Puppy Yoga: fermiamo la moda di fare yoga con i cuccioli di cane prima che diventi virale

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Puppy Yoga: fermiamo la moda di fare yoga con i cuccioli di cane prima che diventi tanto virale quanto incontrollabile. Il fenomeno sta dilagando, anche grazie alla scarsa attenzione delle persone, che pur dichiarandosi amanti degli animali non riflettono a sufficenza. Garantendo lauti guadagni alle centinaia di organizzatori di questa nuova trovata, che sembra ottenere grande consenso nel pubblico. Che acquista questi corsi senza voler capire cosa si nasconde dietro un fenomeno tutt’altro che innocuo per i cuccioli.

“Tappetini, posture e… ciotole: a Roma tutti pazzi per lo yoga con i cuccioli di cane” titola La Repubblica, in un corsivo che certo non si preoccupa del benessere animale. Trasformando in un fatto di costume lo sfruttamento dei cuccoli, in modo completamente acritico, senza fare alcuna riflessione su che tipo di problematiche questa nuova moda comporti. I cuccioli vengono sfruttati per fare un’attività che certo non giova al loro equilibrio. Creando nelle persone l’idea che si tratti di peluche e non di esseri viventi.

In realtà i cuccioli vengono “trasportati” nei luoghi in cui si svolgono queste lezioni e sono costretti a socializzare in modo improprio con persone che vogliono toccarli. In un cucciolo di cane queste esperienza può costituire un trauma piuttosto che un evento formativo. Arrivando a poter compromettere, quando ripetuto più e più volte, il suo equilibrio. Un nuovo sbocco per la tratta dei cuccioli, un nuovo tassello nella disattenzione delle persone verso il benessere animale.

Puppy Yoga, una nuova moda per creare malessere negli animali con un travisamento della realtà

Basterebbe guardare con occhio critico le tantissime pubblicità presenti sulla rete di Puppy Yoga per farsi delle domande. Se non bastasse sarebbe sufficente fare e qualche ricerca, per scoprire che dietro questa moda si possano nascondere molte privazioni. Situazioni nelle quali si può arrivare a privare i cuccioli di acqua e cibo per evitare spiacevoli perdite di feci e urina durante le sedute. Come dimostra un’inchiesta sotto copertura fatta da una televisione inglese, che ha potuto filmare e documentare il lato oscuro della Puppy Yoga.

Esme Wheeler, responsabile scientifica e politica per il benessere e il comportamento dei cani presso la RSPCA, ha dichiarato: “Questo è intrattenimento, a mio avviso, che opera sotto le spoglie della socializzazione. Ma questo non va a vantaggio dei cani”. 

Tratto dall’articolo pubblicato da ITV News

Nulla quindi che serva a migliorare il rapporto fra uomo e animali, molto ciò che è utile per garantire lauti guadagni da “tutto esaurito” agli organizzatori delle sessioni. Una moda sulla quale sarebbe opportuno venisse attivata un’indagine capillare per capire da dove vengano i cuccioli, con che garanzie sul loro benessere e con quali garanzie sanitarie per chi, senza attenzione, pratica la Puppy Yoga. Attività che dovrebbe essere sottoposta alla vigilanza del servizio veterinario pubblico, prevedendo autorizzazioni.

Servizi veterinari e Carabinieri dei NAS dovrebbero attivare controlli capillari per comprendere la filiera e garantire partecipanti e animali

Le norme ci sono e occorre applicarle, smettendo di guardare con indulgenza a queste attività come se fossero soltanto una forma di rilassamento e socializzazione. Questi cuccioli, sottoposti a multilpe sedute con il pubblico da dove vengono? Quali garanzie sanitarie hanno per evitare la trasmissione di zoonosi e quali ricevono per evcitare che siano sottoposti a maltrattamenti? I centri dove si pratica Puppy Yoga sono stati autorizzati per far fare attività a stretto contatto con gli animali?

Da quanto si può leggere questo nuovo boom pare essere non soltanto fuori controllo come tutte le mode, ma privo di verifiche sulle modalità di svolgimento. Tanto da ricevere le critiche da più fronti, che non si fanno ingannare dalla patina di dolcezza che si vorrebbe stendere su un’attività commerciale come tante. Per questo sarebbe auspicabile l’apertura di una seria indagine, facilmente attivabile soltanto seguendo il filo degli innumerevoli annunci che si possono trovare in rete.

Senza contare il fatto che questa pratica stimoli, ancora una volta, un rapporto irresponsabile con i cani, basato su tenerezza e aspetto estetico, senza far compiere utili riflessioni sull’impegno necessari. Cuccioli che diventano peluche da manipolare per rilassarsi, in un tempo in cui troppe cose si fermano all’apparenza, senza creare un reale quadro della sostanza. Senza raccontare che essere tutori di un animale significa mettersi in gioco per garantire il suo benessere, che certo non parte da una stuoia sulla quale praticare puppy yoga.

Animali e ambiente sono argomenti fondamentali, ma non sfondano in politica

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Animali e ambiente sono argomenti fondamentali, ma nel nostro paese non sfondano in politica. Eppure la presenza di una componente animalista e ambientalista sarebbe davvero importante in momenti come questi. Dove i temi della tutela di animali e ambiente, nel senso più ampio e inclusivo possibile, dovrebbero essere i primi a essere scritti sulle agende politiche. Invece in Italia, al contrario di quanto avviene in altri paesi europei, i partiti ecologisti non riescono a sfondare il muro dell’indifferenza. Bocciati senza appello da un elettorato che relega chi si è presentato alle elezioni come realtà politica ecologista o animalista a percentuali risibili.

Non sono stati premiati dagli elettori i vari e diversi partiti animalisti, monotematici e con una complessiva assenza di visione politica, ma nemmeno quelli più strutturati e storici come le varie costole degli originari “verdi”. Questi ultimi poi, dopo un exploit alla tornata elettorale del 1996, dove riuscirono a eleggere 14 deputati e 14 senatori , sono da tempo rinchiusi in uno recinto molto più stretto. Un perimetro politico che rischia di rimpicciolirsi ulteriormente dopo le recenti divisioni all’interno dell’Alleanza Verdi-Sinistra. Una coalizione che ha assunto una connotazione politica netta a sinistra del PD, necessaria anche per superare la soglia di sbarramento.

Una situazione apparentemente incomprensibile in un momento storico dove clima, biodiversità, allevamenti e agricoltura intensiva, tutela delle aree naturali dovrebbero essere questioni centrali. Temi che destano allarme e grande preoccupazione nell’opinione pubblica, mentre risultano essere non abbastanza recepiti dalla politica in generale. Con le associazioni ambientaliste e animaliste che dimostrano grande difficoltà a agglutinarsi, ma anche nel divenire effettivi e efficaci punti di riferimento per la politica e i cittadini. Lasciando aperto un vuoto divenuto una voragine, che rischia di essere occupato da chi usa gli stessi argomenti ma solo per fini strumentali e con scopi opposti.

Animali e ambiente sono argomenti fondamentali, in cima agli interessi dell’opinione pubblica che però non premia gli attuali partiti

Probabilmente le ragioni di questo scarso potere attrattivo del variegato fronte ecologista sono molteplici, ma quel che pare certo è che sia necessario un radicale cambiamento di passo. Uno svecchiamento delle modalità con cui questi temi vengono affrontati, ma anche una nuova capacità di parlare alle persone, con una visione olistica e non settoriale che renda credibili i programmi. In un momento delicato come l’attuale è impossibile pensare che una forza politica possa essere monotematica, senza riuscire a declinare un programma a tutto tondo capace di convincere.

Non basta proporsi come una realtà che si occupa di voler tutelare animali e ambiente. Occorre essere credibili in tutte le varie materie che spaziano dall’economia alla sanità, dall’occupazione alla sicurezza dei cittadini. Come dimostrano i risultati ottenuti dai partiti ecologisti alle elezioni europee del 2019, quando 12 partiti di area “verde” in Europa hanno, nei vari paesi, superato il consenso del 10%. Mentre in Italia Europa Verde si è inchiodata al 2,4%, non superando la soglia di sbarramento del 4%. Ottenendo di restare così esclusa dal parlamento europeo.

La disillusione sembra dominare gli elettori sensibili alla questione ecologica: prima abbandonando i Verdi a causa dei loro errori e delle loro lotte interne, poi allontanandosi dal Movimento 5 Stelle che ha tradito le promesse ambientaliste del 2018, sono oggi orfani di un’offerta politica che difficilmente sembra soddisfarli.

Tratto da un articolo su Il Grand Continent scritto da Hanna Corsini

Sarebbe tempo di farsi domande e di studiare nuove strategie credibili per una politica ambientale che conquisti gli elettori

In Germania i verdi hanno raggiunto alle ultime elezioni europee del 2019 il 20,5% ottenendo ben 24 seggi e diventando il secondo partito tedesco. Arrivando a raddoppiare il risultato elettorale ottenuto nelle elezioni europee del 2014. Un vero e proprio trionfo, che ci si può soltanto augurare che venga esteso e mantenuto nelle elezioni della primavera 2024. Una scadenza che difficilmente vedrà affermazioni simili nel nostro paese. Probabilmente le elezuioni non vedranno neanche la presenza di molti candidati ecologisti nelle liste dei partiti tradizionali.

Le elezioni europee sono alle porte, ma il movimento ambientalista e animalista resta sempre al palo, attualmente incapace di creare politiche attrattive e soprattutto credibili. Dove finti e veri paladini della questione verde hanno sino ad ora raccolto giganteschi flop, che dimostrano quanto siano lontani dalle aspirazioni degli elettori. Che non si fanno convincere dalle emozioni quando non trovano solide motivazioni, come avviene invece per i partiti tradizionali che, per esempio, possono contare su uno zoccolo duro composta da agricoltori, allevatori e cacciatori. Che da sempre rappresentano un serbatoio fedele di voti, che si riconoscono, anche se talvolta non completamente, nelle proposte politiche degli attuali partiti.

Servirebbe un laboratorio permanente e plurale, capace di dar vita a un movimento nuovo

Facendo un parallelo fra la fine degli anni ’80, che fu il tempo in cui in Italia presa vita il cosiddetto movimento verde, e i giorni nostri non si può negare che il consenso abbia punito gli ecologisti. In tempi in cui l’emergenza ambientale derivava da grandi disastri ambientali, come l’ICMESA di Seveso (1976), Bhopal in India (1984) e l’incubo nucleare di Chernobyl (1986) il nostro paese rispose, politicamente, premiando il movimento ecologista. In quei tempi di disastri, ma anche di minor coscienza ecologica e di minor attenzione all’ambiente, i cittadini credettero nelle istanze ambientaliste. Per poi staccarsi dal movimento in tutte le varie declinazioni e mutazioni, negandogli il voto.

Tutela ambientale, biodiversità e questione animale sono argomenti fondamentali, ma gli elettori dimostrano di volere programmi concreti e di non essere più disponibili a firmare cambiali in bianco. In particolare in anni come questi dove il primo partito è quello dell’astensione, composto da quanti hanno smesso di fidarsi delle regole della democrazia. Purtroppo la magia sembra non riuscirà nemmeno alle prossime elezioni: tutto lascia, purtroppo, intendere che l’Italia non sarà in grado di dar un concreto aiuto alle forze ambientaliste presenti in Europa.

Occorre qualcosa di nuovo e di diverso, qualcosa di più credibile. Che possa essere visto dall’elettorato come una possibilità concreta per tutelare territorio, ambiente e animali, per cambiare e far progredire la nostra cultura. Per sfatare la leggenda che quanti si occupano di difendere ambiente e diritti siano utopisti e estremisti, incapaci di declinare proposte credibili per uno sviluppo nuovo e diverso. Un movimento capace di attrarre voti dai diversi orientamente politici, smettendo di parlare soltanto ai potenziali elettori di una parte che deve essere ritenuta minoritaria nel paese. Sembra giunto il tempo di fare grandi riflessioni, oramai non più rimandabili.

Gli animali non sono peluche: impariamo a rispettare la loro diversità

animali non sono peluche

Gli animali non sono peluche: impariamo a rispettare la loro diversità se vogliamo davvero contribuire alla loro tutela. Scorrendo i post sui social ci si rende conto di come sia in atto, troppo spesso, un transfer emotivo nei confronti degli altri animali diversi da noi. Con una dilagante umanizzazione che sovrappone e confonde i piani, mescolando questioni e contribuendo a creare confusione. La loro e la nostra salvezza sta proprio nel riconoscimento della diversità e proprio questo serve a consentirci di difenderli in modo intelligente. Non creando quel rapporto emotivo che seppellisce conoscenza e rispetto sotto una coltre di improbabile quanto inappropriato affetto.

Ogni giorno si leggono vere dichiarazioni di amore verso lupi e orsi, che però,purtroppo, non sono supportate da una conoscenza delle necessità specie specifiche. In questo modo i nostri bisogni diventano i loro bisogni, le nostre ansie diventano le loro ansie. Ma questo porta a individuare forme d’aiuto che spesso peggiorano le loro condizioni di vita senza costituire un vantaggio. Questo comportamento viene attuato nei confronti di animali che sono molto distanti da noi, come i selvatici, ma anche verso gli animali di casa. Che vengono spesso soffocati sotto una coltre di affetto che impedisce loro di vivere da cani e porta a aberrazioni estetiche per farli assomigliare a bambini.

L’amore diventa così solo un fardello ingombrante per chi è costretto a subirlo, come gli animali con i quali dividiamo la vita. Costituendo anche un motivo di scherno, che spesso ridicolizza proprio quelle battaglie messe in atto per la tutela dei diritti degli animali.

Gli animali non sono peluche e per questo abbiamo il dovere di imparare a conoscere le loro esigenze

Un esempio per tutti è stata l’ondata emotiva venutasi a creare dopo la vile uccisione dell’orsa Amarena. Che ha lasciato, come tutti sanno oramai, due cuccioli orfani. Dopo questo terribile gesto è cresciuto il bisogno di umanizzazione dei piccoli. Orfani e senza madre, in mezzo a mille pericoli per colpa degli uomini. Unendo nel calderone sia chi ha sparato che quanti non li mettono al sicuro. Valutando nel cibo e nella protezione la soluzione contro ogni pericolo, senza riflettere che la loro cattura si potrebbe tradurre in una cattività senza fine. Un danno per gli orsetti che si vorrebbero difendere.

Gli animali selvatici non sono uomini e i loro cuccioli non sono bambini. Quello che sembra voler sottolineare una banalità è invece una realtà che corrisponde ai sentimenti di moltissime persone. Ma la natura ha regole diverse, sicuramente non temperate dell’emotività, ma asservite alle necessità della perpetuazione della vita. Un’esistenza completamente differente dalla nostra, costituita da grandi difficoltà nel vivere che stanno alla base, fra l’altro, dell’alto tasso di mortalità nei cuccioli di tutte le specie. Accorciando anche la vita anche degli animali adulti, che risulta essere ben più breve della longevita raggiungibile da soggetti della stessa specie se tenuti in cattività. Una vita lunga ma non paragonabile alla pienezza di quella in libertà, perdendo per un animale selvatico la ragione di essere vissuta.

Non serve mettere cibo per i cuccioli di Amarena e non bisogna mai alimentare gli animali selvatici

Il pericolo di una cattività permanente è una delle ragioni per le quali non si catturano i cuccioli di Amarena, cercando sempre di non creare inteferenze nelle vite degli animali selvatici. Per lo stesso motivo si cerca, con ogni mezzo, di far comprendere alle persone che non bisogna dare cibo agli animali selvatici, per non renderli condidenti nei nostri confronti. Provando a spezzare quella catena in cui si mescola si mescola scarsa conoscenza dei bisogni con la soddifazione della propria emotività. Cercando a tutti i costi un rapporto, che nella realtà è un condizionamento: la volpe a bordo strada non aspetta di giocare con l’uomo ma solo di ricevere cibo. Rischiando di diventare la stessa volpe che guarderemo con occhio triste, quando sarà uno dei tanti cadaveri di animali investiti sulle strade, dalle quali dovrebbero invece star lontani.

Un orso o un lupo non vogliono essere amati, vorrebbero solo essere rispettati per poter condurre, liberi, la loro esistenza

In questo sta l’importanza di fare divulgazione, di lavorare per ottenere una diffusione delle informazioni che permetta di ampliare la platea di quanti conoscono gli equilibri naturali. Comprendendo che per poter vivere in pace i nostri mondi, umani e non umani, devono restare il più possibile lontani, senza rapporti ravvicinati. per la loro salvezza e la nostra sicurezza. Quella conoscenza che porta a riconoscere come falsa la convinzione che sia la carenza di cibo a portare orsi e lupi a frequentare gli abitati. Quasi si trattasse di una sorta di comportamento disperato dettato dalla carenza di risorse alimentari che, invece, non mancano.

Lasciare cibo nei boschi per alimentare i cuccioli del’orsa Amarena, per esempio, potrebbe non solo essere inutile, ma diventare controproducente, contribuendo a attrarre altri animali che potrebbero mettere in pericolo le loro vite. Il vero modo intelligente di aiutare la natura e tutelare la biodiversità è sempre quello di intervenire il meno possibile per non incrinare gli equilbri. Un colpo di fucile ha spezzato la vita di Amarena e messo in pericolo i cuccioli, ma non esistono interventi umani in grado di riavvolgere il film all’attimo prima dello sparo. Non serve cibo, serve rispetto e attenzione, dove l’intervento umano deve sempre essere visto come l’ultima possibilità.

Per far aumentare nell’opinione pubblica la consapevolezza sull’importanza e l’urgenza di difendere gli animali e i loro diritti dobbiamo essere credibili. Per questo occorre evitare di riversare le nostre emozioni su animali incolpevoli, che ne farebbero spesso volentieri a meno. Gli animali selvatici e quelli che vivono con noi non possono leggere i commenti sui social pieni di cuoricini, mentre vorrebbero poter condurre in pace le loro pur complesse vite. Non cercano fan e like, ma soltanto l’opportunità di potersi comportare secondo le proprie esigenze etologiche. Un desiderio più che comprensibile, che troppe volte mettiamo in secondo piano.


Suini uccisi e peste africana: ora bisogna mettere al sicuro i santuari

suini uccisi peste africana
Foto di repertorio

Suini uccisi e peste africana: ora bisogna mettere al sicuro i santuari, perchè non si ripetano i fatti accaduti nella struttura di Cuori Liberi a Zinasco. Una vicenda, quella dell’abbattimento degli animali, preceduta da scene di violenza non giustificabile, che hanno fatto il giro del mondo. Suscitando commenti e sentimenti controversi, fra quanti hanno ritenuto inevitabile l’abbattimento dei suini e chi lo ha ritenuto un abuso. Quello che è certo è che più di qualcosa non ha funzionato e alla fine, come sempre, a trovarsi in mezzo sono stati gli animali. Diventati innocenti oggetti o soggetti, a seconda del pensiero di chi li guarda, di una contesa che li ha sopraffatti.

Non scrivo quasi mai sotto la pressione della cronaca: preferisco aver il tempo di riflettere e di ordinare i pensieri. Così ho avuto modo di leggere i pareri di veterinari che giustificavano queste uccisioni per arginare la diffusione della PSA. Ma anche moltissime dichiarazioni diverse, sino a arrivare alla naturale contrarietà degli attivisti. Sicuramente il 20 settembre verrà ricordato come un giorno terribile per i suini dei santuari, che deve portare a fare delle riflessioni sulla normativa e sulla biosicurezza.

I suini uccisi erano animali da compagnia, non inseriti in un circuito di allevamento per carne, ma sempre suini che potevano ammalarsi (come è successo) e infettare. Se l’uccisione seguita all’irruzione sia davvero servita a arginare l’avanzata della PSE fatemi dire a chiare lettere che il mio pensiero è NO, non è servita. Non voglio entrare nel merito di tecnicismi, ma solo basare la mia opinione su quello che i filmati hanno mostrato. Un’azione lontanissima dalla biosicurezza che forse ha contribuito più a propagare il virus che non a fermarlo. Quindi una prova di forza inutile, violenta e insensata.

Suini uccisi e peste africana: quando un’azione di polizia sanitaria ottiene il risultato contrario

Non era necessario uno stratega militare per comprendere quanto quell’irruzione sarebbe stata controproducente rispetto allo scopo dichiarato. Un’autorità sensata avrebbe offerto un tavolo di trattativa, avendo la consapevolezza che i custodi degli animali non sarebbero restati, giustamente, a braccia conserte a attendere l’abbattimento dei loro suini. Invece è stato attuato il muro contro muro. Gesto sconsiderato, di chi rappresentando la sanità della nazione, sembrava più volersi vendicare per un torto piuttosto che esercitare un’azione di prevenzione. Facendosi accompagnare da poliziotti che di biosicurezza sanno certamente poco, ai quali la situazione è sfuggita di mano: secondo errore è stato creare una piccolissima ripetizione del G8 di Genova.

Il risultato potrebbe far sembraree che lo Stato abbia trionfato, perdendo però battaglia e guerra e facendo una pessima figura: se il problema era il virus ora starà sicuramente ringraziando. Mai avuti così tanti aiuti per agevolare la diffusione di un patogeno che richiederebbe, per essere contrastato, misure di sicurezza come tute monouso e comportamenti attenti, non scontri di piazza senza prevenzione né protezione! Non voglio solo esprimere tristezza per la mancata empatia, ma sgomento per un’operazione compiuta seguendo alla lettera l’esatto contrario di ogni politica di contrasto a una patologia virale.

Gli animali dovevano essere comunque, in un modo o nell’altro, abbattuti? Forse, ma se anche così fosse certo non usando strategie così mal congeniate. Ora qualcuno, magari un magistrato che tanto sarà investito obbligatoriamente di questa vicenda. potrebbe investigare anche sulla mancanza di buone pratiche e su un uso/abuso della forza, in un contesto sbagliato sotto ogni punto di vista. Un uso della forza che mi lascia sgomento, non solo da persona che si occupa di diritti animali, ma da cittadino che vorrebbe guardare alle forze di polizia sempre e comunque con stima e fiducia. Certamente non con paura!

Facile dire che gli animalisti sono emotivi e non capiscono l’emergenza! Ma dall’altra parte della barricata il corto circuito è evidente

La speranza è che ora, per la giustizia in cui tutti vogliamo credere, ognuno trovi il suo giudice a Berlino. Perché se così non fosse, se questa vicenda venisse sepolta con volontà di oblio, sarebbe veramente vergognoso. Lo Stato ha dei doveri e chi ha gestito la piazza dello scontro di fronte a “Cuori Liberi” deve essere oggetto di serie valutazioni. Il 20 settembre sono stati abbattuti i maiali ma, purtroppo anche il buonsenso ne è uscito pieno di lacerazioni e ferite.

Ora bisogna lavorare per un cambiamento della norma, che dia maggiori garanzie agli animali dei santuari. Fissando regolamenti seri per la biosicurezza, visto che detengono animali di specie uguale a quelli d’allevamento per usi alimentari. Non potendo dimenticare quindi che anche queste strutture, pur di recente normate in modo diverso e non più considerate allevamenti, detengono suini, bovini, caprini, etc. . Realtà che sono sempre e comunque soggette alla vigilanza del Servizio Sanitario Nazionale, che forse già poteva e doveva dare prescrizioni.

Come uomini possiamo ringraziare che la PSE non sia una zoonosi, e quindi non ci contagi. Continuando però su questa strada pericolosa, fatta di allevamenti intensivi dove gli animali sono tenuti in condizioni di sofferenza, qualcosa accadrà. Lo sta dicendo da tempo l’Organizzazione Mondiale di Sanità, lo dicono i dati e i pericoli rappresentati dall’influenza aviaria. Purtroppo la recente epidemia di Covid non è stata sufficiente a farci capire davvero il senso di One Health: una sola sanità una sola salute, un solo pianeta.

Cani liberi o randagi di quartiere: una transizione che non può essere la soluzione

cani liberi randagi quartiere

Cani liberi o randagi di quartiere: una scelta che non deve essere considerata la soluzione auspicabile al problema, annoso del randagismo. Una questione spinosa da affrontare perché stimola polemiche: ai due poli estremi quanti vorrebbero vedere tutti i randagi in canile e chi, invece, pensa vadano lasciati liberi. Cani lasciati liberi di vagare, magari sterilizzati e sotto controllo veterinario quando possibile, visti come invidui che possono declinare in vari modi il loro rapporto di coesistenza con gli uomini. In una sorta di limbo che sta fra quello dei “domestici” e gli animali selvatici, definizioni che per alcuni rapprresentano solo categorie insensate,

Una visione solo parzialmente condivisibile per chi scrive, proprio come quella di chi vorrebbe che tutti i randagi venissero “salvati” rinchiudendoli nei canili. Visioni opposte di un unico problema, che però si scontrano con realtà diverse, con problematiche legate al “dove e al come”, con idee alcune volte eccessivamente romantiche e altre eccessivamente tutelanti. Appare evidente che i canili non siano uno strumento di contrasto al randagismo, mentre sempre più diventano strutture di prigionia. Luoghi nei quali una parte degli ospiti è destinato a restare imprigionato a vita.

D’altra parte nemmeno la via del randagio controllato è sempre felice e anche questa si presta a creare problemi, di convivenza e di benessere perché ogni luogo è diverso. Senza contare che fra cani liberi “confidenti” e cani liberi ferali le differenze sono molte e importanti. Tanto da dover operare molti e diversi distinguo, con situazioni tali da creare conflitti insanabili fra cani e uomini. In un rapporto di coesistenza innaturale, al quale abbiamo condannato il cane, che non è più lupo e non è considerabile un selvatico.

Cani liberi o randagi di quartiere: questa non è la soluzione ma una transizione che deve far crescere un mutamento culturale

Il contrasto al fenomeno del randagismo, costoso e irrisolto da decenni, deve passare da un progetto di largo respiro. Possibile soltanto se ci sarà una crescita culturale capace di creare le condizioni di un diverso sentire. Una visione del nostro rapporto con i cani e con gli altri animali in generale, che passi attraverso il riconoscimento dei loro diritti. Identificandoli come individui, comprendendo le loro necessità e riconoscendoli come portatori di diritti reali. Se questo passaggio culturale non sarà concretizzato, diventando realtà, continueremo a avere canili strapieni di potenziali egastolani con strade e campagne affollate di randagi.

Il problema sicuramente è complesso, difficile da far comprendere e da far assimilare. Per troppi interessi, alcuni davvero inconfessabili come succede negli appalti dei canili e nella gestione “in vita” degli sventurati ospiti. Ma talvolta anche a causa di una visione pietistica del soccorso a ogni costo, che si traduce in quella patologia definita sindrome di Noè1 che è poi causa di tante sofferenze. Un amore che diventa una forma di violenza perpetrata a danno degli animali, non solo cani.

Certo è affascinante vedere il comportamento dei cani liberi, la loro socialità e le interazioni, osservando vite che in qualche modo hanno regole non così dissimili dalla comunità umana. Ma è impossibile pensare che questa “vita di gruppo” possa avvenire all’interno di contesti fortemente antropizzati come le nostre città, senza scatenare conflitti insanabili. Un dato difficilmente contestabile, che dovrebbe bastare per accettare il fatto che la presenza di randagi socializzati in contesti urbani e periurbani debba essere una via temporanea, non il punto d’approdo. Per limitare gli ingressi nei canili, per stimolare le persone alla coesistenza ma nell’ambito di un processo che generi un cambiamento profondo del nostro rapporto con gli animali domestici.

Per combattere davvero il randagismo ci vuole il coraggio di andare in direzione ostinata e contraria

I cani non sono animali selvatici, sono una sottospecie dei lupi, dai quali prendono il loro nome scientifico, poi declinato nelle tante razze create dall’opera, spesso distorta, dell’uomo. Canis lupus familiaris è il cane e in questa identificazione convive tutta la questione, il fascino dell’avvicinamento dei lupi all’uomo in un percorso che ci accompagna da diverse migliaia di anni. Ma anche a quel “patto tradito fra uomo e cane” da cui prende spunto il titolo di questo blog, che ha portato prima a una convivenza, poi alla pessima gestione e infine all’intolleranza.

Per questo occorre promuovere un periodo di transizione, durante il quale pensare di rinchiudere nei canili il minor numero di cani possibile, cercando di convivere con quelli che possono vivere liberi. In contesti controllati, senza ulteriori riproduzioni, con una gestione che deve avere come obiettivo la progressiva scomparsa del cane randagio. Con buona pace della visione romantica dei cani liberi, che certamente ha buon gioco nell’affascinare chi ascolta, senza poter però mettere sul tavolo soluzioni convincenti e soprattutto attuabili di coesistenza.

In parallelo bisogna attivare, con serietà, campagne di informazione, strumenti di contrasto al commercio e alla riproduzione incontrollata dei cani, che portino le persone a una maggior consapevolezza dei loro doveri. Per chiudere, una volta per tutte, i rubinetti delle mille sorgenti che alimentano il randagismo, a partire dal vagantismo canino, alle cucciolate casalinghe e alle adozioni d’impulso. Un futuro che potrà diventare reale solo lavorando tutti insieme per creare i presupposti culturali per sostenerlo. Svuotando così, una volta per tutte, i canili

  1. la persona nutre un sincero attaccamento emotivo nei confronti dei suoi animali ed è convinta di “salvarli” (da qui il nome “Sindrome di Noè” – Emanuela Prato Previde – Silvia Colombo – Università degli Studi di Milano nel libro “Una strana Arca di Noè”. ↩︎

Sterminio di gatti e volpi con il veleno, grazie a una macchina governata dall’intelligenza artificiale

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Sterminio di gatti e volpi con il veleno, grazie a una macchina governata dall’intelligenza artificiale, non è una fake news ma la nuova strategia australiana. Volpi e gatti sono ritenuti dei pericoli per la biodiversità e da tempo chi si occupa di conservazione punta il dito contro i gatti, responsabili di uccidere miliardi di animali selvatici. Il fatto che i gatti, in particolare i randagi, siano responsabili di un prelievo consistente sulla piccoli uccelli e mammiferi è un dato difficile da confutare. Certo si potrebbero costituire parallelismi fra moltissimi altri eventi dannosi per la fauna, ma resta il punto che i gatti sono un predatore introdotto dall’uomo.

La responsabilità è quindi tutta nostra: il randagismo canino e felino è originato da una pessima gestione degli animali con i quali conviviamo. Le conseguenze dannose sono però sempre pagate dagli animali randagi e solo in minima parte dalla collettività. Questo però è altro discorso, già affrontato centinaia di migliaia di volte ma mai risolto, anche perché si agisce sulle conseguenze, senza avere un occhio attento nei confronti delle cause. Ma in questo caso il governo dell’Australia mette selvatici e domestici rinselvaltichi sullo stesso piano, identificando in gatti e volpi un pericolo per la biodiversità.

Secondo gli enti governativi queste due specie sono responsabili, in concorso con altre, dell’uccisione di due miliardi di animali australiani ogni anno, mentre i gatti domestici si attesterebbero sull’uccisione di oltre 390 milioni di selvatici. Il punto non è tanto, qui,di contestare i numeri, ma quello di valutare i metodi impiegati, per i quali il governo ha stanziato 7,6 milioni di dollari in cinque anni. Con lo scopo dichiarato di contrastare l’espansione di volpi e gatti a qualsiasi costo. Con quali metodi? Con una macchina governata dall’AI.

Sterminio di gatti e volpi con il veleno, in modo crudelmente selettivo grazie all’AI ma con una sorpresa

Felixer è il nome di questa macchina, che grazie all’intelligenza artificiale è in grado di riconoscere gatti e volpi con un alto tasso di precisione. Riuscendo anche a emettere richiami, denominati “esche sonore”, capaci di indurre queste specie a avvicinarsi al macchinario. Una volta che li avrà identificati Felixer sparerà su gatti e volpi un gel tossico, che una volta leccato dagli animali li condurrà a morte. Una versione più sofisticata dei topicidi, non è dato di sapere quanto indolore considerando che si tratta di un tossico.

Gli stessi produttori ammettono che nonostante il dispositivo sia in uso da diversi anni e sia governato dall’AI ci possono essere dei tassi di errore. Vale a dire un mancato corretto riconoscimento della specie target con un tasso di errore che non dovrebbe essere superiore allo 0,5%. Questo è quanto rivela la scheda tecnica dell’apparecchio e gli avvertimenti di sicurezza sull’uso.

A questo punto il lettore starà pensando che questa macchina sia stata pensata da una delle tante multinazionali che commerciano veleni e varia attrezzatura. Proprio questa è invece la sorpresa perché chi ha inventato e commercializza questa macchina è una charity che si chiama Thylation. Una ONG che ha come scopo quello di occuparsi di conservazione della biodiversità, vantando una serie di sinergie con altre realtà impegnate in questo campo.

Selettiva negli obiettivi Felixer, pur con dichiarate possibilità di errore, ha effetti collaterali

Quello che non dicono i giornali italiani che in questi giorni parlano di Felixer è che i cadaveri degli animali morti a causa del veleno in gel risultano tossici a loro volta. Come sembra attestare senza possibili dubbi l’avvertenza di sicurezza che raccomanda l’incenerimento o il seppellimento degli animali morti. Per evitare problemi agli altri animali non target, che potrebbero, si ritiene, restare a loro volta avvelenati.

Insomma ancora una volta l’idea di difesa della natura si intreccia con la volontà di gestirla, secondo tecniche e sistemi sempre meno naturali e sempre più problematici. Cercando di intervenire sulle conseguenze e poche volte sulla prevenzione, dimenticando che per ottenere un reale risultato bisognerebbe avere la volontà di ridurre l’intervento antropico. Facendo prevenzione e non soltanto una costante opera di rimozione di specie indesiderate dal territorio.

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