Animali a rischio investimento sulle strade: se ne parla tanto ma si fa troppo poco

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Animali a rischio investimento sulle strade: se ne parla tanto ma si fa troppo poco per mettere in sicurezza le nostre strade. Dopo la morte dell’orso Juan Carrito, investito e ucciso da un auto in Abruzzo, il tema torna prepotentemente alla ribalta. Ma l’esperienza insegna come su questo argomento i riflettori restino accesi per poco tempo, senza riuscire a far mettere in atto le azioni necessarie per prevenire queste collisioni, che hanno quasi sempre esito fatale per gli animali e spesso anche per le persone.

Il nostro paese è molto arretrato, rispetto a altre realtà europee, nell’adozione di provvedimenti concreti per tutelare gli animali selvatici. Costretti ad attraversare le nostre infrastrutture come strade, autostrade e binari ferroviari mettendo a repentaglio la sicurezza dei conducenti e la loro vita, per mancanza di adeguati corridoi ecologici. Una strage silenziosa sulla quale esistono pochi dati: se non si verificano collisioni importanti auto/animale i continui investimenti non fanno notizia. Specie quando riguardano animali di piccola taglia come volpi, tassi, ricci, faine o altri animali di taglia medio piccola.

Eppure queste collisioni sottraggono al nostro patrimonio naturalistico un numero consistente di animali, un’impressione non corroborata da dati certi, ma dai cadaveri di animali che si osservano percorrendo molte strade. Per evitare questi incidenti esistono soluzioni immediate, come una drastica riduzione della velocità quando si attraversano aree naturalistiche, specie nelle ore notturne, e la creazione di attraversamenti sicuri. La riduzione della velocità non può essere lasciata alla scelta del singolo automobilista, che spesso ignora i cartelli di pericolo, ma può essere ottenuta con controlli automatici della velocità. I proventi di queste sanzioni potrebbero essere destinati alla messa in sicurezza delle strade mediante la creazione di attraversamenti sicuri.

Animali a rischio investimento sulle strade: servono più controlli automatizzati

L’assenza di strutture per l’attraversamento sicuro delle strade da parte degli animali è un problema serio e non soltanto per garantire la sicurezza della circolazione. Le barriere, spesso invalicabili, costituite dalle nostre reti viarie rappresentano ostacoli fisici che impediscono il libero spostamento degli animali sul territorio. Con conseguenze che impattano anche sulla loro distribuzione e sulla tutela della biodiversità, così importante per mantenere l’ambiente in equilibrio.

La morte dell’orso Juan Carrito ha privato la popolazione degli orsi marsicani, che è di circa una settantina di esemplari, di un giovane maschio che non aveva ancora raggiunto la maturità sessuale. Un danno importante quando colpisce una popolazione così piccola, di una sottospecie unica che vive in un areale molto piccolo. Ma sulla stessa statale dove è stato investito Carrito negli anni precedenti erano stati investiti e uccisi già tre orsi, mentre altri due erano rimasti soltanto feriti e qualche giorno fa è stato investito un lupo.

Una situazione di pericolo che ha costretto il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, con l’aiuto dell’associazione Salviamo l’orso, a fare interventi per la messa in sicurezza di quel tratto stradale. Pur non avendo una competenza diretta ma con il solo intento di evitare altre morti in un tratto di strada molto pericoloso. Purtroppo il giovane Juan Carrito, sempre in cerca di nuovi percorsi, ha superato le reti arrampicandosi per poi balzare sulla carreggiata, un comportamento con conseguenze fatali. Del resto gli animali sono imprevedibili e i mezzi di dissuasione, seppur indispensabili, non possono fornire certezze assolute. Mentre la riduzione della velocità resta sempre la miglior prevenzione contro gli incidenti.

Tutte le nuove infrastrutture devono prevedere corridoi per garantire attraversamenti sicuri agli animali selvatici

Occorre che sul tema delle collisioni con la fauna e sulla necessità di creare corridoi che consentano agli animali selvatici attraversamenti sicuri si passi dalla teorizzazione alla concretizzazione. Mettendo in campo normative e risorse che consentano di tradurre in realtà i mille impegni sempre annunciati e mai attuati. L’amministrazione pubblica deve concentrare i suoi sforzi futuri in massima parte sulle attività di tutela ambientale e per il contrasto al cambiamento climatico. Magari sottraendo risorse a quella gestione venatoria della fauna che ha portato zero risultati sotto il profilo pratico.

Sarebbe bello fra qualche tempo poter affermare che la morte di Juan Carrito, che tanto ha colpito l’opinione pubblica, abbia fatto da spartiacque, facendo diventare concreta l’attenzione sulla sicurezza degli animali selvatici. In questo un grande aiuto lo possono fornire i cittadini, rallentando la velocità quando si percorrono strade che attraversano ambienti naturali e evitando di fornire cibo, anche involontariamente, ai selvatici. Per evitare di condizionarli e renderli così confidenti, mettendoli in pericolo e facendo perder loro il timore nei nostri confronti, che è invece indispensabile per la loro salvezza.

Polli e marketing, le bugie della pubblicità sugli allevamenti intensivi

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Polli e marketing, le bugie della pubblicità alle quali non bisogna credere, come ha dimostrato l’inchiesta di Giulia Innocenzi trasmessa da Report. Scelta per quale occorre sottolineare la correttezza della RAI, che nonostante la Fileni sia un investitore importante, non ha censurato l’inchiesta sull’azienda. Una delle più importanti realtà fra i produttori italiani di polli destinati al consumo, impietosamente messa sotto accusa dalla trasmissione di Sigfrido Ranucci. Chi invece ne esce con le ossa rotte sono purtroppo i polli, ma anche l’azienda e gli organismi di controllo della sanità pubblica.

Il caso di Fileni è solo l’ultimo anello di una lunga catena di abusi che si verificano negli allevamenti intensivi, dove non si parla di singoli episodi di maltrattamento ma di azioni sistematiche. Non episodi di crudeltà costituiti da abusi dei singoli lavoratori, ma decisioni che dipendono dalle catene di comando di queste industrie della carne. Realtà economiche che possono permettersi anche di non rispettare la legge a causa di controlli poco efficaci, di un sistema che tollera anche permanenti carenze strutturali. Ben evidenziate da Report nell’inchiesta che presto diventerà materiale per l’intervento di qualche Procura.

Non bisogna pensare che siano solo i polli o solo Fileni a creare problemi: la realtà sta nel processo produttivo da quando si è trasformato da attività agricola in fabbrica di proteine. Che per definizione deve essere a basso costo, per far fronte a competitor sempre più agguerriti nel dividersi un mercato nel quale la qualità vale commercialmente meno del prezzo, che deve essere basso. Così un pollo da carne impiega per passare da pulcino a spiedino solo 40 giorni, che non possono diventare di più perché i polli non sarebbero più capaci di stare in piedi. La causa? Un petto troppo pesante, molto richiesto dal mercato, che dopo i 40 giorni li farebbe crollare a terra.

Polli e marketing, le bugie della pubblicità, la falsità delle immagini e le operazioni di greenwashing

La pubblicità racconta di polli che vivono come quelli della foto che illustra l’articolo: un falso che non esiste in alcun allevamento intensivo, neppure in quelli bio. Aggravato da una normativa che consente a un produttore di fare pubblicità alla linea bio anche se questa rappresenta una piccola quota della produzione del marchio. In questo modo il consumatore associa quello che, purtroppo, viene considerato solo un prodotto a una bella vita serena, passata all’aria aperta. Una forzatura fatta per nascondere la realtà di sterminati capannoni dove ogni 40 giorni tutti gli animali vengono abbattuti in contemporanea, dopo una vita in condizioni orribili.

Guardando con attenzione le campagne pubblicitarie delle grandi aziende ci si rende conto che il marketing lavora intensamente per modificare la percezione del consumatore. Eliminando gli animali da contesti scomodi, che non li vedano vivere su verdi praterie, per esaltare il solo prodotto. In questo modo il consumatore è portato a farsi meno domande sulla vita dei polli, ma anche sulla qualità di quello che mette sulla tavola. Così, sempre grazie al marketing, finisce che un’azienda come Fileni riesca a diventare sponsor del Jovabeachtour di Lorenzo Cherubini alias Jovanotti. Oggetto di mille critiche dagli ambientalisti anche per questa scelta.

L’azienda Fileni difende il suo operato dicendo che è tutto regolare, fatto secondo normative, senza commettere irregolarità di sorta. Probabilmente la parola fine la scriverà un tribunale, ma a giudicare dall’imbarazzo dimostrato dalle autorità che dovevano controllare sembra proprio che molte cose non andassero per il verso giusto. Le parole hanno sempre un peso, ma le immagini pesano anche di più e sono state viste da milioni di persone. Così, ancora una volta, con l’industria della carne a basso costo finisce alla gogna anche una sanità pubblica che cerca di nascondersi dietro un dito. Quando non sarebbe sufficiente neanche una quinta teatrale a dissimulare uno spettacolo impietoso.

Contro gli allevamenti intensivi i primi a schierarsi sono i cittadini che non li vogliono a casa loro

Secondo la leggenda del mercato i residenti sono grati a chi gli impianta un’industria sotto casa, contribuendo a dare benessere alla comunità. Nella realtà invece le persone si schierano, contestano gli allevamenti, impugnano le autorizzazioni, denunciano le inadempienze, si lamentano per la puzza. Preoccupandosi anche per la loro salute perché secondo gli studi la più probabile nuova pandemia arriverà proprio da una mutazione dell’aviaria. E gli allevamenti intensivi che concentrano centinaia di migliaia di polli, in ambienti angusti, rappresentano il posto ideale per far prosperare i virus.

Jovanotti aveva definito chi lo criticava un eco terrorista, chissà che nel frattempo abbia avuto modo di fare qualche nuova riflessione. Dopo le inchieste di Sabrina Giannini per Indovina chi viene a cena, trasmissione messa in onda sempre dalla RAI, che si è battuta per denunciare quanto poco ecologico fosse il tour. Dopo la trasmissione di Report che ha dato un’immagine non proprio rassicurante del buono e bio! Del resto che un allevamento intensivo stia all’ambiente come Attila alla pace nel mondo è cosa nota. Che però ancora oggi qualcuno cerca di nascondere sotto un tappeto sempre più piccolo.

Difendere i diritti degli animali significa, anche, difendere i diritti dell’uomo perché se non si cambia il paradigma alimentare basato sulle proteine animali non se ne esce. Questa non è più, da tempo, un’esagerazione dei cosiddetti animalisti ma una preoccupazione, oramai diventa un vero e proprio allarme, dell’intero mondo scientifico. Specie quando non messo sotto contratto dalle aziende che ogni anno nel mondo allevano 25 miliardi di polli, tanto per dare un’idea del business.

Guerra ai lupi: la Svezia crea un pericoloso precedente contro il predatore

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Guerra ai lupi in Svezia, dove il parlamento ha deciso l’abbattimento di 75 animali, su una popolazione stimata di 460 esemplari, già considerata in pericolo. Secondo il parlamento svedese il numero dei lupi dovrebbe addirittura scendere sotto le 200 unità, una previsione considerata inaccettabile da quasi tutto il mondo scientifico e dalle organizzazioni ambientaliste. Un abbattimento massiccio che i cacciatori dovranno realizzare nell’arco di un mese, proprio nel periodo invernale, il più difficile per questi predatori. Una scelta politica in un paese dove la lobby venatoria è molto potente e considerata, tanto da avere un poligono riservato ai parlamentari cacciatori nella sede del parlamento.

Questa scelta non tiene conto delle dinamiche di popolazione, dell’importanza che i predatori hanno per l’ecosistema e nemmeno del parere degli organismi scientifici. La Svezia é un paese che sembra molto impegnato nella lotta ai cambiamenti climatici, che però non è nuovo a contrasti molto forti con lo stesso movimento ambientalista. A causa di scelte sbagliate proprio come quella di voler ridurre la popolazione dei lupi a un numero appena superiore alla teorica soglia di sopravvivenza.

Il mondo scientifico continua a lanciare allarmi, raccomandando la necessità di mettere in atto ogni azione possibile per la conservazione della biodiversità, unica via per mantenere l’ambiente in equilibrio. Ma la politica, in Svezia come in Italia, sembra più interessata a seguire il parere degli elettori piuttosto che quello della scienza. Cercando di mantenere costante la politica del dare un colpo al cerchio e l’altro alla botte.

La guerra ai lupi in Svezia potrebbe aprire pericolose falle nella difesa della biodiversità

La popolazione dei lupi presente in Svezia e Norvegia è già stata estinta una volta per mano dell’uomo intorno al 1970. come dimostra uno studio genetico realizzato dall’Ntnu, l’Università norvegese di scienza e tecnologia e dall’Università di Copenaghen. I lupi attualmente presenti in Svezia e Norvegia, secondo gli studi genetici compiuti, risultano essere provenienti dalla vicina Finlandia, da dove sono giunti andando a occupare le nicchie ecologiche lasciate libere a causa dell’uomo.

Gli attacchi ai lupi non arrivano solo dal Nord Europa, ma anche dalla vicina Svizzera, che ha da poco compiuto il tentativo, fallito, di far modificare lo status del lupo riconosciuto dalla Convenzione di Berna, da specie “strettamente protetta” a “protetta”. In questo modo sarebbe stato possibile per la confederazione elvetica attuare ulteriori misure di sfoltimento dei branchi, in un paese dove i conflitti fra predatori e allevatori sono abbastanza frequenti.

Continuando a vedere i predatori solo come un problema, non riconoscendone il ruolo fondamentale che ricoprono nel mantenimento dell’equilibrio ambientale, si dimostra che gli interessi di pochi prevalgono su quelli collettivi. Tutela della biodiversità e protezione dell’ambiente hanno un valore, anche economico, molto superiore a quello che troppo spesso la politica gli riconosce, senza ascoltare in primo luogo la scienza. Lo dimostra la politica svedese, che in un paese grande una volta e mezza l’Italia e con una densità di popolazione di soli 23.1 abitanti per kmq (ben 8 volte più bassa di quella italiana) ritiene insopportabile la presenza di meno di 500 lupi.

Convivenza e condivisione: due parole magiche troppo spesso ignorate

Il nostro futuro come specie è strettamente legato alla nostra capacità di condividere le risorse con il resto degli abitanti del pianeta, sapendo che solo questa scelta obbligata potrà essere premiante. Convivere e condividere non possono essere considerati concetti astratti, da sognatori utopisti, ma necessità divenute oramai indispensabili se non vogliamo essere responsabili di un futuro tetro. Continuare a guardare le esigenze economiche dell’oggi, gli interessi di alcune categorie a scapito di altre rischia di far aprire una voragine dalle conseguenze tanto prevedibili quanto inevitabili.

Se guardiamo il nostro presente come se fossimo ancora negli anni ’70 lo potremmo definire una realtà degna di un film catastrofista. Purtroppo non si tratta di un film ma solo del vero annuncio di una catastrofe che non si è voluto impedire diventasse concreta. Oggi i veri illusi, la vera fantascienza, sta nel pensare che tutto sia risolvibile e che il perno della nostra futura sopravvivenza sia costituito dall’economia. Continuando a raccontarci, come rassicurazione, che stiamo procedendo nella giusta direzione per risolvere questi problemi. Mentre appare sempre più reale che l’ipotesi migliore potrà essere soltanto quella della mitigazione degli inevitabili danni.

Caccia aperta sempre ovunque: un luna park per cacciatori nascosto in un emendamento

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Caccia aperta sempre ovunque, anche nelle aree protette e in quelle urbane per contenere lo straripante assedio faunistico! Potrebbe sembrare un’esagerazione, ma l’attuale governo sta cercando di tradurre in realtà i sogni proibiti dei cacciatori. Non si tratta di promesse elettorali, ma di un emendamento messo nero su bianco e accolto per la discussione dalla Commissione bilancio della Camera dei deputati. Pubblicato, per trasparenza e un poco anche per arroganza, nell’accoglierlo, sul sito ufficiale del parlamento.

Si tratta di ben quindici deputati di Fratelli d’Italia, non è una questione politica ma del modo di fare politica, che si sono ingegnati per dar vita a un emendamento-capolavoro. Che propongono di inserire l’articolo 78bis nella manovra finanziaria per modificare l’articolo 19 della legge 157/92, che regola il prelievo venatoria. Una legge già di per se fuori del tempo, visto che non è una norma che tutela la fauna, ma che regolamenta, male, la caccia. Incaricando le Regioni che “provvedono al controllo delle specie di fauna selvatica anche nelle zone vietate alla caccia, comprese le aree protette e le aree urbane, anche nei giorni di silenzio venatorio e nei periodi di divieto“.

Praticamente si tratta di fatto di dar vita a una stagione di caccia infinita, un luna park per cacciatori sempre aperto, perché dalla fauna occorre difendersi. Non si può prescindere da una gestione venatoria da attuare contro questi selvatici che attentano agli umani possedimenti, compresi quelli immigrati, quasi sempre per mano umana, da altri continenti. Un intervento indifferibile e prioritario che se potesse trovare concretizzazione costituirebbe un’ulteriore follia a favore dei cacciatori.

Caccia aperta sempre e ovunque, per ricompensare gli elettori annegando la proposta nella legge di bilancio

Un altro fatto decisamente pessimo è costituito dal contenitore con il quale si cerca dii fare passare questa modifica dell’attuale normativa. Con un metodo spesso criticato dalle opposizioni, a cui fino a ieri apparteneva FDI: quello di annegare emendamenti inaccettabili nei tanti decreti omnibus di questo Stato. Un modo vergognoso, utilizzato da destra a sinistra per far passare provvedimenti che non sarebbero mai passati se fossero stati inseriti in una normativa specifica. Ma vediamole in dettaglio queste due perle politiche, che sgorgano dalle fantasie di un nutrito gruppo di parlamentari.

2. Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, per la tutela della biodiversità, per la migliore gestione del patrimonio zootecnico, per la tutela del suolo, per motivi sanitari, per la selezione biologica, per la tutela del patrimonio storico-artistico, per la tutela delle produzioni zoo-agro-forestali ed ittiche e per la tutela della pubblica incolumità e della sicurezza stradale provvedono al controllo delle specie di fauna selvatica anche nelle zone vietate alla caccia, comprese le aree protette e le aree urbane, anche nei giorni di silenzio venatorio e nei periodi di divieto. Le attività di contenimento di cui al primo periodo non costituiscono esercizio di attività venatoria. Qualora i predetti metodi si rivelino inefficaci, le regioni e le province autonome possono autorizzare, sentito l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, piani di controllo numerico mediante abbattimento o cattura.
   3. I piani di cui al comma 2 sono attuati dai cacciatori iscritti agli ambiti territoriali di caccia o nei comprensori alpini delle aree interessate, previa frequenza di corsi di formazione autorizzati dagli organi competenti a livello regionale e sono coordinati dagli agenti delle Polizie provinciali o regionali. Le autorità deputate al coordinamento dei piani di abbattimento possono altresì avvalersi dei proprietari o conduttori dei fondi sui quali si attuano i piani medesimi, purché muniti di licenza per l’esercizio venatorio, delle guardie venatorie, degli agenti delle polizie locali, nonché del personale del comando unità per la tutela forestale ambientale e agroalimentare dell’arma dei carabinieri.
   4. Gli animali abbattuti durante le attività dei controlli sono sottoposti all’analisi igienico sanitaria e in caso negativo, sono destinati al consumo alimentare.

Testo inserito Articolo 78bis della V Commissione permanente

Non basta aver la caccia aperta tutta l’anno, ci vuole altro per accontentare i cacciatori

Per questo la proposta di creare un articolo bis anche nella legge sulla caccia, l’ormai famigerata 157/92, che stabilisca chi coordina e mette in atto il piano di sterminio faunistico. Provvedimento che non dovrebbe mai essere accettato dall’Europa ma nemmeno dalla nostra Corte Costituzionale, almeno si spera. Il primo tassello del piano è quello di affidare ai Carabinieri Forestali l’esecuzione del progetto e il suo coordinamento. Mossa geniale pensata per sottrarre risorse alle già scarse forze in campo sulla tutela degli animali e dell’ambiente, che ancora sfugge ma comprende anche la fauna per restare in equilibrio.

1. Con decreto del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, di concerto con il Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste e sentito, per quanto di competenza, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale e previa intesa in sede di conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano è adottato entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge il piano straordinario per la gestione ed il contenimento della fauna selvatica, di durata quinquennale e adottato.
   2. Il Piano costituisce lo strumento programmatico, di coordinamento e di attuazione dell’attività di gestione e contenimento numerico della presenza della fauna selvatica sul territorio nazionale mediante abbattimento e cattura.
   3. Le attività di contenimento disposte nell’ambito del Piano non costituiscono esercizio di attività venatoria e sono attuate anche nelle zone vietate alla caccia, comprese le aree protette e le aree urbane, nei giorni di silenzio venatorio e nei periodi di divieto.
   4. Il Piano è attuato e coordinato dal Comando unità per la tutela forestale, ambientale e agroalimentare dell’Arma dei Carabinieri, il quale può avvalersi dei cacciatori iscritti agli ambiti territoriali di caccia o nei comprensori alpini, delle guardie venatorie, degli agenti delle Polizie locali e provinciali munite di licenza per l’esercizio venatorio, nonché dei proprietari o conduttori dei fondi sui quali il Piano trova attuazione, purché muniti di licenza per l’esercizio venatorio».
78.015.
 Foti, Angelo Rossi, Cerreto, Caretta, Almici, Ciaburro, La Porta, La Salandra, Malaguti, Marchetto Aliprandi, Cannata, Giorgianni, Lucaselli, Mascaretti, Tremaglia.

Proposta di creazione dell’articolo 19/bis nella legge 157/92 – L’elenco al termine è quello dei 15 deputati di Fratelli d’Italia che lo hanno proposto

La vera perla lessicale è nel comma 2): il piano costituisce lo strumento (…) di attuazione dell’attività di gestione e contenimento numerico della (…) fauna selvatica. Si ritorna all’idea di sempre dei partiti filovenatori come FDI e Lega: non esiste il concetto di condivisione finalizzata al mantenimento dell’equilibrio. Resta sempre e solo lo stucchevole e antiscientifico modo di identificare nella caccia la strada dell’equilibrio ambientale. In aperta contraddizione del principio olistico “One Health” (un pianeta, una salute) nel quale si dovrebbe muovere ogni Stato europeo e non soltanto.

Lupi perseguitati da politici spregiudicati: come si crea l’effetto valanga

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Lupi perseguitati da politici spregiudicati, che farebbero qualsiasi cosa per arrivare alla meta tanto agognata: poter aprire agli abbattimenti. La notizia è rimbalzata sulle cronache e sui flash d’agenzia: un cane è stato aggredito (forse) da due lupi nel biellese. Un fatto che, qualora accertato, dimostrerebbe ancora una volta l’umana imprudenza di lasciare i cani liberi. Ansa pubblica una notizia sul suo portale con questo titolo: Lupi: denuncia cane aggredito da lupi, indagano forestali. Titolo, corretto, notizia che racconta di indagini in corso.

Stesso episodio ma cambia completamente il contenuto della notizia, in un comunicato dell’ufficio stampa di Barbara Mazzali, capogruppo di Fratelli d’Italia in Regione Lombardia:

“E’ purtroppo arrivata la prima aggressione all’uomo da parte di due lupi. E’ successo questa mattina a Cavaglià, in provincia di Biella, e subito, fin da oggi, bisogna provvedere a un piano serio perché non succeda anche in Lombardia. Stamani verso le 7 un cacciatore del posto stava portando il suo cane a fare una passeggiata e gli si sono parati davanti due lupi, che hanno subito attaccato. Il cane adesso è in fin di vita e l’uomo, di 70 anni, ha riportato serie ferite ed è stato curato al pronto soccorso. Senza la protezione del suo fedele amico, forse ora dovremmo piangere una vita dilaniata dai lupi.

Le agenzie parlano di ipotesi, l’uomo non pare aver riportato neanche un graffio, ma la capogruppo di Fratelli d’Italia si lancia in profezie. Probabilmente, visti i precedenti e la passione per la caccia, vuole bruciare tutti sul tempo. In fondo questa notizia non fa altro che assecondare le leggende di questi giorni.

Lupi perseguitati e politici spregiudicati: bisogna creare allarme per accontentare i sostenitori

Che la capogruppo di Fratelli d’Italia non stia dalla parte dei lupi non è una novità e questa linea davvero aggressiva verso la fauna è tipica dell’intera forza politica. Uno stile ben incarnato da Barbara Mazzali, che voleva portare la caccia nelle scuole come materia di insegnamento perché, sempre a suo dire permetterebbe di collegare “scienze, botanica, agricoltura, chimica, geografia, cucina e storia”. Evidentemente il consigliere non trova controindicazioni nell’insegnare l’uso delle armi ai ragazzi, cercando di cancellare empatia e compassione.

Per non lasciare spazio a dubbi sull’interpretazione del suo pensiero la politica non si ferma qui, ma anzi rincara la dose, riproponendo un cambiamento nella legge attuale. “E’ successo in Piemonte, ma poteva succedere ovunque, anche in Lombardia. Per questo un anno fa avevo sottoscritto in Regione una mozione per il controllo del lupo. Sarebbe in questo senso utile pensare che la legge 157/92 sia trasformata da legge di tutela della fauna selvatica a “legge di gestione della fauna selvatica”, come chiedono le associazioni agricole, e che anche il lupo venga gestito, attraverso studi scientifici indipendenti, alla stregua di tutte le altre specie presenti sul territorio nazionale così come avviene in altri Stati Europei. Forse, dopo l’aggressione di oggi, che per un soffio non è finita in tragedia, potremo iniziare a fare un discorso serio su questa problematica”.

I lupi sono assediati da cacciatori, allevatori e politica contro ogni buon senso

La Svizzera ha chiesto al segretariato della Convenzione di Berna di declassare il lupo, da specie particolarmente protetta a protetta. Ricevendo un severo e sonoro rifiuto, argomentato e spiegato molto bene nello studio “Assessment of the conservation status of the Wolf (Canis lupus) in Europe”. Dove viene illustrato, dati alla mano, come il lupo in Europa meriti ancora di essere tutelato per diverse ragioni scientificamente supportate. Ma a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria e così, certa politica, non potendo cavalcare la conoscenza decide di diffondere e alimentare la paura.

Sapendo che molte, troppe persone si limitano a leggere i titoli senza considerare i contenuti. Una notizia per fare il giro del web non deve per forza essere vera, basta che sia verosimile, che sia in grado di colpire l’immaginario collettivo. Raccontando di come il nemico sia sempre alle porte, per giustificare la richiesta di provvedimenti eccezionali che non tutelano la collettività, ma alterano in compenso la percezione della realtà.

Ci vorrebbe una moratoria internazionale sulle bugie raccontate dai politici, che spesso riescono a fare più danno della realtà, già di per se terribile come ci racconta questa guerra in Europa.


Caccia aperta a lupi e orsi: l’Europa sta per piegarsi alle richieste degli allevatori

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Caccia aperta a lupi e orsi: le destre ottengono all’Europarlamento una schiacciante maggioranza sulla risoluzione che apre la strada agli abbattimenti. Richiesti a gran voce dai cacciatori e sostenuti politicamente dalla parte più vicina a queste realtà, gli abbattimenti dei predatori stanno per essere sempre più vicini. I grandi predatori, come orsi e lupi, sono indicati, da anni, come un pericolo per gli allevamenti di animali al pascolo e non come componenti indispensabili per il mantenimento degli equilibri.

Una strada che parte da lontano, aperta iniziando a creare paura e ostilità nella popolazione. Che a forza di sentire descrivere i lupi come una minaccia per le attività umane, non si attiva contro le ipotesi di un provvedimento immotivato. La strategia era chiara da tempo e la si poteva leggere nei titoli delle cronache dei giornali. Dove i lupi vengono quasi sempre presentati come un pericolo per bambini e animali domestici, che devono essere difesi da questi predatori feroci. Una narrazione insensata, ma capace di fare facile breccia in chi poco conosce dei meccanismi naturali, dell’importanza di lupi e orsi.

Pochi giorni fa il Parlamento Europeo ha approvato a larga maggioranza (306 favorevoli, 225 contrari e 25 astenuti) la risoluzione che propone nuove strategie per la tutela degli allevamenti. Dichiarando, falsamente, l’inefficacia dei metodi di difesa attiva, come recinti elettrici e cani da guardiania, per tutelare gli animali domestici dai predatori. In Italia il pericolo maggiore di un cambiamento di status, necessario per renderlo cacciabile, riguarda il lupo, che ha una popolazione ben distribuita e diffusa sull’intera penisola. Minor pericolo corrono gli orsi del nostro paese, che sono ancora molto lontani dal poter essere considerati fuori pericolo di estinzione. In particolare per quanto riguarda la sottospecie marsicana.

Caccia aperta a lupi e orsi, assecondando le richieste di allevatori e cacciatori

Nonostante sia oramai riconosciuta la necessità di mantenere l’equilibrio ambientale, come condizione fondamentale per la salute del pianeta, la politica cerca sempre di esplorare nuove vie. Per accontentare quella componente granitica del suo elettorato che in un momento di grande volatilità dei consensi e di volubilità nel voto, rappresenta una garanzia. Solida come hanno sempre dimostrato di essere i rappresentanti di allevatori e cacciatori all’interno delle urne. Portatori di interessi pratici ed economici che sono disponibili a difendere ricompensando i politici che assecondano le loro richieste. Universalmente riconducibili agli schieramenti politici della destra, come avviene oramai da tempo in tutta Europa.

Che il lupo in Italia non sia attualmente in pericolo di estinzione è scientificamente un dato di fatto difficile da contestare. Nonostante i numerosi episodi d bracconaggio, occulti e palesi, investimenti e avvelenamenti. Il lupo ha dimostrato di essere una specie resiliente, capace in pochi decenni di riconquistare l’intero stivale, con una diffusione praticamente quasi ubiqua. Il focus sulla presenza e sull’importanza del lupo deve però andare oltre alla minaccia di estinzione. Diversamente si affronta il problema guardando solo una delle tante sfaccettature delle questione che riguarda i predatori.

Bisognerebbe fare valutazioni più complesse e di più ampio respiro, che portino a ragionare sull’importanza del lupo piuttosto che sui danni che provoca agli allevamenti. Le prede d’elezione del lupo sono gli ungulati selvatici per arrivare sino alle nutrie, mentre gli animali domestici diventano un obiettivo solo quando sono incustoditi e senza difesa. Un ragionamento fatto senza pregiudizi e senza che siano gli interessi economici di pochi a prevalere, dovrebbe far valutare ben altri fattori che non il pericolo di estinzione. Bisognerebbe partire da lontano, proprio dalla necessità di mantenere l’equilibrio ambientale.

La caccia ha fallito ogni obiettivo di equilibrio, ma piuttosto ha dato un grande contributo in direzione contraria

Dopo decenni di gestione faunistica lasciata nelle mani dei cacciatori è oramai possibile affermare con certezza che la caccia non abbia mai funzionato come fattore equilibrante. Fallita nell’operazione di contenimento delle popolazioni e falsa nella leggenda che descrive i cacciatori come i più attenti custodi della natura e del territorio. Affermazioni che hanno riempito per decenni giornali e libri ma che, alla verifica dei fatti, risultano indifendibili. L’uomo non è in grado di creare forme di equilibrio più efficaci di quelle che si creano in un ambiente sano. Come dimostra la pessima gestione dei cinghiali, dove appare chiaro che la caccia non abbia mai contribuito a risolvere alcunché. Creando invece con la sua miopia una diffusione di questi ungulati che è partita proprio dai ripopolamenti per scopi venatori.

Pensare, alla luce delle conoscenze sull’etologia del lupo, che azioni di contenimento tramite abbattimento possano risolvere il problema delle predazioni è, scientificamente, una follia. Priva di ogni base, anche solo empirica, che possa garantire il funzionamento di questa teoria. Con una struttura sociale molto articolata il risultato di operare abbattimenti potrebbe portare solo ad una minor efficacia nella caccia dei branchi, che sarebbero così costretti a rivolgere le loro attenzioni verso prede più facili: gli animali d’allevamento.

Una realtà con motivazioni diverse, ma con risultati fallimentari analoghi, è stata quella di usare i cacciatori per limitare i cinghiali. Facendo finta di dimenticarsi come anche questi animali abbiano delle logiche di branco e una struttura sociale complessa. Che porta come conseguenza degli abbattimenti fatti dai cacciatori un innalzamento del tasso riproduttivo. Che unito a una pessima gestione dei rifiuti ha reso i cinghiali un problema, di fatto causato e amplificato proprio da scelte umane inappropriate. Per tutte queste considerazioni le decisioni di proseguire su strade fallimentari dovrebbero essere contrastate a tutto tondo.

Non sono i numeri dei lupi il problema, ma le condizioni di allevamento che non possono proseguire immutate

Se riconosciamo l’importanza di tutelare l’ambiente, dobbiamo anche riconoscere l’importanza di ogni creatura che lo abita e l’inadeguatezza dell’uomo nel cercare di gestire meccanismi che, peraltro, nemmeno conosce compiutamente. Esistono ambienti naturali che restano in perfetto equilibrio senza intervento umano, non sono noti interventi umani che abbiano ricostruito, a 360 gradi, equilibri alterati. Salvo che questo passaggio non sia avvenuto attraverso una rinaturalizzazione degli ambienti, che si sono poi rigenerati in modo autonomo nel corso di decenni.

Occorre che su questi punti la buona informazione faccia il suo lavoro, perché negare il fatto che i lupi non siano attualmente in pericolo di estinzione non servirà. Non serviranno a tutelare l’equilibrio ambientale gli abbattimenti, ma nemmeno le operazioni in cui si raccolgono fondi e consensi per una imprecisata difesa dei lupi. Bisogna riuscire a smontare la leggenda del lupo cattivo, creando consapevolezza nell’opinione pubblica che, spesso, crede ancora alle leggende che raccontano di lupi lanciati dagli elicotteri per ripopolare l’Appennino. Stupidaggini? Certamente si, ma con una diffusione e un seguito che probabilmente una notizia vera sarebbe riuscita a ottenere. Credo che questo sia un buon punto di ripartenza, per non perdere la battaglia per un futuro dignitoso per uomini e animali.

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