Il piano contro il bracconaggio stenta a decollare, nonostante gli impegni presi dallo Stato

piano contro il bracconaggio

Il piano contro il bracconaggio, in particolare nei confronti dell’avifauna, è stato approvato dalla conferenza Stato/Regioni tre anni fa. Ma sono insufficienti i progressi raggiunti, calcolando che sono quasi esauriti i tempi preventivati dal Ministero dell’Ambiente presieduto da Sergio Costa. Nonostante questo percorso fosse stato attivato per fermare l’ennesima procedura di infrazione europea in tema di caccia e bracconaggio.

Il 30 marzo del 2017 la conferenza Stato/Regioni aveva approvato l’intero piano predisposto dal Ministero dell’Ambiente con ISPRA. Una road map che doveva portare a una serie di misure a tutela dell’avifauna. Per contrastare un bracconaggio che in Italia rappresenta un fenomeno davvero imperante. Anche a causa dei rischi esigui per i responsabili di azioni di criminali nei confronti del nostro capitale naturale.

Una stortura che l’Unione Europea ci aveva richiesto di correggere quanto prima, per non aprire l’ennesima procedura di infrazione, che ci sarebbe costata milioni di Euro. Il nostro paese, infatti, è una delle culle del bracconaggio, con attività che spaziano dalle catture di uccelli canori per spiedi o gabbie alle vasche illegali per la caccia agli anatidi, specie nel Sud del paese.

Il piano contro il bracconaggio nell’aprile 2020 è ancora pieno di azioni incompiute e di informazioni non pervenute

Leggendo il documento redatto dal ministero, nel quale è obbligato a rendicontare lo stato dell’arte della sua esecuzione, ci sono molte informazioni non pervenute e azioni rimaste incompiute. Come l’effettivo recupero delle Polizie Provinciali che rappresentavano un cardine indispensabile per il contrasto al bracconaggio e non solo. Smantellate quasi ovunque in tutto il paese dopo la “quasi abolizione” delle province, al termine di una delle tante riforme incompiute.

Nonostante la loro dichiarata inutilità le Polizie Provinciali, per diffusione e impegno, spesso erano i veri baluardi della tutela contro il bracconaggio, molto più del trasformato Corpo Forestale dello Stato. Ora inglobato nei Carabinieri, disperso in mille compiti e con un organico ridotto rispetto alle necessità. E quindi in questo delicato settore emerge l’importanza del servizio di vigilanza assicurato dal volontariato. Importante, ma che dovrebbe essere ausiliario rispetto a un controllo esercitato dagli enti pubblici.

Ora siamo molto vicini al rischio di incorrere in una nuova procedura di infrazione, in quanto i tre anni non sono serviti a completare il piano nelle parti forse più importanti. L’incremento dei servizi di vigilanza, l’uniformità della legislazione in materia in sede regionale e l’inasprimento delle sanzioni. Tre fronti su i quali la difesa della fauna selvatica ha raggiunto la sua Caporetto. Per ammissione dello stesso ministero.

Sono a macchia di leopardo anche i controlli messi in atto dai Carabinieri Forestali e un cambio di normativa resta sempre all’orizzonte

Secondo il rapporto che prende in esame il 2019 i controlli sono stati molto diversi in base alle regioni, sia su base popolazione che territorio. Così si possono riscontrare 7.773 controlli in Abruzzo, con l’individuazione di 22 reati, contro un numero esiguo di controlli effettuati in Lombardia, solo 2.563 controlli. Che però hanno portato però all’accertamento di ben 250 reati. Dimostrando un tasso di crimini accertati molto elevato, nonostante i pochi controlli effettuati, spesso in concorso con le guardie volontarie.

Il cambio di normativa invece, anche per la capacità di rallentare l’iter politico da parte delle associazioni venatorie, resta sempre all’orizzonte, in attesa dell’approvazione del collegato ambientale. Che dovrebbe trasformare in delitti molti reati contravvenzionali ora previsti, per chi abbatte animali protetti o mette in atto azioni contro l’avifauna. Ma resta, al momento, sempre un’attesa che in un paese come il nostro, che ha una legge vecchia di trent’anni, rischia di restar tale per molto tempo.

La pandemia ha le sue colpe, da dividere con il nostro parlamento

Sicuramente la pandemia ha fatto ritardare l’approvazione delle normative, ma vero è che nonostante le buona intenzioni del ministro Costa, le pressioni venatorie restano comunque forti. Quel che è certo è che nessuno voleva metterci mano prima delle elezioni regionali e amministrative. La politica è sempre molto prudente quando sfiora certi argomenti e dobbiamo ringraziare le pressioni dell’Europa. Ora speriamo che il provvedimento riesca a trovare l’approvazione definitiva.

Anche se le sanzioni proposte siano spesso sotto i limiti della sospensione condizionale e non prevedano un sequestro per equivalente dei beni, in relazione agli illeciti guadagni. Sanzioni inadeguate per danni irreparabili. Per questo bisognerebbe calcolare il valore per la collettività di ogni animale ucciso, che andrebbe aggiunto alla sanzione penale.