I cani con fine pena mai, quelli destinati a una vita che trascorrerà dietro le sbarre di un canile

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I cani con fine pena mai sono quelli che, una volta entrati nei canili, hanno un’altissima possibilità di restarci per tutta la vita. Animali condannati a trascorrere un’esistenza fatta di privazioni, interamente condotta dietro le sbarre, spesso in solitudine. I canili non sono la soluzione, e questo è oramai chiaro a quasi tutti, perché anche quelli migliori, che sono sempre meno di quanto si creda, non sono luoghi felici. Quando anche chi opera all’interno ci mette il massimo del suo possibile queste strutture restano sempre delle prigioni. Più si abbassa il livello di attenzione e più la vita di questi cani perde qualità sino a scomparire, proprio come avviene per gli animali di circhi e zoo, aprendo per loro baratri sconosciuti.

Guardando attraverso le grate di un box l’osservatore attento, quello che ha la voglia e anche la resistenza per andare oltre, percepisce una sofferenza, talvolta muta, talvolta abbaiata, ma comunque dolorosa. Qualcosa che se non stai attento ti si attacca all’anima: in molti casi si ha la netta percezione che il dolore che leggi negli occhi di questi animali sia senza cura. In tutti gli esseri viventi ci sono limiti che non dovrebbero essere mai superati. Percorsi della mente che non prevedono un ritorno, peggio della malattia fisica. Quando si altera la psiche, quando è il cervello che crea fantasmi e ossessioni, si apre il baratro della follia. Una voragine capace di inghiottire non soltanto gli umani, ma tutti gli esseri viventi che provano emozioni.

Nei canili ci sono animali anziani, magari non perfetti, talvolta anche esteticamente bruttini, ma talmente simpatici ed equilibrati da avere anche loro una possibilità. Questi sono cani difficili da far adottare, ma sono animali con una speranza. Quella che non è data a quei soggetti che una volta costretti in canile hanno imboccato una strada impervia, che rischia di diventare di impossibile ritorno. Animali che, a causa di storie di vita hanno perso l’equilibrio, rifugiandosi nei casi peggiori, proprio come accade per gli uomini, nella follia. Sono questi i cani che resteranno imprigionati in un viaggio senza stazioni di arrivo, quelli del fine pena mai!

I cani con fine pena mai sono quelli alienati, difficilmente recuperabili, destinati a una vita colma di sofferenze e paure

Storie che ricordano il libro di Mario Tobino “Per le antiche scale”, ambientato nel manicomio di Lucca prima dell’avvento della legge Basaglia, la norma che finalmente mise termine all’esistenza dei manicomi. Nel libro è contenuta la lucida descrizione della follia, capace di rapire per sempre il normale sentire in ogni essere vivente. Un fatto sul quale ci si sofferma troppo poco, quasi avendo paura che questo sottile filo possa spezzarsi, di colpo, anche in ognuno di noi. Gli animali non fanno certo eccezione, se solo avessimo la voglia di capire, di individuare il problema e di comprendere il peso e la grande sofferenza. Situazioni dolorose certamente, drammi che bisogna avere voglia di affrontare, di comprendere e dove possibile di lenire.

Questa è l’osservazione del dottor Anselmo, medico protagonista del libro, che non capisce come possano convivere due anime in una stessa persona, come la musica possa essere salvezza e il pensiero condanna.

«La pazzia è come le termiti che si sono impadronite di un trave. Questo appare intero. Vi si poggia il piede, e tutto fria e frana. Follia maledetta, misteriosa natura. Ma come, ma perché il Meschi quando soffia nel sassofono incanta e invece quando parla è zimbello di pensieri? assurdità? inconcludenze? O per lo meno noi non comprendiamo assolutamente nulla di quello che dice?»

Tratto da “Per le antiche scale” di Mario Tobino

Alcune volte l’alterazione comportamentale è uno stato causato da un’origine sconosciuta, altre volte è la conseguenza di un’insieme di concause: la mancata socializzazione, la paura, la noia. Elementi che giorno dopo giorno possono arrivare a far perdere il senno oppure creare l’impossibilità di condurre una vita normale. Così succede a molti cani condannati a passare la loro esistenza nei canili, magari solo perché appartengono a razze difficili da gestire, oppure hanno morsicato, per paura, essendo animali non socializzati, di branco, che non vogliono avere a che fare con l’uomo. Meno ancora dopo che li ha rinchiusi nel budello dove saranno detenuti a vita, il box spesso troppo angusto di un canile. Pochi metri quadri, forse puliti ma pieni soltanto di una noia senza fine, come una cella di Guantanamo.

I cani che resteranno detenuti a vita sono prigionieri incolpevoli di un patto tradito

Una piccola aliquota di animali e uomini instabili, senza apparenti ragioni, esiste e esisterà, forse non per sempre, ma ancora a lungo, finché non diventeremo bravi a curare le anime. Gli altri, quelli che hanno compiuto il doloroso percorso in salita che li ha resi difficilmente gestibili, instabili e talvolta anche potenzialmente pericolosi, sono quasi sempre una nostra responsabilità. Dovuta a cattive scelte, a incapacità di gestire animali caratterialmente complessi, alla decisione di volerli, presa d’impulso, che altrettanto d’impulso poi svanisce. Condannando gli animali a diventare prigionieri di un sistema che, come il carcere, difficilmente è capace di creare i presupposti per una seconda chance. Per mancanza di mezzi, di personale, spesso di capacità o semplicemente per disinteresse.

Può succedere che i cani subiscano le scelte di essere stati salvati a forza e rinchiusi. Da persone che a tutti i costi hanno deciso per loro, che fosse più sicuro il canile della strada, che fosse meglio un box di un rapporto imperfetto o di un compagno di vita giudicato non adeguato. Storie di adozioni sbagliate, che non incrociano i bisogni dei cani, ma soddisfano solo le aspettative di chi li fa adottare. Senza tenere conto che non tutti gli animali, proprio come le persone, sono uguali, reagiscono allo stesso modo, hanno identiche abilità, capacità di resistere, di vivere soli. Certo la vita è importante, va sempre difesa, ma per essere vera vita deve contemplare un equilibrio, quello che fa vivere in armonia con l’ambiente che ci ospita. Quando invece diventa “pena di vita”, può davvero arrivare a non essere migliore della morte.

L’importante è essere consapevoli che i canili non rappresentano la salvezza: ogni cane che entra in un box costituisce la dimostrazione di un nostro fallimento, di un patto che abbiamo tradito con il miglior amico dell’uomo. Per questo adottare è infinitamente più etico che comprare animali, così come non farli nascere è un dovere ineludibile, in un mondo dove ce ne sono già troppi rispetto ai possibili compagni delle loro vite. Entrate in un canile, guardate gli ospiti, fermatevi a guardare per un minuto occhi e comportamenti. Se lo avrete fatto con lo spirito giusto non potrete che scegliere uno di loro, magari anche il più bello e equilibrato, ma sicuramente un cane prigioniero, da liberare.

Cambiare il modo di contrastare il randagismo, educare al rispetto e alla comprensione della sofferenza

Occorre cambiare passo, non lasciare che i cani diventino strumenti di guadagno, come se fossero cose animate, come se fosse importante soltanto mantenerli in vita. Dobbiamo forse smettere di considerare la vita l’unico valore meritevole di tutela e dobbiamo iniziare a parlare di “diritto al benessere e alla felicità”. I cani lasciati a marcire nei canili gestiti in modo criminale, per incassare il prezzo della sofferenza quotidiana, devono diventare un retaggio del passato. Occorre considerare il randagismo un’emergenza che deve essere contrastata con campagne di sterilizzazione a tappeto, stabilendo percorsi abilitativi per chi voglia avere un cane. Bisogna introdurre l’interdizione alla detenzione di animali per quanti sono condannati per maltrattamento, che poi altro non è che una devianza criminale.

Bisogna riqualificare i crimini a danno di animali usando gli stessi parametri che sono considerati validi per gli uomini. Occorre smettere di usare termini roboanti ma vuoti, come “esseri senzienti”, se poi questa definizione resta priva di applicazioni concrete. La chiave di tutto è nel termine “rispetto”, l’unico sentimento in grado di garantire la convivenza sociale fra uomini e fra noi e gli altri esseri viventi. Smettendo di considerare il solo diritto alla vita come unico baluardo in grado di difendere chi abbia difficoltà a poterla vivere pienamente. Non è questione di vita o di morte, ma di dignità, di integrità psicofisica e di dare un valore diverso al termine, abusato, di “benessere animale”.

Fermiamo le carrozzelle con cavalli: una sofferenza per gli animali diventata oramai inaccettabile

fermiamo carrozzelle con cavalli

Fermiamo le carrozzelle con cavalli, diventate il retaggio di una tradizione vecchia di secoli, quando gli animali erano considerati poco più che cose. Tempi che sono passati spesso solo in apparenza, nascosti sotto una coperta fatta di parole che quasi mai si traducono in azioni. Anni connotati da un rispetto tanto sbandierato quanto poco messo in pratica, nonostante un’opinione pubblica sempre più attenta alla sofferenza animale. Le carrozzelle a cavalli che, anche in quest’estate torrida, corrono sull’asfalto rovente delle città sono la prova dell’inazione della politica, della poca attenzione dei Sindaci.

Per fermare le carrozzelle trainate dai cavalli servirebbe solo la volontà e un poco di sensibilità. Non si tratta di mettere sulla strada dei lavoratori ma soltanto di sostituire le poche licenze dei vetturini con altrettante di taxi, ponendo fine a una sofferenza, per gli animali, incompatibile con i tempi. Dove non è più accettabile lasciare animali in mezzo al traffico, sotto il sole, per soddisfare qualche turista disposto a pagare, a caro prezzo, questo souvenir.

Il trasporto con animali è un fenomeno europeo, ma meglio sarebbe dire che è una piaga mondiale. Dove gli animali sono immotivatamente sfruttati solo per accontentare turisti insensibili alla loro sofferenza. Almeno una volta tanto noi italiani, che sul rispetto dei diritti animali arriviamo sempre buoni ultimi, potremmo dare il buon esempio. Modificando il Codice delle Strada e vietando l’uso di veicoli a trazione animale sulle vie pubbliche. Basterebbero davvero solo poche righe, ma più le cose si presentano facili e più nella realtà sembrano trasformarsi in mostri invincibili.

Fermare le carrozzelle con i cavalli sarebbe un atto di civiltà e di buon senso

Sono anni che se ne parla, sono anni che i politici, almeno quelli che si dicono attenti ai diritti degli animali, presentano disegni di legge, propongono modifiche. Che servono più a ottenere buona pubblicità sui giornali che non a tradursi in atti concreti e concludenti. In un paese dove spesso i provvedimenti da adottare vengono presentati come cosa fatta, mentre, nella realtà, i più sono destinati a restare nei polverosi cassetti delle commissioni. Eppure da poco tempo i diritti degli animali sono anche nominati all’interno della nostra Costituzione.

Cani falchi tigri e trafficanti

Un inserimento che da molti era stato salutato come un segno di progresso, portatore di grandi riforme e di una nuova considerazione dei diritti degli animali. Un cambiamento davvero storico? Anche se poi i Sindaci non provvedono a emettere nemmeno un’ordinanza che vieti da aprile a settembre, i mesi più caldi, il divieto di usare i veicoli a trazione animale? Provvedimenti spesso promessi in campagna elettorale, ma mai tradotti in realtà, per disinteresse o per calcolo.

L’arte della politica non è più quella di cercare di soddisfare i bisogni dei cittadini, ma bensì quella di non scontentare le molteplici categorie di elettori. Una sorta di infinito gioco “dell’un colpo al cerchio e uno alla botte“, dove si accontentano tutti e non si soddisfa nessuno. Spesso con la complicità dei media, così poco attenti nell’individuare quando il re è nudo, ma capaci talvolta di cercare sempre nuovi vestiti per il potente di turno. Facendo brillare come fari quei casi di informazione libera, alla quale siamo così poco abituati anche dal nostro servizio pubblico, che per questo è nostro.

Le carrozzelle trainate dai cavalli sono il paradosso di questi tempi, dove l’interesse di pochi prevale sui diritti di molti

L’Italia è un paese in costante campagna elettorale, con una politica che ha spesso dimostrato di non essere capace di tutelare la collettività. Riuscendo anche ad allontanare da se una buona parte della società civile, che evidentemente ha gettato la spugna. Consapevole che sarà difficile riuscire a cambiare davvero qualcosa. Ma se non fermiamo le carrozzelle con i cavalli, una cosa da poco, possiamo davvero credere che questo paese cambi? Che l’Italia possa imboccare la strada della transizione ecologica, dove gli interessi in gioco sono ben più corposi e numerosi?

Certo sono momenti difficili, ma sono proprio le difficoltà quelle che fanno capire la stoffa dell’equipaggio che tiene la barra dritta, che segue la rotta. Sicuramente ci sono le priorità, che però non dovrebbero essere assolute, ma andrebbero incrociate con le possibilità e i costi. Certo fermare la guerra alle porte dell’Europa è priorità assoluta, ma incrociata con le attuali possibilità di riuscirci rende l’obiettivo doveroso, ma non immediatamente ottenibile. Mentre fermare le carrozzelle trainate dai cavalli è proprio poca cosa, facile, facile.

Cerchiamo di far progredire il nostro paese, visto che la civiltà di un popolo sta anche nel modo in cui dimostra capace di saper tutelare i più deboli. Cerchiamo di attuare almeno le cose facili, che sottraggono sofferenza, che sono educative perché ci sono azioni che allargano la mente e non soltanto il cuore. Dimostriamo di avere attenzione verso la sofferenza dei deboli, senza distinzione di colori o razze perché in questo tempo di incertezze l’unica davvero granitica è che siamo tutti animali. Mentre il dubbio resta sempre quello: la nostra discesa dagli alberi ha davvero dato buoni frutti per il pianeta?

L’orso M49 e Vasco Rossi: scoppiano le polemiche per il concerto di Trento che si terrà a poca distanza da Casteller

orso M49 Vasco Rossi

L’orso M49 e Vasco Rossi: una situazione che pare incompatibile a molti trentini, preoccupati per il frastuono causato dall’evento. Che avverrà a pochi passi da dove l’orso è recluso. Se per Maurizio Fugatti l’iniziativa di ospitare il concerto del Blasco nazionale, in un’arena costata 2,5 milioni di euro, sembra fantastica dello stesso parere non sono gli ambientalisti. Preoccupati che i rumori prodotti dal concerto possano terrorizzare l’ultimo orso ancora recluso nella prigione di Casteller. Una preoccupazione che pare legittima.

Un concerto significa emissioni acustiche molto forti, con suoni improvvisi per una durata di alcuni giorni, per poter dar corso alle prove. Sicuramente incompatibili con la vicinanza di un animale selvatico, ristretto in spazi che non consentono una vita degna, nemmeno senza l’aggravante concerto. Lucia Coppola, consigliere di Europa Verde, chiede all’amministrazione rassicurazioni sul fatto che M49 sarà monitorato da veterinari. Provvedendo se necessario a tenerlo tranquillo con dei sedativi, secondo quanto riporta il quotidiano Il Dolomiti.

Se non fosse per il concerto di un artista molto amato dal pubblico, che sembra essere molto seccato dalle polemiche, in molti si sarebbero dimenticati dell’orso Papillon. Dopo essere stato per mesi sotto i riflettori, grazie alle molte proteste delle associazioni e a infinite battaglie legali, sulla sorte di M49 era quasi sceso l’oblio. Un fenomeno comune a molte situazioni drammatiche, considerando quello che sta succedendo anche con la guerra in Ucraina. Il livello di attenzione piano piano scende, creando un’abituazione anche di fronte alle più grandi tragedie.

L’orso M49 e Vasco Rossi: due mondi che non dovrebbero mai potersi incontrare a distanza così ravvicinata

Animali selvatici e persone dovrebbero poter stare a debita distanza, essendo mondi che devono convivere ma che non dovrebbero avere interazioni strette. In particolare quando, come in questo caso, all’orso viene negata ogni possibilità di fuga, di potersi liberamente sottrarre a situazioni che generano stress. La storia di M49 rappresenta il triste epilogo di una convivenza che sarebbe stato meglio, alla luce dei fatti, non far neanche iniziare. Bisogna prendere atto che in Trentino non ci sarà, probabilmente mai, una convivenza serena con gli animali selvatici, in particolare con orsi e lupi. Almeno fino a che ci sarà questo stato di cose.

Ma se i lupi sono arrivati nel corso di una riconquista naturale del territorio lo stesso non si può dire per quanto riguarda gli orsi. Anni di proteste e di proposte, di scontri legali non hanno portato a nulla. Tutti gli orsi catturati sono rimasti in cattività e per gli orsi abbattuti c’è stata una giustizia solo parziale. Inutile illudersi che qualcosa possa cambiare a breve: i cambiamenti avvengono quando l’atteggiamento delle persone cambia, quando si fa strada l’idea che non ci possa essere un dominio assoluto dell’uomo sull’ambiente.

Se indigna il frastuono di un concerto messo in scena a poca distanza dalla gabbia dell’orso M49 bisogna anche chiedersi come lavorare per ottenere un cambiamento. Talvolta l’impressione è che vengano spese molte energie nelle proteste, ma non altrettanto nelle proposte, nella parte di azioni utili a generare una crescita culturale. Inutile cercare di gestire la coda velenosa e avvelenata del problema, se prima non si lavora per modificare le condizioni che generano il conflitto.

Orsi e lupi non diventano confidenti o problematici per una caratteristica comportamentale, ma solo per deviazioni indotte dall’uomo

Dopo anni di conflitti fra uomini e predatori, dopo aver fatto approfondite analisi sulle motivazioni che generano lo scontro sarebbe tempo di abbandonare le semplificazioni. La convivenza fra uomini e predatori è non solo possibile ma utile e necessaria, a patto che vengano rispettate le regole che potrebbero garantirla. Continuare a pensare che la soluzione per ridurre i conflitti possa passare dagli abbattimenti è una dimostrazione di miopia, come il solo protestare per gli atteggiamenti ostili. Occorre lavorare in via preventiva per cambiare le cose.

Pessima gestione dei rifiuti, invasioni di campo eccessive, gestione degli animali d’allevamento lasciati al pascolo, educazione dei residenti e dei turisti sono gli aspetti più importanti da affrontare. Su questo residenti e associazioni devono fare la loro parte con azioni di cittadinanza attiva e di confronto stringente con le amministrazioni. La strategia deve essere quella di non lasciare più alibi alla politica, che troppo spesso liquida le azioni di chi vorrebbe una diversa convivenza come atti emotivi o peggio irrazionali.

Per mettere la cattiva politica, quella che guarda solo ai risultati delle urne, all’angolo bisogna costringerla a doversi confrontare. Sulle proposte, sulle carenze dell’azione amministrativa e sulle inadempienze che poi generano incidenti con i selvatici. Un percorso certamente non breve, ma probabilmente anche l’unica direzione su cui lavorare, per garantirsi dei successi. Per non dover vedere più orsi rinchiusi in spazi angusti, destinati a impazzire in una gabbia.

Juan Carrito rinchiuso a Palena: la mancanza di informazioni non lascia tranquilli

Juan Carrito rinchiuso Palena

Juan Carrito è rinchiuso a Palena, centro per gli orsi gestito dal Parco della Majella, in attesa di verdetto sulla sua reimmissione in libertà. Nella più completa mancanza di informazioni: il parco non ha rilasciato più informazioni dalla cattura dell’orso e dall’ingesso nel centro. Un cambiamento di passo drastico rispetto a quanto sempre fatto in questi anni dal Parco Abruzzo, Lazio e Molise. Che ha sempre agito con grande trasparenza e con un costante flusso informativo sulle attività intraprese.

Qualcuno potrebbe dire che sono scelte, considerando che ogni area protetta è autonoma, ma questo non basta a spiegare il buco nero informativo. Nessuna notizia sulle modalità di riabilitazione, sulle tempistiche e sul working in progress che riguarda Juan Carrito. Forse perché questa vicenda sembra destare molto meno preoccupazione di quanto non sia successo quando son stati imprigionati gli orsi in Trentino. Probabilmente confidando sul fatto che in precedenza sia stato fatto di tutto, da parte del PNALM, per evitarne la cattura.

Attenzione che non è stata certo ricambiata da parte di molte amministrazioni comunali del territorio. Che poco o nulla hanno fatto, come si vede nella foto, per mettere in sicurezza i rifiuti. Ora però, secondo le scarne informazioni date dal Parco della Majella, l’orso dovrebbe essere sottoposto a un condizionamento alla rovescia. Che lo tenga lontano da centri abitati e rifiuti.

Juan Carrito, ora rinchiuso a Palena, tornerà mai a essere un orso libero?

Con le poche informazioni date dal Parco bisognerebbe avere qualità divinatorie, piuttosto che nozioni di comportamento animale per prevedere il suo futuro. Una scommessa quindi molto difficile. Che vede Carrito involontario protagonista di una complessa gestione che sino dall’inizio suscitava molti interrogativi. Certo sarebbe opportuno che il Parco spiegasse meglio cosa intende fare per riabilitare Carrito. Quali siano i metodi applicati per disabituarlo all’uomo e quali le tempistiche previste.

Senza continuare a lasciare questa vicenda avvolta nella nebbia, facendo temere il peggio. Nell’ambito delle attività di conservazione la comunicazione verso il pubblico è davvero importante. Crea una differenza che riduce la diffidenza, che impedisce di fare ipotesi, magari fantasiose ma plausibili. I metodi, gli esperti in campo, la trasparenza dovuta ai cittadini sono tutti argomenti su cui il Parco della Majella rischia di scivolare su una pelosissima buccia di banana: Carrito.

L’esperienza insegna che gli strumenti di dissuasione dai comportamenti sgraditi possono essere spesso spiacevoli. Specie quando il soggetto è molto testardo, e su questo Carrito risulta imbattibile, e si hanno a disposizione tempi brevi. Un giovane orso non può restare in cattività a lungo prima di essere liberato, per una lunga serie di ragioni. Un orso confidente a maggior ragione, considerando anche le dimensioni ristrette del centro che lo ospita a Palena. Per questo la preoccupazione è legittima e basterebbe poco per fugare i dubbi e rassicurare l’opinione pubblica.

L’importanza di ogni singolo orso marsicano per la conservazione della specie richiederebbe maggior informazione

Partendo dal presupposto che ogni patrimonio collettivo, orsi marsicani inclusi, appartiene a tutti i cittadini è difficile non essere critici sulle modalità informative del Parco. Questa è la ragione che marca fortemente la valutazione su due diversi modi di gestire il flusso di informazioni: quello del PNALM, che si espone anche a critiche a causa delle molte informazioni date, e quello molto, troppo criptico del Parco della Majella. Una strategia di comunicazione che meriterebbe di essere riconsiderata, per dovere e per rispetto.

La primavera è alle porte e questo aumenterà sempre più la mobilità degli orsi sul territorio. Che si è sempre auspicato potesse diventare, per l’orso marsicano, sempre più vasto per aumentare il numero di esemplari. Un’espansione che deve essere gestita, con corridoi faunistici idonei e con una grande attenzione alla gestione dei rifiuti alimentari. Non soltanto per gli orsi, ma per tutti i selvatici presenti sul territorio che non devono essere invogliati a entrare nei paesi. Soltanto in questo modo, insieme al rispetto che devono avere le persone, si evitano conflitti con l’uomo, pericoli e situazioni che possano portare alla possibilità di doverli rimuovere dal territorio.

Il ragionamento, di per se, è molto semplice, ma purtroppo è l’applicazione pratica che difetta. Anche in quei Comuni che si fanno vanto di essere immersi in una natura incontaminata e che poi, nella pratica, sembrano dimenticarsi dei doveri di attenzione che questo comporta. Ora però la cosa più importante è conoscere la sorte di Juan Carrito e mancano molto le lunghe stories che il PNALM faceva regolarmente sui social.

Uomini e animali travolti dalla guerra: il cinismo di pochi distrugge le vite ma accende la solidarietà

uomini animali travolti guerra

Uomini e animali travolti dalla guerra in Ucraina, uniti nel comune destino di soffrire e morire per scelte che non hanno fatto. La storia dimostra che la guerra non è mai la soluzione di un problema, semmai è la chiave per aprire la porta del caos. Ma ancora oggi ci stiamo preoccupando più di dimostrare le ragioni del conflitto, che non di fermarlo. Nonostante i rischi noti, le sofferenze e le devastazioni subite dai civili, le crudeltà decise da pochi ma subite da tantissimi esseri umani e anche animali.

Con un popolo che ovunque si sta attivando per cercare di aiutare, raccogliendo cibo e medicinali, offrendo ospitalità, facendo donazioni. Un risveglio che speriamo possa far capire che non esistono guerre giuste, che esistono doveri di civile convivenza. La sofferenza, la disperazione di chi vive nella paura, di chi non ha nulla da mangiare non ha colore, né di pelle, né di bandiera. La guerra è il punto più basso della nostra umanità, sia quando accade in Ucraina che in Palestina, in Yemen o in Somalia.

Come possiamo cercare di fare capire l’importanza della convivenza fra uomini e animali selvatici, la necessità di tutelare l’ambiente se poi, in un attimo, spezziamo le vite delle persone. Cosa racconteremo alle giovani generazioni che ancora una volta, in Europa, è scoppiato un conflitto che rischia di distruggere la vita di milioni di persone? Come faremo a essere credibili sugli impegni per salvare la nostra casa comune, l’unica che abbiamo, se stiamo rischiando un disastro nucleare? Se questa guerra rallenterà pericolosamente le misure per contrastare i cambiamenti climatici.

Uomini e animali travolti dalla guerra, aiutati da altri uomini che hanno attivato il circuito positivo dell’empatia

Le persone non hanno in questo momento alcun potere, non possono decidere di fermare il conflitto, diversamente il suono orribile delle armi sarebbe già cessato. Il potere è del popolo, ma il popolo non ha alcun potere, se non quello di aiutare, di mitigare le sofferenze, di correre in soccorso. Di tentare di frapporre un diaframma di partecipata civiltà a un potere oscuro che ghermisce vite, senza restituire in alcun caso benessere. Non ai vinti, ma nemmeno ai vincitori perché le guerre sono come le catastrofi naturali: colpiscono tutti, fanno soffrire molti, ma arricchiscono pochi.

In questi giorni il terzo settore italiano sta facendo molto per cercare di portare soccorso agli uomini, agli animali con cui hanno vissuto che sono una parte della loro stessa vita. Ma anche agli animali che padrone non hanno perché quel legame emotivo, affettivo, empatico che ci lega non può essere spezzato nemmeno da una guerra. Qualcuno polemizza sul fatto che ci si occupi di animali, ma sensibilità e intelligenza sono un dono, non sempre una caratteristica certa della nostra specie. Dimenticando o non volendo vedere che chi si occupa di animali si occupa sempre anche di uomini, conoscendo il valore della sofferenza, avendo ben radicata l’empatia verso i viventi.

Questa solidarietà che dilaga è necessaria come l’acqua durante la siccità: è capace di far germogliare il seme della speranza, di far comprendere che essere uomini è davvero altra cosa. Un’umanità ben diversa da chi pianifica bombardamenti sui civili, in qualsiasi nazione del mondo, una differenza che aiuta a sopportare di appartenere a una specie tanto stupida. Capace di scoperte incredibili per aiutare il prossimo ma anche di creare i campi di sterminio nazisti. Due facce della stessa specie, seppur incredibili e così lontane fra loro.

Per aiutare uomini e animali fate scelte attente, non donate senza fare attenzione: c’è chi specula anche sulle tragedie

Non bisogna mai fermarsi ai titoli, alle enunciazioni. Occorre verificare, saper scegliere perché è importante che quello che viene donato non finisca rubato. Chi chiede fondi per una causa deve essere puro e trasparente, non deve avere macchie e deve avere un passato onorevole. Sulla rete ci son richieste di vario genere, anche da parte di realtà improbabili, di privati che giurano che porteranno a casa gli animali dalle zone di guerra, che sono in contatto con realtà in Ucraina. Promesse che sembrano molto mirabolanti, che devono però prima di essere accolte trovare riscontri.

Sono talmente tanti i bisogni che disperdere anche un solo euro sarebbe un vero peccato. Per questo è importante che gli aiuti vadano a realtà che hanno un passato dimostrabile, non un incerto presente e magari un furbesco futuro. Questo vale anche per i soldi pubblici, che devono avere un impiego certo e utile: quando si fermerà il conflitto avremo bisogno d ogni centesimo, perché la guerra ai cambiamenti climatici resta un’urgente priorità.

La tragedia Ucraina: persone e animali in fuga da una guerra tossica, sotto ogni angolo di visione

tragedia Ucraina persone animali

La tragedia Ucraina: persone, spesso con i loro animali, costrette a scappare da una guerra che pochi si immaginavano potesse arrivare in Europa. Dai media rimbalzano immagini, purtroppo familiari, che non credevamo però possibili riguardassero il vecchio continente. Centinaia di migliaia di persone sono in fuga dalle loro case, spesso portando con se i propri animali, che non sono stati abbandonati. Tanto da far temporaneamente sospendere le regole europee, che consentono il transito di animali extra UE solo con passaporto e test sanitari.

Vedere persone disperate attraversare i confini per trovare asilo negli Stati della Comunità Europea, con in braccio un cane o un gatto, nonostante le difficoltà, commuove ancora di più. Dimostra ancora una volta che i nostri animali sono compagni di vita, che confortano e consolano anche in situazioni estreme. Nulla è più tragico della guerra e del dover scappare dal proprio paese lasciando indietro le proprie vite.

Qualcuno dice che la guerra in Ucraina è soltanto una delle tante guerre che hanno insanguinato il mondo dopo la tragedia della Seconda Guerra mondiale. Nella realtà è vero solo a metà, perché dalla fine del conflitto mondiale mai si era stati così vicini a una guerra globale e catastrofica, che potrebbe avere conseguenze planetarie e devastanti. Nulla di paragonabile con la Corea o la crisi dei missili a Cuba.

Ma la tragedia Ucraina non è solo un disastro umanitario: la guerra ha aggravato la crisi ambientale

La tragedia Ucraina non riguarda solo uomini e animali in fuga da un paese bombardato e allo stremo. Riguarda l’intero pianeta per le inevitabili conseguenze che si verranno a creare sotto il profilo dei cambiamenti climatici. Se ne parla poco, annichiliti di fronte a questa tragedia, ma è inutile negare che nulla potrà più essere come prima. La guerra in Ucraina avrà un effetto drammatico non solo sulla popolazione di quel paese ma sui futuri equilibri geopolitici. Un fatto che rallenterà in modo consistente la transizione ecologica, soprattutto per quanto riguarderà le scelte energetiche. E non soltanto.

La mancanza di lungimiranza ha portato le economie occidentali, e la nostra in modo rilevante, a compiere scelte discutibili in ambito energetico e produttivo. Avendo come unico parametro di riferimento quello economico, che ha portato l’Europa a delocalizzare nei paesi orientali moltissime produzioni. Così ora ci ritroviamo nella condizione di ipotizzare la necessità di far ripartire le centrali a carbone o a olio pesante, che sono le peggiori sotto il profilo ambientale.

Ma non saranno soltanto le scelte energetiche che andranno controcorrente rispetto alla necessità di imboccare una reale transizione ecologica. Questa guerra avrà un forte impatto sulle casse sia pubbliche che private, quale che sia la sua durata, che tutti sperano breve. Ci saranno quindi minori risorse per affrontare i temi legati ai cambiamenti climatici, in economie già messe a dura prova dalla pandemia.

Come sempre accade sono i popoli a pagare le scelte e il mancato coraggio della politica, ma questa volta potrebbe esserci un disastro alle porte

Se colpisce l’anima vedere i profughi ucraini con i loro animali, che si stringono al petto come fossero degli amuleti, si resta muti e attoniti guardando al futuro. Un futuro che in pochissimi anni è cambiato, tragicamente in peggio, lasciando allo scoperto tutti gli errori causati dalla poca lungimiranza. Scelte non fatte che andranno a incidere in modo molto pesante sulle giovani generazioni, che si troveranno sul tavolo i problemi di un secolo di rinvii e di distruzioni.

Certo ora è importante aiutare il popolo ucraino, andare in soccorso di chi ne ha bisogno. E’ arrivato il momento di capire, una volta per tutte, che sino a quando non sarà alleviato il peso che grava su un’umanità dolente non ci sarà mai spazio per un futuro sereno. Ogni essere vivente meriterebbe rispetto, ma certo oggi parlare di diritto alla felicità sembra molto più utopico di quanto non fosse ieri.

Cerchiamo di far diventare questa tragedia un’occasione di cambiamento, capace di creare collettività nuove, più aperte e più inclusive. Perché nessuno si salva da solo.