Canile di Trecastelli, storia di maltrattamenti e di colpevoli mancanze di controllo

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Quella del canile di Trecastelli è storia di maltrattamenti di animali causati dai gestori, ma consentiti da mancati controlli e da spiacevoli connivenze. Una storia ordinaria purtroppo con frequenti ripetizioni in varie parti del paese, nella quale i colpevoli pagheranno sempre troppo poco. Se e quando arriveranno a essere condannati in modo definitivo questo accadrà grazie agli altri reati contestati, piuttosto che per maltrattamento di animali. Le pene per chi maltratta e la considerazione verso questo reato portano purtroppo a facili prescrizioni.

La storia del canile di Trecastelli, sequestrato nel gennaio del 2021, è la replica di vicende già viste, che si ripetono puntualmente con le stesse modalità. Un allevamento autorizzato per detenere 71 cani arriva a custodirne più di 800, dieci volte tanto il consentito. Se qualcuno si chiedesse come possa succedere una situazione tanto abnorme la risposta è davvero molto facile: chi doveva controllare, ancora una volta, non lo ha fatto. Per disinteresse, per interessi, per non dover affrontare un problema complicato, per connivenze con i titolari. Storie ordinarie, frequenti, che quasi mai portano a sanzioni che servano da deterrente.

Il Comune di Trecastelli, in provincia di Ancona, all’ultimo censimento contava poco più di settemila residenti, non certo una metropoli. In questi piccoli centri tutti conoscono vita, morte e miracoli di tutti e gli organi di controllo presenti sul territorio avrebbero dovuto essere informati su cosa accadeva nella struttura. Eppure sembra non esser stato così o forse tutti sapevano ma nessuno aveva voglia di intervenire, non sapendo come togliere le castagne dal fuoco. Nel frattempo però, in tutto questo, ci sono stati centinaia di animali detenuti, per anni, in condizioni orribili.

Il canile di Trecastelli è una storia di maltrattamenti ripetuti, sui quali sarebbe stato opportuno intervenire molto prima

Oggi a distanza di un anno dall’intervento dei militari del Raggruppamento Carabinieri Forestali CITES è stata chiusa l’indagine, portando la Procura della Repubblica di Ancona a chiedere il rinvio a giudizio dei responsabili. Per la commissione di reati gravi: in anni e anni le condotte criminose dei gestori hanno dato vita a una lunga catena di azioni criminali. Accaduti sotto gli occhi di chi doveva controllare, che in alcuni casi ha omesso di farlo mentre in altri ha agevolato colpevolmente i gestori di questa struttura. Se questo sia avvenuto per soldi o per altre utilità sarà la magistratura a stabilirlo. Certo è che i pubblici ufficiali che non hanno fatto il loro dovere sono colpevoli almeno quanto i gestori.

Le omissioni, colpevoli e dolose, hanno portato a uno dei più grossi casi di disastro sanitario, in ambito veterinario, avvenuti nella Regione Marche e non soltanto. I gestori del canile risulta che abbiano importato illegalmente cani dall’Est Europa, con tutti i rischi sanitari connessi. Rendendosi anche responsabili di aver fatto scoppiare un focolaio di brucella canis, zoonosi trasmissibile all’uomo. Un caso al momento unico in tutta Europa che aveva portato, nel giugno del 2020, al blocco sanitario del canile. Senza che fossero adottati provvedimenti per migliorare le condizioni di vita dei cani.

Ora dopo le indagini svolte dalla Procura sono emerse varie responsabilità, anche molto gravi, che hanno portato alla richiesta di rinvio a giudizio per i proprietari dell’allevamento. Che si trovano in buona compagnia, considerando che risultano coinvolti anche il comandante della Polizia Locale, insieme a veterinari pubblici e privati. Con un costo per l’amministrazione regionale che ad oggi sembra aver superato il milione e mezzo di euro, per mantenimento e cura degli animali in sequestro. Un disastro annunciato per i cani che sono transitati in questi anni dall’allevamento, ma anche per le casse pubbliche e per le associazioni coinvolte. Che hanno dovuto intervenire per cercare di aiutare gli animali e trovare, quando possibile, adozioni.

Servirà questa lezione per far comprendere la necessità di interventi tempestivi sui maltrattamenti e contro i traffici di animali?

Probabilmente la risposta è no, considerando i precedenti e consultando le cronache di molti altri episodi analoghi di traffici e maltrattamenti. Che hanno riguardato non solo i canili, ma tutti i settori ove vi fosse presenza di animali e quindi sottoposti a vigilanza veterinaria. Se da una parte è vero che la sanità pubblica si trova in grande crisi, dall’altro appare evidente che il meccanismo dei controlli si inceppi troppo spesso. Le origini di questo problema vanno cercate (anche) altrove. Per esempio nel fallimento del sistema di controllo sulle attività dei veterinari pubblici, anche grazie a una catena di comando con troppe figure “politiche” ai vertici.

Quando i veterinari ufficiali non fanno carriera “solo” per meriti, ma anche per sponsorizzazioni del politico di turno il sistema va in crisi. E con lui tutto quello che la sanità pubblica veterinaria deve presidiare. Una vigilanza che riguarda gli animali ma soprattutto la tutela della salute umana. Se naufraga il sistema dei controlli veterinari si mette in pericolo l’intera collettività. Lo indica il criterio “OneHealth” che ci vede tutti, uomini e animali, sulla stessa scialuppa, visto che la barca pare essere affondata già da tempo. La politica partitica ha avvelenato i pozzi, da quando ha deciso di non scegliere fra i migliori i suoi dirigenti, ma spesso solo fra i più vicini. Mortificando chi lavora con passione, restando indipendente dalla politica.

Non passa giorno. quando le associazioni denunciano e la magistratura fa il suo lavoro, che non vengano accertate situazioni terribili per gli animali. Pericolose anche per la salute umana, ma troppo spesso seppellite sotto omissioni e convenienti valutazioni da parte di chi è pagato per vigilare. Un circolo vizioso che va spezzato, ricordando a tutti gli organi di controllo e ai pubblici ufficiali che segnalare un reato è per loro un obbligo. Prevedendo pene ben più severe delle attuali per chi consenta, agevoli o non persegua fatti gravi come questi.

Canile di Trecastelli
Il servizio dei Carabinieri trasmesso dal TG3 delle Marche

Fermiamo le carrozzelle con cavalli: una sofferenza per gli animali diventata oramai inaccettabile

fermiamo carrozzelle con cavalli

Fermiamo le carrozzelle con cavalli, diventate il retaggio di una tradizione vecchia di secoli, quando gli animali erano considerati poco più che cose. Tempi che sono passati spesso solo in apparenza, nascosti sotto una coperta fatta di parole che quasi mai si traducono in azioni. Anni connotati da un rispetto tanto sbandierato quanto poco messo in pratica, nonostante un’opinione pubblica sempre più attenta alla sofferenza animale. Le carrozzelle a cavalli che, anche in quest’estate torrida, corrono sull’asfalto rovente delle città sono la prova dell’inazione della politica, della poca attenzione dei Sindaci.

Per fermare le carrozzelle trainate dai cavalli servirebbe solo la volontà e un poco di sensibilità. Non si tratta di mettere sulla strada dei lavoratori ma soltanto di sostituire le poche licenze dei vetturini con altrettante di taxi, ponendo fine a una sofferenza, per gli animali, incompatibile con i tempi. Dove non è più accettabile lasciare animali in mezzo al traffico, sotto il sole, per soddisfare qualche turista disposto a pagare, a caro prezzo, questo souvenir.

Il trasporto con animali è un fenomeno europeo, ma meglio sarebbe dire che è una piaga mondiale. Dove gli animali sono immotivatamente sfruttati solo per accontentare turisti insensibili alla loro sofferenza. Almeno una volta tanto noi italiani, che sul rispetto dei diritti animali arriviamo sempre buoni ultimi, potremmo dare il buon esempio. Modificando il Codice delle Strada e vietando l’uso di veicoli a trazione animale sulle vie pubbliche. Basterebbero davvero solo poche righe, ma più le cose si presentano facili e più nella realtà sembrano trasformarsi in mostri invincibili.

Fermare le carrozzelle con i cavalli sarebbe un atto di civiltà e di buon senso

Sono anni che se ne parla, sono anni che i politici, almeno quelli che si dicono attenti ai diritti degli animali, presentano disegni di legge, propongono modifiche. Che servono più a ottenere buona pubblicità sui giornali che non a tradursi in atti concreti e concludenti. In un paese dove spesso i provvedimenti da adottare vengono presentati come cosa fatta, mentre, nella realtà, i più sono destinati a restare nei polverosi cassetti delle commissioni. Eppure da poco tempo i diritti degli animali sono anche nominati all’interno della nostra Costituzione.

Cani falchi tigri e trafficanti

Un inserimento che da molti era stato salutato come un segno di progresso, portatore di grandi riforme e di una nuova considerazione dei diritti degli animali. Un cambiamento davvero storico? Anche se poi i Sindaci non provvedono a emettere nemmeno un’ordinanza che vieti da aprile a settembre, i mesi più caldi, il divieto di usare i veicoli a trazione animale? Provvedimenti spesso promessi in campagna elettorale, ma mai tradotti in realtà, per disinteresse o per calcolo.

L’arte della politica non è più quella di cercare di soddisfare i bisogni dei cittadini, ma bensì quella di non scontentare le molteplici categorie di elettori. Una sorta di infinito gioco “dell’un colpo al cerchio e uno alla botte“, dove si accontentano tutti e non si soddisfa nessuno. Spesso con la complicità dei media, così poco attenti nell’individuare quando il re è nudo, ma capaci talvolta di cercare sempre nuovi vestiti per il potente di turno. Facendo brillare come fari quei casi di informazione libera, alla quale siamo così poco abituati anche dal nostro servizio pubblico, che per questo è nostro.

Le carrozzelle trainate dai cavalli sono il paradosso di questi tempi, dove l’interesse di pochi prevale sui diritti di molti

L’Italia è un paese in costante campagna elettorale, con una politica che ha spesso dimostrato di non essere capace di tutelare la collettività. Riuscendo anche ad allontanare da se una buona parte della società civile, che evidentemente ha gettato la spugna. Consapevole che sarà difficile riuscire a cambiare davvero qualcosa. Ma se non fermiamo le carrozzelle con i cavalli, una cosa da poco, possiamo davvero credere che questo paese cambi? Che l’Italia possa imboccare la strada della transizione ecologica, dove gli interessi in gioco sono ben più corposi e numerosi?

Certo sono momenti difficili, ma sono proprio le difficoltà quelle che fanno capire la stoffa dell’equipaggio che tiene la barra dritta, che segue la rotta. Sicuramente ci sono le priorità, che però non dovrebbero essere assolute, ma andrebbero incrociate con le possibilità e i costi. Certo fermare la guerra alle porte dell’Europa è priorità assoluta, ma incrociata con le attuali possibilità di riuscirci rende l’obiettivo doveroso, ma non immediatamente ottenibile. Mentre fermare le carrozzelle trainate dai cavalli è proprio poca cosa, facile, facile.

Cerchiamo di far progredire il nostro paese, visto che la civiltà di un popolo sta anche nel modo in cui dimostra capace di saper tutelare i più deboli. Cerchiamo di attuare almeno le cose facili, che sottraggono sofferenza, che sono educative perché ci sono azioni che allargano la mente e non soltanto il cuore. Dimostriamo di avere attenzione verso la sofferenza dei deboli, senza distinzione di colori o razze perché in questo tempo di incertezze l’unica davvero granitica è che siamo tutti animali. Mentre il dubbio resta sempre quello: la nostra discesa dagli alberi ha davvero dato buoni frutti per il pianeta?

Il cinodromo di Maserada sul Piave è un progetto fuori dal tempo, che causa maltrattamenti e probabili scommesse clandestine

cinodromo maserada sul piave

Il cinodromo di Maserada sul Piave, non ancora ufficialmente inaugurato, è un progetto fuori dal tempo, che non tiene conto dei cambiamenti culturali della società. Da tempo in tutto il mondo sono in corso battaglie per arrivare alla chiusura di queste strutture, spesso con successo, mentre questo piccolo comune del trevigiano procede al contrario. Con l’aiuto insospettato di ENCI che per 15 anni gestirà la struttura. Un vero controsenso per un ente che dovrebbe avere a cuore non solo le razze ma anche il benessere degli animali.

Le corse dei cani sono un retaggio del passato; in Italia dove gli ultimi due cinodromi, a Roma e Napoli, si sono chiusi alla fine degli anni ’90, dopo la cessazione di tutti gli altri impianti. Una volta le corse dei cani erano eventi sui quali si poteva scommettere, un’attività che ora non è più possibile praticare legalmente, contrariamente a quanto avviene per i cavalli. Ci si interroga quindi sulle motivazioni che hanno convinto il sindaco di Maserada e la sua giunta a dare vita a questo progetto, che accontenta solo un piccolo numero di appassionati.

Ben sapendo che dietro le competizioni con gli animali si possono celare maltrattamenti, comportamenti scorretti e un giro di scommesse clandestine. L’impianto, che doveva essere inaugurato il 12 giugno, con una giornata di corse, non è stato ancora aperto al pubblico. Ufficialmente in quanto non sarebbe stato ancora ultimato. Ma le motivazioni potrebbero essere anche altre.

Il cinodromo di Maserada sul Piave fa infuriare le associazioni che si occupano di difendere i diritti degli animali

Moltissime le organizzazioni che hanno deciso di far guerra al cinodromo, ben sapendo cosa si nasconda dietro le competizioni di racing. Queste gare vedono levrieri lanciati a tutta velocità all’inseguimento di una finta lepre, che non riusciranno mai a prendere. Secondo il Comune e l’ENCI l’impianto, costato 160 mila euro, servirà solo per attività connesse all’allevamento e alla conservazione del patrimonio zootecnico. La spiegazione non convince le associazioni. Con il rischio plausibile di incidenti ai cani durante le gare.

Si è attivato anche Andrea Zanoni, già deputato e ora consigliere della Regione Veneto. Che in un comunicato stampa dice che “si tratta di uno scempio che vede distruggere un prato stabile ad alta valenza ambientale. In un’area tutelata dal Piano faunistico venatorio e di collegamento con l’adiacente sito di Rete Natura 2000 delle Grave del Piave. Soprattutto l’intervento dell’agronomo Claudio Corazzin è stato illuminante, evidenziando come il Piano di assetto territoriale stabilisca che nell’area del Parabae sia vietato realizzare nuovi sentieri e vadano invece protetti e ampliati i prati stabili”.

Un pasticcio che rischia di finire prima in un esposto alla Corte dei conti e che potrebbe finire anche per interessare la magistratura ordinaria. Qualcosa in effetti sembra non funzionare nel progetto e il continuo crescendo di polemiche ha messo questa decisione sotto i riflettori della cronaca. Andranno chiarite le motivazioni che hanno portato il Comune di Maserada a investire una somma ingente in un impianto di questo tipo.

Il Club del levriero difende a spada tratta l’impianto di Maserada, sostenendo che si tratti solo di un circuito per appassionati della razza

Forse non molti sanno che, oltre a un circuito di associazioni che si occupano di collocare i levrieri che non sono più in grado di correre, esiste un club che promuove le corse dei cani. Il Club del Levriero, oltre a diffondere la passione per questa razza, si occupa anche di sostenere queste gare fra cani, pur senza fini di lucro. Una passione che le persone attente ai diritti degli animali difficilmente possono ritenere etica e scevra da possibili maltrattamenti, come in tutte le competizioni con animali.

La corsa dei levrieri, infatti, prevede un addestramento del cane, che viene condizionato a inseguire una sorta di lepre finta. Un comportamento che è parte dell’istinto predatorio di questa razza, ma che viene amplificato e modellato. Come avviene per i rapaci usati nella falconeria. Cani addestrati a correre dietro una finta lepre, impregnata di odori che la fanno individuare come preda. Un mondo, questo del racing, destinato a piacere più ai padroni che non ai cani.

Senza poter escludere che in questa realtà molto di nicchia, si possa nascondere un giro di malaffare, costituito dalle scommesse clandestine. Che come sempre accade sono in grado di stimolare i peggiori comportamenti umani. E’ ora che qualcuno indaghi a fondo sulle motivazioni che hanno portato l’amministrazione ad accontentare un piccolo numero di privati. Usando fondi che avrebbero potuto essere impiegati per aiutare l’intera comunità di Maserada.

Elefanti e leoni per il film di Moretti: sofferenza immotivata e poco rispetto per gli animali

elefanti leoni film Moretti

Elefanti e leoni per il film di Moretti scatenano molte polemiche contro il regista. Accusato giustamente di non tenere in considerazione la sofferenza degli animali che vengono usati, senza motivo, per fare da comparse. Il famoso regista sta girando a Roma le scene per il suo ultimo film “Il sol dell’avvenir”, usando anche animali selvatici come elefanti e leoni. Animali che, seppur detenuti legalmente, sarebbero stati facilmente sostituibili. Usando le tecnologie a disposizione che permettono di realizzare scene con animali senza che siano in carne e ossa.

La scelta di Nanni Moretti di usare animali veri per girare ha fatto infuriare le associazioni. Che giustamente si interrogano sulla necessità di fare scelte del genere quando esistono alternative. Roma sta dimostrando davvero molto poca attenzione nei confronti degli animali, dei loro diritti e delle problematiche causate da scelte poco attente. Sindaco dopo sindaco si ripetono proclami, dichiarazioni di attenzione e promesse. Regolarmente non attuate.

Il sindaco Roberto Gualtieri, succeduto a una inconcludente Virginia Raggi su animali e ambiente, non ha certo preso in mano il timone della città, sotto questo aspetto. I rifiuti attirano in città i cinghiali, con tutte le conseguenze del caso, la gestione dei canili convenzionati fa acqua da tutte le parti e le botticelle trainate dai cavalli sono sempre lì. A completare il quadro di un disastro costante, indegno di una capitale europea, mancavano solo gli elefanti e i leoni di Moretti.

Elefanti e leoni per il film di Moretti sono soltanto l’ultima dimostrazione di un’amministrazione capitolina che ignora i diritti degli animali

Gli uffici comunicazione di molti Comuni italiani fanno dichiarazioni di grande attenzione verso i diritti degli animali, destinate a restare lettera morta nella pratica. La politica è sempre attenta a cavalcare quello che piace agli elettori, salvo poi non essere in grado di mantenerlo nella pratica. Rimediando inevitabili brutte figure ed esponendosi a critiche, queste si davvero feroci, sicuramente più dei leoni usati da Moretti. Il problema di questi mancati diritti poggia su due pilastri: ignoranza e convenienza. Che rappresentano poi i presupposti di molte scelte errate su questi temi, non solo a livello municipale.

I funzionari spesso non hanno nemmeno i rudimenti per comprendere cosa significhi la sofferenza animale e i politici scontano spesso questo fattore. Sarebbe un grande sbaglio pensare che un sindaco di una grande città come Roma sia quello che davvero l’amministra: in realtà valuta e segue i consigli di chi dirige i settori. Lo stesso discorso vale per gli assessori e dove manca la conoscenza spesso prevale la prepotenza: come quella dei vetturini delle botticelle che non accettano di dover entrare nella storia.

Risulta inconcepibile che ai nostri tempi, con climi peraltro sempre più caldi, ancora si peni di poter usare veicoli a trazione animale in una città come Roma. Eppure poche centinaia di addetti, ai quali si potrebbe dare una licenza di taxi, riescono di fatto a condizionare le scelte delle varie amministrazioni, facendo schiattare i cavalli sotto il sole, in un traffico impossibile.

Roma non è una città per animali e non ha risolto un disastro ambientale causato dalla pessima gestione dei rifiuti

Gli elefanti e i leoni usati da Nanni Moretti, che dovrebbe provare vergogna per aver fatto questa scelta, sono l’ultima punta di uno dei tanti iceberg che galleggiano nel mare magno romano. Gli uffici comunai hanno dato i permessi, senza pensarci troppo, del resto li chiede una star del calibro di Moretti. Che in questo caso si dimentica non solo di dire una cosa di sinistra, ma anche di fare una scelta intelligente, al passo con i tempi. Verrebbe da dire che forse è un regista troppo vecchio per usare tecniche relativamente recenti. Ma sarebbe una scusa sin troppo facile.

La capitale dell’Italia rappresenta, forse, lo specchio di quello che è il nostro meraviglioso paese, che fatica a stare al passo con i tempi, che arriva sempre tardi sulla transizione ecologica, che separa nettamente il mondo della parola da quello dell’azione. Lasciando spesso i cittadini più attenti smarriti da tanta mancanza di coraggio. Una capitale che manda centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti all’estero perché in anni non ha saputo come risolvere, come affrontare un’emergenza ambientale. Dopo aver inquinato con le discariche ora inquina per far viaggiare camion stracarichi di immondizia per le strade d’Europa, ma la luce di un’idea nuova pare ancora non essersi accesa.

Così il problema diventano i cinghiali, che dovrebbero essere visti invece come le conseguenze di un problema. Se in città non ci fossero tonnellate di rifiuti lasciate in giro, che creano un supermarket per tutti gli animali in cerca di cibo a basso costo energetico, non ci sarebbero neppure loro. Ma siccome un colpevole serve sempre eccolo qua. Ma se parliamo di porci i veri suini quadrupedi questa volta, ancora una volta, sono solo vittime. Proprio come i leoni e gli elefanti di Moretti.



Il bulldog inglese e Zlatan Ibrahimović: storia senza lieto fine de “Il bandito (il cane) e il campione”

bulldog inglese Zlatan Ibrahimović

Il bulldog inglese e Zlatan Ibrahimović: una storia che potrebbe essere raccontata partendo dal titolo di una famosa canzone di Francesco De Gregori. Dove il bandito (voce del verbo bandire) è il cane, appartenente a una razza che i veterinari chiedono di non riprodurre, e il campione Ibra, che vince anche per la scarsa attenzione ai diritti animali. Ma si sa che le star spesso si preoccupano più di soddisfare i propri bisogni che di essere degli esempi.

I giornali hanno dato con grande rilievo la notizia che il famoso calciatore Zlatan Ibrahimović sia andato a visitare un allevamento di bulldog. Per acquistare un cucciolo, proprio di una razza brachicefala al centro di grandissime polemiche. Non soltanto da parte dei difensori dei diritti degli animali, ma degli stessi veterinari. Che chiedono di arrivare a un’estinzione dolce delle razze dei cani che non respirano. Maltrattati da una genetica sempre più esasperata.

Zlatan Ibrahimovic
Immagine tratta dal sito web de Il Resto del Carlino

Il bulldog inglese è un cane con mille problemi di salute, che vanno dalla difficoltà di respirare a quella di partorire, motivo per cui quasi sempre le nascite avvengono con il taglio cesareo. Per non parlare delle mille altre patologie che affliggono l’esistenza di questo cane, sacrificato sugli altari, spesso bizzarri, dell’estetica. Con grande indifferenza verso la costante sofferenza provata da questi animali e senza minimamente voler ascoltare le prese di posizione sempre più frequenti dei veterinari.

Il bulldog inglese e Zlatan Ibrahimović, calciatore e cacciatore già al centro di mille polemiche per passioni sempre meno condivise

Ci sono persone che approfittano della loro popolarità per essere degli esempi, altre che si accontentano di essere molto popolari e molto ricchi. Sul fronte del rispetto degli animali e di una visione ecologista certo non spicca Ibrahimović, che non sembra preoccuparsi troppo delle critiche, per essere anche un amante della caccia. Del resto non è un cacciatore come gli altri, visto che non va a caccia in riserva ma si compra diverse riserve di caccia, il che fa per lui evidentemente una bella differenza. Nessun problema neanche sulla scelta dei cani, assolutamente sereno nel dare un cattivo esempio.

Del resto sui cani brachicefali, quelli che non respirano e che sono da decenni maltrattati geneticamente, si trova in buona compagnia. Con altri personaggi famosi molto amati dal grande pubblico, come Chiara Ferragni e Federica Pellegrini, Volti noti che probabilmente non riflettono sul danno compiuto, stimolando le scelte che hanno portato il bulldog francese a essere il cane più richiesto. Nonostante le oramai costanti e pressanti richieste dei veterinari di vietarne per sempre la riproduzione, per evitare animali fatti nascere per diventare dei malati cronici.

Appare chiaro che vi sia una netta prevalenza dell’estetica sull’etica e che questo comporti delle conseguenze nei nostri rapporti con gli animali. Mancando una cultura del rispetto sui loro diritti minimi, sulle problematiche di salute indotte o sulle conseguenze della cattività tutto diventa possibile. Quando non si cerca di intercettare le motivazioni, di capire perché è sbagliato acquistare cani che non respirano (e non solo), l’unico parametro diventa il “mi piace”. Che si traduce in “lo voglio perché anche Ibra ha un bulldog”, così basta un selfie ed il gioco è fatto.

Il maltrattamento genetico dovrebbe essere considerato un crimine, con l’aggravante della premeditazione

Non è un’esagerazione ma la presa d’atto di una realtà: continuare a riprodurre cani portatori di patologie che rendono la loro vita difficile è un atto crudele. Che andrebbe perseguito perché compiuto per motivi abietti e futili, con l’intento di assicurarsi un profitto ignorando la sofferenza causata agli animali. Una questione che sia Ibra che Federica Pellegrini dovrebbero poter capire con facilità, avendo fondato il loro successo in buona parte proprio sul buon funzionamento dei loro polmoni. Un bulldog non potrà mai essere un atleta, non potrà mai correre a perdifiato mentre andrà incontro a problemi di ogni genere.

La foto del calciatore più famoso del momento con un cucciolo di bulldog avrà sicuramente generato un picco di richieste. Un’operazione di marketing per l’allevamento che le ha pubblicate sui social, un colpaccio anche per chi vende questi cani sulla rete. Il peggio del peggio perché almeno i cani di razza hanno degli standard da rispettare per avere un pedigree, ma su internet ci sono spesso solo cani somiglianti. Cani che non possono avere pedigree, che non sono di razza e che hanno ancor più tare genetiche dei loro blasonati sosia. Un vero disastro per il benessere degli animali.

L’agnello e la compassione intermittente: storia crudele del mancato rispetto e della pietà relativa

agnello compassione intermittente

L’agnello e la compassione intermittente, quella che molti provano solo a Pasqua e non verso gli animali in genere. Eppure compassione e rispetto sono due sentimenti che potrebbero contribuire molto al miglioramento della nostra specie. Stati d’animo spesso sbandierati, talvolta raccontati ma non davvero provati, alcune volte suscitati solo da alcune specie, da alcune razze o da colori della pelle. Una sorta di intermittenza emotiva, un circuito altalenante e selettivo. Tant’è che non tutti gli animali generano gli stessi sentimenti.

Si potrebbe dire che compassione e empatia sono stati d’animo che abbiamo reso selettivi. Sulla base della tenerezza, del pericolo che incutono o del ribrezzo che suscitano. Quindi, se questo è il punto, questi sentimenti non devono essere visti come virtuosi, considerando che non coprono il senso della la vita come tale, ma solo quello di alcune creature. E talvolta nemmeno quelle. Durante il periodo pasquale molti si indignano per l’uccisione degli agnelli, per poi dimenticarsene, per non fare nulla per dar loro una sorte diversa.

Il claim pasquale diventa una sorta di inno alla vita degli agnelli, meno dei capretti, molto meno per i maialini e via via a scendere. Sino all’ultimo anello della catena rappresentato da pesci e affini. Mangiare agnelli a Pasqua, per chi consuma carne, non diventa così riprovevole: non vedendo differenza nella scelta e non comprendendone le motivazioni. Che invece ci sono e dovrebbero essere viste e comprese anche da quanti la carne la consumano. La limitazione del danno passa attraverso la conoscenza, non dalla difesa a oltranza dei propri piaceri o delle tradizioni.

L’agnello e la compassione intermittente: quella suscitata da alcuni animali e non da altri, senza pensare alle condizioni di vita e alla sofferenza

Come per tutti gli argomenti anche qui possono esistere concetti assoluti, come fare scelte vegane, e altri relativi come scegliere di consumare meno carne e pesce, cercando di evitare le provenienze da allevamenti intensivi. Scelte di buon senso che, come tutte le decisioni mediate, spesso non piacciono a nessuno. Non ai vegani, che le giudicano troppo facili e non risolutive, non a chi pensa che gli animali siano allevati per finire in pentola. Eppure oggi sono queste scelte a fare la differenza.

Nel cibarsi di animali ci possono essere decisioni che potrebbero migliorare le cose: un agnello resta sempre un cucciolo, ma se non venisse trasportato come se si trattasse di un carico di bulloni sarebbe certo meglio. Invece è proprio questo che avviene: animali strappati alle madri, fatti viaggiare in condizioni disumane e macellati peggio del solito. L’aumento della richiesta è come il sonno della ragione, genera mostri. Con pochi, pochissimi controlli su trasporto e macellazione. Un motivo universale per non mangiare agnelli e capretti.

Bisogna spendersi di più per informare le persone, per far loro capire come il mancato rispetto e una pietà ondivaga non vadano bene. Con una comunicazione che abbia il coraggio di non parlare solo alla pancia delle persone ma anche alla loro testa. L’emozione è passeggera, può crescere di fronte a una foto e scomparire leggendo un menù: il cervello crea spesso dicotomie. Per questo bisogna parlare alla testa: le convinzioni sono meno temporanee delle emozioni.

Diffondendo la cultura del rispetto si crea consapevolezza e non solo emozione: le due cose unite amplificano il risultato

La comunicazione sceglie spesso le frasi emotive, quelle che fanno scattare il click o la donazione. Se si privilegia la ragione il risultato è più difficile da raggiungere rispetto all’emozione. Un esempio che conosco bene: quando ho tolto la pubblicità dal blog ho detto che era per rispetto dei lettori, stimolando a offrire una piccola cifra per sostenere questo sforzo. Il risultato dopo molti mesi è che ho ricevuto offerte per ben 2,5 euro. Eppure il rispetto del lettore è un argomento forte, quando viene compreso. Ma va benissimo così.

Troppo spesso le scelte le decide il marketing perché tutti si occupano di raccogliere fondi, anche le cause più nobili. Ma credo occorra mediare fra la corretta informazione, quella che fa crescere la consapevolezza, e la pura raccolta di fondi. Che va benissimo per situazioni emergenziali come la guerra, dove non c’è il bisogno di convincere alcuno che i conflitti siano di per se orribili, dove basta raggiungere l’obiettivo economico e avere la coerenza di rispettarlo.

Quando lo scopo, invece, è quello di raccontare situazioni per essere artefici di un cambiamento allora il comportamento deve essere diverso. Il cardine dell’operazione deve diventare l’errore di consumare animali provenienti da situazioni crudeli, non la raccolta fondi che passa a essere una subordinata. In questo modo si avranno forse meno donazioni, ma si sarà contribuito a creare nuove convinzioni. Quelle che servono a cambiare la società, quelle che ci potrebbero traghettare verso una collettività più attenta ai diritti. Diversamente si crea il marketing che accresce la temporanea illusione di aver combattuto un errore tragico; non quello di mangiare agnello (o non solo) ma quello di far viaggiare anime animali anziché carni, come si chiede da tempo.