Lupi, cani lupo, ibridi e randagi, tutti frullati nel mixer della disinformazione

Foto di un lupo che guarda in camera ripresa da Angelina Iannarelli in Abruzzo

Lupi, cani lupo, ibridi e randagi, tutti frullati nel mixer della disinformazione. Perchè quando si parla di lupo la sua leggenda galoppa ben oltre la realtà. Un lupo si avvicina alle case e subito diventa "emergenza lupi", un lupo confidente arriva a mordere dei bimbi, come accaduto a Noicattaro. Ogni episodio diventa la conferma che i lupi sono troppi. Un altro lupo, catturato nei dintorni di Cremona, diventa il "lupo Gianni", una sorta di mascotte alimentata dalle persone. Ma, una volta catturato, "Gianni" si è rivelato quasi certamente un cane, con tanto di microchip. Senza dimenticare i tanti cani lupo cecoslovacco, i CLC, che, se lasciati vagare senza controllo, diventano sui social pericolosi predatori, senza che lo siano realmente.

La leggenda del lupo è diventata la sua condanna. Alimentata per interesse, gonfiata dalle notizie false e nutrita con la paura che alberga in molte persone sin dai tempi di Cappuccetto Rosso. La fama del lupo getta sull'inconsapevole protagonista della leggenda una luce sinistra. Eppure i casi conclamati di morsicatura, perché, per fortuna, non si è mai andati oltre a questo, sono pochissimi e nella quasi totalità dei casi sono situazioni che hanno avuto come protagonisti lupi confidenti. Restano troppi, invece, i casi in cui i cani abbiano provocato lesioni a un essere umano, cominciando dagli animali familiari per finire con i randagi.

Negli ultimi 16 anni, secondo una ricerca pubblicata sulla rivista Animals (Fatal Dog Attacks in Italy (2009–2025): The Urgent Need for a National Risk Registry) ci sono stati 56 attacchi mortali alle persone. Non si è trattato di lupi (se così fosse li avremmo probabilmente già sterminati), ma la responsabilità è dei cani, randagi oppure di animali familiari non custoditi correttamente. Eppure non mi sembra che si sia mai alzata una voce che richieda la messa al bando dei cani. Il motivo è semplice: la richiesta sarebbe tanto stupida quanto tremendamente impopolare. E la politica, lo sappiamo bene, è sempre molto attenta al consenso, quello che poi si traduce in voti.

Il focus sul pericolo andrebbe spostato dai lupi ai cani, randagi e non, che spesso sono il frutto avvelenato della nostra cultura

Il lupo è un predatore, un animale selvatico potenzialmente pericoloso in grado di causare lesioni in una persona. Nessuno lo nega e per questo è importante che stia dove deve stare: fuori dai centri abitati, lontano dall'uomo e dai suoi rifiuti. Servono norme e sanzioni severe nei confronti di chi alimenta gli animali selvatici, per profitto, calcolo o banale stupidità. Ma anche contro chi non controlla i suoi cani, andando a incrementare vagantismo e randagismo, ibridazione fra cani e lupi, ma anche pericoli per persone e animali. Spostiamo il focus, attribuendo le colpe a chi le ha davvero e il gioco potrebbe essere fatto! Smettendo di far credere all'opinione pubblica che la vita della gente sia in pericolo per colpa dei lupi. Considerando che la realtà, dati alla mano, dimostra che si rischia molto di più ad attraversare un bosco durante la stagione della caccia, che non frequentando luoghi dove si possano incontrare lupi o orsi.

Il randagismo è un problema alimentato dalla pessima gestione degli animali domestici. I cani randagi possono rappresentare un pericolo per l'incolumità delle persone e attestano il fallimento della gestione pubblica sul contenimento del problema. E non si dica che la responsabilità del numero dei cani vaganti sia vada ricercata nel fatto che abbiamo smesso di uccidere i randagi. Il cuore della questione sta nella mancata educazione al rispetto degli animali e della regole, endemica in una parte della nostra popolazione. Vi siete mai chiesti come mai, in caso di predazioni di animali al pascolo, si facciano i test del DNA per accertare che siano stati uccisi dai lupi? Perché potrebbero essere stati uccisi dai cani randagi, come spesso avviene, nessuno paga!

Gli allevatori lo sanno bene, ma non puntano il dito contro i randagi: hanno il lupo come capro espiatorio. Senza essere costretti a attaccare i politici proprio per la pessima gestione del randagismo. Così vengono continuamente invocati gli abbattimenti, si creano alleanze fra mondo agricolo e mondo venatorio e si punta il dito contro chi i lupi li difende. Ma chi difende i lupi, in realtà, difende l'ambiente e la necessità di coesistere, rifiutando scorciatoie insensate. Abbattere una parte dei lupi non ridurrà le predazioni sugli animali, mentre la prevenzione è l'unica via maestra, con recinti elettrificati, cani da guardiania e vigilanza dei pastori.

Servono sanzioni per chi rende confidenti i selvatici

Abbiamo addomesticato i lupi con il cibo, addestriamo gli animali con il condizionamento alimentare, usiamo premi e premietti per ottenere l'ubbidienza dei domestici ma poi neghiamo che il problema sia il cibo. Gli animali selvatici si avvicinano alle case non perché cerchino compagnia, ma solo perché i nostri paesi sono spesso come dei piccoli chioschi che regalano cibo a costo energetico basso. Gli animali sono opportunisti come gli uomini: cacciare causa maggior dispendio di energie e rischi rispetto a molte altre possibilità che noi gli serviamo su un piatto d'argento.

Chi vede gli abbattimenti come unica possibile soluzione propone un metodo che non funzionerà. Proprio come non servirà protestare per la cattura di un lupo divenuto confidente, perché questo non agevola la coesistenza. La natura ci insegna che è l'equilibrio la chiave del successo e noi umani abbiamo il dovere di cercare sempre quale sia la strada migliore da percorrere. Nel nostro interesse perché il pianeta si salverebbe molto più facilmente senza la nostra ingombrante presenza.

Randagismo e canili: si moltiplicano le norme ma resta invariato il risultato

Randagismo e canili: si moltiplicano le norme

Randagismo e canili: si moltiplicano le norme ma resta invariato il risultato. Cosa cambierà davvero con l'entrata in vigore del decreto ministeriale che ha l'ambizione di risolvere i mille problemi presenti nella galassia canili? Poco e nulla perché la nuova disposizione contiene, di fatto, una serie di previsioni che erano in massima parte già in vigore, seppur inattuate. Alimentando così l'idea che facendo crescere la burocrazia si possa migliorare il benessere degli animali imprigionati.

Quello che manca nel nostro paese non sono certo le norme: tante, troppe, spesso inutili, molte volte inapplicate ma anche inapplicabili. Nel nostro paese non avanza la cultura dei "testi unici", che contengono tutte le disposizioni che regolano un settore, un argomento. Senza rimandi ad altre norme, senza giravolte e circonvoluzioni con le norme abrogate, senza prevedere cose che non siano chiare e applicabili. Invece in questo momento storico si individuano sempre nuovi reati, che spuntano come i bucaneve a fine dell'inverno, facendo ricorso alla decretazione d'urgenza, come se si fosse in un clima di guerriglia permanente.

La realtà però è più cruda di quello che è contenuto nei decreti, nelle norme che vorrebbero tutelare e non tutelano. I cani prigionieri nelle strutture aumentano, rappresentando un costo elevato che non si vuole contrastare. Si continua a pensare come ottimizzare le prigioni canine, senza peraltro riuscirci, senza spendere né cervello né risorse nella prevenzione del randagismo. Perché non ha senso impiegare risorse per asciugare il pavimento se lo scarico del cesso non viene aggiustato e continua a perdere. Riflessione tanto elementare quanto inascoltata.

L’obiettivo dichiarato della riforma è quello di uniformare gli standard di gestione e rafforzare il benessere animale su tutto il territorio nazionale. Restano tuttavia aperte alcune criticità strutturali del sistema canili, a partire dalla disomogeneità regionale sui requisiti degli spazi minimi e dal rischio che le nuove prescrizioni si traducano prevalentemente in adempimenti formali.

Riflessione pubblicata da ANMVI sul suo sito

Il regolamento sulle strutture di ricovero animali promette meraviglie, ma in realtà poco cambierà sul benessere

Nel nuovo regolamento sono previste sanzioni per chi non rispetta le norme, prevedendo anche chiusure imposte dai Servizi Veterinari per un massimo di 45 giorni nei confronti di chi non rispetta la legge. Ma vi immaginate un canile con migliaia di cani, come quello di Torre Melissa in Calabria, solo per fare un esempio, che venga chiuso? Davvero si può credere che l'aver continuato a chiudere gli occhi su questo tipo di strutture possa essere un male risolvibile con un decreto? I randagi pagano gli errori umani, ma molti umani si arricchiscono sulle vittime della nostra stupidità!

Sarebbe tempo di chiudere il rubinetto a monte del randagismo, prima che diventi un problema, prima che richieda da più di un secolo soluzioni che non si vogliono prendere. Avere un animale non deve essere considerato un diritto, senza limitazioni né regole, deve essere una scelta responsabile e tracciabile, ma sul serio. Se il randagismo è davvero un'emergenza si adottino provvedimenti straordinari: divieto di vendita animali nei negozi, fine dell'orrendo mercato sulla rete, divieto di far riprodurre gli animali se non si è allevatori. Così, tanto per cominciare.

Ma cosa ostacola una gestione di buon senso della questione? La difesa delle libertà individuali, la paura che le persone smettano di adottare cani dai canili? Direi che è molto più probabile che l'ostacolo sia il mercato, quell'indotto che sul possesso di animali ha creato fatturati milionari, che non si vuole disturbare inserendo limitazioni. Eppure riconosciamo che gli animali familiari sono esseri senzienti, e non solo loro, ma poi ci dimentichiamo di garantirgli una tutela reale. Come cantava l'indimenticabile Mina "Parole, parole, parole, parole. Parole, soltanto parole..."

Cani, canili e randagismo: la sofferenza di molti genera ricchezza per pochi

Cani, canili e randagismo

Cani, canili e randagismo: la sofferenza di molti genera ricchezza per pochi, grazie a meccanismi ben oliati che garantiscono un fiume di soldi sicuri, con pochi controlli. Fra truffatori, truffati, persone per bene e associazioni in mezzo ci sono sempre loro: i cani, involontari protagonisti di una storia purtroppo infinita. Animali che dovrebbero essere tutelati da una legge decisamente datata, la 281 del 1991, ma che in troppi casi finiscono inghiottiti da un gorgo dove si mescolano illeciti guadagni e inaccettabili maltrattamenti.

Nella puntata "Bastardi senza gloria" Sabrina Giannini, con il consueto e battagliero piglio, racconta nella sua trasmissione storie di maltrattamenti e segregazione. Racconti che colpiscono ma che non sono, purtroppo, nuovi episodi rilevati in contesti eccezionali, ma storie ortdinarie che i cani subiscono. E più si scende lungo lo stivale e più la situazione peggiora, si complica, lascia spazio a comportamenti che non è esagerato definire criminali. Grazie anche a pochi controlli, spesso realizzati secondo il metodo "così fan tutti!". Situazioni incancrenite da decenni di tolleranza, agevolate spesso dalla mancanza di visione e di alternative.

Ancor'oggi in molti sono convinti che il randagismo si possa combattere solo con i canili. Usando un paradosso è come se si pensasse di risolvere il problema della procreazione consapevole aumentando il numero degli orfanotrofi. I canili sono il punto di caduta, la certificazione del fallimento di una prevenzione scarsa che porta a saturare le strutture di animali indesiderati, non voluti. Un mix fra capricci di irresponsabili e cattiva gestione di cani dei quali avremmo dovuto occuparci, prima di farli finire dentro una gabbia.

Cani, canili e randagismo: strutture con migliaia di cani diventano miniere d'oro per chi gestisce la sofferenza

I cani rinchiusi nei canili sono come i detenuti nelle prigioni: esseri viventi con diritti attenuati, spesso del tutto inesistenti. La differenza sta nell'assenza di colpa dei detenuti, che per i cani è sempre una certezza, e per il fatto che per molti di loro l'uscita dal canile sarà solo dentro ai sacchi neri, con destinazione inceneritore. Moltissimi canili sono strutture private che guadagnano per ogni giorno di permanenza degli ospiti e, al pari degli alberghi, pochi sono i gestori contenti quando gli ospiti terminano il soggiorno. Così spesso i volontari delle associazioni vengono visti come il fumo negli occhi, specie se agevolano le adozioni, diminuendo il guadagno dei gestori.

Nella puntata "Bastardi senza gloria" Sabrina Giannini ci fa fare un viaggio, breve ma intenso, in canili lager e in strutture gestite con attenzione. Presentandoci veterinari che assistono e curano e altri che delinquono, tanto da trovarsi imputati per maltrattamento di animali e altri reati. Mentre la politica non cerca di moralizzare e normalizzare un settore gestito scandalosamente ma punta il dito sulle associazioni che disturbano il manovratore. E' accaduto in Abruzzo dove un consigliere regionale ha proposto di vietare l'ingresso di associazioni e volontari nei canili.

Ma il fenomeno che riempie i canili è complesso, non riguarda solo il randagismo ma anche il mondo degli acquisti d'impulso, di chi compra i cani con la stessa leggerezza con cui ordinerebbe un caffè al bar. Spesso questi cani, molossoidi e altre razze di difficile gestione, come i pastori belga Malinois che stanno entrando prepotentemente in classifica, una volta entrati nelle strutture non usciranno più. Detenuti a vita, anche in strutture pessime dove è già difficile parlare di sopravvivenza, senza possibilità di avere un fine pena. Vite che si consumano dietro le sbarre per scelte irresponsabili di qualche sapiens.

I servizi veterinari pubblici sono, ancora una volta, nell'occhio del ciclone

Accusare un intero comparto sarebbe sbagliato, perché nella sanità pubblica ci sono moltissimi validi professionisti, ma che qualcosa non funzioni nei servizi veterinari regionali è indubbio. Sono troppe le notizie che riguardano accertamenti non compiuti, verifiche non fatte o fatte male, vertici della sanità veterinaria regionale nominati per appartenenza politica e non per competenza. Il benessere degli animali, dai canili agli allevamenti, passa dal rispetto delle poche normative che li tutelano e dalla serietà dei controlli. E i canili tenuti in certe condizioni sono testimonianze di tutto quello che non viene rilevato durante le ispezioni.

Ma se i servizi veterinari sono spesso carenti lo stesso bisogna dire di molti comandi di Polizia Locale che, pur avendo convenzioni per la custodia dei randagi, non controllano o lo fanno in modo superficiale. Le polizie locali sono un importante presidio, indicato dalla normativa, per la tutela degli animali contro i maltrattamenti e il loro lavoro è fondamentale. A patto che riescano a staccare le loro attività di controllo tagliando il cordone ombelicale che, immotivatamente, li lega ai servizi veterinari regionali. Maggiore autonomia, compreso il ricorso anche all'impiego di veterinari liberi professionisti, si traduce in maggiori tutele per tutti.

Can che abbaia, se ha il pedigree, non morde!

Can che abbaia, se ha il pedigree, non morde!

Can che abbaia, se ha il pedigree, non morde! Pur non avendo alcuna evidenza scientifica questo sembra essere il pensiero del Consiglio della Regione Lombardia, che ha recentemente approvato un progetto di legge dal titolo "Norme specifiche per alcune tipologie di cani a tutela del loro benessere e della pubblica incolumità". Il progetto è stato inviato al parlamento perchè lo adotti, secondo quanto previsto dall'articolo 12 della nostra Costituzione. Oggetto della proposta sono i requisiti che, in futuro, dovrebbe avere chi possiede "molossoidi e cani da presa" che non provengano da allevamenti riconosciuti da ENCI.

Solo per questi meticci, ma chiamiamoli pure bastardi che così aumenta l'idea di pericolosità, il proprietario dovrà sottoporsi a un corso di formazione e a una serie di altri obblighi. Per chi invece possiede cani riconducibili alle stesse tipologie e caratteristiche, ma sia in grado di esibire un pedigree, tutto filerà liscio come l'olio, senza prescrizioni. Salvo che il cane, seppur blasonato, abbia dimostrato di avere comportamenti incredibilmente aggressivi e sia stato oggetto, quindi, di un provvedimento del servizio veterinario pubblico. Concludendo poi che, in caso il proprietario si rifiuti di seguire il corso, i cani dovranno essere sottoposti a sequestro e confiscati.

  1. Nei casi più gravi di incapacità nella gestione del cane, il comune competente, su richiesta
    dell’azienda sanitaria territorialmente competente, adotta un provvedimento di sequestro del cane
    con affido definitivo a strutture dotate di personale e mezzi idonei al relativo recupero psico-fisico.

Non è difficile intuire la portata di un provvedimento di questo tipo che, oltre ad essere discriminatorio e privo di basi scientifiche, rischierebbe di creare un ulteriore intasamento dei canili della penisola.

Al "Can che abbaia se ha il pedigree non morde" non credono nemmeno i veterinari che si sono infuriati

"Nel Comunicato Stampa diramato sull'argomento FNOVI, nel sottolineare che l'assenza di un approccio multidisciplinare ha portato alla stesura di un progetto di legge privo di solide basi scientifiche e potenzialmente inefficace nel raggiungere i suoi obiettivi, ha quindi evidenziato le principali criticità rinvenute e che includono (...):

Il problema non sono (solo) le razze con una grande potenzialità di offesa. La questione sta nel fatto che possedere un animale non deve essere un diritto insindacabile

Un percorso ragionevole su questo argomento deve prevedere una sorta di abilitazione alla detenzione di animali. Un percorso che preveda categorie e punteggio, proprio come la patente di guida. A seconda del grado raggiunto potrà essere possibile detenere determinate razze di cani, ma anche altri animali. Si potrebbe iniziare con il dire che tutte le persone che all'entrata in vigore di un ipotetico provvedimento non possiedano cani (e altri animali) già registrati in anagrafe, debbanno preventivamente acquisire il patentino prima di procedere all'acquisto o all'adozione.

Qualsiasi percorso legislativo deve partire da una serie di considerazioni basate sulla realtà di quello che è un mercato economico in cui molti sguazzano felici. Vendendo cuccioli di simil razza provenienti quasi tutti dall'Est, frutto di riproduzioni incontrollate e di grandi maltrattamenti delle fattrici. Un mercato che non si vuole davvero contrastare, perché, se così fosse stato, avremmo da tempo vietato la vendita di questi finti cani di razza. Cani che assomigliano che, grazie al basso costo, hanno invaso il mercato, con l'aiuto di molti allevatori e di negozianti compiacenti. Una realtà dimostrata diverse inchieste giudiziarie che hanno rivelato la contiguità, quando non la sovrapposizione, fra allevatori iscritti all'ENCI e i trafficanti.

Il mondo dei pets non soltanto è molto variegato, ma è una realtà economica che vale, solo per l'alimentazioni di cani e gatti, ben più di 3 miliardi di euro (fonte Assalco). Un mercato che nessuno ha voluto sino ad ora disturbare con normative concrete, che per fortuna a breve ci saranno imposte dall'Unione Europea. Quindi ben venga tutelare cittadini e animali ma con provvedimenti efficaci, responsabili, che non siano solo fumo negli occhi da gettare sugli elettori. Proponendo normative inapplicabili, a tratti assurde, prive di efficacia e potenzialmente causa di danno per cittadini e animali.

Il canile non è il “luogo sicuro” per tutti i cani, rassicura ma non sempre risolve

Il canile non è il "posto sicuro"

Naturalmente le domande da porsi sono completamente diverse per un animale selvatico o per un cane o un gatto. Spesso purtroppo il risultato finale di un soccorso avventato può essere, per tutti gli animali, identico: la perdità permanente della possibilità di condurre una vita di qualità. Per un cucciolo di capriolo preso da un salvatore troppo zelante, che non sapeva che essere da soli per un periodo di tempo limitato per questi ungulati è normale, si possono aprire le porte della cattività permanente. Ma lo stesso destino, se non peggiore, lo hanno anche i cani rinchiusi a vita nei canili.

Se davvero vogliamo aiutare gli animali dobbiamo cercare di avere le informazioni giuste, meglio se cercate prima che l'evento accada. E se proprio non avete alcuna informazione la prima azione che deve fare la vostra mano è una telefonata. Per chiedere a un'associazione, a un centro di recupero cosa sia meglio fare, nell'interesse non della vostra emotività, che potrebbe non gradire la risposta, ma dell'animale.

Volete avere la responsabilità di avere soccorso un cucciolo per farne un ergastolano?

Un cucciolo raccolto senza criterio e portato al canile competente o al comando della Polizia Locale potrebbe entrare in un girone dantesco, senza vedere mai nulla di diverso dal box in cui verrà rinchiuso. In parte perché sono più i randagi nei canili che gli adottanti che stanno fuori dai canili, che magari preferiscono comprare il cane sul web, del modello e del colore che desiderano, come si trattasse di un auto. Ma anche perché i cuccioli sono come i bambini umani, hanno bisogno di essere socializzati, di acquisire competenze e questo spesso nei canili è un diritto negato.

In più molti canili sono strutture private, dove ogni ospite vale una retta giornaliera, diventa una fonte di reddito garantito per tutta la sua vita. Un po' come potrebbe avvenire in un albergo, ma spesso non stiamo parlando di hotel a quattro stelle, ma di stamberghe in cui è davvero durissimo trascorrere una vita. Da queste strutture, che sono più di quelle che le persone possono immaginare, i cani escono quasi sempre solo nei sacchi neri, per fare l'ultimo viaggio verso l'inceneritore.

Per questo prima di raccogliere dalla strada un animale fatevi sempre una domanda: è la miglior azione che posso fare? Sto davvero aiutando questo cane o questo gatto? Questo merlo che è a terra nel giardino di mia nonna lo devo prendere? Se non avete sufficienti conoscenze per darvi una risposta alzate il telefono: chiamate un'associazione presente sul territorio, cercate in rete e cercate di capire. Se si tratta di un animale selvatico chiedete a un CRAS, i centri di recupero che si occupano specificamente di fauna (l'elenco lo potete trovare su www.elencocras.it ).

Non fatevi condizionare dai social e dalle mille staffette che portano cani da Sud a Nord

Occorre imparare e capire che sui social si trova di tutto, dalle informazioni di qualità alle fesserie più assolute, a tentativi di colpire l'emotività per far soldi. Una persona che voglia fare veramente una buona azione deve saper scegliere: non esistono soluzioni miracolose e molti dei cani che arrivano al Nord, dove il randagismo è quasi del tutto scomparso, finiscono per restare prigionieri a vita. Detenuti per sempre perchè sono poco socializzati, molte volte addirittura fobici e, spesso, l'adozione trovata tramite social non è quella giusta. Adottanti che pensano basti il cuore e che un cane valga l'altro, ma non è così. Ogni animale è un individuo, con le sue caratteristiche ma, soprattutto, con le sue problematiche. E quando il binomio non si crea il cane finisce in canile.

La realtà è una soltanto: mentre per i selvatici il traguardo è la liberazione, grazie al benerito lavoro dei CRAS, per molti animali raccolti dalla strada il traguardo non si materializza in un'adozione. Ci sono cani che possono stare meglio liberi sul territorio, perché se la strada è un pericolo può essere anche un luogo di vita, migliore del canile per molti cani che sono abituati a vivere liberi. Perché spesso cani liberi sono nati. La cosa importante è avere sempre voglia di farsi delle domande, di interrogarsi sulle soluzioni migliori per gli animali, che non sempre coincidono con i nostri desideri. Ma se la custodia in una struttura è rassicurante per noi, potrebbe diventare un inferno senza fine per l'oggetto delle nostre attenzioni. Pensiamoci sempre prima di agire!

La sofferenza dei cani ergastolani, privati dei loro diritti fondamentali

La sofferenza dei cani ergastolani

La sofferenza dei cani ergastolani, privati dei loro diritti fondamentali e condannati a condurre una misera esistenza. Se non ci credete vi invito a vedere due puntate dell'inchiesta della trasmissione Farwest, condotta da Salvo Sottile, che proprio dei canili si è occupata. Canili dove gli ospiti hanno pochissime possibilità di trovare adozione, rinchiusi in strutture che fanno di tutto per non far uscire gli ospiti.

L'Italia è costellata di pochi canili pubblici e di moltissime strutture private, che concorrono agli appalti per la custodia dei randagi. Un business milionario sul quale frequentemente ha messo le mani anche la criminalità organizzata, gestendo realtà fatiscenti dalle quali i cani non usciranno mai. Strutture che hanno ricevuto un'autorizzazione sanitaria per esercitare questa attività grazie a omissioni e collusioni di quanti avrebbero il dovere di esercitare il controllo. Primi fra tutti i Comuni, che pagano ogni anno migliaia o centinaia di migliaia di euro, a seconda delle loro dimensioni e della diffusione del randagismo sul territorio.

Per molti randagismo significa sofferenza mentre per altri è solo un'inesauribile fonte di profitto

Al nord del paese il randagismo è quasi scomparso, dopo decenni di controllo sul territorio, ma non bisogna fare l'errore di credere che al Nord Italia i canili siano vuoti. Cattiva gestione degli animali da compagnia e delle adozioni, spesso fatte seguendo malamente le proprie emozioni, continuano a riempire i canili, con uno stock di cani aggressivi, non socializzati che non sono la prima scelta degli adottanti. Cani costretti a vivere in box singoli, dove giorno dopo giorno trascorreranno la loro intera esistenza. Qualcuno sarà più fortunato, nelle strutture ben gestite, altri saranno solo numeri che corrispondono a una diaria giornaliera.

Ma il core business del randagismo è al sud, dove esistono ancora strutture che non rispettano neanche uno dei requisiti su dimensioni dei box e numero di animali ospitati. Se la legge fissa un tetto massimo di cani per ogni canile il problema non si pone: si tira una rete che divide in due la struttura e il gioco è fatto, grazie a normative che agevolano questi comportamenti truffaldini. Secondo i dati del Ministero della Salute cinque regioni (Puglia, Sardegna, Sicilia, Calabria e Campania) detengono nei canili più dell'80% dei cani senza casa italiani.

Per fortuna spesso, fra omissioni e collusioni, si frappongono i Carabinieri del Comando Tutela Salute, i NAS. I militari hanno recentemente presentato i dati delle loro attività di verifica dei canili nazionali, che li ha visti attivi in controlli a tappeto eseguiti fra maggio e settembre 2024. Controlli che hanno portato a fotografare una situazione gravissima che avrebbe potuto essere evitata se tutti gli operatori coinvolti in questo settore avessero fatto il loro dovere

Quando sono le strutture a comportare il maltrattamento dei cani ospitati ci si chiede come siano state autorizzate

Guardando le inchieste televisive e le attività di controllo poste in essere dai Carabinieri appare chiaro che il settore che gestisce l'ospitalità dei cani sia pesantemente infiltrato da componenti criminali. Persone senza scupoli che lucrano sui cani ospitati, senza preoccuparsi di garantir loro le condizioni di benessere minime che normativa e giurisprudenza impongono di fornire. Condizioni che dovrebbero essere verificate da controlli puntuali delle Polizie Locali, che rappresentano il braccio operativo dei Comuni che ogni mese pagano cifre rilevanti per la custodia dei cani. Alcune volte anche per animali che esistono solo sulla carta, perché non più presenti nelle strutture.

La questione relativa alla gestione dei canili privati che sono convenzionati con le amministrazioni pubbliche è annosa e non pare si trovi il modo per risolverla. Anno dopo anno i controlli evidenziano carenze e problematiche nella gestione di queste strutture che dovrebbero garantire condizioni minime di benessere agli ospiti e condizioni che agevolino il loro affidamento. Ma quello che emerge dai controlli è altra cosa, leggendo i dati diffusi dal Comando Carabinieri Tutela Salute relativi ai controlli effettuati nel 2024.

In questo quadro a tinte fosche ci sono canili che si occupano davvero di tutelare gli animali

Sarebbe ingiusto non dare conto del fatto che in tante strutture, per lo più gestite da associazioni sul territorio, le cose vadano decisamente meglio per i cani ospitati. Attenzione e cura rendono migliore la vita degli ospiti e questo, unito a scelte oculate nel fare le adozioni, non solo migliora le condizioni generali ma, soprattutto, garantisce un futuro ai cani, che potranno essere inseriti in un contesto familiare.

Resta sempre da risolvere la questione dei cani trasferiti dal Sud al Nord senza controllo né criterio, dati in adozione attraverso i social senza poter davvero tutelare il loro futuro. Le cosiddette adozioni del cuore sono quelle che hanno contribuito a riempire i canili di individui che non saranno mai adottati, costretti a vivere come ergastolani a causa di scelte e percorsi completamente sbagliati. Amplificati dalla tendenza di ritenere il canile un posto più sicuro della strada. Una valutazione che, per esempio, nel caso dei cani di quartiere nei piccoli centri potrebbe avere sbocchi diversi, lasciando e seguendo gli animali sul territorio.

La gestione di cani, canili e randagismo, ancora una volta, si dimostra essere una questione complessa e piena di sfaccettature, che nascondono spesso interessi criminali, omissioni nelle verifiche ma anche l'emotività fuori controllo di certi amanti degli animali, che ancora pensano che mandare i cani al nord dello stivale possa risolvere ogni problema.