Cani aggressivi e riproduzioni fuori controllo: se fosse questa la chiave del problema?

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Cani aggressivi e riproduzioni fuori controllo: forse questa è la chiave del problema? Un interrogativo del quale si parla poco, che però sembra essere in grado di potenziare, anche senza volerlo, le caratteristiche indesiderate di un cane. Come accaduto per le razze soggette a maltrattamento genetico, dove si sono sfruttati gli esemplari fisicamente peggiori per creare cani monstre che vivono male ma piacciono molto. Nel caso di alcune razze, come i pitbull, la deriva genetica potrebbe essere causata dai proprietari, in modo voluto o stupidamente casuale. Tutto sta nel cercare di capire la pericolosità di chi sta dall’altra parte del guinzaglio.

Ci sono razze di cani più sfortunate di altre, per sfruttamento umano, per eccesso di commercializzazione o, come nel caso dei pitbull, per “caratterizzazione sociale” di chi li possiede. Pensiamo al pastore tedesco, una razza devastata dalla popolarità Rin Tin Tin e del commissario Rex: un eccesso di domanda, una selezione distratta per stare al passo con le richieste del mercato e una lenta ma costante deriva delle sue caratteristiche. In questo caso le problematiche le han pagate a caro prezzo solo i cani, con una serie di gravi patologie invalidanti!

Per i pitbull è stato diverso, la ragione sta nel marchio di fabbrica che li vuole cani aggressivi, pericolosi, dotati di un morso potente e di una struttura fisica possente. Cani ideali per i combattimenti, sfruttati per farsi sbranare nelle arene clandestine, per combattere, spesso addestrati, o meglio torturati, senza pietà. Animali che, proprio per le loro caratteristiche fisiche, sono diventati i cani preferiti dalla delinquenza, messi a presidio dei fortini o usati come arma da offesa. Cani sfortunati, bollati da una fama che li precede senza rendergli giustizia, a sentire il parere non solo di chi li possiede ma anche degli esperti.

Cani aggressivi e riproduzioni fuori controllo: il pericolo lo abbiamo sottovalutato e ora potrebbe presentarci il conto

Se sostenere che i pitbull siano i cani dei criminali rappresenta un errore, sostenere che molti criminali vogliano soprattutto i pitbull si avvicina molto alla verità. Un binomio noto da anni anche alle forze dell’ordine, che spesso si sono viste lanciare contro questi cani da malavitosi e spacciatori. Certo la scorciatoia comunicativa del cane cattivo è un poco come quella del lupo cattivo: stimolare la paura diminuisce nelle persone la capacità di elaborare un ragionamento. Questa semplificazione, peraltro, getta tutte le colpe addosso al cane e solleva l’uomo dalle sue responsabilità. Mentre la realtà è esattamente all’opposto.

Non è colpa dei cani se diventano pistole a quattro zampe, se vengono utilizzati come clave o come mannaie. Non è colpa dei pitbull se non esiste il reato di “porto abusivo di cane potenzialmente pericoloso”, ma del resto nel nostro ordinamento non esiste nemmeno il divieto di tenere animali per quanti li hanno seviziati! Forse anzichè distribuire patenti di “cattiveria” bisognerebbe iniziare a distribuire quelle di manifesta ignoranza, di grave stupidità o di colpevole inerzia! Consegnandole a quanti riescono solo a ripetere, come fosse un mantra, che “sono cani pericolosi”, senza riuscire a articolare pensieri complessi e possibili soluzioni.

La questione è declinata da anni in vari modi, ma gli esperti, quelli veri, affermano con chiarezza che ogni cane è un individuo, che ogni razza ha delle caratteristiche, un carattere, una memoria di razza. Un cane non vale l’altro, non si dovrebbero scegliere per estetica, modello, colore, reputazione, prestigio sociale. Non si dovrebbero vendere e detenere come se fossero cose, senza diritti, senza bisogni e, anche, senza passato, quello che spesso si annida nella genetica e causa comportamenti problematici.

Per difendere gli uomini occorre proteggere i cani: impedendo le riproduzioni casalinghe, vietandone il commercio amatoriale, sterilizzandoli

Ogni volta che un cane uccide o ferisce gravemente una persona parte il solito carosello di giudizi su questi cani, spesso messo in piedi da chi non ha concetti da esprimere ma solo pregiudizi da raccontare. Un cane non è cattivo -la cattiveria non è una caratteristica animale- e non è corretta l’umanizzazione fatta usando scorciatoie lessicali. Un cane è solo un cane, ma per contingenze, struttura e carattere può essere potenzialmente pericoloso per l’uomo. Quindi occorre mettere in atto dei comportamenti basati sulla prudenza.

Considerando che più diminuisce l’attenzione umana verso i diritti degli animali e meno ci si preoccupa delle conseguenze della loro riproduzione. A questo punto meglio sarebbe avere un provvedimento che obblighi la sterilizzazione dei cani detenuti da privati e il divieto di detenzione per quanti hanno precedenti di polizia. La limitazione delle riproduzioni di questi cani è un punto d’arrivo non più eludibile e le riproduzioni casalinghe sono, probabilmente, il vero nocciolo del problema. Considerando, anche, che i canili sono oramai pieni di soggetti appartenenti alle razze problematiche, che non vedranno mai qualcosa di diverso dai box dove sono rinchiusi.

La sterilizzazione obbligatoria e il divieto di riproduzione sono mali necessari, indispensabili per limitare sofferenze e disgrazie. Lasciare a chiunque la libertà di poter fare allevamento con i propri animali è un criterio troppo spesso incompatibile con il loro benessere e per la sicurezza delle persone. Gli incidenti sono sempre più frequenti e con conseguenze molto gravi, fatti ai quali bisogna porre un argine con un mix di divieti e di formazione per chi li detiene. Il vero pericolo si nasconde, come sempre, nei nostri comportamenti, nelle nostre scarse attenzioni.

La tratta dei cuccioli rende più della droga, con minori rischi

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La tratta dei cuccioli rende più della droga, con minori rischi: un dato che non può essere contestato ma che agita fin troppi interrogativi. Al di là del sensazionalismo creato con il titolo la verità è che la realta supera la fantasia, aprendo scenari di tutto rilievo sotto il profilo economico. Seguire i soldi è un modo per intercettare i crimini e la realtà è che chi delinque non ha etica, ma molto spesso ha cervello e sa far di conto. In più, a differenza di quanto avviene con altri traffici la tratta dei cuccioli comporta rischi bassi e una clientela davvero poco pericolosa.

Ho seguito questo fenomeno dagli albori, intorno agli anni 80/90, quando pochi ancora sapevano dove fosse Pecs e conoscessero il suo mercato. A Pecs, in Ungheria è nato il business, che è partito dai cofani spalancati dei bagagliai delle auto dei commercianti che vendevano cani di simil razza per pochi soldi. Un mercato agricolo, dove passava anche una buona parte del traffico degli animali esotici. Una piazza che era ben conosciuta da chi in Italia trafficava con questi animali, che affollavano i negozi.

In principio tutto partì proprio dagli stessi soggetti che trafficavano esotici. Personaggi che avevano capito quanto fosse redditizio comprare un cucciolo di finta razza per pochi fiorini ungheresi (l’euro era ancora lontano da venire). Per poi rivenderlo a caro prezzo in Italia. Commercianti che avevano base in Lombardia, Veneto e soprattutto in Emilia Romagna, dove erano già attivi con la vendita di esotici: dalla tigre alla scimmia, dal gufo al pappagallo amazzone. Un commercio che movimentava molti milioni di lire in Italia e aveva poco contrasto, per mancanza di interesse e per assenza di norme chiare. Per questo in quegli anni era un mercato fiorente, senza regole, vantaggioso.

La tratta dei cuccioli ha fatto scorrere fiumi di denaro negli ultimi decenni, senza essere mai combattuta davvero

Così per avere mercato i trafficanti si inventarono le mostre mercato, le fiere del cucciolo, che di piazza in piazza montavano tendoni da circo e affittavano i palazzetti, ufficialmente per esibire cani. Ma se la vendita in fiera non era consentita, per ragioni legali, era lì che si raccoglievano soldi in nero e prenotazioni: alla chiusura i cuccioli sarebbero stati consegnati nei parcheggi degli stadi, vicino alle rotonde, ovunque vi fosse spazio per accogliere un centinaio di persone. Che potevano così ritirare i cuccioli che avevano pagato anche 3/400 milla lire. Rigorosamente in nero.

Cuccioli provenienti dal mercato di Pecs, che venivano ripuliti in Italia grazie a veterinari senza scrupoli che compilavano libretti sanitari falsi. Dopo qualche giorno iniziava, purtroppo, a comporsi la lunga scia dei cuccioli morti, la lista delle proteste degli acquirenti e la difficoltà di mettere in atto azioni efficaci.

Cuccioli di un paio di mesi, stressati da un lungo viaggio, esibiti in fiera per essere venduti senza avere vaccinazioni. Il vero mistero erano quelli che sopravvivevano a questo trattamento, perchè quelli che morivano erano solo il prevedibile risultato dei maltrattamenti.

Il contrasto del fenomeno fu incerto

Un fenomeno difficile da far capire ai servizi veterinari pubblici, deputati al controllo, ma anche agli organi di polizia che allora ritenevano fantasie i percorsi del traffico. Spesso più capisci i meccanismi e meno vieni ascoltato, perché la realtà supera la fantasia, diventando incredibile per chi non si vuole soffermare sul problema.

Ma siccome qualcuno in Europa iniziò a capire non tanto la sofferenza quanto il pericolo sanitario, vennero messi dei paletti. La mamma di tutte le zoonosi, la rabbia, era ed è sempre in agguato e l’Unione poteva e voleva dire la sua. E qualcuno nelle istituzioni, come la Guardia di Finanza di Bologna, iniziò a squarciare il velo di nebbia.

L’unione Europea ha fatto le norme sanitarie, le uniche di competenza, ma le regole contro truffe, traffico e maltrattamenti sono degli Stati

Dai palazzetti e dai tendoni si passò al commercio in grande stile e i cuccioli della tratta iniziarono a inondare i negozi. Ufficialmente come provenienti da inesistenti allevamenti italiani, che esistevanosolo sulla carta e spesso all’ENCI, ma che non avevano fattrici. Luoghi strabordanti di cuccioli, ma senza fattrici. Allevamenti di carta, sulla carta, ma in realtà semplici collettori di traffici. Moltiplicatori di valore che trasformavano i pochi euro di un acquisto in Ungheria o Slovacchia in cani da 3/400 euro, regolarmente made in Italy.

Riassumere trent’anni di storia in un articolo è complesso, ma attraverso la tratta dei cuccioli possiuamo ricostruire non solo il mercato ma anche il costume. Dalle fiere da imbonitori sotto ai tendoni il passo successivo fu quello di permeare il mercato distruggendo gli allevamenti, per poi togliere ossigeno ai negozianti che non potevano più competere con i prezzi dei cuccioli della tratta. Diventando, non senza colpa, complici di questa evoluzione ulteriore, che fu ampiamente sottovalutata anche dagli ordini dei veterinari, che non tennero “al guinzaglio” diversi loro iscritti, che diventarono le cartiere. Loro erano i responsabili della creazione dei documenti, loro iscrivevano nelle anagrafi, loro testiminiavano a favore dei trafficanti in tribunale.

Per contrastare questo fiume di sofferenza e di pericoli sanitari fu necessario inventarsi strategie che utilizzavano i reati collaterali al maltrattamento dei cuccioli. I reati contro gli animali erano armi spuntate, per difficoltà di prova a causa delle leggi, bisognava inventare nuovi percorsi, un po’ come combattere i mutaforma! Un lavoro da certosini, non sempre premiante, sicuramente complesso per contrastare quello che veniva fatto passare come un reato minore. Nonostante pericoli e lauti guadagni.

Se il maltrattamento non funzionava a sufficienza c’erano molti altri reati ipotizzabili

Dal falso alla frode in commercio, dalla truffa aggravata all’abuso della professione veterinaria: sono talmente tante le ipotesi di reato configurabili che serve solo la volontà di legarle fra loro. Ma nel frattempo il proteiforme mercato aveva cominciato il nuovo trasloco, secondo logiche criminali efficaci e predittive. Così il traffico allargò le basi produttive, moltiplicando le puppy farm: non più solo Ungheria e Slovacchia, ma anche Romania, Polonia, Ucraina (prima della guerra), Bulgaria ma anche Serbia, Croazia, Turchia e perfino Russia. Una dimostrazione dello smisurato mercato europeo e del suo valore.

Oggi attraverso il sistema TRACES, il meccanismo europeo che traccia gli scambi comunitari legali, passano circa 600.000 cuccioli ogni anno. Mentre stime sul mercato sommerso parlano di cuccioli in viaggio che raggiungono numeri da capogiro. Si parla di oltre 4 milioni di cani che attraversano le strade d’Europa, con più della metà degli acquirenti che li acquista sulla rete. In tutto questo leggi spuntate, difficili da applicare e con sanzioni senza potere di deterrenza, verifiche complesse e assenza di controlli capillari creano il brodo di cultura del reato.

Recentemente ho assistito a una riunione organizzata al Parlamento Europeo per presentare i possibili cambiamenti legislativi che andranno fatti. Grande conoscenza del problema da parte dei funzionari, ma ridotte possibilità di ottenere cambiamenti radicali, per i limiti sulle materie comunitarie, in questo settore eminentemente sanitarie. Una strada lunga e complessa, dove l’Europa resta comunque l’unica vera speranza per la costruzione di effettivo argine alla tratta dei cuccioli.

E il futuro lo scriverà la nuova Europa e potrebbe essere peggiore del presente.

Finti randagi e adozioni irresponsabili portano al collasso i canili del Nord

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Finti randagi e adozioni irresponsabili portano al collasso i canili del Nord, che non riescono più a far fronte alle richieste. Una realtà che si traduce in riduzione degli spazi per gli animali, difficoltà o impossibilità di trovare una buona adozione e il rischio, concreto, di trascorrere una vita in canile. Sfatando l’idea che mandare cani dal Sud al Nord, senza criterio, sia la soluzione al problema randagismo. Incrinando quel velo di bontà che ha trasformato le “adozioni del cuore”, tanto in voga sui social, in più reali ergastoli per cani complessi.

Intorno al randagismo, da sempre, operano diverse componenti che non sempre sono in grado di assicurare, anche quando sono in buona fede, il benessere dei cani. Esiste poi una componente affaristica e scaltra che ha fatto del randagismo uno strumento di lavoro, grazie agli spostamenti di animali in tutto il territorio della penisola. Trasferimenti che avvengono spesso in condizioni di maltrattamento. su mezzi non autorizzati, da parte di persone note che trafficano senza rispettare le regole.

Le regole per garantire la tracciabilità delle operazioni ci sarebbero ma il condizionale, come sempre, quando si parla di animali, è d’obbligo. Così, da tanti, troppi, anni la nostra penisola è attraversata da furgoni carichi di animali che vengono dal Sud Italia per cercare “ufficialmente” fortuna al Nord! Un viaggio della speranza che alcune volte si concretizza in una buona adozione ma che in altre, troppo spesso, si traduce in una insensata deportazione. Messa in atto da chi ancora crede o racconta che la soluzione al randagismo siano i canili.

Finti randagi e adozioni irresponsabili hanno creato una popolazione canina incarcerata al 41bis, senza ragione

Ai randagi, veri o presunti, in perenne movimento da nord a sud, si aggiungono i cani appartenenti al vasto panorama delle razze “complesse”, presi senza criterio e scaricati senza pietà. Cani scelti perchè di moda oppure per essere usati come strumenti di difesa o di offesa da una vasta platea di scriteriati, che nulla sa di cani ma pensa di poterli governare. Animali senza colpa, con un temperamento importante, che mal si adatta a farli diventare esseri vivente telecomandati. Così finiscono abbandonati nelle aree cani oppure legati alle recinzioni dei rifugi.

Cani rovinati dalla convivenza con gli umani, che difficilmente avranno la speranza di trovare una buona adozione. In maggioranza sono individui destinati a trascorrere l’intera vita in pochi metri quadri di un box, spesso da soli perchè aggressivi. Una pena dentro la pena, una maledizione che spesso porta a interrogarsi se fargli trascorrere una vita da prigionieri, sino all’ultimo rantolo, sia la scelta corretta. Una questione etica che sembra esser meglio nascondere sotto il tappeto perché, in fondo, nessuno vuole sporcarsi le mani con questo argomento.

Cani nati per scelte irresponsabili di chi li custodisce, fatti riprodurre per lucro o per ignoranza. Animali non sterilizzati che possono essere tenuti e fatti figliare senza regole, perché secondo la legge sono un bene, proprio come un automobile o un televisore. Solo il proprietario può scegliere se far riprodurre il suo animale, scaricando poi, se qualcosa va storto, il costo economico della decisione sulla collettività che dovrà mantenerli nelle strutture, mentre la sofferenza resta ai cani, per periodi variabili a seconda del carattere del cane e della capacità di chi gestisce il canile.

Un Sud senza regole e molti interessi che continua a sfornare randagi che finiscono in canili che troppo spesso sono pessimi

Se il randagismo vero nel nord Italia è praticamente scomparso e resta solo il randagismo di ritorno, provocato dalle staffette quando gestite in modo irresponsabile, al Sud non è così. In molte regioni i canili hanno fatturati da centinaia di migliaia di euro e spesso sono in mano a personaggi legati o contigui alla malavita. Un fenomeno che sembra interessare a pochi, che emerge solo quando qualcuno decide di controllare le strutture, che talvolta finiscono sequestrate. Strutture da migliaia di cani, dove i proprietari hanno capito che sono proprio i numeri il loro scudo.

Un canile con migliaia di cani diventa difficile da sequestrare, da far amministrare dallo Stato o dal Comune, che dovrebbe farsi carico dei costi economici in attesa del processo. In questo modo sono proprio gli amministratori pubblici che, autorizzandoli, hanno garantito lauti guadagni ai proprietari e una vita di sofferenza per gli ospiti. Che da quei canili usciranno quasi sempre solo nei sacchi neri destinati all’inceneritore. Un errore a cui si cerca di rimediare sulla carta, limitando il numero degli animali per struttura, senza mai renderlo veramente operativo. Basta una recinzione per moltiplicare lo stesso canile in varie strutture differenti, almeno in apparenza.

Discorso analogo anche per le staffette illegali, che sono talmente pubblicizzate sui social da rendere facile organizzare i controlli. Tanto sfacciate da arrivare sempre negli stessi luoghi, contando sull’impunità garantita dal fatto che nessuno vuole mettere sotto sequestro un furgone pieno di cani. Che dovrebbero essere sistemati in strutture già al collasso, a spese dei contribuenti. Così, grazie a questo calcolo, la giostra continua ma i danni si disperdono sul territorio. Con buona pace di chi poteva controllare e non lo ha fatto.

Il randagismo è un fenomeno complesso da gestire, che richiederebbe una visione olistica del problema

Sono tanti gli argomenti da mettere sul tappeto per arrivare a una soluzione del problema: il randagismo non è un nemico invincibile, ma solo un fenomeno multiforme che rende complesso il percorso per arrivare a batterlo. Ma complesso non significa impossibile, a patto che ci sia la reale volontà di arrivare a una soluzione. Perchè il punto è proprio nella complessità, che per definizione non può trovare soluzioni che facciano comodo a tutti. E su questo casca l’asino: il politico spesso non persegue l’interesse collettivo, ma il tornaconto elettorale. Accontentare tutti senza scontentare nessuno. Desiderio impossibile da render concreto.

Intorno al randagismo ruota un mondo che va da chi gestisce i canili ai veterinari, da chi fabbrica alimenti e strutture a quanti vivono grazie alle staffette e alle offerte, senza dimenticare tutta la struttura pubblica che intorno a questo fenomeno ruota. Interessi diffusi e frammentati che cosituiscono il lato economico e pratico, nel quale si intreccia il lato emotivo di un volontariato spesso impreparato, che segue più l’emozione che non la ragione. Salvatori che pensano di aiutare, ma che spesso salvano solo loro stessi, la loro emotività, provocando agli animali. Poi ci sono i volontari attenti e preparati, quelli che subiscono l’assalto da due fronti. Quelli che meritano rispetto per attenzione e preparazione.

Per questa ragione, senza una consapevolezza sociale che porti a gestire gli animali domestici in modo responsabile, diventa un fenomeno complesso e apparentemente irrisolvibile. La gran parte del serbatoio che alimenta il randagismo nasce nelle case dei privati che non controllano le riproduzioni. Le cucciolate indesiderate che, quando non vengono collocate o vendute, finiscono disperse sul territorio alimentando un fenomeno che così si riproduce senza sosta. Per questo occorre studiare azioni capaci di generare sinergie di periodo, per arrivare a chiudere nell’angolo un fenomeno vergognoso, causato irresponsabilmente e gestito malamente. Nel quale la collettività butta un pozzo di soldi mentre troppi si arricchiscono.

Maggior tutela dei diritti degli animali? La danza immobile delle destre di governo!

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Maggior tutela dei diritti degli animali? La danza immobile delle destre di governo, che dicono di voler difendere i diritti, ma frenano sulle modifiche. Cercando di riportare le lancette della storia alla maggior tutela solo per gli animali che vivono con noi, escludendo gli animali selvatici e quelli allevati. Quando si parla di diritti degli animali, infatti, sembra che non si voglia arrivare a un definitivo superamento del doppio binario, nemmeno dopo il loro inserimento in Costituzione. Tanto sbandierato da troppi, ma poco efficace nella realtà essendo un articolo che sottolinea buone intenzioni, ma non reali azioni.

Il tema dei diritti degli animali non sembra essere realmente sentito, non porta a un riconoscimento a tutto tondo ma solo a una sorta di concessione. Una tutela che aumenta per cani e gatti, in buona sostanza, ma che non sembra voler aumentare i pochi diritti dei quali sono portatori gli animali in generale. Una divisione basata non su diversità o capacità oggettive del soggetto tutelato, ma solo sulla convenienza di chi promuove l’azione tutelante. Un comportamento tanto illogico, quanto vergognoso.

Questo il quadro che appare seguendo i lavori della Commissione Giustizia, che sta esaminando in queste ore diverse proposte di legge, unificate, che avrebbero dovuto portare a un cambiamento. Un provvedimento che avrebbe dovuto comportare una rivoluzione, secondo la narrazione, e che sta, invece, passando dal poter essere epocale a diventare in realtà vergognoso. Grazie agli emandamenti al testo presentati dai partiti di governo, che non vogliono incrinare il loro vincolo elettorale con cacciatori e allevatori.

La maggior tutela dei diritti degli animali resta al palo? Probabilmente si, perdendo una grande occasione di cambiamento

Le associazioni protestano, i politici minimizzano, i giornali si riempiono di notizie che raccontano, quasi sempre con stupore, il prevedibile epilogo del percorso normativo. Le destre di governo non hanno mai fatto mistero del loro sostegno al mondo venatorio e al mondo agricolo, compresa la sua parte peggiore, quella che vorrebbe sterminare i predatori. In un paese in costante campagna elettorale il sostegno di queste categorie non può essere perso, considerando che il fronte che si batte per i diritti degli animali si presenta frastagliato e diviso. Incapace, nelle urne, di condizionare il consenso dell’elettorato risultando così poco interessante per i partiti.

Non può stupire quindi che la tanto annunciata e attesa riforma possa restare al palo. Grazie a emendamenti vergognosi, come quello di Forza Italia, che vuole ridimensionare le pene per chi organizza combattimenti fra animali. Uno dei reati più odiosi e pericolosi commessi a danno di animali, dietro il quale si annidano e si nascondono anche organizazioni criminali di rilievo. Un crimine violento che dovrebbe essere contrastato con ogni mezzo e che, invece, si preferirebbere non contrastare oltre quanto già previsto.

Nei prossimi giorni si capirà quale sarà il destino dei provvedimenti che avrebbero dovuto aumentare le tutele nei confronti degli animali, di tutti gli animali. La loro sofferenza e il maltrattamento sono realtà sempre presenti, che non possono essere sanzionate in modo diverso se il fatto è commesso su un bovino o su un gatto. Abbiamo riconosciuto gli animali come esseri senzienti, abbiamo inserito la loro tutela in Costutuzione, ma quando si tratta di riconoscere diritti reali ancora troppi si voltano dall’altra parte,

Le cucciolate casalinghe vanno fermate per contrastare randagismo e abbandono

cucciolate casalinghe vanno fermate

Le cucciolate casalinghe vanno fermate per contrastare il randagismo e l’abbandono poiché sono proprio queste riproduzioni la causa principale. Qualcuno potrebbe obiettare che sono i tantissimi animali randagi che, grazie a accoppiamenti fuori controllo, aliimentano il serbatoio del randagismo, ma questo è un errore. Gli animali randagi, cani e gatti che siano, sono solo in parte responsabili del problema, che avrebbe dimensioni certo diverse senza le nuove nascite di animali che una casa ce l’hanno. Cani e gatti che quando non trovano una collocazione, vengono abbandonati sul territorio, creando così nuovi randagi.

Sono sempre i comportamenti delle persone a generare problemi e non certo quelli degli animali. Non soltanto amplificando i numeri del randagismo ma, anche, contribuendo a far rinchiudere migliaia di animali nelle strutture. Come dimostra l’enorme numero di molossoidi presenti nei canili italiani, da nord a sud, che non è fattore ascrivibile a cause diverse dall’irresponsabilità umana.

La maggioranza dei cani presenti nei canili del nord Italia, dove il randagismo non esiste fortunatamente quasi più, provengono da cessioni di proprietà e da falsi rivenimenti. Cani trasferiti da sud a nord per essere poi abbandonati nelle aree cani, segnalando un falso abbandono, pensando che quegli animali potranno avere maggior fortuna che al sud. Un errore macroscopico, che sarà pagato dai cani. Cani che resteranno impigliati nelle rete di canili e rifugi, con scarse, se non nulle, possibilità di adozione.

Le cessioni invece sono provocate dalle adozioni inconsapevoli, fatte da persone irresponsabili che adottano cani sulla rete senza garanzie. Pagandoli talvolta a caro prezzo, ingrossando il giro d’affari degli spostacani. Soggetti che spesso si travestono da benefattori, ricavando invece lauti guadagni sulle Postepay, grazie a persone di grande cuore ma con scarse conoscenze, che pensano che per adottare un cane basti un atto d’amore. Che dura sino a quando i cani, non socializzati o di complessa gestione, manifestano segni di aggressività o distruggono le case delle famiglie che li ospitano. Famiglie che dopo poco non li vogliono più, perché l’amore è cieco ma le difficoltà sono ben visibili.

Le cucciolate casalinghe vanno fermate per smettere di riempire i rifugi di cani indesiderati

L’idea che piazzare i cuccioli anche di un meticcio sia la cosa più semplice del mondo è irreale. Ci sono talmente tanti animali da adottare che farne nascere altri è veramente un’azione riprovevole. Seguendo leggende che narrano che i cuccioli vadano sempre a ruba o che una cagna debba provare la gioia della maternità. Concetti che potevano andare bene nella seconda metà del secolo scorso, quando mancavano studi e conoscenze ma non nel terzo millennio! Non serve far riprodurre cani, specie quando non sono di razza, fatto che in questa società malata di apparenza ha il suo peso, purtroppo.

Per chi ancora crede che il randagismo si autoalimenti, senza necessità di essere aiutato dalle nostre azioni, non c’è rimedio se non la corretta informazione, che può aiutare. Gli animali realmente randagi, che vivono senza avere necessità di un supporto umano, in Italia sono meno di quello che si possa pensare. A questo va aggiunto che il tasso di mortalità delle cucciolate, proprio come avviene per i selvatici, è molto alto. La natura si regola da sé, verrebbe da dire, semplificando ma nemmeno troppo. Potrà non piacere, ma se non impariamo a accettare che il mondo naturale non sarà mai un cartoon, non riusciremo mai a comprenderne le dinamiche.

Tanti si dichiarano amanti degli animali, ma ancora troppo pochi li rispettano veramente. Il frutto dell’amore, si sa, talvolta è avvelenato, ma il prezzo in questo caso lo pagano gli animali, quanto a sofferenza, mentre è a carico dei cittadini l’onere economico degli errori altrui. Dovendo mantenere centinaia di migliaia di animali nelle strutture, proprio a causa di errori di percorso e di riproduzioni indesiderate. Animali che spesso entrano giovani nelle strutture, che fin troppo spesso sono pessime, per uscirne soltanto dopo troppi anni. ma solo per andare all’inceneritore. Descrizione ruvida sicuramente, ma reale.

Centinaia di migliaia di cani acquistati ogni anno, scelti come se fossero gioielli griffati da esibire

I cani maggiormente di moda sono tutti brachicefali, cani allevati e selezionati per piacere, ma costretti a una vita di sofferenze proprio per essere inconsapevoli status symbol. Le razze più presenti nei canili, invece, sono molossoidi, costretti a vivere in pochi metri quadrati, vivi fuori ma morti dentro. Animali privati dei loro diritti, in entrambe i casi, per scelte umane. Se nascere deformi è una disgrazia, allevare animali deformi dovrebbe essere considerata una crudeltà. Proprio come far nascere molossoidi, che se perdono la lotteria della prima adozione azzeccata diventeranno detenuti, animali al 41 bis come i mafiosi o i terroristi, pu senza avere colpe.

Per questo le migliori adozioni non sono quelle del cuore ma quelle fatte con il cervello. Troppo spesso chi pensa di dare aiuto a un animale derelitto diventa, di fatto, il suo carnefice. Questi sono discorsi che piacciono poco a molti, ma che, invece, sarebbe ora che venissero fatti con crescente frequenza. Diversamente avremo sempre le strutture piene e continueremo a avere una parte della nostra società polarizzata fra adozioni irresponsabili e acquisti senza etica. E questa davvero non è una bella prospettiva, se non si vuole considerare solo la gioia dei trafficanti di cuccioli.

Se iniziassimo a guardare i cani come individui, dotati di personalità, diritti e bisogni forse si potrebbe sperare di spezzare le reni ai luoghi comuni. Quelli che dicono “almeno una volta deve fare i cuccioli” o che portano a credere che un bulldog sia un cane fortunato perché piace tanto ed è in testa alle classifiche di vendita. Fatto che toglie sempre più il fiato, ma solo ai cani tanto che i veterinari chiedono di fermarne la riproduzione da molto tempo. Quello che pare incredibile oggi è che, pur con tutte le informazioni disponibili , continui a crescere l’ignoranza, a scapito della necessaria conoscenza. Una colpa che in parte ricade anche su chi dovrebbe fare buona informazione e, invece, segue l’onda possente dei click.

Puppy Yoga: fermiamo la moda di fare yoga con i cuccioli di cane prima che diventi virale

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Puppy Yoga: fermiamo la moda di fare yoga con i cuccioli di cane prima che diventi tanto virale quanto incontrollabile. Il fenomeno sta dilagando, anche grazie alla scarsa attenzione delle persone, che pur dichiarandosi amanti degli animali non riflettono a sufficenza. Garantendo lauti guadagni alle centinaia di organizzatori di questa nuova trovata, che sembra ottenere grande consenso nel pubblico. Che acquista questi corsi senza voler capire cosa si nasconde dietro un fenomeno tutt’altro che innocuo per i cuccioli.

“Tappetini, posture e… ciotole: a Roma tutti pazzi per lo yoga con i cuccioli di cane” titola La Repubblica, in un corsivo che certo non si preoccupa del benessere animale. Trasformando in un fatto di costume lo sfruttamento dei cuccoli, in modo completamente acritico, senza fare alcuna riflessione su che tipo di problematiche questa nuova moda comporti. I cuccioli vengono sfruttati per fare un’attività che certo non giova al loro equilibrio. Creando nelle persone l’idea che si tratti di peluche e non di esseri viventi.

In realtà i cuccioli vengono “trasportati” nei luoghi in cui si svolgono queste lezioni e sono costretti a socializzare in modo improprio con persone che vogliono toccarli. In un cucciolo di cane queste esperienza può costituire un trauma piuttosto che un evento formativo. Arrivando a poter compromettere, quando ripetuto più e più volte, il suo equilibrio. Un nuovo sbocco per la tratta dei cuccioli, un nuovo tassello nella disattenzione delle persone verso il benessere animale.

Puppy Yoga, una nuova moda per creare malessere negli animali con un travisamento della realtà

Basterebbe guardare con occhio critico le tantissime pubblicità presenti sulla rete di Puppy Yoga per farsi delle domande. Se non bastasse sarebbe sufficente fare e qualche ricerca, per scoprire che dietro questa moda si possano nascondere molte privazioni. Situazioni nelle quali si può arrivare a privare i cuccioli di acqua e cibo per evitare spiacevoli perdite di feci e urina durante le sedute. Come dimostra un’inchiesta sotto copertura fatta da una televisione inglese, che ha potuto filmare e documentare il lato oscuro della Puppy Yoga.

Esme Wheeler, responsabile scientifica e politica per il benessere e il comportamento dei cani presso la RSPCA, ha dichiarato: “Questo è intrattenimento, a mio avviso, che opera sotto le spoglie della socializzazione. Ma questo non va a vantaggio dei cani”. 

Tratto dall’articolo pubblicato da ITV News

Nulla quindi che serva a migliorare il rapporto fra uomo e animali, molto ciò che è utile per garantire lauti guadagni da “tutto esaurito” agli organizzatori delle sessioni. Una moda sulla quale sarebbe opportuno venisse attivata un’indagine capillare per capire da dove vengano i cuccioli, con che garanzie sul loro benessere e con quali garanzie sanitarie per chi, senza attenzione, pratica la Puppy Yoga. Attività che dovrebbe essere sottoposta alla vigilanza del servizio veterinario pubblico, prevedendo autorizzazioni.

Servizi veterinari e Carabinieri dei NAS dovrebbero attivare controlli capillari per comprendere la filiera e garantire partecipanti e animali

Le norme ci sono e occorre applicarle, smettendo di guardare con indulgenza a queste attività come se fossero soltanto una forma di rilassamento e socializzazione. Questi cuccioli, sottoposti a multilpe sedute con il pubblico da dove vengono? Quali garanzie sanitarie hanno per evitare la trasmissione di zoonosi e quali ricevono per evcitare che siano sottoposti a maltrattamenti? I centri dove si pratica Puppy Yoga sono stati autorizzati per far fare attività a stretto contatto con gli animali?

Da quanto si può leggere questo nuovo boom pare essere non soltanto fuori controllo come tutte le mode, ma privo di verifiche sulle modalità di svolgimento. Tanto da ricevere le critiche da più fronti, che non si fanno ingannare dalla patina di dolcezza che si vorrebbe stendere su un’attività commerciale come tante. Per questo sarebbe auspicabile l’apertura di una seria indagine, facilmente attivabile soltanto seguendo il filo degli innumerevoli annunci che si possono trovare in rete.

Senza contare il fatto che questa pratica stimoli, ancora una volta, un rapporto irresponsabile con i cani, basato su tenerezza e aspetto estetico, senza far compiere utili riflessioni sull’impegno necessari. Cuccioli che diventano peluche da manipolare per rilassarsi, in un tempo in cui troppe cose si fermano all’apparenza, senza creare un reale quadro della sostanza. Senza raccontare che essere tutori di un animale significa mettersi in gioco per garantire il suo benessere, che certo non parte da una stuoia sulla quale praticare puppy yoga.