Michele Serra i lupi e la morte del suo cane Osso

Michele Serra, i lupi e la morte del suo cane Osso: un evento tanto spiacevole quanto altamente prevedibile, che genera allarme per la notorietà del protagonista. E' accaduto in Val Tidone dove il giornalista ha una casa, al confine fra le province di Pavia e Piacenza, e dove Osso, lasciato libero di vagare, è stato ucciso da un branco di lupi. Un evento tragico, come tutte le volte che muore uno dei nostri animali, che avrebbe potuto essere evitato se Osso non fosse stato libero di girare da solo, senza alcun controllo. La presenza di lupi in quelle zone non è una novità. Ma anzi, leggendo le cronache, risulta essere presenza nota anche a Michele Serra.

Questo episodio, per la notorietà del protagonista, servirà a scatenare le solite orde di esagitati che chiederanno di procedere con gli abbattimenti. Come se eliminare qualche decina di lupi potesse evitare, per il futuro, che un cane, un vitello o una capra possano finire fra le zanne del predatore. La pena di morte non è mai risolutiva, come dimostrano decenni di campagne di contenimento dei cinghiali, che più sono cacciati e più crescono di numeri. Almeno sino a quando i cacciatori sono bipedi e non lupi.

Se anche venisse uccisa la metà della popolazione lupina poco cambierebbe circa la possibilità che accadano predazioni sugli animali domestici. Da quando i lupi hanno ricominciato a risalire lo stivale, riconquistando territori che gli appartenevano in passato, l'allarme non è mai cessato, come non cessa il bracconaggio. Nel tempo, certo, la popolazione è cresciuta ma questo non ha significativamente aumentato le predazioni sui domestici. Non lo dicono gli animalisti, ma gli studi su predazioni e rimborsi dei danni causati dai lupi.

Michele Serra, i lupi e la morte del suo cane Osso: una storia che dimostra l'importanza di custodire i nostri animali

Pur comprendendo il dolore di Michele Serra per l'uccisione di Osso non si può che evidenziare che questo episodio non possa essere considerato una disgrazia imprevista. Un cane, un segugio, in modo particolare in primavera, non dovrebbe essere lasciato libero di vagare, nemmeno in un territorio senza neanche un solo lupo. Gli animali domestici vanno custoditi perché creano una serie infinita di problemi a quelli selvatici, specie nel periodo riproduttivo. Il dovere di custodia sarebbe un fatto che sarebbe naturale se smettessimo di considerarci padroni, ma soltanto ospiti.

Qualcuno vuole farci credere che in un paese come il nostro, dove il dissesto idrogeologico, mai arginato, crea danni incredibili, dove l'uso sconsiderato della chimica in agricoltura crea enormi problemi alla salute, che il problema siano i lupi? In un paese dove nell'ultima stagione di caccia sono morte 11 persone e ne sono state ferite 31 davvero si vuole agitare lo spauracchio dei predatori? Certo fomentare le persone non solo è facile, ma purtroppo crea anche consenso come ben vediamo in questo periodo. In un tempo in cui pochi si informano e i dati contano meno del due a briscola. Ma allora come vogliamo difenderci dai predatori bipedi? Ritorniamo al Far West, alla giustizia sommaria?

Se smettessimo di fare allarmismo, se cercassimo di ricondurre la cronaca alla realtà, ci renderemmo conto che di questi tempi il primo obiettivo da centrare sia la coesistenza. La scienza ci dice da moltissimo tempo che tutto è interconnesso: predatori e prede, impollinatori e cibo, inquinamento e salute. Non esiste un solo evento che non generi conseguenze. E sempre la scienza ci dice anche che la via maestra da percorrere sia quella di non alterare gli equilibri naturali. Il problema è che in Italia tendiamo a invertire i fattori, considerando "inevitabili" gli incidenti sul lavoro e "gravissime" le predazioni dei lupi. Eppure, se ci pensate, le due questioni hanno un punto preciso di contatto: sono entrambe originate dall'assenza di prevenzione e dal mancato rispetto di regole e buonsenso.