Abbiamo paura del lupo e dell'orso ma anche dei nostri simili: in questo secolo dominato dalla diffidenza e dalla paura qualcuno cavalca le ancestrali diffidenze.
Soffiando sulle braci che covano da sempre nella natura umana. In fondo l'uomo nasce come preda e solo dopo assumerà il ruolo di predatore.
Un'incredibile processo evolutivo che lo porterà a una trasformazione che non ha eguali in natura: quella che ha condotto una ex-preda a diventare un dominatore. Lasciando però intatte tutte le sue paure.
La paura è forse lo stato d'animo prevalente del nostro inconscio, quello che non ci ha mai abbandonato durante la nostra evoluzione, da quando Lucy iniziò il suo percorso per farci arrivare a quelli che siamo (leggi qui). Così noi predatori, noi dominatori, viviamo nel terrore che qualche animale umano o non umano ci porti via quello che riteniamo un nostro patrimonio personale. La nostra storia dimostra che siamo naturalmente poco inclini a condividere, molto di più a possedere.
Da sempre abbiamo paura dei predatori come traspare dal nostro lessico: gli uomini avidi sono squali, gli approfittatori sciacalli oppure iene e avvoltoi, quelli molto furbi volpi, quelli che ci spaventano son lupi e le aggregazioni umane in senso spregiativo sono rappresentate come un branco. Dimenticando che anche noi all'interno del contesto sociale viviamo in branchi, esattamente come i lupi. Anche se noi abbiamo paura del lupo.
Il nostro branco è la famiglia e gli amici, i branchi vicini sono i colleghi e gli altri gruppi nei quali in fondo ci riconosciamo, con i dovuti distinguo. Poi c'è tutto il resto, quello che rappresenta l'alterità al nostro branco. Che viene visto come minaccia quando ha usi, costumi, colori di pelle diversi oppure si mette in competizione, spesso solo apparente, per le risorse. Per questo abbiamo paura del lupo.
Forse però dietro tutto questo, dietro il bisogno di combattere, odiare e anche arrivare a uccidere chiunque possa portarci via qualcosa che riteniamo nostro, si nasconde proprio il bisogno di riconoscerci, di vivere in un branco omogeneo, per colore, interessi e vedute. Anche la cosa più opinabile, il credo religioso, diventa un motivo di paura: parliamo di un unico dio ma quello in cui ognuno forse crede in fondo è sempre migliore. Con una religione spesso fatta di buoni precetti che vengono tradotti in cattivi, quando non pessimi, esempi.
Così se la nostra debolezza la trasformiamo illusoriamente in una dimostrazione di forza diventiamo facili prede di chiunque alimenti questa paura ancestrale, proprio come le gazzelle quando si sentono in pericolo. Solo che noi non siamo più come timidi erbivori, non siamo più prede e allora ecco che combattiamo contro i lupi e gli orsi, contro chi bussa alle porte del nostro mondo perché non sono più "abitanti della Terra" ma diventano nemici, come se non ci potesse essere spazio per tutti, se tutti ci moderassimo nel consumo delle risorse e se la ricchezza venisse prodotta, anche, per essere condivisa.
Questo nostro umano modo di incedere sul pianeta è stato connotato, lo dice la storia umana, dall'uso costante degli strumenti sbagliati, per affrontare i problemi cruciali, combattendo anziché fare valutazioni senza pregiudizi cercando davvero le soluzioni. Così se un'orsa che difende i cuccioli da un potenziale aggressore può essere fatta fuori senza troppi pensieri, lo stesso comportamento scarsamente empatico lo usiamo verso gli uomini che hanno un altro colore di pelle e che identifichiamo come predatori del nostro futuro prossimo. Con sistemi certo apparentemente meno violenti, spesso solo all'apparenza.
Come molti sono stati indotti a credere che tutti gli orsi siano cattivi, pericolosi e vadano sterminati altrettanti usano gli stessi strumenti per dividere quella che dovrebbe essere la nazione umana. Il peggio è che questo spezza il cerchio dell'empatia, la possibilità di capire la sofferenza, le necessità di includere che non può essere fatta stigmatizzando le differenze. E molti soffiano sul fuoco, ben sapendo che è molto più contagiosa la paura dell'empatia. Alimentando il fatto noto che noi uomini abbiamo paura del lupo.
Siamo una società che nonostante l'evoluzione non cerca risoluzioni, preferisce soluzioni spicce: abbattere i lupi, combattere gli orsi, erigere muri, allontanare dalla vista il problema diventando complici della creazione di nuovi campi di concentramento (leggi qui). Così ci allontaniamo da ogni possibile equilibrio, creiamo le condizioni in cui sono nate tutte le violenze della nostra storia umana.
Dobbiamo ritrovare un equilibrio, forse lo stesso che c'è sempre stato dopo le grandi catastrofi, quando l'unione era l'unico modo per dare un futuro a una nazione, a una regione. Senza guardare colori, razze, specie ma con la consapevolezza che esiste una sola casa per tutti: il pianeta che abitiamo con pari diritti. Per uomini e animali se vogliamo dare un senso alla parola che più trasmette speranza: futuro.
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