Italian Pet Summit 2026: il mercato cresce ma il rispetto cala

Italian Pet Summit 2026 il mercato cresce ma il rispetto cala

Italian Pet Summit 2026: il mercato cresce ma il rispetto cala perché non è questo sentimento che serve a far gonfiare i fatturati. Del resto il Pet Summit è organizzato dal 24ore, noto e apprezzato quotidiano economico, in sinergia con Purina, colosso del settore, che poi è una declinazione di Nestlè. I vari panel di questa giornata non potevano (e non volevano certo) evitare di raccontare quanto la cosiddetta "pet economy" fosse in buona salute, con risultati di tutto rispetto.

Chi scrive conosce il mercato nella sua globalità, fatta di imprese, di marchi, di professionisti di vario genere e di associazioni schierate a tutela degli animali. Che non possono essere troppo "graffianti" nei confronti della mano che spesso nutre, in senso pratico e concreto, gli animali senza padrone. Regalando cibo in scadenza, creando offerte dedicate per gli animali dei canili e dei gattili, vestendo concretamente i panni del benefattore. Anche se si sa che la charity, troppo spesso, altro non è che una forma di pubblicità. Non si comprano inserzioni ma si "dona" per creare un'immagine che tanto piace ai consumatori.

Il mercato degli animali familiari, però, andrebbe non solo assecondato per profitto ma anche sorvegliato e criticato per etica. Considerando che siamo noi e non gli animali i clienti e che noi umani avremmo bisogno di essere educati a un sentimento sempre meno diffuso, che è proprio il rispetto. Non posso dire che il rispetto dovuto agli animali non sia, di tanto in tanto, risuonato nelle parole dei relatori, ma è stato molto meno declinato di quanto si sarebbe dovuto. Anche da parte delle associazioni che forse potevano modulare interventi più critici, rallentando l'enfasi manifestata nei confronti di aziende ospitanti e politici.

La Pet Economy lascia sul terreno morti e prigionieri e non possiamo nasconderlo

Il termine "Pet Economy" ha un suono sgradevole perché massifica senza separare, unendo tutti gli animali in un unico calderone (come detto dall'etologo Roberto Marchesini nel suo apprezzabile intervento). La Pet Economy è basata sui proprietari, che in questo mercato hanno maggiori diritti dei reali consumatori dei prodotti, gli animali. Ma questa economia è in parte costruita proprio sulla negazione dei diritti degli utenti finali. E già sento le voci di chi protesta per questa visione che verrà trovata un poco "estrema".

La Pet Economy si regge su un mercato che ancora non è capace di sillabare frasi compiute come "Amare un animale significa rispettarlo e non possederlo" o "Il vero rispetto non mina la salute degli animali per accontentare l'estetica umana" oppure, ancora, "Tenere un animale in una gabbia è una violenza, che si genera ogni volta che non si considera la sofferenza causata dalla prigionia". Non ho sentito , nel corso della giornata, spendere una parola contro il maltrattamento genetico, contro la tratta dei cuccioli, contro le adozioni irresponsabili.

Fino a quando possedere un animale resterà un diritto inalienabile, che conosce pochi limiti e scarsi doveri per i padroni (termine scelto non a caso), la sofferenza rimarrà sempre dietro l'angolo. Certo il mercato cresce, ma la sofferenza non cala: per la gioia dei trafficanti, degli allevatori scorretti, dei cucciolatori casalinghi. Non bisognerebbe solo cercare di adottare gli animali senza casa, bisognerebbe iniziare a adottare l'etica, coniugandola con realtà e verità.

Gli animali non vogliono restare imprigionati dentro al nostro amore, vogliono rispetto

Non ci servono animal lovers ma animal respecters, perché l'amore, lo vediamo fra persone, uccide quando non è accompagnato dal rispetto. Chi rispetta davvero non terrà mai un pappagallo sul trespolo e non comprerà mai un animale brachicefalo. Ci servono aziende che, visto che guadagnano su questo mercato, fatto di per sé non solo legittimo ma anche auspicabile, si impegnino anche nel fare sensibilizzazione. Ci servono associazioni che si schierino chiaramente, se serve anche con la durezza di uno scontro: avere animali non deve essere più un diritto inviolabile.

Ricordando che, quasi sempre, sedersi al tavolo delle multinazionali ha un costo. Che in genere viene assolto silenziando un poco l'etica e aumentando la compiacenza, che non è mai buona pratica. Il rispetto che è dovuto agli animali non può essere soltanto preteso, ma va insegnato, declinato e trasmesso facendo buona informazione.

Lupi, cani lupo, ibridi e randagi, tutti frullati nel mixer della disinformazione

Foto di un lupo che guarda in camera ripresa da Angelina Iannarelli in Abruzzo

Lupi, cani lupo, ibridi e randagi, tutti frullati nel mixer della disinformazione. Perchè quando si parla di lupo la sua leggenda galoppa ben oltre la realtà. Un lupo si avvicina alle case e subito diventa "emergenza lupi", un lupo confidente arriva a mordere dei bimbi, come accaduto a Noicattaro. Ogni episodio diventa la conferma che i lupi sono troppi. Un altro lupo, catturato nei dintorni di Cremona, diventa il "lupo Gianni", una sorta di mascotte alimentata dalle persone. Ma, una volta catturato, "Gianni" si è rivelato quasi certamente un cane, con tanto di microchip. Senza dimenticare i tanti cani lupo cecoslovacco, i CLC, che, se lasciati vagare senza controllo, diventano sui social pericolosi predatori, senza che lo siano realmente.

La leggenda del lupo è diventata la sua condanna. Alimentata per interesse, gonfiata dalle notizie false e nutrita con la paura che alberga in molte persone sin dai tempi di Cappuccetto Rosso. La fama del lupo getta sull'inconsapevole protagonista della leggenda una luce sinistra. Eppure i casi conclamati di morsicatura, perché, per fortuna, non si è mai andati oltre a questo, sono pochissimi e nella quasi totalità dei casi sono situazioni che hanno avuto come protagonisti lupi confidenti. Restano troppi, invece, i casi in cui i cani abbiano provocato lesioni a un essere umano, cominciando dagli animali familiari per finire con i randagi.

Negli ultimi 16 anni, secondo una ricerca pubblicata sulla rivista Animals (Fatal Dog Attacks in Italy (2009–2025): The Urgent Need for a National Risk Registry) ci sono stati 56 attacchi mortali alle persone. Non si è trattato di lupi (se così fosse li avremmo probabilmente già sterminati), ma la responsabilità è dei cani, randagi oppure di animali familiari non custoditi correttamente. Eppure non mi sembra che si sia mai alzata una voce che richieda la messa al bando dei cani. Il motivo è semplice: la richiesta sarebbe tanto stupida quanto tremendamente impopolare. E la politica, lo sappiamo bene, è sempre molto attenta al consenso, quello che poi si traduce in voti.

Il focus sul pericolo andrebbe spostato dai lupi ai cani, randagi e non, che spesso sono il frutto avvelenato della nostra cultura

Il lupo è un predatore, un animale selvatico potenzialmente pericoloso in grado di causare lesioni in una persona. Nessuno lo nega e per questo è importante che stia dove deve stare: fuori dai centri abitati, lontano dall'uomo e dai suoi rifiuti. Servono norme e sanzioni severe nei confronti di chi alimenta gli animali selvatici, per profitto, calcolo o banale stupidità. Ma anche contro chi non controlla i suoi cani, andando a incrementare vagantismo e randagismo, ibridazione fra cani e lupi, ma anche pericoli per persone e animali. Spostiamo il focus, attribuendo le colpe a chi le ha davvero e il gioco potrebbe essere fatto! Smettendo di far credere all'opinione pubblica che la vita della gente sia in pericolo per colpa dei lupi. Considerando che la realtà, dati alla mano, dimostra che si rischia molto di più ad attraversare un bosco durante la stagione della caccia, che non frequentando luoghi dove si possano incontrare lupi o orsi.

Il randagismo è un problema alimentato dalla pessima gestione degli animali domestici. I cani randagi possono rappresentare un pericolo per l'incolumità delle persone e attestano il fallimento della gestione pubblica sul contenimento del problema. E non si dica che la responsabilità del numero dei cani vaganti sia vada ricercata nel fatto che abbiamo smesso di uccidere i randagi. Il cuore della questione sta nella mancata educazione al rispetto degli animali e della regole, endemica in una parte della nostra popolazione. Vi siete mai chiesti come mai, in caso di predazioni di animali al pascolo, si facciano i test del DNA per accertare che siano stati uccisi dai lupi? Perché potrebbero essere stati uccisi dai cani randagi, come spesso avviene, nessuno paga!

Gli allevatori lo sanno bene, ma non puntano il dito contro i randagi: hanno il lupo come capro espiatorio. Senza essere costretti a attaccare i politici proprio per la pessima gestione del randagismo. Così vengono continuamente invocati gli abbattimenti, si creano alleanze fra mondo agricolo e mondo venatorio e si punta il dito contro chi i lupi li difende. Ma chi difende i lupi, in realtà, difende l'ambiente e la necessità di coesistere, rifiutando scorciatoie insensate. Abbattere una parte dei lupi non ridurrà le predazioni sugli animali, mentre la prevenzione è l'unica via maestra, con recinti elettrificati, cani da guardiania e vigilanza dei pastori.

Servono sanzioni per chi rende confidenti i selvatici

Abbiamo addomesticato i lupi con il cibo, addestriamo gli animali con il condizionamento alimentare, usiamo premi e premietti per ottenere l'ubbidienza dei domestici ma poi neghiamo che il problema sia il cibo. Gli animali selvatici si avvicinano alle case non perché cerchino compagnia, ma solo perché i nostri paesi sono spesso come dei piccoli chioschi che regalano cibo a costo energetico basso. Gli animali sono opportunisti come gli uomini: cacciare causa maggior dispendio di energie e rischi rispetto a molte altre possibilità che noi gli serviamo su un piatto d'argento.

Chi vede gli abbattimenti come unica possibile soluzione propone un metodo che non funzionerà. Proprio come non servirà protestare per la cattura di un lupo divenuto confidente, perché questo non agevola la coesistenza. La natura ci insegna che è l'equilibrio la chiave del successo e noi umani abbiamo il dovere di cercare sempre quale sia la strada migliore da percorrere. Nel nostro interesse perché il pianeta si salverebbe molto più facilmente senza la nostra ingombrante presenza.

Criminali avvelenano dieci lupi nel Parco d’Abruzzo

Criminali avvelenano dieci lupi nel Parco d'Abruzzo

Criminali avvelenano dieci lupi nel Parco d'Abruzzo in due distinti episodi accaduti nei Comuni di Alfedena e Pescasseroli, dove a distanza di pochi giorni sono state rinvenute le spoglie degli animali. Per avere delle certezze sul tossico impiegato occorrerà aspettare i risultati delle necroscopie che saranno eseguite dall'Istituto Zooproflilattico di Abruzzo e Molise, al quale sono state consegnate le carcasse per ordine della Procura di Sulmona.

Il territorio del PNALM non è nuovo a episodi di avvelenamento e anche in passato, in zone esterne al parco, erano stati uccisi lupi e avvoltoi mediante lo spargimento di bocconi avvelenati. Episodi preoccupanti nel contesto di un territorio che si è sempre contraddistinto per equilibrio e coesistenza fra uomo e grandi carnivori. Gesti che hanno una componente criminale, non potendo dimenticare i rischi che derivano, per l'intera comunità, dallo spargimento indiscriminato di sostanze potenzialmente pericolose anche per persone e animali domestici.

Il clima di odio che si sta creando nei confronti del lupo, unitamente a una visione filovenatoria che viene chiaramente espressa dal governo in carica, può essere all'origine di questi gesti sconsiderati. In un territorio che è da sempre abituato alla coesistenza con i grandi carnivori ma che è anche vocato al pascolo brado di bovini e ovini, che senza le opportune difese possono diventanre preda.

La Procura di Sulmona indaga sugli avvelenamenti, con tutte le difficoltà del caso, per arrivare all'individuazione dei responsabili

Il contesto in cui sono avvenuti gli episodi, connotato da piccole comunità dove tutti si conoscono, potrebbe agevolare le indagini se si spezzasse il muro di omertà che spesso protegge il bracconaggio. Per questa ragione il Parco ha chiesto ai residenti di non proteggere gli autori di questi gesti criminali, segnalando anche semplici sospetti ai Guardiaparco o ai Carabinieri Forestali. L'esito degli esami autoptici consentirà di determinare il tipo di principio attivo usato per confezionare i bocconi avvelenati, permettendo di avere qualche ulteriore dato per indirizzare le investigazioni.

Lo spargimento di bocconi avvelenati è uno dei crimini più difficili da perseguire, proprio per le modalità di commissione del reato. Per fortuna oggi le tecniche di indagine, anche per i crimini contro gli animali, hanno fatto molteplici passi avanti, consentendo di poter disporre di diverse informazioni utili, come la possibile estrazione del DNA del responsabile e una caratterizzazione precisa del tipo di veleno impiegato dagli ignoti avvelenatori.

Non va poi sottovalutato il pericolo che le esche avvelenate rappresentano per tutte le specie animali che possano anche solo occasionalmente nutrirsi dei cadaveri degli animali morti per veleno, innescando una catena di morte pericolosissima. Secondo il direttore del PNALM, Luciano Sammarone, "Il criminale che pone in essere questi comportamenti non si preoccupa dei danni che crea, né del rischio di poter uccidere uno degli orsi marsicani che popolano l'area. L'attenzione della Procura, del Parco e dei Carabinieri Forestali è altissima e stiamo aspettando i risultati che devono arrivare dallo Zooprofilattico, sperando che possano essere utili per fornire una svolta nelle indagini."

L’orsetta Nina torna libera, una scelta giusta presa fra ansie e speranze

L'orsetta Nina torna libera

L'orsetta Nina torna libera, una scelta giusta presa fra ansie e speranze, con la consapevolezza che il futuro di un cucciolo in natura resta sempre un'incognita. Morire, per i cuccioli di un animale selvatico è molto più che una possibilità, siano orsi o lupi, gufi reali o scoiattoli. Sono i soggetti più forti a sopravvivere, seguendo una legge di natura che dura sino dai tempi dei dinosauri, con buona pace dei tanti che giocheranno a farsi Solone, criticando la scelta della liberazione. Nulla, ma proprio nulla, nemmeno il fatto che gli orsi marsicani siano sull'orlo dell'estinzione, poteva essere un motivo per condannare Nina alla cattività.

Ora torneranno alla mente, e sui social, le vicende dell'orsetta Morena, una cucciola trovata orfana come Nina ma nell'ormai lontano 2015. Morena fu, dopo un periodo di cattività, liberata ma le cose non andarono come si era sperato. Nel luglio del 2016 l'orsetta fu ritrovata morta. Probabilmente a seguito di un incontro con un predatore, come ipotizzò la necroscopia. Ma su questa morte si scatenarono mille polemiche, del tutto inutili. Che contriburono solo a creare un gran polverone, senza nulla aggiungere alla difficile conservazione dell'orso marsicano.

Per questo alla morte dell'orsa Amarena, uccisa nel 2023, una delle solite voci critiche sull'operato del Parco propose la cattura dei tre cuccioli rimasti orfani, per salvarli da morte, a suo dire, certa. Ma se Amarena fu uccisa dalla stupida ottusità di un residente, Andrea Leombruni, con un vile atto di bracconaggio per il quale è ancora a processo, per la sorte dei cuccioli prevalse il buon senso. Il PNALM, unico titolato a decidere, pensò che questo rischio andava corso e i tre cuccioli rimasero sorvegliati ma liberi. Cuccioli oramai diventati adulti, che non hanno perso né la vita, né la libertà, anche se ovviamente questo poteva accadere.

L'orsetta Nina torna libera perché questa è l'unica scelta naturale da adottare

Certo un orso marsicano è più importante di altre specie, ma questo non per il singolo individuo ma soltanto per la conservazione. Per la tutela di questa sottospecie, unica al mondo, anche un solo inviduo è fondamentale. Ma la tutela della specie non può prescindere dalla libertà dell'individuo, dal rilascio in natura, dal voler garantire a Nina un'ipotesi di vita in linea con le sue necessità etologiche. Con la speranza che possa procreare nuove vite, così importanti, e che possa averne una sua, vissuta da orso, con tutto ciò che questa comporta.

Gli orsi marsicani in Abruzzo stanno polarizzando le opinioni della comunità. Certo non per la loro presenza, come accade invece agli sventurati plantigradi trentini, ma sulle strategie di conservazione. C'è chi vorrebbe creare punti di alimentazione, rienendo che nel Parco gli orsi non abbiano abbastanza risorse, chi pensa che l'uscita dai confini del Parco sia un pericolo per loro, chi addirittura lascia in giro volutamente del cibo. Dimenticando spesso che il diritto di critica è legittimo sempre, sino a quando non crea danno proprio a chi si vorrebbe tutelare.

Eppure ogni anno, per la stessa logica che ha sorretto la liberazione di Nina, i CRAS (Centri Recupero Animali Selvatici) sparsi sul territorio della penisola liberano decine di migliaia di animali. Esemplari sequestrati ai bracconieri, trovati feriti, soccorsi da persone troppo zelanti che li hanno privati della liberta, senza davvero aiutarli. Chi si occupa di fauna selvatica sa che a tutti questi animali, nessuno escluso, viene garantita soltanto un'ulteriore possibilità, senza poter offrire certezze. Ogni animale liberato ha una chance di cavarsela, solo quella, eppure tutti applaudono a queste liberazioni, senza farsi mai troppe domande (che qualche volta bisognerebbe, invece, porsi!). Sugli orsi, invece, è sempre molto, molto diverso.

Solo il tempo potrà dirci se anche Nina, come i cuccioli di Amarena, vincerà la sua scommessa con la vita

Forse sarebbe giusto smettere di amare gli animali, smettere di avere nei loro confronti un sentimento totalizzante che non protegge. Smettiamo di amare gli animali e iniziamo a vederli per come sono e, soprattutto, a rispettarli. Come individui, come esseri viventi che con noi dividono il pianeta. Se l'amore fra umani spesso ha conseguenze devastanti, perché purtroppo non è un sentimento privo di criticità, l'amore verso gli altri animali crea più danni che vantaggi. Non ci sono animali buoni, cattivi, simpatici o crudeli, ci sono solo animali che vorrebbero poter vivere liberi seguendo quel meraviglioso percorso che è stato modellato dall'evoluzione.

Nina, l'orsetta Nina, doveva tornare libera, proprio come liberi devono tornare tutti i selvatici che ogni anno vengono soccorsi. Devono tornare liberi al netto di una verità assoluta: non ci sono certezze che possiamo garantir loro. Unica garanzia è quella di aver ponderato attentamente la decisione, frutto di studi e di confronti fra esperti, accettando solo il rischio dell'imponderabile. Chi scrive con argomenti che traboccano di certezze, quando parliamo di reintroduzione di animali selvatici, cerca di vendere una merce che non può possedere.

Buona vita Nina, che sia vissuta da orsa, libera di poter farlo secondo la tua natura.

Aziende contro la caccia: dopo Lush arriva anche Almo Nature

Aziende contro la caccia: dopo Lush arriva anche Almo Nature

Lo spot di Almo, trasmesso su molti canali televisivi e sui social, potrebbe sembrare un atto tanto coraggioso quanto suicida, considerando che non è usuale che un'azienda "impallini" il proprio mercato. Ma nelle grandi imprese, anche quelle come Almo a vocazione benefit, nulla accade per caso e le scelte vengono sicuramente ponderate. Del resto Almo Nature e Fondazione Capellino non sono nuove alle provocazioni e lo avevano già dimostrato sostenendo gli allevatori nel mantenimento dei cani da guardiania per la protezione dei propri animali dalle predazioni. Schierandosi a favore della tutela del lupo, contro abbattimenti e bracconaggio.

In realtà la scelta di schierarsi apertamente contro la caccia di Almo e di Lush non può prescindere da sondaggi e da ricerche di mercato. Infatti che piaccia o meno alle associazioni venatorie, che riescono con i loro voti a condizionare in modo più che efficace la politica, la stragrande maggioranza degli italiani è contro la caccia. Un giudizio netto che, secondo un recente sondaggio LIPU-SWG, fissa nel 69% il numero degli italiani che vorrebbero chiudere con la caccia, per sempre.

Lush contro la caccia

Federcaccia accusa Almo Nature di ipocrisia, visto che vende scatolette con carne di cinghiale

L'apertura delle ostilità nasce in modo prepotente con il disegno di legge che il centrodestra, sempre compatto quando si tratta di difendere la caccia, sta cercando di far approvare in parlamento. Un provvedimento davvero assurdo che struttura un attacco senza precedenti alla fauna, che se approvato farebbe fare alla normativa un salto nel passato. Quasi un ritorno alla legge sulla caccia promulgata nel 1939, in pieno fascismo, che classificava i predatori come nocivi, consentiva l'uso di veleno e tagliole e promuoveva più un sistematico sterminio che una reale gestione. Una normativa che, se approvata, ci causerebbe infiniti contenziosi con L'Unione Europea, con sicure condanne che peserebbero sulle tasche di tutti gli intaliani.

Contro il DDL ribattezzato "sparatutto" si sono schierate non solo le associazioni protezionistiche, ma anche il mondo scientifico, quello della cultura e, recentemente, anche le aziende come Lush e Almo. Facendo imbestialire, fra i tanti, il presidente di Federcaccia Massimo Buconi che ha dichiarato "Ma sul fatto che una azienda produttrice di alimenti per animali a base di carne e pesce, cinghiale compreso, consideri ingiustificabile la caccia, veramente nessuno trova qualcosa di strano e incoerente?". Insomma la guerra è aperta ma, per una volta, la disparità delle risorse potrebbe fare la differenza nella comunicazione. Almo batte infatti le associazioni venatorie per visibilità e qualità del messaggio, nonostante tutto. Facendosi perdonare anche immagini di lupi e cervi che di

Per una campagna perfetta di Almo Nature serviva un pizzico di coraggio in più

A supporto della campagna Almo Nature fornisce un dossier sulle motivazioni che l'hanno spinta a realizzare questa campagna e a schierarsi apertamente contro la caccia. Per dimostrare al mercato che essere contro la caccia oggi, come sostengono da decenni le associazioni di protezione degli animali, significa essere dalla parte dei cittadini. Contro una minoranza che vuol disporre di un patrimonio collettivo. Per questa ragione Almo ha da tempo arruolato comunicatori fra i naturalisti, per riempire di contenuti quelle che potevano essere campagne basate solo sulla spinta emotiva.

Quello che è mancato, a mio parere, è stato il coraggio di andare fino in fondo, tirando una stoccata alla politica. Il disegno di legge di cui si discute è palesemente contro gli interessi della collettività, pesantemente sbilanciato per favorire i cacciatori. Questo avrebbe permesso di fare un affondo contro i partiti che l'hanno proposto, considerando questa proposta di legge un atto che va contro agli interessi dei cittadini. Un attacco alla natura che danneggerebbe la collettività sotto il profilo naturalistico ma anche dal punto di vista economico e di sicurezza pubblica. Questo coraggio però è mancato, probabilmente ancora una volta grazie ai sondaggi, che vedono il centrodestra in vetta alle preferenze degli italiani. Peccato!

La caccia riparte in anticipo con le elezioni amministrative alle porte

La caccia riparte in anticipo

La caccia riparte in anticipo con le elezioni amministrative alle porte perché nessun partito vuole rischiare di perdere il consenso dei cacciatori. Questo nonostante i cambiamenti climatici abbiano già creato sufficienti problemi alla fauna e contribuiscano a allungare la stagione riproduttiva. In questo contesto l'attività venatoria, seppur limitata a poche specìe rispetto all'apertura generale, rappresenta un danno che si sarebbe dovuto evitare.

Sicuramente questo governo è filovenatorio, decisamente schierato a fianco dei cacciatori, ma bisogna notare come anche l'opposizione segua quest'onda. Se la destra è più sfacciata, con proposte indecenti che ci costerebbero multe milionarie da parte della comunità europea. non è che la sinistra sia la casa dei paladini della fauna selvatica. Se qualcuno si chiede il motivo di questa scelta, che pare controccorrente rispetto alle nuove sensibilità la risposta sta nelle urne. Gli elettori sensibili al problema, al contrario dei cacciatori, votano sempre meno. Senza preoccuparsi troppo delle conseguenze.

Una dimostrazione di questo, purtroppo, c'è stata con la recente proposta di legge per l'abolizione della caccia: fime raccolte ma con numeri non entusiasmanti. Gli amanti della natura sembrano molto attivi sui social, ma non sono altrettanto quando bisogna investire dieci minuti per metterre una firma utile. Eppure è stato scritto e detto in tutte le lingue che il numero delle firme raccolte sarebbe stato politicamente importante.

Non c'è voto di scambio quando gli ambientalisti non hanno nulla da offrire

Inutile girarci tanto intorno: i cacciatori hanno ascolto perché votano, gli ambientalisti ne hanno molto meno perché non rappresentano una forza coesa. Concetto semplice, realtà facile da analizzare anche se in pochi sono quelli che vogliono ammetterlo. Però diventa difficile, per usare una metafora bellica in sintonia con questi tempi orrendi, fare la guerra se i disertori sono molti di più dei combattenti. E la battaglia è fatta di numeri, ma gli unici che la politica riconosce come validi sono quelli dei voti e, in misura minore, quelli dei sondaggi.

L'argomento è complesso, spinoso e se ne parla poco e malvolentieri ma non si riesce comunque a nascondere la realtà. Ambientalisti e ecologisti sono molto meno attivi dei cacciatori, forse perché questi ultimi non difendono un'idea ma una passione. Se questa considerazione è reale occorre cambiare strategia e comportamento, per non continuare nel lasciare a questa pessima politica mano libera su fauna e ambiente (e non solo). L'elefante nella stanza, anzi la volpe nel pollaio, dimostra come si chiacchieri tanto ma si agisca poco. Con buona pace dei volponi della politica.

Una deriva che in Europa ha colpito anche il lupo, come dimostra il declassamento recente e l'inizio di una stagione fatta di abbattimenti, certo inutili ma popolari nella demagogia populista. Un contentino a un'altra compagine compatta che mette paura ai politici: quella degli allevatori che in tutta la UE vengono tradotti in milioni di consensi. La sintesi? Cercare di contare davvero, diversamente la tutela della natura rischia di diventare argomento invisibile di cui tanto si parla, senza arrivare a punto.