Cani randagi dalla Sicilia alla Calabria: le scorie del randagismo che si cerca di stoccare al minor costo

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Cani randagi dalla Sicilia alla Calabria, sono le scorie di un randagismo mai gestito, stoccati in canili che vincono gli appalti sulla base dei costi. La gestione dei randagi deve costare il minimo possibile, poco importa se questi animali non avranno futuro. I canili gestiti secondo le logiche della maggior economicità sono un danno per tutti: per i cani e per chi paga. Una permanenza che difficilmente sarà interrotta da un’adozione, perché spesso questi cani soltanto mantenuti in vita, senza preoccuparsi del loro benessere. Così con il tempo non avranno alcuna reale possibilità di trovare una casa.

cani falchi tigri e trafficanti

Per questo definirli “scorie del randagismo” risulta essere tanto triste quanto appropriato. La storia inizia ancora una volta in Sicilia, terra martoriata da una pessima gestione del randagismo che dura da sempre. Una parte dei cani custoditi in una struttura di Messina, il canile Millemusi, finiranno in Calabria, a Taurianova, in un ricovero amministrata da un commissario perché il titolare si trova in carcere. Un indizio abbastanza preciso che definisce i profili di quanti si occupano di mantenere in vita questi animali. Che non significa renderli adottabili e tantomeno garantire il loro minimo benessere.

Saranno più di un centinaio i cani che attraverseranno forzatamente lo Stretto, mentre altri 320 animali, resteranno al canile Millemusi. Con un costo stimato per l’amministrazione pubblica, per un solo anno, di un milione e centoventicinquemila euro. Una cifra enorme, che non servirà a garantire il benessere degli animali, con un affidamento che dura solo 12 mesi. Al prossimo appalto i cani potranno nuovamente essere spostati, secondo criteri di convenienza. Una situazione che ha fatto infuriare animalisti e politica, che poco se non nulla potranno fare per impedire il trasferimento, dopo tre bandi annullati.

Cani randagi dalla Sicilia alla Calabria, animali sempre in viaggio ma difficilmente per avere una vita migliore

Questa ennesima situazione di pessima gestione del randagismo dimostra come per il cancro del malaffare e dell’inazione politica non sembra esserci cura. Dopo trent’anni dalla promulgazione della legge 281/91, che ha vietato l’abbattimento dei randagi, la questione del randagismo è sempre ferma al palo nel centro/sud Italia. Nei canili del nord la situazione nel tempo è migliorata, anche se non completamente risolta a causa del randagismo di ritorno: cani trasferiti dal Sud al Nord, spesso con criteri molto approssimativi, come è stato più volte scritto su questo blog e come emerge da questa diretta.

Continuando ad avere questo approccio al fenomeno del randagismo appare evidente che il problema non sarà mai risolto, eppure ci sarebbero molte opportunità nel cambiare metodo. Con modalità che possano garantire maggior benessere agli animali, diminuire sensibilmente i costi per le amministrazioni pubbliche e interrompere il flusso di denaro verso soggetti di dubbia moralità. Certo i sistemi ci sarebbero, ma la politica dovrebbe fare un passo indietro e affidarsi a persone competenti, che da tempo dicono che i canili non sono la soluzione. Inascoltati, quasi sempre, nonostante i risultati ottenuti con qualche Comune virtuoso. Come successo a Vieste grazie al progetto “Zero cani in canile” di Francesca Toto.

I cani sono le vittime talvolta anche delle scelte politiche fatte dalle associazioni che si occupano di tutelarli

Non vengono accettati nemmeno i trasferimenti proposti da associazioni estere, che si propongono di trovare nuovi conduttori dei cani fuori dall’Italia. Un fatto che avviene per l’opposizione di alcune organizzazioni nazionali di tutela degli animali. Associazioni da sempre contrarie alle adozioni internazionali, senza avere però dimostrato la capacità di creare realmente l’alternativa. Se dopo decenni ci si trova ancora a considerare i randagi come rifiuti appare evidente che non sia sufficiente protestare. Occorre impegnarsi creando sinergie, abbandonando pregiudizi e evitando di voler a tutti i costi accontentare la parte meno attenta. aperta e informata dei loro sostenitori.

Nel frattempo i cani restano in mezzo a una contesa che poche volte trova soluzione. Diventano vittime inconsapevoli di differenze e distinguo, di politiche poco attente delle amministrazioni che, specie al Sud, pensano di poter risolvere tutto ingabbiano i cani, un po’ come nascondere la polvere sotto il tappeto. Nel frattempo non si vedono all’orizzonte significative modifiche legislative sui temi del commercio degli animali, della loro sterilizzazione e del possesso responsabile. Così il rischio è che il randagismo si perpetui ancora per decenni e che sia usato dalla mala politica per elargire favori.

Serve un cambiamento del modo di pensare, delle modalità di agire perché é necessario fare cultura, diffondendo messaggi intelligenti che aumentino le informazioni di quanti sono sensibili alla causa degli animali. Non ci può essere vero amore quando non vi è conoscenza, educazione, formazione e rispetto. Non è possibile continuare a credere che basti toccare le corde delle emozioni, parlando di pelosetti e adozioni del cuore, per essere davvero utili alla causa dei diritti degli animali. Una nuova cultura deve percorrere il paese da Nord a Sud, capace di raccontare alle persone quanto sia importante e giusto comprendere i bisogni e riconoscere i diritti degli animali.

Traffici di cani dai canili italiani verso altri paesi europei: una storia che non convince

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Traffici di cani dai canili italiani verso altri paesi europei: una storia che non convince per assenza di riscontri obiettivi ma anche per mancanza di presupposti logici. Dove quando parliamo di traffici si deve intendere un fenomeno criminale, finalizzato ad ottenere profitti illeciti realizzati sulla pelle dei cani. Quindi non un’attività occasionale che può comportare errori di valutazione, approssimazione, scarsa capacità di gestione, mancanza di professionalità ma una volontà dolosa di nuocere. Finalizzata alla ricerca di guadagni illegali, fatti senza preoccuparsi della sofferenza degli animali.

Cani falchi tigri e trafficanti

Questo traffico è stato inseguito e indagato dagli anni ottanta, con pochissimi riscontri che hanno portato a scoprire per lo più diverse collocazioni infelici, come spesso avviene anche nelle adozioni fatte in Italia. Il più delle volte per incapacità, molte altre per ragioni economiche. Con piccole organizzazioni, spesso composte da pochi sodali, che lucrano sui trasferimenti, speculando sulla sensibilità degli adottanti. Ma anche in questo caso sarebbe sbagliato generalizzare: molte sono adozioni ottime, ben condotte, senza speculazioni. Pochissimi, purtroppo i trafficanti nazionali di randagi, finiti alla sbarra per aver incassato i soldi in nero o aver trasportato i cani in condizioni di maltrattamento.

La narrazione cambia quando le adozioni vengono fatte fra Italia e paesi comunitari, denotando anche un po’ di provincialismo. In Italia siamo un faro per la nostra capacità di contrastare il randagismo e per la qualità delle strutture di ricovero? Nemmeno per idea, anzi. Però la logica spesso sembra essere quella del meglio maltrattati da noi che destinati a essere adottati in Germania. Stato che da tempo ha il benessere animale in costituzione e una capacità di applicare le leggi a noi, ancora e purtroppo, sconosciuta.

Traffici di cani dai canili italiani verso la Germania, dove leggenda vuole che siano destinati alla sperimentazione o al ripieno dei wurstel

L’ipotesi più accreditata è che i cani esportati dall’Italia finiscano nei laboratori di ricerca tedeschi. Una destinazione che viene ipotizzata da quarant’anni che non ha mai trovato riscontri che giustifichino l’ipotesi di un traffico organizzato. Forse anche perché sarebbe di per se un’operazione folle, senza vantaggio economico. Con il rischio di essere scoperti considerando che il punto di partenza dei traffici è sempre lo stesso: i canili convenzionati con i Comuni. Che cederebbero gratuitamente i cani a trafficanti senza scrupoli pur di liberarsene, per non subire ulteriori costi.

Un’ipotesi poco credibile visto che i canili pubblici o convenzionati hanno degli obblighi, seppur spesso elusi, ma sono tenuti sotto controllo anche dai volontari delle associazioni. Come dimostra il recente putiferio mediatico scatenato dall’improbabile notizia che il Comune di Catania volesse cedere ben 2.500 cani a una o più associazioni per la loro deportazione in Germania. Un’ipotesi surreale, basti pensare al numero di trasporti necessari per il trasferimento degli animali e all’illogicità dell’operazione. Avete mai visto una realtà criminale organizzare un piano tanto sgangherato e anti economico?

Vero è che in diversi casi i cani siciliani hanno preso la strada del Nord Italia, per essere trasferiti in canili dai quali, in molte occasioni, non risultano essere poi usciti per andare in famiglia. Con varie indagini aperte con le più diverse ipotesi di reato, ovviamente legate all’aspetto economico: i canili possono un vero affare per chi li gestisce. Il randagismo crea danni economici ai cittadini e sofferenze agli animali, ma può diventare una miniera d’oro per molte persone. Del resto basta andare su un motore di ricerca, digitare “canili indagini” per trovare paginate di articoli. Che riguardano strutture di accoglienza e realtà italiane, ricche di storie non proprio edificanti.

Il non senso dell’esportazione massiccia di cani provenienti dai canili pubblici italiani

Ci sono diversi fattori da esaminare, specie quando parliamo di organizzazioni criminali che venderebbero gli animali per ricavarne profitto. Il primo parametro oggetto di valutazione è la redditività che va correlata al rischio. Vero che i cani sarebbero, in ipotesi, acquisiti gratuitamente dalle amministrazioni comunali che vogliono sbarazzarsene, ma movimentarli costa non poco e i rischi di finire nei guai sono molto elevati. Per le denunce dei volontari, dei gestori dei canili che si vedono sottratto l’osso e per il possibile interessamento della magistratura. I rischi reali sembrano quindi molto più elevati dei vantaggi supposti.

Quale motivazione ci può essere nel prendere cani dai canili italiani per turpi scopi? Specie quando ci sono ben altri canali e canili dove potersi approvvigionare di animali senza correre rischi, a prezzi bassi e competitivi! Considerando che stiamo parlando di cani adulti, non di razza, non commerciabili con elevati guadagni. Poco utili per la stragrande maggioranza degli esperimenti, poco appetibili per essere oggetti del desiderio sessuale. Già difficili da collocare in famiglie che amano gli animali. Per questo la risposta è: nessuna motivazione perché sono animali costosi e pericolosi.

Per anni mi sono occupato di contrasto al traffico dei cani dall’Est, quelli che fanno il viaggio opposto per intenderci, dei quali pochi si occupano. Un viaggio che inizia in Ungheria, Slovacchia, Polonia, Romania e anche oltre frontiera clandestinamente. Con cuccioli fatti passare per allevati in Europa ma con provenienza, ad esempio, ucraina. Animali di tutte le taglie e di tutte le età, di razza o pseudo tale, con una scelta che va dai cuccioli ai cani invenduti, alle fattrici finite, agli animali vecchi.

I traffici di cani dai canili italiani sarebbero assurdi rispetto alla sterminata prateria generata dai cuccioli della tratta

Secondo le stime di qualche anno fa, realizzate dall’organizzazione CARODOG, sono otto milioni i cuccioli che ogni anno attraversano le strade della vecchia Europa. Nei paesi in cui sono prodotti come fossero elettrodomestici i cani di simil razza: corredati di documenti (veri o falsi) un carico di cani costa meno di cento euro al pezzo (così li definiscono i trafficanti), consegnati a destino. E parliamo di cuccioli vendibili, appetibili, che sul mercato possono valere un minimo di sei/settecento euro. Ma ogni “industria” produce anche uno stock di invenduti: i cani che superano i tre quattro mesi e che nessuno vuole. Troppo grandi per piacere agli acquirenti.

Quale fine facciano questi animali deve essere ancora stabilito con chiarezza. Se si pensa agli otto milioni di cuccioli che vengono commercializzati ogni anno, la stima di un 15/20% di cani che per varie ragioni restano invenduti risulterebbe essere solo per difetto. Questo significa che in Europa si crea ogni anno un surplus di oltre un milione e mezzo di cani. Animali su cui nessuno indaga. In un mercato crudele, molto crudele, che è alimentato da persone che si definiscono amanti degli animali, solo perché hanno un bulldog francese al guinzaglio.

Ma se un trafficante dovesse aver bisogno di cani da usare nei bordelli con animali, per esperimenti o per destinarli a divenire insaccati è lecito pensare che preferirebbe comprarli da un altro trafficante? Piuttosto che andare a inventarsi un commercio di animali provenienti da cani di proprietà dei sindaci d’Italia. Che non saranno tutti galantuomini ma nemmeno soltanto farabutti. Quindi davvero è un pericolo reale quello corso dai cani nelle adozioni internazionali? Davvero rischiano grosso? Oppure si tratta di una bolla di sapone più utile a trovare un supposto nemico da combattere che a tutelare gli animali?

Si dice che in Italia i cani senza padrone abbiano maggiori tutele rispetto ad altri paesi europei

Questo dato è vero per alcuni paesi, dove i randagi non hanno diritto a una permanenza in canile per tutta la vita se non sono adottati. Ma questa polemica sulle esportazioni in Italia ha avuto inizio già negli anni ottanta, quando i cani venivano abbattuti dopo cinque giorni se non trovavano padrone. Eppure anche allora, quando i canili erano strutture davvero pessime, già si era contrari a mandare i cani al di fuori dell’Italia. Ricordo la presidente di un’associazione milanese che scrisse al console tedesco, che perorava la causa delle adozioni nel suo paese, di come non si potesse avere fiducia (sic) di un popolo che aveva messo gli ebrei nei forni.

Un cane ha diritto ad avere una famiglia e a ricevere cure attenzioni. Non importa se questo avvenga a Berlino oppure a Roma, basta che ci siano le necessarie garanzie. Il punto non è il dove, ma semmai il come: le adozioni, anche fatte nel Comune vicino devono essere trasparenti e fornire garanzie su come i cani vengano trattati. Ma questo è tutt’altro problema, davvero un’altra storia visto che le adozioni fatte male anche in Italia non mancano. Con cani tolti dai canili per essere poi confinati a vita sui balconi al primo inconveniente.

Sarebbe invece tempo di indagare seriamente, a livello europeo, sulla fine che fanno i cuccioli che non vengono venduti. Con un’indagine diffusa sull’intero territorio nazionale, fatta da organi dello Stato che possano garantire mezzi e uomini per fare accertamenti diffusi. Se ci fosse la volontà questa sarebbe un’attività di tutela degli animali davvero importante.

Vendetta contro i randagi in Calabria: avvelenati una ventina di cani

vendetta contro randagi Calabria
Foto di repertorio

Una vendetta contro i randagi in Calabria, probabilmente fatta per vendicare la morte di Simona Cavallaro, la giovane rimasta uccisa dopo uno sfortunato incontro a Monte Fiorito. Una mano ignota ha infatti avvelenato una ventina di cani a Catanzaro, che si trova poco lontano dal luogo dell’incidente. Senza valutare che i cani che hanno ucciso la ragazza non erano randagi, ma guardiani di un gregge di pecore. Lasciato incustodito in montagna, come spesso accade senza che nessuno prenda mai provvedimenti.

Qualcuno parla di stricnina, ma non è ancora stato individuato con esattezza il principio attivo usato per far strage di randagi a Catanzaro. Quello che è sicuro al momento è che uno o più criminali abbiano ucciso una ventina di animali, alcuni anche di proprietà. Un episodio che mette ancora per l’ennesima volta sotto i riflettori l’enorme piaga del randagismo in Calabria. Una delle peggiori, se non la peggiore, regione italiana nel contrasto e nella gestione del fenomeno.

Il veleno è uno dei metodi più cruenti di uccisione degli animali, in particolare se fosse stata usata a stricnina, ma anche dei più pericolosi. Chi sparge sostanze tossiche mette in conto che possano essere ingerite da chiunque, animali o bambini. Con conseguenze letali che denotano la pericolosità sociale di chi mette in atto azioni di questo genere. L’avvelenamento di animali è un crimine abbastanza frequente, per la facilità di commissione e per la difficoltà di individuare i responsabili.

La vendetta contro i randagi in Calabria è una colpa di chi, per anni, non ha fatto nulla per arginare il problema

Il randagismo canino e felino è un’emergenza per quasi tutte le regioni del centro e del Sud del nostro paese, ma Calabria e Sicilia hanno il triste primato di essere in vetta alla classifica. Sono le regioni meno virtuose, in un panorama complessivo che denota moltissimi ritardi e inadempienze. Lasciando che il fenomeno dilaghi e che consenta alla criminalità organizzata di avere facili introiti dalla gestione dei canili, dalle catture fatte sul territori. Una realtà ben nota al Ministero della Salute, che non riesce a ricevere alcuna quantificazione sulle popolazioni dei randagi dalle amministrazioni.

Il contrasto al randagismo è una competenza di natura sanitaria in capo ai servizi veterinari pubblici, mentre la gestione degli animali catturati è di competenza dei Comuni. I servizi veterinari dovrebbero garantire la cattura degli animali vaganti sul territorio, la loro osservazione per la prevenzione della rabbia, la sterilizzazione (in sinergia con i Comuni) e il trasferimento degli animali alle strutture comunali. Che dovrebbero avere strutture proprie, che quasi sempre non possiedono, e occuparsi delle adozioni degli animali ospitati, anche in collaborazione con le associazioni di volontariato.

L’iter sembra semplice, ma nella realtà in questa organizzazione tutt’altro che fluida si inseriscono una serie di problemi che inceppano l’ingranaggio. Molti Comuni non hanno canili e si appoggiano a strutture private, che non di rado sono legate a strutture criminali che intimidiscono e intimoriscono chiunque voglia operare controlli. Ostacolando le adozioni, proprio come un proprietario di un albergo cerca di evitare partenze e disdetta da parte dei clienti. Ogni giorno di presenza vale diversi euro e, spesso, pagano la retta anche gli animali deceduti, grazie a scarse verifiche da parte dei servizi veterinari e degli stessi Comuni. Che spesso pagano fatture di migliaia di euro senza svolgere effettivi controlli.

Più randagi ci sono più qualcuno ci guadagna: gli unici a rimetterci sono gli animali e i cittadini, costretti a sopportare maltrattamenti e costi

Gli avvelenamenti di Catanzaro sono il risultato di un randagismo senza controllo, che porta i cittadini ad avere comportamenti incivili o, come in questo caso, criminali. Al vertice delle responsabilità è giusto mettere la sanità pubblica, per colpa, carenza di mezzi ma anche con episodi di collusione con chi sul randagismo guadagna. Nel panorama nazionale sono poche, troppo poche, le azioni di controllo che hanno portato a provvedimenti di sequestro e denunce delle strutture. Mentre sono fin troppe le situazioni di maltrattamento riscontrate, che emergono soltanto quando la situazione diventa esplosiva o difficile da nascondere.

Del resto se così non fosse sarebbe difficile trovare altre motivazioni che giustifichino il randagismo dilagante nelle regioni meridionali. Gli strumenti legislativi, per quanto perfettibili, ci sono e consentirebbero di avere una mappatura precisa di cani e gatti di proprietà, una realtà che, invece, ancora oggi risulta essere una chimera. Più si scende nello stivale e più diminuiscono le percentuali di registrazioni degli animali di proprietà nelle anagrafi regionali. Nell’eterna attesa di avere una sola anagrafe nazionale in cui inserire tutti gli animali domestici.

Continuano a mancare provvedimenti coraggiosi, ma indispensabili, come la sterilizzazione a tappeto degli animali di proprietà. Che garantirebbero una drastica diminuzione dei randagi, che in massima parte sono il prodotto delle riproduzioni indesiderate. Facendo due conti si capisce subito che il costo di queste misure rappresenterebbe una minima parte, confrontata al costo annuale dei canili. Strutture che spesso mantengo imprigionati a vita i randagi, a spese dei contribuenti, che potrebbero avere un diverso futuro se ci fosse la volontà di garantirglielo.

I cani che hanno ucciso Simona Cavallaro non erano randagi e la sua morte non è stata una tragica fatalità

Le persone spesso non fanno la differenza fra randagi e cani da guardiania, messi a controllare gli animali al pascolo. Così tutti i cani che non sono custoditi diventano randagi, come è stato semplificato anche dai giornali nei titoli che hanno riguardato la morte della ragazza. Ma mentre i cani da guardiania hanno l’istinto di difendere la proprietà, cercando di mettere in fuga chiunque minacci come in questo caso il gregge, i randagi non difendono il territorio dagli uomini. Se non vengono messi all’angolo preferiscono in massima parte la fuga all’attacco.

Il quadro del randagismo si è aggravato in questo periodo di pandemia, nel quale le attività di sterilizzazione dei randagi, anche al Nord, si sono molto ridotte a seguito dell’emergenza. Ma gli animali non tengono conto delle difficoltà umane e i loro cicli riproduttivi non cambiano se la comunità umana si trova sotto scacco. Così la moltiplicazione incontrollata vanifica le attività di sterilizzazione messe in atto negli anni precedenti.

Ibridazione antropogenica dei lupi: un termine scientifico che indica le responsabilità dell’uomo

Ibridazione antropogenica dei lupi

Ibridazione antropogenica dei lupi; per chi è poco avvezzo a occuparsi di lupi e di fauna potrebbe essere una definizione poco comprensibile. Mentre la comprensione è molto più semplice di quello che appare. Si tratta della generazione di lupi che sono frutto di incroci con i nostri cani domestici. Che proprio dai lupi discendono, comprese quelle razze che abbiamo modificato così tanto da apparire come lontanissimi quando non impossibili parenti. Spesso con risultati molto, molto discutibili. Su questo tema, per molti versi spinoso, sono stati scritti molti articoli e realizzati diversi studi.

Cani falchi tigri e trafficanti

Una corrente di pensiero trova l’ibridazione antropogenica, che significa appunto causata dall’uomo, un evento molto dannoso per la specie lupo. Altri sostengono che le ibridazioni ci sono sempre state (vero) e che quindi non bisogna farne una tragedia. Altri ancora pensano che in fondo, se i cani sono regrediti allo stato selvatico e vivono liberamente, questo non sia un problema serio. In fondo la perfezione non è di questo mondo e l’ibridazione rappresenta proprio il frutto del caos, quello che gli umani sono bravissimi a generare.

Bisogna considerare che non un solo lupo è stato reintrodotto nel nostro paese e che questa specie si è ripresa ampiamente e in modo autonomo i suoi spazi. Sfruttando attività positive (la tutela) e scellerate (la reintroduzione di ungulati per fare contenti i cacciatori) messe in atto dall’uomo. I lupi negli anni ’70 erano ridotti al lumicino ed erano assediati, oltre che dagli uomini, dai loro cani, randagi e vaganti. E questo ha comportato un tasso di ibridazione non comune in altri paesi, più attenti nella gestione del miglior amico dell’uomo.

L’ibridazione antropogenica dei lupi è stata oggetto di studi e di interventi di minimizzazione in Appennino

Attraverso gli strumenti offerti dai progetti LIFE come M.I.R.CO Lupo sono stati fatti molti passi avanti sul fronte della conoscenza del problema. Lavorando per ridurre le possibilità di ibridazione, catturando e rendendo sterili i soggetti ibridi, per poi liberarli nuovamente sul territorio. Un’attività importante ma non risolutiva ovviamente, per tutte le difficoltà che comporta catturare un lupo. Ora il Wolf Apennine Center ha reso noti i dati degli studi fatti nel corso degli anni, che dimostrano la diffusione del problema. Indubbiamente causato dall’uomo che non sa e non vuole gestire i suoi cani.

Sulla base di 152 campioni raccolti, corrispondenti a 39 lupi in 7 branchi differenti, i ricercatori hanno stimato una prevalenza di ibridazione del 70%. Con individui ibridi presenti in almeno 6 dei 7 branchi monitorati. Inoltre, attraverso la ricostruzione genealogica è stato accertato che in almeno due di questi branchi gli ibridi godono dello status di riproduttori, e sono in grado quindi di tramandare le varianti genetiche di origine canina alle generazioni successive.

Tratto dal comunicato stampa del WAC

La ricerca, pubblicata sulla rivista The Journal of Wildlife Management, stima la prevalenza degli ibridi nella popolazione di lupo che vive nel Parco Nazionale dell’Appennino Tosco Emiliano e nelle zone circostanti dell’Appennino settentrionale. Un’area centrale e strategica della distribuzione del lupo nell’Appennino, dove i primi individui ibridi, o comunque morfologicamente devianti rispetto allo standard morfologico del lupo, erano già stati osservati dalla fine degli anni ’90. 

Le soluzioni non sono facili, ma è fondamentale minimizzare le possibilità di incrocio fra cani e lupi

Dalla pandemia dovremmo aver imparato quanto sia importante la separazione fra gli animali selvatici e quelli domestici. In questo caso per ragioni prevalentemente sanitarie ma non solo. Questa separazione deve essere mantenuta anche nel caso di cani e lupi, per garantire a questi ultimi le migliori possibilità di restare animali selvatici, con tutto il loro patrimonio genetico. Senza perdere quelle caratteristiche fondamentali per la loro vita, che nei cani si sono invece modificate in modo rilevante.

Da un punto di vista biologico il lupo (Canis lupus) e il cane domestico (Canis lupus familiaris) sono la stessa specie, motivo per il quale si ibridano con facilità. Semplificando molto si tratta di parenti oramai separati, che appartengono a tribù che non dovrebbero entrare in contato fra loro. Anche perché sui cani l’uomo ha operato enormi selezioni e modificazioni, quindi non si parla più lupi resi domestici com’era all’origine del rapporto di convivenza fra uomini e lupi. Quello che ha dato vita ai cani, ma anche a tutte le altre specie animali, non tantissime in verità, rese domestiche.

In fondo siamo stati noi ad allontanare i cani dai lupi e ora abbiamo il dovere di gestirli in modo corretto. Per sconfiggere finalmente il randagismo canino, che causa tante sofferenze e arricchimenti illeciti. Ma anche per tutelare al meglio una specie selvatica così importante per il mantenimento degli equilibri naturali.

Cani vaganti e lupi ibridi: leggende da sfatare e comportamenti sicuramente da cambiare

cani vaganti e lupi ibridi
Foto tratta da pagina FB WAC

Cani vaganti e lupi ibridi, una realtà vecchia e un piano di intervento serio mai realizzato per contrastare vagantismo e randagismo. In questo modo l’ibridazione continua, il randagismo resta endemico e crescono le leggende che vogliono gli ibridi più aggressivi e meno timorosi dell’uomo. Convinzione che non trova alcuna conferma scientifica, ma che come tutte le storie intriganti corre veloce di bocca in bocca. Alimentando paure ingiustificate, ma costruendo strade pericolose che fanno sentire odore di caccia e abbattimenti.

Cani falchi tigri e trafficanti

Bisogna sgombrare il campo dalla prima falsità: gli ibridi non sono pericolosi per l’uomo, come non lo sono i lupi. Non esistono evidenze scientifiche che dimostrino una maggior aggressività o una propensione ad avvicinarsi agli insediamenti umani. Un lupo ibrido è soltanto un incrocio che mette in pericolo esclusivamente la purezza genetica della sottospecie canis lupus italicus. Quindi è inutile cercare di far passare questo indesiderato prodotto, derivante dalla cattiva gestione dei cani di proprietà, come un pericolo.

Peraltro è bene dire che gli incroci fra specie o sottospecie affini, sono fenomeni che avvengono in modo naturale per varie cause. Il problema, come sempre, è quando l’uomo ci mette del suo creando i presupposti perché l’ibridazione avvenga grazie alla non gestione dei cani domestici. Il problema, senza scendere troppo in argomenti che è giusto lasciare ai tecnici, non è quindi l’ibridazione in sé, ma il fatto che questa sia antropogenica, cioè causata dai comportamenti umani. Come accade per il mancato governo dei cani di proprietà.

Cani vaganti e lupi ibridi sono un problema causato dalle attività umane, per una gestione “distratta” dei cani

Un problema questo che non mette in pericolo solo la specie lupo, ma che costituisce il principale serbatoio di alimentazione del randagismo canino. Una realtà che accade per disinteresse, per ignoranza, per scarsa attenzione da parte di chi ha cani e li lascia liberi di vagare, non sterilizzati, senza controllo. Un comportamento che per inciviltà produce gravi danni e costi per la comunità. Generando sofferenze evitabili ai cani randagi che popolano la penisola, con particolare rilievo numerico al sud del paese.

Per decenni si è pensato che per risolvere il randagismo fosse sufficiente catturare i cani vaganti e rinchiuderli in canili o peggio ucciderli nelle camere a gas, come avveniva sino al 1991. Poi si è capito quanto fosse importante la sterilizzazione, che però avviene dopo la cattura dei cani e, quasi sempre, con la loro custodia nei canili. Nessun legislatore, sino ad ora, ha avuto il coraggio di imporre la sterilizzazione dei cani di proprietà e così il randagismo prolifera, sia in senso figurato che nella realtà.

Vagantismo e randagismo hanno creato occasioni di accoppiamento lupo/cane, non così scontate ma certo non infrequenti. Specie dove il tasso di randagi e cani vaganti risulta essere particolarmente alto. Per questo il Parco dell’Appennino Tosco Emiliano, con il suo Wolf Apennine Center, aveva messo in piedi il progetto M.I.R.CO.-Lupo, un progetto LIFE comunitario, realizzato per lo studio del fenomeno e la rimozione incruenta degli ibridi o la loro sterilizzazione.

Rimozione incruenta e sterilizzazione dei lupi ibridi sono attività complesse da attuare, come peraltro lo sarebbero gli abbattimenti

Non si può fermare il vento con le dita, come non si possono rimuovere per magia tutti gli ibridi, in tutte le declinazioni immaginabili. Si possono solo minimizzare gli impatti di questa problematica, che non potrebbe essere agevolmente risolta nemmeno a colpi di fucile, come qualcuno vorrebbe fare. Inutile cercare scorciatoie, perché è dagli anni ’80 si sente parlare, a cadenze cicliche, della necessità di preservare i lupi, magari abbattendo i cani randagi (ma non intervenendo sul vagantismo). Un’idea cruenta e senza possibilità di successo, già declinata su altre specie senza ottenere alcun risultato efficace.

Per questo l’idea di studiare e minimizzare gli impatti sulla purezza della specie lupo causata dagli ibridi, attraverso un processo di rimozione dei cuccioli, quando si riescono a individuare, e alla sterilizzazione pare l’unica via intelligente. Come ha dimostrato il LIFE M.I.R.CO-Lupo, un progetto oramai giunto al termine naturale.

L’ibridazione antropogenica rappresenta una grave minaccia per la conservazione del lupo. Il progetto LIFE M.I.R.CO-Lupo si propone di assicurare migliori condizioni di conservazione per il lupo agendo sulla perdita dell’identità genetica della specie dovuta al fenomeno dell’ibridazione con il cane attraverso la neutralizzazione del potenziale riproduttivo degli individui ibridi lupo-cane e dei cani vaganti eventualmente presenti nell’area di progetto.
Cosa significa neutralizzazione riproduttiva? Gli esemplari identificati come ibridi su base genetica vengono catturati e sterilizzati, sia i maschi che le femmine. Non si tratta in nessuno dei due casi di interventi invasivi né di asportazione di parte degli organi riproduttivi: gli interventi lasciano agli animali piena funzionalità ormonale, semplicemente evitano la fecondazione e dunque la trasmissione di un patrimonio genetico in parte di eredità canina alle generazioni successive
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Tratto da una pubblicazione del Wolf Apennine Center

Nell’ibridazione l’aspetto inganna: per stabilire la purezza di un lupo occorrono esami genetici e quindi catture

Nulla è facile in natura e questo purtroppo mal si combina con l’irruenza umana, che spesso ritiene di poter risolvere senza prima capire. E spesso senza nemmeno avere i rudimenti più banali per poter pensare di affrontare un problema complesso, comportamento questo tipico del peggior mondo venatorio e anche agricolo. Ma alcune volte neanche la conoscenza scientifica aiuta, quando in nome della purezza della specie si invocano gli abbattimenti dei cani randagi.

Quanti sanno che Nerone, il lupo capobranco nell’oasi di Castel di Guido, è un ibrido, eppure resta saldamente al comando del suo gruppo familiare? Quanti conoscono la storia di Luce, ibrido fulvo che ha vissuto da lupo, sino a quando un cinghiale non ha posto fine alla sua vita? Uccidendo la lupa in uno scontro che fa parte della vita selvatica, mentre era di un bracconiere il pallettone che è stato, invece, trovato infisso nel suo radiocollare quando è stata recuperata per la necroscopia. Un bracconiere che è stato meno efficace, come spesso avviene, di un cinghiale.

Per avere certezze sulla purezza di un lupo, sul suo eventuale condizione di ibrido e su altre considerazioni che riguardano le generazioni, occorrono esami genetici, che hanno senso solo su lupi catturati. Se si vogliono mettere in atto azioni di riduzione del problema e non solo raccolte di dati che possono essere ottenuti, in questo caso, anche senza catture. La sintesi di un problema reale è che, come sempre, la conoscenza e l’onesta intellettuale sono due doti indispensabili per fare progetti intelligenti. Il resto costituisce solo disinformazione interessata.

Per difendere i lupi (e non solo) occorre combattere il randagismo: per farlo occorrono azioni, informazione e corretta divulgazione

Non si può parlare di tutela dei lupi e degli animali selvatici in genere, se non si fanno piani di medio/lungo periodo di reale contrasto al randagismo. Un’emergenza che oggi viene ancora affrontata con criteri che hanno dimostrato i loro limiti già nel secolo scorso. Occorre partire da un concetto più severo, ma certo più efficace: chi si occupa di gestire un cane deve essere responsabile delle sue azioni. Ma anche delle omissioni di controllo e di vigilanza, proprio come accadrebbe con un minore.

Ci vuole programmazione e determinazione, con il coraggio di abbandonare schemi che si sono dimostrati perdenti. I canili non sono la soluzione e i costi che genera questa politica di contrasto al randagismo andrebbero indirizzati meglio. Per cercare di risolvere il problema, per non trasformare il randagismo in una fonte di reddito per il malaffare. Senza continuare a farsi tentare da soluzioni solo apparenti: i canili stanno al contrasto del randagismo come i fucili stanno alla gestione faunistica.

Cani rifiutati e rifiuti scontati: le politiche incomprensibili dei Comuni italiani che incentivano le adozioni

Cani rifiutati rifiuti scontati

Cani rifiutati e rifiuti scontati, sembra la politica che il Comune di Locorotondo ha deciso da tempo di portare avanti per svuotare il canile. Concedendo, come tanti altri Comuni, sconti sulle imposte per chi decida di adottare un cane, consentendo così, ma solo sulla carta, un risparmio dei costi del randagismo. Una scelta che da sempre è al centro di critiche di chi pensa che adottare un cane debba essere una decisione ponderata, non il corrispettivo di un premio. E se premio deve essere allora che sia legato ai costi di cura e di alimentazione dell’animale adottato.

Un’idea che evidentemente non è stata valutata dagli amministratori di Locorotondo, che si trovano in buona compagnia di altre amministrazioni. Certo poi è singolare anche la scelta sul tipo di imposta da condonare, la tassa rifiuti. Quasi come se fra i randagi e i rifiuti ci potesse essere una qualche assonanza. Un bonus fiscale che avrà una durata poliennale, pari alla vita del cane adottato nel canile.

A Locorotondo, un Comune della bassa Murgia barese, secondo quanto riporta la stampa, i cani ospitai nel canile sarebbero circa 50. Un numero sicuramente rilevante, considerando che il bonus in questione è in vigore dal 2013 e che la popolazione comunale è di circa 15.000 persone. Praticamente un randagio in canile ogni 500 abitanti, nonostante gli sconti fiscali. Questi provvedimenti finiscono per intercettare la “coda” della questione randagismo, quella che da decenni riempie i canili dello stivale, ma non risolve. Il canile, infatti, è un luogo di custodia di animali presenti sul territorio, non è un presidio che contrasta il randagismo e gli abbandoni.

I cani rifiutati, vaganti, nati a seguito di detenzioni irresponsabili sono la conseguenza di scelte sbagliate

Per questo dare incentivi a chi adotta un cane non costituisce una possibile risoluzione del problema randagismo. Una questione aperta da un tempo infinito, che pare non trovare risoluzione per carenza di reali sinergie e di adozione di piani di prevenzione efficaci. Che non possono essere lasciati alle singole amministrazioni comunali che si trovano a affrontare un problema che ha origini molto più vaste del territorio di ogni singolo comune italiano.

Come sempre la risoluzione di una problematica complessa, quale che sia il soggetto che la costituisce, passa da azioni di prevenzione, strategie di medio e lungo periodo e risorse che permettano di affrontarla. Risorse che non devono essere spese per il mantenimento del problema, come in parte avviene ora, ma per un realistico contrasto. Prescindendo dagli interessi economici che possono avere le molte realtà che sul problema “randagismo” hanno fatto la loro fortuna.

Se passasse il concetto che un animale, a prescindere della specie, non è per tutti e che per poterlo avere in gestione bisogna meritarselo, le cose potrebbero anche essere diverse. Le adozioni e le gestioni responsabili di cani e gatti sono la chiave della diminuzione del numero degli animali randagi. Mentre certo non lo sono gli incentivi economici all’adozione, se il problema viene visto con una visione orientata non solo all’oggi ma al futuro.

Il nostro rapporto con gli animali deve mutare profondamente, non possiamo continuare a possederli senza rispettarli

Se abbandonassimo per sempre il concetto di padrone, per sviluppare quello di custode, potrebbe forse cambiare il modo con cui pensiamo alla nostra vita con gli animali. Si parla molto in questo periodo della necessità di condividere ambiente e territorio con le specie selvatiche, per tutelare loro ma anche la nostra salute e l’equilibrio del pianeta. Lo stesso concetto di pacifica e rispettosa convivenza dovrebbe essere considerato anche per gli animali che vivono con noi. Spesso costretti a subire scelte scellerate, che non tengono in minima considerazione il loro benessere.

Tutelare gli animali domestici, quelli che vengono definiti come “da compagnia” usando un concetto veramente obsoleto, non può prescindere dalle nostre responsabilità. Dall’obbligo di cura, di una vita che sia svolta in condizioni di benessere e non di sopravvivenza, di conoscere e rispettare le esigenze etologiche di ogni specie, non obbligando alla cattività, per esempio, animali costretti a vivere in gabbia. Occupandoci anche del controllo delle nascite, perché nessun cane o gatto merita una vita da randagio.

Se cambiasse la conoscenza sulle necessità degli animali, se si facesse maggior informazione, questo risultato potrebbe essere un traguardo raggiungibile. Non una chimera come appare oggi, dove maltrattamenti e condizioni di vita innaturali rappresentano per troppi una realtà quotidiana. Le persone si ricordano spesso dei loro diritti, ma dimenticano con altrettanta frequenza i loro doveri. Lo fanno talvolta per indifferenza, altre volte per egoismo ma molte volte anche per scarsa conoscenza.