La Regione Piemonte combatte le fake news con giornalisti formati e preparati

La Regione Piemonte combatte le fake news con giornalisti formati e preparati

Piemonte Parchi combatte fake

La Regione Piemonte combatte le fake news naturalistiche grazie all’idea dell’ufficio stampa diffuso. Un’intuizione che sta dando buoni frutti, con un percorso non ancora completato ma ricco di soddisfazioni. Soprattutto per gli appassionati di natura, che potranno sempre contare su informazioni di qualità, in grado di sconfiggere il giornalismo sensazionalistico. Non c’è giorno, infatti, in cui non si leggano notizie false, approssimative che molto spesso riguardano argomenti divisivi, come possono essere i lupi.

Cani falchi tigri e trafficanti

Per questo è importante che chi si occupa di comunicazione naturalistica abbia i piedi ben radicati al suolo, conosca gli argomenti e supporti chi deve fare informazione. Da qui nasce l’idea della regione, che ha deciso di formare dei professionisti della comunicazione, in modo che in futuro ogni parco possa contare su un ufficio stampa competente. Oggi ben cinque parchi sui dieci operativi possono già contare sulla presenza di giornalisti come addetti stampa: un fiore all’occhiello per la regione, ma anche una garanzia per il sistema delle Aree naturali protette piemontesi.

Avere un giornalista in ogni parco, significa superare il concetto per cui la natura fa notizia solo quando è cartolina (e quindi bellissima, da visitare) oppure tragedia (e quindi, vittima, delle azioni dell’uomo). La natura è questo ma è anche molto di più. Un capitale naturale che ha un valore nella nostra quotidianità, in grado di produrre servizi ecosistemici ancora poco conosciuti. Utilissimi per ribaltare l’idea della conservazione:  da fastidioso vincolo, a risorsa anche economica.

La Regione Piemonte combatte le fake news con l’ufficio stampa diffuso, frammentato nei parchi a garanzia della buona informazione

Il percorso, iniziato solo due anni fa, è tuttora in itinere e su dieci enti di gestione ben cinque possono già contare di un proprio giornalista come addetto stampa (Aree protette delle Alpi Cozie, Po piemontese, Marittime, Monviso, Appennino piemontese). Altri due sono già in dirittura d’arrivo (Ticino e Lago Maggiore e Paleontologico astigiano), portando la copertura al 70% delle aree regionali. Un bellissimo traguardo raggiunto in poco tempo, che ha il pregio di aver aperto una strada che non potrà più essere chiusa. Servendo da esempio anche per molte altre regioni.

Racconta Emanuela Celona, direttore responsabile di Piemonte Parchi: “Siamo stati capaci di trasformare una una debolezza in un punto di forza. Tanto è vero che questo ufficio stampa ‘diffuso’ dei parchi piemontesi nasce proprio dalla frustrazione di chi si occupa di comunicazione/informazione all’interno di un’area protetta (e, probabilmente, non solo). Della serie, tutti comunichiamo, e quindi tutti siamo capaci a farlo! Poco importa, invece, se alla base di una buona comunicazione, e soprattutto di una corretta informazione, ci sia analisi, studio, ricerca, verifica (!) delle fonti e una deontologia che dovrebbe essere il faro di ogni giornalista.”

La considerazione che l’informazione debba rappresentare una priorità per un’area naturalistica è un concetto ancora poco apprezzato. Molto meno di quanto, grazie a questa intuizione, non siano “diffusi” gli addetti stampa, che presto saranno una realtà presente in tutte le aree protette regionali. Non è stata cosa facile, le novità spesso spaventano, ma perseveranza e risultati hanno alla fine avuto la meglio. Riuscendo a convincere anche i presidenti e i direttori più riottosi. Grazie all’entusiasmo di chi ha pensato e lavorato a questo progetto.

L’osmosi funziona anche per far funzionare Piemonte Parchi, la rivista tematica che si occupa di aree protette

Una considerazione che fa propria Emanuela Celona, che conferma questa impressione: “Si, è vero questo ufficio stampa ‘diffuso’ – ci piace chiamarlo così! – è linfa vitale per la rivista ‘Piemonte Parchi’ che pubblica con continuità articoli di colleghi neo-giornalisti, qualificati e appassionati. La speranza è che si possa dedicare il tempo necessario a questo progetto, e alla comunicazione dei parchi in genere, per fare un bel lavoro.”

La volontà di fare un buon lavoro la si percepisce dalle dichiarazioni di chi è in forza al progetto nelle varie realtà protette. Come quella di Nadia Faure, addetta stampa Parchi Alpi Cozie: Poter essere accompagnata dal gruppo redazionale che Piemonte Parchi ha creato è un grande aiuto: avere con chi condividere i propri contenuti è una grande sicurezza e poi a ogni articolo, si apre un mondo… e si conoscono nuove persone che arricchiscono!

A cui fa eco la sua collega Laura Succi, addetta stampa Po piemontese: “Diventare addetto stampa di un’area protetta significa diventare uno strumento in più per lavorare a salvaguardia della natura. In un momento come questo, “l’epoca della transizione ecologica”, i parchi dovrebbero far viaggiare la macchina della comunicazione a mille chilometri l’ora!”

Comunicare correttamente si basa su veridicità della notizia e qualità dei contenuti

Fare informazione di qualità ha come presupposto la verifica delle notizie, senza usare sensazionalismi e rispettando il lettore. Ma chi legge deve imparare a separare le notizie dalle fake news, impegnandosi a verificare che quanto legge sia credibile, prima di condividerlo. Troppo spesso oggi le dita scivolano veloci sulle tastiere dei telefoni, prima ancora che sia compreso il contenuto. Magari perché non si legge, ci si ferma alla foto o al titolo.

Ma le notizie false sono come il lupo della foto, che sembra essersi travestito da pecora. Possono essere ben costruite ma se non siamo convinti della veridicità dobbiamo evitare di diffonderle senza criterio. Meglio un like in meno di una fake news in più.

Orso ucciso a Pettorano sul Gizio, condannato definitivamente il responsabile ma in futuro cosa succederà?

Orso ucciso a Pettorano sul Gizio, condannato definitivamente il responsabile ma in futuro cosa succederà?

orso ucciso pettorano gizio

Per l’orso ucciso a Pettorano sul Gizio nel 2014, in pieno Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise, la Cassazione ha confermato la condanna della Corte d’Appello del luglio del 2020. Una sentenza che mette la parola fine al lungo iter giudiziario, iniziato nell’oramai lontano 2014, obbligando l’imputato a risarcire le parti civili. Purtroppo per un vizio di forma, la condanna non ha potuto avere conseguenze penali e quindi il danno per il responsabile sarà solo economico.

Cani falchi tigri e trafficanti

Bisognerà attendere le motivazioni per conoscere i dettagli della sentenza, ma appare evidente che la vittoria già in Corte d’Appello sia stata solo parziale. La mancanza di conseguenze penali per il responsabile, che aveva ucciso un orso per aver predato una gallina, non consentirà di applicare misure accessorie. Come il ritiro del porto d’armi o della licenza di caccia, che sarebbe scattato automaticamente con la condanna definitiva. Ma questa non è la sola problematica che si evidenzia da questa vicenda giudiziaria per un caso di bracconaggio.

I fatti risalgono al 2014 e questo significa che sono passati dal momento della fucilata alla condanna definitiva ben sette anni. Un tempo lunghissimo per ottenere giustizia, arrivato sul filo della prescrizione e che in futuro potrebbe portare a conclusioni molto differenti. Al di là del vizio di forma che ha impedito la condanna penale del bracconiere su questo genere di reati pende una ben più grave spada di Damocle. La riforma della giustizia che abbrevia i termini del processo, usando scorciatoie che non garantiranno una maggior tutela reale alle vittime di reati.

La condanna per l’orso ucciso a Pettorano sul Gizio potrebbe non ripetersi per casi analoghi a seguito delle modifiche al sistema penale

La riforma della giustizia penale, per come è stata delineata, renderà più difficile poter perseguire quelli che per il nostro codice sono classificati come reati minori. Puniti peraltro con sanzioni troppo basse, che non consentono di costituire un reale deterrente per chi abbatte specie protette, e non solo. Crimini soggetti a una valutazione sulla loro gravità, che potrebbe farli finire in fondo alla scala dei reati prioritari, allungando i tempi dei processi. Se in futuro, infatti, la prescrizione si fermerà dopo la condanna di primo grado, saranno le tempistiche dei successivi gradi di giudizio che potranno “spegnere” i processi.

La riforma prevede che il processo di appello debba essere celebrato entro due anni da quello di primo grado e che l’eventuale sentenza della Cassazione arrivi entro i dodici mesi successivi. Con una facoltà per i tribunali di calendarizzare i procedimenti secondo una scala di priorità, non temporale ma di gravità del reato. Tutti i reati commessi contro la fauna selvatica sono contravvenzioni, quindi reati meno gravi dei delitti che dovranno avere la priorità nei giudizi.

Un bravo avvocato potrebbe essere in grado di usare le varie pieghe della legge, oltre ai costanti ritardi presenti nel nostro sistema giudiziario, per ottenere l’allungamento dei tempi. Un fatto che potrebbe portare allo sforamento dei tempi obbligatori, con la conseguente estinzione del reato. Vanificando le possibilità per le vittime di ottenere giustizia nel nome di una giustizia più rapida e efficace, che difficilmente potrà essere giudicata come tale quando non assicura la punizione dei colpevoli.

Il rischio è che i crimini contro gli animali possano sparire dai radar dei tribunali, vanificando la repressione di questi reati

I cittadini hanno l’impressione che questa riforma non sia stata pensata nell’ottica di ottenere una maggior efficienza del sistema ma soltanto per ottenere un accorciamento delle tempistiche. Se i tribunali continueranno a restare sotto organico, se non si arriverà a una velocizzazione della digitalizzazione il rischio è che l’accelerazione dei tempi ammazzi i processi. Un dato che modificherà le statistiche, dando un’impressione di efficienza, rischiando seriamente però di tagliare le gambe alla giustizia vera.

In Italia troppo speso la scorciatoia viene presa come il migliore dei percorsi. Ma questo non può essere considerato vero nel momento in cui viene negato un diritto costituzionale. La giustizia deve essere veloce ma anche giusta, deve perseguire i reati e individuare i responsabili. Senza lungaggini ma con un percorso lineare che garantisca imputati e vittime. Un fatto che spesso resta solo nel libro dei sogni. Con i cittadini che perdono fiducia nei confronti di un sistema che dimostra di non tutelare a sufficienza i deboli.

Un paese che non sia in grado di difendere in modo efficace il proprio patrimonio naturalistico, tutelandolo e difendendolo nell’interesse della collettività, ha comunque perso. In un momento nel quale la tutela ambientale dovrebbe essere il perno sui cui tutto ruota, su cui dovrebbe velocemente collocarsi l’intero sistema economico nazionale. La priorità più urgente, la necessità non più rimandabile. Il tempo sarà in grado di rispondere a tutte queste domande, ma il tempo a disposizione è sempre meno. Scivola via come la sabbia in una clessidra che non potrà continuare a essere ribaltata per ricominciare da capo.

Caracal scappa dal campeggio a Figline Valdarno, una storia illegale già vista

Caracal scappa dal campeggio a Figline Valdarno, una storia illegale già vista

Caracal scappa campeggio Figline

Caracal scappa dal campeggio a Figline Valdarno, ma in Italia non sarebbe mai dovuto esserci. Invece ne sono arrivati ben due al seguito di una turista polacca che ha pensato di portarseli in vacanza, proprio come se fossero dei gatti. In Italia la detenzione di un caracal è per fortuna vietata dalla legge da moltissimi anni, a seguito del decreto sugli animali pericolosi. Questo però non ha impedito alla turista di entrare nel nostro paese e di portare la coppia di felini in un campeggio toscano come se niente fosse.

Cani falchi tigri e trafficanti

Una storia che ha dell’incredibile considerando che un caracal non passa inosservato. Una coppia di linci del deserto, come vengono spesso chiamati i caracal, suscita curiosità essendo vietato da più di vent’anni tenere questi animali. Una vicenda con tante analogie con un episodio seppur senza fuga dell’animale, che era già successo a Milano qualche anno fa. Come raccontiamo con Paola D’Amico nel nostro libro “Cani, falchi, tigri e trafficanti”, dove viene narrata la vicenda giudiziaria di Grum, un caracal che girava a Milano al guinzaglio di una ricca signora bulgara.

Nei paesi dell’Europa dell’Est il caracal e i suoi incroci con il gatto, che danno vita al caracat, sono animali molto richiesti. Costano migliaia di euro e sono diventati uno status symbol per i nuovi ricchi. Animali selvatici che vengono addomesticati, senza per questo diventare domestici, e tenuti come pet, per stupire, per la loro bellezza, per il gusto di avere un pezzo di natura in salotto.

Caracal scappa dal campeggio a Figline, ma sui giornali la notizia stranamente non diventa virale

Il caracal lascia il campeggio scappando dalla custodia della sua padrona il 3 settembre. Inizia a vagare per la zona e solo dopo qualche giorno la padrona informa le autorità della fuga, portando sulle sue tracce i Carabinieri Forestali. Il felino, a cui tutti a questo punto danno la caccia, viene avvistato e catturato solo sei giorni dopo. Nonostante la sua giovane età, essendo un animale selvatico, se la cava benissimo, non finisce sotto le macchine e non torna dalla padrona. Viene recuperato, secondo fonti di stampa, da personale dell’associazione Amici della Terra, che prima lo avvistano e poi riescono a farlo cadere in trappola.

Al momento risulta che l’animale recuperato sia stato messo sotto sequestro e la sua proprietaria denunciata, mentre non si hanno notizie del secondo felino. Che avrebbe dovuto finire anche lui sequestrato e successivamente confiscato, proprio come il caracal fuggito alla proprietaria. Questo prevede la legge: la detenzione è vietata in Italia, come lo sono il commercio e l’introduzione sul nostro territorio. In base al decreto che vieta la detenzione degli animali pericolosi per la sicurezza e l’incolumità pubblica, nei quali sono compresi tutti i felini selvatici.

Lo stesso iter che segnò la sorte del caracal milanese, che però prima fu affidato a un centro, ma poi venne riconsegnato alla proprietaria. Seppur in affidamento giudiziario e con l’obbligo di custodirlo presso l’abitazione . Dopo pochissimo tempo, però, la proprietaria violò le disposizioni del magistrato e lo riportò in Bulgaria, dove la detenzione è purtroppo considerata legale.

Fra poco dovrebbe entrare in vigore il divieto di commercio degli animali selvatici

Il divieta arriverà per gli effetti del regolamento 429/2016 della Comunità Europea, entrato in vigore in Italia solo nel mese di aprile del 2021, a seguito dell’approvazione della legge 53/2021. Che ha riconosciuto come il commercio degli animali selvatici e esotici aumenti le possibilità di trasmissione dei virus. Mancano però i decreti attuativi del regolamento che non sono state ancora emanati dal Governo, che dovrà farlo entro l’aprile del 2022.

La pandemia dovrebbe averci insegnato la necessità di separare le nostre vite da quelle degli animali selvatici. E il buon senso dovrebbe averci fatto capire che tenere questi animali in casa sia contro la loro indole, sino a poter essere considerato un maltrattamento. Un’idea non condivisa dagli appassionati di animali esotici, che vorrebbero poterli detenere liberamente. Senza chiedersi se siano in grado di offrire condizioni di reale benessere agli animali costretti a vivere nelle loro case.

Se il regolamento trovasse rapida applicazione in tutti i paesi della UE, commercio e detenzione di moltissime specie animali finirebbero. Evitando la prigionia a centinaia di migliaia di animali che sono letteralmente “consumati” ogni anno dal mercato. Un bene per gli animali, ma anche per la salute umana, inutilmente messa a rischio da un traffico insano e pericoloso.

Caccia e arroganza in Sicilia beffano il TAR riaprendo la stagione venatoria

Caccia e arroganza in Sicilia beffano il TAR riaprendo la stagione venatoria

Caccia arroganza Sicilia

Caccia e arroganza in Sicilia vanno sottobraccio, utilizzando metodi che sembrano essere oltre il lecito esercizio del potere politico. Il TAR, decidendo sul solito ricorso presentato dalle associazioni, stabilisce che la caccia debba restare chiusa e vada aperta a ottobre. Bloccando così con decorrenza immediata la prevista apertura del 1° settembre. Ma l’assessore regionale Antonino Scilla non è d’accordo e si inventa una manovra corsara per non perdere consensi.

Cani falchi tigri e trafficanti

Una storia che merita di essere raccontata seguendo il filo degli eventi che la compongono. Tenendo ben presente che questa estate la Sicilia è stata una regione devastata dagli incendi. Con tutte le conseguenze del caso sulla fauna, che ha subito tutte le avversità derivanti dalla distruzione ambientale e dalla siccità. Un problema che per gli amministratori regionali deve essere sembrato secondario, rispetto agli interessi del potente mondo venatorio.

Seguendo il consolidato schema delle aperture anticipate della caccia la regione decide di aprire la caccia il 1° settembre. Senza tenere conto del parere rilasciato dall’ISPRA, l’organismo tecnico che fa capo al Ministero della Transizione Ecologica. Per questo le associazioni presentano un ricorso d’urgenza al TAR siciliano per ottenere la sospensiva del calendario venatorio. Una richiesta che il TAR accoglie, bloccando ogni attività venatoria sull’isola sino a ottobre.

Caccia e arroganza in Sicilia vanno da sempre sottobraccio, con la regione prona davanti alle richieste dei cacciatori

Le motivazioni del presidente del TAR Pancrazio Maria Savasta non lasciano né dubbi, né vie d’uscita agli amministratori. Il calendario deve conformarsi alla situazione ambientale e al parere dell’ISPRA. Quindi la caccia potrà aprire ma solo a ottobre. Ovviamente la decisione, presa in punta di diritto, fa esultare gli ambientalisti e strepitare i cacciatori. Un amministratore saggio e disinteressato si conformerebbe all’ordinanza della magistratura amministrativa, specie dopo aver letto le ragioni che motivano il provvedimento.

Ritenuto che, impregiudicata ogni valutazione in rito e sul fumus di fondatezza del ricorso, rimessa all’Udienza camerale di rinvio in composizione collegiale, sussiste il presupposto per l’adozione della misura cautelare monocratica, poiché, nel bilanciamento dei diversi interessi, anche in considerazione della rappresentata particolare situazione emergenziale nel territorio siciliano occasionata da diffusi incendi sviluppatisi nel periodo estivo e degli intuibili effetti sull’ambiente e sulla fauna stanziale, appare prevalente l’interesse pubblico generale alla limitazione dell’apertura della stagione venatoria, così come proposta, motivatamente, nel parere prot. n. 33198 del 22.6.2021 dell’ISPRA”

Tratto dal decreto del presidente della sezione distaccata di Catania del TAR Sicilia emessa in data 31 agosto 2021

Cosa decide di inventarsi l’assessore Scilla per far contenti i cacciatori isolani? Annulla in tutta fretta il provvedimento impugnato dalle associazioni presso il TAR e emette una disposizione che contiene un nuovo calendario venatorio. Stabilendo di fatto che la caccia possa essere subito riaperta, con grande soddisfazione del mondo venatorio. Le associazioni di protezione ambientale minacciano ulteriori azioni legali e anche di segnalare i fatti, incredibili, alle Procure della Repubblica e alla Corte dei Conti. A buona ragione in quanto un comportamento di questo genere, messo in atto da un amministratore pubblico, è eticamente inaccettabile.

La caccia dovrebbe essere vietata per l’intera stagione nelle regioni che hanno subito gravi danni al patrimonio ambientale

La Regione Sicilia ha chiesto in agosto al governo di decretare lo stato di emergenza per combattere gli incendi che la stavano devastando. Dichiarando nel contempo lo stato di calamità per far fronte ai danni e ottenere le risorse che consentissero lo spegnimento dei roghi (quasi tutti dolosi). Una situazione drammatica che ha sconvolto l’Italia centro meridionale, causando gravi danni non solo alle attività umane, ma anche alle aree naturali e alla fauna. Ferite ambientali che impiegheranno anni a rigenerarsi e che non possono essere sottovalutate.

Per questo sarebbe un gesto di grande responsabilità, che forse potrebbe anche servire come deterrente per i piromani, vietare la caccia per tutta la stagione. Dando un momento di respiro alla fauna e consentendo una reale tutela del nostro capitale naturale. Senza poter scordare che l’attività venatoria non è un diritto incomprimibile, per quanto riconosciuto, ma soltanto un’attività ludica e come tale davvero poco importante di fronte situazioni come quelle registrate.

Il patrimonio naturale è di proprietà dell’intero paese e la sua tutela dovrebbe avere la priorità su qualsiasi altra considerazione. La politica non può continuare a gestire i beni collettivi come strumenti per ottenere consenso elettorale e i cittadini devono alzare sempre di più la voce. Non può essere accettato che il parlamento non pensi a immediate e serie modifiche della normativa ambientale, cambiando completamente il senso delle priorità. La caccia non può più essere considerata uno strumento di gestione della fauna ma deve essere vista come un’attività ludica che non ci possiamo più permettere.

Caccia aperta e tregua finita: da oggi ricomincia l’insensata guerra contro la fauna

Caccia aperta e tregua finita: da oggi ricomincia l’insensata guerra contro la fauna

caccia apertura tregua finita

Caccia aperta e tregua finita: il primo settembre in molte regioni italiane sono consentite le aperture anticipate dell’attività venatoria. Soltanto per alcune specie e non in tutta Italia, grazie ai ricorsi proposti dalle associazioni di tutela ambientale presso i tribunali amministrativi, che sono stati spesso accolti, bloccando o limitando l’inizio anticipato della stagione venatoria. Un balletto che si ripete ogni anno: le Regioni pubblicano i calendari, spesso sono illegittimi, ci sono i ricorsi e tutto si ferma.

Cani falchi tigri e trafficanti

Le normative consentono alle Regioni di approvare i calendari venatori con grande ritardo, per ostacolare i ricorsi, una pratica questa che dovrebbe essere modificata. Le amministrazioni regionali non dovrebbero poter insistere nell’emettere provvedimenti amministrativi contro legge e restare senza punizione. Costringendo le associazioni a investire denaro in ricorsi che sarebbero inutili, se le osservazioni della magistratura venissero recepite puntualmente negli anni a venire.

Un comportamento inaccettabile in uno stato di diritto, considerando anche che la maggior parte dei giudizi finiscono sempre per avere le spese compensate. Così le Regioni usano i soldi pubblici, mente le associazioni devono usare le risorse di soci e simpatizzanti. Questo per garantirsi il favore dei cacciatori, sempre molto riconoscenti verso la politica che li difende. Eppure la caccia dovrebbe aprirsi la terza domenica di settembre, a chiusura (si spera) della stagione riproduttiva. Una certezza molto opinabile considerando che l’attuale legge ha quasi trent’anni e che allora erano minori gli sconvolgimenti climatici.

Caccia aperta e tregua finita, nonostante la fauna sia un patrimonio collettivo difeso nell’interesse della comunità internazionale

Il tempo di rivedere le normative che riguardano la difesa dell’ambiente e degli animali non è più rimandabile. La decisione non può essere basata su convenienze politiche, su scambi di voti o altri rapporti di forza fra la politica e determinate categorie. La revisione deve tenere conto delle conoscenze scientifiche, molto cambiate rispetto a tante norme, e anche del mutato scenario ambientale. Inutile parlare di transizione ecologica e di green economy se poi nulla cambia davvero, lasciando i cittadini smarriti.

La credibilità di uno Stato deriva dalla capacità di mettere al centro gli interessi collettivi. Che significa avere attenzione per le richieste fatte dalla maggioranza delle persone. Sempre più irritate verso un potere che sembra sordo alle richieste, ma anche alle sue stesse dichiarazioni. Mentre si parla di proteggere un terzo delle aree naturali del pianeta noi cosa facciamo? Apriamo la stagione della caccia in anticipo. Dimostrando quanto la nostra specie non meriti la definizione di homo sapiens, ma al massimo quella di homo insapiens.

Più complesso il discorso dei referendum per l’abolizione della caccia (ben due in contemporanea) che hanno creato una crepa nel mondo ambientalista. Da una parte gli organizzatori dei referendum, l’Associazione Ora rispetto per tutti gli animali e il Comitato Si aboliamo la caccia, dall’altra tutte le altre associazioni, la cui posizione può essere riassunta dal parere espresso dalla LAV. Due posizioni inconciliabili, ma anche due visioni del metodo operativo molto differenti. Certamente un doppio referendum promosso in simultanea dalle associazioni rappresenta un grave errore di metodo, che insieme a molte problematiche tecniche rischia di vanificare le attese.

Se così fosse l’unico vincitore, spiace dirlo, sarà la componente legata al mondo venatorio, che si ricompatterà. Mentre l’opinione pubblica non capirà cosa sia successo nella galassia di quanti si sono sempre dichiarati contro la caccia.

Volere è potere solo quando il percorso per arrivare al risultato è correttamente pianificato

In questo caso, comunque ognuno la possa vedere, è chiaro che la pianificazione del corretto percorso sia saltata. Creando un corto circuito che non solo rischia di vanificare il risultato, l’abolizione della caccia, ma la credibilità dell’intero movimento che difende ambiente e diritti degli animali. In democrazia ognuno può scegliere liberamente cosa fare, nei limiti imposti dalle leggi, ma non bisognerebbe mai dimenticare il contesto. Giuridico, tecnico ma anche mediatico, perché la credibilità deve essere costruita ogni giorno e non tutti i simpatizzanti della galassia ambiental/animalista avranno voglia di entrare nelle pieghe della questione. Di capire le motivazioni di ogni parte che gravita nella medesima orbita.

Un fallimento dell’iniziativa, per mancato raggiungimento del numero di firme, inammissibilità del quesito o mancato raggiungimento del quorum, aprirà ulteriormente le contese e farà gioire i cacciatori, ma non soltanto. E non sarà così facile gettare la responsabilità al di fuori del campo di gioco. Per capire l’ipotetico danno basta pensare ai partiti ecologisti (per non parlare degli animalisti) nel nostro paese, che scontano percentuali di consenso elettorale risibili. Un dato che avrebbe potuto e dovuto far riflettere. Gettare il cuore oltre l’ostacolo, ammesso che questo sia il caso, non è sempre la scelta migliore e sarebbe tempo che si imparasse a fare scelte eticamente politiche. Senza inseguire per forza il consenso.

Ci sarà il tempo per fare ulteriori riflessioni sul referendum

La riflessione al momento si ferma qui. Politicamente sarebbe uno sbaglio addentrarsi ora nelle pieghe della questione, fare riflessioni ulteriori sulla credibilità che viene a mancare. Adesso occorre soltanto cercare di approfondire, non limitarsi a guardare cosa succede sul palco, ma anche provare a capire cosa avviene dietro le quinte. Detto con il massimo rispetto per tutti gli attivisti che in questo momento stanno contribuendo alla raccolta delle firme. Lo fanno con il cuore, e questa ora resta l’unica certezza.

Osso la lupa, allevatori e cultura: la prepotenza paga in un paese con poche conoscenze naturalistiche

Osso la lupa, allevatori e cultura: la prepotenza paga in un paese con poche conoscenze naturalistiche

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Osso la lupa, allevatori e cultura: quando vince la prepotenza perde sempre la cultura. In questi giorni una manifestazione organizzata dagli allevatori ha impedito a Antonio Matteo Rubino di presentare il suo libro, nel corso di un incontro organizzato per i ragazzi all’Alpe Devero, in Piemonte. Con una sgangherata protesta, il cui scopo era sintetizzato in uno striscione: “Via i lupi dai pascoli”. Gli allevatori, con giornalista al seguito hanno indotto l’autore di “Osso la lupa: uomini e lupi sulle Alpi” a rinunciare all’evento. Una minaccia indegna e arrogante come l’ignoranza di chi l’ha messa in atto.

Cani falchi tigri e trafficanti

Scrivere e fare divulgazione naturalistica sono attività che contribuiscono a diffondere cultura, illustrando, in questo caso, l’importanza della convivenza, della condivisione. Attività che in un paese libero devono essere garantite, come scritto nella Costituzione, che sancisce libertà di espressione. Questo non vuol dire che ci debba essere un pensiero unico, ma solo che nell’ambito dei limiti imposti dalle leggi sia sempre possibile esporre la propria opinione, senza subire intimidazioni.

Osso la lupa, allevatori e cultura devono poter convivere e se qualcuno pensa di intimidire ha sbagliato strada

L’atteggiamento degli allevatori contro i lupi puzza di stantio, di ignoranza e di pregiudizi. Ma parla anche di un’agricoltura drogata dai finanziamenti comunitari che in nome della produzione di cibo sovvenziona realtà economicamente insostenibili. La UE da una parte stimola il cambiamento per poi, dall’altra, finanziare allevamenti, compresi quelli intensivi e le campagne per incentivare il consumo di carne.

Sino a quando i lupi non hanno nuovamente colonizzato i loro territori ancestrali gli allevatori erano abituati ad avere reddito da animali lasciati liberi al pascolo. Quasi sempre senza custodi, senza difese, visto che il massimo rischio era un quello di un animale caduto in un dirupo oppure un furto. Poca cosa rispetto all’assenza di costi vivi, sino a quando non sono tornati i predatori e come una volta è tornata l’esigenza di difendere gli animali. Un cambiamento che gli allevatori non hanno mai accettare, nonostante le sovvenzioni, nonostante gli indennizzi per i capi predati e le sovvenzioni per i sistemi di difesa.

I tempi cambiano. non solo per gli agricoltori ma per tutti. Una realtà che troppo spesso non viene sottolineata in modo chiaro. Ogni attività economica ha registrato importanti modifiche nello svolgimento del lavoro dal dopoguerra a oggi. Basti pensare alle norme antinfortunistiche sulla sicurezza dei luoghi di lavoro e a quelle di natura ambientale. Fra i pochi settori ai quali si è consentito decisamente troppo ci sono proprio tutti gli allevamenti di animali. In nome della produzione di alimenti abbiamo calpestato benessere e buon senso. Lasciando mani libere a chi pensava solo al guadagno.

Dietro le manifestazioni degli agricoltori ci sono confederazioni e partiti politici, che soffiano sul fuoco per avere adesioni e voti

La manifestazione inscenata all’Alpe Devero per impedire la presentazione del libro non può essere considerata legittima espressione di opinioni, quando vìola le libertà garantite dalla democrazia. Un libro non è mai solo un libro, ma è uno strumento che diffonde conoscenza. Un bene supremo in un paese che legge poco, si informa male e partecipa controvoglia alla vita sociale. Un libro può essere utile per raccontare l’importanza dei predatori, che non diminuisce solo perché qualche allevatore minaccia o strepita. I pascoli e l’ambiente non sono di chi li sfrutta, ma devono essere considerati un patrimonio collettivo.

I lupi in Italia, nonostante le leggende messe in circolazione da allevator e cacciatori, non sono mai stati oggetto di reintroduzione. Si sono ripresi gli ambienti nei quali hanno sempre vissuto, dando un grande esempio su resilienza e resistenza della natura. Una forza, quella dei lupi, che non si piega ai voleri dell’uomo, ai suoi abusi, al bracconaggio dilagante. I lupi sono animali intelligenti, adattabili, con branchi che per molti versi ricordano le famiglie umane, dimostrando grande capacità di adattamento.

L’importanza dei predatori è nota: collocandosi al vertice della catena alimentare rappresentano una presenza indispensabile per la ricostruzione degli equilibri spezzati dall’uomo. Eliminando i predatori sono aumentate le prede, spesso reintrodotte per potergli dare la caccia, senza preoccuparsi delle inevitabili alterazioni ambientali che ne sarebbero derivate.

Cambiamo le regole sugli allevamenti di animali, che non sono più sostenibili sotto il profilo ambientale e etico

Per far cessare le polemiche sui predatori sarebbe sufficiente stabilire che non possa essere soggetto destinatario di contributi pubblici chi alleva animali senza proteggerli in modo adeguato. Impedendo di dare sovvenzioni a chi lascia gli animali a pascolare senza sorveglianza e senza strumenti di protezione adeguati, come i recinti elettrici e i cani da guardiania. L’accesso agli indennizzi per le predazioni non dovrebbe essere concesso a chi non rispetta queste regole.

I soldi risparmiati potrebbero essere impiegati nella divulgazione delle buone pratiche, delle corrette informazioni scientifiche e per la formazione sulla necessità di convivenza con gli animali selvatici. Facendo cessare la propaganda che vede la gestione venatoria della come unico strumento per garantire gli equilibri faunistici. Una grande bugia, analizzando i fallimenti succedutisi in decenni di gestione dei selvatici lasciata nelle mani dei cacciatori. Bugie come quelle che raccontano di lupi reintrodotti dagli animalisti o lanciati nei boschi dagli elicotteri.

Nel frattempo speriamo che i Carabinieri abbiano identificato i responsabili della manifestazione all’Alpe Devero, che hanno di fatto impedito a Rubino di presentare il suo libro ai ragazzi. La vittoria della prepotenza, e dell’arroganza su cultura, sensibilità e divulgazione è stata l’arma sempre usata dalle dittature. Impedire alla conoscenza di circolare liberamente mette i presupposti per la creazione di una comunità di sudditi.