Cani randagi dalla Sicilia alla Calabria: le scorie del randagismo che si cerca di stoccare al minor costo

cani randagi sicilia calabria

Cani randagi dalla Sicilia alla Calabria, sono le scorie di un randagismo mai gestito, stoccati in canili che vincono gli appalti sulla base dei costi. La gestione dei randagi deve costare il minimo possibile, poco importa se questi animali non avranno futuro. I canili gestiti secondo le logiche della maggior economicità sono un danno per tutti: per i cani e per chi paga. Una permanenza che difficilmente sarà interrotta da un’adozione, perché spesso questi cani soltanto mantenuti in vita, senza preoccuparsi del loro benessere. Così con il tempo non avranno alcuna reale possibilità di trovare una casa.

cani falchi tigri e trafficanti

Per questo definirli “scorie del randagismo” risulta essere tanto triste quanto appropriato. La storia inizia ancora una volta in Sicilia, terra martoriata da una pessima gestione del randagismo che dura da sempre. Una parte dei cani custoditi in una struttura di Messina, il canile Millemusi, finiranno in Calabria, a Taurianova, in un ricovero amministrata da un commissario perché il titolare si trova in carcere. Un indizio abbastanza preciso che definisce i profili di quanti si occupano di mantenere in vita questi animali. Che non significa renderli adottabili e tantomeno garantire il loro minimo benessere.

Saranno più di un centinaio i cani che attraverseranno forzatamente lo Stretto, mentre altri 320 animali, resteranno al canile Millemusi. Con un costo stimato per l’amministrazione pubblica, per un solo anno, di un milione e centoventicinquemila euro. Una cifra enorme, che non servirà a garantire il benessere degli animali, con un affidamento che dura solo 12 mesi. Al prossimo appalto i cani potranno nuovamente essere spostati, secondo criteri di convenienza. Una situazione che ha fatto infuriare animalisti e politica, che poco se non nulla potranno fare per impedire il trasferimento, dopo tre bandi annullati.

Cani randagi dalla Sicilia alla Calabria, animali sempre in viaggio ma difficilmente per avere una vita migliore

Questa ennesima situazione di pessima gestione del randagismo dimostra come per il cancro del malaffare e dell’inazione politica non sembra esserci cura. Dopo trent’anni dalla promulgazione della legge 281/91, che ha vietato l’abbattimento dei randagi, la questione del randagismo è sempre ferma al palo nel centro/sud Italia. Nei canili del nord la situazione nel tempo è migliorata, anche se non completamente risolta a causa del randagismo di ritorno: cani trasferiti dal Sud al Nord, spesso con criteri molto approssimativi, come è stato più volte scritto su questo blog e come emerge da questa diretta.

Continuando ad avere questo approccio al fenomeno del randagismo appare evidente che il problema non sarà mai risolto, eppure ci sarebbero molte opportunità nel cambiare metodo. Con modalità che possano garantire maggior benessere agli animali, diminuire sensibilmente i costi per le amministrazioni pubbliche e interrompere il flusso di denaro verso soggetti di dubbia moralità. Certo i sistemi ci sarebbero, ma la politica dovrebbe fare un passo indietro e affidarsi a persone competenti, che da tempo dicono che i canili non sono la soluzione. Inascoltati, quasi sempre, nonostante i risultati ottenuti con qualche Comune virtuoso. Come successo a Vieste grazie al progetto “Zero cani in canile” di Francesca Toto.

I cani sono le vittime talvolta anche delle scelte politiche fatte dalle associazioni che si occupano di tutelarli

Non vengono accettati nemmeno i trasferimenti proposti da associazioni estere, che si propongono di trovare nuovi conduttori dei cani fuori dall’Italia. Un fatto che avviene per l’opposizione di alcune organizzazioni nazionali di tutela degli animali. Associazioni da sempre contrarie alle adozioni internazionali, senza avere però dimostrato la capacità di creare realmente l’alternativa. Se dopo decenni ci si trova ancora a considerare i randagi come rifiuti appare evidente che non sia sufficiente protestare. Occorre impegnarsi creando sinergie, abbandonando pregiudizi e evitando di voler a tutti i costi accontentare la parte meno attenta. aperta e informata dei loro sostenitori.

Nel frattempo i cani restano in mezzo a una contesa che poche volte trova soluzione. Diventano vittime inconsapevoli di differenze e distinguo, di politiche poco attente delle amministrazioni che, specie al Sud, pensano di poter risolvere tutto ingabbiano i cani, un po’ come nascondere la polvere sotto il tappeto. Nel frattempo non si vedono all’orizzonte significative modifiche legislative sui temi del commercio degli animali, della loro sterilizzazione e del possesso responsabile. Così il rischio è che il randagismo si perpetui ancora per decenni e che sia usato dalla mala politica per elargire favori.

Serve un cambiamento del modo di pensare, delle modalità di agire perché é necessario fare cultura, diffondendo messaggi intelligenti che aumentino le informazioni di quanti sono sensibili alla causa degli animali. Non ci può essere vero amore quando non vi è conoscenza, educazione, formazione e rispetto. Non è possibile continuare a credere che basti toccare le corde delle emozioni, parlando di pelosetti e adozioni del cuore, per essere davvero utili alla causa dei diritti degli animali. Una nuova cultura deve percorrere il paese da Nord a Sud, capace di raccontare alle persone quanto sia importante e giusto comprendere i bisogni e riconoscere i diritti degli animali.

Cani e gatti al posto dei figli: la discussa affermazione di Papa Francesco fa infuriare gli animalisti

cani gatti posto figli

Cani e gatti al posto dei figli: secondo Papa Francesco molti preferiscono gli animali ai bambini che, così, rubano a loro il posto. Un’affermazione che fatto infuriare il mondo animalista, contrario a un ragionamento che forse era un paradosso. Un concetto espresso sicuramente in modo infelice, nello stesso giorno in cui è stata fatta in San Pietro anche un’esibizione di circensi, che certo di rapporti sbagliati con gli animali ne sanno qualcosa. Uno scivolone per il Papa più ecologista della storia della Chiesa oppure l’uso di una metafora che forse merita anche letture diverse?

Non voglio certo essere io, profondamente laico, a fare l’interpretazione del Francesco pensiero, ma vorrei usare queste parole per fare delle riflessioni. Capisco che il Papa sia un pastore di anime, convinto assertore del primato dei sapiens sugli animali. Seppur abbia ricordato che occorre rispetto nei loro confronti è evidente che l’attenzione corra all’uomo, per ovvi motivi. Papa Francesco resta sempre il capo della chiesa di Roma, ma bisogna dargli atto che è un uomo di pace, che ha più volte difeso l’ambiente, i poveri, i popoli nativi. E’ sicuramente il capo di stato più attento ai cambiamenti climatici.

Un uomo che non ha mai avuto paura di esprimere opinioni scomode, di essere contro corrente, pur nel limite del suo ruolo. La valutazione davvero difficile da condividere, in un mondo come questo, non è tanto l’idea espressa su cani e gatti ma l’invito alla moltiplicazione. Su un pianeta dove mettere al mondo un figlio soltanto dovrebbe essere visto come un gesto di responsabilità e non di egoismo. Analogamente alla scelta di non mettere al mondo dei bambini, se si pensa di non poter dargli un futuro sereno.

Cani e gatti al posto dei figli è un paradosso: sono mondi diversi che si incrociano solo nell’affetto, creando rapporti che non possono essere alternativi

La realtà è che su questo pianeta siamo molti, decisamente troppi al di là delle confessioni religiose di appartenenza. Francamente mi lascia indifferente l’idea di quale religione avrà il primato dei fedeli, mentre mi provoca profondo orrore quando la religione viene usata per opprimere, per comprimere i diritti, per privare delle libertà. Quando la religione diventa una forma di violenza nei confronti di uomini e animali. Quindi, se fossimo una specie saggia, dovremmo pensare a una decrescita serena del numero degli umani che calpestano il suolo del pianeta.

Altra cosa che mi sarebbe piaciuto sentire sarebbe stato un fermo richiamo alla responsabilità genitoriale: il mondo non è fatto di santi e di eroi, ma di persone. Che avrebbero il dovere morale di interrogarsi prima sulla loro disponibilità a sacrificarsi, a difendere i diritti dei bambini, a essere i primi combattenti per un mondo migliore. Un concetto che riguarda anche le adozioni: cercare di rendere felice chi è già nato, piuttosto che far nascere nuove vite sarebbe un segno di condivisione, di partecipazione all’altrui sofferenza.

Un concetto che vale, anzi meglio usare il condizionale, che dovrebbe valere per tutte le vite. Una riflessione profonda che dovrebbe portarci sempre verso la strada che diminuisce la sofferenza, come se fosse un dovere. Questo ovviamente non significa che non si debba fare figli, ma che alcune scelte potrebbero essere sostenute e agevolate perché eticamente migliori di altre. Per chi è già nato, per un pianeta in affanno che salvo cambiamenti davvero radicali non sarà in grado di nutrire tutti.

Quando cani e gatti vengono identificati come figli forse diventano i bersagli di un affetto sbagliato, patologico

I nostri animali domestici sono uno dei punti focali dei nostri rapporti, delle interazioni che riguardano anche il mondo dei sentimenti. Ma talvolta quando l’amore diventa prevalente sul rispetto allora si corre il rischio di dimenticarsi della loro natura. Non un caso che alcune razze canine, come i cani brachicefali, abbiano oramai tratti completamente esasperati per farli sempre più assomigliare a cuccioli d’uomo. Animali ai quali spesso non vengono riservate attenzioni verso le loro necessità, cercando di ottenere soltanto quello che fa piacere a chi li detiene.

Così ci sono cani che passano la loro vita nelle borsette, che sporcano sulle traverse in casa, che non possono socializzare. Animali con i quali non si condivide nulla, ma che sono tenuti per il nostro piacere, segregandoli magari sui balconi, costringendoli in gabbia, strattonandoli costantemente durante le passeggiate. Animali che siamo incapaci di rispettare, per la loro essenza, per le loro esigenze, cercando di trasformarli in quello che non dovrebbero essere.

La realtà è che forse siamo una specie che fatica a tenere a bada il proprio egoismo, lo facciamo con gli uomini, che hanno una possibilità di difesa, lo imponiamo agli animali. La ragione per cui mi sarebbe piaciuto più sentire parlare di responsabilità che di natalità da Papa Francesco. Perché è proprio in questi concetti, rispetto e responsabilità, che si annida la felicità. Regalare felicità senza oppressione, senza creare gabbie e recinti, dovrebbe essere un dovere per tutti gli uomini, indipendentemente da credo e colore di pelle, da genere o stato sociale.

Sugli animali diamo i numeri, uccidendo il buon giornalismo e l’informazione responsabile

sugli animali diamo numeri

Sugli animali diamo ai numeri, con sempre maggior disinvoltura, senza effettuare controlli, togliendo spesso agli organi di informazione credibilità. Privando in questo modo i lettori di notizie attendibili, su argomenti che sono ritenuti sempre più importanti dall’opinione pubblica. Un’importanza che troppi media riservano solo ai click che le notizie sugli animali sono in grado di attivare, ma non alla qualità dell’informazione che spesso è soltanto un brutto “copia & incolla”. Fatto senza controlli sull’attendibilità delle fonti, anche quando sono da sempre inaffidabili.

Così il giorno di Capodanno viene diffusa una notizia lanciata dalla famigerata associazione “AIDAA” sui botti. Nella velina subito rilanciata dalle agenzie si parla di 400 cani e gatti morti a seguito di petardi e fuochi d’artificio. Peccato che manchino del tutto le fonti di acquisizione dei dati che sono alla base del solito comunicato stampa, come è chiaro a chiunque segua questo settore. Una certezza per chi ben conosce il fondatore dell’associazione e le sue improbabili dichiarazioni, ma anche la sicurezza sull’impossibilità di avere i dati citati. In assenza di un osservatorio efficace e, soprattutto, reale sulle tantissime questioni che hanno al centro gli animali.

Così agenzie e le principali testate, fra le quali il Messaggero di Roma, si buttano letteralmente sui botti, contribuendo a far esplodere il fegato di chi conosce i protagonisti e il settore. Il Messaggero lo fa con un titolo drammatizzante: “Botti Capodanno, strage di animali: 400 fra cani e gatti morti, migliaia fuggiti. Bilancio peggiore rispetto al 2020”.

Errori di percorso, inciampi casuali e non voluti o strategie di clickbaiting?

Qualcuno potrebbe pensare a un incidente di percorso, un abbaglio preso da un’agenzia che ha causato il diffondersi di fake news. Non è così, non si tratta di un caso isolato. Come non possono essere considerati episodi sporadici tutte le falsità che spesso vengono pubblicate sugli animali. Confondendo realtà con fantasia, notizie con bufale, delle quali vengono digerite anche corna e zoccoli.

La realtà è che la buona informazione costa, ma nessuno vuole oramai pagare. Aumentando spesso l’incapacità del lettore di distinguere fra il vero e il falso, fra la notizia e la bufala. Così in un attimo il disastro si amplifica, grazie alla condivisioni delle fake news in rete, che vengono a loro volta ricondivise. Seguendo l’assunto che un fatto pubblicato da un giornale è per certo vero, e se viene postato da un amico stimabile la verifica l’avrà fatta certamente lui. Un effetto domino letale, che rende vero, falso e verosimile un impasto indistinguibile, una polpetta indigesta sulla cui tossicità si riflette troppo poco.

I giornali online vivono sulla pubblicità, con redazioni ridotte all’osso e con collaboratori pagati pochissimo. Che se vogliono poter arrivare alla fine del mese con un compenso dignitoso, che gli consenta almeno la sopravvivenza, sono costretti a scrivere tanto, verificando poco. In altri casi le regole le dettano gli investitori pubblicitari, che possono dare o togliere il loro sostegno a seconda delle politiche editoriali. Tutto deve tornare in ogni economia e i media non sono un’eccezione.

Sugli animali diamo i numeri e in questo modo tutto diventa opinabile, come le false notizie sui lupi, presentati come animali demoniaci

Così i lupi assediano i paesi, spaventano i bambini che non si sentono sicuri di poter uscire a giocare, per la paura ingenerata da queste creature del demonio. Raccontate non con il piglio della scienza, ma con il cipiglio delle veline di qualche sindacato di agricoltori o del mondo venatorio. Notizie false, gonfiate, capaci però di creare l’effetto valanga: partono che sono una palla di neve ma dopo anni che girano sulla rete diventano come le isole di spazzatura negli oceani. Inquinanti, pericolose, capaci di generare una falsa cultura che sembra essere diventata invincibile.

Tornando alla notizia degli animali morti a Capodanno c’erano tutti gli ingredienti per capire che fosse una polpetta avvelenata. Un’associazione non credibile quanto fantomatica, capace di dare sempre con furbizia proprio quella che è un’esca fantastica per avere l’attenzione dei media. I giornali vogliono i dati per dar corpo alla notizia, per renderla credibile e si abbeverano a questa fonte per i botti, ma non soltanto. Questa associazione da costantemente i numeri: del randagismo, degli abbandoni e persino dei gatti neri scomparsi nella notte di Halloween. Imbonitori, che sembrano però essere più ascoltati dai media di quanto lo sia Papa Francesco dai fedeli.

L’abuso della credulità popolare è un reato punito con una multa sino a 15.000 Euro, ma sulle panzane si chiudono gli occhi

Secondo l’articolo 661 del Codice Penale “Chiunque, pubblicamente, cerca con qualsiasi impostura, anche gratuitamente, di abusare della credulità popolare è soggetto, se dal fatto può derivare un turbamento dell’ordine pubblico, alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 15.000.” Non turba l’ordine pubblico pensare che i lupi assedino i paesi, mettendo in pericolo i bambini? Forse si, ma solo imparando a valutare con attenzione: chi scrive dovrebbe verificare sempre, e quando sbaglia rettificare. In un paese dove le fonti sono spesso avvelenate, il dovere del controllo non dovrebbe essere svolto soltanto per pura deontologia.

In Italia si fatica ad avere dati realistici in tutti i campi e quelli sugli animali non fanno eccezione. Alcune rare volte perché si cerca di occultarli, il più delle volte perché non vengono raccolti, non vengono aggregati, non gli vien data alcuna importanza. Facciamo fatica a conoscere i numeri del randagismo, perché le istituzioni non li raccolgono o non li trasmettono, e così gli unici disponibili sono datati e parziali. Ma mancano anche i dati complessivi dei procedimenti per maltrattamento di animali: quanti finiscono archiviati, prescritti, mai istruiti? Sappiamo quanti sono gli animali da compagnia in Italia solo grazie al fatto che rappresentano un dato economico rilevante, un mercato miliardario.

Ben diverso quando si parla di allevamenti, trasporti di animali vivi, fauna abbattuta dai cacciatori: per i primi i dati sono spesso espressi in quintali, per la fauna le Regioni ritirano i tesserini dove i cacciatori dovrebbero segnare gli animali abbattuti, ma i dati disponibili sono pochi, mai completi e spesso non si riescono ad ottenere. Si può quindi davvero pensare che questa associazione possa dare, lo stesso giorno, i dati degli animali morti per i botti di Capodanno? Neanche credendo che Biancaneve non sia il personaggio di una favola.

Alcuni giornali e agenzie che hanno pubblicato la falsa notizia

TestataDataLink
Il Mattino01/01/20222https://www.ilmattino.it/pelo_e_contropelo/animali_morti_botti_di_capodanno_cani_gatti_fuggiti_aida-6414027.html
Il Sicilia04/01/2022https://www.ilsicilia.it/strage-di-animali-a-capodanno-morti-almeno-400-fra-cani-e-gatti-per-i-botti-centinaia-quelli-scappati/
Napoli Today04/01/2022https://www.napolitoday.it/animali/capodanno-2022-animali-morti.html
ADN Kronos01/01/2022https://www.adnkronos.com/capodanno-2022-morti-almeno-400-tra-cani-e-gatti-per-i-botti_4VvGGRER0mmb4Vv7VE3luR
Corriere della Calabria04/01/2022https://www.corrieredellacalabria.it/2022/01/01/botti-di-capodanno-aida-record-di-cani-e-gatti-morti-in-calabria/
Corriere Etneo01/01/2022https://www.corrieretneo.it/2022/01/01/capodanno-in-sicilia-e-calabria-record-di-cani-e-gatti-morti-per-i-botti-sono-almeno-400/
TGCOM2401/01/2022https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/botti-di-capodanno-aida-almeno-400-gli-animali-domestici-morti_43877659-202202k.shtml
VelvetPets03/01/2022https://velvetpets.it/2022/01/03/botti-di-capodanno-strage-cani-e-gatti-oltre-400-animali-morti/

Una sola testata si interroga e si pone dubbi sulla veridicità della notizia ed è Kodami, alla quale bisogna dare atto dell’attenzione.

Vietare i botti di Capodanno evita incidenti, incendi e feriti ma serve legge e informazione, non demagogia politica

vietare botti capodanno

Vietare i botti di Capodanno con le ordinanze dei sindaci serve davvero a poco. Come purtroppo le campagne di informazione contro i botti che durano solo per le feste e sono apprezzate da chi già è convinto del pericolo. Occorre una norma che vieti, durante tutto l’anno, la vendita e la detenzione di tutti i congegni che provocano esplosioni, come i petardi, o partono verso il cielo come i bengala. I congegni esplosivi e pirotecnici non dovrebbero poter finire nelle mani di persone sprovviste di idonea autorizzazione.

Le tradizioni dei festeggiamenti possono e devono cambiare quando rappresentano un pericolo per la collettività. Non si tratta solo degli animali domestici che, spesso, si terrorizzano con i botti ma del pericolo complessivo che questi congegni rappresentano. Gli ospedali si riempiono di feriti, di persone che resteranno invalide per tutta la vita, per aver usato un petardo o un fuoco d’artificio. Scoppiano incendi causati da fuochi d’artificio che finiscono nei boschi, ma anche nelle case di ignari cittadini. Spaventano gli animali selvatici che possono ferirsi durante la fuga e sono causa di morie di uccelli, specie nelle ore notturne. Non ultimo sono una fonte di inquinamento da polveri sottili, che nei giorni successivi alle feste subiscono drastiche impennate.

Per cambiare però occorrono norme precise e applicabili, che non rappresentino soltanto uno strumento di propaganda, come spesso sono le inapplicabili ordinanze fatte da molti sindaci. Inutile vietare l’uso dei botti quando non si è in grado di controllare cosa accade nelle strade e cosa viene lanciato da balconi e terrazzi. Peraltro inutile vietare l’uso di quello che si consente sia venduto liberamente, spesso in esercizi che non sono in grado di garantire la sicurezza di chi li utilizza. Senza dimenticare i congegni esplodenti proibiti, confezionati da criminali che non si preoccupano delle conseguenze di queste bombe artigianali

Vietare i botti di Capodanno deve essere il punto di partenza per una corsa che porti al divieto di detenzione e vendita

Ogni Capodanno i telegiornali sciorinano i loro bollettini di guerra, mentre nei giorni precedenti le associazioni di tutela degli animali forniscono giuste istruzioni per prevenire morti e fughe, poi tutto finisce nei cassetti per ripetersi, puntualmente, l’anno successivo. Sono decenni che assistiamo sempre allo stesso rito mediatico, che poco serve per arrivare a una soluzione. Sembra che le tradizioni siano immutabili e che ci si preoccupi sempre di impedire il realizzarsi dell’emergenza del momento. Eppure quando la società e le ONG si impegnano, quando si riesce a creare un movimento d’opinione, i cambiamenti sono possibili, diventano concreti.

Le nostre comunità sono chiamate in questo periodo a fare numerose scelte, che cambieranno radicalmente il nostro modo di vivere. Lo faranno in tempi più o meno lunghi, a seconda della capacità di motivare le persone sull’importanza del cambiamento. Sembra però che l’importanza di comunicare in modo costante, sino al traguardo, sia compreso sempre di più dagli uffici marketing che da chi avrebbe il dovere, politico o morale per seguire la propria missione, di mettere in atto azioni concludenti.

Abbiamo una strada da percorrere, che non sarà in discesa e priva di costi. Un percorso che sarebbe possibile spazzare da quelle tante azioni sbagliate, in fondo di poco conto ma di grande danno. E se qualcuno pensa che combattere i botti sia tempo perso si fermi un secondo a riflettere sui costi che la collettività paga ogni anno per queste stupide tradizioni. Facendo due conti si accorgerebbe che non c’è nulla di divertente nei botti, che alla fine mettono le mani nelle tasche di tutti. Per curare feriti e riparare danni. Eppure niente è più bello di un cielo stellato e per questo ogni giorno dovremmo fermarci a festeggiare, riflettendo su come stiamo distruggendo l’unica vera bellezza.

In attesa di un cambio di passo gli animali domestici vanno tenuti al sicuro, mentre poco si può fare per i selvatici

In attesa di tempi meno esplosivi bisogna fare molta attenzione agli animali domestici, che proprio come le persone non sono tutti uguali. Ci sono cani e gatti che si terrorizzano e altri che, può sembrare incredibile, sono completamente indifferenti alle esplosioni. Nel dubbio e vista l’imprevedibilità dei comportamenti umani, che non si fanno scrupoli a lanciare petardi dove non si dovrebbe, meglio aumentare le attenzioni. Soprattutto mai portare i cani a spasso senza guinzaglio in questi giorni, perché le fughe sono all’ordine del giorno, con conseguenze che potrebbero essere davvero pericolose.

Troppi animali prigionieri nelle case degli italiani: un mercato che cresce in parallelo alla sofferenza

troppi animali prigionieri case

Troppi animali prigionieri nelle case degli italiani, una presenza sempre più numerosa e cresciuta durante la pandemia. Il mercato degli animali da compagnia, definizione che già dice molto sulla connotazione della relazione, muove molti interessi e fiumi di denaro, Come viene evidenziato dal rapporto di Assalco (Associazione Nazionale tra le Imprese per l’Alimentazione e la Cura degli Animali da Compagnia) presentato durante Zoomark 2021. La fotografia del settore, valutata sotto il profilo economico, è sorprendentemente positiva. Nonostante la crisi economica del periodo.

Cani falchi tigri e trafficanti

Il fatturato degli alimenti per cani e gatti ha prodotto un balzo del 6,4% nell’anno nei dodici mesi sino al giugno 2021. Con un valore complessivo di questo segmento di 2,3 miliardi di euro. Una cifra davvero considerevole. Ma oltre alle cifre che riguardano le due specie, cane e gatto, con le quali riusciamo a condividere al meglio le nostre vite c’è dell’altro. Il mercato degli animali da compagnia va oltre a cani e gatti, che complessivamente risultano essere poco più di 16 milioni. Ma pur rappresentando una presenza significativa sono di fatto una minoranza: il numero complessivo degli animali presenti nelle case italiane, infatti, supera i 62 milioni di unità.

Questa cifra attesta che la popolazione dei pet ha superato quella umana nel nostro paese. Scomposta racconta che ci sono 29,9 milioni di pesci e 12,9 milioni di uccelli, animali che vivono rinchiusi in contenitori e gabbie più o meno accettabili. Seguono quasi 2 milioni di piccoli mammiferi e poco meno di un milione e mezzo di rettili. Questo porta a quasi 47 milioni il numero di animali, diversi da cani e gatti, prigionieri, con ridotte interazioni con l’uomo, costretti a trascorrere una vita povera di stimoli. Condotta quasi sempre senza possibilità di mettere in comportamenti specie specifici.

Gli animali prigionieri nelle case sopravvivono senza controlli su loro benessere, spesso amati ma non rispettati per la loro natura

Questi numeri rappresentano vite, molte allevate per questo scopo, altre catturate in natura, altre ancora provenienti da traffici illegali. Numeri che sono solo stime per difetto, basate su indagini statistiche. Si tratta di animali che possono avere un’esistenza molto breve, a causa delle condizioni in cui vengono tenuti, oppure molto lunga, grazie alla loro resistenza alle avversità che la cattività impone. Nonostante si parli molto di diritti degli animali quelli che sono imprigionati nelle case sembrano averne meno degli altri. Come se l’essere tenuti da persone che credono di essere amanti degli animali potesse rendere meno grave la prigionia.

Ci si indigna per i cacciatori, che con una fucilata spengono un volo, o contro il bracconiere che uccide un animale protetto ma si parla davvero poco di questi milioni di uccelli tenuti in gabbia, privati della possibilità di compiere l’azione più naturale come il volo. Poche persone si fermano a riflettere sulla sofferenza che viene causata a un petauro dello zucchero, solo per il piacere di tenerlo nelle nostre case. I concetti sfumano, le attenzioni perdono intensità, così tanto che poche sono le campagne informative per contrastare la cattività.

Questa sofferenza muta non genera quasi mai proteste, non stimola grandi dibattiti sull’argomento. Come se tenere un uccello legato a un trespolo o un criceto in una gabbia minuscola fosse cosa normale, assimilata dalla nostra cultura, giustificata dal rapporto univoco che giustifica la cattività. Che non può trovare giustificazione nel rapporto, che si crea, sufficiente o meno che sia al benessere. La prevaricazione avviene nel momento in cui un animale, non domestico o come viene definito oggi “non convenzionale”, viene acquistato.

Il fatto che vendere animali sia lecito non comporta che la detenzione sia etica, quando non rispetta le necessità etologiche di un animale

Vendere pappagalli è lecito, come lo è per i criceti, i petauri, le genette e i pesci rossi. Lo stesso vale per bradipi, falchi e civette, cavie, gerbilli e perfino per le volpi volanti. A patto che abbiano i documenti, se si tratta di specie protette, che attestino che il loro commercio non incrementa il rischio di estinzione. Eticamente trovo che sia riprovevole comprare un animale, in particolare un animale non domestico e che lo sia ancora di più quando lo facciamo sapendo che limiteremo la sua natura. Un uccello che non possa volare è come, se non peggio, di un cane che vive alla catena.

Si parla di allevamenti intensivi, della sofferenza degli animali che li popolano. Certo provando meno empatia, per ragioni complesse, di quanta non ne ispirino cani e gatti. Questo magari può non portare a scelte di cambiamento delle abitudini alimentari, ma insinua almeno il dubbio sulla correttezza dei comportamenti. Poche volte invece sentirete alzarsi una voce per la sofferenza di un criceto o per la tristissima vita di un pesce rosso. Per non parlare di quella noiosissima a cui obblighiamo un canarino. Solo per egoismo, per il piacere, appunto, di avere un animale che fa compagnia.

“Nell’anno dell’emergenza sanitaria la relazione con i pet ha acquisito ancora più valore. Gli animali d’affezione sono membri delle famiglie in cui vivono e danno tanto ai loro proprietari che, a loro volta, sono particolarmente attenti alla loro alimentazione e alla loro salute. In tempo di pandemia, gli italiani hanno apprezzato ancora di più il grande valore degli animali da compagnia, che in alcuni casi si è rivelato essere l’unico contatto fisico possibile, interagendo maggiormente con i propri pet e volendoli gratificare con alimenti e accessori studiati apposta per le loro esigenze.”

Dichiarazione di Gianmarco Ferrari, presidente di Assalco, estrapolata dal comunicato stampa di presentazione del rapporto 2021

Il rispetto verso gli animali nasce dal riconoscimento della loro unicità e dalla comprensione della qualità di esseri senzienti

Iniziando a guardare gli animali con occhi diversi, cercando di comprendere i loro bisogni, conoscendo i comportamenti che avrebbero in natura si arriva presto a capire che il vero amore si concretizza decidendo di non averne. Una realtà che appare ancora molto lontana, lo dicono i numeri, sulla quale bisognerebbe investire con campagne informative, che aiutino a comprendere meglio necessità e diritti. Un tema questo che incontra molti ostacoli nell’essere diffuso, dagli interessi economici alla soddisfazione dei bisogni dei padroni, ma che dovrà trovare ascolto.

Costringere animali non domestici a vivere nelle nostre case non è un atto di amore. In alcuni casi dovrebbe essere considerato un vero e proprio maltrattamento, perseguito dalle leggi. L’articolo 727 del Codice Penale parla di “detenzione di animali in condizioni incompatibili con le la loro natura e produttive di gravi sofferenze: qualcuno conosce una sofferenza maggiore per un uccello di quella di non poter volare? Nemmeno la morte può essere peggio di una vita terrena, per chi è nato per essere padrone del cielo.

Vogliamo un assessorato per Animali e Ambiente in ogni città italiana

vogliamo assessorato animali ambiente

Vogliamo un assessorato Animali e Ambiente in ogni città italiana, per segnare un cambio di passo che oramai è indispensabile. Le questioni relative agli animali e all’ambiente nelle grandi città, ma anche nelle Regioni, sono in genere accorpate ad altri settori. Una sorta di appendice che bisogna avere, spesso per gettare un po’ di fumo negli occhi, ma che non sembra così importante da meritare un assessorato autonomo. Come se queste questioni fossero secondarie, poco rilevanti.

Cani falchi tigri e trafficanti

Troppo spesso i politici si ricordano degli animali solo quando arrivano le tornate elettorali, facendo promesse, giurando impegno. Ma è anche capitato, qualche tempo fa, che la vicinanza della scadenza elettorale abbia portato cibo in regalo, per le colonie feline o per le persone indigenti con animali. Un po’ come accadeva molti anni fa a Napoli, quando un barone della Democrazia Cristiana regalava nei comizi una sola scarpa, promettendo di consegnare la seconda in caso di vittoria.

Paarliamo di Milano, città in cui abito e nella quale ho gestito la sede cittadina di ENPA fino a luglio di quest’anno, e prendiamola come esempio, certamente non unico. Le giunte che si sono succedute nel tempo, di ogni colore, hanno fatto sempre molte promesse. I fatti purtroppo sono spesso mancati o sono stati molti meno di quanto ci si potesse aspettare. Il rapporto con le associazioni si è sfilacciato e anche oggi, nei programmi dei candidati Sindaco ci sono promesse molto generiche.

Vogliamo un assessorato per Animali e Ambiente autonomo, in grado di occuparsi davvero di due temi fondamentali

In questi anni il Comune di Milano ha avuto il merito di portare al traguardo una revisione del Regolamento Tutela Animali. Ma questa operazione, si potrebbe definirla un parto molto complesso, che ha richiesto anni e anni di travaglio, ricco di compromessi politici. Con un assessore che aveva deleghe di grande spessore, come lo sport, tempo libero e grandi eventi ma anche la delega agli animali, e al controllo sull’attività del garante ai diritti degli animali. Un assessore che certo non ha mai messo gli animali al centro del suo lavoro.

Così in una città come Milano le occasioni di incontro con la componente politica e quelle ufficiali con i garanti sono state pochissime, tanto da potersi definire quasi insistenti. Non è importante sapere perché sia andata così, ma posso testimoniare che è andata così. Forse perché la politica non ha ritenuto fondanti questi temi. Un vero peccato visto che molte sono le lacune che Milano presenta sulle questioni che riguardano gli animali e l’ambiente, come la stragrande maggioranza delle grandi metropoli italiane

Una grande città che non ha un servizio pubblico di soccorso per tutti gli animali senza padrone, dal pitone al gatto intrappolato nel motore. Non ha un numero unico a cui i cittadini si possano rivolgere per ottenere il recupero o il salvataggio per qualsiasi specie animale. Così la buona volontà delle associazioni, in particolare dell’ENPA milanese, è sempre stata determinante per aiutare gli animali in difficoltà.

Mancano pochi giorni alle elezioni amministrative e sarebbe bello sentire i candidati essere concordi su questo tema

Non esistono centri, previsti per legge, per il ricovero degli animali non convenzionali e ancora sono le associazioni che devono sopperire a questa carenza. Unica nota veramente positiva sarebbe l’Unità Tutela Animali della Polizia Locale, ma il condizionale è d’obbligo, in quanto, seppur molto bravi, sono purtroppo solo i classici quattro gatti (giusto per restare in tema). Il merito di avere oggi questa unità va riconosciuto all’ex assessore Chiara Bisconti, che la fece istituire durante il mandato del sindaco Pisapia.

Temi che andrebbero declinati con argomenti che non siano solo il miglioramento delle aree cani o la pet therapy. Oppure la concessione delle strutture comunali in uso gratuito alle associazioni, purché curino gratis gli animali degli indigenti. Che sintetizzato significa che il Comune ci mette immobili sfitti e le associazioni centinaia di migliaia di euro. Le questioni che riguardano animali e ambiente nelle grandi città meriterebbe voli più alti, obiettivi più ambiziosi, non buttati a pioggia ma scelti per creare una costante di percorso.

Eppure nei programmi quando si parla di ambiente si sentono temi sicuramente importanti, come la mobilità sostenibile e le piste ciclabili (anche se queste ultime qualcuno le vorrebbe purtroppo demolire) ma altri sono proprio assenti. Mancano progetti di rinaturalizzazione vera, che non significa piantare gli alberi o, quantomeno, non soltanto. Esiste infatti una grande differenza fra un parco cittadino e un’area pensata per favorire la vita e la sosta degli animali selvatici.

La tutela di animali e ambiente deve essere quotidiana, presente in ogni giorno dell’anno

Servono progetti di sensibilizzazione dei cittadini sui diritti degli animali, con costanti campagne per l’adozione e per la disincentivazione del commercio, per promuovere un’alimentazione più sostenibile. Attività che non dovrebbero essere condotte saltuariamente, ma che dovrebbero costituire tasselli di una programmazione costante. Non per attrarre consenso, ma per il convincimento della reale importanza di questi temi.

Sarebbe fantastico che a pochi giorni dalle elezioni tutti i candidati si impegnassero a far si che nelle prossime giunte fosse previsto un assessorato per gli animali e l’ambiente. Senza altri compiti, che si occupi solo di questo, ma che possa effettivamente fare la differenza, con fondi dedicati e non risicati. I tempi sono maturi per fare scelte nuove e impegnative, ma anche oramai obbligate, imperative. Ci vuole coraggio e visione, grande impegno e volontà, ma nel complesso mi sembra una bella sfida. Che deve essere vinta nell’interesse di tutti.