Finti randagi e adozioni irresponsabili portano al collasso i canili del Nord

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Finti randagi e adozioni irresponsabili portano al collasso i canili del Nord, che non riescono più a far fronte alle richieste. Una realtà che si traduce in riduzione degli spazi per gli animali, difficoltà o impossibilità di trovare una buona adozione e il rischio, concreto, di trascorrere una vita in canile. Sfatando l’idea che mandare cani dal Sud al Nord, senza criterio, sia la soluzione al problema randagismo. Incrinando quel velo di bontà che ha trasformato le “adozioni del cuore”, tanto in voga sui social, in più reali ergastoli per cani complessi.

Intorno al randagismo, da sempre, operano diverse componenti che non sempre sono in grado di assicurare, anche quando sono in buona fede, il benessere dei cani. Esiste poi una componente affaristica e scaltra che ha fatto del randagismo uno strumento di lavoro, grazie agli spostamenti di animali in tutto il territorio della penisola. Trasferimenti che avvengono spesso in condizioni di maltrattamento. su mezzi non autorizzati, da parte di persone note che trafficano senza rispettare le regole.

Le regole per garantire la tracciabilità delle operazioni ci sarebbero ma il condizionale, come sempre, quando si parla di animali, è d’obbligo. Così, da tanti, troppi, anni la nostra penisola è attraversata da furgoni carichi di animali che vengono dal Sud Italia per cercare “ufficialmente” fortuna al Nord! Un viaggio della speranza che alcune volte si concretizza in una buona adozione ma che in altre, troppo spesso, si traduce in una insensata deportazione. Messa in atto da chi ancora crede o racconta che la soluzione al randagismo siano i canili.

Finti randagi e adozioni irresponsabili hanno creato una popolazione canina incarcerata al 41bis, senza ragione

Ai randagi, veri o presunti, in perenne movimento da nord a sud, si aggiungono i cani appartenenti al vasto panorama delle razze “complesse”, presi senza criterio e scaricati senza pietà. Cani scelti perchè di moda oppure per essere usati come strumenti di difesa o di offesa da una vasta platea di scriteriati, che nulla sa di cani ma pensa di poterli governare. Animali senza colpa, con un temperamento importante, che mal si adatta a farli diventare esseri vivente telecomandati. Così finiscono abbandonati nelle aree cani oppure legati alle recinzioni dei rifugi.

Cani rovinati dalla convivenza con gli umani, che difficilmente avranno la speranza di trovare una buona adozione. In maggioranza sono individui destinati a trascorrere l’intera vita in pochi metri quadri di un box, spesso da soli perchè aggressivi. Una pena dentro la pena, una maledizione che spesso porta a interrogarsi se fargli trascorrere una vita da prigionieri, sino all’ultimo rantolo, sia la scelta corretta. Una questione etica che sembra esser meglio nascondere sotto il tappeto perché, in fondo, nessuno vuole sporcarsi le mani con questo argomento.

Cani nati per scelte irresponsabili di chi li custodisce, fatti riprodurre per lucro o per ignoranza. Animali non sterilizzati che possono essere tenuti e fatti figliare senza regole, perché secondo la legge sono un bene, proprio come un automobile o un televisore. Solo il proprietario può scegliere se far riprodurre il suo animale, scaricando poi, se qualcosa va storto, il costo economico della decisione sulla collettività che dovrà mantenerli nelle strutture, mentre la sofferenza resta ai cani, per periodi variabili a seconda del carattere del cane e della capacità di chi gestisce il canile.

Un Sud senza regole e molti interessi che continua a sfornare randagi che finiscono in canili che troppo spesso sono pessimi

Se il randagismo vero nel nord Italia è praticamente scomparso e resta solo il randagismo di ritorno, provocato dalle staffette quando gestite in modo irresponsabile, al Sud non è così. In molte regioni i canili hanno fatturati da centinaia di migliaia di euro e spesso sono in mano a personaggi legati o contigui alla malavita. Un fenomeno che sembra interessare a pochi, che emerge solo quando qualcuno decide di controllare le strutture, che talvolta finiscono sequestrate. Strutture da migliaia di cani, dove i proprietari hanno capito che sono proprio i numeri il loro scudo.

Un canile con migliaia di cani diventa difficile da sequestrare, da far amministrare dallo Stato o dal Comune, che dovrebbe farsi carico dei costi economici in attesa del processo. In questo modo sono proprio gli amministratori pubblici che, autorizzandoli, hanno garantito lauti guadagni ai proprietari e una vita di sofferenza per gli ospiti. Che da quei canili usciranno quasi sempre solo nei sacchi neri destinati all’inceneritore. Un errore a cui si cerca di rimediare sulla carta, limitando il numero degli animali per struttura, senza mai renderlo veramente operativo. Basta una recinzione per moltiplicare lo stesso canile in varie strutture differenti, almeno in apparenza.

Discorso analogo anche per le staffette illegali, che sono talmente pubblicizzate sui social da rendere facile organizzare i controlli. Tanto sfacciate da arrivare sempre negli stessi luoghi, contando sull’impunità garantita dal fatto che nessuno vuole mettere sotto sequestro un furgone pieno di cani. Che dovrebbero essere sistemati in strutture già al collasso, a spese dei contribuenti. Così, grazie a questo calcolo, la giostra continua ma i danni si disperdono sul territorio. Con buona pace di chi poteva controllare e non lo ha fatto.

Il randagismo è un fenomeno complesso da gestire, che richiederebbe una visione olistica del problema

Sono tanti gli argomenti da mettere sul tappeto per arrivare a una soluzione del problema: il randagismo non è un nemico invincibile, ma solo un fenomeno multiforme che rende complesso il percorso per arrivare a batterlo. Ma complesso non significa impossibile, a patto che ci sia la reale volontà di arrivare a una soluzione. Perchè il punto è proprio nella complessità, che per definizione non può trovare soluzioni che facciano comodo a tutti. E su questo casca l’asino: il politico spesso non persegue l’interesse collettivo, ma il tornaconto elettorale. Accontentare tutti senza scontentare nessuno. Desiderio impossibile da render concreto.

Intorno al randagismo ruota un mondo che va da chi gestisce i canili ai veterinari, da chi fabbrica alimenti e strutture a quanti vivono grazie alle staffette e alle offerte, senza dimenticare tutta la struttura pubblica che intorno a questo fenomeno ruota. Interessi diffusi e frammentati che cosituiscono il lato economico e pratico, nel quale si intreccia il lato emotivo di un volontariato spesso impreparato, che segue più l’emozione che non la ragione. Salvatori che pensano di aiutare, ma che spesso salvano solo loro stessi, la loro emotività, provocando agli animali. Poi ci sono i volontari attenti e preparati, quelli che subiscono l’assalto da due fronti. Quelli che meritano rispetto per attenzione e preparazione.

Per questa ragione, senza una consapevolezza sociale che porti a gestire gli animali domestici in modo responsabile, diventa un fenomeno complesso e apparentemente irrisolvibile. La gran parte del serbatoio che alimenta il randagismo nasce nelle case dei privati che non controllano le riproduzioni. Le cucciolate indesiderate che, quando non vengono collocate o vendute, finiscono disperse sul territorio alimentando un fenomeno che così si riproduce senza sosta. Per questo occorre studiare azioni capaci di generare sinergie di periodo, per arrivare a chiudere nell’angolo un fenomeno vergognoso, causato irresponsabilmente e gestito malamente. Nel quale la collettività butta un pozzo di soldi mentre troppi si arricchiscono.

Le cucciolate casalinghe vanno fermate per contrastare randagismo e abbandono

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Le cucciolate casalinghe vanno fermate per contrastare il randagismo e l’abbandono poiché sono proprio queste riproduzioni la causa principale. Qualcuno potrebbe obiettare che sono i tantissimi animali randagi che, grazie a accoppiamenti fuori controllo, aliimentano il serbatoio del randagismo, ma questo è un errore. Gli animali randagi, cani e gatti che siano, sono solo in parte responsabili del problema, che avrebbe dimensioni certo diverse senza le nuove nascite di animali che una casa ce l’hanno. Cani e gatti che quando non trovano una collocazione, vengono abbandonati sul territorio, creando così nuovi randagi.

Sono sempre i comportamenti delle persone a generare problemi e non certo quelli degli animali. Non soltanto amplificando i numeri del randagismo ma, anche, contribuendo a far rinchiudere migliaia di animali nelle strutture. Come dimostra l’enorme numero di molossoidi presenti nei canili italiani, da nord a sud, che non è fattore ascrivibile a cause diverse dall’irresponsabilità umana.

La maggioranza dei cani presenti nei canili del nord Italia, dove il randagismo non esiste fortunatamente quasi più, provengono da cessioni di proprietà e da falsi rivenimenti. Cani trasferiti da sud a nord per essere poi abbandonati nelle aree cani, segnalando un falso abbandono, pensando che quegli animali potranno avere maggior fortuna che al sud. Un errore macroscopico, che sarà pagato dai cani. Cani che resteranno impigliati nelle rete di canili e rifugi, con scarse, se non nulle, possibilità di adozione.

Le cessioni invece sono provocate dalle adozioni inconsapevoli, fatte da persone irresponsabili che adottano cani sulla rete senza garanzie. Pagandoli talvolta a caro prezzo, ingrossando il giro d’affari degli spostacani. Soggetti che spesso si travestono da benefattori, ricavando invece lauti guadagni sulle Postepay, grazie a persone di grande cuore ma con scarse conoscenze, che pensano che per adottare un cane basti un atto d’amore. Che dura sino a quando i cani, non socializzati o di complessa gestione, manifestano segni di aggressività o distruggono le case delle famiglie che li ospitano. Famiglie che dopo poco non li vogliono più, perché l’amore è cieco ma le difficoltà sono ben visibili.

Le cucciolate casalinghe vanno fermate per smettere di riempire i rifugi di cani indesiderati

L’idea che piazzare i cuccioli anche di un meticcio sia la cosa più semplice del mondo è irreale. Ci sono talmente tanti animali da adottare che farne nascere altri è veramente un’azione riprovevole. Seguendo leggende che narrano che i cuccioli vadano sempre a ruba o che una cagna debba provare la gioia della maternità. Concetti che potevano andare bene nella seconda metà del secolo scorso, quando mancavano studi e conoscenze ma non nel terzo millennio! Non serve far riprodurre cani, specie quando non sono di razza, fatto che in questa società malata di apparenza ha il suo peso, purtroppo.

Per chi ancora crede che il randagismo si autoalimenti, senza necessità di essere aiutato dalle nostre azioni, non c’è rimedio se non la corretta informazione, che può aiutare. Gli animali realmente randagi, che vivono senza avere necessità di un supporto umano, in Italia sono meno di quello che si possa pensare. A questo va aggiunto che il tasso di mortalità delle cucciolate, proprio come avviene per i selvatici, è molto alto. La natura si regola da sé, verrebbe da dire, semplificando ma nemmeno troppo. Potrà non piacere, ma se non impariamo a accettare che il mondo naturale non sarà mai un cartoon, non riusciremo mai a comprenderne le dinamiche.

Tanti si dichiarano amanti degli animali, ma ancora troppo pochi li rispettano veramente. Il frutto dell’amore, si sa, talvolta è avvelenato, ma il prezzo in questo caso lo pagano gli animali, quanto a sofferenza, mentre è a carico dei cittadini l’onere economico degli errori altrui. Dovendo mantenere centinaia di migliaia di animali nelle strutture, proprio a causa di errori di percorso e di riproduzioni indesiderate. Animali che spesso entrano giovani nelle strutture, che fin troppo spesso sono pessime, per uscirne soltanto dopo troppi anni. ma solo per andare all’inceneritore. Descrizione ruvida sicuramente, ma reale.

Centinaia di migliaia di cani acquistati ogni anno, scelti come se fossero gioielli griffati da esibire

I cani maggiormente di moda sono tutti brachicefali, cani allevati e selezionati per piacere, ma costretti a una vita di sofferenze proprio per essere inconsapevoli status symbol. Le razze più presenti nei canili, invece, sono molossoidi, costretti a vivere in pochi metri quadrati, vivi fuori ma morti dentro. Animali privati dei loro diritti, in entrambe i casi, per scelte umane. Se nascere deformi è una disgrazia, allevare animali deformi dovrebbe essere considerata una crudeltà. Proprio come far nascere molossoidi, che se perdono la lotteria della prima adozione azzeccata diventeranno detenuti, animali al 41 bis come i mafiosi o i terroristi, pu senza avere colpe.

Per questo le migliori adozioni non sono quelle del cuore ma quelle fatte con il cervello. Troppo spesso chi pensa di dare aiuto a un animale derelitto diventa, di fatto, il suo carnefice. Questi sono discorsi che piacciono poco a molti, ma che, invece, sarebbe ora che venissero fatti con crescente frequenza. Diversamente avremo sempre le strutture piene e continueremo a avere una parte della nostra società polarizzata fra adozioni irresponsabili e acquisti senza etica. E questa davvero non è una bella prospettiva, se non si vuole considerare solo la gioia dei trafficanti di cuccioli.

Se iniziassimo a guardare i cani come individui, dotati di personalità, diritti e bisogni forse si potrebbe sperare di spezzare le reni ai luoghi comuni. Quelli che dicono “almeno una volta deve fare i cuccioli” o che portano a credere che un bulldog sia un cane fortunato perché piace tanto ed è in testa alle classifiche di vendita. Fatto che toglie sempre più il fiato, ma solo ai cani tanto che i veterinari chiedono di fermarne la riproduzione da molto tempo. Quello che pare incredibile oggi è che, pur con tutte le informazioni disponibili , continui a crescere l’ignoranza, a scapito della necessaria conoscenza. Una colpa che in parte ricade anche su chi dovrebbe fare buona informazione e, invece, segue l’onda possente dei click.

Incentivi svuota canili: il randagismo non si contrasta in questo modo

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Incentivi svuota canili: il randagismo non si contrasta in questo modo, amplificando il rischio di adozioni interessate e irresponsabili. Nonostante le molte critiche i Comuni continuano a offrire denaro pubblico in cambio dell’adozione di un cane, scelto fra quelli la cui retta è a carico dell’ente pubblico. Facendo passare un provvedimento che ha come unico obiettivo la riduzione dei costi come uno strumento utile al contrasto del randagismo. Ultimo arrivato, ma solo in ordine di tempo, sembra essere il Comune di Capaccio Paestum, in Campania. Un comune con poco più di 22.000 abitanti che mantiene 180 cani in un canile privato, vale a dire un ex cane vagante ogni 122 abitanti.

Per ridurre i costi il sindaco Franco Alfieri ha deciso con la giunta di erogare un bonus di 300 euro l’anno, per tre anni, a chiunque adotti un cane dal canile. Certo il bonus sarà dato solo dopo un controllo del servizio veterinario pubblico, ma può questo giustificare l’ennesima operazione “adotta un cane che che ci guadagni”? Un conto è aiutare chi è in difficoltà economica, vivendo con un animale che fatica a mantenere, altra cosa è dare contributi a pioggia per svuotare il canile. Giusto dare aiuti per chi vuole sterilizzare il proprio animale, ma davvero diseducativa resta l’idea del contributo in denaro.

Il primo obiettivo del contrasto al randagismo non è quello di svuotare i canili, ma deve essere il mettere in campo strategie per non riempirli. In una regione dove la gestione delle strutture, pochissime quelle pubbliche, risulta essere spesso un ottimo affare, anzi un malaffare, fatto sulla pelle degli animali. Per ottenere un risultato contro il randagismo, possibile come hanno dimostrato i pochi progetti messi in campo in questa direzione, occorrono sinergie a tutto tondo. Azioni che non possono essere basate su meccanismi premiali che siano soltanto economici. Senza prevedere un coinvolgimento e un’educazione della comunità.

Gli incentivi svuota canili non servono a far crescere la responsabilità collettiva

Travestire un’operazione economica, volta a far risparmiare le casse comunali, trasformandola in azione mirata a tutelare gli animali reclusi nei canili altera la realtà. Quanto sostenere che i canili siano strutture utili al contenimento del randagismo e non alla “gestione, talvolta pessima, dei suoi frutti avvelenati, derivanti da comportamenti irresponsabili. Il numero degli animali randagi è direttamente proporzionale alle riproduzioni incontrollate, sia a livello casalingo che per quelle causate dal lasciar vagare sul territorio animali padronali non sterilizzati. Quindi, in buona sintesi, è direttamente proporzionale alla pessima gestione degli animali da parte di chi li detiene.

Premesso questo il fatto di stimolare adozioni dietro compenso non può essere vista come un’azione responsabile. Chi ha deciso di dividere la propria vita con un animale avrà già con sé il proprio compagno di vita. Chi non può permetterselo per ragioni economiche non troverà nei 25 euro al mese, che il Comune darà a chi adotta, la soluzione del problema. Soldi che potrebbero stimolare adozioni fatte senza consapevolezza, fatte senza valutare cosa significhi, in termini di tempo e di impegno, vivere con un cane. Una scelta impegnativa e non soltanto sotto il profilo economico, se davvero si decide di voler garantire al cane una buona condizione di vita.

Miglior risultato si potrebbe ottenere impiegando risorse per realizzare campagne educative, specie nelle scuole, e maggiori controlli. Ma mentre incentivando l’adozione di cani per i quali si paga un costo di mantenimento si genera un risparmio, fare altre scelte genera costi. Un impegno economico che potrà dare ottimi risultati, ma solo nel medio periodo, considerando che nel breve non produrrebbe vantaggi. Si spiega così la ragione per la quale sempre più comuni perseguono questa strada e sempre troppo pochi si impegnano in attività educative e di prevenzione.

Servono politiche diverse mentre il randagismo viene ancora oggi contrastato con misure di tipo sanitario

Se ne parla poco, ma tutte le normative che ruotano attorno al randagismo ruotano intorno a questioni sanitarie, imperniate ancora sul contrasto alla rabbia e alle zoonosi. Questa è la sola logica che ha sempre giustificato la necessità di avere strutture per la custodia dei randagi. Secondo una visione che andava bene settanta anni fa. Nel 1954, infatti, furono riunite le varie norme di sanità veterinaria nel famoso, e mai completamente applicato, testo unico contenuto nel DPR 320/54. Ancora oggi la normativa ruota intorno a quelle concezioni obsolete, a strutture in buona parte mai costruite o mai adeguate a criteri che garantiscano il benessere degli animali.

Le conoscenze attuali ci dicono che nella questione randagismo il problema sanitario è una parte di una questione molto più ampia. Che andrebbe affrontata a tutto tondo, scardinando l’impianto sul quale tutto fa perno, per creare norme armoniche e in linea con il progresso della conoscenza. Solo in questo modo innovativo e decisamente rivoluzionario, rispetto alla visione attuale, si potrà delineare un campo vasto che deve prevedere sanità, etologia, tutela della biodiversità e, non ultimo, educazione al rispetto e alla corretta gestione. Servono visioni più ampie, mentre in Italia siamo ancora fermi agli inutili incentivi svuota canili.

Questo serve per avere un approccio che sia compatibile e in linea con il criterio previsto dal modello “One Health”. Un riconoscimento della connessione indissolubile fra persone, animali e ambiente, per garantire una comune salute. Un approccio che non può quindi più essere basato su mere politiche sanitarie, inadeguate per il raggiungimento di questo obiettivo in cui è racchiusa la nostra salvezza. Tempo di cambiamenti, tempo di riconoscere diritti e di avere competenza e intelligenza per affrontare nuove strade. Con la coscienza di dover raggiungere obbiettivi diversi e più complessi.

Cani liberi o randagi di quartiere: una transizione che non può essere la soluzione

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Cani liberi o randagi di quartiere: una scelta che non deve essere considerata la soluzione auspicabile al problema, annoso del randagismo. Una questione spinosa da affrontare perché stimola polemiche: ai due poli estremi quanti vorrebbero vedere tutti i randagi in canile e chi, invece, pensa vadano lasciati liberi. Cani lasciati liberi di vagare, magari sterilizzati e sotto controllo veterinario quando possibile, visti come invidui che possono declinare in vari modi il loro rapporto di coesistenza con gli uomini. In una sorta di limbo che sta fra quello dei “domestici” e gli animali selvatici, definizioni che per alcuni rapprresentano solo categorie insensate,

Una visione solo parzialmente condivisibile per chi scrive, proprio come quella di chi vorrebbe che tutti i randagi venissero “salvati” rinchiudendoli nei canili. Visioni opposte di un unico problema, che però si scontrano con realtà diverse, con problematiche legate al “dove e al come”, con idee alcune volte eccessivamente romantiche e altre eccessivamente tutelanti. Appare evidente che i canili non siano uno strumento di contrasto al randagismo, mentre sempre più diventano strutture di prigionia. Luoghi nei quali una parte degli ospiti è destinato a restare imprigionato a vita.

D’altra parte nemmeno la via del randagio controllato è sempre felice e anche questa si presta a creare problemi, di convivenza e di benessere perché ogni luogo è diverso. Senza contare che fra cani liberi “confidenti” e cani liberi ferali le differenze sono molte e importanti. Tanto da dover operare molti e diversi distinguo, con situazioni tali da creare conflitti insanabili fra cani e uomini. In un rapporto di coesistenza innaturale, al quale abbiamo condannato il cane, che non è più lupo e non è considerabile un selvatico.

Cani liberi o randagi di quartiere: questa non è la soluzione ma una transizione che deve far crescere un mutamento culturale

Il contrasto al fenomeno del randagismo, costoso e irrisolto da decenni, deve passare da un progetto di largo respiro. Possibile soltanto se ci sarà una crescita culturale capace di creare le condizioni di un diverso sentire. Una visione del nostro rapporto con i cani e con gli altri animali in generale, che passi attraverso il riconoscimento dei loro diritti. Identificandoli come individui, comprendendo le loro necessità e riconoscendoli come portatori di diritti reali. Se questo passaggio culturale non sarà concretizzato, diventando realtà, continueremo a avere canili strapieni di potenziali egastolani con strade e campagne affollate di randagi.

Il problema sicuramente è complesso, difficile da far comprendere e da far assimilare. Per troppi interessi, alcuni davvero inconfessabili come succede negli appalti dei canili e nella gestione “in vita” degli sventurati ospiti. Ma talvolta anche a causa di una visione pietistica del soccorso a ogni costo, che si traduce in quella patologia definita sindrome di Noè1 che è poi causa di tante sofferenze. Un amore che diventa una forma di violenza perpetrata a danno degli animali, non solo cani.

Certo è affascinante vedere il comportamento dei cani liberi, la loro socialità e le interazioni, osservando vite che in qualche modo hanno regole non così dissimili dalla comunità umana. Ma è impossibile pensare che questa “vita di gruppo” possa avvenire all’interno di contesti fortemente antropizzati come le nostre città, senza scatenare conflitti insanabili. Un dato difficilmente contestabile, che dovrebbe bastare per accettare il fatto che la presenza di randagi socializzati in contesti urbani e periurbani debba essere una via temporanea, non il punto d’approdo. Per limitare gli ingressi nei canili, per stimolare le persone alla coesistenza ma nell’ambito di un processo che generi un cambiamento profondo del nostro rapporto con gli animali domestici.

Per combattere davvero il randagismo ci vuole il coraggio di andare in direzione ostinata e contraria

I cani non sono animali selvatici, sono una sottospecie dei lupi, dai quali prendono il loro nome scientifico, poi declinato nelle tante razze create dall’opera, spesso distorta, dell’uomo. Canis lupus familiaris è il cane e in questa identificazione convive tutta la questione, il fascino dell’avvicinamento dei lupi all’uomo in un percorso che ci accompagna da diverse migliaia di anni. Ma anche a quel “patto tradito fra uomo e cane” da cui prende spunto il titolo di questo blog, che ha portato prima a una convivenza, poi alla pessima gestione e infine all’intolleranza.

Per questo occorre promuovere un periodo di transizione, durante il quale pensare di rinchiudere nei canili il minor numero di cani possibile, cercando di convivere con quelli che possono vivere liberi. In contesti controllati, senza ulteriori riproduzioni, con una gestione che deve avere come obiettivo la progressiva scomparsa del cane randagio. Con buona pace della visione romantica dei cani liberi, che certamente ha buon gioco nell’affascinare chi ascolta, senza poter però mettere sul tavolo soluzioni convincenti e soprattutto attuabili di coesistenza.

In parallelo bisogna attivare, con serietà, campagne di informazione, strumenti di contrasto al commercio e alla riproduzione incontrollata dei cani, che portino le persone a una maggior consapevolezza dei loro doveri. Per chiudere, una volta per tutte, i rubinetti delle mille sorgenti che alimentano il randagismo, a partire dal vagantismo canino, alle cucciolate casalinghe e alle adozioni d’impulso. Un futuro che potrà diventare reale solo lavorando tutti insieme per creare i presupposti culturali per sostenerlo. Svuotando così, una volta per tutte, i canili

  1. la persona nutre un sincero attaccamento emotivo nei confronti dei suoi animali ed è convinta di “salvarli” (da qui il nome “Sindrome di Noè” – Emanuela Prato Previde – Silvia Colombo – Università degli Studi di Milano nel libro “Una strana Arca di Noè”. ↩︎

“L’abbandono” di Diana Letizia, un racconto che intreccia storie di cani e vite di umani

L'abbandono Diana Letizia

“L’abbandono” di Diana Letizia, un racconto che intreccia storie di cani e vite di umani in un luogo in cui i confini si fondono. Del resto la vita di uomini e cani corre parallela da migliaia di anni, lasciando sul terreno miliardi di impronte di zampe ma anche tantissime, troppe, chiazze di sangue. Frutto dell’intolleranza degli umani, ma anche della cattiva gestione degli animali con i quali viviamo, troppo spesso con colpevole leggerezza.

Questo romanzo alterna momenti intimi, che coincidono con emozioni autobiografiche vissute dall’autrice, a riflessioni sul nostro rapporto con i cani. Che vogliono sottolineare che quando parliamo di cani non dobbiamo considerarli come una categoria, ma come una comunità di individui, proprio come accade per la nostra specie. La capacità di volerli vedere per come sono, per le loro diverse abilità e per un modo di socializzare sempre soggettivo, individuale, proprio come quello degli umani, aiuta a riflettere e a mutare il nostro angolo di visione.

Come accade nei romanzi anche “L’abbandono” tesse una storia, che nel suo svolgersi ci porta a comprendere come la sofferenza del distacco, ma anche la rinascita, facciano parte delle nostre vite. Ma anche di quelle degli animali, che noi umani spesso riusciamo solo a intravedere senza davvero voler entrare nel sentire degli altri viventi. Probabilmente per la paura di riconoscerli come esseri troppo vicini a noi per poterli considerare così poco. Ma lascio il racconto ai lettori, senza anticipazioni.

“L’abbandono” di Diana Letizia tocca temi scomodi, come la “sindrome di Noè” che colpisce molti animalisti

Il nostro rapporto con gli animali non è sempre frutto di intelligente aiuto, ma spesso si basa sulla soddisfazione dei nostri bisogni, che quasi mai coincidono, quando compulsivi, con quelli degli animali. Una verità scomoda della quale parliamo in pochi, ma pur sempre una realtà che genera sofferenza e privazioni, che non sono lenite dalle buone intenzioni. Scelte che portano i cani a finire nei canili senza avere la possibilità di trovare una via di uscita, prigionieri di un labirinto in cui non solo il denaro ma anche un amore senza riflessione li ha rinchiusi.

L’ambientazione di questo libro ha le luci calde del nord Africa, i ritmi del Marocco e una localizzazione a Taghazout. Una località della costa, probabilmente sconosciuta ai più, almeno fino all’aprile del 2018, quando il Marocco, candidato per essere sede dei mondiali di calcio, decide di fare pulizia. Non solo dei paesi, in vista dell’arrivo della delegazione della FIFA che dovrà valutare la candidatura, ma anche e soprattutto dei cani. Così una località dove la convivenza era norma si trasforma in un’arena senza toreri, ma con uomini e ragazzi armati che fanno strage di randagi.

Il racconto rende palpabile la gravità della strage, con garbo e attenzione, per far comprendere senza sconvolgere. Per consentire anche ai lettori più sensibili di capire, di entrare in una delle tante, nefaste, pagine della storia comune di uomini e cani. Rotto il patto di convivenza scatta la volontà di raccogliere dalle strade più cani possibili, ma questa scelta porta ad amassarli in modo insensato, così da avere, forse, salva la vita ma non dignità e benessere. L’esemplificazione tangibile della “sindrome di Noè”, ben conosciuta da chi si occupa di animal hoarding.

Bontà e malvagità spesso partono da punti diversi dell’orizzonte umano ma possono fondersi nelle conseguenze delle azioni

Se qualcuno pensa che il titolo del libro sia il preludio di un racconto basato sull’abbandono degli animali dovrà ricredersi. In fondo in questo romanzo siamo tutti accomunati e raccolti nelle sofferenze causate dall’essere stati, almeno una volta nella vita, abbandonati, feriti. Lacerazioni che talvolta spezzano l’anima o piccole bruciature che continueranno a farsi sentire anche quando sembrano guarite. Un viaggio, breve ma intenso, che attraversa le nostre vite di esseri umani ma non solo quelle.

Diana Letizia è una giornalista con una lunga storia di redazioni alle spalle e ora è il direttore di Kodami, periodico digitale che tratta temi legati agli animali e all’ambiente, con ottime performance in tempi in cui molti parlano ma pochi leggono. Il romanzo, per scelta dell’autore e della casa editrice, destina i proventi alle associazioni di tutela degli animali che operano in modo intelligente e consapevole sul territorio.

Round Robin Editore – brossura – 291 pagine – 16,00 Euro

Li chiamano spostacani: trasferiscono gli animali senza criterio dal Sud al Nord

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Li chiamano gli spostacani perché trasferiscono gli animali senza criterio da Sud a Nord. Sono personaggi che gravitano intorno al mondo del randagismo. Sono quelli che hanno creato il business della sofferenza, sfruttando la sensibilità di quanti amano gli animali. Bisogna stare però attenti perché la realtà è più complessa e composita di quello che si potrebbe immaginare. Una realtà che si separa fra bene e male, fra corretto e scorretto. Ma anche fra utile e dannoso.

Non tutti quelli che si occupano di trovare un futuro agli animali sono, ovviamente, dei balordi o peggio dei maltrattatori. Non tutti quelli che spostano animali da una parte all’altra dell’Italia o dell’Europa sono da guardare con sospetto. Bisogna però essere in grado di valutare azioni, modalità, intenzioni: questo fa la differenza. Il trasferimento degli animali non è un male in sé, lo diventa in determinate condizioni, quando è causa di danno.

Negli ambienti che si occupano seriamente di dare un futuro agli animali dei canili li chiamano gli spostacani. Una definizione che fa, da subito, trasparire il giudizio negativo di quanti lavorano con serietà e passione. Che non tollerano quelli che recuperano gli animali, in particolare cani, non si sa come e non si sa dove, fanno post sui social sempre molto strappalacrime e aspettano. Lanciata l’esca emotiva sperano che qualcuno si offra di adottare il cane o il gatto, di pagare per il trasporto, rendendosi disponibile a andare a ritirarli anche in una stazione di servizio o sotto un ponte della tangenziale. Mai presso strutture ufficiali che possano dare garanzie a animali e adottanti.

Con la scusa del “compiere una buona azione” si creano in automatico un mantello di impunità morale, senza andare però poi troppo per il sottile. Fanno viaggiare gli animali peggio che nei carri bestiame, non si preoccupano della promiscuità dei trasporti e dei rischi di contagio. Non mettono molta attenzione nella scelta degli adottanti e, troppo spesso, nemmeno nella verifica delle condizioni di salute dell’adottato. Questo è il miglior metodo per riempire i canili, ma anche per condannare gli animali all’ergastolo.

Li chiamano gli spostacani perché spostano animali senza criterio : cosa succede quando l’adottante non ha possibilità economiche?

Così può succedere che qualcuno, senza grosse possibilità economiche, riceva un animale con gravi patologie, senza avere i mezzi e quindi possibilità di curarle. Ma può anche accadere che un’anziana signora, che aveva creduto di adottare un cane di media taglia e socievole, ne riceva uno di taglia grande, magari con disturbi del comportamento. In poco tempo l’adottante, che pensava di aver aiutato un cane bisognoso e compatibile con la sua vita, viene messo nella condizione di avere bisogno di aiuto, per non avere possibilità di gestire questa adozione improvvisata.

Per fortuna la maggioranza delle associazioni non operano in questo modo, cercando di collocare con attenzione gli animali per dargli un futuro migliore. Senza lucrare, pur chiedendo magari un rimborso, sempre in modo tracciabile con un bonifico su un conto corrente bancario. Associazioni che hanno una sede, che esistono davvero e non solo nel mondo virtuale, che lavorano bene e hanno un’ottima reputazione. Realtà che non consegnerebbero mai un cane in autostrada o sotto un ponte della tangenziale.

Esistono norme per il trasferimento degli animali fra Regioni italiani e occorrerebbe mettere sempre al centro i loro interessi, evitando di stimolare adozioni fatte su base emotiva. Una persona deve riflettere prima di adottare, deve compiere una scelta ponderata perché avere la responsabilità di un animale comporta impegni e costi, non trascurabili. Cercare di impietosire per far adottare casi disperati rischia di creare un effetto boomerang, pericoloso per le persone, pericolosissimo per gli animali.

Le chiamano ancora staffette, ma spesso sono soltanto mestieranti che si improvvisano trasportatori di animali

Tutti i rifugi sono pieni di animali spostati da una parte all’altra dell’Italia, ma poi non voluti da chi li ha adottati. Causando un altro danno al cane o al gatto che viene rifiutato e che, anche nei rifugi del Nord, rischia poi di passare tutta la sua vita dietro le sbarre. Animali tolti senza motivo dalla strada, non socializzati, risultando così difficilmente adottabili, tantopiù da persone inesperte. Molti di questi cani, in particolare non troveranno mai una casa, ma saranno stati utili a qualcuno per creare una fonte di guadagno.

Altri ex randagi, grazie a questi trasportatori, arrivano al Nord per essere poi lasciati nelle aree cani: una telefonata alla Polizia Locale e il gioco è fatto. I cani entreranno nel canile di quel Comune, dopo un periodo di osservazione al sanitario, e da li potrebbero non uscire più. Lontani dagli occhi, lontani dal cuore, per accontentare quanti ancora pensano che il Nord Italia sia il paradiso dei cani, ma non è così.

Per questo li chiamano spostacani in tono dispregiativo, per farli riconoscere da chi lavora nell’esclusivo interesse degli animali. Evitando di far entrare in canile tutti i cani che incontrano sul loro cammino, sapendo quali individui possono effettivamente avere un futuro in famiglia. Non può bastare il cuore se non lo si collega a un ragionamento, se non si stimolano riflessioni in chi dice di volere condividere la sua vita con un animale. Un’ultima nota riguarda i controlli: i punti di arrivo sono noti ma chi deve controllare non c’è quasi mai. Per paura, forse, di trovarsi con qualche decina di animali da dover sequestrare. Con mezzi non autorizzati e persone non iscritte ai registri dei trasportatori.