Abbattere i mufloni dell’isola del Giglio è una crudeltà inutile, originata da un errore madornale

abbattere mufloni isola giglio

Abbattere i mufloni dell’isola del Giglio è una crudeltà inutile che non trova giustificazione alcuna, nemmeno nel loro sovrannumero. Leggo su Repubblica un articolo di Luigi Boitani, noto biologo e divulgatore, che parla di operazione indispensabile e utile per la salvaguardia della biodiversità. Contrastata dalle paturnie degli animalisti che non capiscono che, in fondo, si sta parlando soltanto di una pecora, portata sull’isola e abbondantemente cacciata in tutta Italia. Affermazioni che sotto il profilo tecnico possono avere un fondamento, ma che sono prive di un valore etico.

Questi mufloni sono stati immessi sull’isola del Giglio per mettere in atto una scellerata operazione di salvaguardia della specie, quando caccia e bracconaggio l’avevano ridotta al lumicino. In Sardegna e in Corsica infatti i mufloni stavano scomparendo. Per questo circa settant’anni fa furono portati al Giglio alcuni esemplari. Per tutelare il ceppo originario e per metterli in sicurezza, senza considerare dimensioni dell’isola e assenza di predatori.

Inevitabilmente un ungulato di medie dimensioni, in un ambiente ristretto, senza avere antagonisti può dare luogo a problematiche. Legate alla sovrappopolazione e ai conseguenti danni da brucamento. Una realtà che difficilmente può essere contestabile: troppi erbivori senza antagonisti possono diventare una fonte di squilibri. Ma la soluzione appare peggiore del danno. Ancora una volta l’idea è quella di far scendere in campo i cacciatori, per abbattere tutti i mufloni. Un’operazione che tecnicamente si chiama eradicazione e che può avere successo solo in un contesto ridotto e chiuso come un’isola.

Abbattere i mufloni del Giglio è il fallimento della gestione faunistica, non un’operazione di salvaguardia della biodiversità

Pur essendo vero che il muflone sia specie cacciabile e cacciata, l’eradicazione della popolazione del Giglio può piacere solo a quella parte di scienza che definirei “letale”. Quella che non tiene conto degli errori commessi, che non si pente mai di fronte a stupidaggini colossali e che nemmeno cerca di porvi rimedio in modo etico. La scienza che è ancora convinta che la fauna, alloctona o autoctona, si possa gestire solo a fucilate. Continuando a veicolare il messaggio di un uomo padrone della natura che risulta davvero intollerabile. Oggi più che mai.

I mufloni non andavano portati al Giglio e successivamente, al crescere del numero e al momento dello scampato pericolo di estinzione, andavano controllati numericamente in modo incruento. Operazione logica e fattibile proprio in un contesto insulare, in una piccola isola dell’arcipelago toscano. Senza necessità di farla diventare il luna park dei cacciatori, pomposamente chiamati selecontrollori. Sarebbe stato sufficiente confinarli, sterilizzarli o catturarli e portarli altrove. Senza bisogno di abbatterli per divertimento, perché poi alla fine di questo si tratta.

Un’idea, quella della loro salvaguardia, che è sposata da un’altra parte della scienza, come ricorda Franco Tassi, storico presidente del Parco d’Abruzzo. Che non accetta che tutto possa essere risolto a colpi di fucile. Il messaggio che passa ora è quello di un Parco, quello dell’Arcipelago Toscano, che decide per l’eradicazione cruenta dei mufloni, non cerca alternative e in anni non è riuscito a fare di meglio che pianificare questo tipo di soluzione.

La gestione faunistica è complessa per le tante variabili, ma la gestione su base venatoria è una fallimentare certezza, provata dai fatti

Risulta facile prevedere che l’operazione dell’eradicazione dei mufloni al Giglio sarà un successo. In un piccolo contesto annegato in mezzo al mare appare evidente che si possa arrivare a uccidere tutti i mufloni presenti. Un’operazione che sarà utile per dar forza alle operazioni di eradicazione, che possono funzionare solo su popolazioni molto piccole o in ambiti molto circoscritti come le isole. In realtà più ampie si continua a parlare di eradicazione, ma in realtà meglio sarebbe definirlo solo un momentaneo contenimento.

Un’altra inesattezza, non di poco conto, è quella di parlare di selecontrollo: non c’è selezione se l’obiettivo e l’annientamento. La pur fallimentare caccia di selezione qui non ha applicazione, perché si parla di terminare una popolazione di ungulati, in via definitiva. Quello che è veramente inaccettabile è la mancata attenzione preventiva rispetto all’insorgenza dei possibili problemi. Lo abbiamo fatto importando pappagalli e nutrie, gamberi della Louisiana e tartarughe della Florida, per non parlare di cinghiali balcanici e scoiattoli grigi. Noi creiamo il problema, noi siamo l’origine degli squilibri, che però poi non sappiamo risolvere.

Non rende più scusabile l’errore sostenere, come scrive Boitani, che in fondo si tratta “solo” di pecore selvatiche. Non risolve l’errore e non cambia il metodo che abbiamo nell’approcciare questi problemi. Scientificamente è provato che non riusciamo ad avere modelli di gestione efficaci fatti a suon di fucilate, eppure insistiamo nel raccontare che questo è l’unico sistema. Senza ammettere mai di aver commesso degli errori. Senza avere rispetto e senza capacità di insegnarlo, fatto ancora più grave.

Giovani e cambiamenti climatici: protestano i ragazzi che non credono più alle promesse dei governanti

giovani cambiamenti climatici protestano

Giovani e cambiamenti climatici: protestano i ragazzi di tutto il mondo stufi di sentire promesse vuote. I discorsi e le decisioni usciti dalle riunioni del G20 e dalla COP26 di Glasgow sono stati letti come una presa in giro. Parole rassicuranti che nascondono una realtà inquietante, fatta di promesse non mantenute e di promesse vane. Che non serviranno a contenere l’innalzamento della temperatura del pianeta, al di là di quello che politica e molta parte dell’informazione vogliono far credere.

I ragazzi non si fanno prendere in giro, non credono alle promesse fatte da chi in fondo non rischia nulla. I governanti di oggi, per età anagrafica, forse mangeranno solo l’antipasto di questo indigesto banchetto, mentre i ragazzi volenti o nolenti saranno costretti a doversi mangiare tutte le portate. Con un menù studiato da chi governa ora, che i giovani non possono cambiare. Non ora, non con questo stato di cose, salvo che decidano di aggregarsi dando vita a qualcosa di nuovo, di imprevisto.

Questa volta i giovani potrebbero fare la differenza perché il potere di aggregazione di diffusione delle informazioni è cambiato. Il mondo globalizzato che ci sta distruggendo può diventare la loro arma più potente. Consentendo sinergie e azioni contemporanee che potrebbero prendere forma in ogni angolo del globo. La paura di non avere futuro potrebbe fare da catalizzatore in un modo impensato per molti, con possibilità di dare grandi risultati.

I giovani protestano per i cambiamenti climatici, ma potrebbero essere capaci di diventare il granello di sabbia che ferma l’ingranaggio

In fondo gli adulti, quelli che governano attualmente, vivono in un mondo diverso e forse non riescono nemmeno a immaginare le potenzialità di una rete di giovani interconnessi. Di una moltitudine di ragazzi che in ogni angolo del pianeta inizi a organizzare proteste pacifiche, che paralizzino una serie di attività, anche economiche. Pur di obbligare la politica a rendersi conto che la commedia andata in scena durante la COP26 non ha convinto proprio nessuno, mettendo in luce la volontà di realizzare cambiamenti temporalmente incompatibili con la realtà.

Alla COP26 si è parlato di mantenere l’innalzamento della temperatura entro 1,5 C°, lo stesso impegno, non mantenuto, che era stato già stabilito a Parigi. Sono passati sei anni da quegli accordi e nulla di concreto è successo. La mancata azione ha fatto salire ancora la temperatura, le emissioni di gas clima alteranti sono aumentate, non è stata messa in atto alcuna azione di concreta riduzione. Sono stati attuati soltanto meccanismi di compensazione delle emissioni. Questo durante sei lunghi anni, tanto è il tempo trascorso dalla COP di Parigi.

Oggi la Cina dichiara di voler incrementare l’utilizzo di carbone, pur essendo uno dei maggiori produttori di energie rinnovabili. Promettendo di arrivare alla decarbonizzazione entro il 2050. L’India, uno dei tre Stati che causano maggior inquinamento, non fermerà l’uso del carbone sino al 2070. Quando i ventenni di oggi avranno settant’anni e avranno fatto a tempo a pagare ogni centesimo del danno climatico che gli abbiamo lasciato.

Una vera rivoluzione verde è necessaria e saranno i giovani a metterla in atto, insieme a quella piccola parte di mondo adulto consapevole

I giovani hanno il coraggio che deriva dal non avere nulla da perdere, dall’essere ancora estranei alla logica del compromesso. Quella logica che ha corrotto il mondo, ha messo le basi per arrivare alla catastrofe. La politica mondiale oramai è questa, una volta per molto meno, si sarebbero accesi conflitti planetari, mentre oggi vengono lasciati solo piccoli focolai di guerra, dove sono le armi a parlare. E in genere avvengono nei paesi poveri e sfruttati. Per tutto il resto ci pensa la diplomazia del compromesso, quella che ha oramai permeato le nostre società.

La Cina è una dittatura, non rispetta i diritti umani e non è un paese democratico: nonostante questo l’abbiamo fatta diventare la fabbrica del mondo, inquinante e con città che hanno un’aria irrespirabile. Questo anche a causa del fatto che una buona parte dell’energia, sin a poco tempo fa, era ottenuta bruciando la plastica di scarto dei rifiuti prodotti in Europa. Guardando da fuori queste vicende ben si capiscono le motivazioni che stanno facendo sobbollire la galassia giovanile. Ed è tempo di smetterla con i luoghi comuni che vogliono far credere che i giovani di oggi siano capaci, al massimo, di organizzare rave party illegali.

Gli adulti, i governanti, invece hanno dimostrato di essere bravissimi nel fare teatro ma molto meno nel limitare le emissioni clima alteranti. Ma ora anche importanti organizzazioni come il Fondo Monetario Internazionale iniziano a schierarsi più con Greta Thunberg che non con i governi. Dimostrando quanto la crisi climatica stia diventando una minaccia capace di far implodere l’attuale modello economico. In quella che si va sempre più delineando come la tempesta perfetta. Dove a venir spazzati via certo non saranno solo gli orsi polari.

Pessima gestione degli orsi in Trentino e la PAT incassa un’altra sconfitta di fronte al Consiglio di Stato

pessima gestione orsi Trentino

Per la pessima gestione degli orsi in Trentino la Provincia Autonoma di Trento incassa una nuova bocciatura dal Consiglio di Stato. In un’articolata sentenza il massimo organo amministrativo accoglie il ricorso delle associazioni protezionistiche ENPA e OIPA, con analoghe motivazioni di altre pronunce. Alla fine, senza entrare troppo nelle pieghe normative, la realtà è che l’ennesima bacchettata arriva a causa di decisioni arbitrarie, carenze istruttorie e decisioni sproporzionate.

Una decisione che sbatte la porta in faccia a Maurizio Fugatti e ai suoi deliri di onnipotenza. La gestione degli orsi in Trentino deve seguire le normative e non possono esistere scorciatoie, messe in atto a danno degli orsi. L’unica parte della sentenza che personalmente giudico molto discutibile è che le spese siano state compensate fra le parti. Mentre sarebbe stato giusto che la PAT fosse condannata a risarcirle. Per eccesso di arroganza, per dar corpo al danno erariale. Ma questo resta solo un parere che non sminuisce la portata della decisione.

Quindi l’orso M57, l’oggetto della contesa giudiziaria non è colpevole di aver aggredito una persona ma forse viceversa. Il comportamento del carabiniere che si è scontrato con l’orso è stato imprudente. Mentre l’atteggiamento dell’orso è stato inizialmente dettato da mera curiosità. Sino a quando la persona non ha deciso di mettere in atto comportamenti scorretti. Forse anche un poco da bullo, visto che di notte dopo aver visto l’orso cerca di spaventarlo. Mentre avrebbe dovuto arretrare con tranquillità. Peraltro una persona che, per mestiere, dovrebbe sapere come evitare inutili situazioni di pericolo.

La pessima gestione degli orsi in Trentino porterà alla liberazione dell’orso M57, imprigionato senza motivazioni?

Solo nelle prossime settimane si vedrà quale sarà il destino dell’orso M57. Dopo che il Consiglio di Stato ha sancito che la sua captivazione è stata un abuso. Dopo che è stato nuovamente scritto che le condizioni di detenzione a Casteller, il luogo di prigionia di M49 e M57, possono essere viste come un maltrattamento. Qualcosa dovrebbe quindi succedere e l’ipotesi, che scaturisce dalla sentenza è che in linea di principio nulla osta a un’eventuale liberazione. Condizionata però a una valutazione di pericolosità, ma anche legata al tempo autunnale e ai danni subiti. Il letargo, fra l’altro, incombe.

Senza poter dimenticare che M57, al pari del suo compagno di prigionia, è stato sottoposto a castrazione. Una situazione complessiva che seppur in mera teoria pare favorevole a un’ipotesi di liberazione temo che si scontrerà con altra realtà. I lunghi mesi di prigionia, le sofferenze patite, la castrazione, la somministrazione di sedativi e la vicinanza con l’uomo potrebbero aver prodotto danni. Un’ipotesi tutt’altro che remota. Gli animali selvatici sono delicati, anche quando sono grossi quanto un orso.

Qualcuno si prenderà la responsabilità di decidere per la liberazione dell’orso? Certo sarebbe giusto, un piccolo ma grande risarcimento per il male subito. Il giudizio è stato lasciato però alla Provincia di Trento, sentito il parere dell’ISPRA e questo, salvo sviluppi davvero clamorosi, fa pensare a un prolungamento della detenzione. Ingiustificata quando è stata disposta, forse difficile da revocare oggi. Dimostrando che i tempi della natura e quelli della giustizia sono incompatibili. Il rischio di questa vicenda è che si trasformi in una vittoria di Pirro. Inutile per M57.

Gli animali avrebbero diritto a un risarcimento per ingiusta detenzione e i responsabili meriterebbero una condanna

La vicenda di M57 non è una questione che riguarda un orso. Rappresenta la dimostrazione dei danni che possono essere prodotti da una cattiva politica. Dall’arroganza di chi pensa di poter fare quello che vuole, con lo scopo di mantenere il consenso elettorale. Passando via attraverso le maglie troppo larghe di una giustizia che arriva, ma quasi sempre con tempi inaccettabili. Almeno per poter essere applicata in un caso come quello dell’orso M57.

La speranza, che temo vana, è che questo ennesimo precedente porti a dei cambiamenti. Che si arrivi a individuare le responsabilità di chi ha ristretto gli orsi in condizioni di maltrattamento. L’attivazione seppur tardiva della magistratura penale, che in tutta questa vicenda è stata la grande assente. Il convitato di pietra che è passato sopra ai maltrattamenti inferti agli orsi e messi nero su bianco dai Carabinieri Forestali. Sarebbe giusto che chi ha fatto il danno sia portato a risponderne, senza che questo possa togliere la sofferenza inutilmente patita da un orso che poteva restare libero.

COP26: deforestazione e carbone rischiano di seppellire non solo le buone intenzioni ma anche il futuro dei giovani

COP26 deforestazione carbone

Cop26 su deforestazione e carbone: le tempistiche annunciate sono incompatibili con la necessità di salvare il futuro dei giovani. Dieci anni per smettere di deforestare e quaranta per arrivare alla piena rinuncia del carbone sono tempistiche irreali. Incompatibili con le necessità ambientali della Terra, con la nostra sopravvivenza, con il buon senso. Calcolando anche che normalmente le promesse fatte su tempi dichiarati difficilmente si realizzano. Non è successo in passato e, con queste premesse non succederà in futuro.

Il consumo di suolo e di foresta ha già superato la soglia di guardia, ma sembra che solo pochi se ne accorgano. E sono i più giovani, quelli che stiamo costringendo a capire che per sopravvivere dovranno seppellirci. Prima che il nostro capolavoro trovi compimento, perché sotto il profilo del disastro è stato davvero incredibile riuscire a compiere in un solo secolo una devastazione di queste proporzioni. La nostra generazione non è credibile, o forse più semplicemente non è mai stata credibile.

Era la generazione degli ideali, delle battaglie per l’ambiente, per la giustizia planetaria, quella che pensava di poter risolvere i mali del mondo. Eppure quegli stessi che sfilavano nelle vie e nelle piazze d’Europa hanno contribuito, con azioni ed omissioni, a mangiarsi il pianeta. A divorare a grandi bocconi il futuro dei giovani di oggi. Per miopia o per ingordigia, perché tanto se cambia il giudizio morale non cambia il risultato pratico. Pochi hanno guadagnato moltissimo, a moltissimi è stata regalata l’illusione del benessere, del consumo, del potere d’acquisto. Abbiamo trasformato le persone in consumatori e gli animali in prodotti.

Cop26 deforestazione e carbone restano le due ferite più dolorose, cosparse con il sale dell’incapacità di guidare il cambiamento

Ha ragione Greta Thunberg a dire che nei palazzi di Glasgow non ci sono i leader, i leader sono loro che stanno popolando le strade. Con la loro urgenza, con l’impossibilità di rassegnarsi davanti al bla bla bla della politica. Pensare che Cina e India possano vedere come punto di arrivo per la decarbonizzazione il 2050 o il 2070 è un arrogante follia, di chi guarda all’oggi e fa i calcoli con la sua economia e con la sua sopravvivenza politica. Abbiamo fatto diventare la Cina la fabbrica del mondo, infischiandocene beatamente dei diritti umani, scherzando incoscientemente sull’effetto farfalla.

Oggi questi paesi ci presentano il conto, non solo a noi ma a tutti i giovani del pianeta. Irridendoci perché come ha fatto presente l’India, e nemmeno tanto sommessamente, ci sono decine di migliaia di aziende europee che hanno delocalizzato, portando in India le produzioni. Fantastico no? Il miraggio era rappresentato dal basso prezzo, meno paghi e meglio è, poi aiutiamoli a inquinare a casa loro. Pazienza se lo faranno con i rifiuti nostri, con le nostre tecnologie, apprendendo non solo le tecniche ma anche l’arroganza occidentale.

Oggi siamo diventati devastatori schizofrenici, un’abbinata pericolosissima. Unendo tutto e il contrario di tutti, facendoci i complimenti per gli obiettivi futuri e seppellendo, o cercando di farlo, i fallimenti degli obiettivi passati. Raccontando ai giovani, sempre più increduli e arrabbiati, che stiamo facendo molto: per esempio pianteremo un sacco di alberi, ma fermeremo la deforestazione solo (forse) nel 2030. L’apoteosi di tutto e il suo contrario, l’abbattimento lento e sofferto della logica della tutela ambientale.

Le foreste esistenti sono la perfezione, le piantumazioni che si realizzeranno saranno dei goffi tentativi di imitazione di ecosistemi esistenti

Abbiamo ecosistemi perfetti, che per millenni hanno garantito equilibrio e biodiversità. Le foreste sono un capolavoro che nessun ingegnere riuscirebbe a replicare in toto, pensando di piantare alberi. Certo gli alberi sequestrano la CO2, ma queste idee sequestrano irrimediabilmente la nostra intelligenza, sempre in bilico fra affari, convenienze e sindrome del dio creatore. L’uomo che tutto sa, che tutto può. Eppure noi continuiamo a distruggere ecosistemi perfetti per ricrearne artificialmente altri che saranno imperfetti. Almeno sino a quando non sfuggiranno al nostro controllo.

Devastiamo la foresta per farne pascolo o per coltivare soia per allevare animali che il pascolo, purtroppo per loro, non lo hanno mai visto e non lo vedranno mai. Eppure di allevamenti intensivi, di agricoltura estensiva si parla sempre troppo poco, non si racconta realmente al mondo che questi due argomenti sono un gran parte del nocciolo dei problemi: delle emissioni e delle devastazioni ambientali. Che si completano accompagnandole alle energie fossili, che inquinano e producono gas clima alteranti.

Quindi l’Europa si batte per fermare la deforestazione, ma incentiva gli allevamenti intensivi, deforesta o lascia deforestare per produrre enormi quantitativi di soia destinati ad alimentare gli animali. che a loro volta emettono gas clima alteranti, inquinano, sono maltrattati, soffrono e fanno una vita da girone dantesco. Sembra di leggere un brutto romanzo horror e per questo i giovani dovranno seppellirci, non solo prima o poi fisicamente, ma ora, subito, politicamente.

Ucciso orso marsicano in autostrada: servono attraversamenti sicuri e protezioni efficaci

ucciso orso marsicano autostrada

Ucciso un orso marsicano in autostrada per carenza nelle protezioni, come più volte segnalato dal Parco d’Abruzzo. Nei mesi scorsi il PNALM era intervenuto per mettere in sicurezza un tratto dell’Autostrada dei Parchi, proprio nel tentativo di proteggere persone e animali. L’incidente è accaduto in un diverso tratto del percorso, non adeguatamente protetto da recinzioni. Una perdita importante, per una popolazione così piccola come quella degli orsi marsicani. Una morte però ampiamente prevedibile.

Cani falchi tigri e trafficanti

Nel corso della primavera 2021, dopo aver ricevuto la segnalazione che l’orsa Amarena e i suoi quattro cuccioli avevano nuovamente attraversato l’autostrada, il PNALM aveva nuovamente acceso i riflettori sul pericolo. Sollecitando nuovamente il gestore dell’autostrada A25 a porvi rimedio. Per questo era stato anche convocato un tavolo in prefettura, ricco di buone intenzioni ma con scarsi risultati pratici. La mancanza di azioni è la causa della morte di questo giovane maschio.

L’investitore ha preferito non fermarsi e non avvisare dell’accaduto, lasciando il plantigrado morto sulla careggiata. A giudicare dalla foto l’orso sembra essere morto subito dopo l’impatto, probabilmente con un mezzo pesante. Il Parco attende ora i risultati delle analisi genetiche per avere maggiori dati sull’orso che non era identificato. Nel frattempo i Carabinieri Forestali si sono attivati per cercare di individuare il responsabile grazie alle telecamere poste sul tracciato.

L’orso marsicano ucciso in autostrada è il terzo esemplare in diversi anni, ma altre e diverse sono state le situazioni pericolose

Se è vero che la messa in sicurezza dell’A25, concordata con il Parco dopo la riunione con il Prefetto dell’Aquila non possa essere realizzata in un batter d’occhio è anche vero che volere è potere. Come ha dimostrato il PNAL che ha realizzato in pochi giorni la protezione di un tratto di strada, non solo per evitare l’attraversamento degli orsi, ma per proteggere la fauna in genere. Con una struttura in grado di impedire le invasioni di carreggiata anche a caprioli, cervi e alla fauna minore.

Purtroppo la creazione dei corridoi faunistici è materia sulla quale l’Italia è in grandissimo ritardo, con tutte le conseguenze per gli animali e per la sicurezza della circolazione stradale. Imprevisti attraversamenti di animali su strade a scorrimento veloce come le autostrade, rappresentano un pericolo che non dovrebbe essere sottovalutato. Se chi ha investito l’orso fra gli svincoli di Avezzano e Cenano si fosse trovato su una piccola autovettura le conseguenze avrebbero potuto essere letali anche per le persone. Certo il conducente del mezzo ha dimostrato una totale assenza di senso civico.

I fondi europei destinati alla transizione ecologica dovrebbero essere utilizzati anche per realizzare una rete di corridoi faunistici. Strutture che possano garantire ai selvatici di potersi muovere liberamente sul territorio. Senza correre pericolo di essere travolti dagli autoveicoli e senza far rischiare inutili incidenti. Agevolando la dispersione di tantissime specie e quindi contribuendo a tutelare la nostra biodiversità.

Gli eccessi di velocità, specie di notte, possono essere letali per gli animali selvatici

Quanto successo in Abruzzo non è stato un caso isolato. Nelle ultime settimane altri orsi sono morti in Trentino a seguito di investimenti o hanno riportato ferite. In questi eventi purtroppo è ragionevole pensare che la responsabilità vada addebitata ai conducenti. Il mancato rispetto dei limiti di velocità, specie nelle ore notturne, è una delle principali cause di investimento e di mortalità per la fauna.

In attesa che siano realizzati i corridoi faunistici occorre posizionare una cartellonistica adeguata, ma anche rilevatori di velocità che servano per dissuadere dal superamento dei limiti consentiti. Un’andatura moderata consentirebbe di rallentare o fermarsi e di evitare pericolose collisioni. Occorre anche tenere presente che mentre l’investimento di un orso o di un lupo fa notizia, nulla arriva sullo stillicidio dei piccoli selvatici morti ogni notte a causa della velocità. Una strage dannosa che non fa rumore, ma che è causa di sofferenze e problemi evitabili con un poco di attenzione.

Orsi e ricorsi in Trentino per una contesa insensata che la PAT non vuole far cessare

orsi ricorsi Trentino

Orsi e ricorsi in Trentino sono diventati la normalità: la giunta provinciale emette provvedimenti prepotenti e le associazioni fanno ricorso. L’amministrazione quasi sempre perde davanti ai tribunali amministrativi e riceve sonori schiaffoni dalle sentenze del Consiglio di Stato. Ma non molla la presa. Una guerra santa per dimostrare ai trentini chi comanda, per cercare di non perdere consenso in una provincia dove il problema principale non sono gli orsi, ma i pesticidi. Come ogni volta dimostrano le inchieste televisive.

Cani falchi tigri e trafficanti

Questa volta al centro della contesa sono le linee guide sulla gestione degli orsi, che la provincia ha ben pensato di poter stravolgere. Scordando che tecnicamente l’autonomia concessa non può essere intesa come extraterritorialità. Gli orsi, e non solo loro, sono inseriti in un patrimonio faunistico collettivo che appartiene all’intero paese. Per questo regioni e province possono gestirlo, ma rispettando la normativa di riferimento nazionale. Senza possibilità per Fugatti e la giunta di adottare provvedimenti che gli possano consentire di abbattere un orso alla prima occasione.

Quello che sconforta è questo costante scontro fra i poteri dello Stato. Sollecitati dalle associazioni che non possono tollerare i ripetuti abusi, fatti a spese dei cittadini, e in questo caso anche degli orsi. Quando le norme sono chiare, e quelle che regolano la gestione degli orsi anche in Trentino lo sono, non è tollerabile che l’amministrazione provinciale prenda sempre scorciatoie. Anche quando appare da subito palese che i provvedimenti adottati vadano oltre il lecito. Come ritenere che la Provincia di Trento possa emettere senza contraddittorio ordinanze di abbattimento di orsi senza seguire il percorso previsto dai piani di gestione.

Orsi e ricorsi in Trentino: scelte che sembrano costruite a tavolino per mantenere alto il conflitto senza affrontare il problema

Arriva la sconfitta presso il TAR di Trento che annulla la possibilità che sia l’amministrazione trentina, in autonomia, a decidere se abbattere un orso giudicato dalla stessa problematico? Fugatti non demorde, dando mandato all’ufficio legale di ricorrere al Consiglio di Stato contro la sentenza. Con la consapevolezza che in punto diritto la sentenza non potrà essere ribaltata. Questo gesto, l’ennesimo, serve a mostrare i muscoli a favore degli elettori, cercando di minimizzare le sconfitte e di distogliere dagli errori.

Il miglior modo per evitare scontri fra orsi e persone è quello di evitare incontri ravvicinati, come è stato detto più volte. Per ottenere questo risultato occorre un’idea di gestione intelligente e il rispetto di alcune regole. Uno dei problemi tardivamente affrontati e ben lungi dall’essere risolti è la gestione della frazione umida dei rifiuti. Quelli che noi vediamo come scarti alimentari per gli orsi sono invece risorse a basso costo energetico. Quindi se il Trentino non si dota, in tutti i Comuni interessati dalla presenza degli orsi, di contenitori di rifiuti appositamente realizzati sarà impossibile evitare che gli orsi si avvicinino agli insediamenti umani.

Occorre informare i turisti, ma anche i locali, dei corretti comportamenti da tenere e imporre che nelle zone frequentate da orsi, specie in primavera, i cani siano tenuti al guinzaglio. In particolari periodi, come avviene in Abruzzo, potrà essere necessario chiudere dei sentieri per evitare invasioni di campo da parte degli umani. Diffondendo il concetto che il territorio debba essere condiviso rispettando le diverse necessità. Mettendo in campo informazioni, sanzioni e controlli per evitare che i turisti inseguano gli orsi per fare riprese video e selfie per dimostrare il loro coraggio, che più banalmente è semplice stupidità.

I conflitti con gli allevatori vanno limitati grazie a capillari sistemi di dissuasione e protezione

Oltre alla gestione dei rifiuti, che è il principale motivo di avvicinamento dei selvatici ai centri urbani, come avviene per i cinghiali, occorre proteggere e gestire gli animali al pascolo. Se i malgari si sono abituati a essere da decenni senza predatori devono rendersi conto che, per fortuna, molti predatori sono tornati, o perché reimmessi come gli orsi o in quanto arrivati spontaneamente come i lupi. Quindi se non vogliono avere perdite devono comportarsi come i loro bisnonni, che non lasciavano gli animali al pascolo senza sorveglianza.

Allevare animali in natura non può essere fatto da dilettanti drogati dai fondi europei, dati a pioggia anche a chi svolge questa attività come secondo lavoro. Una situazione che non può più essere tollerata. Contro la quale devono battersi anche le amministrazioni, senza essere conniventi con comportamenti spesso ai limiti del lecito. Difendere le comunità locali non può e non deve prescindere dal dovere di far comprendere l’importanza dell’ambiente e del patrimonio faunistico, nell’interesse anche di chi in Trentino ci vive.

Nel frattempo fra orsi e ricorsi non bisogna dimenticarsi dei due orsi che restano prigionieri in condizioni inaccettabili a Casteller. Un fatto su cui in tantissimi si aspettavano un intervento mai arrivato della magistratura.