Caccia e politica: serve un salto di qualità nella tutela faunistica perché il patrimonio naturale non può essere dato in concessione al mondo della caccia. In Italia non è mai stato rotto il cordone ombelicale che lega gli animali selvatici al mondo venatorio, al di là di buoni propositi mai tradotti in risultati concreti. Un rapporto che uccide, non solo la fauna, ma il concetto che il mondo naturale sia un patrimonio collettivo. Un principio più volte enunciato nella normativa ma sempre disatteso nella realtà.
In un paese anche solo normale la tutela della fauna non dovrebbe mai diminuire, solo per favorire una componente elettorale. Per senso di responsabilità non dovrebbe essere consentito nulla che possa mettere in pericolo la biodiversità italiana. Meno che mai questo dovrebbe essere permesso solo per uno scambio fra concessioni fatte e voti ricevuti. Invece, come dimostra purtroppo il progetto di legge filovenatorio che presto sarà discusso in parlamento, lo spirito del legislatore è molto diverso. Accomodante verso i cacciatori, assente nella tutela faunistica,
Una realtà incontrovertibile ma anche dai contorni incredibili: la stragrande maggioranza degli elettori è contraria alla caccia. Lo dicono i sondaggi che attestano, in modo inequivocabile questa realtà da decenni. Ma nonostante questo i cacciatori, pur essendo in costante decrescita, hanno sempre un grande peso elettorale, e quindi politico. Una realtà che ben fotografa la differenza fra l'importanza delle idee rispetto alla difesa corporativa di un'attività pratica, come appunto la caccia. Troppi elettori si sperticano a favore dei diritti animali sui social, ma poi disertano le urne. Oppure votano, ma senza fare scelte che si basino in via predominante sulla questione ambientale.
Caccia e politica: serve un salto di qualità nella tutela faunistica grazie a cittadini attenti e schierati
La difesa dei diritti animali spesso viaggia su canali emotivi, che non solo non garantiscono attenzioni e diritti universali, ma portano anche a una derisione degli amanti degli animali. Visti come una componente che viene spesso liquidata come "pancina". Definita come composta da persone di grande emotività e di poca reale preparazione, più attenta a cani e gatti che ai diritti degli altri animali. Una componente contraria alla caccia, ma troppo spesso poco disponibile a investire tempo per dimostrarlo. Lo attesta il numero di firme, ancora basso, di adesione alla proposta di legge di iniziativa popolare che mira a abolire la caccia. Progetto utopico che, però, segue un disegno politicamente concreto.
Il progetto di arrivare all'abolizione della caccia non è solo quello di accarezzare un'utopia. Ben sapendo che in questo momento sarà impossibile arrivare a una chiusura completa. Ma non deve sfuggire il valore politico che ogni firma rappresenta, con un peso che potrebbe essere in grado di condizionare positivamente il parlamento. Per arrivare all'esame della proposta di legge basterebbero 50.000 firme, ma per dar corpo a questo progetto sarebbe importante raccoglierne un milione e più. Per dimostrare che la nostra comunità è davvero attenta alla tutela della biodiversità e ai diritti degli altri animali.
La battaglia per tutelare la fauna selvatica può essere vinta
Ogni voto conta e per questo è necessario che ci sia una mobilitazione, per far firmare questo progetto di legge dal maggior numero di persone possibile. Lo si può fare in modo digitale, con lo SPID, la carta di identità elettronica (CIE) e con la Carta Nazionale dei Servizi (CNS) oppure informandosi presso il proprio Comune di residenza se non si è in grado di usare gli strumenti digitali. Inutile nascondersi che dal successo di questa iniziativa potranno dipendere i risultati di molte altre azioni per la tutela dei diritti animali. Ogni cittadino può fare la sua parte e sono certo che saranno 5 minuti ben spesi, se saremo in tanti ad averlo fatto!
Il soccorso agli animali selvatici nel nostro paese si suddivide spesso fra centri di recupero molto professionali, gestiti con coscienza e competenza e realtà molto approssimative. Dove spesso l'improvvisazione e l'assenza di una corretta formazione portano a compiere errori madornali, che impediscono poi ai selvatici di tornare liberi. Questo avviene per diversi motivi che si incrociamo e si sormontano: mancanza di centri idonei, esiguità di risorse, protagonismo e, non ultimo un pionierismo che poteva avere un senso negli anni 80.
Lo scopo primario di un CRAS (Centro recupero animali selvatici) è stabilito nel suo acronimo: il recupero degli animali. Per essere curati e possibilmente reimmessi in natura. Non dovrebbero avere alcun altro scopo se non quello di restituire all'ambiente animali selvatici rinvenuti in difficoltà. Se non per i casi estremi per i quali sia necessario praticare l'eutanasia. Purtroppo però, come spesso accade quando si parla di animali, la coperta è corta e i fondi pubblici per questi centri mancano.
Una situazione talmente diffusa sul nostro territorio da rendere la presenza dei CRAS in Italia a macchia di leopardo. Questa ridotta presenza ritarda i soccorsi, complica la vita dei cittadini e rende difficile quella dei corpi di polizia che si occupano di tutela faunistica. Così finisce che gli animali soccorsi possano prendere vie misteriose, sbagliate, non corrette rispetto a quanto prevede la legge. Non rispettose del loro essere selvatici.
Il soccorso agli animali selvatici è un dovere del servizio pubblico, che può avvalersi delle competenze di associazioni o di altri soggetti autorizzati
Se il soccorso alla fauna ferita o in difficoltà è un compito degli enti pubblici, anche perché si tratta di un bene pubblico, troppo spesso resta un obbligo previsto solo sulla carta. Così finisce che si tollerino abusi oppure che si autorizzi di tutto, senza giudicare le competenze reali ma solo le strutture sotto un profilo formale. Occorre infatti mettere rattoppi per coprire i buchi sul territorio. Senza poter sottilizzare troppo sul risultato, mortificando quanti questo lavoro lo svolgono con competenza e rispetto.
Il contrario di quanto dovrebbe accadere quando si tratta di recuperare animali selvatici, come racconta il docufilm "Il contatto", realizzato grazie al paziente lavoro di Andrea Dalpian, regista e filmaker. Un'opera prodotta daPOPCult in collaborazione con il Centro Tutela Fauna Monte Adone che racconta, con sole immagini, il mondo di due lupi soccorsi dal centro. Un film senza parole né colonna sonora, che lascia allo spettatore la possibilità di vedere il mondo con gli occhi di due piccoli lupi.
Gli animali selvatici non sono pet, devono restare diffidenti nei confronti dell'uomo e essere maneggiati lo stretto indispensabile
Quando le strutture mancano può succedere, anche, che gli animali finiscano nelle mani di persone che non hanno alcuna autorizzazione o competenza, ma solo una grande passione, talvolta mal indirizzata. Situazioni che non dovrebbero esistere se davvero si applicassero le leggi, ma l'Italia in tema di animali è sempre stata più ridondante nelle affermazioni che nella loro applicazione. Come dimostra il fatto che a tutt'oggi manchi ancora un numero unico nazionale. Per chiamare un pronto intervento veterinario dedicato al recupero di animali che si trovino in difficoltà,
In questi tempi si sa che gli animali sono un argomento che interessa il grande pubblico, suscitando emozioni e click a ripetizione sui media e sui social. Sarà per questo che basta fare qualche ricerca per trovare immagini e video dove i selvatici, in Italia e all'estero, vengono assistiti come fossero cuccioli di cane o gatto. Sempre in favore di telecamera, con bimbi sorridenti e animali accarezzati, manipolati come fossero peluche. Che poi rappresenta, purtroppo, il miglior modo per rilasciare in natura animali poco attenti e molto confidenti nei confronti degli uomini. Animali messi ancora più a rischio di quanto già non lo siano.
In un mondo dove tutto è vetrina, marketing e social media, sembra spesso che l'apparenza si sia mangiata la sostanza. Così si resta in bilico fra assenze della componente pubblica, che è bene ricordare ogni cittadino paga anche per la sua inefficienza, e la necessità di inventarsi soluzioni. Insomma una tutela che spesso sembra essere ferma all'anno zero. Per gli animali, che non ricevono il giusto soccorso, per i cittadini che se vogliono mettersi in gioco per soccorrere un animale si rendono conto in fretta di dover iniziare una partita a scacchi dall'incerto esito. Insomma una sconfitta per tutti.
"Il contatto" non è solo un film, ma la prova che il recupero degli animali selvatici è possibile, quando sono maneggiati con cura, come creature fragili
I contatti fra uomo e animale selvatico soccorso devono essere ridotti al minimo. Solo quei pochi che sono indispensabili per svezzare, alimentare, curare. Nulla deve essere lasciato al caso, bisogna sapere come comportarsi. Seguire linee guida e best practice significa aumentare le possibilità di salvezza di un selvatico. Ignorarle può voler dire condannarlo a morte o alla prigionia. Per questo realizzare questo film è stato un lavoro di pazienza, come crescere i lupi e liberarli. Gli unici padroni del tempo erano proprio loro, tutti gli altri, come ha fatto Dalpian, dovevano aspettare.
Ci vuole coraggio per fare un film senza altro sonoro che non i suoni ambientali, senza spiegazione. Senza altra narrazione che non sia quella che vedono gli occhi di chi guarda. Forse per questo il film è stato candidato a ben sei festival internazionali, ha vinto premi prestigiosi, e ha compiuto un tour dell'Emilia Romagna dove ha ricevuto molti apprezzamenti. E ora inizia, proprio come il lupo, a camminare su tante strade per arrivare a essere visto da sempre più persone. Per sfatare i luoghi comuni sul lupo, per restare affascinati da questo animale fantastico e così importante per l'equilibrio naturale.
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