilmente potrà essere giudicata come tale quando non assicura la punizione dei colpevoli.

Il rischio è che i crimini contro gli animali possano sparire dai radar dei tribunali, vanificando la repressione di questi reati

I cittadini hanno l’impressione che questa riforma non sia stata pensata nell’ottica di ottenere una maggior efficienza del sistema ma soltanto per ottenere un accorciamento delle tempistiche. Se i tribunali continueranno a restare sotto organico, se non si arriverà a una velocizzazione della digitalizzazione il rischio è che l’accelerazione dei tempi ammazzi i processi. Un dato che modificherà le statistiche, dando un’impressione di efficienza, rischiando seriamente però di tagliare le gambe alla giustizia vera.

In Italia troppo speso la scorciatoia viene presa come il migliore dei percorsi. Ma questo non può essere considerato vero nel momento in cui viene negato un diritto costituzionale. La giustizia deve essere veloce ma anche giusta, deve perseguire i reati e individuare i responsabili. Senza lungaggini ma con un percorso lineare che garantisca imputati e vittime. Un fatto che spesso resta solo nel libro dei sogni. Con i cittadini che perdono fiducia nei confronti di un sistema che dimostra di non tutelare a sufficienza i deboli.

Un paese che non sia in grado di difendere in modo efficace il proprio patrimonio naturalistico, tutelandolo e difendendolo nell’interesse della collettività, ha comunque perso. In un momento nel quale la tutela ambientale dovrebbe essere il perno sui cui tutto ruota, su cui dovrebbe velocemente collocarsi l’intero sistema economico nazionale. La priorità più urgente, la necessità non più rimandabile. Il tempo sarà in grado di rispondere a tutte queste domande, ma il tempo a disposizione è sempre meno. Scivola via come la sabbia in una clessidra che non potrà continuare a essere ribaltata per ricominciare da capo.

Caracal scappa dal campeggio a Figline Valdarno, una storia illegale già vista

Caracal scappa dal campeggio a Figline Valdarno, una storia illegale già vista

Caracal scappa campeggio Figline

Caracal scappa dal campeggio a Figline Valdarno, ma in Italia non sarebbe mai dovuto esserci. Invece ne sono arrivati ben due al seguito di una turista polacca che ha pensato di portarseli in vacanza, proprio come se fossero dei gatti. In Italia la detenzione di un caracal è per fortuna vietata dalla legge da moltissimi anni, a seguito del decreto sugli animali pericolosi. Questo però non ha impedito alla turista di entrare nel nostro paese e di portare la coppia di felini in un campeggio toscano come se niente fosse.

Cani falchi tigri e trafficanti

Una storia che ha dell’incredibile considerando che un caracal non passa inosservato. Una coppia di linci del deserto, come vengono spesso chiamati i caracal, suscita curiosità essendo vietato da più di vent’anni tenere questi animali. Una vicenda con tante analogie con un episodio seppur senza fuga dell’animale, che era già successo a Milano qualche anno fa. Come raccontiamo con Paola D’Amico nel nostro libro “Cani, falchi, tigri e trafficanti”, dove viene narrata la vicenda giudiziaria di Grum, un caracal che girava a Milano al guinzaglio di una ricca signora bulgara.

Nei paesi dell’Europa dell’Est il caracal e i suoi incroci con il gatto, che danno vita al caracat, sono animali molto richiesti. Costano migliaia di euro e sono diventati uno status symbol per i nuovi ricchi. Animali selvatici che vengono addomesticati, senza per questo diventare domestici, e tenuti come pet, per stupire, per la loro bellezza, per il gusto di avere un pezzo di natura in salotto.

Caracal scappa dal campeggio a Figline, ma sui giornali la notizia stranamente non diventa virale

Il caracal lascia il campeggio scappando dalla custodia della sua padrona il 3 settembre. Inizia a vagare per la zona e solo dopo qualche giorno la padrona informa le autorità della fuga, portando sulle sue tracce i Carabinieri Forestali. Il felino, a cui tutti a questo punto danno la caccia, viene avvistato e catturato solo sei giorni dopo. Nonostante la sua giovane età, essendo un animale selvatico, se la cava benissimo, non finisce sotto le macchine e non torna dalla padrona. Viene recuperato, secondo fonti di stampa, da personale dell’associazione Amici della Terra, che prima lo avvistano e poi riescono a farlo cadere in trappola.

Al momento risulta che l’animale recuperato sia stato messo sotto sequestro e la sua proprietaria denunciata, mentre non si hanno notizie del secondo felino. Che avrebbe dovuto finire anche lui sequestrato e successivamente confiscato, proprio come il caracal fuggito alla proprietaria. Questo prevede la legge: la detenzione è vietata in Italia, come lo sono il commercio e l’introduzione sul nostro territorio. In base al decreto che vieta la detenzione degli animali pericolosi per la sicurezza e l’incolumità pubblica, nei quali sono compresi tutti i felini selvatici.

Lo stesso iter che segnò la sorte del caracal milanese, che però prima fu affidato a un centro, ma poi venne riconsegnato alla proprietaria. Seppur in affidamento giudiziario e con l’obbligo di custodirlo presso l’abitazione . Dopo pochissimo tempo, però, la proprietaria violò le disposizioni del magistrato e lo riportò in Bulgaria, dove la detenzione è purtroppo considerata legale.

Fra poco dovrebbe entrare in vigore il divieto di commercio degli animali selvatici

Il divieta arriverà per gli effetti del regolamento 429/2016 della Comunità Europea, entrato in vigore in Italia solo nel mese di aprile del 2021, a seguito dell’approvazione della legge 53/2021. Che ha riconosciuto come il commercio degli animali selvatici e esotici aumenti le possibilità di trasmissione dei virus. Mancano però i decreti attuativi del regolamento che non sono state ancora emanati dal Governo, che dovrà farlo entro l’aprile del 2022.

La pandemia dovrebbe averci insegnato la necessità di separare le nostre vite da quelle degli animali selvatici. E il buon senso dovrebbe averci fatto capire che tenere questi animali in casa sia contro la loro indole, sino a poter essere considerato un maltrattamento. Un’idea non condivisa dagli appassionati di animali esotici, che vorrebbero poterli detenere liberamente. Senza chiedersi se siano in grado di offrire condizioni di reale benessere agli animali costretti a vivere nelle loro case.

Se il regolamento trovasse rapida applicazione in tutti i paesi della UE, commercio e detenzione di moltissime specie animali finirebbero. Evitando la prigionia a centinaia di migliaia di animali che sono letteralmente “consumati” ogni anno dal mercato. Un bene per gli animali, ma anche per la salute umana, inutilmente messa a rischio da un traffico insano e pericoloso.

Caccia in Sicilia bloccata nuovamente sino al 2 ottobre dal TAR di Catania

Caccia in Sicilia bloccata nuovamente sino al 2 ottobre dal TAR di Catania

Caccia in Sicilia bloccata

Caccia in Sicilia bloccata dal 13 settembre al 2 ottobre, dopo la nuova ordinanza del Tribunale amministrativo di Catania. Il nuovo stop è stato imposto dopo che l’assessore regionale, che si era visto bloccare il precedente atto lo aveva sospeso. Riproponendo un nuovo calendario per aggirare l’ostacolo. Una manovra molto disinvolta, sia sotto l’aspetto giuridico che politico. Le associazioni ambientaliste hanno così impugnato nuovamente il calendario e il TAR lo ha bloccato per la seconda volta.

cani falchi tigri e trafficanti

Il comportamento arrogante della regione non deve essere piaciuto al presidente del TAR di Catania, che ha nuovamente disposto la sospensiva. Ora sarebbe opportuno che ci fosse un’attivazione della magistratura ordinaria, per valutare il comportamento dell’assessore. Inaccettabile sotto il profilo della buona gestione delle istituzioni. Un gesto plateale che è servito a far sparare qualche giorno prima del 2 ottobre, data indicata da ISPRA per l’apertura della caccia. In una regione che è stata devastata dagli incendi.

Difficile insegnare il valore del rispetto della legge se la politica si comporta in questo modo. Disprezzando le decisioni della magistratura al solo scopo di agevolare i cacciatori. Fortunatamente questa ulteriore pronuncia del tribunale amministrativo dovrebbe aver messo un punto fermo. Caccia vietata sino al 2 ottobre.

Caccia in Sicilia bloccata, con la politica che scivola sull’arroganza

La morale di questa vicenda lascia comunque l’amaro in bocca. In un paese che ha spesso ha amministratori troppo disinvolti per poter restare al loro posto. Con una classe politica che raramente paga il conto della cattiva amministrazione, degli interessi e dei favori. Politici disposti a passare sopra legge e buon senso pur di essere rieletti, trasformando in commedia una tragedia come gli effetti degli incendi e la siccità. L’Italia non potrà fare passi in avanti sino a quando gli elettori non pretenderanno candidati e programmi basati sul rispetto della legalità e dell’interesse comune.

Questa piccola battaglia di legalità è stata vinta, ma la caccia avrebbe dovuto restare completamente chiusa quest’anno. Per tutelare la fauna, per mettere nella giusta considerazione un’attività che è soltanto un gioco, di pochi, che danneggia un bene collettivo.

Abbiamo abbandonato donne e animali in Afghanistan, in balìa dei fanatici religiosi

Abbiamo abbandonato donne e animali in Afghanistan, in balìa dei fanatici religiosi

Abbiamo abbandonato donne animali

Abbiamo abbandonato donne e animali in Afghanistan, in mano a un fanatismo religioso che riporta il paese nuovamente nel Medio Evo. Una scelta fatta con rapida disinvoltura, senza preoccuparci delle conseguenze per un intero popolo. Nella fretta sono state abbandonate non solo le persone che collaboravano con l’occidente, ma anche molti cani. Quelli delle tante imprese private che si occupavano di sicurezza. E per un momento si è temuto che ci fossero anche una parte di quelli in servizio con le truppe americane, ma la notizia è stata poi smentita.

Cani falchi tigri e trafficanti

Il mondo si è commosso per le storie degli uomini e degli animali rimasti a Kabul. Questo non è servito a modificare le scelte fatte, a garantire realmente che venissero evitate violenze e sofferenze. Pen Farthing e la sua organizzazione Nowzad hanno dovuto fare scelte drastiche. Portando in salvo circa un centinaio di cani e una settantina di gatti, ma dovendo fare l’eutanasia agli animali troppo vecchi e malati per affrontare il viaggio. A Kabul continua a operare un’altra organizzazione, questa volta americana, nel tentativo di evacuare i suoi animali.

Abbiamo abbandonato donne e animali, nonostante i servizi di sicurezza avessero avvisato i governi dei possibili scenari

Le scene a cui assistiamo nei telegiornali, sempre più sprofondate verso i titoli di coda, mettono angoscia. Ricordano come le persone si trovino costrette in vite che non hanno voluto, per scelte che sono state costrette a subire. Proprio da quel mondo occidentale che a parole difende diritti e democrazia e che nei fatti abbandona chiunque. Immolando queste vite sull’altare della convenienza politica, spesso con visioni davvero di corto periodo.

Pensare a una vita che trascorrerà guardando il mondo da dietro un velo, senza poter studiare, senza musica né libri fa accapponare la pelle. Rende percepibile il dolore e la paura, la sofferenza di chi non trova la via per poter condurre una vita libera. Donne e uomini costretti a vivere nella paura e animali condannati alla sofferenza. Chi si occuperà dei randagi di Kabul e non solo, quando le ultime organizzazioni avranno lasciato il paese?

Pen Farthing lo dice chiaramente in un’intervista rilasciata a un giornale online: in Afghanistan tutto è finito per Nowzad. L’ultimo sforzo sarà quello di evacuare in un luogo sicuro lo staff afgano dell’organizzazione. Un’operazione già tentata, ma purtroppo fallita all’aeroporto di Kabul, quando fucili alla mano, i talebani hanno bloccato la partenza dello staff. Entro pochi mesi, come purtroppo sempre succede, ci dimenticheremo dell’Afghanistan, dei sui uomini, delle sue donne e dei suoi animali.

Difficile non provare vergogna per essere scappati, dopo vent’anni di occupazione, lasciando tutto peggio di prima

L’Occidente sta dicendo che deciderà come comportarsi con il nuovo governo sulla base delle prossime azioni, ma sarebbe meglio definirlo correttamente come una nuova dittatura di fanatici integralisti. Ma in un pugno di giorni le azioni sono già state terrificanti: donne velate, cacciate dalle scuole e dagli uffici, giornalisti picchiati, manifestazioni sciolte a raffiche di mitra. I ministri di questo supposto governo sono ricercati dall’FBI e sulle loro teste pendono taglie milionarie. Serve, o meglio, serviva altro per non abbandonare un popolo?

Come possiamo assistere impotenti alla carcerazione di un intero popolo? Come possiamo pensare che in Occidente una donna possa fare l’astronauta, come Samantha Cristoforetti, e in Afghanistan una donna possa essere considerata meno di un fucile mitragliatore? Con che coraggio racconteremo alle giovani generazioni che ci siamo resi complici di quello che sarà un genocidio, almeno culturale, di un popolo intero?

Stiamo ballando sempre più vicini all’orlo di un vulcano, e dove non arriveranno gli uomini arriverà la natura. Ogni giorno dimostriamo di essere incapaci di provare reale empatia, di conoscere il valore della compassione vera, e di non comprendere neppure il valore inestimabile della libertà e quello di una vita libera dalla paura.

Vendetta contro i randagi in Calabria: avvelenati una ventina di cani

Vendetta contro i randagi in Calabria: avvelenati una ventina di cani

vendetta contro randagi Calabria
Foto di repertorio

Una vendetta contro i randagi in Calabria, probabilmente fatta per vendicare la morte di Simona Cavallaro, la giovane rimasta uccisa dopo uno sfortunato incontro a Monte Fiorito. Una mano ignota ha infatti avvelenato una ventina di cani a Catanzaro, che si trova poco lontano dal luogo dell’incidente. Senza valutare che i cani che hanno ucciso la ragazza non erano randagi, ma guardiani di un gregge di pecore. Lasciato incustodito in montagna, come spesso accade senza che nessuno prenda mai provvedimenti.

Qualcuno parla di stricnina, ma non è ancora stato individuato con esattezza il principio attivo usato per far strage di randagi a Catanzaro. Quello che è sicuro al momento è che uno o più criminali abbiano ucciso una ventina di animali, alcuni anche di proprietà. Un episodio che mette ancora per l’ennesima volta sotto i riflettori l’enorme piaga del randagismo in Calabria. Una delle peggiori, se non la peggiore, regione italiana nel contrasto e nella gestione del fenomeno.

Il veleno è uno dei metodi più cruenti di uccisione degli animali, in particolare se fosse stata usata a stricnina, ma anche dei più pericolosi. Chi sparge sostanze tossiche mette in conto che possano essere ingerite da chiunque, animali o bambini. Con conseguenze letali che denotano la pericolosità sociale di chi mette in atto azioni di questo genere. L’avvelenamento di animali è un crimine abbastanza frequente, per la facilità di commissione e per la difficoltà di individuare i responsabili.

La vendetta contro i randagi in Calabria è una colpa di chi, per anni, non ha fatto nulla per arginare il problema

Il randagismo canino e felino è un’emergenza per quasi tutte le regioni del centro e del Sud del nostro paese, ma Calabria e Sicilia hanno il triste primato di essere in vetta alla classifica. Sono le regioni meno virtuose, in un panorama complessivo che denota moltissimi ritardi e inadempienze. Lasciando che il fenomeno dilaghi e che consenta alla criminalità organizzata di avere facili introiti dalla gestione dei canili, dalle catture fatte sul territori. Una realtà ben nota al Ministero della Salute, che non riesce a ricevere alcuna quantificazione sulle popolazioni dei randagi dalle amministrazioni.

Il contrasto al randagismo è una competenza di natura sanitaria in capo ai servizi veterinari pubblici, mentre la gestione degli animali catturati è di competenza dei Comuni. I servizi veterinari dovrebbero garantire la cattura degli animali vaganti sul territorio, la loro osservazione per la prevenzione della rabbia, la sterilizzazione (in sinergia con i Comuni) e il trasferimento degli animali alle strutture comunali. Che dovrebbero avere strutture proprie, che quasi sempre non possiedono, e occuparsi delle adozioni degli animali ospitati, anche in collaborazione con le associazioni di volontariato.

L’iter sembra semplice, ma nella realtà in questa organizzazione tutt’altro che fluida si inseriscono una serie di problemi che inceppano l’ingranaggio. Molti Comuni non hanno canili e si appoggiano a strutture private, che non di rado sono legate a strutture criminali che intimidiscono e intimoriscono chiunque voglia operare controlli. Ostacolando le adozioni, proprio come un proprietario di un albergo cerca di evitare partenze e disdetta da parte dei clienti. Ogni giorno di presenza vale diversi euro e, spesso, pagano la retta anche gli animali deceduti, grazie a scarse verifiche da parte dei servizi veterinari e degli stessi Comuni. Che spesso pagano fatture di migliaia di euro senza svolgere effettivi controlli.

Più randagi ci sono più qualcuno ci guadagna: gli unici a rimetterci sono gli animali e i cittadini, costretti a sopportare maltrattamenti e costi

Gli avvelenamenti di Catanzaro sono il risultato di un randagismo senza controllo, che porta i cittadini ad avere comportamenti incivili o, come in questo caso, criminali. Al vertice delle responsabilità è giusto mettere la sanità pubblica, per colpa, carenza di mezzi ma anche con episodi di collusione con chi sul randagismo guadagna. Nel panorama nazionale sono poche, troppo poche, le azioni di controllo che hanno portato a provvedimenti di sequestro e denunce delle strutture. Mentre sono fin troppe le situazioni di maltrattamento riscontrate, che emergono soltanto quando la situazione diventa esplosiva o difficile da nascondere.

Del resto se così non fosse sarebbe difficile trovare altre motivazioni che giustifichino il randagismo dilagante nelle regioni meridionali. Gli strumenti legislativi, per quanto perfettibili, ci sono e consentirebbero di avere una mappatura precisa di cani e gatti di proprietà, una realtà che, invece, ancora oggi risulta essere una chimera. Più si scende nello stivale e più diminuiscono le percentuali di registrazioni degli animali di proprietà nelle anagrafi regionali. Nell’eterna attesa di avere una sola anagrafe nazionale in cui inserire tutti gli animali domestici.

Continuano a mancare provvedimenti coraggiosi, ma indispensabili, come la sterilizzazione a tappeto degli animali di proprietà. Che garantirebbero una drastica diminuzione dei randagi, che in massima parte sono il prodotto delle riproduzioni indesiderate. Facendo due conti si capisce subito che il costo di queste misure rappresenterebbe una minima parte, confrontata al costo annuale dei canili. Strutture che spesso mantengo imprigionati a vita i randagi, a spese dei contribuenti, che potrebbero avere un diverso futuro se ci fosse la volontà di garantirglielo.

I cani che hanno ucciso Simona Cavallaro non erano randagi e la sua morte non è stata una tragica fatalità

Le persone spesso non fanno la differenza fra randagi e cani da guardiania, messi a controllare gli animali al pascolo. Così tutti i cani che non sono custoditi diventano randagi, come è stato semplificato anche dai giornali nei titoli che hanno riguardato la morte della ragazza. Ma mentre i cani da guardiania hanno l’istinto di difendere la proprietà, cercando di mettere in fuga chiunque minacci come in questo caso il gregge, i randagi non difendono il territorio dagli uomini. Se non vengono messi all’angolo preferiscono in massima parte la fuga all’attacco.

Il quadro del randagismo si è aggravato in questo periodo di pandemia, nel quale le attività di sterilizzazione dei randagi, anche al Nord, si sono molto ridotte a seguito dell’emergenza. Ma gli animali non tengono conto delle difficoltà umane e i loro cicli riproduttivi non cambiano se la comunità umana si trova sotto scacco. Così la moltiplicazione incontrollata vanifica le attività di sterilizzazione messe in atto negli anni precedenti.