Ti assicuro che il mio carlino respira benissimo!

Due cuccioli di bouledogue si guardano e una scritta dice che le bugie gli faranno crescere il naso.

La domanda non è retorica: dicendo le bugie gli si allungherà il naso? Questa, infatti, è la prima considerazione che viene in mente quando il custode di un animale brachicefalo giura che il suo, nonostante il suo muso schiacciato, respiri benissimo. Un'affermazione che contrasta con il parere dei medici veterinari, che oramai in moltissimi paesi europei stanno chiedendo a gran voce di far cessare la riproduzione di queste razze. La richiesta non riguarda solo i bulldog o i carlini ma tutti gli animali con una brachicefalìa esasperata, che è la causa una serie di patologie croniche che originano inutili sofferenze.

Queste razze sono vittime di un maltrattamento genetico, grazie a una selezione che non ha premiato la forma fisica ma bensì l'estetica. I cani brachicefali hanno subito una deformazione del cranio che li ha portati a avere un muso più largo che lungo, per farli assomigliare sempre più a dei bambini. Una perversione estetica, che non ha più alcuna ragione funzionale come poteva essere per i cani da presa, dove il muso schiacciato aumentava la potenza e la tenuta del morso. Oggi queste razze trovano giustificazione solo per una richiesta puramente estetica del mercato, che è la causa di questi maltrattamenti inferti agli animali.

Nato per soffrire, una campagna contro la moda degli animali brachicefali

I proprietari li amano e contribuiscono a perpetuare il loro commercio perchè, si sa, è la domanda che genera l'offerta. Una richiesta di cuccioli talmente alta che, oltre a alimentare traffici e maltrattamenti, ha azzerato o quasi la selezione. Per capirlo basta guardare quanta variabilità ci sia negli esemplari di bulldog francese. Cani che non sembrano avere più caratteristiche compatibili nemmeno con i già discutibili standard di razza. La ricerca del basso prezzo, l'acquisto attraverso la rete, la presenza sul mercato di un numero altissimo di animali senza pedigree ha stravolto ogni regola. Complicando molto, la vita di questi animali, prime vittime del loro aspetto accattivante.

I responsabili dei maltrattamenti? Chiunque alimenta questo mercato, dai trafficanti ai compratori

"Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti" cantava Fabrizio De Andrè nella famosa canzone del maggio e questo vale anche per quanti hanno acquistato un animale brachicefalo. Sono tante e tali le fonti di informazioni oggi disponibili che non è più possibile trincerarsi dietro "ma io non sapevo!". Chi acquista un animale brachicefalo lo fa con consapevolezza: vuole proprio quella razza, desidera possedere quel "modello".

Mentre in Europa sono diverse le campagne contro il commercio degli animali brachicefali in Italia siamo ancora molto tiepidi su questo tema. Sarà Il numero degli animali o l'ampiezza di un mercato in costante espansione, ma quale che sia la causa in pochi si vogliono mettere di traverso, puntando l'indice su questa sofferenza. Così troviamo brachicefali nelle pubblicità, nei video, nei film, sulle affissioni: quasi ovunque tranne che in campagne educative che contribuiscano a fare cultura, contro il maltrattamento genetico.

Eppure basterebbe poco: creare una sinergia fra le associazioni di categoria che rappresentano i diritti degli animali e i veterinari. Per dar vita a una grande campagna informativa, volta a a far riflettere i possibili acquirenti. Una campagna capillare destinata anche ai decisori politici, affinché adottino misure chiare e definitive per chiudere per sempre su maltrattamenti evitabili. Gli animali brachicefali sono stufi di vivere in apnea! Proprio come io sono stufo io di ripetere costantemente questa richiesta senza risultati apprezzabili!

Michele Serra, i lupi e la morte del suo cane Osso

Michele Serra i lupi e la morte del suo cane Osso

Michele Serra, i lupi e la morte del suo cane Osso: un evento tanto spiacevole quanto altamente prevedibile, che genera allarme per la notorietà del protagonista. E' accaduto in Val Tidone dove il giornalista ha una casa, al confine fra le province di Pavia e Piacenza, e dove Osso, lasciato libero di vagare, è stato ucciso da un branco di lupi. Un evento tragico, come tutte le volte che muore uno dei nostri animali, che avrebbe potuto essere evitato se Osso non fosse stato libero di girare da solo, senza alcun controllo. La presenza di lupi in quelle zone non è una novità. Ma anzi, leggendo le cronache, risulta essere presenza nota anche a Michele Serra.

Questo episodio, per la notorietà del protagonista, servirà a scatenare le solite orde di esagitati che chiederanno di procedere con gli abbattimenti. Come se eliminare qualche decina di lupi potesse evitare, per il futuro, che un cane, un vitello o una capra possano finire fra le zanne del predatore. La pena di morte non è mai risolutiva, come dimostrano decenni di campagne di contenimento dei cinghiali, che più sono cacciati e più crescono di numeri. Almeno sino a quando i cacciatori sono bipedi e non lupi.

Se anche venisse uccisa la metà della popolazione lupina poco cambierebbe circa la possibilità che accadano predazioni sugli animali domestici. Da quando i lupi hanno ricominciato a risalire lo stivale, riconquistando territori che gli appartenevano in passato, l'allarme non è mai cessato, come non cessa il bracconaggio. Nel tempo, certo, la popolazione è cresciuta ma questo non ha significativamente aumentato le predazioni sui domestici. Non lo dicono gli animalisti, ma gli studi su predazioni e rimborsi dei danni causati dai lupi.

Michele Serra, i lupi e la morte del suo cane Osso: una storia che dimostra l'importanza di custodire i nostri animali

Pur comprendendo il dolore di Michele Serra per l'uccisione di Osso non si può che evidenziare che questo episodio non possa essere considerato una disgrazia imprevista. Un cane, un segugio, in modo particolare in primavera, non dovrebbe essere lasciato libero di vagare, nemmeno in un territorio senza neanche un solo lupo. Gli animali domestici vanno custoditi perché creano una serie infinita di problemi a quelli selvatici, specie nel periodo riproduttivo. Il dovere di custodia sarebbe un fatto che sarebbe naturale se smettessimo di considerarci padroni, ma soltanto ospiti.

Qualcuno vuole farci credere che in un paese come il nostro, dove il dissesto idrogeologico, mai arginato, crea danni incredibili, dove l'uso sconsiderato della chimica in agricoltura crea enormi problemi alla salute, che il problema siano i lupi? In un paese dove nell'ultima stagione di caccia sono morte 11 persone e ne sono state ferite 31 davvero si vuole agitare lo spauracchio dei predatori? Certo fomentare le persone non solo è facile, ma purtroppo crea anche consenso come ben vediamo in questo periodo. In un tempo in cui pochi si informano e i dati contano meno del due a briscola. Ma allora come vogliamo difenderci dai predatori bipedi? Ritorniamo al Far West, alla giustizia sommaria?

Se smettessimo di fare allarmismo, se cercassimo di ricondurre la cronaca alla realtà, ci renderemmo conto che di questi tempi il primo obiettivo da centrare sia la coesistenza. La scienza ci dice da moltissimo tempo che tutto è interconnesso: predatori e prede, impollinatori e cibo, inquinamento e salute. Non esiste un solo evento che non generi conseguenze. E sempre la scienza ci dice anche che la via maestra da percorrere sia quella di non alterare gli equilibri naturali. Il problema è che in Italia tendiamo a invertire i fattori, considerando "inevitabili" gli incidenti sul lavoro e "gravissime" le predazioni dei lupi. Eppure, se ci pensate, le due questioni hanno un punto preciso di contatto: sono entrambe originate dall'assenza di prevenzione e dal mancato rispetto di regole e buonsenso.

Carlo Monguzzi, combattente coerente sempre controcorrente

Carlo Monguzzi, combattente coerente sempre controcorrente

Carlo Monguzzi è stato, sino alla sua scomparsa, un combattente coerente e controcorrente per la tutela dell'ambiente e per i diritti degli animali. Con il suo impegno politico, prima in Regione Lombardia e poi nel consiglio comunale di Milano, ha dimostrato che è possibile fare politica senza dover scendere a compromessi, con ferma e polemica gentilezza e pungente ironia. Potevi non essere d'accordo con Carlo ma non potevi non averne stima, perché il "compagno Monguzzi" era un faro che emetteva coerenza e coraggio.

Una coerenza che gli è stata riconosciuta in modo unanime dai compagni di partito e dagli avversari che, seppur con qualche lacrima di coccodrillo, gli hanno tributato -dopo la sua scomparsa- il giusto riconoscimento per la sua passione. Carlo si è sempre occupato della tutela dei diritti a tutto tondo, dalla Palestina agli animali. Sino alla battaglia per cercare di salvare il bellissimo glicine di Piazza Baiamonti. Un impegno costante, concreto che lo portava spesso a scontrarsi anche all'interno della coalizione che governa Milano. Sua la battaglia contro l'abbattimento dello stadio di San Siro.

Non amo scrivere di politici ma Carlo un'eccezione la merita: non ho mai conosciuto un politico così appassionato, non per aver consenso ma per intima convinzione. Uno dei pochi Don Chisciotte moderni che non combatteva contro i mulini a vento ma contro ogni forma di ingiustiza. Questo sarà il suo lascito più importante: il valore della coerenza, coniugata con la passione, la gentilezza e l'ironia. Caratteristiche difficili da trovare in una sola persona, che per questo lo hanno reso un fuoriclasse della politica. E se ci fosse il paradiso sono sicuro che Carlo starebbe già discutendo con San Pietro, dandogli consigli sulle modalità di tenuta del giadino dell'Eden! RIP

La lotteria dei diritti di tutti gli animali, umani compresi, non prevede estrazioni casuali

La lotteria dei diritti di tutti gli animali, umani compresi, non prevede estrazioni casuali

La lotteria dei diritti di tutti gli animali, umani compresi, non prevede estrazioni casuali perchè, in verità, non cerchiamo nè equità, nè giustizia. Un controsenso? Si, perché la parola "diritti" dovrebbe essere accompagnata dal loro riconoscimento universale per tutti gli esseri viventi, almeno quando rientrano all'interno di macro categorie sovrapponibili. Se riconosciamo che i mammiferi siano considerati universalmenti esseri senzienti, capaci di provare dolore e sofferenza, perché stentiamo a riconoscere questo criterio come chiave di lettura universale? Vi siete mai chiesti perché nell'epoca attuale nemmeno gli esseri umani abbiano gli stessi diritti?

La risposta è spiacevole, perché mette a nudo la realtà di un giudizio morale che non risulta essere basato sull'analsi di dati comuni ma bensì di convenienze. Non è il dato scientifico che crea le categorie, perché a questo punto un cane dovrebbe avere gli stessi diritti di un asino, ma non è così. Semplicemente noi dirigiamo il nostro sguardo benevolo verso esseri viventi salvabili, che possono tranquillizzare la nostra coscienza, quando li guardiamo. Del resto è lo stesso trattamento che noi riserviamo agli esseri umani, perché ci stupiamo? Qualcuno vuole farmi credere che nella realtà, non nella teoria, un bimbo palestinese abbia gli stessi diritti reali di un bimbo italiano, inglese o francese? Certo che non è così.

Se un cane ha meno diritti di un agnello dovremmo avere la lealtà di affermarlo, come punto di partenza per fare dei ragionamenti, per farne discendere dei comportamenti. Dovremmo quindi spostare il ragionamento non basandoci (solo) sulle comuni capacità di percezione di fronte alla sofferenza e al dolore. Spostandoci nel campo della eventuale necessità: siamo consapevoli della sofferenza ma dobbiamo attenuare i diritti per ragioni alimentari e economiche. Ma il focus di questo ragionamento non è tanto verso il diritto di uccidere, ma verso la crudeltà di far vivere pessime vite, che quasi sempre terminano con un orribile morte.

La lotteria dei diritti di tutti gli animali prevede meccanismi consapevoli che massimizzano il profitto senza riguardi per la sofferenza

Quello che indigna non è la morte, perché in fondo siamo consapevoli che, nel ciclo della vita, esistano predatori e prede, Negarselo sarebbe in fondo ipocrita e, in parte, contribuirebbe a nascondere una verità terribile: dispensiamo sofferenza per denaro. Il punto non deve essere la morte, perché semplificando il ragionamento sul diritto di uccidere si nasconde la crudeltà che sta nel far vivere vite sofferte. Non è la morte l'estremo male, non è questa la dannazione per la nostra specie, ma l'indifferenza verso la sofferenza nelle vite altrui.

La lotteria dei diritti di tutti gli animali, umani compresi, non prevede estrazioni casuali

Il discorso è molto complesso, perché va contro una serie di percorsi mentali su cui si basa la realtà. Ogni tanto qualcuno mi chiede come si faccia a difendere i lupi, visto che straziano le creature di cui si nutrono, in sofferte agonie. Io invece mi chiedo perché non si riconosca la naturale equità di quelle predazioni. Il lupo uccide perché è un carnivoro, perché non solo non ha alternative ma non guadagna nulla più del vivere dalla sofferenza. Si tratta di un comportamento di necessità, naturale, bologico, puro e quindi eticamente corretto.

Qualcuno vede la stessa naturalità negli allevamenti intensivi? Qualcuno può negare che quelle orrende condizioni di vita siano causate da un calcolo di profitto? Qualcuno può forse affermare che facendo vivere in modo degno gli animali non ci sarebbe cibo per tutti? Qualcuno può forse sostenere che non si possa evitare di trasportare animali vivi per centinaia o migliaia di chilometri per accrescerne il valore? La crudeltà non sta nell'uccidere ma nel costringere a condurre vite impossibili. La crudeltà è una colpa grave, che non può trovare giustificazioni né morali, né pratiche. Non c'è nulla è ineluttabile nel lasciare che questo avvenga.

Randagismo e canili: si moltiplicano le norme ma resta invariato il risultato

Randagismo e canili: si moltiplicano le norme

Randagismo e canili: si moltiplicano le norme ma resta invariato il risultato. Cosa cambierà davvero con l'entrata in vigore del decreto ministeriale che ha l'ambizione di risolvere i mille problemi presenti nella galassia canili? Poco e nulla perché la nuova disposizione contiene, di fatto, una serie di previsioni che erano in massima parte già in vigore, seppur inattuate. Alimentando così l'idea che facendo crescere la burocrazia si possa migliorare il benessere degli animali imprigionati.

Quello che manca nel nostro paese non sono certo le norme: tante, troppe, spesso inutili, molte volte inapplicate ma anche inapplicabili. Nel nostro paese non avanza la cultura dei "testi unici", che contengono tutte le disposizioni che regolano un settore, un argomento. Senza rimandi ad altre norme, senza giravolte e circonvoluzioni con le norme abrogate, senza prevedere cose che non siano chiare e applicabili. Invece in questo momento storico si individuano sempre nuovi reati, che spuntano come i bucaneve a fine dell'inverno, facendo ricorso alla decretazione d'urgenza, come se si fosse in un clima di guerriglia permanente.

La realtà però è più cruda di quello che è contenuto nei decreti, nelle norme che vorrebbero tutelare e non tutelano. I cani prigionieri nelle strutture aumentano, rappresentando un costo elevato che non si vuole contrastare. Si continua a pensare come ottimizzare le prigioni canine, senza peraltro riuscirci, senza spendere né cervello né risorse nella prevenzione del randagismo. Perché non ha senso impiegare risorse per asciugare il pavimento se lo scarico del cesso non viene aggiustato e continua a perdere. Riflessione tanto elementare quanto inascoltata.

L’obiettivo dichiarato della riforma è quello di uniformare gli standard di gestione e rafforzare il benessere animale su tutto il territorio nazionale. Restano tuttavia aperte alcune criticità strutturali del sistema canili, a partire dalla disomogeneità regionale sui requisiti degli spazi minimi e dal rischio che le nuove prescrizioni si traducano prevalentemente in adempimenti formali.

Riflessione pubblicata da ANMVI sul suo sito

Il regolamento sulle strutture di ricovero animali promette meraviglie, ma in realtà poco cambierà sul benessere

Nel nuovo regolamento sono previste sanzioni per chi non rispetta le norme, prevedendo anche chiusure imposte dai Servizi Veterinari per un massimo di 45 giorni nei confronti di chi non rispetta la legge. Ma vi immaginate un canile con migliaia di cani, come quello di Torre Melissa in Calabria, solo per fare un esempio, che venga chiuso? Davvero si può credere che l'aver continuato a chiudere gli occhi su questo tipo di strutture possa essere un male risolvibile con un decreto? I randagi pagano gli errori umani, ma molti umani si arricchiscono sulle vittime della nostra stupidità!

Sarebbe tempo di chiudere il rubinetto a monte del randagismo, prima che diventi un problema, prima che richieda da più di un secolo soluzioni che non si vogliono prendere. Avere un animale non deve essere considerato un diritto, senza limitazioni né regole, deve essere una scelta responsabile e tracciabile, ma sul serio. Se il randagismo è davvero un'emergenza si adottino provvedimenti straordinari: divieto di vendita animali nei negozi, fine dell'orrendo mercato sulla rete, divieto di far riprodurre gli animali se non si è allevatori. Così, tanto per cominciare.

Ma cosa ostacola una gestione di buon senso della questione? La difesa delle libertà individuali, la paura che le persone smettano di adottare cani dai canili? Direi che è molto più probabile che l'ostacolo sia il mercato, quell'indotto che sul possesso di animali ha creato fatturati milionari, che non si vuole disturbare inserendo limitazioni. Eppure riconosciamo che gli animali familiari sono esseri senzienti, e non solo loro, ma poi ci dimentichiamo di garantirgli una tutela reale. Come cantava l'indimenticabile Mina "Parole, parole, parole, parole. Parole, soltanto parole..."