Possiamo cambiare il mondo

Possiamo cambiare il mondo? La risposta è si, se lo vogliamo e se ci impegniamo per farlo. Con una logica di cooperazione nell’interesse comune, influenzando il marketing attraverso consumi consapevoli. Dobbiamo essere convinti che ogni uomo ha il potere di essere artefice del cambiamento, sia in meglio che in peggio, a seconda del suo agire.

La peggior cosa che si possa fare ora è quella di stare fermi, pensando che tanto tutto passi sopra le teste dei comuni cittadini. Che sono costretti a subire senza poter influenzare il cambiamento. Questa visione è sbagliata e rappresenta la principale scusa per non agire, informarsi, partecipare. Ma non è affatto così: l’individuo ha un potere relativo, ma le sue scelte aggregate alle scelte di altri hanno un potere molto grande. I cittadini uniti sono la più grande lobby planetaria.

Prendiamo Greta Thunberg ad esempio: sarebbe sciocco pensare che grazie soltanto a lei il mondo possa cambiare. Greta è stata un catalizzatore e così come un fiammifero può creare un incendio, alcune persone riescono ad aggregarne centinaia di migliaia di altre. Creando modelli di comportamento virtuoso che vengono diffusi, dei quali si parla, che costringono a pensare. Che fanno venire voglia di esserci e partecipare.

Le foreste bruciano e l’opinione pubblica si mobilita

In questi mesi sono bruciate enormi porzioni di foresta, non solo in Amazzonia ma anche in Siberia e in centro Africa. Una perdita di patrimonio enorme, un segnale d’allarme che ha attivato il mondo e ha fatto indignare le persone. Stufe di dover vedere che la questione ambientale non sia tenuta in considerazione come primaria.

Grazie a quanto successo, alle pressioni dei paesi ma anche all’attenzione delle comunità e dei media, oggi i paesi che hanno in comune il patrimonio forestale del Rio delle Amazzoni si sono seduti allo stesso tavolo. Una cosa non da poco che significa condividere informazioni, tecnologie ma anche risorse. Un embrione dal quale si può sviluppare il concetto di “bene comune da tutelare”.

Questo sarebbe un passo avanti importantissimo per la tutela della foresta pluviale. Certo non significa che il presidente del Brasile Jair Bolsonaro sia diventato un ambientalista. Né che abbia deciso di cambiare le sue politiche dall’oggi al domani. Questo non è un punto d’arrivo, ma solo un punto di partenza.

Sette Paesi hanno firmato a Leticia, nella selva amazzonica della Colombia, un accordo per stabilire meccanismi di vigilanza e reciproco appoggio per scongiurare future tragedie ambientali in Amazzonia.
I presidenti di Colombia (Ivan Duque), Perù (Martin Vizcarra), Ecuador (Lenin Moreno), Bolivia (Evo Morales) e Brasile (Jair Bolsonaro), accompagnati dai rappresentanti di Guyana e Suriname, hanno approvato un documento denominato ‘Patto di Leticia per l’Amazzonia’.

Leggete l’articolo sul sito ANSA.it

Un punto di partenza che unito ad altri può dare un risultato, grande, così come lo possono dare le scelte dei consumatori. Non sparirà da un giorno all’altro l’acqua minerale dai supermercati, ma stanno ritornando le bottiglie di vetro, anche in bar e ristoranti. E la grande distribuzione sta modificando molti imballaggi, sostituendo la plastica con il cartone alimentare e con plastica derivante da scarti vegetali.

La filiera corta è possibile per molti prodotti

La GDO avrebbe potuto farlo prima? Certamente si, ma probabilmente il profitto è sempre stato più forte della preoccupazione ambientale. Nel momento però in cui i consumatori decidono di scegliere e diventano massa critica il cambiamento è inevitabile. Se da domani tutti facessimo attenzione sulla provenienza degli alimenti si potrebbe creare un’ulteriore pressione.

Comprare i limoni argentini o i kiwi della Nuova Zelanda non ha senso in un paese che produce entrambi i frutti. Si tratta di scegliere e di far risparmiare tonnellate di emissioni di CO2. Semplicemente agendo come consumatori con scelte responsabili. A filiera corta per l’ambiente e con pochi costi per il consumatore attento.

Noi possiamo cambiare il mondo, senza per questo illuderci di poterlo fare con uno schiocco di dita: lo possiamo fare se scegliamo, smettendo di subire. Difendere il capitale naturale del mondo dipende da tante piccole scelte individuali.

Non smettiamo di credere che le nostre azioni possano contribuire a cambiare il mondo.

Il mondo adotti l’Amazzonia

Il mondo adotti l’Amazzonia, un patrimonio planetario troppo importante per poterlo lasciare andare in fiamme, distrutto dai cambiamenti climatici e dagli interessi economici. Un ecosistema fondamentale che il presidente del Brasile Jair Bolsonaro non ha difeso adeguatamente.

Dobbiamo vedere l’Amazzonia come un bene collettivo, un patrimonio imperdibile che si deve ritenere appartenga a tutta l’umanità, come molti altri ecosistemi. Tutti meritevoli di essere difesi per la loro importanza ambientale, luoghi dove è custodita una gran parte della biodiversità del nostro pianeta.

Bisognerebbe iniziare a considerare la Terra come un super condominio, con le sue grandi differenze e con le parti comuni che devono essere tutelate da ogni abitante. Con costi che devono però essere spalmati sulla collettività umana senza lasciarli solo sulle spalle di chi possiede i capitali naturali.

Jair Bolsonaro si sta comportando come un predone

Il presidente del Brasile è forse la persona meno attenta alla tutela ambientale, più dello stesso presidente degli Stati Uniti. Trump ha dimostrato di essere interessato più all’economia che all’ambiente, ma certo Jair Bolsonaro non è da meno.

Un’ondata di incendi sta devastando l’Amazzonia, più di quanto non abbia fatto negli ultimi decenni la deforestazione selvaggia, il latifondo, l’allevamento di amali da carne e la ricerca mineraria. Mettendo in pericolo la vita dei popoli nativi, degli animali che l’abitano ma anche di tutti noi.

Le foreste producono ossigeno e sequestrano anidride carbonica, svolgendo un’azione fondamentale per il benessere del pianeta, per contrastare il cambiamento climatico. Ma quando la foresta brucia il ciclo si inverte: il fuoco brucia ossigeno e restituisce anidride carbonica: un disastro di proporzioni planetarie.

Difendere gli ecosistemi è un problema da affrontare a livello planetario

In occidente abbiamo l’idea che difendere gli elefanti, preservare i rinoceronti e tutelare l’ambiente sia un dovere degli stati che possiedono questi patrimoni. Io credo che invece non sia così: conservare e difendere ha un costo e questo deve essere affrontato a livello collettivo perché gli interessi della conservazione sono a livello del’intera società umana.

Dobbiamo smettere di voler insegnare come dovrebbero attuare le politiche ambientali gli stati in via di sviluppo, considerando anche il nostro passato. Abbiamo distrutto, inquinato, deforestato in nome del profitto e ora vorremo dare lezioni di buona gestone ai paesi più poveri.

Dobbiamo cambiare la visione politica, guardando il lungo periodo e destinando risorse, in quantità proporzionali alla ricchezza degli Stati. E forse anche in rapporto ai danni ambientali che compiono e hanno compiuto nel recente passato.

Prendersela con Bolsonaro è gusto ma è necessario che Il mondo adotti l’Amazzonia e che lo faccia subito. Facendo diventare questo un metodo da applicare per tutti gli ecosistemi fondamentali, come l’Artide. Non abbiamo più tempo per aspettare, l’urgenza non ci consente più di restare seduti, seguendo le ricette dell’economia senza mettere l’ambiente al primo posto.

Un organismo sovranazionale come l’ONU dovrebbe occuparsi, senza che ci siano paesi che possano avere diritto di veto, della gestione dei grandi patrimoni trasnazionali. Che va ricordato non sono limitati all’Amazzonia o all’Artico: in questo momento bruciano foreste in entrambi gli emisferi, i cambiamenti climatici sono planetari e la distruzione ambientale non conosce confini.

Non dobbiamo solo preoccuparci di ridurre le emissioni, di limitare i consumi: abbiamo necessità di difendere, con le unghie e con i denti, tutti gli ecosistemi che producono effetti positivi sul clima, contengono e tutelano la biodiversità, sono utili al pianeta.