Diritti umani e animali: un cammino ancora lungo per realizzare il sogno

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Diritti umani e animali: un cammino ancora lungo da percorrere per realizzare il sogno di poter vivere in un mondo diverso, migliore. Guardando la realtà che ci circonda, quello che ogni giorno succede nel mondo, vediamo un pianeta senza equità e senza giustizia. Un meraviglioso pianeta dove quello che più manca è l’armonia, intesa secondo un concetto olistico che abbraccia tutti gli esseri viventi. Questa considerazione porta a una domanda, destinata purtroppo a avere una risposta che non vorremmo né sentire, né accettare. Se non riusciamo a garantire uguali diritti agli individui della nostra specie, potremo mai davvero garantirli agli animali?

Probabilmente no, non sino a quando non ci sarà rispetto vero per i diritti umani. Più facile essere attenti verso chi ci somiglia, piuttosto che verso individui diversi, che non sono neanche in grado di usare parole per comunicare. Bisogna essere dei sognatori nella vita, che non guardano gli ostacoli ma solo i traguardi, capaci di lavorare giorno dopo giorno per raggiungere obiettivi impossibili. Occorre però essere realisti, vedere le cose per come sono, non per come vorremmo che fossero. Solo la conoscenza dello scenario può portare a trovare strategie di cambiamento.

Possiamo sperare che sia riconosciuta come atroce la condizione degli animali che solcano mari e oceani sulle navi stalla, se consideriamo come un “carico residuale” uomini disperati soccorsi in mare? Davvero possiamo credere alla volontà di difendere l’ambiente, e quindi la nostra esistenza, senza che questo comporti la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo? Ci preoccupiamo molto più di tutelare il nostro benessere, che di pensare come risolvere problemi planetari fondamentali. Per questo dovremmo operare per cambiare gli obiettivi e allargare gli orizzonti. Unendo sotto un’unica bandiera tutti i diritti.

Diritti umani e animali sono un unico problema: bisogna battersi per il loro rispetto

Il razzismo non esiste, non perché non ci siano discriminazioni per questioni di colore della pelle, culture e religioni ma perché non esistono le razze. Esiste la nostra specie, con tutte le sue differenti caratterizzazioni, inclinazioni, credo e modi di vivere, ma tutti gli uomini sono uguali. Esaperare le differenze serve soltanto a non far identificare la nostra appartenenza a un’unica collettività umana. Alla quale, universalmente, dovremmo riconoscere gli stessi identici diritti. Già questo passaggio potrebbe servire a contribuire alla soluzione di molte problematiche ambientali e verso gli altri animali. Animali come lo siamo noi.

Se davvero riconoscessimo a tutti gli uomini il diritto di accedere al cibo necessario e all’acqua pulita saremmo costretti a cambiare lo stile di vita occidentale. Dovremmo riconoscere a tutta la nostra specie il diritto alla libertà e alla necessità di condividere le risorse planetarie. Senza distinzione di genere, di orientamento sessuale o di religione. Dovremmo chiudere le fabbriche di proteine animali e destinare l’agricoltura all’alimentazione delle persone, ma oggi la parte più rilevante di mammiferi che vivono sul pianeta è costituita dai bovini d’allevamento. Che rappresentano da soli circa il 60% della biomassa, mentre gli uomini sono “soltanto” al 36%.

Questo per far comprendere che non si possono difendere i diritti degli animali senza rispettare gli uomini. Non si può dire di amare gli animali, voltando la faccia dall’altra parte quando il Mediterraneo diventa un cimitero. Bisogna smettere di credere e far credere che difendendo i confini e la nostra economia salveremo prima l’Italia, poi l’Europa e infine il mondo. I nostri egoismi finiranno per ammazzarci: per guerre, carestie e mutamenti climatici.

Bisogna insegnare la tolleranza e la condivisione di un mondo che non può più ruotare su economia e prepotenza

La realtà, di cui si parla sempre troppo poco, dimostra che i maltrattamenti che noi infliggiamo agli animali sono gli stessi che noi facciamo patire agli esseri umani. Con numeri inferiori perché gli uomini sono meno, ma quello che accade in molti allevamenti o nei canili lager succede giornalmente nei campi profughi della Libia o nelle carceri di buona parte del mondo. A cominciare dalle nostre di prigioni, come dimostrano le inchieste giudiziarie. Quindi se non vogliamo considerare la battaglia dei diritti come irrimediabilmente persa dobbiamo cambiare le regole del gioco, la cultura, dobbiamo iniziare a coltivare empatia e compassione.

A molte persone questo potrà sembrare un discorso senza senso, una via di mezzo fra un’utopia irraggiungibile e il contrasto perdente a un mondo che non cambierà. Eppure riflettendoci senza pregiudizi dobbiamo ascoltare quello che la scienza, inascoltata, ci sta dicendo da diversi decenni: se non cambiamo modello di vita finiremo per estinguerci. Riconoscere gli altrui diritti potrebbe essere, banalmente, l’unico sistema per assicurarci un futuro. Per dare ai giovani la speranza reale di un mondo diverso, che si concretizzi nei fatti e non negli equilibrismi della politica.

Il cambiamento non è mai facile, e chi sostiene che basterebbe poco è davvero molto poco credibile. Cambiare stile di vita, modificare bisogni e adattare i pensieri costa una fatica immane. Non c’è molto di facile nel nostro futuro, ma prima smettiamo di farci raccontare bugie, cercando di ragionare sulla base dei fatti, e meno dolorosa sarà la via. E sarà più facile affrontarla tutti insieme, piuttosto che subirla divisi in piccoli irriducibili gruppi. Iniziamo proprio dal riconoscimento dei diritti basilari, che devono essere garantiti a tutti. Che potrebbero essere gli stessi indicati nelle 5 libertà minime, individuate da Brambell per gli animali, già nel lontano 1965:

  • libertà dalla fame, dalla sete e dalla cattiva nutrizione, mediante il facile accesso all’acqua fresca e a una dieta in grado di favorire lo stato di salute
  • libertà di avere un ambiente fisico adeguato, comprendente ricoveri e una zona di riposo confortevole
  • libertà da malattie, ferite e traumi, attraverso la prevenzione o la rapida diagnosi e la pronta terapia
  • libertà di manifestare le caratteristiche comportamentali specie-specifiche, fornendo spazio sufficiente, locali appropriati e la compagnia di altri soggetti della stessa specie
  • libertà dal timore, assicurando condizioni che evitino sofferenza mentale.

Sfondare le gabbie della comunicazione sugli animali, per non parlare solo ai sostenitori

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Sfondare le gabbie della comunicazione sugli animali, liberandosi dalla ricerca del consenso e mirando a fare informazione di qualità. Cambiando il tipo di informazione, liberandola dagli stereotipi e cercando di essere coinvolgenti. Per non parlare sempre alla platea delle persone già attente, ma per coinvolgere quanti, ai temi dei diritti animali, non si sono mai avvicinati. Qualcuno potrebbe pensare che sia una cosa ovvia, ma per chi si occupa di comunicazione non lo è affatto. La ricerca del consenso e del sostegno, anche economico, porta a investire molto sempre sulla stessa platea e troppo poco sul grande pubblico.

Certo la comunicazione emotiva rappresenta una facile scorciatoia, capace di creare consensi, like e condivisioni. Se l’obiettivo, però, è quello di diffondere buona informazione in questo modo ci si allontana, e molto, dallo scopo. La necessità è quella di coinvolgere non solo i cosiddetti “animalisti”, termine orrendo, ma di intercettare chi potrebbe essere interessato a ricevere nuovi spunti di informazione. Per farlo occorre uscire da alcuni recinti mentali, non sempre così disinteressati, e puntare diritti verso l’obiettivo: per cambiare le cose serve aumentare il numero di orecchie e di occhi. Smettendo di accontentarsi di parlare sempre solo a chi è già d’accordo.

I diritti degli animali vanno comunicati, ma anche scomposti: esistono i diritti, che hanno un valore fondamentale costituito da rispetto, compassione e empatia. Solo dopo arrivano le sotto categorie, le divisioni lessicali, ma prima di essere umani o animali i diritti costituiscono valori inalienabili. Che andrebbero sempre difesi con le unghie e con i denti, anche a costo di graffiare. Se il concetto è condivisibile allora potrete continuare nella letteratura, diversamente questo articolo non fa al caso vostro.

Sfondare le gabbie della comunicazione sugli animali è possibile cambiando la costruzione del racconto

La natura non è disneyana, non è affatto buona per definizione, ma segue precisi disegni che a seconda degli occhi di chi li vive, possono cambiare di prospettiva. I lupi, per usare un animale divisivo, non sono simpatici per definizione, semmai sono indispensabili al mantenimento degli equilibri naturali. Ci sono persone che non condivideranno mai il concetto “io amo i lupi”, ma che potrebbero diventare degli strenui difensori del predatore se conoscessero meglio l’importanza della sua presenza. Perché questo avvenga è importante riuscire a divulgare le informazioni in modo corretto: il fine è quello di informare, non di compiacere.

Sfondare le gabbie della comunicazione sugli animali è molto più complesso che fare una dichiarazione d’amore. Amare qualcuno è una buona partenza, ma solo quando questo sentimento è perfettamente sovrapponibile al rispetto. Per questo l’obiettivo dovrebbe essere, sempre, quello di far comprendere il valore del rispetto, senza mai disgiungerlo da quello dell’amore. Sentimento che certe volte, per troppi animali, si trasforma in una gabbia dalla quale è impossibile scappare. Basti pensare a quanti dichiarano di amare il proprio cane, dimenticandosi dei suoi bisogni per soddisfare i propri desideri.

Un esempio d mancanza di comunicazione positiva lo troviamo spesso proprio in molti che si professano amati degli animali. Costringendoli a vivere in gabbia oppure alimentando il commercio dei cuccioli della tratta o ancora comprando cani brachicefali che non respirano. Forse per amore, certamente per egoismo. Per questo è importante allargare la platea di chi può essere coinvolto nella difesa dei diritti, rispetto a quanti si limitano a sollecitare solo la loro componente emotiva.

Difendere i diritti degli animali può voler dire anche andare contro corrente

Cercare di fare corretta informazione può creare spazi di critica, una cosa che deve essere accettata sino a quando tutto si svolge nel contesto di commenti educati. Il pensiero resta libero e non esistono verità assolute, in nessun campo; certo più ci si avventura sui sentieri fin troppo battuti della propaganda e più si rischia di inciampare. Proprio come fanno quelle persone che ancora oggi sono capaci di affermare che i lupi sono stati reintrodotti in Italia. magari con l’aiuto degli elicotteri.

Nonostante le mille emergenze ambientali e la perdita verticale di biodiversità, l’attenzione verso questi problemi non è ancora sufficientemente alta. Eppure per garantite il diritto di esistere, a persone e animali, dobbiamo tutti cercare di essere parte attiva, forse del più grande e rapido cambiamento che sia mai stato richiesto alla nostra specie. Che dopo anni di allarmi inascoltati, si trova di fronte a un bivio senz’appello: cambiare o vivere il peggiore degli incubi. Se non arrivare realmente all’estinzione entro l’Antropocene.

Questo è uno dei motivi sul perché sia così importante cambiare anche i modelli comunicativi. Bisogna essere attenti a non condividere notizie false, solo perché verosimili, non bisogna credere a tutto quello che circola in rete senza verificare, senza guardare la realtà con occhio critico. Quando l’informazione veritiera è difficile da veicolare quella che alimenta il mondo del falso sembra sempre ottenere sempre più credito. Ognuno di noi può fare la differenza, perché fra i diritti da difendere c’è anche quello alla verità e tutti possiamo essere ambasciatori del cambiamento.

Jova Beach Party 2022: il messaggio che arriva purtroppo è color verde acido

Jova Beach Party 2022

Jova Beach Party 2022 è un happening itinerante sulle spiagge italiane che ha suscitato polemiche già prima di partire. In fondo un po’ l’esatta replica di quello che era successo nel tour precedente del 2019, prima che la pandemia fermasse tutto. Ieri sera a Lignano la prima data che ha visto arrivare al Jova Village, rigorosamente sulla spiaggia, decine di migliaia d persone. Qualcuno dirà che le polemiche sono strumentali, che quest’ambientalismo estremo ha stufato, specie quando se la prende con spettacolo e divertimento. Però proteste e dissensi anche quest’anno non sono così sommessi.

Nonostante la presenza di una grande associazione ambientalista come il WWF come garante, una scelta che sembrerebbe aver fatto imbestialire molte sezioni e attivisti del panda. Che forse non hanno capito il valore aggiunto di una manifestazione come questa, proprio come non lo riesce a capire chi scrive. In primo luogo perché una spiaggia, per quanto sfruttata e bistrattata come quella di Lignano (ma è solo la prima), è quello che viene definito un ecosistema costiero. A differenza di uno stadio o di un palazzetto per lo sport che certo non ospita molta biodiversità e che, per questo, è il luogo giusto per certi eventi.

Nelle altre spiagge che saranno sede del Jova Beach Party 2022 le polemiche stanno montando da mesi, con accuse, da dimostrare, di una certa noncuranza verso le problematiche ambientali. Così quello che doveva essere il monumento estivo alla difesa dell’ambiente, sensibilizzando il pubblico del “ragazzo fortunato”, sta incassando una serie di critiche. Anche da alcune sezioni del WWF, della LIPU e di Italia Nostra. Come riportato da alcuni giornali, anche se i più su questo argomento glissano.

Il Jova Beach Party 2022 promette di ripulire le spiagge, non solo quelle toccate dal concerto, ma questo forse non basta

L’organizzazione del tour parla di scelte attentissime sotto il profilo ecologico e della sostenibilità, grazie all’uso di prodotti riciclabili, di materiali che avranno una seconda vita. Non c’è ragione, al momento di dubitare che sia così, ma il messaggio green è stato da molti etichettato come un’operazione di greenwashing. Portando il colore del verde verso la tonalità del verde acido. Un concerto in spiaggia, in un ambiente antropizzato ma naturale, sta alla tutela ambientale quanto l’Autodromo di Monza verso l’omonimo Parco.

Certo puliranno le spiagge dopo il concerto, ma ci si chiede quanti dei rifiuti, seppur sostenibili, saranno finiti in mare nel frattempo. Quarantamila persone sono un esercito composito e non tutti, per una questione statistica, saranno accorsi per prendere lezioni di ecologia. Molti resteranno distratti come sono arrivati e certo saperli in uno stadio avrebbe lasciato tutti più tranquilli. Forse è proprio questa la nota stonata: voler parlare di ecologia e organizzare un rave in spiaggia.

Il messaggio non funziona: se lo si organizza con attenzione un concerto può essere fatto ovunque, anche nelle aree naturali. Una scelta che aveva già suscitato polemiche per il concerto di Vasco a Trento, con tutti i suoi annessi e connessi, orso M49 compreso. In un momento in cui non esiste un solo prodotto o catena che non parli di sostenibilità, di attenzione, mistificando in fondo il messaggio che viene lanciato con foga verde verso le orecchie del pubblico. Che deve fare una gran fatica per capire se questo corrisponde al vero. Ma fin troppo spesso il valore del messaggio, quello vero, finisce prima di iniziare,

La sostenibilità deve essere reale per non trarre in inganno: ci vuole etica nelle scelte e nella comunicazione

Il Jova Beach Party 2022 vuole essere un grande laboratorio di divertimento e sensibilizzazione sull’ambiente e quindi sui diritti. Il vero ombelico del mondo ora è l’equità climatica, l’accesso all’acqua pulita, la suddivisione delle risorse. Per rendere queste cose possibili, per farle uscire dal libro dei sogni occorre imboccare la strada dei cambiamenti, della finanza etica, della riduzione delle emissioni clima alteranti. Quindi il tour avrà solo sponsor in linea con questo pensiero?

Sembra di no, anche qui qualcosa si mette di traverso nell’ingranaggio. Scrive nel suo articolo Linda Maggiori, impegnata nella difesa delle tematiche ambientali, come partner, oltre al Wwf c’è anche la Banca Intesa San Paolo, “banca fossile numero uno in Italia”, nonché tra le top 5 delle banche che più finanziano il traffico di armi. Aggiungo che fra i partner c’è anche Fileni, un’azienda che alleva animali per scopi alimentari. Alcuni bio altri no, promettendo grande attenzione verso l’ambiente, la sostenibilità e i suoi lavoratori. Sarà un messaggio interamente veritiero, ma non stona in un momento nel quale si chiede di consumare meno carne?

Il messaggio in bottiglia, che ci si può augurare che venga trovato su una delle tante spiagge toccate dal tour, è che dal green al greenwashing il passo è breve. Un’artista come Jovanotti, che si pone come il guru del divertimento ambientalista, potrebbe davvero essere un’importante cassa di risonanza del messaggio per un mondo diverso. A patto di avere maggiore attenzione e di tornare a fare musica nei luoghi giusti.

Elefanti e leoni per il film di Moretti: sofferenza immotivata e poco rispetto per gli animali

elefanti leoni film Moretti

Elefanti e leoni per il film di Moretti scatenano molte polemiche contro il regista. Accusato giustamente di non tenere in considerazione la sofferenza degli animali che vengono usati, senza motivo, per fare da comparse. Il famoso regista sta girando a Roma le scene per il suo ultimo film “Il sol dell’avvenir”, usando anche animali selvatici come elefanti e leoni. Animali che, seppur detenuti legalmente, sarebbero stati facilmente sostituibili. Usando le tecnologie a disposizione che permettono di realizzare scene con animali senza che siano in carne e ossa.

La scelta di Nanni Moretti di usare animali veri per girare ha fatto infuriare le associazioni. Che giustamente si interrogano sulla necessità di fare scelte del genere quando esistono alternative. Roma sta dimostrando davvero molto poca attenzione nei confronti degli animali, dei loro diritti e delle problematiche causate da scelte poco attente. Sindaco dopo sindaco si ripetono proclami, dichiarazioni di attenzione e promesse. Regolarmente non attuate.

Il sindaco Roberto Gualtieri, succeduto a una inconcludente Virginia Raggi su animali e ambiente, non ha certo preso in mano il timone della città, sotto questo aspetto. I rifiuti attirano in città i cinghiali, con tutte le conseguenze del caso, la gestione dei canili convenzionati fa acqua da tutte le parti e le botticelle trainate dai cavalli sono sempre lì. A completare il quadro di un disastro costante, indegno di una capitale europea, mancavano solo gli elefanti e i leoni di Moretti.

Elefanti e leoni per il film di Moretti sono soltanto l’ultima dimostrazione di un’amministrazione capitolina che ignora i diritti degli animali

Gli uffici comunicazione di molti Comuni italiani fanno dichiarazioni di grande attenzione verso i diritti degli animali, destinate a restare lettera morta nella pratica. La politica è sempre attenta a cavalcare quello che piace agli elettori, salvo poi non essere in grado di mantenerlo nella pratica. Rimediando inevitabili brutte figure ed esponendosi a critiche, queste si davvero feroci, sicuramente più dei leoni usati da Moretti. Il problema di questi mancati diritti poggia su due pilastri: ignoranza e convenienza. Che rappresentano poi i presupposti di molte scelte errate su questi temi, non solo a livello municipale.

I funzionari spesso non hanno nemmeno i rudimenti per comprendere cosa significhi la sofferenza animale e i politici scontano spesso questo fattore. Sarebbe un grande sbaglio pensare che un sindaco di una grande città come Roma sia quello che davvero l’amministra: in realtà valuta e segue i consigli di chi dirige i settori. Lo stesso discorso vale per gli assessori e dove manca la conoscenza spesso prevale la prepotenza: come quella dei vetturini delle botticelle che non accettano di dover entrare nella storia.

Risulta inconcepibile che ai nostri tempi, con climi peraltro sempre più caldi, ancora si peni di poter usare veicoli a trazione animale in una città come Roma. Eppure poche centinaia di addetti, ai quali si potrebbe dare una licenza di taxi, riescono di fatto a condizionare le scelte delle varie amministrazioni, facendo schiattare i cavalli sotto il sole, in un traffico impossibile.

Roma non è una città per animali e non ha risolto un disastro ambientale causato dalla pessima gestione dei rifiuti

Gli elefanti e i leoni usati da Nanni Moretti, che dovrebbe provare vergogna per aver fatto questa scelta, sono l’ultima punta di uno dei tanti iceberg che galleggiano nel mare magno romano. Gli uffici comunai hanno dato i permessi, senza pensarci troppo, del resto li chiede una star del calibro di Moretti. Che in questo caso si dimentica non solo di dire una cosa di sinistra, ma anche di fare una scelta intelligente, al passo con i tempi. Verrebbe da dire che forse è un regista troppo vecchio per usare tecniche relativamente recenti. Ma sarebbe una scusa sin troppo facile.

La capitale dell’Italia rappresenta, forse, lo specchio di quello che è il nostro meraviglioso paese, che fatica a stare al passo con i tempi, che arriva sempre tardi sulla transizione ecologica, che separa nettamente il mondo della parola da quello dell’azione. Lasciando spesso i cittadini più attenti smarriti da tanta mancanza di coraggio. Una capitale che manda centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti all’estero perché in anni non ha saputo come risolvere, come affrontare un’emergenza ambientale. Dopo aver inquinato con le discariche ora inquina per far viaggiare camion stracarichi di immondizia per le strade d’Europa, ma la luce di un’idea nuova pare ancora non essersi accesa.

Così il problema diventano i cinghiali, che dovrebbero essere visti invece come le conseguenze di un problema. Se in città non ci fossero tonnellate di rifiuti lasciate in giro, che creano un supermarket per tutti gli animali in cerca di cibo a basso costo energetico, non ci sarebbero neppure loro. Ma siccome un colpevole serve sempre eccolo qua. Ma se parliamo di porci i veri suini quadrupedi questa volta, ancora una volta, sono solo vittime. Proprio come i leoni e gli elefanti di Moretti.


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Uomini e animali travolti dalla guerra: il cinismo di pochi distrugge le vite ma accende la solidarietà

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Uomini e animali travolti dalla guerra in Ucraina, uniti nel comune destino di soffrire e morire per scelte che non hanno fatto. La storia dimostra che la guerra non è mai la soluzione di un problema, semmai è la chiave per aprire la porta del caos. Ma ancora oggi ci stiamo preoccupando più di dimostrare le ragioni del conflitto, che non di fermarlo. Nonostante i rischi noti, le sofferenze e le devastazioni subite dai civili, le crudeltà decise da pochi ma subite da tantissimi esseri umani e anche animali.

Con un popolo che ovunque si sta attivando per cercare di aiutare, raccogliendo cibo e medicinali, offrendo ospitalità, facendo donazioni. Un risveglio che speriamo possa far capire che non esistono guerre giuste, che esistono doveri di civile convivenza. La sofferenza, la disperazione di chi vive nella paura, di chi non ha nulla da mangiare non ha colore, né di pelle, né di bandiera. La guerra è il punto più basso della nostra umanità, sia quando accade in Ucraina che in Palestina, in Yemen o in Somalia.

Come possiamo cercare di fare capire l’importanza della convivenza fra uomini e animali selvatici, la necessità di tutelare l’ambiente se poi, in un attimo, spezziamo le vite delle persone. Cosa racconteremo alle giovani generazioni che ancora una volta, in Europa, è scoppiato un conflitto che rischia di distruggere la vita di milioni di persone? Come faremo a essere credibili sugli impegni per salvare la nostra casa comune, l’unica che abbiamo, se stiamo rischiando un disastro nucleare? Se questa guerra rallenterà pericolosamente le misure per contrastare i cambiamenti climatici.

Uomini e animali travolti dalla guerra, aiutati da altri uomini che hanno attivato il circuito positivo dell’empatia

Le persone non hanno in questo momento alcun potere, non possono decidere di fermare il conflitto, diversamente il suono orribile delle armi sarebbe già cessato. Il potere è del popolo, ma il popolo non ha alcun potere, se non quello di aiutare, di mitigare le sofferenze, di correre in soccorso. Di tentare di frapporre un diaframma di partecipata civiltà a un potere oscuro che ghermisce vite, senza restituire in alcun caso benessere. Non ai vinti, ma nemmeno ai vincitori perché le guerre sono come le catastrofi naturali: colpiscono tutti, fanno soffrire molti, ma arricchiscono pochi.

In questi giorni il terzo settore italiano sta facendo molto per cercare di portare soccorso agli uomini, agli animali con cui hanno vissuto che sono una parte della loro stessa vita. Ma anche agli animali che padrone non hanno perché quel legame emotivo, affettivo, empatico che ci lega non può essere spezzato nemmeno da una guerra. Qualcuno polemizza sul fatto che ci si occupi di animali, ma sensibilità e intelligenza sono un dono, non sempre una caratteristica certa della nostra specie. Dimenticando o non volendo vedere che chi si occupa di animali si occupa sempre anche di uomini, conoscendo il valore della sofferenza, avendo ben radicata l’empatia verso i viventi.

Questa solidarietà che dilaga è necessaria come l’acqua durante la siccità: è capace di far germogliare il seme della speranza, di far comprendere che essere uomini è davvero altra cosa. Un’umanità ben diversa da chi pianifica bombardamenti sui civili, in qualsiasi nazione del mondo, una differenza che aiuta a sopportare di appartenere a una specie tanto stupida. Capace di scoperte incredibili per aiutare il prossimo ma anche di creare i campi di sterminio nazisti. Due facce della stessa specie, seppur incredibili e così lontane fra loro.

Per aiutare uomini e animali fate scelte attente, non donate senza fare attenzione: c’è chi specula anche sulle tragedie

Non bisogna mai fermarsi ai titoli, alle enunciazioni. Occorre verificare, saper scegliere perché è importante che quello che viene donato non finisca rubato. Chi chiede fondi per una causa deve essere puro e trasparente, non deve avere macchie e deve avere un passato onorevole. Sulla rete ci son richieste di vario genere, anche da parte di realtà improbabili, di privati che giurano che porteranno a casa gli animali dalle zone di guerra, che sono in contatto con realtà in Ucraina. Promesse che sembrano molto mirabolanti, che devono però prima di essere accolte trovare riscontri.

Sono talmente tanti i bisogni che disperdere anche un solo euro sarebbe un vero peccato. Per questo è importante che gli aiuti vadano a realtà che hanno un passato dimostrabile, non un incerto presente e magari un furbesco futuro. Questo vale anche per i soldi pubblici, che devono avere un impiego certo e utile: quando si fermerà il conflitto avremo bisogno d ogni centesimo, perché la guerra ai cambiamenti climatici resta un’urgente priorità.

Cani e gatti al posto dei figli: la discussa affermazione di Papa Francesco fa infuriare gli animalisti

cani gatti posto figli

Cani e gatti al posto dei figli: secondo Papa Francesco molti preferiscono gli animali ai bambini che, così, rubano a loro il posto. Un’affermazione che fatto infuriare il mondo animalista, contrario a un ragionamento che forse era un paradosso. Un concetto espresso sicuramente in modo infelice, nello stesso giorno in cui è stata fatta in San Pietro anche un’esibizione di circensi, che certo di rapporti sbagliati con gli animali ne sanno qualcosa. Uno scivolone per il Papa più ecologista della storia della Chiesa oppure l’uso di una metafora che forse merita anche letture diverse?

Non voglio certo essere io, profondamente laico, a fare l’interpretazione del Francesco pensiero, ma vorrei usare queste parole per fare delle riflessioni. Capisco che il Papa sia un pastore di anime, convinto assertore del primato dei sapiens sugli animali. Seppur abbia ricordato che occorre rispetto nei loro confronti è evidente che l’attenzione corra all’uomo, per ovvi motivi. Papa Francesco resta sempre il capo della chiesa di Roma, ma bisogna dargli atto che è un uomo di pace, che ha più volte difeso l’ambiente, i poveri, i popoli nativi. E’ sicuramente il capo di stato più attento ai cambiamenti climatici.

Un uomo che non ha mai avuto paura di esprimere opinioni scomode, di essere contro corrente, pur nel limite del suo ruolo. La valutazione davvero difficile da condividere, in un mondo come questo, non è tanto l’idea espressa su cani e gatti ma l’invito alla moltiplicazione. Su un pianeta dove mettere al mondo un figlio soltanto dovrebbe essere visto come un gesto di responsabilità e non di egoismo. Analogamente alla scelta di non mettere al mondo dei bambini, se si pensa di non poter dargli un futuro sereno.

Cani e gatti al posto dei figli è un paradosso: sono mondi diversi che si incrociano solo nell’affetto, creando rapporti che non possono essere alternativi

La realtà è che su questo pianeta siamo molti, decisamente troppi al di là delle confessioni religiose di appartenenza. Francamente mi lascia indifferente l’idea di quale religione avrà il primato dei fedeli, mentre mi provoca profondo orrore quando la religione viene usata per opprimere, per comprimere i diritti, per privare delle libertà. Quando la religione diventa una forma di violenza nei confronti di uomini e animali. Quindi, se fossimo una specie saggia, dovremmo pensare a una decrescita serena del numero degli umani che calpestano il suolo del pianeta.

Altra cosa che mi sarebbe piaciuto sentire sarebbe stato un fermo richiamo alla responsabilità genitoriale: il mondo non è fatto di santi e di eroi, ma di persone. Che avrebbero il dovere morale di interrogarsi prima sulla loro disponibilità a sacrificarsi, a difendere i diritti dei bambini, a essere i primi combattenti per un mondo migliore. Un concetto che riguarda anche le adozioni: cercare di rendere felice chi è già nato, piuttosto che far nascere nuove vite sarebbe un segno di condivisione, di partecipazione all’altrui sofferenza.

Un concetto che vale, anzi meglio usare il condizionale, che dovrebbe valere per tutte le vite. Una riflessione profonda che dovrebbe portarci sempre verso la strada che diminuisce la sofferenza, come se fosse un dovere. Questo ovviamente non significa che non si debba fare figli, ma che alcune scelte potrebbero essere sostenute e agevolate perché eticamente migliori di altre. Per chi è già nato, per un pianeta in affanno che salvo cambiamenti davvero radicali non sarà in grado di nutrire tutti.

Quando cani e gatti vengono identificati come figli forse diventano i bersagli di un affetto sbagliato, patologico

I nostri animali domestici sono uno dei punti focali dei nostri rapporti, delle interazioni che riguardano anche il mondo dei sentimenti. Ma talvolta quando l’amore diventa prevalente sul rispetto allora si corre il rischio di dimenticarsi della loro natura. Non un caso che alcune razze canine, come i cani brachicefali, abbiano oramai tratti completamente esasperati per farli sempre più assomigliare a cuccioli d’uomo. Animali ai quali spesso non vengono riservate attenzioni verso le loro necessità, cercando di ottenere soltanto quello che fa piacere a chi li detiene.

Così ci sono cani che passano la loro vita nelle borsette, che sporcano sulle traverse in casa, che non possono socializzare. Animali con i quali non si condivide nulla, ma che sono tenuti per il nostro piacere, segregandoli magari sui balconi, costringendoli in gabbia, strattonandoli costantemente durante le passeggiate. Animali che siamo incapaci di rispettare, per la loro essenza, per le loro esigenze, cercando di trasformarli in quello che non dovrebbero essere.

La realtà è che forse siamo una specie che fatica a tenere a bada il proprio egoismo, lo facciamo con gli uomini, che hanno una possibilità di difesa, lo imponiamo agli animali. La ragione per cui mi sarebbe piaciuto più sentire parlare di responsabilità che di natalità da Papa Francesco. Perché è proprio in questi concetti, rispetto e responsabilità, che si annida la felicità. Regalare felicità senza oppressione, senza creare gabbie e recinti, dovrebbe essere un dovere per tutti gli uomini, indipendentemente da credo e colore di pelle, da genere o stato sociale.

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