La storia dei cuccioli dell’orsa Amarena in Abruzzo: scienza contro supponenza

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La storia dei cuccioli dell’orsa Amarena in Abruzzo: la scienza si deve scontrare contro la supponenza di quanti pensano che il Parco d’Abruzzo vada gestito come uno zoo safari! La vicenda dell’uccisione dell’orsa Amarena -l’orso marsicano più famoso del web- e la sorte dei suoi due cuccioli ha riempito le cronache dei media, sia per il riprovevole gesto costato la vita a Amarena, ma anche per tutti i timori sulla sopravvivenza dei due giovani orsetti. Una battaglia mediatica combattuta, spesso davvero malamente, fra quanti li volevano prigionieri per garantirgli salva la vita e chi era favorevole a correre il rischio, ponderato, di lasciarli liberi.

Due cuccioli lasciati in natura senza la madre, con l’inverno alle porte, erano soggetti a un maggior rischio morte di altri coetanei. Una realtà con la quale ogni giorno si confrontano gli animali selvatici e non soltanto, perché il restare soli è una delle numerose possibilità e scenari che la vita riserva agli esseri viventi. Due cuccioli d’orso senza la protezione della madre possono essere uccisi o, comunque, non riuscire a restare in buona salute. Il punto, senza girarci troppo intorno, è decidere se sia meglio, per loro, accettare il rischio di farli vivere da orsi liberi oppure garantirgli un’esistenza in vita da orsi prigionieri.

Pur essendo consapevole dell’importanza per la specie di ogni singolo orso marsicano, un endemismo che ha conosciuto non poche difficoltà, non ho dubbi sulla risposta. La vita di ogni individuo selvatico può dirsi vissuta appieno soltanto libera, in particolare per animali come gli orsi che hanno una grande mobilità sul territorio e non dovrebbero essere ristretti in recinti, seppur estesi. Una prigione resta una prigione e ben ha fatto il Parco d’Abruzzo a voler correre il rischio, scegliendo di lasciarli liberi anche con il periodo di ibernazione alla porte.

La storia dei cuccioli dell’orsa Amarena in Abruzzo: hanno superato il letargo e ora qualcuno dice di essere il loro salvatore

I due cuccioli hanno superato il letargo, come dimostrano filmati e foto che sono stati rilasciati dal PNALM per tranquillizzare quanti erano in ansia per la loro sorte. Un passo ulteriore verso l’età adulta che ha premiato chi ha scelto la via più sensata per gli orsi, ben sapendo di correre il rischio di un “linciaggio social” se qualcosa fosse andato storto. La morte di un cucciolo per cause naturali è un evento sempre possibile, anzi sarebbe più corretto dire che nei cuccioli il tasso di mortalità, per molteplici ragioni, rappresenta un fatto non solo possibile ma altamente probabile.

Per questa volta il destino è stato buono e gli orsetti hanno potuto riprendere la loro vita fatta di ricerche e di scoperte, di alberi da frutto, formicai e di grandi spostamenti sul territorio. Ma qualcuno, solo ora, afferma che questo felice evento è avvenuto soltanto grazie al suo fantomatico aiuto, messo in atto fornendo ai cuccioli del cibo. Azioni messe in atto andando contro alle decisioni del Parco, ma anche scontrandosi contro le opinioni della stragrande maggioranza degli studiosi. Facendo affermazioni sospette e rinfocolando una vecchia polemica, mai sopita, sulla necessità di creare punti di alimentazione per gli orsi, al fine di garantirne la sopravvivenza.

Lo sconosciuto aspirante etologo è uscito allo scoperto, si fa per dire, soltanto quando la sopravvivenza dei cuccioli al periodo invernale di ibernazione era un fatto certo. Una cautela per proteggere la sua attività, posto che sia reale, ma anche per mettersi al riparo da fallimenti. Un modo inaccettabile di sfidare decisioni prese dal PNALM che, per dovere e compito, deve tutelare la popolazione di orso marsicano.

Il Parco d’Abruzzo non è uno zoo safari, nè segue le procedure di Disneyland: la vita selvatica non è una favola

Se non si riesce a comprendere che la natura non segue precetti disneyani e che la miglior azione, talvolta, sia quella di restare fermi si possono combinare enormi guai. L’idea di creare dei punti di alimentazione per gli orsi non tiene conto di una serie di variabili, legate sia alla dipendenza alimentare che al richiamo di altre specie animali. Con esiti e risultati che rischiano di compromettere quegli equilibri così difficilmente raggiunti.

Pensare che si possa aprire una mensa a cielo aperto, con soli tavoli riservati agli orsi, è una colossale stupidaggine. Una favola che una volta raccontavano solo i cacciatori e ora, invece, anche gli aspiranti naturalisti! Un’azione insensata fatta passare per un gesto di disobbedienza civile, contro chi a suo dire, non aveva messo in campo tutte le azioni necessarie per tutelare i cuccioli. Un ragionamento più da bracconieri che da tecnici, che da sempre usano il cibo come strumento di abituazione per avvicinare e concentrare i selvatici.

Gli orsi del Parco non soffrono la fame, anche perché, come tutti gli animali di fatto onnivori, hanno sempre molte alternative alimentari, che è difficile possano mancare in contemporanea. Il loro stato di salute e la loro forma, inoltre erano visivamente eccellente per poter andare incontro al “letargo”. Senza bisogno di dar loro cibo con il rischio di renderli confidenti. Un’azione che dovrebbe essere riconosciuta come dannosa e insensata, che mette in pericolo gli orsi esponendoli a rischi ben peggiori di quelli naturali. Come purtroppo insegna la storia di Amarena e non soltanto.

Non esiste una buona azione verso gli animali se non è un’azione buona nei risultati

Sarebbe tempo che ci si rendesse conto che ogni attività che causa un possibile danno agli animali, anche con buone intenzioni, sia sempre e comunque da condannare. Dare cibo agli animali selvatici è una misura di sostegno che può essere messa in atto soltanto in situazioni estreme e solo seguendo rigidi protocolli. Nelle attività di tutela faunistica non servono improvvisati salvatori, ma tecnici preparati che lavorano in sinergia, unendo le diverse competenze.

La scelta di lasciare i due cuccioli di Amarena liberi non è frutto di un tiro di dadi, ma di un ragionamento e di un confronto fra persone che si occupano di conservazione. Serve imparare il giusto giudizio su questi eroi da social, in cerca solo di facile consenso, ma soprattutto occorre essere rispettosi della conoscenza e delle regole, cercando di capire differenze e finalità. Se qualcuno non avesse scelto di rischiare, in caso di insuccesso, oggi non ci sarebbe proprio nulla da festeggiare. Con due orsi che probabilmente non avrebbero mai più potuto vivere liberi nel loro territorio.

La conservazione dell’orso marsicano sta segnando piccoli passi in avanti, con un allargamento delle aree di diffusione. Nonostante le strutture antropiche e i comportamenti sbagliati di alcuni turisti e amministratori. I primi responsabili di inseguimenti e violazione delle regole e i secondi di non aver ancora compiuto la totale messa in sicurezza dei rifiuti. Ma nonostante tutto le due specie iconiche dell’Abruzzo, orso e camoscio, hanno saputo adattarsi e crescere di numero. Il nostro dovere è quello di rispettarli, anche attraverso una migliore conoscenza basata su dati scientifici e comportamenti responsabili.

Un anello per ghermirli e alla gabbia incatenarli porta un tesoro di voti

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Un anello per ghermirli e alla gabbia incatenarli porta un tesoro di voti ai Signori degli Anelli della Lombardia. Per quanto possa sembrare contro ogni evoluzione culturale la caccia da appostamento, quella fatta con i richiami vivi, ha uno zoccolo duro di appassionati. Creando un indotto che sposta molto denaro, causa un bracconaggio inarrestabile e crea un fiorente mercato nero di uccelli ingabbiati illegalmente. Una realtà ampiamente documentata da operazioni dei Carabinieri Forestali, come la recente “Operazione Pettirosso” e da inchieste televisive. Creando anche un serbatoio di voti che vengono convogliati sui politici che aiutano gli appassionati a esercitare la peggiore delle forme di caccia.

Gli uccelli da richiamo fanno davvero una pessima vita, ma non potrebbero essere catturati in natura perché la legge dice che devono essere allevati. Il prelievo di animali vivi, effettuato per giunta in modo massivo e con mezzi non selettivi, è non solo eticamente inaccettabile ma pericoloso per la biodiversità. Per questa ragione da tempo sono stati chiusi gli impianti di cattura, i cosiddetti roccoli, obbligando i cacciatori a impiegare ufficialmente uccelli d’allevamento. La materia è molto tecnica e per questo suscita meno indignazione di quanto dovrebbe.

Gli uccelli da richiamo suscitano meno compassione dei cani alla catena, ma fanno una vita forse peggiore. Costretti in piccole gabbie, tenuti al buio per lunghi periodi per causare una voluta alterazione dei bioritmi, sono privati anche del diritto anche di svolazzare, considerata la dimensione della loro prigione. La questione anelli/richiami riceve meno attenzioni dall’opinione pubblica, ma questo non toglie che si tratti di un maltrattamento legalizzato.

Un anello per ghermirli e alla gabbia incatenarli, grazie a un gioco di prestigio che trasforma anelli in fascette

La Lombardia è terra di cacciatori e lo sanno bene i partiti della destra di governo, che è la stessa che amministra la Lombardia. Fratelli d’Italia e Lega sono da sempre partiti per cacciatori e sostengono la loro attività senza tentennamenti e spesso anche senza vergogna. Come dimostrano le ultime normative lombarde in materia di identificazione degli uccelli da richiamo. Come dimostra chiaramente la volontà, per fortuna mai concretizzata, di riaprire gli impianti di cattura con le reti, come dimostra anche il fatto che presidente e vice presidente della Commissione Agricoltura (Massardi e Bravo) siano stati denunciati dai Carabinieri Forestali per questioni di anelli sui richiami.

Certo il procedimento giudiziario è ancora aperto, certo bisogna essere garantisti, però il fatto resta e il senso dell’opportunità invece manca. Come dimostra la norma della Regione Lombardia, contenuta in una manovra di assestamento di bilancio -da non credere- che ha modificato la modalità di identificazione degli uccelli da richiamo. Una scelta, quella lombarda, promossa proprio dai consiglieri Massardi e Bravo, che porterà a sostituire gli anelli chiusi con delle fascette che diventeranno anelli solo dopo essere state serrate al tarso degli uccelli.

Gli attuali anelli identificativi per i richiami hanno diametri obbligati a seconda della specie su cui vengono apposti. Questo perché devono essere calzati sulle zampine dei pulli appena nati e non potranno più essere tolti (né messi) dall’uccello adulto. Una garanzia spesso violentata dai bracconieri che alterano gli anelli, con grande fatica e impegno, per farli sembrare legali. Una pratica complessa di allargamento e restringimento, per sintetizzare, che ben fa comprendere il valore del mercato. Tanta fatica deve corrispondere a un grande profitto (illecito).

La questione anelli di identificazione per volatili dura da decenni e non riguarda solo la caccia

A partire dagli anni ’90 sono stato fra quanti hanno contribuito a creare una giurisprudenza positiva sul fatto che gli anelli fossero dei sigilli pubblici. In questo modo la loro alterazione veniva punita non dalla legge sulla tutela della fauna ma dal codice penale, trattandosi di un delitto:

Chiunque viola i sigilli, per disposizione della legge o per ordine dell’Autorità apposti al fine di assicurare la conservazione o la identità di una cosa, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 103 a euro 1.032.

Articolo 39 del Codice Penale

Ora si cerca di trovare una soluzione per rendere più confortevole quest’ipotesi delittuosa alterando non solo la norma, ma anche il significato dei vocaboli. Gli anelli inamovibili sono chiusi e hanno un diametro che consente di infilarli alle zampe dei piccoli nati, in una finestra temporale molto stretta. Una fascetta, invece, potrà essere chiusa anche sulla zampa di un soggetto adulto, proveniente da illecite catture. Un sistema che agevola il bracconaggio, a tutto danno della tutela delle specie selvatiche. Un sistema di identificazione, quello delle fascette, che potrà aiutare a aggirare le restrizioni anche il settore dell’ornitologia, dove molti appassionati sono più che contigui al bracconaggio. Un altro settore che muove cifre importanti e che contribuisce a impoverire la biodiversità.

Maggior tutela dei diritti degli animali? La danza immobile delle destre di governo!

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Maggior tutela dei diritti degli animali? La danza immobile delle destre di governo, che dicono di voler difendere i diritti, ma frenano sulle modifiche. Cercando di riportare le lancette della storia alla maggior tutela solo per gli animali che vivono con noi, escludendo gli animali selvatici e quelli allevati. Quando si parla di diritti degli animali, infatti, sembra che non si voglia arrivare a un definitivo superamento del doppio binario, nemmeno dopo il loro inserimento in Costituzione. Tanto sbandierato da troppi, ma poco efficace nella realtà essendo un articolo che sottolinea buone intenzioni, ma non reali azioni.

Il tema dei diritti degli animali non sembra essere realmente sentito, non porta a un riconoscimento a tutto tondo ma solo a una sorta di concessione. Una tutela che aumenta per cani e gatti, in buona sostanza, ma che non sembra voler aumentare i pochi diritti dei quali sono portatori gli animali in generale. Una divisione basata non su diversità o capacità oggettive del soggetto tutelato, ma solo sulla convenienza di chi promuove l’azione tutelante. Un comportamento tanto illogico, quanto vergognoso.

Questo il quadro che appare seguendo i lavori della Commissione Giustizia, che sta esaminando in queste ore diverse proposte di legge, unificate, che avrebbero dovuto portare a un cambiamento. Un provvedimento che avrebbe dovuto comportare una rivoluzione, secondo la narrazione, e che sta, invece, passando dal poter essere epocale a diventare in realtà vergognoso. Grazie agli emandamenti al testo presentati dai partiti di governo, che non vogliono incrinare il loro vincolo elettorale con cacciatori e allevatori.

La maggior tutela dei diritti degli animali resta al palo? Probabilmente si, perdendo una grande occasione di cambiamento

Le associazioni protestano, i politici minimizzano, i giornali si riempiono di notizie che raccontano, quasi sempre con stupore, il prevedibile epilogo del percorso normativo. Le destre di governo non hanno mai fatto mistero del loro sostegno al mondo venatorio e al mondo agricolo, compresa la sua parte peggiore, quella che vorrebbe sterminare i predatori. In un paese in costante campagna elettorale il sostegno di queste categorie non può essere perso, considerando che il fronte che si batte per i diritti degli animali si presenta frastagliato e diviso. Incapace, nelle urne, di condizionare il consenso dell’elettorato risultando così poco interessante per i partiti.

Non può stupire quindi che la tanto annunciata e attesa riforma possa restare al palo. Grazie a emendamenti vergognosi, come quello di Forza Italia, che vuole ridimensionare le pene per chi organizza combattimenti fra animali. Uno dei reati più odiosi e pericolosi commessi a danno di animali, dietro il quale si annidano e si nascondono anche organizazioni criminali di rilievo. Un crimine violento che dovrebbe essere contrastato con ogni mezzo e che, invece, si preferirebbere non contrastare oltre quanto già previsto.

Nei prossimi giorni si capirà quale sarà il destino dei provvedimenti che avrebbero dovuto aumentare le tutele nei confronti degli animali, di tutti gli animali. La loro sofferenza e il maltrattamento sono realtà sempre presenti, che non possono essere sanzionate in modo diverso se il fatto è commesso su un bovino o su un gatto. Abbiamo riconosciuto gli animali come esseri senzienti, abbiamo inserito la loro tutela in Costutuzione, ma quando si tratta di riconoscere diritti reali ancora troppi si voltano dall’altra parte,

Sterilizzare gli orsi del Trentino, arriva l’ultima trovata della politica

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Sterilizzare gli orsi del Trentino, questa è l’ultima trovata della politica per cercare di far risalire nel gradimento il ministro dell’ambiente Pichetto Fratin. Dopo essere stato sommerso dalle critiche, per la latitanza e le controverse posizioni sulla questione degli orsi del Trentino, il ministro lancia l’idea risolutiva. Che era già stata oggetto di derisione negli anni scorsi quando a proporla era stata la senatrice Conzatti, sempre di Forza Italia. Nel lontano 2018 la politica aveva già proposto che venissero sterilizzati non solo gli orsi ma anche i lupi, per contenerne il numero.

Un provvedimento che nell’idea dei proponenti dovrebbe servire al controllo numerico degli orsi, senza dover ricorrere a cruenti abbattimenti. Una misura “chirurgica” che dovrebbe servire a mantenere la popolazione ursina del Trentino a livelli graditi dalla popolazione. Del resto, questa deve essere stata la riflessione ministeriale, se si adotta questa tecnica nei cani e nei gatti per contenere il randagismo perchè non attuarla sugli orsi? Così già si parla di attrezzare una sala chirurgica nel centro di detenzione di Casteller, dove sono ancora detenuti M49, JJ4 e il piccolo orso Nino. Quest’ultimo è un esemplare che è stato soccorso e mai più liberato.

Il ministro per fortuna, dopo aver aperto a questa nuova quanto bizzarra ipotesi, ricorda anche all’amministrazione trentina che resta da risolvere la questione dei cassonetti. Un problema, quello della gestione dei rifiuti, che rappresenta una delle chiavi di volta perché, si sa, il cibo attira gli animali selvatici, non solo gli orsi. Realtà che avrebbe dovuto costringere gli amministratori a mettere in sicurezza i cassonetti, evitando che potesserro costituire una sorta di self service per i plantigradi. Così non è stato e l’amministrazionetrentina parla di ultimare questa operazione entro il 2028!

Sterilizzare gli orsi del Trentino rappresenta l’ennesima variante di un contenimento che potrebbe ipotecare il futuro della specie

In passato la sterilizzazione era stata proposta come alternativa all’abbattimento per l’orsa Jj4, l’esemplare che ha causato la morte del runner Andrea Papi. L’idea era stata presentata nel 2021, prima di questo brutto episodio, come ipotesi per impedire al plantigrado di riprodursi evitando, così, atteggiamenti di protezione dei cuccioli. Il progetto fu poi abbandonato e Jj4 rimase sotto controllo, ma fertile. Difficile dire se l’operazione avrebbe sortito gli effetti desiderati e se, di conseguenza, si sarebbe potuto salvare il povero Andrea. Ma si trattava di un provvedimento ad hoc su un singolo animale, non di un metodo di contenimento.

Il progetto di ripopolamento degli orsi risale alla fine degli anni ’90, come si può leggere banche sul sito della Provincia di Trento:

Nel 1999, per salvare il piccolo nucleo di orsi sopravvissuti da un’ormai inevitabile estinzione, il Parco Adamello Brenta con la Provincia Autonoma di Trento e l’Istituto Nazionale della Fauna Selvatica, usufruendo di un finanziamento dell’Unione Europea, ha dato avvio al progetto Life Ursus, finalizzato alla ricostituzione di un nucleo vitale di orsi nelle Alpi Centrali tramite il rilascio di alcuni individui provenienti dalla Slovenia.

FATTIBILITA’ DELLA REINTRODUZIONE
Prima della realizzazione del progetto, l’Istituto Nazionale della Fauna Selvatica viene incaricato di analizzare la fattibilità e la probabilità di successo dell’immissione (Studio di fattibilità). Vengono analizzati 60 parametri, tra caratteristiche ambientali e aspetti socio–economici, su una superficie di 6500 km2, ben oltre i confini della Provincia di Trento. I risultati sono incoraggianti: circa 1700 km2 risultano essere idonei alla presenza dell’orso e più del 70% degli abitanti si sono detti a favore del rilascio di orsi nell’area.

Tratto dal sito della Provincia Autonoma di Trento

A distanza di quasi un quarto di secolo i rifiuti sono ancora in buona parte nella disponibilità degli orsi. Nonostante le previsioni del progetto, proprio come è rimasta lettera morta la capillarità delle azioni per diffondere la coesistenza in sicurezza.

Il ministro Pichetto Fratin sostiene che in Trentino ci siano “orsi in sovrannumero”

Il concetto di “sovrannumero” sembra essere particolarmente caro a questo governo, quando parla di grandi carnivori. Il ministro Lollobrigida aveva già dichiarato in passato, riferendosi ai lupi, che erano “sovrabbondanti”, dimenticando ogni riferimento alla portanza ambientale, che regola in modo naturale la presenza delle varie specie. Ma certo per la politica è meglio parlare di troppi animali e di abbattimenti, piuttosto che addentrarsi in questioni come equilibrio e coesistenza. Contribuendo così a gettare benzina sul fuoco dell’intolleranza di quanti non vogliono capire l’importanza degli equilibri naturali.

La sterilizzazione e gli abbattimenti non risolveranno il problema degli orsi confidenti, di quelli che si sono abituati alla presenza dell’uomo a causa di comportamenti umani sbagliati. Nè potranno risolvere l’incognita incidenti se le persone non saranno correttamente informate sul come prevenire gli incontri e di come comportarsi in caso avvengano. Ce lo insegna il parco americano di Yellowstone, visitato nell’ultimo quinquennio da oltre 23 milioni di persone. Grazie alla corretta prevenzione degli incidenti negli ultimi cinque anni ci sono stati soltanto tre incidenti letali, che possono essere considerati tanti solo se non rapportati a altri accadimenti. In Trentino nello stesso lasso temporale, per fare un esempio, ci sono stati ben quarantadue morti sulle strade.

Un dato su cui riflettere, quindi, è quello relativo alla nostra percezione dei fatti, spesso ingigantiti dai media e amplificati, qualora ce ne fosse ulteriore bisogno, dai social. Ai morti sulle strade, ma anche sul lavoro, ci siamo assuefatti, almeno sino a quando non accadono episodi molto rilevanti, mentre se un animale causa la morte di un uomo diventa un evento eccezionale in quanto straordinario. Un fatto che testimonia il pericolo rappresentato dalla presenza di animali selvatici potenzialmente pericolosi. Che vengono usati come arma di distrazione di massa.

Tenere suricati in casa: un maltrattamento eticamente inaccettabile

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Tenere suricati in casa: un maltrattamento eticamente inaccettabile anche se gli animali provengono da riproduzioni in cattività. La riproduzione in ambiente controllato evita il prelievo in natura, ma non certo la sofferenza degli animali. Una sorta di lasciapassare che consente di rispettare la normativa CITES, a presidio delle specie animali e vegetali a rischio di estinzione, senza rispettare il benessere dell’individuo. Situazioni decisamente paradossali ma ancora possibili in Italia, che non ha ancora avuto il coraggio di mettere un deciso stop al commercio.

I cosiddetti animali non convenzionali compongono un vastissimo campionario di specie che vengono detenute in cattività. Provenienti da allevamenti e pubblicizzati sulla rete sono richiesti da un pubblico che pensa di amare gli animali, mentre li usa senza rispetto. Senza tenere in minimo conto le necessità etologiche, il loro benessere. Acquisti fatti per ignoranza o per stupire gli amici, per vanità nel poter esibire un pezzetto di natura, spesso senza nulla sapere sui loro bisogni.

I suricati rappresentano la punta dell’iceberg della questione animali selvatici tenuti in cattività: una specie iconica, per sua sfortuna resa celebre da un cartoon. Umanizzare gli animali, come accade nei cartoni animati, li rende troppo vicini a noi, specie in quanti non vogliono o non sanno percepire la differenza. Così “Il Re Leone”, il famosissimo film d’animazione, diventa strumento di conoscenza ma anche stimolo che porta qualcuno a voler dividere la sua vita con un suricato. Un risultato tanto pessimo quanto non così inaspettato.

Suricati al guinzaglio, tenuti in casa con un maltrattamento che purtroppo non si percepisce

Questo argomento porta fratture insanabili fra quanti pensano che gli animali selvatici non debbano essere tenuti in casa e chi pensa di amarli tenendoli in salotto. Non solo suricati, ma anche pappagalli e altre specie che avrebbero l’insopprimibile necessità di volare, piccoli mammiferi mai abbastanza considerati come gerbilli, degu, petauri dello zucchero, ricci africani. Una lista davvero molto lunga, che suscita meno emozioni di quante ne provochi un maltrattamento a un cane o a un gatto. Un lunghissimo elenco di prigionieri che in cattività sopravvivono, con fatica.

Le specie più sfortunate sono quelle che hanno una lunga vita e sono resilienti: gli animali più delicati subiscono i maltrattamenti e le privazioni per poco tempo. E la morte, contrariamente a quanto si possa pensare, rappresenta una liberazione, non una disgrazia. Pensate a un pappagallo, un abitante dei cieli che ogni giorno in natura percorre chilometri, costretto per la vita in una gabbia, spesso in solitudine, con il suo umano di riferimento che nulla o poco sa dei sui bisogni.

Immaginatevi la vita di un suricato in un appartamento, che è quanto di più lontano possa esserci rispetto alle distese del Kalahari dove dovrebbe vivere. Una specie abituata a vivere in comunità, con una struttura sociale matriarcale costituita in gruppi chiamati “mob”, composti anche da trenta inividui. Animali che vivono in tane come le nostre marmotte, che passano il loro tempo cacciando insetti e piccoli mammifero costretti in un appartamento, a vivere da soli.

Sarebbe tempo di considerare un maltrattamento anche la vita in un ambiente innaturale

Costringere un animale a vivere in un ambiente innaturale, solo per diletto, dovrebbe essere considerato un maltrattamento. Se non può esistere una crudeltà necessaria, come sancito da diverse sentenze della Suprema Corte, non dovrebbe essere tollerata la sofferenza inutile. La detenzione di un animale selvatico in casa dovrebbe essere sempre considerata un maltrattamento. il progresso degli studi etologici e sulla capacità degli animali di provare emozioni e sensazioni, nella loro esistenza di esseri senzienti lo dovrebbe imporre.

Serve la definitiva chiusura di questi commerci, una maggior consapevolezza dei veterinari, anche di quelli che si sono specializzati nella cura di queste specie. Un mercato che già ora andrebbe monitorato con attenzione e consapevolezza, con l’obbligo per chi li cura di segnalare all’autorità giudiziaria ogni detenzione che possa essere causa di sofferenza per un animale. Lo prevede già ora il Codice Penale: la norma impone ai veterinari di stilare un referto ogni qualvolta, anche solo in ipotesi, ci possano essere dei maltrattamenti agli animali.

Troppe volte si parla e si enfatizzano i diritti degli animali senza rispettarli davvero. Pensando, a torto, che il mondo degli animali tenuti come pet sia sempre o quasi privo di sofferenza, non vedendola per colpevole sottovalutazione dei bisogni.

Trattori e blocchi stradali: due pesi e due misure per tornare ai blocchi di partenza

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Trattori e blocchi stradali: due pesi e due misure per tornare, davvero, ai blocchi di partenza, per rimangiarsi norme di tutela ambientale e dei consumatori non ancora applicate. Le proteste degli agricoltori che in questi giorni attraversano l’Europa sono guardate con paura dalla politica, considerando l’imminente scadenza elettorale. Per questo anche in Italia vengono tollerati blocchi stradali e manifestazioni tanto improvvisate quanto non autorizzate. Quando protestano gli attivisti per il clima diventano subito ecovandali, mentre quando sfilano gli agicoltori la musica cambia e molto.

Il comparto agricolo assorbe circa il 33% dei bilanci comunitari, con finanziamenti per 386 miliardi nei prossimi 5 anni. Ai quali vanno aggiunti vantaggi e agevolazioni garantiti dalle politiche nazionali di ogni Stato membro. Soldi dati nell’interesse comune, considerando che l’agricoltura produce cibo, ma anche per finanziare pratiche insostenibili come gli allevamenti intensivi. Il classico cane che si morde la coda, considerando che proprio dalle pratiche agricole arrivano molti degli inquinanti che si vorrebbero diminuire. Senza poter dimenticare i danni provocati a consumatori e biodiversità da un uso eccessivo e spesso improprio di concimi e fitofarmaci.

L’agricoltura va difesa, riportandola però nell’alveo di un piano complessivo che porti a rendere le produzioni sostenibili, senza drenare fondi europei che vanno in direzione opposta. Ma in un mondo dove sono i numeri a fare la differenza la politica non presta attenzione alle richieste dei movimenti ambientalisti, mente si inginocchia davanti agli agricoltori. Dicendo loro che hanno ragione. Rassicurandoli sulla cancellazione di norme poste a difesa dell’ambiente.

Trattori e blocchi stradali, se sono fatti dagli agricoltori che a breve diventeranno milioni di elettori, non sono un problema

Il doppiopesismo è un comportamento inaccettabile: in uno stato di diritto le norme devono essere rispettate, specie da chi governa. Senza far prevalere la logica che vuole che la ragione sia nelle mani di chi urla di più. Di quanti sono consapevoli di avere un peso elettorale, di essere una componente importante per il risultato delle prossime elezioni europee. Una scadenza che i partiti presidiano come i pastori abruzzesi fanno con le greggi che gli allevatori gli affidano. Disposti a attaccare democrazia e buon senso se si tratta di presidiare il loro bacino elettorale, il loro territorio di caccia.

Così Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, sotto minaccia dei trattori che sono arrivati fin sotto il parlamento, ritira, norme, le ritarda, si inchina. Parafrasando il grande Fabrizio De Andrè “si indigna, poi getta la spugna con gran dignità”, ritirando la norma europea sui fitofarmaci e procrastinando a data da destinarsi quella porzione del 4% dei terreni che andava tenuta a riposo. Un provvedimento voluto per creare piccole aree di biodiversità all’interno degli sterilizzati campi agricoli. Troppa grazia per i nostri insetti impollinatori, per i piccoli uccelli, per tanta natura.

Di fronte al possibile e prevedibile sfaldamento della maggioranza Ursula, quella che la fece eleggere a presidente della Commissione UE, meglio essere cauti. Non bastano più le promesse di far declassare lo status giuridico dei lupi per avere la benevolenza del mondo agricolo, specie ora che ha piazzato la sua bomba a orologeria, facendo deflagrare la protesta a un pugno di giorni dal voto. Ora la politica deve essere prona di fronte alle macchine agricole, per difendere se stessa, non certo la collettività.

Le proteste dei movimenti per il clima restano “azioni violente commesse da ecovandali”

Alcune volte sembra di essere entrati in un incubo, frutto del sortilegio di una strega cattiva capace di alterare la realtà. Invece è solo il contesto reale di una società che da troppo tempo ha delegato, senza voler o saper pretendere politiche efficaci per la collettività. Capaci di coniugare difesa ambientale e sviluppo, con azioni concrete e politiche responsabili, che pongano al centro l’interesse collettivo. Senza inseguire progetti faraonici come il Ponte sullo Stretto, senza accontare una categoria, danneggiando i cittadini.

Resta inconcepibile come non si abbia il coraggio di affrontare nuove vie, individuando diversi modelli di produzione, capaci di coniugare rispetto per ambiente e animali con l’interesse collettivo. Restare ancorati a vecchie strategie, contrastando l’avanzata del nuovo come la carne coltivata, non denota lungimiranza né interesse per la salute dei cittadini. Quello della salute è argomento che appare e scompare dalla scena a seconda che si parli di coltivazione cellulare o dei pesticidi di agrifarma! Invocata o calpestata secondo convenienza, perché alla fine i politici dicono che “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Come diceva Tancredi, il nipote del principe di Salina nel Gattopardo.

Il movimento dei trattori avrà il suo momento di gloria salendo sul palcoscenico dell’Ariston durante Sanremo? Probabilmente sì, certo non ci saliranno gli attivisti di Ultima Generazione o quelli dei Fridays for Future: cosa saranno mai i cambiamenti climatici rispetto ai voti degli agricoltori?