Quello che manca nel nostro paese non sono certo le norme: tante, troppe, spesso inutili, molte volte inapplicate ma anche inapplicabili. Nel nostro paese non avanza la cultura dei "testi unici", che contengono tutte le disposizioni che regolano un settore, un argomento. Senza rimandi ad altre norme, senza giravolte e circonvoluzioni con le norme abrogate, senza prevedere cose che non siano chiare e applicabili. Invece in questo momento storico si individuano sempre nuovi reati, che spuntano come i bucaneve a fine dell'inverno, facendo ricorso alla decretazione d'urgenza, come se si fosse in un clima di guerriglia permanente.
La realtà però è più cruda di quello che è contenuto nei decreti, nelle norme che vorrebbero tutelare e non tutelano. I cani prigionieri nelle strutture aumentano, rappresentando un costo elevato che non si vuole contrastare. Si continua a pensare come ottimizzare le prigioni canine, senza peraltro riuscirci, senza spendere né cervello né risorse nella prevenzione del randagismo. Perché non ha senso impiegare risorse per asciugare il pavimento se lo scarico del cesso non viene aggiustato e continua a perdere. Riflessione tanto elementare quanto inascoltata.
L’obiettivo dichiarato della riforma è quello di uniformare gli standard di gestione e rafforzare il benessere animale su tutto il territorio nazionale. Restano tuttavia aperte alcune criticità strutturali del sistema canili, a partire dalla disomogeneità regionale sui requisiti degli spazi minimi e dal rischio che le nuove prescrizioni si traducano prevalentemente in adempimenti formali.
Il regolamento sulle strutture di ricovero animali promette meraviglie, ma in realtà poco cambierà sul benessere
Nel nuovo regolamento sono previste sanzioni per chi non rispetta le norme, prevedendo anche chiusure imposte dai Servizi Veterinari per un massimo di 45 giorni nei confronti di chi non rispetta la legge. Ma vi immaginate un canile con migliaia di cani, come quello di Torre Melissa in Calabria, solo per fare un esempio, che venga chiuso? Davvero si può credere che l'aver continuato a chiudere gli occhi su questo tipo di strutture possa essere un male risolvibile con un decreto? I randagi pagano gli errori umani, ma molti umani si arricchiscono sulle vittime della nostra stupidità!
Sarebbe tempo di chiudere il rubinetto a monte del randagismo, prima che diventi un problema, prima che richieda da più di un secolo soluzioni che non si vogliono prendere. Avere un animale non deve essere considerato un diritto, senza limitazioni né regole, deve essere una scelta responsabile e tracciabile, ma sul serio. Se il randagismo è davvero un'emergenza si adottino provvedimenti straordinari: divieto di vendita animali nei negozi, fine dell'orrendo mercato sulla rete, divieto di far riprodurre gli animali se non si è allevatori. Così, tanto per cominciare.
Ma cosa ostacola una gestione di buon senso della questione? La difesa delle libertà individuali, la paura che le persone smettano di adottare cani dai canili? Direi che è molto più probabile che l'ostacolo sia il mercato, quell'indotto che sul possesso di animali ha creato fatturati milionari, che non si vuole disturbare inserendo limitazioni. Eppure riconosciamo che gli animali familiari sono esseri senzienti, e non solo loro, ma poi ci dimentichiamo di garantirgli una tutela reale. Come cantava l'indimenticabile Mina "Parole, parole, parole, parole. Parole, soltanto parole..."
Ancor'oggi in molti sono convinti che il randagismo si possa combattere solo con i canili. Usando un paradosso è come se si pensasse di risolvere il problema della procreazione consapevole aumentando il numero degli orfanotrofi. I canili sono il punto di caduta, la certificazione del fallimento di una prevenzione scarsa che porta a saturare le strutture di animali indesiderati, non voluti. Un mix fra capricci di irresponsabili e cattiva gestione di cani dei quali avremmo dovuto occuparci, prima di farli finire dentro una gabbia.
Cani, canili e randagismo: strutture con migliaia di cani diventano miniere d'oro per chi gestisce la sofferenza
I cani rinchiusi nei canili sono come i detenuti nelle prigioni: esseri viventi con diritti attenuati, spesso del tutto inesistenti. La differenza sta nell'assenza di colpa dei detenuti, che per i cani è sempre una certezza, e per il fatto che per molti di loro l'uscita dal canile sarà solo dentro ai sacchi neri, con destinazione inceneritore. Moltissimi canili sono strutture private che guadagnano per ogni giorno di permanenza degli ospiti e, al pari degli alberghi, pochi sono i gestori contenti quando gli ospiti terminano il soggiorno. Così spesso i volontari delle associazioni vengono visti come il fumo negli occhi, specie se agevolano le adozioni, diminuendo il guadagno dei gestori.
Nella puntata "Bastardi senza gloria" Sabrina Giannini ci fa fare un viaggio, breve ma intenso, in canili lager e in strutture gestite con attenzione. Presentandoci veterinari che assistono e curano e altri che delinquono, tanto da trovarsi imputati per maltrattamento di animali e altri reati. Mentre la politica non cerca di moralizzare e normalizzare un settore gestito scandalosamente ma punta il dito sulle associazioni che disturbano il manovratore. E' accaduto in Abruzzo dove un consigliere regionale ha proposto di vietare l'ingresso di associazioni e volontari nei canili.
Ma il fenomeno che riempie i canili è complesso, non riguarda solo il randagismo ma anche il mondo degli acquisti d'impulso, di chi compra i cani con la stessa leggerezza con cui ordinerebbe un caffè al bar. Spesso questi cani, molossoidi e altre razze di difficile gestione, come i pastori belga Malinois che stanno entrando prepotentemente in classifica, una volta entrati nelle strutture non usciranno più. Detenuti a vita, anche in strutture pessime dove è già difficile parlare di sopravvivenza, senza possibilità di avere un fine pena. Vite che si consumano dietro le sbarre per scelte irresponsabili di qualche sapiens.
I servizi veterinari pubblici sono, ancora una volta, nell'occhio del ciclone
Accusare un intero comparto sarebbe sbagliato, perché nella sanità pubblica ci sono moltissimi validi professionisti, ma che qualcosa non funzioni nei servizi veterinari regionali è indubbio. Sono troppe le notizie che riguardano accertamenti non compiuti, verifiche non fatte o fatte male, vertici della sanità veterinaria regionale nominati per appartenenza politica e non per competenza. Il benessere degli animali, dai canili agli allevamenti, passa dal rispetto delle poche normative che li tutelano e dalla serietà dei controlli. E i canili tenuti in certe condizioni sono testimonianze di tutto quello che non viene rilevato durante le ispezioni.
Ma se i servizi veterinari sono spesso carenti lo stesso bisogna dire di molti comandi di Polizia Locale che, pur avendo convenzioni per la custodia dei randagi, non controllano o lo fanno in modo superficiale. Le polizie locali sono un importante presidio, indicato dalla normativa, per la tutela degli animali contro i maltrattamenti e il loro lavoro è fondamentale. A patto che riescano a staccare le loro attività di controllo tagliando il cordone ombelicale che, immotivatamente, li lega ai servizi veterinari regionali. Maggiore autonomia, compreso il ricorso anche all'impiego di veterinari liberi professionisti, si traduce in maggiori tutele per tutti.
Can che abbaia, se ha il pedigree, non morde! Pur non avendo alcuna evidenza scientifica questo sembra essere il pensiero del Consiglio della Regione Lombardia, che ha recentemente approvato un progetto di legge dal titolo "Norme specifiche per alcune tipologie di cani a tutela del loro benessere e della pubblica incolumità". Il progetto è stato inviato al parlamento perchè lo adotti, secondo quanto previsto dall'articolo 12 della nostra Costituzione. Oggetto della proposta sono i requisiti che, in futuro, dovrebbe avere chi possiede "molossoidi e cani da presa" che non provengano da allevamenti riconosciuti da ENCI.
Recita testualmente il progetto di legge PLP4 - articolo 5 - (solo per i meticci):
Nei casi più gravi di incapacità nella gestione del cane, il comune competente, su richiesta dell’azienda sanitaria territorialmente competente, adotta un provvedimento di sequestro del cane con affido definitivo a strutture dotate di personale e mezzi idonei al relativo recupero psico-fisico.
Il provvedimento di sequestro è adottato anche nei casi in cui il proprietario del cane rifiuti la frequenza del percorso formativo obbligatorio o sia documentata l’incapacità nella gestione.
Non è difficile intuire la portata di un provvedimento di questo tipo che, oltre ad essere discriminatorio e privo di basi scientifiche, rischierebbe di creare un ulteriore intasamento dei canili della penisola.
Al "Can che abbaia se ha il pedigree non morde" non credono nemmeno i veterinari che si sono infuriati
"Nel Comunicato Stampadiramato sull'argomento FNOVI, nel sottolineare che l'assenza di un approccio multidisciplinare ha portato alla stesura di un progetto di legge privo di solide basi scientifiche e potenzialmente inefficace nel raggiungere i suoi obiettivi, ha quindi evidenziato le principali criticità rinvenute e che includono (...):
Discriminazione e inefficacia delle liste di razze: L'articolo 1, con la sua "Save List" di 26 razze ed incroci, è ritenuto profondamente discriminatorio e scientificamente carente. Escludere i soggetti iscritti ai libri genealogici e ignorare altre razze con analoghe attitudini comportamentali non solo è ingiusto, ma anche errato perché non tiene in considerazione che l'aggressività canina è influenzata da molteplici fattori (genetici, ambientali, relazionali) non controllabili unicamente dall'allevatore. La registrazione in anagrafe canina, inoltre, non garantisce un'identificazione accurata della razza o del fenotipo".
Il progetto di legge di buono sembra avere solo il fine, che però è stato costruito intorno a un percorso sbagliato, tanto sbagliato da poter essere definito dilettantesco. Per questa ragione sembra incredibile che su 54 consiglieri regionali presenti il PDL sia stato votato da ben 49 fra gli aventi diritto. Tutti convinti che sia la razza a garantire l'equilibrio dei cani e che sia il meticciato a creare problemi per l'incolumità dei cittadini. Intento lodevole, percorso irragionevole. Chiunque abbia un minimo di esperienza in questo settore sa per certo che questo problema, che esiste, si potrà risolvere solo con un percorso di lungo periodo. Che se avessimo iniziato trent'anni fa, al tempo dell'approvazione della legge 281, avrebbe già risolto ogni problema.
Il problema non sono (solo) le razze con una grande potenzialità di offesa. La questione sta nel fatto che possedere un animale non deve essere un diritto insindacabile
Un percorso ragionevole su questo argomento deve prevedere una sorta di abilitazione alla detenzione di animali. Un percorso che preveda categorie e punteggio, proprio come la patente di guida. A seconda del grado raggiunto potrà essere possibile detenere determinate razze di cani, ma anche altri animali. Si potrebbe iniziare con il dire che tutte le persone che all'entrata in vigore di un ipotetico provvedimento non possiedano cani (e altri animali) già registrati in anagrafe, debbanno preventivamente acquisire il patentino prima di procedere all'acquisto o all'adozione.
Qualsiasi percorso legislativo deve partire da una serie di considerazioni basate sulla realtà di quello che è un mercato economico in cui molti sguazzano felici. Vendendo cuccioli di simil razza provenienti quasi tutti dall'Est, frutto di riproduzioni incontrollate e di grandi maltrattamenti delle fattrici. Un mercato che non si vuole davvero contrastare, perché, se così fosse stato, avremmo da tempo vietato la vendita di questi finti cani di razza. Cani che assomigliano che, grazie al basso costo, hanno invaso il mercato, con l'aiuto di molti allevatori e di negozianti compiacenti. Una realtà dimostrata diverse inchieste giudiziarie che hanno rivelato la contiguità, quando non la sovrapposizione, fra allevatori iscritti all'ENCI e i trafficanti.
Il mondo dei pets non soltanto è molto variegato, ma è una realtà economica che vale, solo per l'alimentazioni di cani e gatti, ben più di 3 miliardi di euro (fonte Assalco). Un mercato che nessuno ha voluto sino ad ora disturbare con normative concrete, che per fortuna a breve ci saranno imposte dall'Unione Europea. Quindi ben venga tutelare cittadini e animali ma con provvedimenti efficaci, responsabili, che non siano solo fumo negli occhi da gettare sugli elettori. Proponendo normative inapplicabili, a tratti assurde, prive di efficacia e potenzialmente causa di danno per cittadini e animali.
Abbiamo bisogno di riuscire a svuotare i canili, non di riempirli di nuovi ospiti che difficilmente potranno poi uscirne. Abbiamo bisogno di molte più adozioni responsabili e di molte meno adozioni fatte su base emotiva. Dobbiamo far crescere consapevolezza e rispetto, non inseguire la piazza pensando sempre alle elezioni. Serve consapevolezza nella scelta di decidere di convivere con un animale, servono conoscenza e buon senso nel proporre nuove leggi. Questo progetto di legge contiene molti errori di valutazione e piccoli spunti intelligenti. Un'altra occasione purtroppo sprecata.
Il canile non è il "luogo sicuro" per tutti i cani, rassicura ma non sempre risolve e spesso è il primo passo di una condanna con "fine pena mai". Soccorrere un animale, che sia un domestico o un selvatico, è un'azione che sicuramente parte dal cuore, ma subito dopo deve essere messa in relazione con competenza e conoscenza. Per non far evolvere quella che era partita come una "buona azione" in una condanna senza appello. Non basta credere che un animale abbia bisogno di essere salvato, occorre chiedersi se davvero sia così e, quando non si hanno certezze, occorre chiedere, osservare, cercare di capire la situazione.
Se davvero vogliamo aiutare gli animali dobbiamo cercare di avere le informazioni giuste, meglio se cercate prima che l'evento accada. E se proprio non avete alcuna informazione la prima azione che deve fare la vostra mano è una telefonata. Per chiedere a un'associazione, a un centro di recupero cosa sia meglio fare, nell'interesse non della vostra emotività, che potrebbe non gradire la risposta, ma dell'animale.
Volete avere la responsabilità di avere soccorso un cucciolo per farne un ergastolano?
In più molti canili sono strutture private, dove ogni ospite vale una retta giornaliera, diventa una fonte di reddito garantito per tutta la sua vita. Un po' come potrebbe avvenire in un albergo, ma spesso non stiamo parlando di hotel a quattro stelle, ma di stamberghe in cui è davvero durissimo trascorrere una vita. Da queste strutture, che sono più di quelle che le persone possono immaginare, i cani escono quasi sempre solo nei sacchi neri, per fare l'ultimo viaggio verso l'inceneritore.
Per questo prima di raccogliere dalla strada un animale fatevi sempre una domanda: è la miglior azione che posso fare? Sto davvero aiutando questo cane o questo gatto? Questo merlo che è a terra nel giardino di mia nonna lo devo prendere? Se non avete sufficienti conoscenze per darvi una risposta alzate il telefono: chiamate un'associazione presente sul territorio, cercate in rete e cercate di capire. Se si tratta di un animale selvatico chiedete a un CRAS, i centri di recupero che si occupano specificamente di fauna (l'elenco lo potete trovare su www.elencocras.it ).
Non fatevi condizionare dai social e dalle mille staffette che portano cani da Sud a Nord
Occorre imparare e capire che sui social si trova di tutto, dalle informazioni di qualità alle fesserie più assolute, a tentativi di colpire l'emotività per far soldi. Una persona che voglia fare veramente una buona azione deve saper scegliere: non esistono soluzioni miracolose e molti dei cani che arrivano al Nord, dove il randagismo è quasi del tutto scomparso, finiscono per restare prigionieri a vita. Detenuti per sempre perchè sono poco socializzati, molte volte addirittura fobici e, spesso, l'adozione trovata tramite social non è quella giusta. Adottanti che pensano basti il cuore e che un cane valga l'altro, ma non è così. Ogni animale è un individuo, con le sue caratteristiche ma, soprattutto, con le sue problematiche. E quando il binomio non si crea il cane finisce in canile.
La realtà è una soltanto: mentre per i selvatici il traguardo è la liberazione, grazie al benerito lavoro dei CRAS, per molti animali raccolti dalla strada il traguardo non si materializza in un'adozione. Ci sono cani che possono stare meglio liberi sul territorio, perché se la strada è un pericolo può essere anche un luogo di vita, migliore del canile per molti cani che sono abituati a vivere liberi. Perché spesso cani liberi sono nati. La cosa importante è avere sempre voglia di farsi delle domande, di interrogarsi sulle soluzioni migliori per gli animali, che non sempre coincidono con i nostri desideri. Ma se la custodia in una struttura è rassicurante per noi, potrebbe diventare un inferno senza fine per l'oggetto delle nostre attenzioni. Pensiamoci sempre prima di agire!
L'Italia è costellata di pochi canili pubblici e di moltissime strutture private, che concorrono agli appalti per la custodia dei randagi. Un business milionario sul quale frequentemente ha messo le mani anche la criminalità organizzata, gestendo realtà fatiscenti dalle quali i cani non usciranno mai. Strutture che hanno ricevuto un'autorizzazione sanitaria per esercitare questa attività grazie a omissioni e collusioni di quanti avrebbero il dovere di esercitare il controllo. Primi fra tutti i Comuni, che pagano ogni anno migliaia o centinaia di migliaia di euro, a seconda delle loro dimensioni e della diffusione del randagismo sul territorio.
Per molti randagismo significa sofferenza mentre per altri è solo un'inesauribile fonte di profitto
Al nord del paese il randagismo è quasi scomparso, dopo decenni di controllo sul territorio, ma non bisogna fare l'errore di credere che al Nord Italia i canili siano vuoti. Cattiva gestione degli animali da compagnia e delle adozioni, spesso fatte seguendo malamente le proprie emozioni, continuano a riempire i canili, con uno stock di cani aggressivi, non socializzati che non sono la prima scelta degli adottanti. Cani costretti a vivere in box singoli, dove giorno dopo giorno trascorreranno la loro intera esistenza. Qualcuno sarà più fortunato, nelle strutture ben gestite, altri saranno solo numeri che corrispondono a una diaria giornaliera.
Ma il core business del randagismo è al sud, dove esistono ancora strutture che non rispettano neanche uno dei requisiti su dimensioni dei box e numero di animali ospitati. Se la legge fissa un tetto massimo di cani per ogni canile il problema non si pone: si tira una rete che divide in due la struttura e il gioco è fatto, grazie a normative che agevolano questi comportamenti truffaldini. Secondo i dati del Ministero della Salute cinque regioni (Puglia, Sardegna, Sicilia, Calabria e Campania) detengono nei canili più dell'80% dei cani senza casa italiani.
Per fortuna spesso, fra omissioni e collusioni, si frappongono i Carabinieri del Comando Tutela Salute, i NAS. I militari hanno recentemente presentato i dati delle loro attività di verifica dei canili nazionali, che li ha visti attivi in controlli a tappeto eseguiti fra maggio e settembre 2024. Controlli che hanno portato a fotografare una situazione gravissima che avrebbe potuto essere evitata se tutti gli operatori coinvolti in questo settore avessero fatto il loro dovere
Quando sono le strutture a comportare il maltrattamento dei cani ospitati ci si chiede come siano state autorizzate
Guardando le inchieste televisive e le attività di controllo poste in essere dai Carabinieri appare chiaro che il settore che gestisce l'ospitalità dei cani sia pesantemente infiltrato da componenti criminali. Persone senza scupoli che lucrano sui cani ospitati, senza preoccuparsi di garantir loro le condizioni di benessere minime che normativa e giurisprudenza impongono di fornire. Condizioni che dovrebbero essere verificate da controlli puntuali delle Polizie Locali, che rappresentano il braccio operativo dei Comuni che ogni mese pagano cifre rilevanti per la custodia dei cani. Alcune volte anche per animali che esistono solo sulla carta, perché non più presenti nelle strutture.
La questione relativa alla gestione dei canili privati che sono convenzionati con le amministrazioni pubbliche è annosa e non pare si trovi il modo per risolverla. Anno dopo anno i controlli evidenziano carenze e problematiche nella gestione di queste strutture che dovrebbero garantire condizioni minime di benessere agli ospiti e condizioni che agevolino il loro affidamento. Ma quello che emerge dai controlli è altra cosa, leggendo i dati diffusi dal Comando Carabinieri Tutela Salute relativi ai controlli effettuati nel 2024.
In questo quadro a tinte fosche ci sono canili che si occupano davvero di tutelare gli animali
Sarebbe ingiusto non dare conto del fatto che in tante strutture, per lo più gestite da associazioni sul territorio, le cose vadano decisamente meglio per i cani ospitati. Attenzione e cura rendono migliore la vita degli ospiti e questo, unito a scelte oculate nel fare le adozioni, non solo migliora le condizioni generali ma, soprattutto, garantisce un futuro ai cani, che potranno essere inseriti in un contesto familiare.
La gestione di cani, canili e randagismo, ancora una volta, si dimostra essere una questione complessa e piena di sfaccettature, che nascondono spesso interessi criminali, omissioni nelle verifiche ma anche l'emotività fuori controllo di certi amanti degli animali, che ancora pensano che mandare i cani al nord dello stivale possa risolvere ogni problema.
La strage annunciata dei cani randagi in Turchia: dalla tolleranza alla persecuzione il passo è stato breve. Negli ultimi mesi la Turchia ha visto compiersi un drastico cambiamento nella gestione dei cani randagi, segnando la fine di un'era di tolleranza che aveva caratterizzato il paese per decenni. Il governo turco, una volta noto per la sua politica di convivenza pacifica con cani e gatti randagi, ha improvvisamente lanciato una campagna massiccia per rimuovere i cani dalle strade. Scatenando una serie di polemiche e preoccupazioni tra la popolazione e le organizzazioni animaliste.
Le motivazioni alla base di questa svolta radicale sono molteplici. Da un lato, il governo ha giustificato la decisione con l'aumento dei casi di attacchi di cani randagi ai cittadini, specialmente ai bambini, alimentando un clima di paura e insicurezza. Inoltre, le autorità hanno citato preoccupazioni sanitarie, affermando che la presenza massiccia di cani non controllati rappresenti un rischio per la salute pubblica, con la diffusione di malattie come la rabbia.
Il passaggio da una politica di tolleranza a una campagna di eliminazione è avvenuto molto rapidamente e tutto fa credere che sarà attuato in maniera brutale. In passato, i cani randagi erano considerati una parte integrante del tessuto urbano, spesso nutriti e curati dai residenti locali. Mentre ora si è scatenata la persecuzione, con rapidi abbattimenti in attesa che vengano costruiti strutture da adibire a rifugio. Una scelta che costerà carissima ai randagi, sovvertendo una cultura basata sulla convivenza fra uomini e cani e gatti di strada.
La strage annunciata dei cani randagi in Turchia andrà a toccare una popolazione stimata di 4 milioni di cani
Un cambiamento di rotta davvero epocale se si calcola che fino a ieri nelle strade erano presenti dispenser di cibo per i randagi. Animali diventati confidenti, proprio grazie alla tolleranza sempre dimostrata dal popolo turco. Facili quindi da catturare e uccidere o da rinchiudere per sempre in qualche struttura. Cani che sono aumentati di numero in questi decenni proprio grazie alla grande quantità di cibo di cui potevano disporre.
La legge, di recente approvazione, prevede cattura e soppressione dei cani di strada oppure la custodia in appositi centri,che devono però essere ancora costruiti. Un'altra pagina nera che racconta del nostro problematico rapporto con gli animali domestici o selvatici. Al momento non è possibile escludere che il prossimo obiettivo di questa crociata contro il randagismo possano essere anche i gatti. Animali storicamente molto più accettati dei cani nei paesi islamici.
La rabbia rappresenta la zoonosi più pericolosa che i randagi possano veicolare all'uomo. Una malattia dall'esito quasi sempre mortale che si trasmette attraverso la saliva degli animali infetti. Un virus pericoloso e letale che ogni anno si stima causi 50/60.000 decessi nel mondo. Una malattia facile da prevenire vaccinando gli animali familiari, ma difficile da contrastare nella popolazione randagia.
L'Italia grazie a molti anni di prevenzione ha sconfitto la rabbia, pur in presenza di una popolazione importante di randagi
Se nel nostro paese la rabbia è scomparsa da tempo lo stesso non si può dire per molti altri stati del mondo, dove secondo l'organizzazione delle Nazioni Unite muore una persona ogni 9 minuti. La metà dei morti sono bambini, che vivendo in strada sono i più esposti al rischio di morsicature. La responsabilità di questa situazione è, ancora una volta da ricercarsi nella mancata gestione umana degli animali domestici.
Del resto, se in Italia la rabbia è scomparsa e non vengono più soppressi gli animali randagi catturati, la strada della corretta gestione resta ancora un percorso lungo e tortuoso,. Con canili strapieni, grandi sofferenze per quei cani che non usciranno mai da certe strutture -almeno non da vivi- e una popolazione di randagi decisamente rilevante. Pur trovandoci in una situazione diversa da quella turca non abbiamo certo dimostrato di saper gestire correttamente randagismo e animali familiari.
Il dubbio è che dietro questa legge ci sia la volontà della Turchia di entrare in Europa e, quindi, la necessità di rispettare i parametri anche sanitari dell'UE. Se così fosse questo percorso non sarà indolore per i randagi.
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