Rettili in pericolo di estinzione: pochi si preoccupano per la sorta delle specie meno amate

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Rettili in pericolo di estinzione: le specie meno amate dal pubblico rischiano di essere le più esposte al rischio di estinzione. Siamo ancora troppo legati a pregiudizi, ma anche all’idea che gli animali verso i quali proviamo paura o repulsione siano inutili. Questa suddivisione degli animali fra amati, come cani e gatti, affascinanti come i lupi o repellenti come i serpenti, non consente a tutte le specie di avere uguale tutela. Immaginatevi un’associazione che dovesse mettere uno stand per chiedere fondi per la tutela del cobra reale: secondo voi quanto potrebbe raccogliere in una giornata? Probabilmente molto poco e sicuramente infintamente meno di quanto incasserebbe se la motivazione fosse quella di aiutare cani e gatti.

Cani falchi tigri e trafficanti

Troppe volte si fatica a comprendere che nell’equilibrio naturale ogni specie ha una funzione e che la simpatia che suscita è del tutto irrilevante. I rettili sono sul pianeta da milioni di anni e esercitano ruoli molto importanti nel mantenimento degli equilibri naturali. Per contro sono davvero poche le voci che si alzano a loro difesa, per evidenziare il rischio di estinzione che riguarda un numero consistente di specie. Alcune di queste sono tutelate indirettamente solo da azioni di protezione rivolte ad altri animali o all’ambiente in cui vivono. Una sorta di beneficio riflesso che deriva da altre ragioni.

Un nuovo studio è stato condotto da NatureServe, dall’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) e dall’organizzazione Conservation International ed stato recentemente pubblicato sulla rivista Nature. In questo lavoro si rappresenta un’analisi della prima valutazione completa del rischio di estinzione per i rettili inseriti nella Lista rossa IUCN delle specie minacciate.  I dati raccolti hanno dimostrato che almeno il 21% di tutte le specie di rettili a livello globale sono minacciate di estinzione.

Rettili in pericolo di estinzione: se dovessimo perdere questo enorme patrimonio sarebbe come cancellare complessivamente miliardi di anni di evoluzione

La realtà è che sino ad ora non abbiamo un panorama completa sullo stato di conservazione dei rettili, a differenza di quanto invece avviene per gli altri animali terrestri. La ragione è da ricercarsi sia in questioni pratiche, come le difficoltà di effettuare censimenti sul campo, che nella mancanza di risorse allocate sullo studio della loro conservazione. Unica certezza sono le cause della rarefazione: caccia, commercio, perdita di habitat e cambiamenti climatici.

In questo momento, secondo le stime degli scienziati, sono 1.829 le specie di rettili a rischio di estinzione. Un dato decisamente allarmante che dovrebbe far riflettere su quanto sia fragile l’equilibrio garantito dalla biodiversità. Ogni specie è infatti parte di una catena di relazioni che, nel loro complesso, sono alla base della stabilità degli ecosistemi. Perdere anche soltanto un tassello di questo mosaico può dar luogo a conseguenze imprevedibili, anche perché molte di queste relazioni sono ancora completamente sconosciute agli studiosi.

Per questo sarebbe di grande importanza cambiare l’approccio che abbiamo verso gli animali meno popolari o più detestati. Cercando di vedere il pianeta in maniera sempre più unitaria, partendo dal presupposto che ogni perdita rappresenta una fonte di squilibri. Ancora oggi, nonostante i molti sforzi fatti non siamo neppure in grado di determinare il numero esatto delle specie animali e vegetali. Non c’è giorno che gli scienziati non scoprano una nuova specie e, nel frattempo, molte si estingueranno ben prima di essere scoperte.

I rettili sono sul pianeta da prima dell’uomo ma rischiano di non sopravvivere ai danni dell’Antropocene, l’era delle distruzioni causate dall’uomo

Sono talmente tanti gli squilibri che abbiamo causato dalla metà del secolo scorso che spesso diventa difficile comprendere come rimediare. La sola certezza è che sia necessario contrastare i cambiamenti climatici e arrivare alla protezione di almeno un terzo della superficie terrestre e dei mari. Unico modo per cercare di arrestare la perdita di biodiversità che abbiamo causato e, nel contempo, una scelta che non è più differibile. La necessità urgente è quella di aumentare l’educazione ambientale della nostra società, in modo da creare una maggior consapevolezza.

Ogni persona è chiamata ad avere comportamenti sempre più responsabili e attenti per ridurre la propria impronta ecologica. Così come ognuno di noi deve essere consapevole dell’importanza delle sue scelte e dei suoi comportamenti, che possono incidere sul cambiamento molto più di quello che crediamo. Non è vero che tutto debba avvenire a livello globale e già cambiare il modo con cui percepiamo i rettili può costituire un aiuto. Un cambiamento di valutazione, solo per fare un esempio, salverebbe centinaia di migliaia di rettili che vengono uccisi ogni anno in Italia per paura o soltanto per una fobica avversione.

Uomini e animali travolti dalla guerra: il cinismo di pochi distrugge le vite ma accende la solidarietà

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Uomini e animali travolti dalla guerra in Ucraina, uniti nel comune destino di soffrire e morire per scelte che non hanno fatto. La storia dimostra che la guerra non è mai la soluzione di un problema, semmai è la chiave per aprire la porta del caos. Ma ancora oggi ci stiamo preoccupando più di dimostrare le ragioni del conflitto, che non di fermarlo. Nonostante i rischi noti, le sofferenze e le devastazioni subite dai civili, le crudeltà decise da pochi ma subite da tantissimi esseri umani e anche animali.

Con un popolo che ovunque si sta attivando per cercare di aiutare, raccogliendo cibo e medicinali, offrendo ospitalità, facendo donazioni. Un risveglio che speriamo possa far capire che non esistono guerre giuste, che esistono doveri di civile convivenza. La sofferenza, la disperazione di chi vive nella paura, di chi non ha nulla da mangiare non ha colore, né di pelle, né di bandiera. La guerra è il punto più basso della nostra umanità, sia quando accade in Ucraina che in Palestina, in Yemen o in Somalia.

Come possiamo cercare di fare capire l’importanza della convivenza fra uomini e animali selvatici, la necessità di tutelare l’ambiente se poi, in un attimo, spezziamo le vite delle persone. Cosa racconteremo alle giovani generazioni che ancora una volta, in Europa, è scoppiato un conflitto che rischia di distruggere la vita di milioni di persone? Come faremo a essere credibili sugli impegni per salvare la nostra casa comune, l’unica che abbiamo, se stiamo rischiando un disastro nucleare? Se questa guerra rallenterà pericolosamente le misure per contrastare i cambiamenti climatici.

Uomini e animali travolti dalla guerra, aiutati da altri uomini che hanno attivato il circuito positivo dell’empatia

Le persone non hanno in questo momento alcun potere, non possono decidere di fermare il conflitto, diversamente il suono orribile delle armi sarebbe già cessato. Il potere è del popolo, ma il popolo non ha alcun potere, se non quello di aiutare, di mitigare le sofferenze, di correre in soccorso. Di tentare di frapporre un diaframma di partecipata civiltà a un potere oscuro che ghermisce vite, senza restituire in alcun caso benessere. Non ai vinti, ma nemmeno ai vincitori perché le guerre sono come le catastrofi naturali: colpiscono tutti, fanno soffrire molti, ma arricchiscono pochi.

In questi giorni il terzo settore italiano sta facendo molto per cercare di portare soccorso agli uomini, agli animali con cui hanno vissuto che sono una parte della loro stessa vita. Ma anche agli animali che padrone non hanno perché quel legame emotivo, affettivo, empatico che ci lega non può essere spezzato nemmeno da una guerra. Qualcuno polemizza sul fatto che ci si occupi di animali, ma sensibilità e intelligenza sono un dono, non sempre una caratteristica certa della nostra specie. Dimenticando o non volendo vedere che chi si occupa di animali si occupa sempre anche di uomini, conoscendo il valore della sofferenza, avendo ben radicata l’empatia verso i viventi.

Questa solidarietà che dilaga è necessaria come l’acqua durante la siccità: è capace di far germogliare il seme della speranza, di far comprendere che essere uomini è davvero altra cosa. Un’umanità ben diversa da chi pianifica bombardamenti sui civili, in qualsiasi nazione del mondo, una differenza che aiuta a sopportare di appartenere a una specie tanto stupida. Capace di scoperte incredibili per aiutare il prossimo ma anche di creare i campi di sterminio nazisti. Due facce della stessa specie, seppur incredibili e così lontane fra loro.

Per aiutare uomini e animali fate scelte attente, non donate senza fare attenzione: c’è chi specula anche sulle tragedie

Non bisogna mai fermarsi ai titoli, alle enunciazioni. Occorre verificare, saper scegliere perché è importante che quello che viene donato non finisca rubato. Chi chiede fondi per una causa deve essere puro e trasparente, non deve avere macchie e deve avere un passato onorevole. Sulla rete ci son richieste di vario genere, anche da parte di realtà improbabili, di privati che giurano che porteranno a casa gli animali dalle zone di guerra, che sono in contatto con realtà in Ucraina. Promesse che sembrano molto mirabolanti, che devono però prima di essere accolte trovare riscontri.

Sono talmente tanti i bisogni che disperdere anche un solo euro sarebbe un vero peccato. Per questo è importante che gli aiuti vadano a realtà che hanno un passato dimostrabile, non un incerto presente e magari un furbesco futuro. Questo vale anche per i soldi pubblici, che devono avere un impiego certo e utile: quando si fermerà il conflitto avremo bisogno d ogni centesimo, perché la guerra ai cambiamenti climatici resta un’urgente priorità.

L’orso Juan Carrito è a Palena, ma intanto si moltiplicano polemiche e iniziative contro la sua cattura

orso Juan Carrito Palena
Foto tratta dal sito del Parco della Majella

L’orso Juan Carrito è a Palena, nell’area orsi, in attesa secondo quanto dichiarato dagli enti preposti, di un suo rilascio in alta montagna. La cattura è avvenuta, come oramai è risaputo visto che l’orso è una star del web, perché Juan Carrito aveva dimostrato di preferire i paesi alle cime selvagge. In particolare aveva scelto l’area della stazione invernale di Roccaraso come un luogo da visitare con certa frequenza. Nonostante una prima cattura e una traslocazione in montagna, con la speranza di un non ritorno vicino ai centri abitati.

La speranza però non è stata esaudita e Carrito, figlio dell’orsa Amarena, anch’essa confidente, è tornato a vagare per il centro di Roccaraso. La genesi di questa vicenda la potete trovare in un articolo recentemente pubblicato sulla Rivista della Natura. Ora sono iniziati i giorni da trascorrere a Palena, con l’impegno del Parco, di riportarlo quanto prima in montagna. Per il secondo tentativo, che avverrà dopo qualche tempo per una sorta di “rieducazione”, sulla quale mancano dettagli. Un punto interrogativo questo, mentre i giornali riportano le notizie di critiche e iniziative contrarie a questa cattura,

A un profano potrebbe sembrare incredibile ma tutti, o quasi, i problemi degli orsi in Italia sono legati alla gestione, anzi alla cattiva gestione dei rifiuti. Per Juan Carrito però esistono anche fattori diversi, il primo dei quali è la mancata paura nei confronti dell’uomo. Una questione creata in massima parte da quelle persone che dicono di amare gli orsi. Così tanto da perseguitarli per una foto, inseguendoli, esponendoli a rischi, alterando il naturale comportamento. Che prevede che tutti gli animali selvatici abbiano timore dell’uomo, un’emozione, quella della paura verso gli umani, che li protegge dai pericoli.

L’orso Juan Carrito è a Palena e ritorna l’idea che questa situazione potesse essere evitata con dei punti di alimentazione in montagna

La soluzione alle scorribande a Roccaraso e in altri centri abitati secondo alcuni, poteva essere evitata creando punti cibo alternativi. Un’idea che, come riporta il Gazzettino, Paolo Forconi, filmaker della zona, propone da tempo. Senza successo ed io credo a buona ragione perché non si rimedia un problema creandone potenzialmente un altro. Con l’idea di gestire la fauna nel corso degli ultimi decenni non abbiamo fatto molta strada, forse perché l’uomo non deve rimediare agli errori fatti, deve imparare a evitarli. Per due ordini di motivi: il primo di natura etica riguarda l’idea che i selvatici possano essere gestiti secondo tecnica e non rispettati secondo caratteristiche etologiche. Il secondo motivo invece è di natura educativa: non possiamo continuare a far credere che i nostri errori trovino sempre una possibile cura, un rimedio.

Se sul territorio non ci fossero sufficienti risorse alimentari, salvo in momenti davvero eccezionali, che non sono gli inverni di questi anni, ci sarebbero meno selvatici di questa o quella specie. Questa cosa la dicono gli studi scientifici, che mettono sempre in relazione densità di popolazione con risorse alimentari. Il punto non è che gli orsi sono alla fame, anche perché se così fosse ci sarebbero decine di orsi in Abruzzo che girano nei paesi. Così non è, fortunatamente, perché negli abitati, salvo eventi occasionali e sporadici, arrivano sempre gli stessi individui. Quelli che gli uomini hanno abituato al cibo facile, hanno avvicinato troppo dimostrando di non costituire un pericolo. Ma che anche hanno deliberatamente alimentato, lasciando alimenti per attirarli.

Un selvatico abituato a ricevere cibo dagli uomini è un potenziale selvatico morto. Il cibo è lo strumento tramite il quale da millenni inizia la domesticazione, tramite il cibo si ottiene prima la confidenza e poi il dominio assoluto. Come ben sanno i falconieri che di questo ricatto alimentare hanno fatto la base su cui è costruito il rapporto di sottomissione dei rapaci. La nobile arte, come viene definita, è presentata in modo ingannevole: il falco non è legato da affetto al suo carceriere, ma è soggiogato da imprinting e cibo.

Per evitare situazioni come quella di Juan Carrito e di sua madre Amarena occorrono rispetto e comportamenti virtuosi

Prima di parlare di carnai e punti di alimentazione io credo sia necessario riflettere su quello che di alternativo si può fare. Senza cercare sempre di plasmare la natura secondo le necessità umane. Iniziando, per esempio, a stabilire un obbligo per le amministrazioni di mettere in sicurezza i rifiuti, per non creare punti di alimentazione urbana per molti animali, dagli orsi alle cornacchie, dalle volpi ai cinghiali. Rendendo responsabili gli enti pubblici con una programmazione capace di risolvere, seppur in qualche anno, in via definitiva un problema. Dando priorità per quei luoghi dove i rifiuti alimentari, di qualsiasi natura, compresi quelli zootecnici, possano costituire un’attrattiva per i grandi carnivori.

L’orso Juan Carrito è a Palena proprio per questo motivo. Roccaraso si è dimostrata una certezza in materia di risorse alimentari. Grazie a cassonetti facilmente accessibili, a rifiuti da trasformare in cibo con un dispendio energetico per l’orso pari a zero. Con qualcuno che sembra abbia lasciato deliberatamente del cibo per Juan Carrito e con hotel che affittavano camere “con vista orso”. Una maggior informazione servirebbe a far capire alle persone il motivo del divieto di alimentare gli animali selvatici. Una seria attività di prevenzione messa in atto dai Comuni avrebbe potuto evitare questa spiacevole cattura.

Non servono soluzioni mirabolanti, basterebbe l’uso del buon senso per non alimentare una catena di avvenimenti che possono mettere in pericolo gli animali. Considerando poi che anche se pur sempre Carrito è un orso confidente e per nulla aggressivo resta un orso. Per questo il pericolo di incidenti è sempre dietro l’angolo e deve essere previsto e prevenuto. Per non dover poi piangere sul classico latte versato.

La tragedia Ucraina: persone e animali in fuga da una guerra tossica, sotto ogni angolo di visione

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La tragedia Ucraina: persone, spesso con i loro animali, costrette a scappare da una guerra che pochi si immaginavano potesse arrivare in Europa. Dai media rimbalzano immagini, purtroppo familiari, che non credevamo però possibili riguardassero il vecchio continente. Centinaia di migliaia di persone sono in fuga dalle loro case, spesso portando con se i propri animali, che non sono stati abbandonati. Tanto da far temporaneamente sospendere le regole europee, che consentono il transito di animali extra UE solo con passaporto e test sanitari.

Vedere persone disperate attraversare i confini per trovare asilo negli Stati della Comunità Europea, con in braccio un cane o un gatto, nonostante le difficoltà, commuove ancora di più. Dimostra ancora una volta che i nostri animali sono compagni di vita, che confortano e consolano anche in situazioni estreme. Nulla è più tragico della guerra e del dover scappare dal proprio paese lasciando indietro le proprie vite.

Qualcuno dice che la guerra in Ucraina è soltanto una delle tante guerre che hanno insanguinato il mondo dopo la tragedia della Seconda Guerra mondiale. Nella realtà è vero solo a metà, perché dalla fine del conflitto mondiale mai si era stati così vicini a una guerra globale e catastrofica, che potrebbe avere conseguenze planetarie e devastanti. Nulla di paragonabile con la Corea o la crisi dei missili a Cuba.

Ma la tragedia Ucraina non è solo un disastro umanitario: la guerra ha aggravato la crisi ambientale

La tragedia Ucraina non riguarda solo uomini e animali in fuga da un paese bombardato e allo stremo. Riguarda l’intero pianeta per le inevitabili conseguenze che si verranno a creare sotto il profilo dei cambiamenti climatici. Se ne parla poco, annichiliti di fronte a questa tragedia, ma è inutile negare che nulla potrà più essere come prima. La guerra in Ucraina avrà un effetto drammatico non solo sulla popolazione di quel paese ma sui futuri equilibri geopolitici. Un fatto che rallenterà in modo consistente la transizione ecologica, soprattutto per quanto riguarderà le scelte energetiche. E non soltanto.

La mancanza di lungimiranza ha portato le economie occidentali, e la nostra in modo rilevante, a compiere scelte discutibili in ambito energetico e produttivo. Avendo come unico parametro di riferimento quello economico, che ha portato l’Europa a delocalizzare nei paesi orientali moltissime produzioni. Così ora ci ritroviamo nella condizione di ipotizzare la necessità di far ripartire le centrali a carbone o a olio pesante, che sono le peggiori sotto il profilo ambientale.

Ma non saranno soltanto le scelte energetiche che andranno controcorrente rispetto alla necessità di imboccare una reale transizione ecologica. Questa guerra avrà un forte impatto sulle casse sia pubbliche che private, quale che sia la sua durata, che tutti sperano breve. Ci saranno quindi minori risorse per affrontare i temi legati ai cambiamenti climatici, in economie già messe a dura prova dalla pandemia.

Come sempre accade sono i popoli a pagare le scelte e il mancato coraggio della politica, ma questa volta potrebbe esserci un disastro alle porte

Se colpisce l’anima vedere i profughi ucraini con i loro animali, che si stringono al petto come fossero degli amuleti, si resta muti e attoniti guardando al futuro. Un futuro che in pochissimi anni è cambiato, tragicamente in peggio, lasciando allo scoperto tutti gli errori causati dalla poca lungimiranza. Scelte non fatte che andranno a incidere in modo molto pesante sulle giovani generazioni, che si troveranno sul tavolo i problemi di un secolo di rinvii e di distruzioni.

Certo ora è importante aiutare il popolo ucraino, andare in soccorso di chi ne ha bisogno. E’ arrivato il momento di capire, una volta per tutte, che sino a quando non sarà alleviato il peso che grava su un’umanità dolente non ci sarà mai spazio per un futuro sereno. Ogni essere vivente meriterebbe rispetto, ma certo oggi parlare di diritto alla felicità sembra molto più utopico di quanto non fosse ieri.

Cerchiamo di far diventare questa tragedia un’occasione di cambiamento, capace di creare collettività nuove, più aperte e più inclusive. Perché nessuno si salva da solo.

I lupi grigi tornano protetti: anche negli USA gli animali subiscono la cattiva politica e il mondo venatorio

lupi grigi tornano protetti

I lupi grigi tornano protetti negli USA, cambiando radicalmente la decisione assunta da Donald Trump durante la sua permanenza alla Casa Bianca. Non per volere del nuovo presidente, ma per decisione di un giudice dello Stato della California, che di fatto ha ripristinato la protezione della specie in quasi tutti gli Stati. Una sconfitta per quanti vedono i predatori come concorrenti e una vittoria non solo per i lupi ma per l’equilibrio ambientale.

Le motivazioni della caccia ai lupi sono sempre le stesse: entrano in contrasto con gli interessi di allevatori e cacciatori. Questi ultimi molto potenti negli Stati Uniti anche grazie al supporto dei produttori di armi. Il giudice che ha adottato questa decisione ha affermato che esistevano seri rischi per la popolazione dei lupi. Scampati all’estinzione proprio grazie alle misure di protezione. Una situazione molto simile a quella italiana, dove la ripresa della popolazione dei lupi, oramai ridotta al lumicino, ha coinciso con misure di tutela.

La realtà è che il lupo è un animale molto adattabile, resiliente, capace di grandi spostamenti sul territorio ma incapace di resistere alla pressione venatoria e al bracconaggio. Basti pensare a che cosa è accaduto nei primi anni del secolo scorso dove un’intensa persecuzione, avvenuta con ogni mezzo, aveva portato allo sterminio. Per ogni lupo morto veniva pagato un premio ai cosiddetti “lupari”, cacciatori che sbarcavano il lunario uccidendo predatori.

I lupi grigi tornano protetti, anche se l’amministrazione Biden si è schierata per far continuare la caccia

La situazione americana può essere presa come esempio di quanto determinate decisioni seguano più la politica che la scienza. La tutela ambientale passa anche attraverso i superpredatori come il lupo e già questo dovrebbe essere sufficiente per proteggerli. Gli attacchi dei lupi al bestiame pesano molto ma molto meno rispetto ai vantaggi che derivano dalla loro presenza. Eppure nel nostro paese, dove sono così evidenti i danni causati dalla caccia e dalle persecuzione dei predatori, continuano a levarsi richieste di aprire la caccia.

Si alimentano insicurezza e paure per convincere le persone che la presenza dei lupi rappresenta un pericolo: sbranano i cani, circolano in paese, minacciano i bambini. Più si diffondono queste notizie e più si corre il rischio di abbassare la guardia per la tutela di una specie ombrello, importantissima. Che secondo gli studiosi, solo per fare un esempio, rappresenta la miglior cura nel contrasto alla peste suina, che si sta diffondendo in modo molto preoccupante.

Ma non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire, di chi non si piega nemmeno di fronte alle spiegazioni date da esperti qualificati. Persone che non solo studiano il comportamento, ma valutano le positività che i predatori sono in grado di garantire all’equilibrio ambientale. Quando il mondo naturale è in equilibrio si creano le condizioni per aumentare la sua resilienza e per diminuire i rischi, anche sanitari, per l’uomo. Per questo è così importante far accettare il concetto di condivisione ambientale, che rappresenta l’esatto opposto di quanti vorrebbero vedere l’uomo padrone di tutto.

La tutela ambientale non deve essere soltanto un principio inserito in Costituzione, ma deve diventare una realtà culturale ben compresa

Occorre che la politica smetta di inseguire il consenso degli elettori e si occupi di amministrare il paese e il suo capitale naturale secondo coscienza, senza seguire la convenienza. Per farlo occorre anche iniziare un percorso culturale diverso, coerente con i principi di tutela dell’ambiente e, di conseguenza, di protezione del futuro delle future generazioni.

Abbiamo bisogno di uomini e donne coraggiose, coerenti, che antepongano ai loro interessi le necessità della collettività. Siamo già in ritardo, è stato già perso molto, troppo tempo e stiamo spesso percorrendo strade sbagliate. Ci sono argomenti che sarebbe auspicabile divenissero unitari, trasversali a tutte le forze politiche e la tutela dell’ambiente devono venire prima di ogni altro interesse. Una scelta che, al contrario di quanto affermano molti, contribuirebbe a far crescere la ricchezza dell’Italia e dell’intera Europa.

Costerebbe meno indennizzare i danni causati dagli animali selvatici di quanto costi, in modo strisciante, il dissesto della nostra politica ambientale. Spesso pensata e realizzata da persone prive di conoscenze e competenze, che non ascoltano i tecnici ma soltanto i sondaggi. Capaci di riproporre opere come il Ponte sullo Stretto, devastante sotto il profilo ambientale, oppure il nucleare pulito, che allo stato esiste solo nella fantasia di chi lo teorizza.

Animali in Costituzione: un’occasione sprecata grazie alla politica del compromesso così in voga in Italia

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Animali in Costituzione, un’occasione sprecata per arrivare a un reale cambiamento di passo, frutto di compromessi politici che hanno diluito la parte relativa alla loro tutela. Il nuovo testo della Costituzione rappresenta un progresso, purtroppo non così evidente come era stato da più parti auspicato. I commenti entusiastici fatti per l’inserimento di animali e ambiente in Costituzione dovrebbero tener conto anche di questo aspetto non secondario. La destra e in particolare la Lega, si è sempre opposta all’inserimento di un riferimento chiaro e univoco sulla tutela degli animali.

Cani falchi tigri e trafficanti

Il testo che è stato aggiunto all’articolo 9 della Carta Costituzionale recita che la Repubblica “tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”. Quindi praticamente un comma che non aggiunge diritti, rappresentando soltanto una presa d’atto di quel che già avviene. Un tono e un testo decisamente molto meno incisivi di quello relativo alla tutela dell’ambiente. Eppure una dichiarazione d’intenti così scarna, quasi irrilevante se non fosse che per la prima volta si parla di animali nella Costituzione, ha fatto esplodere un tifo da stadio. Ingiustificato.

La Germania è stato il primo paese europeo che ha inserito i diritti degli animali in Costituzione. Lo ha fatto vent’anni fa con un testo decisamente più efficace di quello appena approvato dal nostro parlamento. Aggiungendo al paragrafo in cui si parla “dell’obbligo dello Stato a rispettare e proteggere la dignità degli esseri umani” tre sole parole inequivocabili “e degli animali”. In questo modo la dignità degli esseri umani è stata equiparata a quella degli animali, un passo davvero fondamentale.

Inserire gli animali in Costituzione è stata un’occasione sprecata: per cambiare davvero e non ci sarà una seconda occasione

Le modifiche costituzionali non si fanno tutti i giorni. Appare evidente che non sarà mai messo in moto un procedimento di modifica solo per ridare la giusta dignità agli animali. Quantomeno non in tempi brevi e non se la questione animale sarà l’unico argomento per fare un’integrazione. Quello che davvero stupisce è il quasi unanime plauso delle molte sigle che si occupano di tutelare i loro diritti. Che per una modifica di questa portata avrebbero dovuto protestare, non plaudire a favore del lavoro del parlamento.

La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali” costituisce un’integrazione alla Carta Costituzionale priva di ogni valore. In particolare se pensiamo che le prime norme poste a tutela degli animali nel nostro paese risalgono alla seconda metà dell’800, esattamente al 1859, dove nel codice penale già si proibiva di incrudelire sugli animali in luogo pubblico. Quando poi entrò in vigore il Codice Zanardelli, nel 1890 restando in vigore sino al 1930 il maltrattamento di animali aveva uno specifico Capo proprio su questo tema. Allora l’Italia aveva dimostrato una sensibilità molto spiccata, considerando i tempi, che si concretizzava in atti concreti.

L’articolo 491 del Codice Penale Zanardelli, del 1890, recitava “Chiunque incrudelisce verso animali o, senza necessità li maltratta ovvero li costringe a fatiche manifestamente eccessive è punito con ammenda (…). Alla stessa pena soggiace anche colui il quale per solo fine scientifico o didattico, ma fuori dei luoghi destinati all’insegnamento, sottopone animali ad esperimenti tali da destare ribrezzo“. Un testo sicuramente molto avanzato per quei tempi. Più di quanto non sia il riferimento agli animali inserito ora in Costituzione.

Alla reale tutela degli animali servono provvedimenti applicabili utili a una nuova cultura basata sul rispetto

Quel rispetto che è svanito quando si è deciso di percorrere la strada del compromesso. Inserendo una dicitura talmente generica da essere quasi del tutto inutile. Un segnale che attesta l’incapacità della politica di recepire le istanze del popolo che dovrebbe amministrare, che in maggioranza avrebbero voluto sentir parlare di rispetto e dignità nei confronti degli animali. Puntando nel contempo un riflettore sulla mancanza di visione di chi si occupa della loro tutela, che non avrebbe dovuto accontentarsi delle briciole.

Se nemmeno un’affermazione di principio forte, come quella contenuta nel Trattato di Lisbona, è servita per ottenere un cambiamento di passo sostanziale, figuratevi quanto sarà utile questa modifica in Costituzione. Nulla più che fumo negli occhi, se consideriamo quanto sia realmente servito definire gli animali quali esseri senzienti. Ancora una volta tutto deve cambiare perché nulla cambi, come scriveva Tommasi di Lampedusa nel Gattopardo.

Ora bisogna attendere e valutare le conseguenze di questa modifica. Vedere se e cosa cambierà nelle attività poste a tutela di animali e ambiente. Sperando che almeno per la tutela ambientale la dichiarazione con la quale lo Stato si impegna a esserne custode si concretizzi in azioni e non in vuote parole. I cambiamenti si mettono in atto con le azioni, mentre la propaganda può essere mossa da fiumi di parole, vuote come il senso civico di chi fa promesse e non le mantiene. Una vera maledizione lanciata verso il futuro delle prossime generazioni.