Abbiamo abbandonato donne e animali in Afghanistan, in balìa dei fanatici religiosi

Abbiamo abbandonato donne e animali in Afghanistan, in balìa dei fanatici religiosi

Abbiamo abbandonato donne animali

Abbiamo abbandonato donne e animali in Afghanistan, in mano a un fanatismo religioso che riporta il paese nuovamente nel Medio Evo. Una scelta fatta con rapida disinvoltura, senza preoccuparci delle conseguenze per un intero popolo. Nella fretta sono state abbandonate non solo le persone che collaboravano con l’occidente, ma anche molti cani. Quelli delle tante imprese private che si occupavano di sicurezza. E per un momento si è temuto che ci fossero anche una parte di quelli in servizio con le truppe americane, ma la notizia è stata poi smentita.

Cani falchi tigri e trafficanti

Il mondo si è commosso per le storie degli uomini e degli animali rimasti a Kabul. Questo non è servito a modificare le scelte fatte, a garantire realmente che venissero evitate violenze e sofferenze. Pen Farthing e la sua organizzazione Nowzad hanno dovuto fare scelte drastiche. Portando in salvo circa un centinaio di cani e una settantina di gatti, ma dovendo fare l’eutanasia agli animali troppo vecchi e malati per affrontare il viaggio. A Kabul continua a operare un’altra organizzazione, questa volta americana, nel tentativo di evacuare i suoi animali.

Abbiamo abbandonato donne e animali, nonostante i servizi di sicurezza avessero avvisato i governi dei possibili scenari

Le scene a cui assistiamo nei telegiornali, sempre più sprofondate verso i titoli di coda, mettono angoscia. Ricordano come le persone si trovino costrette in vite che non hanno voluto, per scelte che sono state costrette a subire. Proprio da quel mondo occidentale che a parole difende diritti e democrazia e che nei fatti abbandona chiunque. Immolando queste vite sull’altare della convenienza politica, spesso con visioni davvero di corto periodo.

Pensare a una vita che trascorrerà guardando il mondo da dietro un velo, senza poter studiare, senza musica né libri fa accapponare la pelle. Rende percepibile il dolore e la paura, la sofferenza di chi non trova la via per poter condurre una vita libera. Donne e uomini costretti a vivere nella paura e animali condannati alla sofferenza. Chi si occuperà dei randagi di Kabul e non solo, quando le ultime organizzazioni avranno lasciato il paese?

Pen Farthing lo dice chiaramente in un’intervista rilasciata a un giornale online: in Afghanistan tutto è finito per Nowzad. L’ultimo sforzo sarà quello di evacuare in un luogo sicuro lo staff afgano dell’organizzazione. Un’operazione già tentata, ma purtroppo fallita all’aeroporto di Kabul, quando fucili alla mano, i talebani hanno bloccato la partenza dello staff. Entro pochi mesi, come purtroppo sempre succede, ci dimenticheremo dell’Afghanistan, dei sui uomini, delle sue donne e dei suoi animali.

Difficile non provare vergogna per essere scappati, dopo vent’anni di occupazione, lasciando tutto peggio di prima

L’Occidente sta dicendo che deciderà come comportarsi con il nuovo governo sulla base delle prossime azioni, ma sarebbe meglio definirlo correttamente come una nuova dittatura di fanatici integralisti. Ma in un pugno di giorni le azioni sono già state terrificanti: donne velate, cacciate dalle scuole e dagli uffici, giornalisti picchiati, manifestazioni sciolte a raffiche di mitra. I ministri di questo supposto governo sono ricercati dall’FBI e sulle loro teste pendono taglie milionarie. Serve, o meglio, serviva altro per non abbandonare un popolo?

Come possiamo assistere impotenti alla carcerazione di un intero popolo? Come possiamo pensare che in Occidente una donna possa fare l’astronauta, come Samantha Cristoforetti, e in Afghanistan una donna possa essere considerata meno di un fucile mitragliatore? Con che coraggio racconteremo alle giovani generazioni che ci siamo resi complici di quello che sarà un genocidio, almeno culturale, di un popolo intero?

Stiamo ballando sempre più vicini all’orlo di un vulcano, e dove non arriveranno gli uomini arriverà la natura. Ogni giorno dimostriamo di essere incapaci di provare reale empatia, di conoscere il valore della compassione vera, e di non comprendere neppure il valore inestimabile della libertà e quello di una vita libera dalla paura.

Diritti animali e coerenza: fra bugie del marketing e scorciatoie etiche di alcuni difensori

Diritti animali e coerenza: fra bugie del marketing e scorciatoie etiche di alcuni difensori

Diritti animali e coerenza
Riccio africano – animale selvatico esotico da non acquistare e tantomeno liberare in natura

Diritti animali e coerenza, un binomio spesso difficile da far suonare in modo armonico, che troppe volte produce dissonanze difficili da accettare. Sulle quali spesso e volentieri si sorvola, quasi come se parlarne rappresentasse un tabù. Un problema che non riguarda solo gli acquisti di animali da “cattività”, termine forse più adatto rispetto alla definizione “da compagnia”. Dove inizia e dove finisce il confine fra rispetto dei diritti e amore, fra commercio e abbinamenti di interessi contrastanti?

Il commercio di animali, purché rispetti le varie normative su tutela delle specie minacciate e sicurezza pubblica, è un’attività legale, come mi ha fatto recentemente notare sui social una nota catena di negozi, con annesso pet shop. Questo è verissimo, ma lo è altrettanto il fatto che non tutto quello che è legale abbia un valore etico almeno neutro. Far allevare animali non domestici, esotici e/o selvatici, con l’unico scopo di farli vivere in cattività non rappresenta un valore eticamente accettabile. Generazioni e generazioni di prigionieri nati per soddisfare i bisogni di qualcuno ma desinati a condurre un’esistenza misera.

Eppure sul commercio di animali, quando non parliamo di traffici illegali, dai cuccioli della trattaa agli animali protetti dalla CITES, si alzano ben poche voci. Molte associazioni sono abbastanza “tiepide” su questi argomenti, forse perché i destinatari della critica spesso coincidono con una larga fetta dei propri sostenitori. In altri casi ci sono realtà che in qualche modo fiancheggiano i commercianti di animali, organizzando raccolte di cibo nei loro punti vendita. Esattamente per lo stesso motivo di affinità: chi entra in un garden con annesso pet shop è probabilmente portato a guardare con simpatia chi si occupa di randagi.

Diritti e coerenza, se sono riconosciuti come un valore, non possono essere immolati sull’altare della necessità

Dietro il commercio di animali da cattività si nasconde un mondo fatto di sofferenze. Sia che si tratti di animali catturati in natura, per fortuna oramai sempre meno, che di quelli allevati per questo scopo. Per capirlo basta vedere le condizioni di esposizione e vendita nella stragrande maggioranza dei negozi: con la scusa che si tratta di situazioni temporanee spesso gli animai in vendita sono tenuti in modo trascurato, privi della possibilità di potersi comportare secondo le loro necessità etologiche.

Manca però una sensibilizzazione dei “consumatori”, termine che ben si adatta a chi compra animali da pochi euro come criceti, canarini, pesci rossi, tartarughine. Specie che costano poco, chiedono poco e muoiono spesso, per la gioia di allevatori e commercianti. Che grazie a questo rapido turn-over possono vendere sempre nuovi esemplari. Per non parlare delle condizioni di vita a cui gli animali da cattività sono sottoposti nelle case.

Il più venduto e il meno considerato è sicuramente il pesce rosso, animale simbolo della sofferenza muta. Molte persone che hanno acquistato in passato questi animali spesso confessano di essersi pentiti della scelta, avendo compreso la sofferenza. Ci sono invece altre persone che ancora pensano che il loro presunto amore possa lenire ogni sofferenza, ma questa purtroppo è davvero un’illusione per tutte le specie non domestiche come cani e gatti.

La sottile linea rossa che divide la necessità dall’adesione, l’acquisto di prodotti dalla sponsorizzazione

Questa è un altra tematica delicata, in molti casi un vero e proprio nervo scoperto, che espone l’etica a sollecitazioni innaturali, piegandola più alle necessità economiche che alle scelte etiche. Come avviene per esempio quando diritti degli animali e case farmaceutiche, che notoriamente fanno sperimentazione sugli animali, vanno stranamente sottobraccio. Un fatto eticamente difficile, se non difficilissimo da digerire.

I farmaci sono necessari alla cura degli animali e questo è un dato di fatto innegabile. Diversa però è la posizione del cliente, per necessità, da chi accetta di essere sponsorizzato da una casa farmaceutica. Sono due comportamenti eticamente differenti che meritano di essere distinti, ma anche di successivi e futuri approfondimenti. Credo che non ci possano essere buon scopi da condividere con cattivi alleati, diversamente l’etica diventa ad assetto variabile, priva di punti di riferimento.

In fondo sarebbe un po’ come se un’associazione umanitaria servisse nelle sue mense pasti confezionati con prodotti che derivano dallo sfruttamento dei lavoratori, dal caporalato. Un fatto che apparirebbe così stridente da finire sulle prime pagine dei giornali. E nessuno troverebbe disdicevole che qualcuno abbia fatto emergere una realtà così grave. Certo il caporalato è illegale e la sperimentazione sugli animali ancora no, ma il burrone etico non è diverso.

Attenti ai cani, una storia di 40.000 anni che racconta come il cane sia diventato il nostro miglior amico

Attenti ai cani, una storia di 40.000 anni che racconta come il cane sia diventato il nostro miglior amico

attenti ai cani

Attenti ai cani è un interessante lavoro di Paola Valsecchi che racconta, con grande precisione attraverso dati scientifici, l’origine del canis lupus familiaris. Una storia controversa, che solo in tempi abbastanza recenti ha trovato certezze. Grazie agli esami del DNA che hanno consentito di dimostrare, senza tema di smentita, che il lupo sia il progenitore di tutti i cani domestici. Spazzando via altre teorie che avevano inizialmente convinto anche il padre dell’etologia Konrad Lorenz.

In questo saggio Paola Valsecchi, che insegna Etologia applicata all’Evoluzione all‘Università di Parma, introduce il lettore con fermo garbo, ma grande precisione scientifica, nel mondo canino. Raccontando come quello che oggi è il nostro compagno fedele si sia fatto circuire dall’uomo, che da una parte gli aveva fatto grandi promesse per poi tradire quel patto. Un’amicizia spesso a senso unico, dove l’unico a onorarla sempre e comunque è restato solo il cane. Ma questo è il parere del recensore, anche se sono certo sia anche quello dell’autore.

Grazie al DNA e a studi pubblicati molto recentemente oramai si ha la certezza che i cani si siano separati dai lupi, per iniziare la vita domestica, 40.000 anni fa. E da questo momento in avanti le nostre vite non si sono più separate. Come avrete capito questo libro racconta in modo scientifico, e non romanzato, la nascita di questo pilastro della storia umana. L’uomo senza il cane non sarebbe, forse, mai potuto arrivare dove è arrivato, mentre il cane senza l’uomo sarebbe pur sempre restato un lupo. Animale fiero e affascinante, nella sua perfezione di super predatore.

Attenti ai cani percorre passo passo non soltanto la storia del lupo che diviene il cane domestico, ma affronta anche il tema della domesticazione

La domesticazione è un processo lungo e complesso, non basta la riproduzione in cattività, non è sufficiente l’imprinting. Paola Valsecchi lo spiega entrando nei particolari, parlando di selezione, di soggetti meno timorosi e più vicini all’uomo, per concludere come il processo non sia affatto breve, come spesso qualcuno, per interesse commerciale, vorrebbe far credere.

Parlando di un noto esperimento di domesticazione delle volpi, purtroppo destinate a diventare pellicce, durato diversi decenni l’autrice afferma: In definitiva (le volpi n.d.r.) non hanno camminato a fianco dell’uomo per millenni, non state soggette alle pressioni selettive a cui noi umani abbiamo sottoposto i cani e non si sono adattate a un ambiente antropogenico, con tutto il suo carico di novità e complessità. Queste volpi si sono solo “affacciate” sulla strada della domesticazione.”

Un animale selvatico resta tale anche se allevato in cattività, e questo fatto andrebbe attentamente valutato, specialmente in relazione al suo benessere. L’autrice spiega anche come e in che misura il processo di domesticazione comporti non solo modifiche del carattere, ma anche cambiamenti fisici molto rilevanti. Insomma se volete conoscere davvero come il lupo si sia trasformato in cane e capire la sua storia dovete leggere questo saggio. Che vi porta in mondi sconosciuti a molti, dove si stima che solo un 17/24% del miliardo di cani che popola il pianeta goda del ruolo di animale da compagnia. Con un umano di riferimento.

Edizioni il Mulino – brossura – 160 pagine – 12,00 Euro

La grande bugia del benessere animale: un concetto spesso vuoto di contenuti, riempito solo di parole

La grande bugia del benessere animale: un concetto spesso vuoto di contenuti, riempito solo di parole

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La grande bugia del benessere animale viene raccontata ogni giorno, il più delle volte a sproposito, abusando della buona fede di chi ascolta. Potrebbe sembrare un concetto radicale, estremista, ma nella realtà non è così. Vengono definite condizioni di benessere, specie per quanto riguarda gli animali destinati alla produzione di alimenti, realtà incompatibili con i più elementari bisogni. Cercando di convincere il consumatore che questa sia una situazione veritiera.

Cani falchi tigri e trafficanti

L’assenza di maltrattamenti fisici, una vita trascorsa in ambienti decorosamente puliti non rappresentano condizioni sufficienti. Il benessere di un essere vivente è più complesso e ricco di significati dell’esistenza in vita. Il concetto vale per gli uomini ma anche per gli animali, che hanno necessità uguali, pur nella nella diversità, per sentirsi in una una condizione di equilibrio. Eppure mai come in questi anni si sta cercando di dar credito a una grande illusione: il benessere animale. Misurato non secondo le necessità di bisogni specie specifici, ma quasi sempre sull’assenza di maltrattamenti fisici.

Secondo queste valutazioni stanno bene anche gli animali dei peggiori zoo e parchi tematici, quelli che stanno in gabbia nelle nostre case, quelli che mangiamo. Potrebbero stare bene anche gli orsi rinchiusi a Casteller, se solo disponessero di qualche metro quadro in aggiunta. Ma tutto questo può essere considerato solo come una grande illusione, una manipolazione della realtà oggettiva, filtrata attraverso concetti non veritieri o semplicemente falsi. Che spesso permeano le leggi che regolamentano le condizioni di vita degli animali non umani.

La grande bugia del benessere animale trova in Italia la sua apoteosi, con tanto di enti certificatori

La certificazione del benessere animale nella filiera agricola è diventata norma con nell’art. 224bis del decreto “Rilancio” n. 34 del 19/5/2020. Una certificazione effettuata su base volontaria che dovrebbe garantire i consumatori sull’attenzione dei produttori al benessere animale. Un provvedimento che non è piaciuto molto ai veterinari, che contestano una sorta di abuso da parte del CReNBA (Centro referenza nazionale sul benessere animale) e valutano più positivamente un sistema privato.

Al fine di assicurare un livello crescente di qualità alimentare e di sostenibilità economica, sociale e ambientale dei processi produttivi nel settore zootecnico, migliorare le condizioni di benessere e di salute degli animali e ridurre le emissioni nell’ambiente, è istituito il «Sistema di qualità nazionale per il benessere animale», costituito dall’insieme dei requisiti di salute e di benessere animale superiori a quelli delle pertinenti norme europee e nazionali, in conformità a regole tecniche relative all’intero sistema di gestione del processo di allevamento degli animali destinati alla produzione alimentare, compresa la gestione delle emissioni nell’ambiente, distinte per specie, orientamento produttivo e metodo di allevamento

Estrapolato dall’articolo 224 bis del decreto rilancio

Se qualcun mai potesse pensare che il testo dell’articolo possa essere applicabile solo alle produzioni bio e agli animali allevati liberi al pascolo si sbaglia. Possono ottenere le certificazioni anche gli allevamenti di suini della bassa Padana e le vacche degli allevamenti intensivi. Purché la produzione avvenga nel rispetto delle previsioni del disciplinare. Così, come al Monopoli, si ritorna in prigione senza passare dal via, come dichiarano molte associazioni. Il problema è certo nei contenuti, forzati però dall’abuso dei termini: più che di benessere animale bisognerebbe parlare di “animali allevati seguendo le previsioni normative”. Concetto sicuramente meno rassicurante, ma decisamente più onesto.

Le operazioni di greenwashing che illudono i consumatori e le necessità di riformare la sanità veterinaria

«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» dice il giovane Tancredi al Principe di Salina nel Gattopardo. L’esemplificazione pratica è quella di dare una forma illusoria al cambiamento, certificando un benessere che non esiste, e non solo negli allevamenti di animali da reddito. Il benessere è uno stato molto più articolato da quello normalmente inteso, che racchiude la possibilità di ogni animale di vivere una vita secondo le sue esigenze, specie specifiche. I tecnici racchiudono questa situazione nella frase “possibilità di svolgere il proprio etogramma”.

Sarebbe forse troppo pretendere il diritto alla felicità, ma certo bisognerebbe almeno avvicinarsi al dovere della verità. Eliminando semplificazioni che ingannano l’opinione pubblica e non migliorano certo la vita degli animali. Per questo sembrerebbe opportuno arrivare a una multidisciplinarietà anche nel servizio sanitario pubblico, non lasciando soltanto ai veterinari la valutazione sul benessere. I tempi sono maturi per ottenere l’ingresso di etologi, biologi e altre categorie che possano dare valutazioni molto più articolate. Senza scartare nemmeno la psicologia laddove studia le relazioni fra uomo e animale.

Non lasciamo che le lobby degli allevatori e di chi guadagna, seppur lecitamente, dalle attività commerciali con animali, siano in grado di influenzare le decisioni sugli standard di benessere reale. Grazie anche a campagne informative basate sulle più avanzate tecniche di marketing, che riescono a ingannare i consumatori. Lo dobbiamo agli animali, lo dobbiamo alle nostre coscienze.

I collari elettrici sono una tortura legale: qualcuno smette di venderli ma altri continuano a produrli

I collari elettrici sono una tortura legale: qualcuno smette di venderli ma altri continuano a produrli

collari elettrici tortura legale

I collari elettrici sono una tortura legale, essendo un prodotto che si trova in libera vendita pur essendo sanzionato (quasi sempre) l’impiego sui cani. Una questione molto dibattuta che ha portato alla pubblicazione di diversi articoli anche su questo blog. Il principio su cui si basa il loro funzionamento è l’erogazione di scosse elettriche ad alto amperaggio, rilasciate dagli elettrodi posti sul collare. Che possono essere azionati con un telecomando oppure tramite un sensore.

Cani falchi tigri e trafficanti

Contro questa pratica dolorosa e per contrastare questi strumenti di tortura si sono mobilitate aziende e associazioni. Da tempo si chiede che questi congegni, venduti online e in molti negozi specializzati, vengano banditi dal mercato. Anche grandi aziende che vendono prodotti per animali si sono battute per il loro bando, come l’americana PETCO che ha smesso di venderli nel 2020. Creando una campagna pubblicitaria per spiegare le ragioni di questa decisione davvero encomiabile.

Ma per un colosso della grande distribuzione di prodotti per animali che si schiera, molti altri fanno finta di nulla, continuando a vendere i collari elettrici. A un mercato evidentemente molto più interessante di quanto si pensi, a giudicare dal numero di modelli disponibili in commercio. Destinati prevalentemente a addestratori senza scrupoli e a cacciatori, senza poter trascurare i clienti della versione anti-abbaio. Potrebbe sembrare incredibile che esista un gran numero di persone che acquisti questi strumenti, ma la realtà dimostra il contrario e quanto sia difficile ottenere il rispetto dei diritti degli animali.

Petco Stop the Shock Video from Edelman on Vimeo.

I collari elettrici causano forti dolori e gli impulsi colpiscono una regione molto sensibile del cane

Il fatto che l’uso dei collari elettrici sia una fonte di sofferenza per i cani è una certezza: per il dolore che causano con le scosse, per il condizionamento che ne deriva nei comportamenti. Ci sono argomenti sui quali sembra difficile ottenere attenzione, sarà perché il mondo venatorio è il maggior utilizzatore dei collari o forse perché non ci si è ancora impegnati seriamente per farli vietare. Pur nella consapevolezza che il loro impiego provochi danni e gravi sofferenze. Come dimostra un video prodotto dalla società per la protezione degli animali di Singapore SPCA dove i collari sono testati su atleti. Vedere le loro espressioni quando ricevono le scosse elimina la necessità di commenti.

In molti paesi europei come Slovenia, Germania e Svizzera i collari elettrici sono vietati e non ne è consentito il commercio, ma in Italia non è così. Certo sarebbe opportuno che il divieto fosse esteso a tutti i paesi della Comunità Europea, ma al momento siamo ancora molto, troppo lontani da questo obiettivo. Vi basta una veloce ricerca sulla rete per scoprire quanti siti offrano questa tipologia di prodotto, facendo scoperte quasi incredibili. Una delle realtà che produce e commercializza questi prodotti anche in Italia è la multinazionale Garmin. Un’azienda americana con sedi in tutto il mondo e con un fatturato, secondo quanto riporta nel suo sito, di ben 3.775 miliardi di dollari per il 2019.

Incredibile? Non proprio considerando che l’azienda, nota nel mondo per i suoi apparati GPS utilizzati in moltissimi settori, dedica a questi articoli un’intera sezione del suo sito in italiano. Alla voce “cani da caccia” potrete vedere un vasto campionario di questi collari.

Il pudore dei produttori e la consapevolezza di vendere un articolo ritenuto crudele da molti

Per avere la certezza che i collari venduti rilascino impulsi elettrici occorre compiere un’attenta ricerca nei libretti d’istruzione, anche in altre lingue, generalmente infatti si parla solo di stimolazione. Il prodotto è destinato a clienti che sanno già quello che cercano, ed è sempre meglio non attirare troppo l’attenzione. Dimostrando che esiste consapevolezza su quanto i collari elettrici siano osteggiati da chi ama i cani.

Ora sarebbe importante introdurre un articolo che aggiorni la legge 189/2004, norma che ha introdotto il delitto di maltrattamento di animali. Inserendo un divieto generalizzato di commercializzazione e di impiego dei collari a impulsi elettrici, sanzionando anche la semplice detenzione. Un cambiamento che potrebbe salvare moltissimi cani dai maltrattamenti messi in atto con la scusa di addestrarli.

Cani al guinzaglio nelle aree naturalistiche: rispettare le regole per difendere l’ambiente

Cani al guinzaglio nelle aree naturalistiche: rispettare le regole per difendere l’ambiente

cani guinzaglio aree naturalistiche

Tenere i cani al guinzaglio nelle aree naturalistiche è un comportamento intelligente e rispettoso delle regole. Quando entriamo negli ambienti naturali dobbiamo sempre comportarci come ospiti educati, consapevoli di andare a casa d’altri. La fauna che li abita non deve essere disturbata dalla nostra presenza e la stessa considerazione deve essere fatta per gli animali che ci accompagnano. Non può bastare credere di avere un cane obbediente per pensare che sia normale lasciarlo libero. Un comportamento che oltre a essere vietato dalla legge dovrebbe essere evitato per buonsenso.

Cani falchi tigri e trafficanti

Un cane, in modo del tutto incolpevole, può creare gravi problemi agli animali selvatici, in particolar modo durante la stagione riproduttiva. La presenza di piccoli, che spesso si trovano a terra, amplifica la possibilità che un cane libero faccia disastri ma anche che possa essere esposto inutilmente a pericoli. Quasi tutti gli scontri fra uomini e orsi in Tentino sono stati causati dalla presenza di cani lasciati liberi. Che una volta arrivati vicino a un’orsa con i cuccioli ne hanno provocato l’inevitabile reazione e, in alcuni casi, questo ha coinvolto anche i conduttori degli animali, accorsi in loro difesa.

Bisogna pensare che le prescrizioni che vengono date ai visitatori da chi gestisce aree naturalistiche sono sempre motivate e non sono semplici raccomandazioni. Sono divieti disposti per tutelare gli animali selvatici da una presenza invasiva e quindi pericolosa. Per questo devono essere rispettati da tutti senza eccezioni e ben vengano le sanzioni nei confronti di chi infrange le regole. Un cane lasciato libero darà probabilmente sfogo al suo atavico istinto da predatore: per questo deve essere tenuto sotto stretto controllo. Non una punizione nei confronti del cane, ma una tutela necessaria degli altri animali.

I cani al guinzaglio nelle aree naturalistiche dove sono ammessi parlano dell’educazione del conduttore

Alcune volte il concetto di rispetto per gli animali si traduce in comportamenti molto diversi fra loro. A seconda della specie dell’animale, del contesto in cui ci si trova e delle limitazioni che ci vengono imposte. Rispettare gli animali dovrebbe essere un concetto rotondo, privo di spigoli, di differenze e di distinguo. Questo però non sempre avviene e le motivazioni sembrano dettate da personalismi: “il mio cane si diverte”, “se avessi immaginato che dovevo tenerlo al guinzaglio lo lasciavo a casa” oppure “ma cosa vuole che sia se insegue un capriolo, tanto lo fa solo per giocare”.

Ragionamenti, se così possiamo chiamarli, che hanno poco di logico e di scientifico ma molto di egoistico. Giustificazioni che vorrebbero trasformare i comportamenti sbagliati in azioni giustificabili, spesso con la motivazione che siano altre le cose davvero importanti di cui sarebbe opportuno occuparsi. In realtà nulla è più importante di quanto sia osservare le regole che disciplinano l’accesso in un’area protetta o comunque selvatica. Comprendendo che sono state fissate delle limitazioni per tutelare un interesse collettivo. Senza essere accondiscendenti con quanti non capiscono la differenza fra un’oasi e un parco cittadino, dove sarebbe comunque opportuno avere sempre comportamenti rispettosi.

In fondo basterebbe poco, sarebbe sufficiente informarsi senza pregiudizi sui pericoli per le specie selvatiche causati dagli animali domestici lasciati liberi. Con una piccola ricerca si potrebbero scoprire molte informazioni sugli equilibri degli ecosistemi e sui danni che vengono causati, fra gli altri, da indesiderate invasioni di campo. Comprendendo così i rischi per la fauna causati dai nostri comportamenti e dalle nostre mancate attenzioni, provocati da azioni banali, ma solo apparentemente di poco conto.

Animali al guinzaglio e restare sui sentieri sono le regole d’ore di chi rispetta la natura

Le aree protette di tutto il mondo hanno in comune le stesse regole base per i visitatori e se questo avviene è per un motivo preciso. Chi gestisce un’oasi o un parco ha ben presente la necessità di minimizzare gli impatti umani che rappresentano il cuore del problema: occorre quindi fare delle scelte per tutelare l’ambiente e le specie che ci vivono. Per farlo sono necessarie prescrizioni che possono anche non piacere al turista, ma che sono fondamentali per difendere l’integrità dell’area protetta. Un esempio per tutti viene dalla regola più ovvia che però è anche la meno rispettata: il divieto di uscire dai sentieri tracciati durante un’escursione.

Per gli animali selvatici i sentieri che percorriamo rappresentano una specie di corridoio nel quale camminano esseri potenzialmente pericolosi. Considerando però che si spostano sempre secondo gli stessi itinerari gli umani non rappresentano una fonte eccessiva di disturbo. Almeno sino a quando non si allontanano dai tracciati. Nel momento in cui decidono di abbandonare i sentieri è come se andassero a casa d’altri senza essere invitati. Rischiando di calpestare nidi e tane, di spaventare i piccoli e anche di correre inutilmente qualche pericolo.

Basta davvero poco per mettere in atto i comportamenti giusti. Avendo la consapevolezza di volersi comportare come ospiti che rispettano l’ambiente, fieri di essere un esempio per quanti incontrano nel loro cammino. La natura non deve essere difesa soltanto a parole: contano i fatti e gli esempi, come ben sa ogni buon escursionista.