Vendetta contro i randagi in Calabria: avvelenati una ventina di cani

Vendetta contro i randagi in Calabria: avvelenati una ventina di cani

vendetta contro randagi Calabria
Foto di repertorio

Una vendetta contro i randagi in Calabria, probabilmente fatta per vendicare la morte di Simona Cavallaro, la giovane rimasta uccisa dopo uno sfortunato incontro a Monte Fiorito. Una mano ignota ha infatti avvelenato una ventina di cani a Catanzaro, che si trova poco lontano dal luogo dell’incidente. Senza valutare che i cani che hanno ucciso la ragazza non erano randagi, ma guardiani di un gregge di pecore. Lasciato incustodito in montagna, come spesso accade senza che nessuno prenda mai provvedimenti.

Qualcuno parla di stricnina, ma non è ancora stato individuato con esattezza il principio attivo usato per far strage di randagi a Catanzaro. Quello che è sicuro al momento è che uno o più criminali abbiano ucciso una ventina di animali, alcuni anche di proprietà. Un episodio che mette ancora per l’ennesima volta sotto i riflettori l’enorme piaga del randagismo in Calabria. Una delle peggiori, se non la peggiore, regione italiana nel contrasto e nella gestione del fenomeno.

Il veleno è uno dei metodi più cruenti di uccisione degli animali, in particolare se fosse stata usata a stricnina, ma anche dei più pericolosi. Chi sparge sostanze tossiche mette in conto che possano essere ingerite da chiunque, animali o bambini. Con conseguenze letali che denotano la pericolosità sociale di chi mette in atto azioni di questo genere. L’avvelenamento di animali è un crimine abbastanza frequente, per la facilità di commissione e per la difficoltà di individuare i responsabili.

La vendetta contro i randagi in Calabria è una colpa di chi, per anni, non ha fatto nulla per arginare il problema

Il randagismo canino e felino è un’emergenza per quasi tutte le regioni del centro e del Sud del nostro paese, ma Calabria e Sicilia hanno il triste primato di essere in vetta alla classifica. Sono le regioni meno virtuose, in un panorama complessivo che denota moltissimi ritardi e inadempienze. Lasciando che il fenomeno dilaghi e che consenta alla criminalità organizzata di avere facili introiti dalla gestione dei canili, dalle catture fatte sul territori. Una realtà ben nota al Ministero della Salute, che non riesce a ricevere alcuna quantificazione sulle popolazioni dei randagi dalle amministrazioni.

Il contrasto al randagismo è una competenza di natura sanitaria in capo ai servizi veterinari pubblici, mentre la gestione degli animali catturati è di competenza dei Comuni. I servizi veterinari dovrebbero garantire la cattura degli animali vaganti sul territorio, la loro osservazione per la prevenzione della rabbia, la sterilizzazione (in sinergia con i Comuni) e il trasferimento degli animali alle strutture comunali. Che dovrebbero avere strutture proprie, che quasi sempre non possiedono, e occuparsi delle adozioni degli animali ospitati, anche in collaborazione con le associazioni di volontariato.

L’iter sembra semplice, ma nella realtà in questa organizzazione tutt’altro che fluida si inseriscono una serie di problemi che inceppano l’ingranaggio. Molti Comuni non hanno canili e si appoggiano a strutture private, che non di rado sono legate a strutture criminali che intimidiscono e intimoriscono chiunque voglia operare controlli. Ostacolando le adozioni, proprio come un proprietario di un albergo cerca di evitare partenze e disdetta da parte dei clienti. Ogni giorno di presenza vale diversi euro e, spesso, pagano la retta anche gli animali deceduti, grazie a scarse verifiche da parte dei servizi veterinari e degli stessi Comuni. Che spesso pagano fatture di migliaia di euro senza svolgere effettivi controlli.

Più randagi ci sono più qualcuno ci guadagna: gli unici a rimetterci sono gli animali e i cittadini, costretti a sopportare maltrattamenti e costi

Gli avvelenamenti di Catanzaro sono il risultato di un randagismo senza controllo, che porta i cittadini ad avere comportamenti incivili o, come in questo caso, criminali. Al vertice delle responsabilità è giusto mettere la sanità pubblica, per colpa, carenza di mezzi ma anche con episodi di collusione con chi sul randagismo guadagna. Nel panorama nazionale sono poche, troppo poche, le azioni di controllo che hanno portato a provvedimenti di sequestro e denunce delle strutture. Mentre sono fin troppe le situazioni di maltrattamento riscontrate, che emergono soltanto quando la situazione diventa esplosiva o difficile da nascondere.

Del resto se così non fosse sarebbe difficile trovare altre motivazioni che giustifichino il randagismo dilagante nelle regioni meridionali. Gli strumenti legislativi, per quanto perfettibili, ci sono e consentirebbero di avere una mappatura precisa di cani e gatti di proprietà, una realtà che, invece, ancora oggi risulta essere una chimera. Più si scende nello stivale e più diminuiscono le percentuali di registrazioni degli animali di proprietà nelle anagrafi regionali. Nell’eterna attesa di avere una sola anagrafe nazionale in cui inserire tutti gli animali domestici.

Continuano a mancare provvedimenti coraggiosi, ma indispensabili, come la sterilizzazione a tappeto degli animali di proprietà. Che garantirebbero una drastica diminuzione dei randagi, che in massima parte sono il prodotto delle riproduzioni indesiderate. Facendo due conti si capisce subito che il costo di queste misure rappresenterebbe una minima parte, confrontata al costo annuale dei canili. Strutture che spesso mantengo imprigionati a vita i randagi, a spese dei contribuenti, che potrebbero avere un diverso futuro se ci fosse la volontà di garantirglielo.

I cani che hanno ucciso Simona Cavallaro non erano randagi e la sua morte non è stata una tragica fatalità

Le persone spesso non fanno la differenza fra randagi e cani da guardiania, messi a controllare gli animali al pascolo. Così tutti i cani che non sono custoditi diventano randagi, come è stato semplificato anche dai giornali nei titoli che hanno riguardato la morte della ragazza. Ma mentre i cani da guardiania hanno l’istinto di difendere la proprietà, cercando di mettere in fuga chiunque minacci come in questo caso il gregge, i randagi non difendono il territorio dagli uomini. Se non vengono messi all’angolo preferiscono in massima parte la fuga all’attacco.

Il quadro del randagismo si è aggravato in questo periodo di pandemia, nel quale le attività di sterilizzazione dei randagi, anche al Nord, si sono molto ridotte a seguito dell’emergenza. Ma gli animali non tengono conto delle difficoltà umane e i loro cicli riproduttivi non cambiano se la comunità umana si trova sotto scacco. Così la moltiplicazione incontrollata vanifica le attività di sterilizzazione messe in atto negli anni precedenti.

Maltrattamento animali e processo penale, la modifica potrebbe falcidiare i processi

Maltrattamento animali e processo penale, la modifica potrebbe falcidiare i processi

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Maltrattamento animali e processo penale: con la riforma potrebbero aumentare le sacche di impunità per chi compie crimini contro gli animali. La tanto discussa modifica della procedura penale potrebbe far estinguere molti processi, sia per intervenuta prescrizione che per durata degli stessi. Un rischio che riguarda tutti i reati, evidenziato in modo molto netto da figure di spicco della magistratura inquirente. Che non hanno esitato a parlare di falcidie dei procedimenti penali e di impunità assicurata per molti criminali,

Cani falchi tigri e trafficanti

Se le previsioni sono a tinte fosche per quanto riguarda i procedimenti per reati di mafia e corruzione non è difficile immaginare cosa potrebbe succedere ai reati considerati “minori”. Minacciati dalla prescrizione, ma anche dalla durata massima dei riti che la nuova riforma potrebbe stabilire, rendendo molto difficile poter arrivare a una condanna definitiva. La giustificazione è quella di ridurre i tempi della giustizia penale, che in Italia sono inaccettabili: un obbligo che ci viene giustamente imposto dall’Europa.

Ma se la riduzione delle tempistiche è sacrosanta lo è altrettanto avere certezza della pena e colpevoli puniti. In un paese in cui la prescrizione già è causa di un diritto all’impunità dei responsabili. Eliminare la prescrizione significherebbe impedire tutte quelle strategie processuali che dilatano all’infinito i tempi. Fin troppo spesso l’obiettivo dei bravi avvocati, quando difendono imputati con scarse possibilità di cavarsela, è proprio quello di raggiungere la prescrizione.

Il maltrattamento di animali nel processo penale è quasi sempre considerato un reato minore

Avendo operato nel contrasto dei crimini contro gli animali, da prima dell’attuale norma che regola il procedimento penale, posso affermare con certezza che la normativa vigente è piena di “trappole” che dilatano i tempi. Come la necessità di formare la prova in aula, senza che chi giudica possa avere accesso agli atti non irripetibili compiuti dalla Polizia Giudiziaria. Una modalità di svolgimento del processo che complica la fase processuale, costringendo alla citazione di un gran numero di testimoni che dovranno ripercorrere azioni fatte anni prima. Di cui potrebbero ricordare poco o nulla, se non hanno redatto atti impeccabili.

Già oggi, con l’attuale normativa, in tribunali oberati di procedimenti, si può dire senza tema di smentita che almeno un terzo dei procedimenti relativi a maltrattamenti di animali vadano prescritti. Alcune volte già durante il primo grado, altri nel tempo che intercorre nei tre gradi di giudizio. Il risultato è che i procedimenti particolarmente complessi, come quelli relativi al traffico dei cuccioli e alla contraffazione dei documenti, spesso portano soltanto a condanne di primo grado.

Specie quando gli imputati, grazie ai proventi generati dal reato, possono assicurarsi un buon numero di bravi avvocati e consulenti. Che riescono a allungare i tempi del procedimento, anche usando banali errori di forma come spesso avviene per le notifiche. Per arrivare ala fatidica prescrizione che, di fatto, estingue i reati. Spesso mettendo in pericolo anche gli animali sequestrati durante le operazioni che in caso di prescrizione vengono quasi sempre restituiti agli indagati.

La riforma non deve essere uno strumento per garantire impunità, ma deve portare a una modernizzazione della macchina della giustizia

I nostri tribunali sono costantemente sotto organico: mancano pubblici ministeri, assistenti, cancellieri e giudici. Senza scordare che ancora oggi i fascicoli viaggiano spesso su carelli spinti dai commessi piuttosto che sulla rete. L’informatizzazione è parziale in ogni complesso passaggio giudiziario e sono proprio queste strozzature che allungano a dismisura i tempi della giustizia.

Intervenire sulla durata dei processi, limitando i tempi per poterli svolgere e lasciando in vigore la prescrizione non è una soluzione, ma solo una toppa messa a un sistema vecchio e logoro. Una scorciatoia per poter adempiere alle richieste dell’Europa, cercando di nascondere ai cittadini che la politica ha sempre reso complicato il lavoro giudiziario, invece che agevolarlo. Negando che la colpa delle lungaggini sia da cercare in chi legifera e non in quanti applicano le leggi.

Se questa riforma si dovesse realmente definire con i contorni che si stanno delineando il maltrattamento di animali e tutti gli altri i crimini commessi rischiano di restare impuniti. Con buona pace di chi dice che la riforma aggiusterà tutto. Insieme ai delitti contro gli animali rischiano di finire impuniti anche i crimini contro l’ambiente e tutti i reati contravvenzionali, caccia compresa, che hanno già tempi di prescrizione più brevi.

Abbiamo bisogno di avere una giustizia efficace, che sia in grado di ristabilire un reale potere di deterrenza contro il crimine

Da cittadino che ha frequentato tribunali e procure dico che questa idea di riforma non mi piace. E non lo dico soltanto per essere stato dalla parte dell’accusa perché negli anni, per le mie attività, sono stato anche indagato e processato. Per reati non commessi, però so perfettamente cosa voglia dire stare sul banco degli accusati, e quanto non sia piacevole, specie da innocenti. Ma questo non può vedermi favorevole al sacrificio della giusta applicazione della norma, sull’altare della velocità del procedimento.

La prescrizione e l’improcedibilità velocizzeranno i tempi di una giustizia volutamente asfittica, costretta a fare valutazioni già oggi su chi mandare sotto processo. In Italia l’azione penale sarebbe obbligatoria, ma il carico di lavoro obbliga le Procure a fare delle scelte, con i pubblici ministeri sommersi dai fascicoli, E così finisce che l’azione penale resta obbligatoria solo sulla carta, e questa non è giustizia.

Si potrebbe pensare di agire sulle denunce contro ignoti, che intasano gli uffici giudiziari anche quando la speranza di identificare il responsabile è nulla. Per non parlare delle notifiche, dei riti processuali, di un’informatizzazione carente e non omogenea. Se questa ipotesi di riforma passasse con i contorni che si delineano la tutela di animali e ambiente sarà sempre più lontana e meno efficace. Ma anche la possibilità di ottenere giustizia per i cittadini.

I collari elettrici sono una tortura legale: qualcuno smette di venderli ma altri continuano a produrli

I collari elettrici sono una tortura legale: qualcuno smette di venderli ma altri continuano a produrli

collari elettrici tortura legale

I collari elettrici sono una tortura legale, essendo un prodotto che si trova in libera vendita pur essendo sanzionato (quasi sempre) l’impiego sui cani. Una questione molto dibattuta che ha portato alla pubblicazione di diversi articoli anche su questo blog. Il principio su cui si basa il loro funzionamento è l’erogazione di scosse elettriche ad alto amperaggio, rilasciate dagli elettrodi posti sul collare. Che possono essere azionati con un telecomando oppure tramite un sensore.

Cani falchi tigri e trafficanti

Contro questa pratica dolorosa e per contrastare questi strumenti di tortura si sono mobilitate aziende e associazioni. Da tempo si chiede che questi congegni, venduti online e in molti negozi specializzati, vengano banditi dal mercato. Anche grandi aziende che vendono prodotti per animali si sono battute per il loro bando, come l’americana PETCO che ha smesso di venderli nel 2020. Creando una campagna pubblicitaria per spiegare le ragioni di questa decisione davvero encomiabile.

Ma per un colosso della grande distribuzione di prodotti per animali che si schiera, molti altri fanno finta di nulla, continuando a vendere i collari elettrici. A un mercato evidentemente molto più interessante di quanto si pensi, a giudicare dal numero di modelli disponibili in commercio. Destinati prevalentemente a addestratori senza scrupoli e a cacciatori, senza poter trascurare i clienti della versione anti-abbaio. Potrebbe sembrare incredibile che esista un gran numero di persone che acquisti questi strumenti, ma la realtà dimostra il contrario e quanto sia difficile ottenere il rispetto dei diritti degli animali.

Petco Stop the Shock Video from Edelman on Vimeo.

I collari elettrici causano forti dolori e gli impulsi colpiscono una regione molto sensibile del cane

Il fatto che l’uso dei collari elettrici sia una fonte di sofferenza per i cani è una certezza: per il dolore che causano con le scosse, per il condizionamento che ne deriva nei comportamenti. Ci sono argomenti sui quali sembra difficile ottenere attenzione, sarà perché il mondo venatorio è il maggior utilizzatore dei collari o forse perché non ci si è ancora impegnati seriamente per farli vietare. Pur nella consapevolezza che il loro impiego provochi danni e gravi sofferenze. Come dimostra un video prodotto dalla società per la protezione degli animali di Singapore SPCA dove i collari sono testati su atleti. Vedere le loro espressioni quando ricevono le scosse elimina la necessità di commenti.

In molti paesi europei come Slovenia, Germania e Svizzera i collari elettrici sono vietati e non ne è consentito il commercio, ma in Italia non è così. Certo sarebbe opportuno che il divieto fosse esteso a tutti i paesi della Comunità Europea, ma al momento siamo ancora molto, troppo lontani da questo obiettivo. Vi basta una veloce ricerca sulla rete per scoprire quanti siti offrano questa tipologia di prodotto, facendo scoperte quasi incredibili. Una delle realtà che produce e commercializza questi prodotti anche in Italia è la multinazionale Garmin. Un’azienda americana con sedi in tutto il mondo e con un fatturato, secondo quanto riporta nel suo sito, di ben 3.775 miliardi di dollari per il 2019.

Incredibile? Non proprio considerando che l’azienda, nota nel mondo per i suoi apparati GPS utilizzati in moltissimi settori, dedica a questi articoli un’intera sezione del suo sito in italiano. Alla voce “cani da caccia” potrete vedere un vasto campionario di questi collari.

Il pudore dei produttori e la consapevolezza di vendere un articolo ritenuto crudele da molti

Per avere la certezza che i collari venduti rilascino impulsi elettrici occorre compiere un’attenta ricerca nei libretti d’istruzione, anche in altre lingue, generalmente infatti si parla solo di stimolazione. Il prodotto è destinato a clienti che sanno già quello che cercano, ed è sempre meglio non attirare troppo l’attenzione. Dimostrando che esiste consapevolezza su quanto i collari elettrici siano osteggiati da chi ama i cani.

Ora sarebbe importante introdurre un articolo che aggiorni la legge 189/2004, norma che ha introdotto il delitto di maltrattamento di animali. Inserendo un divieto generalizzato di commercializzazione e di impiego dei collari a impulsi elettrici, sanzionando anche la semplice detenzione. Un cambiamento che potrebbe salvare moltissimi cani dai maltrattamenti messi in atto con la scusa di addestrarli.

Pitbull usato come fosse un’arma: ennesimo episodio di utilizzo criminale di un cane

Pitbull usato come fosse un’arma: ennesimo episodio di utilizzo criminale di un cane

Pitbull usato come arma
Foto di repertorio

Pitbull usato come fosse un’arma, da parte di uno spacciatore di droga che lo aizza contro i Carabinieri. L’ultimo episodio, ma solo in ordine di tempo, nel quale un cane viene impiegato come strumento per intimidire. Subendone poi le conseguenze, come in questo caso, considerando che il cane è stato ferito dagli agenti. L’episodio è accaduto a Milano, ma potrebbe essere successo ovunque, con protagonisti diversi ma razze di cani quasi sempre uguali. Che a causa di questi episodi, più frequenti di quanto si possa immaginare, godono di pessima fama.

cani falchi tigri e trafficanti

Non esistono cani pericolosi, ma solo cani che possiedono, per conformazione fisica, potenzialità di causare seri danni in caso di attacco. Per questo vengono scelti da piccoli criminali che li usano per minacciare, intimidire, aggredire dopo averli addestrati per stimolarne l’aggressività. Cani che iniziano a subire violenza sino da cuccioli, in mano a veri “padroni” che li vedono come strumenti e non come esseri senzienti. Un grande problema che sino ad ora ha portato solo a criminalizzare alcune razze, ma non ha portato a provvedimenti che tutelino realmente gli animali.

Il problema è più ampio e articolato dei cani usati da certe persone come armi. Il punto di partenza dovrebbe essere la tutela degli animali in senso generale, vietandone il possesso a chi ha sviluppato comportamenti violenti. Se da un lato bisogna evitare che un cane diventi uno strumento di offesa, dall’altro bisogna analizzare i vuoti normativi e prevedere nuove possibilità di tutela.

Un pitbull usato come un’arma rivela molte cose su un rapporto sbagliato fra uomini e cani

L’errore probabilmente è dovuto all’angolo di visione dal quale si osserva la notizia. Un pezzo di cronaca che parla di piccolo spaccio, di un balordo, un cane e di un controllo dei Carabinieri. Che aggrediti dal cane prima cercano di fermarlo con lo spray urticante e poi sparano, ferendolo. Letto così è soltanto uno dei tanti episodi di micro e macro criminalità che riempiono i giornali. Guardando l’episodio invece come fosse la punta di un iceberg le valutazioni potrebbero essere molto diverse.

Iniziamo con il dire che è difficile pensare che padrone e cane non fossero già stati segnalati alle forze dell’ordine. Certi comportamenti non passano facilmente inosservati. Ma spesso queste segnalazioni sono viste come poco rilevanti, nel contesto di degrado in cui hanno avuto origine. Occuparsi di queste situazioni è un problema per diversi motivi: di tempo, di competenze, di costi dei Comuni che non vogliono avere molossoidi che riempiono i canili. Che sono già pieni oltre il limite di cani di questo genere, che molto difficilmente troveranno adozione.

Così finisce che si lascia in mano a una persona violenta, con un profilo quantomeno da piccolo criminale, un cane, costretto a subire violenze e maltrattamenti. Sino a quando le situazioni non precipitano e qualcuno si fa male sul serio. Solo a quel punto tutto improvvisamente si anima, si torna a parlare di razze pericolose, di cani aggressivi e almeno per un po’ l’attenzione resta alta. Per poi tornare al solito e ordinario stato dei fatti: raramente certi maltrattamenti vengono perseguiti e la legge ha davvero uno scarso potere di deterrenza.

Bisogna cambiare le regole, ma anche alzare l’attenzione: il maltrattamento di animali spesso nasconde la violenza

Il nemico da battere, come sempre, dovrebbe essere il comportamento violento, senza distinzione se questo viene esercitato su uomini e animali. Una persona violenta resta sempre pericolosa e quello che oggi viene commesso sugli animali domani potrebbe avvenire sulle persone. Per questo sarebbe importante occuparsene il prima possibile, non solo con la repressione ma anche e soprattutto con la prevenzione.

Chi tiene cani per usarli come strumento di minaccia e li addestra per questo, con metodi che sono immaginabili, deve essere interdetto dal detenerli. Non soltanto cani, ma animali in generale. Questo divieto sarebbe auspicabile per tutti i soggetti che hanno precedenti per crimini violenti, per reati anti sociali e per gesti di intimidazione. Un animale non è per tutti. E dividere la propria vita con un altro essere vivente non deve essere considerato un diritto, senza condizioni.

I reati contro gli animali dovrebbero essere letti, sempre, come indicatori di pericolo per la società. Mai liquidati come reati di lievi entità. Guardando il mondo dei maltrattamenti con attenzione, lo dice la scienza, si possono scoprire molte cose. Tanto che da anni l’FBI scheda i responsabili di maltrattamenti agli animali in un database, usandolo durante le indagini su reati violenti e seriali. In Italia quest’ipotesi investigativa non è presa in considerazione. Sarebbe opportuno rivedere la normativa, cambiare le regole e aumentarne il potere di deterrenza.

Senza mai perdere la tenerezza: l’indifferenza verso la sofferenza non deve anestetizzare la nostra umanità

Senza mai perdere la tenerezza: l’indifferenza verso la sofferenza non deve anestetizzare la nostra umanità

Senza mai perdere la tenerezza

Senza mai perdere la tenerezza. Questo dovrebbe essere l’obiettivo di ogni essere umano, che sappia riconoscere nel termine “umanità” il rispetto e la compassione. In questi giorni si moltiplicano gli appelli a non consumare carne di agnello, per tantissimi validi motivi, che non sempre devono essere legati soltanto alla loro uccisione. Non soltanto alla morte, ma alla sofferenza del prima, che non può trovare giustificazione alcuna ai maltrattamenti gratuiti che sono riservati agli agnelli.

Cani falchi tigri e trafficanti

Gli agnelli sono il culmine di un problema che ciclicamente viene portato all’attenzione nei periodi che precedono la Pasqua. Il momento in cui centinaia di migliaia di animali sono sottoposti a estenuanti viaggi. Attraversando l’Europa e non soltanto, per finire sulle tavole. Trasportati malamente, sottoposti a maltrattamenti, macellati nel peggiore dei modi, senza rispetto nemmeno delle poche regole esistenti. Sofferenze causate dal profitto, da un economia che massimizza le rese, indifferente alla compassione.

Leggendo le cronache però sembrerebbe che troppi siano indifferenti di fronte alla sofferenza. Questo probabilmente è il vero problema della nostra società, che presta sempre meno attenzione ai diritti degli altri. Ma non bisogna pensare che questa pericolosa anestesia dei sentimenti riguardi solo gli animali. Basta aprire la cronaca per rendersi conto di sintomi preoccupanti di una società sempre più malata, sempre più arrabbiata e molto, molto distratta. Non più individui che formano una società, in senso esteso, ma una società fatta di individualità, collegate spesso per opportunità. Senza sentimento, senza empatia.

Senza mai perdere la tenerezza: il concetto di umanità è racchiuso in queste 5 parole

Il risveglio delle coscienze, il tentativo di creare una società migliore non dovrebbe essere considerato un sogno romantico, ma una priorità. In fondo una società anestetizzata, che non percepisce la sofferenza altru,i rappresenta un pericolo per ognuno, anche se ampiamente sottovalutato. Chi andrà in soccorso di una donna abusata, di un animale maltrattato, di una persona fragile se non siamo attenti alla sofferenza? Come mai ogni giorno gli abusi e le violenze sembrano comportamenti oramai abituali della nostra società?

Molti dividono la violenza e le sofferenze in comparti, spesso stagni. Uno molto grande per gli uomini e un altro per gli animali. Che a loro volta però si dividono in ulteriori partizioni: quelle degli umani per razza, genere, colore della pelle, religione e stato sociale. Per gli animali, invece, le divisioni principali sono legati al loro destino, dove quelli cosiddetti da compagnia si trovano in posizione privilegiata. Per poi scendere di livello, giù, giù giù fino agli animali buoni da mangiare e a quelli spesso giudicati ripugnanti come ratti e serpenti.

Più si allontanano dai nostri sentimenti come tenerezza, rispetto, affetto e più questi esseri viventi entrano nella grande galassia dell’indifferenza. Quella che ci impedisce di provare non solo tenerezza di fonte alle loro sofferenze, ma di restarne in qualche modo toccati. E così gli abitanti della galassia dell’indifferenza, umani e non umani, perdono sempre più diritti, conquistando invece sofferenze più o meno profonde. Eppure non percepire questa situazione come un comportamento gravemente negativo rappresenta un pericolo per ognuno di noi. Una società indifferente alla violenza è una società pericolosa.

Riflettere sulla violenza e sull’indifferenza potrebbe essere un buon esercizio per allenarsi a un cambiamento di rotta

Tornando agli agnelli ci si può sentire migliori se non si contribuisce alla loro mattanza. Ma la cosa più importante è proprio provare tenerezza di fronte a un cucciolo, così simile a noi con la capacità di esprimerlo anche soltanto con lo sguardo in una fotografia. Mai come in questo momento presente abbiamo bisogno di iniziare a mettere in atto dei cambiamenti nei comportamenti, ma non solo. Abbiamo bisogno di fermarci a riflettere sui valori di questa società, di questa umanità che forse ha perso più di quanto abbia ricevuto. O forse meglio abbia creduto di ricevere.

Vogliamo davvero perpetuare un modello fatto di guerre, sfruttamento, devastazioni ambientali che ci ha portato a una costante perdita di biodiversità? Oppure questo potrebbe essere il tempo della consapevolezza, per iniziare una rivoluzione dolce ma ferma, capace di ribaltare quei finti valori che la finanza ci ha fatto credere che fossero tali? Le chiavi del futuro potranno essere l’arroganza oppure la condivisione. Ma la prima è un veleno che anestetizza le coscienze e ci destina alla nostra fine.

Cani liberi dalle catene: uno studio racconta la sofferenza degli animali costretti a stare sempre legati

Cani liberi dalle catene: uno studio racconta la sofferenza degli animali costretti a stare sempre legati

Cani liberi dalle catene

Cani liberi dalle catene che limitano i loro movimenti, che li riducono a oggetti per fare la guardia. Senza tenere conto delle sofferenze che le costrizioni permanenti causano ad animali sociali, che vogliono avere rapporti. Uno studio esamina a tutto tondo la realtà nazionale ma non solo, per cercare di contribuire al cambiamento. Un cane non è un oggetto, avere un cane non deve essere considerato un diritto, ma deve essere considerato nell’ottica di una condivisione di vita e bisogni. Eppure i cani tenuti a catena, segregati sui balconi o nei giardini, privati dei rapporti e della possibilità di esplorare il territorio sono tantissimi.

Cani falchi tigri e trafficanti

Nel rapporto realizzato da Green Impact con la collaborazione di Save The Dogs è stata fatta una fotografia di un fenomeno molto discusso quanto diffuso. Non soltanto in Italia ma in tutto il mondo, perché il cane è stato visto per molto tempo come uno “strumento” da utilizzare per fare la guardia alle proprietà. Senza preoccuparsi troppo della sofferenza, senza valutare se una catena, oltreché un vincolo, possa costituire un maltrattamento. Le tradizioni, anche le peggiori, sono sempre dure da cambiare e i cani tenuti a catena non fanno eccezione.

I cani sono animali sociali, hanno necessità di stabilire un contatto con chi li detiene, devono potersi muovere liberamente. Sentono il bisogno di socializzare con i loro simili, di potersi comportare secondo le loro necessità etologiche. Costituite dall’insieme dei comportamenti naturali, quelli che noi fin troppo spesso rifiutiamo di assecondare, per egoismo o per ignoranza. L’isolamento costituito da una vita passata a catena diventa così una condanna, una sofferenza causata dalla condizione che li obbliga a una vita vuota. Piena soltanto di costrizioni e di una noia senza fine.

Cani liberi dalle catene e dalle cattive condizioni di custodia che costituiscono un vero e proprio maltrattamento

Il primo rapporto sui cani a catena in Italia e nel mondo, non si limita a fotografare le differenti normative in vigore, in Italia e altrove, ma indica chiaramente i motivi che rendono il fenomeno inaccettabile. Partendo proprio dall’analisi dei bisogni dei cani e dalle alterazioni comportamentali provocate dallo stare a catena per lunghi periodi. Le gabbie, siano costituite da una catena, da un fossato o dalle sbarre rappresentano sempre una fonte di sofferenza, specie quando questa limitazione ha carattere permanente.

In Italia la normativa è a macchia di leopardo, anche perché questa materia è lasciata al governo delle singole Regioni e della loro politica. Rientrando nella normativa di carattere sanitario, piuttosto che in quella effettivamente legata al benessere degli animali. Che dovrebbe essere osservato e compreso con una visione più olistica e integrata di quanto spesso non riesca a vedere e ad attuare la sanità veterinaria pubblica.

Da un punto di vista culturale, vedere cani o altri animali legati a una catena o a una corda ci crea imbarazzo, soprattutto perché lo facciamo nei confronti di creature con le quali condividiamo la nostra vita. Nella maggior parte dei casi, si tratta di amici, non soltanto in senso generale (“i migliori amici dell’uomo”), ma in senso letterale, perché questi cani sono effettivamente membri di un dato gruppo di esseri umani.

Ádám Miklósi, Professore di Etologia presso l’Università Eötvös Loránd (Budapest, Ungheria) – (Tratto dal rapporto)

Liberare i cani dalle catene fisiche, senza tralasciare i necessari cambiamenti di visione sui diritti degli animali

Un cane, al pari qualsiasi altro essere vivente, ha dei diritti che dovrebbero essere giudicati inalienabili. Proprio come quelli che in via teorica riconosciamo o dovremmo realmente riconoscere ai nostri simili. Eppure oggi le conoscenze, ma anche il progresso culturale e morale, avrebbero dovuto condizionare i nostri comportamenti. In modo molto più positivo di quanto sia avvenuto nella realtà di ogni giorno.

I diritti degli altri, intesi come soggetti diversi dalla “nostra” comunità umana, fanno fatica ad affermarsi in quanto il riconoscimento dei diritti fa crescere il nostro carico di doveri. Questo avviene sia nei confronti delle persone che per gli animali, ai quali riconosciamo diritti variabili a seconda della specie: maggiori ai cani, molto minori ai maiali. Questi diritti ad assetto variabile non sono però sufficienti neanche a garantire il benessere degli animali a noi più vicini, come i cani. Per questa ragione ogni progetto, ogni studio che conduca sulla via della conoscenza è del rispetto deve essere considerato fondamentale.

Occorre liberare i cani dalle catene fisiche, ma anche da quelle invisibili che li tengono comunque lontani da noi -la loro comunità- e dai loro simili. Per far accadere questa piccola ma importante rivoluzione abbiamo necessità di comprendere che la convivenza impone sacrifici a tutti, ma anche momenti di gioia pura. Diversamente basta fare un passo indietro, decidendo che un antifurto è meno impegnativo di un cane, che un’ora di palestra è più comoda di passeggiate ad orari. Nessuno deve sentirsi obbligato a condividere la sua vita con un animale, ma anche nessun animale deve soffrire per la convivenza forzata con noi umani.

cani liberi dalle catene
Tratta dal rapporti stilato da Green Impact con Save The Dogs