CONAD non ferma le ruspe e distrugge Bosco Ospizio a Reggio Emilia

CONAD non ferma le ruspe e distrugge Bosco Ospizio a Reggio Emilia

CONAD non ferma le ruspe e distrugge Bosco Ospizio a Reggio Emilia, in un periodo in cui molti animali possono avere ancora i piccoli, dopo un'estate rovente come questa. In un momento in cui ovunque si parla di rigenerazione urbana e di un nuovo modo di intendere le città CONAD si comporta come Attila, con il silenzio, complice, del Comune di Reggio Emilia. Quello che deve essere chiaro è che questa non è una questione di poco conto, sollevata da ambientalisti isterici, ma una contraddizione talmente evidente da andare oltre a ogni buonsenso. Specie dopo un'estate torrida come questa dove le "persone oltre le cose" boccheggiavano guardando con noia infinita i continui spot di CONAD.

Il tentativo di far passare questa questione come il solito capriccio degli ambientalisti, che vogliono sempre fermare il progresso, è una stupidaggine cosmica. L'importanza del verde per la mitigazione delle ondate di calore è cosa nota, mentre pare essere stata completamente ignorata dal Comune di Reggio Emilia. Il dovere di un'amministrazione, prima di compiere scempi come questo aumentando, inutilmente, il consumo di suolo, dovrebbe essere quello di tutelare i cittadini. Anche se questi scempi, come vedremo, sono fatti grazie a un trucco da illusionisti.

Ogni città possiede spazi in disuso da recuperare e, per questo, non può essere giustificato preferire la distruzione di un polmone verde piuttosto che procedere al recupero. Poco importa, in teria, se Bosco Ospizio fosse davvero classificabile come un bosco urbano, quello che è certo è che non si doveva concedere una licenza di costruzione. Una decisione presa sulla pelle di cittadini, animali e ambiente, che ha comportato un danno alla comunità.

Se è CONAD che abbatte gli alberi è il Comune di Reggio Emilia che glielo consente!

Le proteste puntano, giustamente, il dito contro CONAD, che al di là di ogni retorica pubblicitaria, è un'impresa che opera per produrre utili, non per tutelare ambiente e cittadini. Il comportamento di CONAD è forse moralmente deprecabile perchè contraddice nei fatti quello che afferma sul suo sito solo in teoria:

L’impegno di Conad per la sostenibilità

Per Conad, sostenibilità significa contribuire a creare valore nel tempo per persone, territori e filiera, attraverso un approccio orientato alla responsabilità economica, ambientale e sociale.

Ma i veri responsabili dello scempio di Bosco Ospizio sono i politici e i tecnici che hanno consentito che questo avvenisse, senza nemmeno porre cautele sulle tempistiche di esecuzione. Bosco Ospizio è nato e si è sviluppato nel tempo su un'area che, in passato, era già stata edificata: un tipico caso di natura che riconquista i suoi spazi quando l'uomo arretra. Un fatto che ha determinato che il Comune di Reggio Emilia, in modo tecnicamente corretto ma politicamente inaccettabile, considerasse l'area come già edificata in precedenza. Il bosco era un ingombro e non un valore, nato sulle ceneri della precedente urbanizzazione.

La burocrazia uccide il buon senso, come la cattiva politica che nega i diritti dei cittadini

Questa operazione potrebbe diventare un caso da manuale: si demolisce un'area costruita, la si lascia abbandonata per più di un decennio, tanto che ci cresce un bosco. Ma questo bosco, nei fatti, è un caso di rigenerazione naturale e quindi? Quindi non conta nulla, come se non esistesse, perché non è stato sempre un bosco. In questo modo il Comune autorizza la costruzione del supercato CONAD inserendo come valore relativo al consumo di suolo un bello ZERO! Un po' come se BOSCO OSPIZIO fosse stato costruito per un set cinematografico.

Concludendo ieri si è iniziata l'opera di devastazione di un bosco che non esiste sulla carta, perché per la burocrazia la realtà ha meno valore dei documenti catastali e dei piani urbanistici. Tecnicamente quel bosco non esisste, è un insediamento abusivo che è stato fatto dalla natura per riprendersi ciò che era suo. Ma la natura non può resistere in giudizio, non può far valere il diritto naturale contro la follìa umana e la cattiva amministrazione. La natura perde sempre nella lotta contro i sapiens. E noi? Perdiamo con lei, nella nostra immensa e inescusabile stupidità!

Carlo Monguzzi, combattente coerente sempre controcorrente

Carlo Monguzzi, combattente coerente sempre controcorrente

Carlo Monguzzi è stato, sino alla sua scomparsa, un combattente coerente e controcorrente per la tutela dell'ambiente e per i diritti degli animali. Con il suo impegno politico, prima in Regione Lombardia e poi nel consiglio comunale di Milano, ha dimostrato che è possibile fare politica senza dover scendere a compromessi, con ferma e polemica gentilezza e pungente ironia. Potevi non essere d'accordo con Carlo ma non potevi non averne stima, perché il "compagno Monguzzi" era un faro che emetteva coerenza e coraggio.

Una coerenza che gli è stata riconosciuta in modo unanime dai compagni di partito e dagli avversari che, seppur con qualche lacrima di coccodrillo, gli hanno tributato -dopo la sua scomparsa- il giusto riconoscimento per la sua passione. Carlo si è sempre occupato della tutela dei diritti a tutto tondo, dalla Palestina agli animali. Sino alla battaglia per cercare di salvare il bellissimo glicine di Piazza Baiamonti. Un impegno costante, concreto che lo portava spesso a scontrarsi anche all'interno della coalizione che governa Milano. Sua la battaglia contro l'abbattimento dello stadio di San Siro.

Non amo scrivere di politici ma Carlo un'eccezione la merita: non ho mai conosciuto un politico così appassionato, non per aver consenso ma per intima convinzione. Uno dei pochi Don Chisciotte moderni che non combatteva contro i mulini a vento ma contro ogni forma di ingiustiza. Questo sarà il suo lascito più importante: il valore della coerenza, coniugata con la passione, la gentilezza e l'ironia. Caratteristiche difficili da trovare in una sola persona, che per questo lo hanno reso un fuoriclasse della politica. E se ci fosse il paradiso sono sicuro che Carlo starebbe già discutendo con San Pietro, dandogli consigli sulle modalità di tenuta del giadino dell'Eden! RIP

Distruggere il mondo per salvare l’economia americana

Distruggere il mondo per salvare l'economia

Distruggere il mondo per salvare l'economia è l'ultima strampalata teoria del più incredibile e egocentrico presidente degli Stati Uniti. Secondo il quale i cambiamenti climatici sono una teoria basata su una truffa creata dagli ambientalisti per distruggere ll'economia americana. Poco importa al biondo presidente del parere della comunità scientifica perchè lui e solo lui detiene il sapere e la conoscenza. Pertanto, picconata dopo picconata, sta distruggendo tutto quanto possa causare un rallentamento dell'economia, in picchiata, degli States.

L'ultima picconata è stata, dopo l'uscita dagli accordi di Parigi sul clima, la decisione di revocare una determinazione scientifica che individuava nei cambiamenti climatici un pericolo per la salute pubblica. Trump è riuscito in pochi mesi a incrinare l'ordine mondiale, dando corpo a teorie negazioniste prive di ogni fondamento scientifico e modificando le normative di protezione ambientale. La logica politica del biondo presidente sembra essere oramai incomprensibile anche per il suo partito. Ma grazie ai poteri che la costituzione gli attribuisce questa considerazione sembra poter essere ignorata e ignorabile.

Dimenticando volutamente che la più grande differenza fra rigenerazione e distruzione sono le tempistiche che connotano i due fenomeni. Cambiare le politiche di tutela ambientale volute da Obama comporterà una serie di danni che si concretizzeranno in un brevissimo periodo. Un tempo infinitamente più corto di quello necessario per ottenere qualche vantaggio dalle decisioni cancellate mirate alla riduzione delle emissioni climalteranti.

Gli statisti pensano alle future generazioni, i politicanti alle prossime elezioni (cit.)

Pensare che si possa difendere il sistema economico attuale, peraltro profondamente sbagliato, ignorando le questioni ambientali è una scelta dalle conseguenze difficilmente quantificabili. I ritardi nella transizione energetica, i costi delle catastrofi climatiche che sono sempre maggiori, sia per violenza che per frequenza, comporteranno una crescita esponenziale del divario fra costi e ricavi, originando grandi disuguaglianze. Un mondo nel quale i conflitti per le risorse, a cominciare da quelle idriche, stanno originandosi in modo sempre più netto e veloce.

Senza poter dimenticare le operazioni attraverso le quali si sta cercando di far apparire come ecologiche attività che di realmente ecologico hanno ben poco, spaziando dagli allevamenti ai biocarburanti. Nel frattempo la temperatura del pianeta cresce in modo costante, come la sua popollazione, mentre la prima potenza mondiale difende le energie fossili come motore di un'economia stagnante. Tutto questo all'interno di uno scenario politico che non sembra essere mai stato così precario, pericoloso e inquietante dai tempi della scoperta della ruota.

Difficile in questo scenario riuscire a prevedere cosa farà l'Unione Europea, come e se riuscirà mai a evolvere passando da un'Europa degli Stati agli Stati Uniti d'Europa. Il rischio, concreto, è quello di innescare un volano distruttivo che dietro il proposito di difendere l'economia nasconda i presupposti per la crescita di conflitti devastanti. Con un occidente che sembra non aver ancora compreso quanto il mondo si sia rimpicciolito e i nuovi fattori di rischio. I più poveri non resteranno a patire inermi la devastazione, senza provare a imitare l'occidente. Solo gli orsi polari finiranno per sparire senza poter protestare, vittime di cambiamenti troppo veloci e di decisioni affrettate, quando fanno danno, ma lentissime quando potrebbero influenzare positivamente le sorti del cambiamento.

Life ursus è la dimostrazione di come possa fallire un progetto di reintroduzione

Life ursus è la dimostrazione di come possa fallire un progetto di reintroduzione
Foto di repertorio

Life Ursus è la dimostrazione di come possa fallire un progetto di reintroduzione quando manca il reale coinvolgimento della comunità. I progetti di reintroduzione, specie quando riguardano animali di grandi dimensioni che possono entrare in conflitto con le attività umane, vanno costruiti preventivamente. Occorre creare una cultura della coesistenza che deve essere fatta crescere prima che tutti i nodi vengano al pettine e in Trentino è stato fatto l'esatto contrario. Prima si sono reintrodotti gli orsi, senza creare una comunità ospitante consapevole, poi non si sono volute creare le condizioni per minimizzare i problemi derivanti dalla coesistenza con gli orsi e infine si è atteso l'incidente.

Un comportamento suicida quello dell'amministrazione trentina, che ha dimostrato tutti i limiti del mancato governo dell'operazione. Un progetto voluto anche dall'amministrazione del Trentino, anche se ora molti se ne dimenticano. Il paradosso di una provincia autonoma che prima cavalca la presenza dell'orso a fini turistici, salvo poi far finta che il plantigrado sia stato imposto sul territorio da altri. Riuscendo a far dimenticare tutte le omissioni e la totale assenza di iniziative utili alla coesistenza.

Più il progetto aveva successo, in termini di presenza dell'orso nelle valli del Trentino, e più montava l'insofferenza in una comunità lasciata allo sbando. Pochissima formazione e informazione, poche attività sui territori, mancato posizionamento dei cassonetti per i rifiuti anti orso e assenza di cartellonistica. Scarse o nulle informazioni sui comportamenti da tenere per evitare incontri ravvicinati con i plantigradi. Nel frattempo veniva sparso a pioggia il germe della paura da parte dei cacciatori e degli agricoltori che, da sempre, vedono i predatori come avversari. Presenze a loro dire inutili, dimenticando l'importanza dei predatori apicali per il mantenimento degli equilibri faunistici.

Il 5 aprile 2023 segna uno spartiacque: muore a causa di un incontro con un'orsa Andrea Papi, incolpevole runner trentino

Il 5 aprile del 2023 Andrea Papi esce di casa per andare a correre nei boschi, la sua passione da sempre. Nessuno gli aveva però detto che in primavera le orse con i cuccioli possono avvicinarsi ai luoghi abitati. Il timore nei confronti degli uomini è meno forte di quello che hanno degli orsi maschi, che mirano a uccidere i cuccioli per far tornare le femmine in estro. Andrea Papi non aveva paura degli orsi, tanto da andare a correre da solo. Purtroppo, un uomo solo che corre non fa rumore, non avvisa gli animali della sua presenza. Una curva a gomito e la tragedia si concretizza, come un incubo, perché sbucando all'improvviso di fronte all'orsa si creano le condizioni che portano alla morte di Andrea.

Da quel tragico giorno la vita degli orsi in Trentino cambia, se prima erano solo presenze non gradite da tutti ora diventano nemici pericolosi. A forza di soffiare sul fuoco i comitati nati dopo la morte di Andrea riescono a far crescere non solo la paura ma anche l'odio verso i plantigradi. In una comunità che in buona parte pensa che la montagna sia degli uomini e solo degli uomini. Da quel momento l'ostilità verso il progetto Life Ursus che, nell'oramai lontano 1999 aveva riportato gli orsi sull'Adamello e in quasi tutto il Trentino dove erano praticamente scomparsi, diviene granitica, collettiva.

Non bastano più le catture degli orsi che hanno troppe frequentazioni con gli uomini, come avvenuto, fra gli altri, per il famosissimo ma quasi dimenticato M49. L'orso ribattezzato Papillon per la sua abilità nell'evadere. M49 continua a essere detenuto, oramai da anni, in una struttura di cattività non idonea gestita dalla provincia. Non bastano nemmeno gli abbattimenti decisi dalla giunta Fugatti. L'odio porta a una crescita esponenziale del bracconaggio, che colpisce non solo gli orsi ma anche i lupi. Secondo quanto pubblica il Corriere della Sera sono già una decina gli orsi morti, dal giorno dell'incidente, in circostanze che possono far pensare al bracconaggio.

Il progetto Life Ursus è parzialmente riuscito, in termini di presenza degli orsi, ma è fallito per la mancata accettazione delle comunità locali

Leggendo un sondaggio commissionato dalla Provincia di Trento il 73% dei trentini vede come non gradita la presenza degli orsi. Un dato certamente influenzato dalle campagne contro orsi e lupi messe in atto da cacciatori e agricoltori, che sono riuscite a influenzare pesantemente la comunità locale. Tanto da vedere sui plantigradi un netto ribaltamento di opinione da parte dei turisti che frequentano il Trentino, con il 67% degli intervistati che risulta essere indifferente alla presenza dell'orso. Ed è bene dire che quest'ultimo sondaggio è stato realizzato per Trentino Marketing, l'agenzia di promozione turistica dell'amministrazione provinciale.

Unica certezza che appare chiaramente è quella che attesta come sia sempre più facile prevenire un incendio piuttosto che spegnerlo. Oggi non è facile individuare nuove strategie per convincere i trentini dei benefici che derivano dalla presenza degli orsi, mentre avrebbero potuto funzionare vent'anni addietro. Il futuro degli orsi trentini appare decisamente incerto, stretto fra intolleranza e bracconaggio, con un'amministrazione che usa i predatori come armi di distrazione di massa. Così orsi e lupi diventano i migliori alleati dello stesso governo del territorio, che nulla ha fatto per stimolare la coesistenza. Un paradosso che al momento sta funzionando in termini di consenso politico per il ras del Trentino Maurizio Fugatti.

Con l'attuale governo a trazione filovenatoria il governatore del Trentino trova molte sponde sui far rimbalzare le bocce che dovrebbero andare a colpire il pallino, i predatori. La politica al momento sta andando in direzione opposta alle conoscenze scientifiche e al buon senso. Mettendo al centro della capacità di governo della natura l'uomo cacciatore, in un delirio di antropocentrismo venatorio degno dell'oscuramtismo medioevale.

Non bisogna alimentare gli animali selvatici

Non bisogna alimentare gli animali selvatici

Non bisogna alimentare gli animali selvatici salvo che siano presenti condizioni climatiche particolarmente avverse.

Un concetto che potrebbe sembrare un controsenso per quanti amano gli animali e vorrebbero fare qualcosa per loro. Ma la dipendenza alimentare crea dei problemi che mettono in pericolo la loro incolumità. Fornire alimenti è il primo sistema di condizionamento attraverso il quale l'uomo si avvicina agli animali. Un mezzo che crea un meccanismo di dipendenza più facile da creare che da correggere.

Spesso attraverso il cibo si creano rapporti di schiavitù quasi indissolubili. Alterando il comportamento degli animali. Questo avviene in molte attività umane: l'addestramento passa attraverso premi in cibo e non bisogna pensare solo al circo. Succede nella falconeria ma anche nell'addestramento di moltissime specie animali. Alimentando a mano i pulcini di pappagalli, rapaci e uccelli che dovranno vivere in cattività, sin da quando sono piccolissimi, si crea attraverso l'imprinting una dipendenza quasi assoluta.

Succede con i cani durante l'addestramento e anche con i gatti, per premiare i comportamenti graditi tramite il rinforzo positivo. Il cibo rappresenta una leva in grado di creare ponti di comunicazione che possono però trasformarsi in catene. Nei selvatici si creano problematiche differenti causate dalla dipendenza dal cibo. Un esempio può essere quello dell'azienda agricola che abbandona in giro carcasse o resti animali e poi si lamenta della presenza dei lupi nel cortile. Ma è il cibo che li porta ad avvicinarsi all'uomo, costituendo un richiamo irresistibile che rende confidenti.

Non bisogna alimentare gli animali selvatici perché il cibo crea dipendenza e altera i comportamenti

I rifiuti alimentari mal gestiti dall'uomo possono diventare una grande attrattiva per cinghiali e topi, solo per fare un esempio di due specie che non disdegnano certo gli scarti. L'uomo non gestisce i rifiuti, i cinghiali prima si avvicinano e poi entrano nei centri urbani. A questo punto scattano le richieste di abbattimento e le proteste.

Dalla vita alla morte il passo è breve. Questo vale anche per i piccoli uccelli che vivono vicino a noi: se vengono alimentati con costanza diventano molto, troppo, confidenti e pensano che non ci sia nulla da temere. Ma non è così e i gatti sono i primi ad approfittare di questa confidenza eccessiva.

Forse non ci avreste mai pensato ma secondo il CABS (Comitato contro l'uccisione degli uccelli), particolarmente attivo nel nostro paese in azioni contro il bracconaggio, sono oltre 26 milioni gli uccelli predati, ogni anno, in Italia dai gatti. Un numero che deve far riflettere. Occorre rivedere il nostro modo di rapportarci con gli animali, per non creare situazioni dannose indesiderate. Come un eccessivo avvicinamento degli animali selvatici agli insediamenti umani.

Bisogna aiutare i selvatici solo quando si trovano davvero in difficoltà

Occorre quindi dividere i comportamenti fra quelli utili, come aiutare gli animali in grande difficoltà, e quelli dannosi che sono costituiti dalle azioni messe in atto solo per diletto. Quelle che mettono inutilmente in pericolo gli animali selvatici.

Quindi è positivo mettere a disposizione cibo e ripari in periodi di freddo molto intenso, come è una buona cosa lasciare dell'acqua durante i periodi di prolungata siccità e in altre situazioni critiche. Senza che questo avvenga in posti pericolosi e senza mettere in atto azioni che possano creare un condizionamento.

Mettere a disposizione cibo e acqua, in luoghi sicuri e appartati e senza continuità, è un comportamento ben diverso da quello che si può vedere nella foto che illustra l'articolo. Creare dipendenza in un selvatico può significare causarne la morte e questo vuole essere lo spunto di riflessione.

Perché anche le azioni positive, fatte senza riflettere troppo, possono essere una grande fonte di danno. Per questo è sempre importante pensare alle possibili conseguenze prima di agire, informandosi e cercando di soddisfare un bisogno altrui e non soltanto un nostro piacere.

De-estinzione e metalupi: narrazioni fantastiche e pericoli concreti

De-estinzione e metalupi: narrazioni fantastiche e pericoli concreti

De-estinzione e metalupi: narrazioni fantastiche e pericoli concreti di un'operazione commerciale che rischia di danneggiare la conservazione. In un'epoca nella quale circolano con maggiore facilità le bufale che i dati scientifici questo "evento" rischia di buttare fumo negli occhi, costruendo una notizia che nel giro di poco tempo si è già trasformata in una leggenda. Non corrisponde al vero che i cuccioli di lupo bianco, nati nei laboratori prima e negli allevamenti poi della società Colossal Biosciences, siano degli enocioni, lupi preistorici che popolavano il pianeta sino a diecimila anni fa. Si tratta soltanto di animali portatori di alcuni geni nel loro DNA riferibili ai lupi bianchi preistorici.

Sul come e sul perché la società americana, nota per queste trovate pubblicitarie abilmente orchestrate, sia riuscita a creare lupi portatori di una parte del corredo genetico degli enocioni potete trovare (quasi) tutti i dettagli in rete. Quello che interessa invece raccontare è come queste operazioni siano bel lontane dal de-estinguere questa o quella specie e, soprattutto, di essere attività vantaggiose per la conservazione. Mentre sono sicuramente attività strategicamente pianificate per far rumore, come dimostra l'articolo (leggi qui) pubblicato in febbraio dal prestigioso The Guardian .

In questo articolo, pubblicato l'11 febbraio si parla della volontà di riprodurre animali estinti, con progetti che paiono davvero estremi e pericolosi, ma non si parla degli enocioni. Eppure, quando l'articolo è uscito, i cuccioli erano già nati e l'esperimento era già stato concluso nella sua prima fase. Un modo, quindi, per preparare il terreno al coronamento di quella che nell'articolo viene presentata ancora come una possibilità. Lanciando già ipotesi inquietanti su specie resuscitate e lasciate libere di scorazzare in aree controllate. In sostanza quel che sembra essere un sequel di Jurassic Park.

De-estinzione e metalupi: esperimenti e uteri in affitto per riportare in vita animali somiglianti a quelli estinti

Leggendo le notizie pubblicate in questi giorni sembra che manchi la volontà di capire, a tutto vantaggio della necessità di stupire. Così non si parla di come siano nati questi animali (in laboratorio) né del fatto che siano condannati a una vita in cattività. Nè si è analizzata l'opportunità scientifica di compiere questi esperimenti, nè del vantaggio di riportare in vita animali estinti per cause naturali più di diecimila anni fa. Contribuendo a alimentare il mito dell'uomo come dio creatore, che sopperisce alla mancanza di poteri sovrannaturali grazie alle manipolazioni genetiche della scienza.

Questo ragionamento oltre che essere falso, perché non si de-estingue proprio nulla, è pericoloso. Creando l'idea che l'uomo possa essere insieme causa e rimedio per riportare in vita animali estinti. Idea che potrebbe alterare in modo drammatico quel senso di urgenza che invece dobbiamo avere per tutelare le migliaia di specie in pericolo di estinzione. Senza contare tutte quelle che si estingueranno ancor prima di essere scoperte dagli scienziati. Queste operazioni non risolveranno alcun problema legato alla conservazione, ma peggioreranno, fra le altre cose, la presa di coscienza, l'assunzione di responsabilità.

Abbiamo a disposizione il patrimonio genetico delle specie viventi che stiamo avviando a un'estinzione prossima per cause antropiche. Specie che potremo preservare solo e soltanto se saremo in grado di garantire loro territori in cui vivere, idonei e ospitali per le loro necessità. Specie che non sopravvivanno se non garantirtemo loro le condizioni, che teniamo sacrificate in zoo, spesso in condizioni non ottimali, nell'attesa di una rivoluzione che non vogliamo far accadere.

Serve difendere la biodiversità esistente, non cercare di resuscitare quella estinta più di diecimila anni fa. Gli enocioni oramai vivranno solo nelle serie televisive come "Il trono di spade", ma non abbiamo alcun interesse a resuscitarli, nemmeno se questo fosse possibile.

La necessità è non estinguere, non pensare di de-estinguere con operazioni commerciali

Già molti diversi anni fa l'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) aveva lanciato un allarme sui progetti di de-estinzione. Sollevando non poche perplessità di natura etica e scientifica riassunte in uno studio pubblicato nel 2016 (scaricabile qui).

Questa operazione è soltanto un'abile mix fra scienza e finanza, capace di creare eventi di cui parla l'intero pianeta. Operazioni eticamente inaccettabili, per quel che raccontano, per come lo raccontano, per le false speranza che alimentano e, non ultimo, per il loro contributo distruttivo dato alla conservazione. Del resto basta pensare ai problemi che abbiamo con le specie aliene, esistenti in altre latitudini e improvvidamente liberate in Europa, per comprendere come sia una follia ricreare in laboratorio gli enocioni.