Proteggere gli animali: non basta inasprire le pene

Proteggere gli animali

Per proteggere gli animali non basta inasprire le pene, ma occorre analizzare il problema con una visione forse più ampia. Che dovrebbe cominciare dal rendere più brevi i tempi di applicazione delle sanzioni, snellendo i processi e eliminando i troppi cavilli.

Ogni volta che si registrano fatti gravi, come quello del cane seviziato a Partinico, in Sicilia, si ripete sempre un identico copione. I social si infiammano diventando arene e i politici promettono revisioni normative. Che non arrivano mai e quando succede spesso sono inefficaci.

Così molti cittadini vorrebbero risolvere il problema con azioni di giustizia sommaria, che per fortuna restano chiacchiere da bar, anzi da social. E coinvolgono tutti quelli che si permettono di sottolineare l’inciviltà di reazioni forcaiole. Tacciati di complicità con i maltrattatori.

In uno stato di diritto la giustizia non si fa nelle piazze, né in quelle virtuali e tanto meno in quelle reali. La giustizia deve essere amministrata dallo stato, nell’interesse del bene collettivo. Per essere efficace, però, occorre che sia veloce e concreta e non solo agitata come una minaccia.

Basterebbe inasprire le pene per proteggere realmente gli animali?

In via teorica probabilmente si, in via pratica con il sistema penale italiano la miglior risposta potrebbe essere forse. Il procedimento penale in Italia è ricco di formalità e formalismi, di cavilli che permettono rinvii e annullamenti, di un garantismo talvolta eccessivo.

Bisognerebbe comunque guardare il tema della violenza in modo olistico, con uno sguardo profondo e senza una suddivisione di specie. Gli atti violenti, gravi e commessi con volontà di infierire, sono il sintomo di una pericolosità sociale di chi li commette. Sempre e al di là del fatto di chi sia la vittima di violenze efferate.

Questi soggetti rappresentano un pericolo per la società, perché la violenza comunque agita è uno degli indicatori di un problema comportamentale che non andrebbe, mai, sottovalutato. Non importa se questa sia esercitata su donne o bambini oppure su animali. E’ l’atto che deve essere inibito, è il responsabile che deve essere messo in condizioni, giuridicamente disciplinate, di non far danno.

Guardare il problema dei crimini violenti, dell’incitazione all’odio, dell’esaltazione dei comportamenti violenti e della giustizia sommaria sotto questa luce cambia la prospettiva. Modificando anche la scelta dei provvedimenti da adottare.

La punizione è importante, sicuramente e in particolare se vista come possibilità di rieducazione, ma più importante ancora è la neutralizzazione del comportamento. L’inibizione di una possibile reiterazione. Vanno pensati provvedimenti che possano essere applicati rapidamente, in attesa di una sentenza definitiva di condanna.

Misure interdittive ad esempio oppure obbligo di firma, divieto di avvicinamento a persone o animali, divieto di detenzione preventivo di animali. Provvedimenti simili a quelli previsti per la tutela delle donne o contro le tifoserie violente. Accompagnati da una maggior sensibilizzazione delle forze di polizia sul tema dei diritti animali.

I crimini violenti contro gli animali sono solo la punta dell’iceberg

Oramai è scientificamente provato il collegamento fra le azioni crudeli commesse a danno degli animali, vedendolo come elemento predittivo della commissione di futuri crimini nei confronti degli umani. Il cosiddetto salto di specie, che si basa sull’annullamento dell’empatia.

Ma voler mettere alla forca senza processo il responsabile significa non aver presente che questi comportamenti, seppur invocati sui social, oltre a non essere risolutivi denotano una patologia di fondo: la prevalenza dell’emotività sul ragionamento. Comportamento che spesso rende la folla non più un insieme di individui ma una massa acefala pericolosa.

Prendersela con chi non apprezza in genere la violenza, leggendola come un sintomo di pericolo per la collettività e la civile convivenza non risolve. Bisogna far pressioni sulla politica perché attui provvedimenti utili, senza sventolare solo bandiere a ogni crudele compiuto a danno degli animali.

Bisogna forse anche smettere di tollerare la violenza sui social, valutando se chi scrive certe cose, e ce ne sono di inquietanti, meriti di avere un profilo per inondare la rete di sottoprodotti della digestione (mentale). Non proteggeremo mai i più deboli se accettiamo e rendiamo normali i comportamenti aggressivi. Il rispetto non è un monolite granitico, ma una virtù e un sentimento da coltivare e far crescere.

Maltrattare gli animali denota pericolosità sociale

Maltrattare gli animali denota pericolosità sociale

Maltrattare gli animali denota pericolosità sociale in quanto significa accettare la violenza come metodo.

L’assenza di empatia verso gli esseri viventi rappresenta il primo segnale di alterazione del comportamento umano, sia che riguardi i nostri simili che gli animali.

Il non provare sentimenti compassionevoli nei confronti di un altro essere vivente non è soltanto un disvalore, ma anche un’alterazione della sfera dei sentimenti positivi e del rispetto verso gli altri.

Maltrattare gli animali denota pericolosità sociale in virtù di queste considerazioni, in quanto una persona che non prova né compassione né pietà dimostra, proprio con questi comportamenti, il suo potenziale pericolo. Come provano i peggiori crimini commessi sugli uomini e sugli animali non derivanti da un gesto d’impulso (leggi anche qui).

Ogni volta che succedono episodi di violenza particolarmente gravi nei confronti degli animali si parla di inasprimenti delle punizioni, di modifica delle leggi e si cavalca, su vari fronti, un argomento davvero traversale nella nostra società. Nessuna persona considerata “normale” può plaudire o restare indifferente verso la sofferenza causata su soggetti che non possono difendersi.

Le persone sono fin troppo spesso violente verbalmente, ma la difficoltà di passare dalle parole ai fatti dimostra come non sia così facile scrollarsi di dosso quei valori che sono insiti nel comune sentire. Se i macelli avessero le pareti di vetro probabilmente il consumo di proteine animali avrebbe un crollo verticale.

Dopo l’episodio del cane gettato in acqua vivo con una pietra al collo l’indignazione popolare ha costretto la politica a prendere posizione contro la violenza sugli animali. Il ministro dell’ambiente Costa ha promesso una revisione della legge e un inasprimento delle pene. E sul suo personale impegno non ci sono dubbi.

Questo però non toglie che si senta parlare poco del potere di deterrenza che una legge dovrebbe avere (quello che dissuade gli autori dal compiere crimini in virtù delle punizioni che riceverebbero se scoperti), della pericolosità sociale dei maltrattatori e del contrasto alla violenza, che deve partire anche dai toni della politica.

Secondo studi scientifici, in prevalenza americani, è provato che le persone violente nei confronti degli uomini abbiano cominciato a esercitarsi proprio sugli animali, per poi fare il salto di specie. Ora stiamo assistendo a comportamenti speculari: indifferenza e violenza non sono solo verso le altre specie animali, ma anche sugli uomini.

Siamo diventati indifferenti alla morte di bambini e adulti, di fronte alle violenze che avvengono in veri e propri campi di concentramento che proprio l’Europa finanzia e alle condizioni di vita dei profughi. Potremo davvero, con queste premesse, dimostrarci più compassionevoli verso gli animali?

Maltrattare gli animali denota pericolosità sociale ma bisogna osservare che sarà difficile combattere questi comportamenti, che in buona parte derivano da corti circuiti culturali, educativi, senza connotare violenza e indifferenza come atteggiamenti negativi in genere.

Come sarà inutile aumentare le pene per chi maltratta gli animali se poi, nella realtà, nessuno finirà in carcere nemmeno quando condannato in via definitiva, se le pene continueranno a essere sospese per gli incensurati, senza venir nemmeno convertite in sanzioni economiche effettive.

Se non saranno previste misure come l’interdizione perpetua alla detenzione e allo svolgimento di attività con animali, la libertà vigilata in quanto soggetti pericolosi. Ma anche se non verrà riconosciuto che gli animali sono esseri senzienti e non cose e che proprio come creature viventi sono tutelate, non in via indiretta per tutelare i sentimenti umani.