I cani con fine pena mai, quelli destinati a una vita che trascorrerà dietro le sbarre di un canile

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I cani con fine pena mai sono quelli che, una volta entrati nei canili, hanno un’altissima possibilità di restarci per tutta la vita. Animali condannati a trascorrere un’esistenza fatta di privazioni, interamente condotta dietro le sbarre, spesso in solitudine. I canili non sono la soluzione, e questo è oramai chiaro a quasi tutti, perché anche quelli migliori, che sono sempre meno di quanto si creda, non sono luoghi felici. Quando anche chi opera all’interno ci mette il massimo del suo possibile queste strutture restano sempre delle prigioni. Più si abbassa il livello di attenzione e più la vita di questi cani perde qualità sino a scomparire, proprio come avviene per gli animali di circhi e zoo, aprendo per loro baratri sconosciuti.

Guardando attraverso le grate di un box l’osservatore attento, quello che ha la voglia e anche la resistenza per andare oltre, percepisce una sofferenza, talvolta muta, talvolta abbaiata, ma comunque dolorosa. Qualcosa che se non stai attento ti si attacca all’anima: in molti casi si ha la netta percezione che il dolore che leggi negli occhi di questi animali sia senza cura. In tutti gli esseri viventi ci sono limiti che non dovrebbero essere mai superati. Percorsi della mente che non prevedono un ritorno, peggio della malattia fisica. Quando si altera la psiche, quando è il cervello che crea fantasmi e ossessioni, si apre il baratro della follia. Una voragine capace di inghiottire non soltanto gli umani, ma tutti gli esseri viventi che provano emozioni.

Nei canili ci sono animali anziani, magari non perfetti, talvolta anche esteticamente bruttini, ma talmente simpatici ed equilibrati da avere anche loro una possibilità. Questi sono cani difficili da far adottare, ma sono animali con una speranza. Quella che non è data a quei soggetti che una volta costretti in canile hanno imboccato una strada impervia, che rischia di diventare di impossibile ritorno. Animali che, a causa di storie di vita hanno perso l’equilibrio, rifugiandosi nei casi peggiori, proprio come accade per gli uomini, nella follia. Sono questi i cani che resteranno imprigionati in un viaggio senza stazioni di arrivo, quelli del fine pena mai!

I cani con fine pena mai sono quelli alienati, difficilmente recuperabili, destinati a una vita colma di sofferenze e paure

Storie che ricordano il libro di Mario Tobino “Per le antiche scale”, ambientato nel manicomio di Lucca prima dell’avvento della legge Basaglia, la norma che finalmente mise termine all’esistenza dei manicomi. Nel libro è contenuta la lucida descrizione della follia, capace di rapire per sempre il normale sentire in ogni essere vivente. Un fatto sul quale ci si sofferma troppo poco, quasi avendo paura che questo sottile filo possa spezzarsi, di colpo, anche in ognuno di noi. Gli animali non fanno certo eccezione, se solo avessimo la voglia di capire, di individuare il problema e di comprendere il peso e la grande sofferenza. Situazioni dolorose certamente, drammi che bisogna avere voglia di affrontare, di comprendere e dove possibile di lenire.

Questa è l’osservazione del dottor Anselmo, medico protagonista del libro, che non capisce come possano convivere due anime in una stessa persona, come la musica possa essere salvezza e il pensiero condanna.

«La pazzia è come le termiti che si sono impadronite di un trave. Questo appare intero. Vi si poggia il piede, e tutto fria e frana. Follia maledetta, misteriosa natura. Ma come, ma perché il Meschi quando soffia nel sassofono incanta e invece quando parla è zimbello di pensieri? assurdità? inconcludenze? O per lo meno noi non comprendiamo assolutamente nulla di quello che dice?»

Tratto da “Per le antiche scale” di Mario Tobino

Alcune volte l’alterazione comportamentale è uno stato causato da un’origine sconosciuta, altre volte è la conseguenza di un’insieme di concause: la mancata socializzazione, la paura, la noia. Elementi che giorno dopo giorno possono arrivare a far perdere il senno oppure creare l’impossibilità di condurre una vita normale. Così succede a molti cani condannati a passare la loro esistenza nei canili, magari solo perché appartengono a razze difficili da gestire, oppure hanno morsicato, per paura, essendo animali non socializzati, di branco, che non vogliono avere a che fare con l’uomo. Meno ancora dopo che li ha rinchiusi nel budello dove saranno detenuti a vita, il box spesso troppo angusto di un canile. Pochi metri quadri, forse puliti ma pieni soltanto di una noia senza fine, come una cella di Guantanamo.

I cani che resteranno detenuti a vita sono prigionieri incolpevoli di un patto tradito

Una piccola aliquota di animali e uomini instabili, senza apparenti ragioni, esiste e esisterà, forse non per sempre, ma ancora a lungo, finché non diventeremo bravi a curare le anime. Gli altri, quelli che hanno compiuto il doloroso percorso in salita che li ha resi difficilmente gestibili, instabili e talvolta anche potenzialmente pericolosi, sono quasi sempre una nostra responsabilità. Dovuta a cattive scelte, a incapacità di gestire animali caratterialmente complessi, alla decisione di volerli, presa d’impulso, che altrettanto d’impulso poi svanisce. Condannando gli animali a diventare prigionieri di un sistema che, come il carcere, difficilmente è capace di creare i presupposti per una seconda chance. Per mancanza di mezzi, di personale, spesso di capacità o semplicemente per disinteresse.

Può succedere che i cani subiscano le scelte di essere stati salvati a forza e rinchiusi. Da persone che a tutti i costi hanno deciso per loro, che fosse più sicuro il canile della strada, che fosse meglio un box di un rapporto imperfetto o di un compagno di vita giudicato non adeguato. Storie di adozioni sbagliate, che non incrociano i bisogni dei cani, ma soddisfano solo le aspettative di chi li fa adottare. Senza tenere conto che non tutti gli animali, proprio come le persone, sono uguali, reagiscono allo stesso modo, hanno identiche abilità, capacità di resistere, di vivere soli. Certo la vita è importante, va sempre difesa, ma per essere vera vita deve contemplare un equilibrio, quello che fa vivere in armonia con l’ambiente che ci ospita. Quando invece diventa “pena di vita”, può davvero arrivare a non essere migliore della morte.

L’importante è essere consapevoli che i canili non rappresentano la salvezza: ogni cane che entra in un box costituisce la dimostrazione di un nostro fallimento, di un patto che abbiamo tradito con il miglior amico dell’uomo. Per questo adottare è infinitamente più etico che comprare animali, così come non farli nascere è un dovere ineludibile, in un mondo dove ce ne sono già troppi rispetto ai possibili compagni delle loro vite. Entrate in un canile, guardate gli ospiti, fermatevi a guardare per un minuto occhi e comportamenti. Se lo avrete fatto con lo spirito giusto non potrete che scegliere uno di loro, magari anche il più bello e equilibrato, ma sicuramente un cane prigioniero, da liberare.

Cambiare il modo di contrastare il randagismo, educare al rispetto e alla comprensione della sofferenza

Occorre cambiare passo, non lasciare che i cani diventino strumenti di guadagno, come se fossero cose animate, come se fosse importante soltanto mantenerli in vita. Dobbiamo forse smettere di considerare la vita l’unico valore meritevole di tutela e dobbiamo iniziare a parlare di “diritto al benessere e alla felicità”. I cani lasciati a marcire nei canili gestiti in modo criminale, per incassare il prezzo della sofferenza quotidiana, devono diventare un retaggio del passato. Occorre considerare il randagismo un’emergenza che deve essere contrastata con campagne di sterilizzazione a tappeto, stabilendo percorsi abilitativi per chi voglia avere un cane. Bisogna introdurre l’interdizione alla detenzione di animali per quanti sono condannati per maltrattamento, che poi altro non è che una devianza criminale.

Bisogna riqualificare i crimini a danno di animali usando gli stessi parametri che sono considerati validi per gli uomini. Occorre smettere di usare termini roboanti ma vuoti, come “esseri senzienti”, se poi questa definizione resta priva di applicazioni concrete. La chiave di tutto è nel termine “rispetto”, l’unico sentimento in grado di garantire la convivenza sociale fra uomini e fra noi e gli altri esseri viventi. Smettendo di considerare il solo diritto alla vita come unico baluardo in grado di difendere chi abbia difficoltà a poterla vivere pienamente. Non è questione di vita o di morte, ma di dignità, di integrità psicofisica e di dare un valore diverso al termine, abusato, di “benessere animale”.

Peste suina africana: la mattanza servirà a fermare la malattia o è la scusa per l’ennesimo massacro?

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Peste suina africana: la mattanza ha avuto inizio ma servirà davvero a arginare o debellare il virus, oppure è soltanto una scusa per avere le mani libere? La domanda è lecita ma la risposta non è mai scontata nel nostro paese quando si parla di animali. Si sa che contro il temuto virus non esiste vaccino e quindi si teme che in caso di contagio fra animali liberi (cinghiali, incroci) e suini allevati succeda un disastro. Ovviamente non per gli animali ma per gli allevatori, che si vedrebbero costretti a abbattere tutti i capi.

Il virus, arrivato in Italia da qualche tempo, ha cominciato a diffondersi fra i suidi selvatici, quelli che già da tempo sono nel mirino di cacciatori e agricoltori. Per essere diventati numericamente un’emergenza, arrivando a invadere non solo le campagne ma anche le città, come succede quotidianamente nella capitale. L’origine del problema, perché la genesi è importante anche in un paese come il nostro che ha sempre la memoria corta, sono stati i cacciatori. La cassa che amplifica il disastro creato dai cacciatori sono, di nuovo, sempre loro, i cacciatori. Grazie a una una costanza, solo nostra, di far combattere il problema proprio da chi lo ha causato.

I cacciatori hanno importato i cinghiali dall’Est Europa negli anni 80/90 perché questa sottospecie era più prolifica e più grande. In anni in cui i lupi erano ancora poche decine, confinati nelle loro ultime enclave nelle regioni meridionali. Senza predatori naturali, soggetti a prelievi dissennati che aumentavano, allora come oggi, il tasso riproduttivo dei cinghiali, e dei loro ibridi causati dall’allevamento brado, è amentato. Senza che i cacciatori riuscissero come era scientificamente prevedibile, a contenerne il numero in termini numerici sostenibili.

La peste suina africana: la mattanza e le zone rosse non serviranno a contenere l’epidemia ma solo a trovare un “suino” espiatorio

Il virus è mortale per i suidi e già da solo farà una strage, probabilmente, negli animali selvatici. Senza bisogno che i cacciatori abbiano la licenza di abbatterli, come a loro farebbe piacere, giorno e notte: questo oltre a non servire diventerebbe un formidabile veicolo di propagazione del tanto temuto virus, grazie alla dispersione degli animali sul territorio e all’aumento del tasso riproduttivo. Un’opinione che non è solo delle organizzazioni di tutela degli animali, ma è un delle indicazioni dell’ISPRA che chiede di vietare l’attività venatoria, compresa la caccia di selezione.

Per i cinghiali che infestano Roma qual è la soluzione? L’abbattimento?
No. La soluzione è graduale e non può essere immediata. La prima è individuare dove c’è il virus, quindi bloccare l’espansione geografica, poi lasciare che la malattia faccia un po’ di morti: il virus è molto letale, uccide il 70-80% degli animali. La malattia riduce in maniera drastica la popolazione. Infine quando sono rimasti pochi animali si valuta se c’è ancora il virus e si abbattono gli ultimi animali altrimenti se il virus non c’è più si chiude il focolaio e la zona ritorna non infetta (in gergo indenne).

Tratto dall’intervista a Vittorio Guberti, primo ricercatore dell’Ispra, pubblicata su Il Fatto Quotidiano del 15/05/2022

Quindi gli abbattimenti non sono la soluzione, eppure su questi è concentrata la richiesta degli allevatori e dei cacciatori in tutto il paese, dove si stanno diffondendo focolai di peste suina africana a macchia di leopardo. Del resto che gli abbattimenti non siano risolutivi né in caso di sovrannumero, né in caso epidemico lo sanno anche i più sprovveduti. La politica invece, in tempo di elezioni alle porte continua a seguire le richieste di quelle categorie che rappresentano un bagaglio di voti. Arrivando a minacciare l’abbattimento anche dei suidi presenti nei santuari.

Abbattere gli animali presenti nei santuari non ha senso: bastano le misure per scongiurare il contatto con i suini selvatici

In questa grande confusione le decisioni sono spesso incoerenti e poco utili: il miglior sistema sarebbe quello di proteggere allevamenti e concentramenti di suini da possibilità di contatto con gli animali selvatici. Peraltro anche sotto il profilo economico risulta meno impattante proteggere gli allevamenti, già in massima parte recintati, che non erigere barriere in tutte le zone rosse del paese. Ben sapendo che presto, probabilmente, non ci saranno più zone rosse, ma si assisterà a una diffusione del virus molto più estesa.

Dietro, anzi dentro, alla questione cinghiali non ci sono solo allevatori, agricoltori e mondo venatorio, ma anche molti sindaci, come quello di Roma. Gualtieri ha ereditato una situazione completamente fuori controllo sulla gestione dei rifiuti della capitale, fonte attrattiva che porta a un costante ingresso di cinghiali a Roma. Gli abbattimenti, nella testa di chi poco conosce dei meccanismi naturali, vengono quindi visti come un modo per far piazza pulita di questi scomodi inquilini capitolini. Qualcuno però dovrebbe far presente al primo cittadino, e non solo di Roma, che i cinghiali in città, con gli abbattimenti, sono destinati a crescere e non a diminuire.

Ora occorre che le Regioni tengano in buona considerazione il parere dell’ISPRA e mettano in alto altre strategia, meno cruente e sicuramente più risolutive. Cercando di comprendere una volta per tutte che la gestione dei rifiuti e l’aumento dei predatori sono le due soluzioni auspicabili per ridurre in modo intelligente il numero dei cinghiali, che come tutti gli squilibri causati dall’uomo non possono essere risolti a fucilate. Tantomeno abbattendo gli animali presenti nei santuari, già recintati e protetti.

Aggiornamenti:

Aggiornamento del 08/08/2022 – L’ASL Roma ha notificato alla “Sfattoria degli ultimi” l’ordine di abbattimento di tutti i suidi presenti nel santuario, non volendo tenere conto delle legittime richieste dell’associazione che aveva più volte fatto presente che gli animali erano registrati come animali non destinati al consumo ed erano custoditi con tutte le necessarie garanzie per evitare contagi. Una decisione veramente inspiegabile contro la quale ci saranno quasi certamente ricorsi.

Canile di Trecastelli, storia di maltrattamenti e di colpevoli mancanze di controllo

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Quella del canile di Trecastelli è storia di maltrattamenti di animali causati dai gestori, ma consentiti da mancati controlli e da spiacevoli connivenze. Una storia ordinaria purtroppo con frequenti ripetizioni in varie parti del paese, nella quale i colpevoli pagheranno sempre troppo poco. Se e quando arriveranno a essere condannati in modo definitivo questo accadrà grazie agli altri reati contestati, piuttosto che per maltrattamento di animali. Le pene per chi maltratta e la considerazione verso questo reato portano purtroppo a facili prescrizioni.

La storia del canile di Trecastelli, sequestrato nel gennaio del 2021, è la replica di vicende già viste, che si ripetono puntualmente con le stesse modalità. Un allevamento autorizzato per detenere 71 cani arriva a custodirne più di 800, dieci volte tanto il consentito. Se qualcuno si chiedesse come possa succedere una situazione tanto abnorme la risposta è davvero molto facile: chi doveva controllare, ancora una volta, non lo ha fatto. Per disinteresse, per interessi, per non dover affrontare un problema complicato, per connivenze con i titolari. Storie ordinarie, frequenti, che quasi mai portano a sanzioni che servano da deterrente.

Il Comune di Trecastelli, in provincia di Ancona, all’ultimo censimento contava poco più di settemila residenti, non certo una metropoli. In questi piccoli centri tutti conoscono vita, morte e miracoli di tutti e gli organi di controllo presenti sul territorio avrebbero dovuto essere informati su cosa accadeva nella struttura. Eppure sembra non esser stato così o forse tutti sapevano ma nessuno aveva voglia di intervenire, non sapendo come togliere le castagne dal fuoco. Nel frattempo però, in tutto questo, ci sono stati centinaia di animali detenuti, per anni, in condizioni orribili.

Il canile di Trecastelli è una storia di maltrattamenti ripetuti, sui quali sarebbe stato opportuno intervenire molto prima

Oggi a distanza di un anno dall’intervento dei militari del Raggruppamento Carabinieri Forestali CITES è stata chiusa l’indagine, portando la Procura della Repubblica di Ancona a chiedere il rinvio a giudizio dei responsabili. Per la commissione di reati gravi: in anni e anni le condotte criminose dei gestori hanno dato vita a una lunga catena di azioni criminali. Accaduti sotto gli occhi di chi doveva controllare, che in alcuni casi ha omesso di farlo mentre in altri ha agevolato colpevolmente i gestori di questa struttura. Se questo sia avvenuto per soldi o per altre utilità sarà la magistratura a stabilirlo. Certo è che i pubblici ufficiali che non hanno fatto il loro dovere sono colpevoli almeno quanto i gestori.

Le omissioni, colpevoli e dolose, hanno portato a uno dei più grossi casi di disastro sanitario, in ambito veterinario, avvenuti nella Regione Marche e non soltanto. I gestori del canile risulta che abbiano importato illegalmente cani dall’Est Europa, con tutti i rischi sanitari connessi. Rendendosi anche responsabili di aver fatto scoppiare un focolaio di brucella canis, zoonosi trasmissibile all’uomo. Un caso al momento unico in tutta Europa che aveva portato, nel giugno del 2020, al blocco sanitario del canile. Senza che fossero adottati provvedimenti per migliorare le condizioni di vita dei cani.

Ora dopo le indagini svolte dalla Procura sono emerse varie responsabilità, anche molto gravi, che hanno portato alla richiesta di rinvio a giudizio per i proprietari dell’allevamento. Che si trovano in buona compagnia, considerando che risultano coinvolti anche il comandante della Polizia Locale, insieme a veterinari pubblici e privati. Con un costo per l’amministrazione regionale che ad oggi sembra aver superato il milione e mezzo di euro, per mantenimento e cura degli animali in sequestro. Un disastro annunciato per i cani che sono transitati in questi anni dall’allevamento, ma anche per le casse pubbliche e per le associazioni coinvolte. Che hanno dovuto intervenire per cercare di aiutare gli animali e trovare, quando possibile, adozioni.

Servirà questa lezione per far comprendere la necessità di interventi tempestivi sui maltrattamenti e contro i traffici di animali?

Probabilmente la risposta è no, considerando i precedenti e consultando le cronache di molti altri episodi analoghi di traffici e maltrattamenti. Che hanno riguardato non solo i canili, ma tutti i settori ove vi fosse presenza di animali e quindi sottoposti a vigilanza veterinaria. Se da una parte è vero che la sanità pubblica si trova in grande crisi, dall’altro appare evidente che il meccanismo dei controlli si inceppi troppo spesso. Le origini di questo problema vanno cercate (anche) altrove. Per esempio nel fallimento del sistema di controllo sulle attività dei veterinari pubblici, anche grazie a una catena di comando con troppe figure “politiche” ai vertici.

Quando i veterinari ufficiali non fanno carriera “solo” per meriti, ma anche per sponsorizzazioni del politico di turno il sistema va in crisi. E con lui tutto quello che la sanità pubblica veterinaria deve presidiare. Una vigilanza che riguarda gli animali ma soprattutto la tutela della salute umana. Se naufraga il sistema dei controlli veterinari si mette in pericolo l’intera collettività. Lo indica il criterio “OneHealth” che ci vede tutti, uomini e animali, sulla stessa scialuppa, visto che la barca pare essere affondata già da tempo. La politica partitica ha avvelenato i pozzi, da quando ha deciso di non scegliere fra i migliori i suoi dirigenti, ma spesso solo fra i più vicini. Mortificando chi lavora con passione, restando indipendente dalla politica.

Non passa giorno. quando le associazioni denunciano e la magistratura fa il suo lavoro, che non vengano accertate situazioni terribili per gli animali. Pericolose anche per la salute umana, ma troppo spesso seppellite sotto omissioni e convenienti valutazioni da parte di chi è pagato per vigilare. Un circolo vizioso che va spezzato, ricordando a tutti gli organi di controllo e ai pubblici ufficiali che segnalare un reato è per loro un obbligo. Prevedendo pene ben più severe delle attuali per chi consenta, agevoli o non persegua fatti gravi come questi.

Canile di Trecastelli
Il servizio dei Carabinieri trasmesso dal TG3 delle Marche

Parrocchetti contro rondoni: una competizione causata dal commercio degli animali tenuti come pet

parrocchetti contro rondoni

Parrocchetti contro rondoni per la competizione dei siti di nidificazione: entrambe le specie usano le cavità per riprodursi e spesso sono i parrocchetti ad avere la meglio. Un problema che può essere risolto, specie nelle cavità degli edifici usati dai rondoni, riducendo le dimensioni dell’accesso. Una questione che ancora una volta evidenzia il problema del commercio degli animali. Capace di creare molteplici problemi, destinati a ricadere sulla collettività.

Quando una specie alloctona, come i parrocchetti, riesce a acclimatarsi e a riprodursi, creando colonie stabili, il danno è irrimediabile. A nulla servono le soluzioni cruente, che non sono comunque in grado di risolvere, e occorre mettere in campo strategie in grado di limitare la competizione. Come sempre avviene in natura le specie che hanno un tasso più elevato di specializzazione sono quelle a maggior rischio. L’essere animali adattabili aiuta la sopravvivenza e anche la dispersione sul territorio, proprio come è successo per l’essere umano.

I danni creati dal commercio dei pet esotici, unito alla loro introduzione volontaria in ambiente di altre specie, ha creato problematiche impossibili da gestire. In un’operazione dove gli unici a trarne guadagno sono i commercianti, che non hanno mai pagato per questo neppure una tassa di scopo. Che consentisse di avere risorse per limitare i danni che ricadono sull’intera collettività. Un’idea saggia che unita a una stretta molto rigida del commercio avrebbe mitigato il peso di scelte scellerate.

Parrocchetti contro rondoni per la competizione sui nidi, ma siamo stati noi a creare il danno

La lista degli animali alloctoni che si sono riprodotti a causa di liberazioni, volontarie o accidentali, è davvero molto lungao. Un elenco che oramai molti hanno cominciato a conoscere e che in parte proviene proprio dal mercato dei pet. Scoiattoli americani, pesci rossi, parrocchetti dal collare e monaci, testuggini della Florida, in tutte le loro varietà, ma anche procioni, nutrie, pesci siluro, trote alloctone, minilepri, ibis sacri e rane toro. Un bestiario destinato ad allungarsi se non verrà vietato il commercio degli animali esotici.

Eppure, nonostante le evidenze e anche le mattanze, il commercio non si vuole fermare. Devono essere promulgati i decreti legislativi di attuazione della legge 55/2021 che, inizialmente, avrebbero dovuto vietare il commercio degli animali esotici. Non per buon senso, non per etica, ma soltanto per evitare rischi sanitari. Ora però si è creato un movimento trasversale, composto da operatori del settore, politici, veterinari che hanno dato vita al movimento “Esotici ma familiari”, proprio per impedire il divieto di commercio.

Già si parla di una white list o lista positiva, di specie esotiche che potranno continuare a essere detenute e commerciate. Certo si tratterà di animali riprodotti in cattività, meno impattanti sotto l’aspetto sanitario, ma altrettanto pericolosi per l’ambiente. Senza contare, come sempre accade quando ci sono in gioco interessi economici rilevanti, la sofferenza che la prigionia causa a questi animali. Senza voler vedere che i cambiamenti climatici renderanno sempre più ospitali per le specie alloctone determinati territori.

La santa alleanza fra quanti traggono guadagni dai pet sconfiggerà il buon senso e il principio di cautela

La normativa come si diceva parte dai rischi sanitari per la nostra specie, causati da zoonosi che, come abbiamo visto, possono facilmente trasformarsi in pandemie. Su un pianeta dove l’uomo è oramai ovunque e già si parla di decine di migliaia di virus che rischiano di essere stanati. proprio dalle attività umane, rischiando di dare vita a nuove e sconosciute pandemie. La legge non tiene quindi in giusta considerazione gli aspetti legai ai danni collaterali del commercio di animali, rispetto a quelli sanitari.

Continueranno probabilmente a poter essere detenuti e commerciati gli animali che già ora provengono da riproduzioni controllate e non da catture. In questo lungo elenco saranno compresi probabilmente i pappagalli, specie molto amate dal pubblico, ma ad alto tasso di sofferenza quando sono tenute in cattività. Specie intelligenti e adattabili che, con la complicità del clima, potranno tranquillamente vivere e riprodursi alle nostre latitudini, proprio come hanno fatto i parrocchetti. A cui presto potrebbero trovarsi a fare compagnia amazzoni e cocorite, ara e calopsite.

Ma se quello dei pappagalli è un esempio di scuola è evidente che la chiusura del commercio di tutti li animali da gabbia e da terrario sarebbe una scelta responsabile. Non è più accettabile considerare l’esistenza di animali ornamentali, appartenenti a specie non domestiche che vengono “addomesticate” per il nostro piacere. Che corrisponde quasi sempre al loro dispiacere, al quale quasi sempre facciamo soltanto finta di interessarci.


Il bulldog inglese e Zlatan Ibrahimović: storia senza lieto fine de “Il bandito (il cane) e il campione”

bulldog inglese Zlatan Ibrahimović

Il bulldog inglese e Zlatan Ibrahimović: una storia che potrebbe essere raccontata partendo dal titolo di una famosa canzone di Francesco De Gregori. Dove il bandito (voce del verbo bandire) è il cane, appartenente a una razza che i veterinari chiedono di non riprodurre, e il campione Ibra, che vince anche per la scarsa attenzione ai diritti animali. Ma si sa che le star spesso si preoccupano più di soddisfare i propri bisogni che di essere degli esempi.

I giornali hanno dato con grande rilievo la notizia che il famoso calciatore Zlatan Ibrahimović sia andato a visitare un allevamento di bulldog. Per acquistare un cucciolo, proprio di una razza brachicefala al centro di grandissime polemiche. Non soltanto da parte dei difensori dei diritti degli animali, ma degli stessi veterinari. Che chiedono di arrivare a un’estinzione dolce delle razze dei cani che non respirano. Maltrattati da una genetica sempre più esasperata.

Zlatan Ibrahimovic
Immagine tratta dal sito web de Il Resto del Carlino

Il bulldog inglese è un cane con mille problemi di salute, che vanno dalla difficoltà di respirare a quella di partorire, motivo per cui quasi sempre le nascite avvengono con il taglio cesareo. Per non parlare delle mille altre patologie che affliggono l’esistenza di questo cane, sacrificato sugli altari, spesso bizzarri, dell’estetica. Con grande indifferenza verso la costante sofferenza provata da questi animali e senza minimamente voler ascoltare le prese di posizione sempre più frequenti dei veterinari.

Il bulldog inglese e Zlatan Ibrahimović, calciatore e cacciatore già al centro di mille polemiche per passioni sempre meno condivise

Ci sono persone che approfittano della loro popolarità per essere degli esempi, altre che si accontentano di essere molto popolari e molto ricchi. Sul fronte del rispetto degli animali e di una visione ecologista certo non spicca Ibrahimović, che non sembra preoccuparsi troppo delle critiche, per essere anche un amante della caccia. Del resto non è un cacciatore come gli altri, visto che non va a caccia in riserva ma si compra diverse riserve di caccia, il che fa per lui evidentemente una bella differenza. Nessun problema neanche sulla scelta dei cani, assolutamente sereno nel dare un cattivo esempio.

Del resto sui cani brachicefali, quelli che non respirano e che sono da decenni maltrattati geneticamente, si trova in buona compagnia. Con altri personaggi famosi molto amati dal grande pubblico, come Chiara Ferragni e Federica Pellegrini, Volti noti che probabilmente non riflettono sul danno compiuto, stimolando le scelte che hanno portato il bulldog francese a essere il cane più richiesto. Nonostante le oramai costanti e pressanti richieste dei veterinari di vietarne per sempre la riproduzione, per evitare animali fatti nascere per diventare dei malati cronici.

Appare chiaro che vi sia una netta prevalenza dell’estetica sull’etica e che questo comporti delle conseguenze nei nostri rapporti con gli animali. Mancando una cultura del rispetto sui loro diritti minimi, sulle problematiche di salute indotte o sulle conseguenze della cattività tutto diventa possibile. Quando non si cerca di intercettare le motivazioni, di capire perché è sbagliato acquistare cani che non respirano (e non solo), l’unico parametro diventa il “mi piace”. Che si traduce in “lo voglio perché anche Ibra ha un bulldog”, così basta un selfie ed il gioco è fatto.

Il maltrattamento genetico dovrebbe essere considerato un crimine, con l’aggravante della premeditazione

Non è un’esagerazione ma la presa d’atto di una realtà: continuare a riprodurre cani portatori di patologie che rendono la loro vita difficile è un atto crudele. Che andrebbe perseguito perché compiuto per motivi abietti e futili, con l’intento di assicurarsi un profitto ignorando la sofferenza causata agli animali. Una questione che sia Ibra che Federica Pellegrini dovrebbero poter capire con facilità, avendo fondato il loro successo in buona parte proprio sul buon funzionamento dei loro polmoni. Un bulldog non potrà mai essere un atleta, non potrà mai correre a perdifiato mentre andrà incontro a problemi di ogni genere.

La foto del calciatore più famoso del momento con un cucciolo di bulldog avrà sicuramente generato un picco di richieste. Un’operazione di marketing per l’allevamento che le ha pubblicate sui social, un colpaccio anche per chi vende questi cani sulla rete. Il peggio del peggio perché almeno i cani di razza hanno degli standard da rispettare per avere un pedigree, ma su internet ci sono spesso solo cani somiglianti. Cani che non possono avere pedigree, che non sono di razza e che hanno ancor più tare genetiche dei loro blasonati sosia. Un vero disastro per il benessere degli animali.

Combattimenti fra cani: sgominata gang ma occorre potenziare la normativa sul maltrattamento

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Combattimenti fra cani: sgominata gang che operava nel Nord Italia per arrivare a far combattere i cani fino in Serbia. Dove sembra non essere così difficile aggirare i divieti in materia, dove queste lotte avvengono con regolarità. Lo rivela un’inchiesta condotta dalla Procura di Sanremo, che scoperchia un calderone fatto di maltrattamenti, droghe e sostanze proibite e complicità. Senza poter scordare il solito fiume di denaro che scorre sempre alimentato dai cimini contro gli animali.

L’indagine è stata condotta dalla Squadra Mobile della questura di Imperia ben sette anni fa, come rivela un articolo pubblicato in questi giorni su La Stampa. Un tempo davvero lungo che rischia di non lasciare spazio a condanne definitive. Il tempo trascorso dalla commissione dei reati, che finiranno sul tavolo del GUP di Imperia il 17 aprile, rischia di vanificare lo sforzo investigativo. Calcolando i tempi per la prescrizione di molti reati introdotti dalla riforma, che impedirà quasi certamente che possano arrivare al terzo grado di giudizio.

Reati molto gravi, con una serie di aggravanti, che sono costati indicibili sofferenze agli animali impiegati nei combattimenti. Si va dall’associazione per delinquere al maltrattamento di animali, dal falso al divieto di combattimento e all’uso di sostanze dopanti. Questa non è la prima indagine che avviene sul territorio italiano che vede la definizione di una rete criminale che arriva nei paesi dell’area balcanica. Il fenomeno, pur essendo riservato a un pubblico molto ristretto, muove grandi interessi economici. Legati ai profitti derivanti dalle scommesse clandestine. Gestite da organizzazioni mafiose che usano i combattimenti fra animali per fare soldi facili, con rischi limitati.

cani falchi tigri e trafficanti

Combattimenti fra animali, la gang sgominata rischia molto poco visto il tempo trascorso e le normative in vigore

La notizia dell’udienza davanti al GUP di Imperia Anna Bonsignorio ha suscitato abbastanza scalpore sui media. I fatti sono molto gravi e il numero delle persone coinvolte nei combattimenti clandestini, individuati dalla Polizia di Stato, è rilevante. Ma questo probabilmente non basterà per ottenere davvero giustizia. In alcuni casi l’assenza di condanne potrebbe consentire a figure professionali, come i veterinari coinvolti, di continuare il loro lavoro come se nulla fosse successo.

Chiunque si sia interessato di combattimenti fra animali ha un’idea ben precisa di quanto questi eventi siano cruenti. Ci si indigna per molti maltrattamenti, terribili, ma probabilmente si fatica a comprendere le violenze a cui viene sottoposto un cane da combattimento. A partire dall’addestramento, al potenziamento della muscolatura per arrivare alla desensibilizzazione al dolore, a un’aggressività incredibile nei confronti dei conspecifici. Grazie a sevizie, botte, collari elettrici, antidolorifici e sostanze dopanti.

Questa violenza, subita dal cane senza possibilità di difesa, può essere tollerata e vissuta solo da una persona priva di scrupoli, di empatia e della minima compassione. Criminali che sono feccia umana, che non provano pietà nei confronti di uomini e animali, a loro volta dopati dall’adrenalina dei combattimenti e delle scommesse, dei soldi che scorrono a fiumi, come se trafficassero droga. Uomini che hanno una grande capacità criminale, imprenditoriale e organizzativa, che denota un’intelligenza messa al servizio del malaffare, sulla quale bisognerebbe fare delle riflessioni.

Organizzare, fiancheggiare o assistere a combattimenti criminali è un segnale di pericolosità sociale da tenere sotto stretto controllo

Nei crimini contro gli animali il legislatore, sino ad oggi, ha punito il reato ma non ha pensato alla necessità di misure di controllo. Per tutelare la società da persone capaci di commettere reati violenti, con crudeltà che non possono essere sottovalutate solo perché commesse su animali. Uomini, che come sembra poter accadere in questa inchiesta, restano mostri a piede libero, non sottoposti a misure di prevenzione e di interdizione. Che sarebbero previste se il legislatore avesse contezza dell’argomento.

La violenza è spesso soggetta a pesi e misure diverse, a seconda dei luoghi, delle vittime e dei contesti, senza spesso preoccuparsi che il problema è la “qualità” e nn il soggetto verso la quale è rivolta. Chi è disponibile ad assistere a un combattimento all’ultimo sangue fra cani, non è un bullo di periferia, ma una persona priva di valori morali tanto da compiacersi di fronte alla violenza. I latrati, l’odore del sangue, gli occhi… Queste persone sono potenzialmente pericolose, vanno assoggettate a misure di prevenzione come l’obbligo di firma e di dimora, il divieto di possedere e svolgere lavori con soggetti fragili come minori, diversamente abili, anziani, animali. Per sempre o almeno sino a quando un giudice non valuti l’efficacia di un serio percorso riabilitativo.

Lo dice la scienza, lo suggerirebbe il buon senso per tutelare uomini e animali. Chi sevizia un animale non compie un reato minore, ma mette in atto un crimine efferato, grave e pericoloso. Per questo occorre cambiare la normativa, ribaltare la visione comune che normalmente si ha nei confronti dei reati violenti ai danni degli animali. Per atti molto meno gravi, sotto il profilo della reale pericolosità sociale, sono stabilite misure di prevenzione importanti, ora occorre che in questo novero di misure vengano fatti rientrare anche i reati violenti verso gli animali. Senza sconti, senza possibilità di prescrizione.