Cani liberi o randagi di quartiere: una transizione che non può essere la soluzione

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Cani liberi o randagi di quartiere: una scelta che non deve essere considerata la soluzione auspicabile al problema, annoso del randagismo. Una questione spinosa da affrontare perché stimola polemiche: ai due poli estremi quanti vorrebbero vedere tutti i randagi in canile e chi, invece, pensa vadano lasciati liberi. Cani lasciati liberi di vagare, magari sterilizzati e sotto controllo veterinario quando possibile, visti come invidui che possono declinare in vari modi il loro rapporto di coesistenza con gli uomini. In una sorta di limbo che sta fra quello dei “domestici” e gli animali selvatici, definizioni che per alcuni rapprresentano solo categorie insensate,

Una visione solo parzialmente condivisibile per chi scrive, proprio come quella di chi vorrebbe che tutti i randagi venissero “salvati” rinchiudendoli nei canili. Visioni opposte di un unico problema, che però si scontrano con realtà diverse, con problematiche legate al “dove e al come”, con idee alcune volte eccessivamente romantiche e altre eccessivamente tutelanti. Appare evidente che i canili non siano uno strumento di contrasto al randagismo, mentre sempre più diventano strutture di prigionia. Luoghi nei quali una parte degli ospiti è destinato a restare imprigionato a vita.

D’altra parte nemmeno la via del randagio controllato è sempre felice e anche questa si presta a creare problemi, di convivenza e di benessere perché ogni luogo è diverso. Senza contare che fra cani liberi “confidenti” e cani liberi ferali le differenze sono molte e importanti. Tanto da dover operare molti e diversi distinguo, con situazioni tali da creare conflitti insanabili fra cani e uomini. In un rapporto di coesistenza innaturale, al quale abbiamo condannato il cane, che non è più lupo e non è considerabile un selvatico.

Cani liberi o randagi di quartiere: questa non è la soluzione ma una transizione che deve far crescere un mutamento culturale

Il contrasto al fenomeno del randagismo, costoso e irrisolto da decenni, deve passare da un progetto di largo respiro. Possibile soltanto se ci sarà una crescita culturale capace di creare le condizioni di un diverso sentire. Una visione del nostro rapporto con i cani e con gli altri animali in generale, che passi attraverso il riconoscimento dei loro diritti. Identificandoli come individui, comprendendo le loro necessità e riconoscendoli come portatori di diritti reali. Se questo passaggio culturale non sarà concretizzato, diventando realtà, continueremo a avere canili strapieni di potenziali egastolani con strade e campagne affollate di randagi.

Il problema sicuramente è complesso, difficile da far comprendere e da far assimilare. Per troppi interessi, alcuni davvero inconfessabili come succede negli appalti dei canili e nella gestione “in vita” degli sventurati ospiti. Ma talvolta anche a causa di una visione pietistica del soccorso a ogni costo, che si traduce in quella patologia definita sindrome di Noè1 che è poi causa di tante sofferenze. Un amore che diventa una forma di violenza perpetrata a danno degli animali, non solo cani.

Certo è affascinante vedere il comportamento dei cani liberi, la loro socialità e le interazioni, osservando vite che in qualche modo hanno regole non così dissimili dalla comunità umana. Ma è impossibile pensare che questa “vita di gruppo” possa avvenire all’interno di contesti fortemente antropizzati come le nostre città, senza scatenare conflitti insanabili. Un dato difficilmente contestabile, che dovrebbe bastare per accettare il fatto che la presenza di randagi socializzati in contesti urbani e periurbani debba essere una via temporanea, non il punto d’approdo. Per limitare gli ingressi nei canili, per stimolare le persone alla coesistenza ma nell’ambito di un processo che generi un cambiamento profondo del nostro rapporto con gli animali domestici.

Per combattere davvero il randagismo ci vuole il coraggio di andare in direzione ostinata e contraria

I cani non sono animali selvatici, sono una sottospecie dei lupi, dai quali prendono il loro nome scientifico, poi declinato nelle tante razze create dall’opera, spesso distorta, dell’uomo. Canis lupus familiaris è il cane e in questa identificazione convive tutta la questione, il fascino dell’avvicinamento dei lupi all’uomo in un percorso che ci accompagna da diverse migliaia di anni. Ma anche a quel “patto tradito fra uomo e cane” da cui prende spunto il titolo di questo blog, che ha portato prima a una convivenza, poi alla pessima gestione e infine all’intolleranza.

Per questo occorre promuovere un periodo di transizione, durante il quale pensare di rinchiudere nei canili il minor numero di cani possibile, cercando di convivere con quelli che possono vivere liberi. In contesti controllati, senza ulteriori riproduzioni, con una gestione che deve avere come obiettivo la progressiva scomparsa del cane randagio. Con buona pace della visione romantica dei cani liberi, che certamente ha buon gioco nell’affascinare chi ascolta, senza poter però mettere sul tavolo soluzioni convincenti e soprattutto attuabili di coesistenza.

In parallelo bisogna attivare, con serietà, campagne di informazione, strumenti di contrasto al commercio e alla riproduzione incontrollata dei cani, che portino le persone a una maggior consapevolezza dei loro doveri. Per chiudere, una volta per tutte, i rubinetti delle mille sorgenti che alimentano il randagismo, a partire dal vagantismo canino, alle cucciolate casalinghe e alle adozioni d’impulso. Un futuro che potrà diventare reale solo lavorando tutti insieme per creare i presupposti culturali per sostenerlo. Svuotando così, una volta per tutte, i canili

  1. la persona nutre un sincero attaccamento emotivo nei confronti dei suoi animali ed è convinta di “salvarli” (da qui il nome “Sindrome di Noè” – Emanuela Prato Previde – Silvia Colombo – Università degli Studi di Milano nel libro “Una strana Arca di Noè”. ↩︎