Italian Pet Summit 2026: il mercato cresce ma il rispetto cala perché non è questo sentimento che serve a far gonfiare i fatturati. Del resto il Pet Summit è organizzato dal 24ore, noto e apprezzato quotidiano economico, in sinergia con Purina, colosso del settore, che poi è una declinazione di Nestlè. I vari panel di questa giornata non potevano (e non volevano certo) evitare di raccontare quanto la cosiddetta "pet economy" fosse in buona salute, con risultati di tutto rispetto.
Chi scrive conosce il mercato nella sua globalità, fatta di imprese, di marchi, di professionisti di vario genere e di associazioni schierate a tutela degli animali. Che non possono essere troppo "graffianti" nei confronti della mano che spesso nutre, in senso pratico e concreto, gli animali senza padrone. Regalando cibo in scadenza, creando offerte dedicate per gli animali dei canili e dei gattili, vestendo concretamente i panni del benefattore. Anche se si sa che la charity, troppo spesso, altro non è che una forma di pubblicità. Non si comprano inserzioni ma si "dona" per creare un'immagine che tanto piace ai consumatori.
La Pet Economy lascia sul terreno morti e prigionieri e non possiamo nasconderlo
Il termine "Pet Economy" ha un suono sgradevole perché massifica senza separare, unendo tutti gli animali in un unico calderone (come detto dall'etologo Roberto Marchesini nel suo apprezzabile intervento). La Pet Economy è basata sui proprietari, che in questo mercato hanno maggiori diritti dei reali consumatori dei prodotti, gli animali. Ma questa economia è in parte costruita proprio sulla negazione dei diritti degli utenti finali. E già sento le voci di chi protesta per questa visione che verrà trovata un poco "estrema".
La Pet Economy si regge su un mercato che ancora non è capace di sillabare frasi compiute come "Amare un animale significa rispettarlo e non possederlo" o "Il vero rispetto non mina la salute degli animali per accontentare l'estetica umana" oppure, ancora, "Tenere un animale in una gabbia è una violenza, che si genera ogni volta che non si considera la sofferenza causata dalla prigionia". Non ho sentito , nel corso della giornata, spendere una parola contro il maltrattamento genetico, contro la tratta dei cuccioli, contro le adozioni irresponsabili.
Fino a quando possedere un animale resterà un diritto inalienabile, che conosce pochi limiti e scarsi doveri per i padroni (termine scelto non a caso), la sofferenza rimarrà sempre dietro l'angolo. Certo il mercato cresce, ma la sofferenza non cala: per la gioia dei trafficanti, degli allevatori scorretti, dei cucciolatori casalinghi. Non bisognerebbe solo cercare di adottare gli animali senza casa, bisognerebbe iniziare a adottare l'etica, coniugandola con realtà e verità.
Gli animali non vogliono restare imprigionati dentro al nostro amore, vogliono rispetto
Non ci servono animal lovers ma animal respecters, perché l'amore, lo vediamo fra persone, uccide quando non è accompagnato dal rispetto. Chi rispetta davvero non terrà mai un pappagallo sul trespolo e non comprerà mai un animale brachicefalo. Ci servono aziende che, visto che guadagnano su questo mercato, fatto di per sé non solo legittimo ma anche auspicabile, si impegnino anche nel fare sensibilizzazione. Ci servono associazioni che si schierino chiaramente, se serve anche con la durezza di uno scontro: avere animali non deve essere più un diritto inviolabile.
Ricordando che, quasi sempre, sedersi al tavolo delle multinazionali ha un costo. Che in genere viene assolto silenziando un poco l'etica e aumentando la compiacenza, che non è mai buona pratica. Il rispetto che è dovuto agli animali non può essere soltanto preteso, ma va insegnato, declinato e trasmesso facendo buona informazione.
Queste razze sono vittime di un maltrattamento genetico, grazie a una selezione che non ha premiato la forma fisica ma bensì l'estetica. I cani brachicefali hanno subito una deformazione del cranio che li ha portati a avere un muso più largo che lungo, per farli assomigliare sempre più a dei bambini. Una perversione estetica, che non ha più alcuna ragione funzionale come poteva essere per i cani da presa, dove il muso schiacciato aumentava la potenza e la tenuta del morso. Oggi queste razze trovano giustificazione solo per una richiesta puramente estetica del mercato, che è la causa di questi maltrattamenti inferti agli animali.
I proprietari li amano e contribuiscono a perpetuare il loro commercio perchè, si sa, è la domanda che genera l'offerta. Una richiesta di cuccioli talmente alta che, oltre a alimentare traffici e maltrattamenti, ha azzerato o quasi la selezione. Per capirlo basta guardare quanta variabilità ci sia negli esemplari di bulldog francese. Cani che non sembrano avere più caratteristiche compatibili nemmeno con i già discutibili standard di razza. La ricerca del basso prezzo, l'acquisto attraverso la rete, la presenza sul mercato di un numero altissimo di animali senza pedigree ha stravolto ogni regola. Complicando molto, la vita di questi animali, prime vittime del loro aspetto accattivante.
I responsabili dei maltrattamenti? Chiunque alimenta questo mercato, dai trafficanti ai compratori
Mentre in Europa sono diverse le campagne contro il commercio degli animali brachicefali in Italia siamo ancora molto tiepidi su questo tema. Sarà Il numero degli animali o l'ampiezza di un mercato in costante espansione, ma quale che sia la causa in pochi si vogliono mettere di traverso, puntando l'indice su questa sofferenza. Così troviamo brachicefali nelle pubblicità, nei video, nei film, sulle affissioni: quasi ovunque tranne che in campagne educative che contribuiscano a fare cultura, contro il maltrattamento genetico.
Eppure basterebbe poco: creare una sinergia fra le associazioni di categoria che rappresentano i diritti degli animali e i veterinari. Per dar vita a una grande campagna informativa, volta a a far riflettere i possibili acquirenti. Una campagna capillare destinata anche ai decisori politici, affinché adottino misure chiare e definitive per chiudere per sempre su maltrattamenti evitabili. Gli animali brachicefali sono stufi di vivere in apnea! Proprio come io sono stufo io di ripetere costantemente questa richiesta senza risultati apprezzabili!
Michele Serra, i lupi e la morte del suo cane Osso: un evento tanto spiacevole quanto altamente prevedibile, che genera allarme per la notorietà del protagonista. E' accaduto in Val Tidone dove il giornalista ha una casa, al confine fra le province di Pavia e Piacenza, e dove Osso, lasciato libero di vagare, è stato ucciso da un branco di lupi. Un evento tragico, come tutte le volte che muore uno dei nostri animali, che avrebbe potuto essere evitato se Osso non fosse stato libero di girare da solo, senza alcun controllo. La presenza di lupi in quelle zone non è una novità. Ma anzi, leggendo le cronache, risulta essere presenza nota anche a Michele Serra.
Se anche venisse uccisa la metà della popolazione lupina poco cambierebbe circa la possibilità che accadano predazioni sugli animali domestici. Da quando i lupi hanno ricominciato a risalire lo stivale, riconquistando territori che gli appartenevano in passato, l'allarme non è mai cessato, come non cessa il bracconaggio. Nel tempo, certo, la popolazione è cresciuta ma questo non ha significativamente aumentato le predazioni sui domestici. Non lo dicono gli animalisti, ma gli studi su predazioni e rimborsi dei danni causati dai lupi.
Michele Serra, i lupi e la morte del suo cane Osso: una storia che dimostra l'importanza di custodire i nostri animali
Pur comprendendo il dolore di Michele Serra per l'uccisione di Osso non si può che evidenziare che questo episodio non possa essere considerato una disgrazia imprevista. Un cane, un segugio, in modo particolare in primavera, non dovrebbe essere lasciato libero di vagare, nemmeno in un territorio senza neanche un solo lupo. Gli animali domestici vanno custoditi perché creano una serie infinita di problemi a quelli selvatici, specie nel periodo riproduttivo. Il dovere di custodia sarebbe un fatto che sarebbe naturale se smettessimo di considerarci padroni, ma soltanto ospiti.
Qualcuno vuole farci credere che in un paese come il nostro, dove il dissesto idrogeologico, mai arginato, crea danni incredibili, dove l'uso sconsiderato della chimica in agricoltura crea enormi problemi alla salute, che il problema siano i lupi? In un paese dove nell'ultima stagione di caccia sono morte 11 persone e ne sono state ferite 31 davvero si vuole agitare lo spauracchio dei predatori? Certo fomentare le persone non solo è facile, ma purtroppo crea anche consenso come ben vediamo in questo periodo. In un tempo in cui pochi si informano e i dati contano meno del due a briscola. Ma allora come vogliamo difenderci dai predatori bipedi? Ritorniamo al Far West, alla giustizia sommaria?
Se smettessimo di fare allarmismo, se cercassimo di ricondurre la cronaca alla realtà, ci renderemmo conto che di questi tempi il primo obiettivo da centrare sia la coesistenza. La scienza ci dice da moltissimo tempo che tutto è interconnesso: predatori e prede, impollinatori e cibo, inquinamento e salute. Non esiste un solo evento che non generi conseguenze. E sempre la scienza ci dice anche che la via maestra da percorrere sia quella di non alterare gli equilibri naturali. Il problema è che in Italia tendiamo a invertire i fattori, considerando "inevitabili" gli incidenti sul lavoro e "gravissime" le predazioni dei lupi. Eppure, se ci pensate, le due questioni hanno un punto preciso di contatto: sono entrambe originate dall'assenza di prevenzione e dal mancato rispetto di regole e buonsenso.
Carlo Monguzzi è stato, sino alla sua scomparsa, un combattente coerente e controcorrente per la tutela dell'ambiente e per i diritti degli animali. Con il suo impegno politico, prima in Regione Lombardia e poi nel consiglio comunale di Milano, ha dimostrato che è possibile fare politica senza dover scendere a compromessi, con ferma e polemica gentilezza e pungente ironia. Potevi non essere d'accordo con Carlo ma non potevi non averne stima, perché il "compagno Monguzzi" era un faro che emetteva coerenza e coraggio.
Una coerenza che gli è stata riconosciuta in modo unanime dai compagni di partito e dagli avversari che, seppur con qualche lacrima di coccodrillo, gli hanno tributato -dopo la sua scomparsa- il giusto riconoscimento per la sua passione. Carlo si è sempre occupato della tutela dei diritti a tutto tondo, dalla Palestina agli animali. Sino alla battaglia per cercare di salvare il bellissimo glicine di Piazza Baiamonti. Un impegno costante, concreto che lo portava spesso a scontrarsi anche all'interno della coalizione che governa Milano. Sua la battaglia contro l'abbattimento dello stadio di San Siro.
Non amo scrivere di politici ma Carlo un'eccezione la merita: non ho mai conosciuto un politico così appassionato, non per aver consenso ma per intima convinzione. Uno dei pochi Don Chisciotte moderni che non combatteva contro i mulini a vento ma contro ogni forma di ingiustiza. Questo sarà il suo lascito più importante: il valore della coerenza, coniugata con la passione, la gentilezza e l'ironia. Caratteristiche difficili da trovare in una sola persona, che per questo lo hanno reso un fuoriclasse della politica. E se ci fosse il paradiso sono sicuro che Carlo starebbe già discutendo con San Pietro, dandogli consigli sulle modalità di tenuta del giadino dell'Eden! RIP
La risposta è spiacevole, perché mette a nudo la realtà di un giudizio morale che non risulta essere basato sull'analsi di dati comuni ma bensì di convenienze. Non è il dato scientifico che crea le categorie, perché a questo punto un cane dovrebbe avere gli stessi diritti di un asino, ma non è così. Semplicemente noi dirigiamo il nostro sguardo benevolo verso esseri viventi salvabili, che possono tranquillizzare la nostra coscienza, quando li guardiamo. Del resto è lo stesso trattamento che noi riserviamo agli esseri umani, perché ci stupiamo? Qualcuno vuole farmi credere che nella realtà, non nella teoria, un bimbo palestinese abbia gli stessi diritti reali di un bimbo italiano, inglese o francese? Certo che non è così.
Se un cane ha meno diritti di un agnello dovremmo avere la lealtà di affermarlo, come punto di partenza per fare dei ragionamenti, per farne discendere dei comportamenti. Dovremmo quindi spostare il ragionamento non basandoci (solo) sulle comuni capacità di percezione di fronte alla sofferenza e al dolore. Spostandoci nel campo della eventuale necessità: siamo consapevoli della sofferenza ma dobbiamo attenuare i diritti per ragioni alimentari e economiche. Ma il focus di questo ragionamento non è tanto verso il diritto di uccidere, ma verso la crudeltà di far vivere pessime vite, che quasi sempre terminano con un orribile morte.
La lotteria dei diritti di tutti gli animali prevede meccanismi consapevoli che massimizzano il profitto senza riguardi per la sofferenza
Il discorso è molto complesso, perché va contro una serie di percorsi mentali su cui si basa la realtà. Ogni tanto qualcuno mi chiede come si faccia a difendere i lupi, visto che straziano le creature di cui si nutrono, in sofferte agonie. Io invece mi chiedo perché non si riconosca la naturale equità di quelle predazioni. Il lupo uccide perché è un carnivoro, perché non solo non ha alternative ma non guadagna nulla più del vivere dalla sofferenza. Si tratta di un comportamento di necessità, naturale, bologico, puro e quindi eticamente corretto.
Qualcuno vede la stessa naturalità negli allevamenti intensivi? Qualcuno può negare che quelle orrende condizioni di vita siano causate da un calcolo di profitto? Qualcuno può forse affermare che facendo vivere in modo degno gli animali non ci sarebbe cibo per tutti? Qualcuno può forse sostenere che non si possa evitare di trasportare animali vivi per centinaia o migliaia di chilometri per accrescerne il valore? La crudeltà non sta nell'uccidere ma nel costringere a condurre vite impossibili. La crudeltà è una colpa grave, che non può trovare giustificazioni né morali, né pratiche. Non c'è nulla è ineluttabile nel lasciare che questo avvenga.
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