Storia di Milo, il gatto che andò al Polo Sud

Storia di Milo, il gatto che andò al Polo Sud

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Storia di Milo, il gatto che andò al Polo Sud è una favola per ragazzi, che dovrebbero leggere anche gli adulti, specie se sono interessati agli animali e alla tutela ambientale. Milo, oltre a essere un felino fortunato è diventato anche un gatto famoso, dopo il precedente libro Storia di Milo, il gatto che non sapeva saltare, diventato un best seller. Ma il gatto nero più famoso d’Italia non è un personaggio di fantasia, inventato da Costanza Rizzacasa, ma è proprio il suo gatto, in pelo, carne ed ossa. Un gattino molto fortunato, anche se con qualche problema di coordinamento motorio, che ha trovato una compagna molto disponibile.

La copertina fa capire subito che Milo condividerà la sua avventura, oltre che con la sua umana, anche con Hielito, un piccolo di pinguino imperatore. Che per una serie di traversie causate da trafficanti di animali, si ritrova molto, ma molto lontano dalla sua casa. Se nella vita ci sono ostacoli. che sono purtroppo insormontabili, il bello di scrivere favole sta proprio nella possibilità di abbatterli. Una storia come questa, scritta come una bella favola, deve prevedere un lieto fine, pericoli, difficoltà e tanti amici che ti possono essere d’aiuto.

Cani falchi tigri e trafficanti

Le favole servono anche per raccontare che il bene può vincere, che le difficoltà si possono superare e che, con un pizzico di ottimismo, si riescono a risolvere anche le questioni più intricate. Milo potrà contare, per concludere la sua avventura con il pinguino Hielito, non solo della sua compagna umana ma anche di tantissimi altri animali. Che saranno capaci di insegnare sempre qualcosa di nuovo a Milo, ma soprattutto ai giovani lettori, che scopriranno l’importanza di avere attenzione per l’ambiente, ma anche il valore dell’amicizia e il rispetto per gli animali.

Milo il gatto che andò al Polo Sud, in compagnia di un pinguino, per riportarlo a casa è una metafora della vita

Quando arriverete al fondo di questa storia guarderete le cose in un altro modo. I gatti neri saranno simpatici anche ai più superstiziosi, e avrete fatto qualche riflessione importante sugli animali in genere. Creature che meritano rispetto e attenzione e che, troppo spesso, gli uomini fanno soffrire per profitto. Ma ci sarà un momento in cui vi scoprirete a riflettere sull’importanza di sapere andare oltre, come dice a Milo Andrè, un camminatore che aveva attraversato a piedi le Ande: “Vedi Milo, noi siamo sempre curiosi di sapere cosa ci sarà oltre. E’ questo che ci motiva, che ci fa superare la fatica. La verità si trova sempre oltre la prossima montagna.”

Certo partire da una casetta vicino al mare, alle porte di Roma, e arrivare sino al Polo Sud non sarà uno scherzo. Questa lontananza, il timore dell’insuccesso e di non portare a termine la missione saranno lo stimolo per il piccolo lettore per correre verso la fine del libro. Per scoprire come farà il nostro Milo a riportare fino a casa Hielito e chi saranno tutti gli amici che incontrerà sul suo cammino. Con le loro storie, con i loro guai, che sono quasi sempre causati da noi umani.

La storia di Milo, il gatto che andò al Polo Sud è una favola moderna, ambientata in questi tempi così complicati, per i cambiamenti climatici, per la pandemia, per l’inquinamento. Costanza Rizzacasa d’Orsogna riesce a catturare l’attenzione, scrivendo di temi seri con la capacità di strappare comunque un sorriso, anche se talvolta un po’ agrodolce. E se anche questo libro, come il precedente, girerà il mondo e sarà tradotto in diverse lingue il successo del messaggio ecologista si amplificherà moltissimo.

Ugo Guanda Editore – rilegato – 128 pagine – 13,00 euro

Filetto di bisonte per ricchi palati senza attenzione all’ambiente e all’etica

Filetto di bisonte per ricchi palati senza attenzione all’ambiente e all’etica

filetto bisonte ricchi palati
Un filetto bisonte per ricchi palati con scarsa consapevolezza ambientale, come se l’avere mezzi economici potesse far passare in secondo piano tutto il resto. Eppure è proprio così, visto che una catena di ristoranti milanesi, che non nomino per non fare inutile pubblicità, vende solo filetto, cucinato e servito in vari modi. A prezzi che è difficile giudicare popolari, con carni di animali che vengono da tutto il globo. Per capire la follia non occorre essere vegani, basta cercare di riflettere.
Cani falchi tigri e trafficanti

La segnalazione mi è arrivata da Sonny Richichi, storico presidente di IHP, l’associazione che si occupa della tutela dei cavalli. Rimasto colpito da questa catena che propone carne di moltissime specie e razze sia bovine che equine. Facendo una ricerca in rete ho constato che non è solo la carne di specie domestiche che parte dal Sudamerica per raggiungere i nostri mercati. Basta pagare e si può assaggiare di tutto perché in rete e in certi ristoranti si può comprare, legalmente, di tutto.

La questione non deve essere posta sul rispetto della legge, ma su buon senso, consapevolezza e etica. Ben diverso dai ristoranti illegali che aprono una sola notte, per offrire il bushmeat ai loro clienti parti di animali protetti. Queste catene e il mercato delle carni offrono cibo legale, eticamente discutibile ma perfettamente in linea con la normativa. Alimenti destinati a clienti che abbiano nel portafoglio carte di credito prestigiose, quelle riservate a persone con ottimi potenziali di spesa.

Il filetto bisonte per ricchi palati è solo la punta dell’iceberg di un’offerta molto più vasta

Un filetto di bisonte in questi ristoranti costa ben 43 Euro, ma l’offerta è vasta e quindi si può ordinare, oltre a tagli bovini di varie provenienze e sapori, dall’Uruguay all’Irlanda, anche altro. Dal cinghiale alla renna, dal cammello al canguro, dallo struzzo alla zebra. Un panorama di specie che molti non avrebbero neppure immaginato fosse lecito mangiare in un ristorante italiano. Per arrivare al filetto di Kobe, una razza bovina molto particolare che viene dal Giappone. E che per essere tale, secondo Wikipedia deve:

  • appartenere alla razza bovina di Tajima ed essere nato nella prefettura di Hyōgo;
  • avere come allevatore un membro della federazione della prefettura di Hyōgo;
  • essere una mucca vergine (scottona), un manzo o un bue;
  • essere macellato al mattatoio di Kobe, Nishinomiya, Sanda, Kakogawa o Himeji nella prefettura di Hyōgo;
  • avere un rapporto di marezzatura di 6º livello o superiore;
  • il peso lordo del manzo deve essere di 470 chilogrammi o inferiore.

La catena di cui parlo propone questo filetto al prezzo di 50 Euro all’etto, mangiato in Italia e fatto viaggiare per migliaia di chilometri. Una pietanza, come tante altre, dal costo ambientale insostenibile, giustificata dalla globalizzazione ma soprattutto dall’esibizionismo gastronomico di consumatori (forse) senza pensieri. Considerando che il prezzo più alto lo pagheranno i miliardi di poveri che popolano o sovrappopolano il pianeta, ma mai dire mai.

L’onda lunga delle problematiche che hanno il loro apice visibile nei cambiamenti climatici, potrebbe portare con se effetti talmente devastanti da essere poco risolvibili solo con il denaro. Eppure la logica non sembra essere comune, e l’attenzione per i problemi ambientali non sempre è presente. Diversamente questi ristoranti sarebbero con pochissimi clienti. Mentre la realtà è differente.

Questa catena ha ben cinque ristoranti a Milano, segno che non fatica a trovare clienti e non saranno solo turisti

Il punto, per chiarire, non è la disponibilità economica e nemmeno la ricchezza. Ci sono persone di grandi possibilità economiche che avrebbero la nausea leggendo questo articolo. Attente alle problematiche di questi tempi difficili, portate a correre in soccorso di chi ha meno, ricche non solo di mezzi economici ma dei valori che hanno le anime belle. Quelle per intenderci che si informano, sanno cos’è l’empatia e la compassione, conoscono le conseguenze dei cambiamenti climatici.

Il focus è sull’indifferenza, sul non avere un pensiero su quanto sia sbagliato far viaggiare carni da un continente all’altro. Sui costi che questi comportamenti, che non sono necessari per vivere ma solo per ostentare, generano. Sulle abitudini di consumo che non ci possiamo più permettere, non solo sotto il profilo etico, per gli animali, ma per la loro insostenibilità ambientale. In un momento di esaltazione della filiera corta, dell’economia chilometro zero, della limitazione dei comportamenti clima alteranti. Inutili proprio come dover mangiare un filetto di bisonte.

Per Italian Horse Protection la questione riguarda la carne di cavallo, un animale che nei paesi anglosassoni nessuno penserebbe di mangiare. Proprio come il cane in tutto l’Occidente, il cui consumo viene visto come una barbarie posta in essere sul più fedele amico dell’uomo. Eppure in Italia ancora oggi cavalli e asini vengono mandati al macello, anche se con numeri molto inferiori a quelli di altri animali destinati al consumo umano. Una realtà, anche questa, che merita più di una riflessione sui sentimenti che proviamo per alcuni animali e che ignoriamo completamente per altri.

Abbiamo abbandonato donne e animali in Afghanistan, in balìa dei fanatici religiosi

Abbiamo abbandonato donne e animali in Afghanistan, in balìa dei fanatici religiosi

Abbiamo abbandonato donne animali

Abbiamo abbandonato donne e animali in Afghanistan, in mano a un fanatismo religioso che riporta il paese nuovamente nel Medio Evo. Una scelta fatta con rapida disinvoltura, senza preoccuparci delle conseguenze per un intero popolo. Nella fretta sono state abbandonate non solo le persone che collaboravano con l’occidente, ma anche molti cani. Quelli delle tante imprese private che si occupavano di sicurezza. E per un momento si è temuto che ci fossero anche una parte di quelli in servizio con le truppe americane, ma la notizia è stata poi smentita.

Cani falchi tigri e trafficanti

Il mondo si è commosso per le storie degli uomini e degli animali rimasti a Kabul. Questo non è servito a modificare le scelte fatte, a garantire realmente che venissero evitate violenze e sofferenze. Pen Farthing e la sua organizzazione Nowzad hanno dovuto fare scelte drastiche. Portando in salvo circa un centinaio di cani e una settantina di gatti, ma dovendo fare l’eutanasia agli animali troppo vecchi e malati per affrontare il viaggio. A Kabul continua a operare un’altra organizzazione, questa volta americana, nel tentativo di evacuare i suoi animali.

Abbiamo abbandonato donne e animali, nonostante i servizi di sicurezza avessero avvisato i governi dei possibili scenari

Le scene a cui assistiamo nei telegiornali, sempre più sprofondate verso i titoli di coda, mettono angoscia. Ricordano come le persone si trovino costrette in vite che non hanno voluto, per scelte che sono state costrette a subire. Proprio da quel mondo occidentale che a parole difende diritti e democrazia e che nei fatti abbandona chiunque. Immolando queste vite sull’altare della convenienza politica, spesso con visioni davvero di corto periodo.

Pensare a una vita che trascorrerà guardando il mondo da dietro un velo, senza poter studiare, senza musica né libri fa accapponare la pelle. Rende percepibile il dolore e la paura, la sofferenza di chi non trova la via per poter condurre una vita libera. Donne e uomini costretti a vivere nella paura e animali condannati alla sofferenza. Chi si occuperà dei randagi di Kabul e non solo, quando le ultime organizzazioni avranno lasciato il paese?

Pen Farthing lo dice chiaramente in un’intervista rilasciata a un giornale online: in Afghanistan tutto è finito per Nowzad. L’ultimo sforzo sarà quello di evacuare in un luogo sicuro lo staff afgano dell’organizzazione. Un’operazione già tentata, ma purtroppo fallita all’aeroporto di Kabul, quando fucili alla mano, i talebani hanno bloccato la partenza dello staff. Entro pochi mesi, come purtroppo sempre succede, ci dimenticheremo dell’Afghanistan, dei sui uomini, delle sue donne e dei suoi animali.

Difficile non provare vergogna per essere scappati, dopo vent’anni di occupazione, lasciando tutto peggio di prima

L’Occidente sta dicendo che deciderà come comportarsi con il nuovo governo sulla base delle prossime azioni, ma sarebbe meglio definirlo correttamente come una nuova dittatura di fanatici integralisti. Ma in un pugno di giorni le azioni sono già state terrificanti: donne velate, cacciate dalle scuole e dagli uffici, giornalisti picchiati, manifestazioni sciolte a raffiche di mitra. I ministri di questo supposto governo sono ricercati dall’FBI e sulle loro teste pendono taglie milionarie. Serve, o meglio, serviva altro per non abbandonare un popolo?

Come possiamo assistere impotenti alla carcerazione di un intero popolo? Come possiamo pensare che in Occidente una donna possa fare l’astronauta, come Samantha Cristoforetti, e in Afghanistan una donna possa essere considerata meno di un fucile mitragliatore? Con che coraggio racconteremo alle giovani generazioni che ci siamo resi complici di quello che sarà un genocidio, almeno culturale, di un popolo intero?

Stiamo ballando sempre più vicini all’orlo di un vulcano, e dove non arriveranno gli uomini arriverà la natura. Ogni giorno dimostriamo di essere incapaci di provare reale empatia, di conoscere il valore della compassione vera, e di non comprendere neppure il valore inestimabile della libertà e quello di una vita libera dalla paura.

Nowzad per gli animali afghani ha fatto la differenza e ora hanno bisogno d’aiuto

Nowzad per gli animali afghani ha fatto la differenza e ora hanno bisogno d’aiuto

Nowzad per animali afghani
Foto tratta dal sito di Nowzad

Nowzad per gli animali afghani ha fatto molto, impegnandosi nella salvaguardia di moltissimi randagi in un paese di fatto mai completamente pacificato. Che ora sta vivendo giorni estremamente complessi, pericolosi e dolorosi. Un dolore che provano gli uomini quando la loro libertà e la loro stessa vita è in grande pericolo, una sorte che colpisce anche gli animali che presto perderanno i loro difensori.

Cani falchi tigri e trafficanti

La storia ha avuto inizio 15 anni fa, quando un sergente dei Royal Marines britannici, Pen Farthing, arriva in Afghanistan con la Kilo Company, un’unità scelta composta da 42 commando. Il loro compito era quello di mantenere la sicurezza nella provincia di Helmand. Non vi è dubbio che il sergente Pen fosse una persona già molto attenta ai diritti di uomini e animali, diversamente non si potrebbero spiegare scelte così particolari. Come quelle di occuparsi “anche” di animali in un paese alle prese con una guerra interna e con un’occupazione straniera.

Empatia e sensibilità sono state probabilmente le spinte iniziali che hanno portato il militare a pensare di creare qualcosa di nuovo per aiutare gli animali randagi. L’attenzione verso cani e gatti che vivevano negli agglomerati urbani aumenta in modo proporzionale anche al benessere e alla cultura degli abitanti. Difficile pensare che chi non ha da sfamare la famiglia possa trovare risorse per occuparsi di randagi. Una realtà dura, ma comprensibile.

Nowzad per gli animali afghani è stato come l’accensione di un faro in un mare in tempesta, un segno che indica un porto sicuro

Il sergente Pen ha deciso di non chiudere gli occhi, di occuparsi anche di animali. Dalla sua esperienza in Afghanistan è nato il primo libro, “One Dog at a Time” (Un cane alla volta). Che è servito per portare sotto le luci della ribalta del mondo intero l’attività di Nowzad, quello spirito di aiuto che spesso. incredibilmente, viaggia insieme agli uomini in guerra.

Guerra, violenza, contiguità con la morte possono prosciugare la sensibilità delle persone oppure dargli linfa, energia e coraggio. Chi si trova ogni giorno a vivere in teatri bellici conosce l’orrore, quello vero, che può dare un nuovo impulso alla creazione di energie positive. E così, soldato dopo soldato, cane dopo cane, in questi anni Pen è riuscito a riunire famiglie, sicuramente non convenzionali ma non per questo meno belle, importanti.

Nowzad, che prende il nome dalla prima città in cui Pen ha prestato servizio, è un’organizzazione che è stata capace di riunire cani e soldati. Sino ad oggi sono stati più di 1.600 i cani che sono stati riuniti ai soldati che li avevano adottati in Afghanistan. Consentendo agli animali di poter vivere con i loro nuovi amici, in una parte più fortunata del mondo dove della guerra arrivano solo gli echi lontani.

Nowzad ha creato a Kabul un rifugio per cani con standard europei, una clinica veterinaria e un centro per asini

In un paese dilaniato come l’Afghanistan tante sono le necessità, e non solo, ovviamente, quelle legate all’assistenza dei randagi. Chi lavora a contatto con la popolazione sa perfettamente che l’evoluzione positiva dei diritti degli animali passa attraverso realtà complementari. Sensibilizzazione, educazione ma anche prevenzione sanitaria sono molto importanti, specie in una realtà come quella afghana dove la rabbia è presente e rappresenta un pericolo mortale.

Per questa ragione il controllo demografico e la vaccinazione degli animali contro la rabbia diventano i capisaldi delle attività di Nowzad. Che possono essere messi in atto grazie alla generosità dei donatori. Il Progetto infatti è oramai conosciuto e supportato in tutto il mondo. E questo, sino a poche settimane fa, ha consentito a Nowzad di fare molto per gli animali. Sino al ritiro delle truppe americane che hanno fatto precipitare il paese nel caos.

Purtroppo il tempo per l’organizzazione di poter operare in Afghanistan è finito e ora le priorità sono improvvisamente cambiate. Occorre far tornare a casa lo staff, garantire agli afghani che hanno lavorato per l’organizzazione di trovare asilo nel Regno Unito, portando in salvo anche gli animali presenti nei rifugi. Una corsa contro il tempo che si può vincere solo con l’aiuto di tutto il mondo.

Non dimentichiamo il popolo afghano, diamo una speranza a quanti vogliono poter lasciare il paese, avere un futuro

Non ci si può occupare di animali senza avere sensibilità per gli uomini e le donne di questo paese. Sul quale sta ancora una volta calando la scure dell’integralismo religioso, che vuole le donne private di ogni diritto, compreso quello allo studio. Le donne afghane sono quelle che pagheranno il prezzo più alto con la restaurazione del regime dei talebani. Nonostante le rassicurazioni date all’occidente e già contraddette dai tragici fatti di ogni giorno.

L’Occidente ha fatto un grande errore di valutazione e i danni di questa scelta si potranno quantificare solo fra qualche anno. Nel frattempo abbiamo un dovere morale di aiutare chi vuole lasciare il paese, chi vuole cercare di vivere libero, di costruirsi un futuro meno violento e con maggior libertà. Ogni europeo ha il dovere di fare qualcosa per questo popolo che da decenni sopporta le conseguenze di scelte fatte altrove.

Dalla nostra attenzione al problema afghano, da quanto ne parleranno i media e dalla sensibilità dell’opinione pubblica dipende buona parte del loro futuro. Non dimentichiamo il popolo afghano, non lasciamo vincere l’integralismo religioso.

Manifesto per un animalismo democratico: un viaggio filosofico  all’interno delle battaglie per i diritti degli animali

Manifesto per un animalismo democratico: un viaggio filosofico all’interno delle battaglie per i diritti degli animali

Manifesto per un animalismo democratico

Il Manifesto per un animalismo democratico scritto da Simone Pollo è un saggio interessante, che pone sul tavolo diversi quesiti. Domande che da tempo animano l’animalismo in Italia, ma non solo, in tutte le sue variegate componenti. In effetti intorno al riconoscimento dei diritti agli animali non umani si sono create differenti correnti di pensiero. Alcune molto radicali, che mettono sullo stesso piano i diritti degli animali umani e non umani, altre più portate a lottare per ottenere una riduzione progressiva del danno. Mosse dalla consapevolezza che un cambiamento della società, imposto, sia difficile da poter realizzare.

Cani falchi tigri e trafficanti

Il saggio si fonda sul presupposto che tutti i cambiamenti debbano ruotare intorno alla condivisione democratica. Che non deve essere assoluta, ma ampiamente riconosciuta nella società come valore positivo. L’autore, che insegna bioetica all’Università La Sapienza di Roma, ha scritto questo trattato scientifico, ricco di riferimenti e citazioni, per far riflettere su un possibile percorso. Che non porta a un riconoscimento generalizzato di diritti, ma pone alla base un concetto chiaro: i cambiamenti avvengono quando la società é pronta a riceverli.

I diritti degli animali, specie quelli che comporterebbero cambiamenti molto radicali, devono crescere nella coscienza collettiva. Che secondo il suo autore non può riconoscere, oggi, una parità di considerazione fra i diritti degli uomini, spesso negati, e quelli degli animali. Confutando, ad esempio, che i camion carichi di animali da macello possano essere equiparabili ai vagoni piombati che trasportavano i deportati della Shoa.

Il Manifesto per un animalismo democratico è un libro che farà discutere, e molto, le varie anime del movimento animalista

Simone Pollo non può certo essere accusato di aver cercato scorciatoie, né linguistiche, né di pensiero, esponendo la sua teoria sino ad arrivare alle conclusioni. Queste ultime si possono poi più o meno condividere, ma hanno il pregio di essere molto stimolanti per la crescita del dibattito su questi temi. Ponendo un confine che certo resta difficile da travalicare: se la società non è pronta a riconoscere determinati valori come universali, questi non potranno essere assimilati tramite imposizione.

Prima di arrivare a un mondo virtuosamente vegano sarà necessario modificare idee e abitudini. Un percorso che non sarà breve. Al di là delle imposizioni pratiche che verranno dal pianeta, questa evoluzione non potrà essere compiuta interamente nel giro di qualche decennio. Diversa è invece la possibilità di affermare, già ora, diritti in altri settori. Realizzando cambiamenti anche normativi, su obiettivi oramai largamente condivisi. Come l’abolizione della caccia e lo sfruttamento degli animali nei circhi.

Un testo che scava all’interno di concetti e definizioni, arrivando a scardinare paradigmi che rappresentato luoghi comuni.

Un bracciante miseramente pagato e senza protezioni sindacali può a buon diritto essere considerato come ridotto in schiavitù, anche se di fatto nessuno ha la sua proprietà giuridicamente riconosciuta. Per converso, un cane che vive in una famiglia, circondato di affetto e cure, ed è di fatto considerato un membro di quella stessa famiglia non è uno schiavo solo per il fatto che per la legge è di proprietà di un essere umano.

Tratto da Manifesto per un animalismo democratico

Il riconoscimento dei diritti degli animali deve essere considerato l’ineludibile punto di arrivo di una società democratica

E’ innegabile il divario fra i diritti desiderabili, che si vorrebbero vedere riconosciuti agli animali, e quelli reali, che spesso si fermano subito dopo la loro enunciazione. Considerando peraltro che gli animali non hanno possibilità di poterli difendere in modo autonomo. Realtà assimilabile, secondo l’autore, a quella delle minoranze umane così scarsamente rappresentate da aver necessità di trovare dei difensori, per poter ottenere ascolto.

Un libro da leggere con attenzione, visto che pur avendo un testo molto scorrevole tratta argomenti etici complessi, con un angolo di visione alternativo e mai banale. Una promessa che già traspare chiaramente nel titolo. Annunciando da subito e in modo chiaro come il riconoscimento dei diritti debba passare dalla democrazia. Come è stato per l’abolizione della schiavitù umana.

Carocci Editore – brossura – 124 pagine – 12,00 Euro

Senza mai perdere la tenerezza: l’indifferenza verso la sofferenza non deve anestetizzare la nostra umanità

Senza mai perdere la tenerezza: l’indifferenza verso la sofferenza non deve anestetizzare la nostra umanità

Senza mai perdere la tenerezza

Senza mai perdere la tenerezza. Questo dovrebbe essere l’obiettivo di ogni essere umano, che sappia riconoscere nel termine “umanità” il rispetto e la compassione. In questi giorni si moltiplicano gli appelli a non consumare carne di agnello, per tantissimi validi motivi, che non sempre devono essere legati soltanto alla loro uccisione. Non soltanto alla morte, ma alla sofferenza del prima, che non può trovare giustificazione alcuna ai maltrattamenti gratuiti che sono riservati agli agnelli.

Cani falchi tigri e trafficanti

Gli agnelli sono il culmine di un problema che ciclicamente viene portato all’attenzione nei periodi che precedono la Pasqua. Il momento in cui centinaia di migliaia di animali sono sottoposti a estenuanti viaggi. Attraversando l’Europa e non soltanto, per finire sulle tavole. Trasportati malamente, sottoposti a maltrattamenti, macellati nel peggiore dei modi, senza rispetto nemmeno delle poche regole esistenti. Sofferenze causate dal profitto, da un economia che massimizza le rese, indifferente alla compassione.

Leggendo le cronache però sembrerebbe che troppi siano indifferenti di fronte alla sofferenza. Questo probabilmente è il vero problema della nostra società, che presta sempre meno attenzione ai diritti degli altri. Ma non bisogna pensare che questa pericolosa anestesia dei sentimenti riguardi solo gli animali. Basta aprire la cronaca per rendersi conto di sintomi preoccupanti di una società sempre più malata, sempre più arrabbiata e molto, molto distratta. Non più individui che formano una società, in senso esteso, ma una società fatta di individualità, collegate spesso per opportunità. Senza sentimento, senza empatia.

Senza mai perdere la tenerezza: il concetto di umanità è racchiuso in queste 5 parole

Il risveglio delle coscienze, il tentativo di creare una società migliore non dovrebbe essere considerato un sogno romantico, ma una priorità. In fondo una società anestetizzata, che non percepisce la sofferenza altru,i rappresenta un pericolo per ognuno, anche se ampiamente sottovalutato. Chi andrà in soccorso di una donna abusata, di un animale maltrattato, di una persona fragile se non siamo attenti alla sofferenza? Come mai ogni giorno gli abusi e le violenze sembrano comportamenti oramai abituali della nostra società?

Molti dividono la violenza e le sofferenze in comparti, spesso stagni. Uno molto grande per gli uomini e un altro per gli animali. Che a loro volta però si dividono in ulteriori partizioni: quelle degli umani per razza, genere, colore della pelle, religione e stato sociale. Per gli animali, invece, le divisioni principali sono legati al loro destino, dove quelli cosiddetti da compagnia si trovano in posizione privilegiata. Per poi scendere di livello, giù, giù giù fino agli animali buoni da mangiare e a quelli spesso giudicati ripugnanti come ratti e serpenti.

Più si allontanano dai nostri sentimenti come tenerezza, rispetto, affetto e più questi esseri viventi entrano nella grande galassia dell’indifferenza. Quella che ci impedisce di provare non solo tenerezza di fonte alle loro sofferenze, ma di restarne in qualche modo toccati. E così gli abitanti della galassia dell’indifferenza, umani e non umani, perdono sempre più diritti, conquistando invece sofferenze più o meno profonde. Eppure non percepire questa situazione come un comportamento gravemente negativo rappresenta un pericolo per ognuno di noi. Una società indifferente alla violenza è una società pericolosa.

Riflettere sulla violenza e sull’indifferenza potrebbe essere un buon esercizio per allenarsi a un cambiamento di rotta

Tornando agli agnelli ci si può sentire migliori se non si contribuisce alla loro mattanza. Ma la cosa più importante è proprio provare tenerezza di fronte a un cucciolo, così simile a noi con la capacità di esprimerlo anche soltanto con lo sguardo in una fotografia. Mai come in questo momento presente abbiamo bisogno di iniziare a mettere in atto dei cambiamenti nei comportamenti, ma non solo. Abbiamo bisogno di fermarci a riflettere sui valori di questa società, di questa umanità che forse ha perso più di quanto abbia ricevuto. O forse meglio abbia creduto di ricevere.

Vogliamo davvero perpetuare un modello fatto di guerre, sfruttamento, devastazioni ambientali che ci ha portato a una costante perdita di biodiversità? Oppure questo potrebbe essere il tempo della consapevolezza, per iniziare una rivoluzione dolce ma ferma, capace di ribaltare quei finti valori che la finanza ci ha fatto credere che fossero tali? Le chiavi del futuro potranno essere l’arroganza oppure la condivisione. Ma la prima è un veleno che anestetizza le coscienze e ci destina alla nostra fine.