Tempo da lupi in Europa e tempi duri per i lupi europei

Tempo da lupi in Europa

Tempo da lupi in Europa e tempi duri, probabilmente durissimi, per i grandi carnivori del continente. Ancora non si sa nulla di quali saranno le possibili alleanze sullo schacchiere, ma quello che appare come una certezza è che le elezioni hanno premiato le destre. Quella parte politica che, da sempre, trova il suo grande bacino elettotrale fra cacciatori, allevatori e nella parte meno aperta al cambiamento degli agricoltori. Un dato, quello che esce dalle urne, che sposterà gli equilibri e che darà maggior forza alle forze politiche conservatrici.

Il primo partito come sempre, da troppo tempo, è quello dell’astensione, che rappresenta il 50% degli aventi diritto al voto. Un partito che non ha bisogno di fare campagna elettorale, anche perchè vince sempre a mani basse. Un partito che oramai ha occupato l’intero territorio (o quasi) della comunità europea, ferendo gravemente la democrazia ma senza bisogno di sparare un solo colpo. Questa coalizione silenziosa è stata alimentata con un prodotto che costa pochissimo, ma rende moltissimo: la sfiducia. Quella che provano i cittadini che decidono di non usare il loro diritto più importante perché sono convinti che tanto nulla cambi.

La metà della popolazione europea ritiene inutile esercitare il diritto di voto. Appare chiaro come questo sia il classico cane che si morde la coda: il mio voto nulla può cambiare, quindi non regalo alla politica il mio tempo, che però poi sarà proprio la politica a decidere come sarà speso. Un volano che alimenta l’allontanamento delle persone dalla democrazia, rallentando quando non impedendo il progresso, anche culturale, di un intero continente.

Tempo da lupi in Europa, atteso ma non per questo meno pericoloso per ambiente e società

In Italia sono mesi che stiamo assistendo alle grandi manovre per cercare di impastoiare il cambiamento, per rallentare il green deal e per non impensierire il mondo agricolo. Abbiamo visto usare strumenti legislativi, come i decreti legge, con grande disinvoltura durante la campagna elettorale, con preoccupante noncuranza dell’opinione pubblica. Se non fosse per gli allarmi poco ascoltati lanciati da molte, abitualmente persone definite “Cassandre ambientaliste”, categoria alla quale mi onoro di appartenere. Allarmi che non hanno però convinto quel 50% di aventi diritto che si è astenuto a imboccare la strada dei seggi.

Nel nostro paese la destra di governo, quella che vorrebbe una drastica riduzione dei predatori seguendo motivazioni risibili, ha decisamente vinto. Quindi se già in costanza di campagna elettorale calpestavano le regole si può immaginare cosa succederà ora. Nel momento in cui anche la Commissione Europea virerà probabilmente verso destra, strizzando l’occhiolino alle componenti sovraniste. Del resto, sui predatori, già prima delle elezioni l’attuale presidente della Commissione si era già espressa a favore di un declassamento dello status di protezione del lupo.

In Italia abbiamo assistito a una campagna elettorale durante la quale gli abbattimenti di orsi e lupi sono stati un focus importante. Uccisioni promosse spesso da rozzi candidati davvero poco preoccupanti, ma anche da cariche di peso del governo, come il ministro Lollobrigida.

“La Commissione UE decide di ascoltare le richieste dell’Italia sulla protezione del lupo, promossa anche da ordini del giorno approvati dal Parlamento Italiano. Cambiare lo status, facendolo passare da ‘strettamente protetto’ a ‘protetto’, come proposto oggi dal presidente Ursula von der Leyen, è auspicabile e doveroso per garantire la sopravvivenza di altre specie messe a rischio dalla eccessiva proliferazione di questo animale. In sede europea, la nostra Nazione è stata la prima a chiedere la revisione, sulla base di dati scientifici, della direttiva Habitat per una gestione sostenibile ed efficace della fauna selvatica, sulla base di dati scientifici e non fondata su pregiudizi ideologici. Il ruolo dell’uomo deve essere di bioregolatore aiutando le specie in difficoltà e limitando lo sviluppo eccessivo di altre”

Così il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida sulle pagine del MASAF

Il rischio è quello di rallentare la transizione verde a livello del continente europeo

Ora vedremo quale sarà il prezzo da pagare dopo queste elezioni, in termini ambientali e di contrasto ai cambiamenti climatici. Il timore oggi è che questo riassestamento dell’Europa porti a una variazione delle politiche green, che già si sono dimostrate inefficaci, in quanto tardive, per contrastare la crisi attuale. Essendo finito il tempo dei proclami elettorali ora si deve arrivare a quello delle azioni, che dimostreranno in che direzione vorrà andare l’Europa nei prossimi anni.

In queste elezioni i candidati green sono stati davvero molto poco presenti. Una colpa che credo vada ripartita fra tutti i player che giocano al tavolo della tutela ambientale e della difesa dei diritti degli animali. La sconfitta è confermata, anche, dalla mancata elezione dei pochi candidati credibili dell’area ambientalista/animalista. Unica consolazione la mancata elezione di personaggi riciclati e dubbi e il restare al palo del Partito Animalista. Resta la certezza che, ancora una volta certi temi non siano in grado di attrarre elettori e su questo bisognerebbe aprire delle profonde riflessioni.

Lo dimostra anche l’ottimo risultato di Alleanza Verdi Sinistra, che però a dispetto del nome ha schierato come candidati di bandiera due persone che poco c’entrano con ambiente e animali. Ilaria Salis e Mimmo Lucano hanno sicuramente raccolto moltissime preferenze ma, forse, non hanno attratto gli elettori della parte maggiormente attenta alle tematiche verdi. In futuro servirà avere maggior credibilità e autorevolezza, con la creazione di un movimento d’opinionea davvero capace di attrarre la parte migliore di quanti sono interessati alla tutela dei diritti degli animali e della difesa dell’ambiente.

Un anello per ghermirli e alla gabbia incatenarli porta un tesoro di voti

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Un anello per ghermirli e alla gabbia incatenarli porta un tesoro di voti ai Signori degli Anelli della Lombardia. Per quanto possa sembrare contro ogni evoluzione culturale la caccia da appostamento, quella fatta con i richiami vivi, ha uno zoccolo duro di appassionati. Creando un indotto che sposta molto denaro, causa un bracconaggio inarrestabile e crea un fiorente mercato nero di uccelli ingabbiati illegalmente. Una realtà ampiamente documentata da operazioni dei Carabinieri Forestali, come la recente “Operazione Pettirosso” e da inchieste televisive. Creando anche un serbatoio di voti che vengono convogliati sui politici che aiutano gli appassionati a esercitare la peggiore delle forme di caccia.

Gli uccelli da richiamo fanno davvero una pessima vita, ma non potrebbero essere catturati in natura perché la legge dice che devono essere allevati. Il prelievo di animali vivi, effettuato per giunta in modo massivo e con mezzi non selettivi, è non solo eticamente inaccettabile ma pericoloso per la biodiversità. Per questa ragione da tempo sono stati chiusi gli impianti di cattura, i cosiddetti roccoli, obbligando i cacciatori a impiegare ufficialmente uccelli d’allevamento. La materia è molto tecnica e per questo suscita meno indignazione di quanto dovrebbe.

Gli uccelli da richiamo suscitano meno compassione dei cani alla catena, ma fanno una vita forse peggiore. Costretti in piccole gabbie, tenuti al buio per lunghi periodi per causare una voluta alterazione dei bioritmi, sono privati anche del diritto anche di svolazzare, considerata la dimensione della loro prigione. La questione anelli/richiami riceve meno attenzioni dall’opinione pubblica, ma questo non toglie che si tratti di un maltrattamento legalizzato.

Un anello per ghermirli e alla gabbia incatenarli, grazie a un gioco di prestigio che trasforma anelli in fascette

La Lombardia è terra di cacciatori e lo sanno bene i partiti della destra di governo, che è la stessa che amministra la Lombardia. Fratelli d’Italia e Lega sono da sempre partiti per cacciatori e sostengono la loro attività senza tentennamenti e spesso anche senza vergogna. Come dimostrano le ultime normative lombarde in materia di identificazione degli uccelli da richiamo. Come dimostra chiaramente la volontà, per fortuna mai concretizzata, di riaprire gli impianti di cattura con le reti, come dimostra anche il fatto che presidente e vice presidente della Commissione Agricoltura (Massardi e Bravo) siano stati denunciati dai Carabinieri Forestali per questioni di anelli sui richiami.

Certo il procedimento giudiziario è ancora aperto, certo bisogna essere garantisti, però il fatto resta e il senso dell’opportunità invece manca. Come dimostra la norma della Regione Lombardia, contenuta in una manovra di assestamento di bilancio -da non credere- che ha modificato la modalità di identificazione degli uccelli da richiamo. Una scelta, quella lombarda, promossa proprio dai consiglieri Massardi e Bravo, che porterà a sostituire gli anelli chiusi con delle fascette che diventeranno anelli solo dopo essere state serrate al tarso degli uccelli.

Gli attuali anelli identificativi per i richiami hanno diametri obbligati a seconda della specie su cui vengono apposti. Questo perché devono essere calzati sulle zampine dei pulli appena nati e non potranno più essere tolti (né messi) dall’uccello adulto. Una garanzia spesso violentata dai bracconieri che alterano gli anelli, con grande fatica e impegno, per farli sembrare legali. Una pratica complessa di allargamento e restringimento, per sintetizzare, che ben fa comprendere il valore del mercato. Tanta fatica deve corrispondere a un grande profitto (illecito).

La questione anelli di identificazione per volatili dura da decenni e non riguarda solo la caccia

A partire dagli anni ’90 sono stato fra quanti hanno contribuito a creare una giurisprudenza positiva sul fatto che gli anelli fossero dei sigilli pubblici. In questo modo la loro alterazione veniva punita non dalla legge sulla tutela della fauna ma dal codice penale, trattandosi di un delitto:

Chiunque viola i sigilli, per disposizione della legge o per ordine dell’Autorità apposti al fine di assicurare la conservazione o la identità di una cosa, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 103 a euro 1.032.

Articolo 39 del Codice Penale

Ora si cerca di trovare una soluzione per rendere più confortevole quest’ipotesi delittuosa alterando non solo la norma, ma anche il significato dei vocaboli. Gli anelli inamovibili sono chiusi e hanno un diametro che consente di infilarli alle zampe dei piccoli nati, in una finestra temporale molto stretta. Una fascetta, invece, potrà essere chiusa anche sulla zampa di un soggetto adulto, proveniente da illecite catture. Un sistema che agevola il bracconaggio, a tutto danno della tutela delle specie selvatiche. Un sistema di identificazione, quello delle fascette, che potrà aiutare a aggirare le restrizioni anche il settore dell’ornitologia, dove molti appassionati sono più che contigui al bracconaggio. Un altro settore che muove cifre importanti e che contribuisce a impoverire la biodiversità.

Regione Lombardia e Operazione Pettirosso: quando le istituzioni si piegano alla caccia

regione Lombardia operazione pettirosso

Regione Lombardia e Operazione Pettirosso: le istituzioni rimediano una brutta figura in un’audizione congiunta organizzata dalle commissioni Agricoltura e Antimafia. E’ successo ieri durante una riunione pubblica durante la quale le due commissioni si sono riunite per ascoltare la relazione del generale Andrea Rispoli, comandante delle Unità Forestali dei Carabinieri. Oggetto della relazione era la presentazione dei risultati della oramai famosa, ma per alcuni famigerata, Operazione Pettirosso, messa in atto da anni contro il bracconaggio così diffuso nelle prealpi lombardo venete.

Da giorni si rincorrevano le notizie di uno strappo istituzionale, dovuto alla presenza come “invitati” di tre non meglio identificati avvocati, noti per essere impegnati nella tutela legale dei cacciatori lombardi e non soltanto. Che sono stati accolti nella riunione di commissione in modo irrituale, per evidente carenza di legittimazione. Uno stridente contrasto fra la relazione dei Carabinieri Forestali, che hanno compiuto attività di polizia e tutela della legalità, e la presenza corporativa di pur stimabili professionisti, che normalmente difendono quelli che dai Carabinieri son stati denunciati.

Una presenza fuori contesto e decisamente fuori luogo, che da propro l’idea di essere stata voluta per far capire pesi e contrappesi. Per dimostrare, ancora una volta, che in Lombardia il peso della caccia e dei cacciatori non è terzo rispetto alle istituzioni. Una brutta pagina, tenuta sotto traccia, non per l’argomento ma per il metodo, come ha giustamente sottolineato il consigliere Majorino. Una stridente stonatura che è stata purtroppo letta come tale solo dall’opposizione (Michela Palestra, Paolo Romano), ma non riconosciuta dalla presidente dell’Antimafia regionale Paola Pollini.

Regione Lombardia e Operazione Pettirosso: come creare un calderone dove la legalità si mescola con l’arroganza

Da cittadino ho molto apprezzato la relazione del generale Rispoli, che ha snocciolato cifre e dati di attività di contrasto al bracconaggio con puntuale precisione. Un racconto che dovrebbe far venire la pelle d’oca a quanti si preoccupano della tutela della biodiversità. Dati che attestano, senza dubbio, la pervicace ostinazione distruttiva dei bracconieri, come si può leggere nel comunicato ufficiale dell’Arma.

E’ stato effettuato un capillare controllo del territorio nelle provincie lombardo venete interessate. L’attività operativa svolta ha portato alla denuncia di 123 persone per reati perpetrati contro l’avifauna selvatica, n. 2 arresti per detenzione di arma clandestina e sostanze stupefacenti e al sequestro di 3564 uccelli, di cui 1433 esemplari vivi e 2131 esemplari morti, tra cui numerose specie non cacciabili e specie particolarmente protette, tutti catturati o abbattuti in modo illecito. Sono stati, inoltre, sequestrati 1338 dispositivi di cattura illegale, 75 fucili e 4055 munizioni. 

Tratto dal sito dell’Arma dei Carabinieri

Davvero inspiegabile e oggetto di un pericoloso precedente la presenza dei tre avvocati del foro di Brescia (Alberto Scapaticci, Mattia Guarneri e Alberto Bonardi) che hanno avuto più di qualche difficoltà a spiegare chi rappresentassero. Non realmente le associazioni venatorie, non hanno mai detto di avere un mandato formale in tal senso, ma nemmeno qualche istituzione, fatto che in qualche modo ne avrebbe legittimato il ruolo. Alla fine hanno ripiegato sul definirsi come una presenza qualificata di esperti del settore e del diritto venatorio. Ma la definizione non sana certo la crepa aperta nelle istituzioni né la tracotanza di chi ha deciso la legittimità della “presenza”, quale unica componente estranea alle istituzioni audita in commissione.

Il messaggio alle commissioni degli “avvocati esperti” è stato sottile ma destabilizzante

Gli avvocati esperti, incalzati anche dall’opposizione, hanno dichiarato (e fan fede le registrazioni) che la maggioranza dei processi per bracconaggio finisce con assoluzioni. Aggiungendo che i Carabinieri dovrebbero scegliere con grande cura gli ausiliari perchè non sono sembrano essere così competenti. Sottolineando come questa incompetenza porti a far liberare uccelli catturati lecitamente! Tutta la partita in Lombardia, infatti, si sta giocando sui richiami vivi e sul tentativo di arrivare a una sempre maggior liberalizzazione. Una situazione che presto o tardi sarà causa dell’ennesima procedura d’infrazione europea.

Personalmente sono certo che questa riunione non porterà ad alcun risultato concreto, se non a quello di aver contribuito a minare, ancora una volta, la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Mettere insieme diavolo e acquasanta non ha mai portato alcun risultato, ma ha causato ben più di un danno. Ogni cittadino rispettoso delle istituzioni, delle regole e del vivere civile non vorrebbe mai dover vedere la legalità e i suo riti piegarsi alla convenienza politica e alla muscolarità. Veramente un pessimo esempio di come debba essere servita la cosa pubblica.

La Lega per l’abolizione della caccia ha apprezzato  la decisione di organizzare un’audizione davanti alla commissione Agricoltura dei Carabinieri Forestali, corpo di polizia ambientale in prima fila nella repressione del bracconaggio, dell’uccellagione e della massiccia ricettazione di selvaggina viva e morta, che proprio in Lombardia trova il principale crocevia a livello nazionale. Ma ha apprezzato decisamente meno – dice Katia Impellittiere, vice presidente LAC– alcune presenze imbarazzanti, sia nella maggioranza consiliare, con l’assessore leghista Flavio Massardi e il consigliere di Fratelli d’Italia Carlo Bravo -entrambi cacciatori denunciati per falsificazione dei sigilli identificativi apposti su richiami vivi– che nella terna dei legali, conosciuti per essere in prima linea nella difesa dei cacciatori.”

L’insopportabile arroganza dei cacciatori che vogliono imbavagliare l’informazione

insopportabile arroganza cacciatori

L’insopportabile arroganza dei cacciatori che vogliono imbavagliare l’informazione, chiedendo che vengano presi provvedimenti contro la trasmissione “Indovina chi viene a cena” condotta da Sabrina Giannini. Il caso è scaturito da un’inchiesta su azioni bracconaggio messe in atto per catturare illecitamente gli uccelli da richiamo. Una pratica, quella della cattura, che dura praticamente da sempre, grazie a una norma che prevede sanzioni inefficaci. Trafficare uccelli da richiamo rende decine di migliaia di euro, in nero, rubando dalla natura un patrimonio collettivo destinato a essere venduto a caro prezzo.

La caccia con i richiami vivi rappresenta la peggior pratica del mondo venatorio, la più vile e quella che causa maggiori sofferenze, eppure trova ancora molti sostenitori. Personaggi capaci di difendere la caccia con i richiami, attaccando la RAI e Sabrina Giannini per un’inchiesta sul bracconaggio. Senza sentirsi nemmeno in obbligo di spendere una sola parola di condanna nei confronti dei predoni di natura. Giannini al rogo e cacciatori sempre e comunque sugli altari.

Paolo Sparvoli, presidente di Libera Caccia sulla rivista Big Hunter

L’insopportabile arroganza dei cacciatori monta sempre più, grazie a una politica che li supporta

Se il mondo venatorio difende anche i bracconieri significa che la misura è davvero colma. Sembra essersi rotto anche quell’ultimo argine di apparente sostegno alla legalità, che portava a fare dei distinguo fra chi le regole le segue e chi le infrange. Un ladro resta pur sempre un ladro, sia se ruba un prtafoglio sull’autobus che se cattura illegalmente animali, che sono riconosciuti come bene indisponibile dello Stato. Una questione, ben si dovrebbe capire, questa che travalica la difesa degli animali e la richiesta di avere rispetto per loro.

Certo la politica ci mette del suo, perché quando i bracconieri finiscono nei guai, per aver alterato gli anelli che identificano i richiami, tocca aiutarli. Così la Regione Lombardia decide di risolvere il problema in un attimo: se mettere gli anelli agli uccelli di cattura è così problematico, meglio cambiare contrassegno identificativo. Con un colpo di mano l’anello chiuso, con diametri che impediscono di poterlo apporre sugli animali adulti, si trasforma in una fascetta in plastica. Proprio come quelle da cablaggio degli elettricisti. Non c’è trucco, non c’è inganno e legalizza gli animali durante tutto l’anno! Un aiutino possibile grazie a una modifica della legge lombarda.

Il governo avrebbe potuto impugnare la legge della Lombardia perché in contrasto con norme nazionali e europee? Certamente, ma ha preferito non disturbare il manovratore facendo finta di nulla. Sino a quando non arriverà l’ennesima pronuncia europea che aprirà una procedura d’infrazione contro l’Italia. Un danno economico che pagheranno tutti gli italiani, trattandosi di una multa che sarà onorata con soldi pubblici. Nel frattempo migliaia di richiami di dubbia provenienza verranno legalizzati, legittimando un danno alla collettività.

Il problema, quindi, non sono i bracconieri, ma Sabrina Giannini e la sua trasmissione che porta gli italiani a vedere i Carabinieri Forestali all’opera

Ogni volta che qualcuno esprime una posizione contro la caccia la risposta è sempre la stessa: sono cittadini che pagano le tasse e hanno un’autorizzazione per poterlo fare. Vero, ma se è sempre legittimo essere contrari in un paese libero a un’attività pur lecita, diventa un atto dovuto quando chi va caccia ruba pezzi di biodiversità. Una grande differenza che non è davvero da poco: chi rispetta le regole è un cacciatore, ma chi le trasgredisce è un ladro e se questo ladro ruba migliaia di uccelli diventa anche un predone di natura. Contro il quale bisognerebbe poter avere sanzioni adeguate, come la confisca dei beni per equivalente.

Sabrina Giannini nella puntata di Indovina chi viene a cena ha seguito i Carabinieri Forestali in Italia e gli attivisti del CABS in Polonia, in azione con polizia. In entrambe le situazioni i responsabili erano italiani che trafficavano in uccelli catturati illecitamente. A dimostrazione che il mercato nero è fiorente e che il crimine, commesso a danno della natura, paga. Grazie a leggi che consentono mille scappatoie e che, anche quando vengono applicate, rappresentano una misera gabella in confronto agli illeciti profitti realizzati.

Un branco di lupi nel Parco di San Rossore è più efficace dei fucili

branco lupi Parco San Rossore

Un branco di lupi nel Parco di San Rossore è più efficace dei fucili, una realtà che certo piace poco ai cacciatori e anche a certi direttori di aree protette. A dare la notizia è stato l’ente parco che gestisce l’area protetta di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli, in Toscana. La presenza di un branco di sette lupi, che hanno eletto il parco come loro territorio, sta dando maggiori risultati della gestione faunistico venatoria. Dimostrando quello che gli esperti dicono da anni e che i cacciatori negano da sempre: nessun uomo può essere un controllore efficace delle popolazioni di animali selvatici.

I daini di San Rossore, come quelli presenti nel bosco della Mesola e in altre aree protette, quando non hanno predatori tendono a crescere in modo incontrollato. L’abbondanza di risorse alimentari, quando non vi sono bioregolatori naturali aiuta la crescita delle popolazioni. Gli abbattimenti fatti dai cacciatori non risolvono, come dimostrano i fallimenti sul contenimento dei cinghiali. Mentre il cacciatore cerca di garantirsi il ruolo di regolatore il lupo cerca di garantirsi un pasto con il minor sforzo possibile. Sono proprio le scelte intelligenti del predatore a rendere efficace la sua azione.

«Gli studi di San Rossore confermano che il lupo svolge un importante ruolo ecologico nel Parco: sta riportando all’equilibrio naturale l’ecosistema, sbilanciato negli ultimi anni dalla sovrappopolazione di daini che, riducendo la rinnovazione del bosco e le piante erbacee, avevano messo in pericolo la flora del Parco – spiega il presidente dell’Ente Lorenzo Bani – a questo punto saremo presto in grado di ridurre fortemente fino ad evitare l’intervento umano per il riequilibrio».

Un branco di lupi non costa, non inquina il Parco di San Rossore ma purtroppo non vota

Come non ricordarsi lo scontro a distanza fra Giampiero Sammuri, cacciatore e presidente del Parco dell’Arcipelago Toscano, e il presidente di San Rossore Bani? Reo di aver criticato Sammuri per gli abbattimenti dei mufloni del Giglio, una scelta molto discussa e discutibile sulla quale le polemiche e i toni restano accesi ancora adesso. Due visioni diverse che hanno portato a uno scontro pubblico nel quale su un organo di stampa gigliese Sammuri accusa Bani di ipocrisia.

Ma se il piano difeso da Sammuri può avere un risultato su una piccola isola, unica realtà nella quale un piano di eradicazione possa arrivare a destino, l’intervento venatorio non ha mai risolto. La realtà è che se si impiegassero più sforzi nel cercare il ripristino degli equilibri, anziché cercare facili consensi, i risultati arriverebbero e sarebbero duraturi nel tempo. Gli abbattimenti non funzionano, non solo con gli ungulati, ma anche con le nutrie, i piccioni e anche con gli orsi. Ogni nicchia ecologica che si libera è destinata a trovare in fretta un nuovo occupante. Accade per gli animali, ma anche per le piante: un vaso pieno di terra non resta senza vita a lungo!

Il monitoraggio eseguito sul branco ha dimostrato che i lupi non escono dai confini della riserva, non fanno predazioni sugli animali domestici e sono attivi soprattutto di notte. Una presenza discreta ma efficace, che in futuro dovrebbe consentire al parco di non dover più prevedere azioni umane per la gestione dei daini. Un traguardo, un esempio che andrebbe non soltanto seguito ma che dovrebbe essere compreso nella sua interezza.

Il Parco di San Rossore non ha inventato nulla, ha solo assecondato l’equilibrio naturale

I gestori delle aree protette potrebbero lasciare che una buona parte del loro lavoro fosse realizzato senza costi dalla natura. Assecondando i cambiamenti e le eventuali modificazioni, lasciando sempre più che sia la biodiversità a scegliere i suoi percorsi. Le aree protette dovrebbero impegnarsi di più nel contenimento della sola specie homo sapiens piuttosto che nella gestione faunistica. Come dimostrano le considerazioni fatte proprio dal Parco:

I dati raccolti hanno evidenziato però da parte di una minoranza di persone comportamenti scorretti e potenzialmente pericolosi, in particolare è stata registrata la presenza di persone con cani non al guinzaglio nella vicinanze delle aree accessibili solo con guida ambientale, le zone predilette dai lupi nelle ore diurne proprio per stare lontano dall’uomo. Si ricorda l’importanza di seguire poche e semplici regole: rimanere sui sentieri segnalati e autorizzati (oltre 2000 ettari di territorio corrispondenti a 6 volte l’ampiezza di Central Park a New York), tenere al guinzaglio i cani, non lasciare cibo ed infine non avvicinarsi nella rara eventualità di un avvistamento, a maggior ragione se stanno mangiando.

dal sito dell’ente gestore del Parco di San Rossore, Migliarino, Massaciuccoli

In fondo le questioni sarebbero anche di facile comprensione, senza arrivare a complessi studi. Basterebbe avere la volontà di osservare per capire che un bosco cresce meglio senza l’intervento umano, lasciando che le uniche regole siano quelle naturali. Ma certo il problema sta nella necessità di trovare consenso, tutto ruota intorno alla politica e alle pressioni messe in atto dalle corporazioni. Una sorta di principio di Archimede, capace di imprimere grandi forze a una massa, foriere di incalcolabili danni!

Coesistenza impossibile con i lupi: la Svizzera parte con massicci abbattimenti

coesistenza impossibile lupi Svizzera

Coesistenza impossibile con i lupi: la Svizzera parte con massicci abbattimenti del predatore, che potranno riguardare interi branchi. L’UFAM (Ufficio federale dell’ambiente) ha autorizzato la rimozione totale di ben 12 branchi, come misura preventiva per evitare future predazioni. Una strategia quella Svizzera che vuole massimizzare i risultati, evitando che l’alterazione degli equilibri dei branchi possa far crescere le predazioni. Con una logica distruttiva che può ritenersi efficace, fatto tutto da dimostrare, solo sul piano della difesa degli allevamenti.

Regolazione preventiva dei branchi di lupi: l’UFAM approva la maggior parte delle richieste dei Cantoni

Le decisioni assunte dalla Confederazione Elvetica costituiscono un gran brutto precedente, sia nelle politiche di conservazione del lupo che nella negazione di ogni possibile coesistenza. Una visione antropocentrica che pone le attività umane al centro e il lupo ai margini, quasi non avesse un valore per la regolazione naturale delle popolazioni selvatiche. Disponendo l’abbattimento non solo di interi branchi ma anche di un numero consistente di giovani esemplari.

La coesistenza impossibile con i lupi in Svizzera sarà di esempio per altre nazioni

Calcolando che le stime di consistenza parlano della presenza di 30 branchi di lupi in tutta la Svizzera appare chiara l’invasività del provvedimento. Che prevede la riduzione di di più di un terzo dei branchi, con ulteriore prelievo di giovani esemplari. Contro questo provvedimento sono scese in campo ben 158 organizzazioni di tutela del lupo, appartenenti a 37 paesi, che chiedono al Comitato Permanente della Convenzione di Berna e alla stessa Svizzera di rivedere il provvedimento. Per l’Italia ha firmato anche l’organizzazione “Io non ho paura del lupo“.

Tratto dalla lettera inviata al Comitato Permanente della Convenzione di Berna

Da molto tempo viene detto che l’abbattimento dei lupi non è la strada per evitare le predazioni sugli animali d’allevamento. L’unico metodo efficace è rapresentato dai mezzi di protezione, come i recinti elettrici, e dalla presenza di pastori e cani da guardiania. Gli abbattimenti servono come misura tampone per soddisfare le richieste degli allevatori, pur non essendo suffragate da risultati scientificamente apprezzabili. Scelte gestionali irresponsabili, messe in atto nella direzione opposta rispetto a quella di una coesistenza irrinunciabile.

Uno sterminio di questo genere, se venisse attuato, aprirebbe una via anche in Italia

Sicuramente il governo italiano, il più filovenatorio della storia della Repubblica, non si lascerebbe certo scappare l’occasione di un’attenuazione del livello di protezione del lupo. Con tutte le conseguenze immaginabili in un paese come il nostro dove la gestione faunistica è sempre approssimativa e lasciata in mano ai cacciatori. Con l’attuale ministro Lollobrigida che ha sempre dichiarato, non si capisce in virtù di quali competenze, che lupi e orsi nel nostro paese sono “troppi”. Uno dei concetti meno scientifici sentiti sull’argomento, per giunta detto da chi ha responsabilità di governo e dovrebbe parlare con maggior cautela.

Ora non resta che vedere come e se deciderà di intervenire il segretariato della Convenzione di Berna, che aveva già posto dei veti sul declassamento dello status di protezione del lupo. In un momento in cui l’attenzione di tutta l’Europa continentale dovrebbe essere rivolta verso un piano complessivo di rigenerazione degli equilibri naturali. Che non si potranno mai raggiungere abbattendo i predatori.