Violenza sul cane Aron: sul banco degli imputati è seduto lo Stato

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Violenza sul cane Aron: sul banco degli imputati è seduto lo Stato per manifesta incapacità di garantire i diritti ai più deboli. Una bruttissima storia quella di Aron, cane bruciato vivo a Palermo e morto dopo giorni di agonia. La persona senza fissa dimora responsabile del gesto è stata identificata e denunciata ma, ora, la Procura di Palermo dice che non può essere processata. Una perizia ha stabilito che l’uomo non è in grado di intendere e di volere e, di conseguenza, non è imputabile. Una delle pochissime certezze del nostro diritto penale: non si può punire una persona incapace, che deve essere curata non incarcerata.

L’uomo che ha seviziato Aron è un senzatetto, affetto da gravi problemi psichici. Una persona che viveva e tutt’ora vive in strada perché non ci sono strutture per accoglierlo, per curarlo, per renderlo innocuo. Un individuo malato, incapace ma socialmente pericoloso che viene lasciato dallo Stato in strada, libero di far del male. Un essere umano che in strada non doveva esserci già al tempo delle sevizie al povero Aron, perché era stao imposto il ricovero in una comunità assistita. Ma il posto non era disponibile, le risorse non bastano e le persone, povere, malate non vengono curate.

Una vittima proprio come Aron: due vite sfortunate che si sormontano, dove carnefice e vittima vivono all’interno della stessa anima. Dove un cane, incolpevole, subisce sevizie gravissime perché lo Stato, tanto si indigna ma poi getta la spugna con gran dignità, come cantava De Andrè. Sarà perché i disperati non votano, sarà perché gli ultimi sono invisibili anche quando urlano la loro follia, ma questa è purtroppo la storia.

Violenza sul cane Aron: sul banco degli imputati deve sedere chi ha permesso di non vedere la follia

Ora tutti si indignano perché la Procura non può processare un incapace, mentre bisogna protestare perché questo individuo non è stato sottoposto alle cure. Come fa quest’uomo a essere ancora per strada, con tutto il suo carico di follìa, solo perché sembra non ci siano posti liberi? Il nocciolo della questione è che quando le persone con disturbi psichiatrici sono più numerose dei posti restano libere di circolare, con il rischio che possano usare violenza? In un paese dove per la Sicilia si trovano i soldi per il ponte, ma non quelli per garantire sicurezza e salute dei siciliani.

Aron era uno dei tanti cani sfortunati del canile di Palermo, una realtà nota in tutta Italia per il disastro in cui versa da decenni, senza soluzione di continuità. E proprio nel canile pubblico, secondo Il Corriere, fu affidato alla persona che lo ha seviziato portandolo a morte. Certo i canili scoppiano e, purtroppo, con le nostre leggi procurarsi un cane è la cosa più facile del mondo, anche per una persona con disturbi della psiche. Ma è inconcepibile, gravissimo, che un cane venga affidato dal servizio pubblico a una persona come il carnefice di Aron.

Per questo sul banco degli imputati, alla sbarra, dovrebbero esserci quei pezzi di Stato che hanno consentito che la nostra sanità, che i nostri servizi sociali precipitassero in fondo al baratro. Quella parte di classe politica che tanto promette e poco mantiene. E non solo sui diritti dei più fragili, che sono sempre garantiti più con le parole che con i fatti. Non possiamo prendercela con l’autore delle sevizie, ma con la nostra società che da troppo tempo tollera lo sperpero di risorse fatto sulle spalle dei più deboli. Una realtà in cui i drammi di vittima e carnefice coincidono e si sovrappongono.

Ripartirà il solito treno carico di promesse su leggi più severe contro chi maltratta gli animali

Ghiotta occasione per i politici, che in commissione giustizia proprio di questi tempi stan facendo scempio delle future tutele ma che, ora, useranno i media come tribune per lanciar proclami. Bisogna che i cittadini si interessino un po’ più della cosa pubblica. Che i difensori degli animali siano più concreti nelle loro richieste. Che si smetta di urlare soltanto sui social. Tempo che molti fra i difensori degli animali smettano di essere forcaioli.

Vorrei leggere sui giornali che in questa orribile vicenda il carnefice è anche una vittima. Che l’unico innocente, come spesso succede, è il cane Aron. Vorrei leggere che lasciare sola la follìa degli uomini è criminale, per i pericoli a cui espone la società, per le sofferenze che fa vivere ogni giorno agli individui posseduti da questo demone. Poveri esseri invisibili lasciati in balìa di onde troppo forti per poter giungere da soli in un porto sicuro.

Non coltiviamo l’empatia ma stimoliamo l’aggressività, perché mai ci stupiamo dei risultati?

coltiviamo empatia stimoliamo aggressività

Non coltiviamo empatia ma stimoliamo l’aggressività: come mai ci stupiamo dei risultati? Siamo una società bipolare, non soltanto polarizzata, incapace di difendere le proprie ragioni senza urlare. Ogni qualvolta succedono episodi di violenza è un attimo passare dallo sgomento all’insulto, dal pacato ragionamento alla peggiore invettiva. Un comportamento diffuso a 360 gradi, su qualsiasi argomento, con scontri verbali scomposti quanto spesso insulsi, privi di ogni risultato. Si parte da un fatto, spesso tragico, per azzuffarsi scompostamente dando un pessimo esempio alla gioventù che si vorrebbe educare.

Confondendo spesso patologia con crimine, fragilità e incapacità di avere una scala valoriale con deliberata crudeltà. Oppure facendo l’esatto opposto giustificando gesti criminali trasformandoli in errori. In un tempo in cui pietà, compassione, fratellanza e convivenza sembrano essere diventati concetti vuoti. Come si può pretendere di insegnare il rispetto e la difesa dei diritti in un tempo in cui diritti e buon senso affogano nel mar Mediterraneo? Quando sotto le bombe di ogni schieramento restano i corpi dei bambini e non quelli dei soldati, che già basterebbero per renderebbero tragica e insensata ogni guerra? Come si può pensare che rispetto e vero amore prevalgano in una società che causa morte e disperazione per profitto?

Noi animali umani, che sempre animali siamo anche se spesso riusciamo a somigliare ai peggiori mostri dei romanzi, non sappiamo difendere l’importanza della coesistenza. Non sappiamo coesistere con gli animali, ma nemmeno con i nostri simili: scaviamo trincee profonde per difendere diritti che riteniamo esclusivamente nostri. Senza nemmeno provare vergogna, senza preoccuparci di quel che avviene nella parte povera del mondo o nelle periferie degradate delle nostre città.

Non coltiviamo empatia ma stimoliamo l’aggressività, in modo strumentale e consapevole senza pensare ai danni

Provo orrore verso chi strumentalizza ogni vicenda solo per interesse personale, senza soffermarsi e interrogarsi sulle cause. Nel marasma delle parole riusciamo a comporre dei mix tossici, con una superficialità che non dovrebbe appartenere a personaggi che ricoprono un ruolo pubblico. Provo orrore verso uomini e donne che per tornaconto politico fanno dichiarazioni vergognose per violenza intrinseca e assenza di contenuti. Persone che non conoscono il senso di compassione e empatia, che non hanno a cuore il futuro della collettività, ma soltanto il personale momento di gloria.

Sarebbe il tempo di passare dalle parole ai fatti, perché i riconoscimenti di facciata non cancellano la sofferenza. I diritti, quando sono solo annunciati ma non vengono garantiti, si trasformano dall’essere capisaldi inamovibili in parole vuote. Abbiamo definito gli animali esseri senzienti e li abbiamo anche infilati a forza in Costituzione, poi però questi esseri senzienti sono seviziati e fatti vivere in condizioni inaccettabili negli allevamenti intensivi. Sarebbe tempo di comprendere che non è più tempo di dire cose, perché questo è il tempo in cui è indispensabile fare cose. Nell’interesse di una società umana migliore e consapevole.

Un ministro, solo come esempio, ha affermato che chi uccide deve essere per sempre sepolto in carcere con un fine pena mai, possibilmente lavorando. Una condizione questa, quella di lavorare, che proprio lo Stato che rappresenta non garantisce alla stragrande maggioranza dei detenuti. Facendo aumentare le recidive e diminuire la possibilità di reinserimento sociale. Un’affermazione inconcepibile perché per un carcerato il lavoro non è un’afflizione, ma un momento di riscatto. Che troppo spesso, nelle carceri italiane, non può essere vissuto.

Per cambiare la società occorre cambiare i punti di riferimento, cercando persone umane e di buon senso

La nostra collettività potrà migliorare solo alzando l’asticella della cultura e del sostegno, dell’attenzione verso il disagio, in particolare quello giovanile. Cercando di diffondere la cultura del rispetto generalizzato, che non è una questione di genere e nemmeno di specie. Ogni essere vivente merita rispetto, perché ogni vita è importante. I nativi americani quando uccidevano un animale durante la caccia, prima di ogni cosa innalzavano preghiere verso lo spirito dell’animale morto per ringraziarlo del suo sacrificio. Consapevoli di essere parte di un tutto nel quale vita e morte si intrecciano in un percorso senza distinzione di specie.

Nel momento presente, invece, la vita sembra perdere di valore, la sensibilità si anestetizza nonostante le guerre alle porte di casa. Quasi fossimo diventati i protagonisti di un videogame e non gli abitanti di un pianeta con 8 miliardi di persone, di esseri umani. Davvero vogliamo continuare in questa direzione, vogliamo rischiare che quest’epoca che ho definito “Antropocene bellico” sia il presente sul quale speriamo di costruire un futuro? Che rischiamo di non far vivere alle generazioni che sino a oggi siamo stati incapaci di far crescere in modo equilibrato!

Benvenuti nell’Antropocene bellico, quello che rischia di precedere il disastro

Benvenuti nell'Antropocene bellico

Benvenuti nell’Antropocene bellico, quello che rischia di precedere il disastro totale, causato da una sola specie, la nostra. Mentre il mondo si interroga sul torto e la ragione, l’orologio del tempo continua a scandire il ritmo delle nostre giornate. Quelle di una specie capace di guardare orologio e calendario, ma incapace di saper affrontare i reali problemi che lo scorrere del tempo ci pone di fronte. Di fronte all’ultima barbarie di questi giorni, figlia di un conflitto mai affrontato, sembriamo essere capaci solo di restare bloccati dall’orrore. Ma questo non basterà.

Siamo così presi dal rimbalzo dei problemi che le guerre porteranno sull’economia, da non preoccuparci minimamente di quanto questi eventi incideranno sul pianeta. Imprimendo un’accelerazione fortissima all’inquinamento e a tutte le problematiche legate ai cambiamenti climatici. Che già da sole, non affrontate in modo serio, sarebbero sufficienti a mettere una drammatica ipoteca sul nostro futuro. Stiamo dibattendo sulla transizione dai carburanti fossili, ma non ci chiediamo a sufficenza il valore clima alterante delle esplosioni delle armi usate in modo massiccio in questo scampolo di secolo. E degli effetti collaterali.

Vogliamo contrastare le migrazioni, imponendo norme e restrizioni, senza voler affrontare le cause che le generano, come la diseguaglianza economica e climatica. Senza contare che gli scontri in atto, come quello che oppone palestinesi e israeliani, metteranno in movimento centinaia di migliaia di esseri umani. Che potranno decidere se migrare o soccombere. Proprio come gli gnu, quando le vaste pianure africane diventano aride e inospitali e gli erbivori, per vivere, sono costretti a dar vita a una migrazione senza paragoni.

Benvenuti nell’Antropocene bellico, dove una sola specie sta distruggendo l’equilibrio sul pianeta

Fosforo bianco, uranio impoverito, polveri sottili, gas prodotti dalla combustione e metalli pesanti sono solo alcune delle conseguenze rilasciate nell’atmosfera dall’ultimo conflitto. Al quale vanno aggiunti tutti i conflitti al momento presenti su un pianeta che, dallo spazio, sembra poco più grande di un pallone da calcio. Un pianeta che da molto tempo stiamo prendendo a calci, con tutti i suoi abitanti, senza fermarci mai a fare delle riflessioni. Un tempo in cui il torto e la ragione perdono di senso, si sovrappongono, nell’incapacità di contrastare gli effetti degli scontri.

Se non fossimo così profondamente arroganti e stupidi potrebbe far sorridere il pensiero che, per molti, i pericoli dell’oggi in Italia derivino dalla presenza dei predatori. Lupi e orsi sono il nemico, perché in effetti serve sempre alla propaganda avere un nemico da combattere. Creando un mantra ripetuto senza fine che sembra averci reso incapaci di fare riflessioni di lungo periodo. Spostando il focus su falsi problemi, che in comune hanno solo la difficoltà della convivenza. Incapaci di comprendere che prima di capire chi abbia torto o ragione sia importante fermare il disastro. Cercando di analizzare le cause, smettendo di guardare solo agli effetti, che senza la rimozione dei motivi che sono all’origine dei problemi li perpetueranno all’infinito.

In questa follia odierna, in cui sembra essere rimasta invischiata la nostra specie, le soluzioni proposte sono inversalmente proporzionali alla quantità e al pericolo delle questioni sul tavolo. Un po’ come se di fronte al crollo della diga del Vaiont qualcuno si fosse preoccupato che la troppa acqua avrebbe potuto causare problemi all’agricoltura. Nel tempo del dibattito la realtà sarà capace di alterare completamente il mondo, impedendo di poter mettere in campo azioni salvifiche.

Una vergogna sentirsi parte di un’umanità disumana, rimasta ai tempi della clava come unica arma di risoluzione dei conflitti

In questi giorni è difficile non provare un sentimento di vergogna per l’appartenenza alla nostra specie. Perché se il sonno della ragione genera mostri gli uomini l’hanno addormentata da quando sono scesi dagli alberi. La nostra storia sul pianeta è colma di atti di eroismo e di gesti capaci solo di suscitate orrore. Che sarebbe surreale liquidare come il prodotto di un pendolo che oscilla costantemente fra bene e male. Una specie capace di deliberati orrori, commessi in nome di un dio sempre rappresentato da religione, denaro o potere, non ha eguali in natura.

Nessuna specie animale è deliberatamente crudele come la nostra, quasi sempre senza nemmeno avere la giustificazione della lotta per la sopravvivenza. Questo sta diventando il tempo dell’Antropocene bellico, quel tempo in cui pare difficile poter avere speranza di salvezza. Di fronte all’orrore e all’arroganza della stupidità di questo tempo, continuiamo a non voler vedere che possiamo solo salvarci o perire tutti insieme.

Suini uccisi e peste africana: ora bisogna mettere al sicuro i santuari

suini uccisi peste africana
Foto di repertorio

Suini uccisi e peste africana: ora bisogna mettere al sicuro i santuari, perchè non si ripetano i fatti accaduti nella struttura di Cuori Liberi a Zinasco. Una vicenda, quella dell’abbattimento degli animali, preceduta da scene di violenza non giustificabile, che hanno fatto il giro del mondo. Suscitando commenti e sentimenti controversi, fra quanti hanno ritenuto inevitabile l’abbattimento dei suini e chi lo ha ritenuto un abuso. Quello che è certo è che più di qualcosa non ha funzionato e alla fine, come sempre, a trovarsi in mezzo sono stati gli animali. Diventati innocenti oggetti o soggetti, a seconda del pensiero di chi li guarda, di una contesa che li ha sopraffatti.

Non scrivo quasi mai sotto la pressione della cronaca: preferisco aver il tempo di riflettere e di ordinare i pensieri. Così ho avuto modo di leggere i pareri di veterinari che giustificavano queste uccisioni per arginare la diffusione della PSA. Ma anche moltissime dichiarazioni diverse, sino a arrivare alla naturale contrarietà degli attivisti. Sicuramente il 20 settembre verrà ricordato come un giorno terribile per i suini dei santuari, che deve portare a fare delle riflessioni sulla normativa e sulla biosicurezza.

I suini uccisi erano animali da compagnia, non inseriti in un circuito di allevamento per carne, ma sempre suini che potevano ammalarsi (come è successo) e infettare. Se l’uccisione seguita all’irruzione sia davvero servita a arginare l’avanzata della PSE fatemi dire a chiare lettere che il mio pensiero è NO, non è servita. Non voglio entrare nel merito di tecnicismi, ma solo basare la mia opinione su quello che i filmati hanno mostrato. Un’azione lontanissima dalla biosicurezza che forse ha contribuito più a propagare il virus che non a fermarlo. Quindi una prova di forza inutile, violenta e insensata.

Suini uccisi e peste africana: quando un’azione di polizia sanitaria ottiene il risultato contrario

Non era necessario uno stratega militare per comprendere quanto quell’irruzione sarebbe stata controproducente rispetto allo scopo dichiarato. Un’autorità sensata avrebbe offerto un tavolo di trattativa, avendo la consapevolezza che i custodi degli animali non sarebbero restati, giustamente, a braccia conserte a attendere l’abbattimento dei loro suini. Invece è stato attuato il muro contro muro. Gesto sconsiderato, di chi rappresentando la sanità della nazione, sembrava più volersi vendicare per un torto piuttosto che esercitare un’azione di prevenzione. Facendosi accompagnare da poliziotti che di biosicurezza sanno certamente poco, ai quali la situazione è sfuggita di mano: secondo errore è stato creare una piccolissima ripetizione del G8 di Genova.

Il risultato potrebbe far sembraree che lo Stato abbia trionfato, perdendo però battaglia e guerra e facendo una pessima figura: se il problema era il virus ora starà sicuramente ringraziando. Mai avuti così tanti aiuti per agevolare la diffusione di un patogeno che richiederebbe, per essere contrastato, misure di sicurezza come tute monouso e comportamenti attenti, non scontri di piazza senza prevenzione né protezione! Non voglio solo esprimere tristezza per la mancata empatia, ma sgomento per un’operazione compiuta seguendo alla lettera l’esatto contrario di ogni politica di contrasto a una patologia virale.

Gli animali dovevano essere comunque, in un modo o nell’altro, abbattuti? Forse, ma se anche così fosse certo non usando strategie così mal congeniate. Ora qualcuno, magari un magistrato che tanto sarà investito obbligatoriamente di questa vicenda. potrebbe investigare anche sulla mancanza di buone pratiche e su un uso/abuso della forza, in un contesto sbagliato sotto ogni punto di vista. Un uso della forza che mi lascia sgomento, non solo da persona che si occupa di diritti animali, ma da cittadino che vorrebbe guardare alle forze di polizia sempre e comunque con stima e fiducia. Certamente non con paura!

Facile dire che gli animalisti sono emotivi e non capiscono l’emergenza! Ma dall’altra parte della barricata il corto circuito è evidente

La speranza è che ora, per la giustizia in cui tutti vogliamo credere, ognuno trovi il suo giudice a Berlino. Perché se così non fosse, se questa vicenda venisse sepolta con volontà di oblio, sarebbe veramente vergognoso. Lo Stato ha dei doveri e chi ha gestito la piazza dello scontro di fronte a “Cuori Liberi” deve essere oggetto di serie valutazioni. Il 20 settembre sono stati abbattuti i maiali ma, purtroppo anche il buonsenso ne è uscito pieno di lacerazioni e ferite.

Ora bisogna lavorare per un cambiamento della norma, che dia maggiori garanzie agli animali dei santuari. Fissando regolamenti seri per la biosicurezza, visto che detengono animali di specie uguale a quelli d’allevamento per usi alimentari. Non potendo dimenticare quindi che anche queste strutture, pur di recente normate in modo diverso e non più considerate allevamenti, detengono suini, bovini, caprini, etc. . Realtà che sono sempre e comunque soggette alla vigilanza del Servizio Sanitario Nazionale, che forse già poteva e doveva dare prescrizioni.

Come uomini possiamo ringraziare che la PSE non sia una zoonosi, e quindi non ci contagi. Continuando però su questa strada pericolosa, fatta di allevamenti intensivi dove gli animali sono tenuti in condizioni di sofferenza, qualcosa accadrà. Lo sta dicendo da tempo l’Organizzazione Mondiale di Sanità, lo dicono i dati e i pericoli rappresentati dall’influenza aviaria. Purtroppo la recente epidemia di Covid non è stata sufficiente a farci capire davvero il senso di One Health: una sola sanità una sola salute, un solo pianeta.

Criminalizzare le proteste non cambia la realtà: l’emergenza ambientale cresce ogni giorno

Criminalizzare proteste cambia realtà

Criminalizzare le proteste non cambia la realtà: l’emergenza ambientale cresce ogni giorno, mentre si fa ancora troppo poco per il cambiamento. Possono non piacere i blocchi stradali e molte azioni messe in atto da Ultima Generazione, ma certo non sono queste persone a essere un problema. Certo se questi attivisti fossero davvero ecoterroristi (per qualcun altro eco-imbecilli), come sono stati definiti da qualche illuminato politico, allora le cose cambierebbero. Ma per chi ha vissuto gli anni veri del terrorismo, con tutti gli strascichi che hanno comportato, questa definizione è davvero priva di significato.

Le proteste pacifiche sono azioni di disobbedienza civile che devono essere riconosciute come portatrici di un valore. Specie quando cercano di accendere i riflettori non su un problema ma su un dramma del quale si parla molto, facendo in realtà troppo poco. I cambiamenti climatici sono una certezza, i danni economici che porteranno sono ampiamente previsti dal mondo della finanza etica, ma anmche dalle Nazioni Unite, e le migrazioni in atto sono la punta dell’iceberg. Ma la confusione dell’informazione porta a omologare questi attivisti a dei black block, come se spaccassero e vandalizzassero tutto quello che trovano sul cammino.

In un mondo digitale chi scende sul terreno del reale sarebbe già da apprezzare solo per questo. Per la volontà dell’esserci, di metterci la faccia, di esporsi a dei rischi e di subire processi e denunce. In un paese come il nostro che sembra aver perso il senso del valore della libertà, spesso troppo occupato a subire l’informazione, senza avere voglia di indagare le ragioni dei fenomeni. I cambiamenti climatici sono diventati un’emergenza in Europa, ma si trasformano in drammi nei paesi più poveri del mondo. Mentre l’economia e la politica ci rassicurano che stiamo efficacemente combattendo le cause delle mutazioni del clima e ionvece stiamo andando a sbattere su una nave senza pilota.

Criminalizzare le proteste non cambia la realtà e Ultima Generazione non fa eco-terrorismo

Quando i blocchi stradali li fanno gli operai che difendono il posto di lavoro sono azioni illegittime ma scusabili, perché devono mantenere la famiglia. Ma se si tratta degli attivisti, siano di Ultima Generazione che di quanti difendono i diritti di tutti gli esseri viventi, allora le cose cambiano. Stranamente il lavoro è un diritto, ma voler avere un futuro sembrerebbe di no! Così queste proteste diventano inutili, fatte da ragazzini (e non è vero) che vogliono avere visibilità. Mentre il loro esserci, con sistemi di pacifica disubbidienza civile, ci aiuta a ricordarci che ogni giorno perdiamo biodiversità. Eppure la disobbedienza civile ce l’ha insegnata il Mahatma Gandhi, anche con il suo motto “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.

Nelson Mandela, indimenticato primo presidente del Sud Africa post segregazione razziale, fu premiato nel 1993 con il Nobel per la pace. Un giusto riconoscimento, dato a un uomo che aveva messo in atto azioni, anche violente, per lottare contro la segregazione dei neri. Per usare un paradosso ha lottato con mezzi estremi per un mondo che non voleva vedere più in bianco e nero, come ricorda questo brano tratto da un articolo di Daniele Scalea:

Perché è vero che Mandela è stato l’uomo della resistenza non violenta, della pacificazione, della “nazione arcobaleno”, dell’amnistia, della filantropia. Ma è stato anche e non solo quel Mandela. C’è pure un’altra faccia di Mandela, quella del militante, del cospiratore, che non è opposta ma complementare alla prima. Che non è il rovescio “cattivo” della faccia “buona”. È altresì il Mandela che non si vuole ricordare perché, alla nostra società assuefatta alla violenza ignobile e insensata che viene compulsivamente narrata o descritta dai TG ai film, dalla musica ai videogiochi – a questa società tanto caratterizzata dalla violenza fine a se stessa, riesce invece difficile accettare e riconoscere l’esistenza di una violenza “nobile”, una violenza motivata dal senso di giustizia e tendente al giusto.

Huffington Post del 7 febbraio 2014

Il rispetto delle leggi è un valore assoluto, ma bisogna anche valutare le motivazioni delle trasgressioni

Non condividere il principio che il fine giustifica i mezzi non può significare voler essere ciechi. Abbiamo bisogno di innescare reali cambiamenti e se fossimo davvero attenti non avremmo necessità di avere queste proteste per averne consapevolezza. Invece insistiamo nel divorare la terra a morsi per non turbare economia e finanza, continuando a distruggere l’ambiente che avremmo dovuto da tempo imparare a proteggere. Un terzo della superficie di mari e oceani andrebbe tutelata e liberata dalle attività umane, mentre noi continuiamo a comportarci come i tarli inconsapevoli, sull’unico tavolo che ci ospita.

Se si vuole togliere di mezzo gli attivisti che difendono l’ambiente il sistema è facile: leviamogli la terra sotto i piedi della protesta, cominciando a fare cose per davvero e smettendo di raccontarle soltanto. Alla politica, ma non soltanto, manca il senso dell’urgenza che non sfugge invece, e per fortuna, a un’altra grande parte del paese, che certo non è composta da eco-terroristi. Chi si occupa e si preoccupa di difendere ambiente e biodiversità nell’Antropocene non è un profeta di sventure, una fastidiosa Cassandra. E’ soltanto una persona che racconta facili previsioni, non per vaticinio ma per senso della realtà, del tempo presente che stiamo vivendo.

Ragionamenti da fare ora, perché quello che tanto preoccupa l’Europa non diventi davvero un’invasione: non più migranti economici e richiedenti asilo, ma torme di migranti climatici disperati e affamati. E non ci sarà più tempo per il futuro, neanche prossimo, perché la realtà potrà essere descritta solo utilizzando il presente indicativo. E non sarà un bel racconto!

Abbattimento o captivazione permanente: questo è il dilemma spesso eluso

abbattimento captivazione permanente

Abbattimento o captivazione permanente: questo è il dilemma che spesso ci si rifiuta di affrontare. Un tema spinoso che frequentemente non viene dibattuto, quale parlano mal volentieri gli addetti ai lavori in ogni schieramento. Un punto sul quale, invece, sarebbe opportuno pronunciarsi, dopo un ampio dibattito tecnico, non emotivo. Se è vero che decidere per chi non è in grado di farlo è sempre molto difficile, è altrettanto vero che non fissare regole può diventare un paravento. Dietro al quale nascondere la sofferenza. Garantire la vita anche a costo di negare il benessere è una scelta che mi risulta difficile da condividere.

Vale per tutti gli animali destinati a trascorrere una vita dietro le sbarre e per questo credo sia importante, ma anche doveroso, fare una riflessione. Senza preconcetti, basati sulla ponderata valutazione laica di pro e contro fatta da una pluralità di esperti. Se è vero che la cattività, nel caso degli orsi, allontana dalla violenza di uno sparo è altrettanto vero che mette al riparo le nostre coscienze e sensibilità, ma non le loro vite. La sofferenza del giorno per giorno, con gradienti vari e diversi, è la stessa che condanna a morire di noia gli animali di uno zoo. Quella che resta visibile nei sentieri scavati dalle zampe sul terreno dei recinti, sempre gli stessi, percorsi in modo ripetuto, quasi ossessivo.

Scelta sicuramente difficile come tutti i pensieri che le gravitano intorno, che non può essere elusa semplicemente al grido di “lasciamoli liberi”. Certo questa sarebbe la soluzione migliore, ma quando si arriva a un punto nel quale bisogna scegliere fra vita e morte, lì non ci sono terze vie. Non esiste più, nemmeno per noi, la possibilità di non esprimerci, di non scegliere, in nome dell’etica o della convenienza. Un bivio di fronte al quale bisogna decidere che strada imboccare, nell’interesse degli animali.

Abbattimento o captivazione permanente: scelte che mettono di fronte a un bivio etico

Del resto che la cattività rappresenti molto spesso una prigionia dai risvolti crudeli viene detto a chiare lettere quando, ad esempio, si parla di zoo e delfinari. Ma non in modo netto quando i detenuti sono rinchiusi a vita in altri luoghi, come santuari per orsi, solo per restare sul tema, o anche canili. Il baratto etico che sta alla base di questa differenza di valutazioni è la giustificazione dell’aver salva la vita, ma non è la “motivazione” della detenzione a cambiare o attenuare la sofferenza. La differenza cambia quando vi è una piena e consapevole analisi del benessere garantito dalle condizioni di detenzione. Che non può essere valutato solo sulla base dello spazio a disposizione o su criteri estetici.

Per fare una valutazione complessiva occore tenere presente l’etologia della specie e la sua origine: un conto è un animale selvatico che proviene da anni di cattività o da riproduzioni in cattività e altro è un soggetto di cattura. Bisogna valutare le caratteristiche della struttura e le condizioni di vita offerte, il tempo che si può dedicare alle interazioni o alla creazione di continui diversivi. In cattività la noia uccide, prova un animale nello spirito, lo riduce a un simulacro dell’animale che sarebbe stato se avesse vissuto libero.

Esistono sistemi per realizzare misurazioni e valutazioni scientifiche sul livello di stress che genera la cattività, esaminando per esempio i livelli del cortisolo.

La definizione di “benessere animale” e le modalità di determinazione di tale parametro sono ancora ampiamente dibattute. C’è, però, una generale concordanza sul fatto che una condizione di malessere dia origine a variazioni fisiologiche e comportamentali che possono essere rilevate e misurate. Tra i parametri endocrini, il più studiato è, senza dubbio, il cortisolo, in quanto connesso con l’attivazione dell’asse ipotalamico-pituitario-surrenale in condizioni di stress e quindi ritenuto indicatore ideale di benessere, benché debba essere utilizzato con cautela in quanto un aumento dei livelli di questo ormone non si verifica con ogni tipo di stressor.

Viggiani, Roberta (2008) La determinazione del cortisolo nel pelo per la valutazione del benessere animale, [Dissertation thesis], Alma Mater Studiorum Università di Bologna.

Il focus deve essere il benessere garantibile e non la sola esistenza in vita

Sarebbe tempo di fare ragionamenti a tutto campo, mettendo al centro i bisogni e il benessere degli animali, non l’accondiscendenza verso la componente emotiva. Questo, se pensiamo che anche un pesce rosso nella boccia possa essere sofferente e maltrattato, deve essere il primo punto dal quale far nascere una riflessione. L’argomento è spinoso, ma ritornando agli orsi qualcuno potrebbe mai pensare che la detenzione di M49 a Casteller sia compatibile con il suo benessere?

La questione è complessa e certo l’articolo non ha la pretesa di indicare la via, ma solo di stimolare una vera e complessiva riflessione che faccia aprire un dibattito a tutto tondo. La difesa della vita oltre ogni altra considerazione non può essere vista come una motivazione sufficiente a far detenere a vita animali nelle strutture. La difesa della vita non può diventare una motivazione che giustifichi la detenzione in qualsiasi condizione, non può far chiudere gli occhi davanti alla sofferenza.

Su questi temi un dibattito serio sarebbe auspicabile e urgente, coraggioso e necessario. Un dovere ineludibile, specie nel momento che sono sempre gli uomini a decidere cosa tocchi in sorte agli animali.