Ciao Bau, dizionario canino per ragazzi pensato per avvicinare due mondi

Ciao Bau dizionario canino

Ciao Bau, il dizionario canino pensato per mettere in comunicazione mondi diversi, che in realtà hanno una gran voglia di parlarsi. Possedere un cane è facile, basta poco quando gli adulti decidono di farlo entrare in famiglia, aprendo loro vite a un’esperienza nuova. Esiste però una grande differenza fra “possedere un cane” e “vivere con il cane” e non è solo una questione di parole, ma di scelte. Tutto passa attraverso la parola magica che apre ogni rapporto: condivisione. Per poter condividere però occorre prima di tutto comunicare, capirsi. conoscersi.

Il rapporto fra un un bambino e un cane può essere un’esperienza fantastica, travolgente, capace di fornire stimoli interessanti, ma anche educativi ai ragazzi. A patto che riescano a costruire un rapporto sereno e rispettoso, che faccia capire a tutti gli attori di questa meravigliosa scena come interagire. Qualcuno potrebbe pensare che sia una cosa tanto naturale da non richiedere grandi strategie di reciproca conoscenza, e se così fosse il consiglio è di leggere il libro. Creare sintonia fra mondi diversi è già difficile fra umani, pensate quindi quanto sia complesso farlo con due animali di specie diversa.

Spesso cani e bambini sono infatti governati nel loro agire dall’istinto, ma quello che per gli umani può essere un gesto d’affetto, come un abbraccio, un cane lo può leggere come un comportamento aggressivo. Proprio per queste ragioni è meglio conoscersi e misurarsi prima di aver fatto danni, perché un rapporto che nasce male rischia di finire peggio. Con tutte le difficoltà del caso, che sono più facili da creare che da smontare. Esattamente come avviene fra persone, perché gli animali parlano lingue diverse dalla nostra, ma capiscono tutto di noi.

Ciao Bau è il dizionario canino che fa capire i diversi punti di vista sulla vita!

Il libro di Roberto Marchesini e Andrea Musso, con la prefazione di Sara Turetta presidentessa di Save The Dogs, vuole essere proprio un facilitatore nei rapporti fra ragazzi e cani. Raccontando due modi di vedere il mondo, spesso decisamente opposti, che devono essere messi in relazione. Per questo nelle prime due sezioni viene spiegato come un cane e un giovane uomo interpretano, a modo loro, le cose. Nella prima parte si illustra il rapporto cane/bambino e nella seconda il punto di vista del cane sui nostri comportamenti.

Le migliori intenzioni spesso si infrangono sugli scogli della conoscenza, ma una volta superata la barriera linguistica e comportamentale, grazie alla comprensione dei bisogni, il gioco è fatto. Questo libro andrebbe diffuso nelle scuole, con il suo potere evocativo di far comprendere l’importanza di mettere in relazione due mondi. Una necessità nella nostra società, che certo non riguarda solo il rapporto fra uomini e cani, ma che è un bisogno a 360 gradi. Rispetto e tolleranza, uniti a un pizzico di conoscenza e a un paio di manciate di buone regole potrebbero essere gli ingredienti in grado di migliorare anche la nostra società, specie se volessimo condire tutto con la gentilezza.

Quindi la parola d’ordine è: prima di decidere di far entrare un cane in famiglia è opportuno leggere il libretto di istruzioni. Considerando che spesso, troppo spesso, gli animali sono scelti con scarse conoscenze, come se fossero complementi d’arredo e non esseri viventi, in grado di comprendere e di soffrire. Una modalità di rapporto che deve cambiare, speriamo a passi da gigante, per lasciare il posto a serene convivenze.

Sonda – pagine 220 – Euro 16,90

Sfondare le gabbie della comunicazione sugli animali, per non parlare solo ai sostenitori

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Sfondare le gabbie della comunicazione sugli animali, liberandosi dalla ricerca del consenso e mirando a fare informazione di qualità. Cambiando il tipo di informazione, liberandola dagli stereotipi e cercando di essere coinvolgenti. Per non parlare sempre alla platea delle persone già attente, ma per coinvolgere quanti, ai temi dei diritti animali, non si sono mai avvicinati. Qualcuno potrebbe pensare che sia una cosa ovvia, ma per chi si occupa di comunicazione non lo è affatto. La ricerca del consenso e del sostegno, anche economico, porta a investire molto sempre sulla stessa platea e troppo poco sul grande pubblico.

Certo la comunicazione emotiva rappresenta una facile scorciatoia, capace di creare consensi, like e condivisioni. Se l’obiettivo, però, è quello di diffondere buona informazione in questo modo ci si allontana, e molto, dallo scopo. La necessità è quella di coinvolgere non solo i cosiddetti “animalisti”, termine orrendo, ma di intercettare chi potrebbe essere interessato a ricevere nuovi spunti di informazione. Per farlo occorre uscire da alcuni recinti mentali, non sempre così disinteressati, e puntare diritti verso l’obiettivo: per cambiare le cose serve aumentare il numero di orecchie e di occhi. Smettendo di accontentarsi di parlare sempre solo a chi è già d’accordo.

I diritti degli animali vanno comunicati, ma anche scomposti: esistono i diritti, che hanno un valore fondamentale costituito da rispetto, compassione e empatia. Solo dopo arrivano le sotto categorie, le divisioni lessicali, ma prima di essere umani o animali i diritti costituiscono valori inalienabili. Che andrebbero sempre difesi con le unghie e con i denti, anche a costo di graffiare. Se il concetto è condivisibile allora potrete continuare nella letteratura, diversamente questo articolo non fa al caso vostro.

Sfondare le gabbie della comunicazione sugli animali è possibile cambiando la costruzione del racconto

La natura non è disneyana, non è affatto buona per definizione, ma segue precisi disegni che a seconda degli occhi di chi li vive, possono cambiare di prospettiva. I lupi, per usare un animale divisivo, non sono simpatici per definizione, semmai sono indispensabili al mantenimento degli equilibri naturali. Ci sono persone che non condivideranno mai il concetto “io amo i lupi”, ma che potrebbero diventare degli strenui difensori del predatore se conoscessero meglio l’importanza della sua presenza. Perché questo avvenga è importante riuscire a divulgare le informazioni in modo corretto: il fine è quello di informare, non di compiacere.

Sfondare le gabbie della comunicazione sugli animali è molto più complesso che fare una dichiarazione d’amore. Amare qualcuno è una buona partenza, ma solo quando questo sentimento è perfettamente sovrapponibile al rispetto. Per questo l’obiettivo dovrebbe essere, sempre, quello di far comprendere il valore del rispetto, senza mai disgiungerlo da quello dell’amore. Sentimento che certe volte, per troppi animali, si trasforma in una gabbia dalla quale è impossibile scappare. Basti pensare a quanti dichiarano di amare il proprio cane, dimenticandosi dei suoi bisogni per soddisfare i propri desideri.

Un esempio d mancanza di comunicazione positiva lo troviamo spesso proprio in molti che si professano amati degli animali. Costringendoli a vivere in gabbia oppure alimentando il commercio dei cuccioli della tratta o ancora comprando cani brachicefali che non respirano. Forse per amore, certamente per egoismo. Per questo è importante allargare la platea di chi può essere coinvolto nella difesa dei diritti, rispetto a quanti si limitano a sollecitare solo la loro componente emotiva.

Difendere i diritti degli animali può voler dire anche andare contro corrente

Cercare di fare corretta informazione può creare spazi di critica, una cosa che deve essere accettata sino a quando tutto si svolge nel contesto di commenti educati. Il pensiero resta libero e non esistono verità assolute, in nessun campo; certo più ci si avventura sui sentieri fin troppo battuti della propaganda e più si rischia di inciampare. Proprio come fanno quelle persone che ancora oggi sono capaci di affermare che i lupi sono stati reintrodotti in Italia. magari con l’aiuto degli elicotteri.

Nonostante le mille emergenze ambientali e la perdita verticale di biodiversità, l’attenzione verso questi problemi non è ancora sufficientemente alta. Eppure per garantite il diritto di esistere, a persone e animali, dobbiamo tutti cercare di essere parte attiva, forse del più grande e rapido cambiamento che sia mai stato richiesto alla nostra specie. Che dopo anni di allarmi inascoltati, si trova di fronte a un bivio senz’appello: cambiare o vivere il peggiore degli incubi. Se non arrivare realmente all’estinzione entro l’Antropocene.

Questo è uno dei motivi sul perché sia così importante cambiare anche i modelli comunicativi. Bisogna essere attenti a non condividere notizie false, solo perché verosimili, non bisogna credere a tutto quello che circola in rete senza verificare, senza guardare la realtà con occhio critico. Quando l’informazione veritiera è difficile da veicolare quella che alimenta il mondo del falso sembra sempre ottenere sempre più credito. Ognuno di noi può fare la differenza, perché fra i diritti da difendere c’è anche quello alla verità e tutti possiamo essere ambasciatori del cambiamento.

Tratta dei cuccioli: la Polizia Stradale arresta il noto commerciante Claudio Vigani

Tratta dei cuccioli: la Polizia Stradale arresta il noto commerciante bergamasco Claudio Vigani, noto alle cronache e agli organi di polizia. Dopo un’indagine durata due anni, con una pazienza certosina e grazie a un lavoro investigativo ben coordinato, dal PM Silvia Marchina della Procura di Begamo. Insieme al Vigani, finito in carcere, sono state messe ai domiciliari altre tre persone della famiglia e il sedicente allevamento è stato posto sequestro. Una storia quella del Roccolino di Gabbione di Trescore (BG) che dura da anni, ben conosciuta da tutti gli operatori di polizia che si sono impegnati in questi nel contrasto al traffico dei cuccioli. E mai sufficientemente perseguita.

Un successo raggiunto oggi grazie alla tenacia e alla costanza del Nucleo di Polizia Giudiziaria della Polizia Stradale di Bergamo, che ha fatto tutto quello che era necessario per arrivare a questi arresti. A cominciare dalle intercettazioni telefoniche alle quali era sottoposta la famiglia del Vigani, che hanno fatto emergere comportamenti molto gravi. Che hanno dimostrato la piena consapevolezza degli indagati nel portare avanti condotte delittuose, con il fine di realizzare illeciti guadagni. Grazie al solito rodato meccanismo di cuccioli importati dall’Est Europa, tolti in giovane età alle madri e importati con documenti contenenti dati alterati. Uno schema operativo visto mille volte, ma complesso da individuare e da riconoscere, specie da un organo di controllo come la Polizia Stradale, che normalmente si occupa di altri tipi di reato.

Invece, con la volontà di conoscere come funzionano i traffici, gli uomini della Stradale hanno fatto come Pollicino, ricostruendo tassello dopo tassello come avveniva il traffico, come individuare i documenti falsi e ipotizzare le violazioni commesse. Potendo così portare al pubblico ministero le prove necessarie per mettere sotto controllo i telefoni, un’attività investigativa indispensabile per acquisire prove non discutibili. Come la frase acquisita agli atti “…il cane deve essere messo in braccio al bambino così si affeziona e lo compra di sicuro“. Poco importa se poi i cuccioli muoiano dopo pochi giorni e i bambini si ritrovino assaliti dal dolore . Causato dall’ingordigia di quanti su questi traffici non solo campano ma pure si arricchiscono.

Indagando sulla tratta dei cuccioli la Polizia Stradale ha raccolto sessanta querele da parte degli acquirenti truffati

Conosco bene il fenomeno della tratta dei cuccioli, come saprà chi segue il blog, e ho conosciuto anche Vigani e il Roccolino. Un commerciante capace di fare lo slalom attraverso le maglie della giustizia, passando indenne attraverso sequestri e denunce. Grazie a una giustizia troppo lenta, che molte volte assicura non l’assoluzione ma la certezza della prescrizione, garantendo non solo impunità ma anche i guadagni. Come dimostra il caso dell’indagine finita in prescrizione a Monza, con restituzione dei cani al Vigani. Che alla fine li vendette ai custodi, guadagnando ancora soldi.

In Europa ogni anno il commercio legale e quello illegale movimentano circa 8 milioni di cuccioli. Il traffico illegale di cuccioli importati dai paesi dell’Est con documenti falsi copre più della metà di questo mercato della sofferenza. Vendendo cani pagati intorno ai cento euro, che nel giro di poche migliaia di chilometri moltiplicano il loro valore anche di trenta/quaranta volte. Più redditizio del traffico di droga, ma infinitamente meno rischioso. Un traffico dove la domanda non la creano i tossicodipendenti, ma le persone che comprano cani come fossero un complemento d’arredo.

Ho inseguito questo fenomeno per trent’anni e se agli inizi gli acquirenti erano inconsapevoli oggi non è più così. Le persone sanno o comunque potrebbero sapere con qualche piccola ricerca. Ma sono convinti che sul web si facciano ottimi affari e non si accorgono di essere fiancheggiatori dei criminali, che per giunta li truffano. Vendendo a prezzi da capogiro cani che non sono di razza, ma solo somiglianti: in fondo dei “bastardi” senza colpa ma meno sani dei meticci. Gli incroci fortificano ed è per quello che i meticci sono più sani dei cani della tratta dei cuccioli, incrociati mille volte fra consanguinei. Per questo bastardo è bello, anche se è un termine che oggi è ritenuto politicamente scorretto.

Qualche mese di carcere potrebbe essere un buon viatico per capire, ma chi traffica ha sempre ottimi legali

La parola fine però non la metteranno gli arresti fatti dai poliziotti della Stradale, ma le sentenze e questo è sempre il cuore del problema. Vigani, ancora una volta, l’ennesima, è innocente fino a prova contraria. Sino a quando la Corte di Cassazione non arriverà a rendere definitive le condanne, se ci saranno. Ma i reati contro le persone, contro gli animali e tutti quelli che comportano sofferenza a degli esseri viventi dovrebbero avere una corsia preferenziale. Con l’impossibilità di accedere alla prescrizione, perché questa tipologia di reato è grave, mina la coesistenza e denota l’assenza di empatia e il profilo sociopatico di chi li commette.

Il fallimento della giustizia è quando chi commette questi crimini li può reiterare una, due, tre volte senza mai pagare il prezzo. Dando l’idea alle forze di polizia che il crimine paga, ben più di quanto lo Stato paghi a loro di stipendio. Portandoli a non indagare su questi reati, così poco considerati il più delle volte, ma così gravi a conoscere davvero modus operandi e il danno causato, a cominciare dall’evasione fiscale per finire con i rischi sanitari. Come le nuove forme di cimurro e la rabbia, una zoonosi mortale per l’uomo.

Questo è il tema su cui bisogna lavorare per contrastare i crimini contro gli animali: formare e informare. Grazie alla formazione delle forze di polizia e degli organi di controllo su come contrastare i crimini contro gli animali, fornendo loro utili strumenti di lavoro. Strappando quel velo di pregiudizi che copre e nasconde questi reati, etichettandoli come minori. Occorre poi informare i cittadini dei rischi che corrono, delle sofferenze che causano, della malavita he finanziano. Sono queste le uniche strade per contrastare efficacemente un fenomeno diffuso e radicato come questo.

Sfattoria degli ultimi, il TAR abbatte l’ordinanza di abbattimento dei suidi per carenza di motivazioni

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Sfattoria degli ultimi, il TAR abbatte l’ordinanza di abbattimento dei suidi per carenza nelle motivazioni che sorreggono il provvedimento. Una sentenza se vogliamo inevitabile considerando l’assurdità di un abbattimento collettivo in assenza di animali contagiati. Tutti i suidi presenti erano stati condannati a morte in quanto il santuario si trova all’interno di una zona rossa per la peste suina. Con un’ordinanza di abbattimento che aveva trovato conferme sia dal commissario straordinario che dal Ministero della Salute.

Questa vicenda ha tenuto con il fiato sospeso molti sostenitori dei santuari, che rappresentano porti sicuri per questi animali, ma per i quali non esiste una normativa specifica. Il vuoto legislativo, che si spera venga colmato, fa si che un santuario diventi una sorta di ibrido fra un allevamento, improduttivo e un’abitazione con animali diversi dai soliti cani e gatti. Per non sbagliare i servizi veterinari pubblici hanno così decretato, mesi addietro, l’abbattimento di tutti i suidi presenti. Ritenuti possibili veicoli della peste suina africana, una malattia contagiosa e pericolosa per gli allevamenti, ma innocua per l’uomo.

Il provvedimento adottato il 2 agosto scorso e una serie di atti e delibere a corredo sono stati giustamente annullati dal TAR del Lazio. Che ha ritenuto scarsamente motivate le ordinanze di abbattimento, considerando peraltro che la struttura operava in regime di biosicurezza. Seguendo l’evoluzione di questa vicenda l’impressione che ne esce è quella di una sanità che opera secondo criteri discutibili. Basati più sulla tutela dei suoi dirigenti che non sul reale pericolo costituito dai suidi della Sfattoria degli ultimi. Peraltro, a distanza di mesi, se gli animali fossero stati contagiati avrebbero da tempo manifestato la malattia e potevano, comunque, essere testati per escluderlo

Con la Sfattoria degli ultimi il TAR fissa un punto fermo, immaginando che il Ministero della Salute non ricorra al Consiglio di Stato

Restano però aperte diverse questioni, come il ricorso agli abbattimenti preventivi, che non rappresentano un sistema efficace per fermare il contagio e la collocazione giuridica dei santuari. Strutture che devono essere svincolate dal concetto di allevamento, con una regolamentazione ad hoc, che stabilisca regole certe. Nell’interesse pubblico e degli animali che queste strutture private ospitano. Del resto il tentativo di fermare l’epidemia è complessivamente fallito in tutta Europa, tanto che dopo essere comparsa in Russia e Bielorussa intorno al 2010, ha piano piano invaso anche i paesi dell’Unione, Nonostante azioni di contenimento delle popolazioni di cinghiali, che non sono servite ad arrestarne l’avanzata, nemmeno in nazioni ad altissima densità di cacciatori.

I provvedimenti adottati dalle autorità sanitarie nei confronti dei suidi ospiti della “Sfattoria degli ultimi” sono stati un grande errore. Sotto il profilo della comunicazione, alimentando ostilità nei confronti della sanità pubblica, ma anche sotto il profilo di un ipotetico quanto improbabile risultato. L’EFSA, l’ente europeo che si occupa di sicurezza alimentare ha attuato una campagna di informazione sulle misure di prevenzione contro la peste suina. In tutto il materiale informativo, compreso questo video, si capisce con molta chiarezza quali e dove siano i potenziali rischi di diffusione e tutto ruota intorno alle attività fondamentali di biosicurezza.

Decidere l’abbattimento di animali sani in un’area privata che adotta misure di prevenzione del contagio è un controsenso. Calcolando che gli animali possono essere testati e che le cose più importanti sono quelle di non spostarli e di non farli entrare in contatto con i selvatici. L’ordinanza di abbattimento era quindi un provvedimento abnorme, che forse cercava di risolvere contrasti precedenti fra proprietà e autorità più che eliminare un rischio sanitario. Motivi per i quali, con certa probabilità, il TAR del Lazio ha stabilito che vi fosse una carenza di motivazioni: in sintesi l’autorità sanitaria aveva assunto un provvedimento sulla scorta di informazioni carenti o del tutto assenti.

La peste suina africana è avanzata inesorabilmente e la caccia potrebbe avere aiutato e non ostacolato la sua diffusione

Sempre EFSA, in uno dei suoi documenti, ripresidal sito istituzionale, scrive: “Per ridurre i rischi di epidemie, dovrebbero essere attuate misure come la caccia intensiva e la non alimentazione dei cinghiali selvatici. Quando un’epidemia è già in corso, dovrebbero essere evitate attività che possano aumentare il movimento dei cinghiali (ad esempio le battute di caccia organizzate)”. Consapevole del fatto che il contenimento dei cinghiali, posto che sia davvero efficace, diventa controproducente quando l’epidemia è già in atto. Mentre l’unico metodo sensato è rappresentato dalle misure di biosicurezza e dalla separazione degli allevamenti dagli ambienti naturali.

Per difendere gli allevamenti intensivi di maiali e per evitare il danno economico conseguente si è scelto, invece, di creare delle zone bianche, dove non fosse più presente nemmeno un cinghiale. Un’idea che nella pratica è irraggiungibile, non potendo mettere reti ovunque, con doppie recinzioni, per poi sterminare tutti i cinghiali presenti. Sarebbe stato più logico ed economicamente sostenibile mettere in sicurezza gli allevamenti di suini, prima di arrivare, come sarà indispensabile, a una rivoluzione del concetto stesso di allevamento.

In Italia ci siamo assuefatti ad avere un’amministrazione pubblica che travalica sistematicamente i confini della legittimità. Lo fanno le Regioni con i calendari venatori che, anno dopo anno, reiterano provvedimenti già cassati dai tribunali amministrativi, in cerca di consensi politici. Lo fanno le ASL e i veterinari pubblici quando decidono di attuare o non attuare in modo corretto le disposizioni di legge. E ancora lo fanno le amministrazioni quando cercano di forzare la mano per decidere in autonomia l’abbattimento dei predatori. Un sistema che sottrare risultati, sperpera denaro pubblico e mina la fiducia nelle istituzioni.

Me l’ha detto l’armadillo, cronache di storie vere sugli animali

Me l’ha detto l’armadillo è un libro che deve il senso titolo alla trasmissione radiofonica “Considera l’armadillo“, molto seguita su Radio Popolare. Un appuntamento fisso a tema animali, pensato da Cecilia Di Lieto nel 2014 proprio per dare spazio e voce alle problematiche che costellano il nostro rapporto con loro. Nella trasmissione sono stati affrontati un’infinità di argomenti, proprio per raccontare questioni irrisolte, notizie importanti e battaglie in corso.

Il libro non è ovviamente il riassunto di quanto detto in radio ma un’antologia di racconti che parlano di storie vere. Vicende vissute da persone che hanno deciso di dedicare una parte importante della loro vita agli animali e alla conservazione. Che hanno voluto condividere queste esperienze parlando con l’autrice del libro, per raccontarle a un pubblico più vasto. Il bello di questi racconti è che passano da animali totemici come capodogli e balene per arrivare sino alla poco conosciuta patella ferruginosa.

Qualcuno si starà già chiedendo cosa ci possa essere mai di affascinante nella vita di una patella, mentre altri si accorgeranno di non sapere della sua esistenza. Eppure il senso di questo libro è proprio quello di intrigare, raccontando la vita che popola il nostro pianeta, dove anche la patella è importante. Vita, rispetto, attenzione e cura sono il filo conduttore della trasmissione radiofonica e anche di questo libro.

Me l’ha detto l’armadillo é un po’ libro, un po’ strumento per far capire l’importanza di difendere la biodiversità

Sono stato molte volte ospite della trasmissione, per parlare degli argomenti più disparati, e questo fatto mi lega a Cecilia. Alla quale riconosco quella caparbia passione che porta ad affrontare temi scomodi, dando voce a tutti. Spesso privilegiando i contenuti più che gli ospiti, perché si sa, neanche all’armadillo sono tutti simpatici. Il libro merita davvero di essere letto, con la capacità narrativa di chi racconta e si racconta, prendendo per mano il lettore. Per portarlo nelle profondità degli abissi marini o attaccato a una scoglio come la famosa patella.

Non mancano i racconti sui nostri animali domestici, sulle persone che si sono impegnate e si impegnano ogni giorno per aiutarli. Senza dimenticare gli animali che finiscono nei piatti, allevati in condizioni spesso completamente inaccettabili. Con numeri di vite sacrificate ogni anno che certo merita delle riflessioni, sulla compassione, ma anche sulla sostenibilità di questo sistema alimentare.

Diffondere conoscenza e rispetto per animali e ambiente significa aggiungere un granellino di sabbia a quella montagna che dobbiamo tutti contribuire a far crescere. Solo la cultura e la corretta informazione serviranno a difendere il pianeta e, di conseguenza, la nostra specie. La battaglia che stiamo combattendo, oggi, è per noi e per le future generazioni e anche un libro svolge un ruolo importante. Conoscere significa capire l’importanza della sostenibilità, del rispetto verso gli altri esseri viventi che lo meritano proprio come noi.

Altraeconomia – pagine 160 – Euro 15,00

Lupo aggredisce cane e lo uccide: la sola responsabilità è dell’uomo

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Lupo aggredisce cane e lo uccide per mangiarselo: questa è uno dei tanti titoli che si possono trovare su giornali e media. Declinati in diversi modi, a seconda delle testate e della convenienza, andando da “Lupo sbrana cani davanti agli occhi del padrone” a altri più truculenti. In questo caso il male non è negli occhi di guarda ma di chi scrive, perché l’obiettivo non è raccontare la cronaca ma generare paura nei confronti del predatore. Che è bene ricordare non attacca l’uomo da almeno 150 anni, fatti salvi sporadici casi di morsicatura causati da lupi resi confidenti offrendo cibo o detenuti illegalmente.

Il fatto che il lupo aggredisca una possibile preda non deve stupire, così come la sua naturale conseguenza: l’animale ucciso diventerà un pasto. Stiamo parlando di lupi, non di uomini, e se uccidono lo fanno per trovare cibo e una volta abbattuta una preda la sbranano. Unico modo che ha un carnivoro per mangiare tutto quello che non può ingerire intero. Nulla che possa collegare questo comportamento naturale a un pericolo per gli uomini. Nulla di più violento di quanto avviene dietro le pareti di un macello.

Eppure il fatto che un lupo possa uccidere e mangiarsi un cane sembra essere un fatto terribile, crudele. Diventa davvero la dimostrazione di quanto sia pericoloso questo feroce predatore oppure solo una voluta alterazione della realtà? Mai come in questi tempi dovrebbe essere chiaro che la creatura più illogica del pianeta sia il sapiens, con tutti i suoi eccessi di crudeltà, portati avanti con grande disinvoltura su donne e bambini. Eppure nonostante questo ci sentiamo in diritto di demonizzare comportamenti naturali.

Lupo aggredisce cane e lo uccide per mangiarselo – Uomo uccide un suo simile per una lite per un parcheggio

Due situazioni che terminano nello stesso identico modo: con la morte di una delle due parti. Ma se la prima fa orrore e mette paura, mostrando il lupo come un pericoloso demone, la seconda non raggiunge neanche gli onori della prima pagina, ma solo un trafiletto in cronaca. Eppure, ragionando, la prima situazione è naturale come l’arrivo di un temporale, mentre la seconda dovrebbe minare a fondo coscienza di sé e convivenza. Ma non è così perché, in fondo, la crudeltà umana non crea più la notizia, come non lo fanno i morti annegati nel Mediterraneo o i civili in Ucraina.

Il lupo non aggredisce il cane per crudeltà, ma solo per convenienza: i predatori scelgono sempre di provare a uccidere il soggetto più debole del branco. La motivazione che li rende efficaci bioregolatori non va cercata nella supposta pericolosità del lupo, ovviamente, ma nella scelta di attaccare la preda che costerà minor dispendio di energetico. Risparmiare le energie è una necessità per ogni predatore, marino o terrestre, perché la maggioranza degli attacchi vanno a vuoto, costano risorse ma non garantiscono proteine. Un cane alla catena è una preda più facile di un cinghiale o di un capriolo, come lo sono i cani lasciati liberi di vagare per boschi.

Il cane però non è un animale selvatico, ma un animale che vive con l’uomo e per il quale chi lo possiede decide. Di lasciarlo a vita legato a una catena. illudendosi che possa davvero fare la guardia, oppure lasciandolo di vagare nei boschi durante la stagione di caccia o solo pensando di farlo divertire. La responsabilità di quanto di negativo accade in questi casi non è una colpa del lupo, ma il frutto del comportamento dissennato messo in atto dal padrone. Incapace di soppesare rischi e possibili benefici.

I lupi non aggrediscono i cani per mancanza di prede, sono gli uomini che li invitano a vedere i cani come cibo

I lupi sono diffusi su tutto il territorio italiano, che ha una grande disponibilità di animali selvatici. Questi predatori sono riusciti a crescere di numero non soltanto grazie alle leggi che li tutelano, ma anche e soprattutto grazie a una diffusa e massiccia presenza di ungulati selvatici. Che sono le loro prede per elezione, come dimostrano i molti studi fatti sul tema. Eppure sul territorio, specie nelle regioni meridionali, sono presenti anche cani randagi, che spesso si sono ricostituiti in branchi. Ma i cani non sono le prede abituali del lupo, specie quando sono organizzati in gruppi con regole non così diverse.

Per questo mentre il lupo è un ottimo regolatore delle popolazioni di ungulati non sembra avere alcun impatto sul randagismo. Le cose cambiano quando un cane è solo, magari tenuto a catena in un luogo isolato e senza possibilità di difendersi, oppure viene sorpreso da un branco di lupi mentre vaga nei boschi, dove un cane non dovrebbe essere mai lasciato libero di andare. Lo sanno bene i cacciatori, specie quanti praticano le battute al cinghiale, della possibilità tutt’altro che remota che il cane resti ucciso o venga sventrato. Ma di questo non si lamentano. Quasi come se per il cane essere ucciso da un cinghiale diventasse un incidente sul lavoro, mentre quando viene attaccato da un lupo il fato si trasforma in una dimostrazione di pericolo.

Questi diversi giudizi. che rimbalzano, secondo convenienza come le palline in un flipper, sono parte della leggenda creata sui lupi. Per far salire la paura non basta il sapiente uso delle parole più terrifiche, ma si gioca sulla pericolosità del lupo dimostrata dagli attacchi agli animali domestici. Bisognerebbe, invece, censurare i comportamenti umani. Quando trattano i cani come fossero cose o non si preoccupano delle conseguenze di lasciarli liberi nei boschi.

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