Violenza sul cane Aron: sul banco degli imputati è seduto lo Stato

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Violenza sul cane Aron: sul banco degli imputati è seduto lo Stato per manifesta incapacità di garantire i diritti ai più deboli. Una bruttissima storia quella di Aron, cane bruciato vivo a Palermo e morto dopo giorni di agonia. La persona senza fissa dimora responsabile del gesto è stata identificata e denunciata ma, ora, la Procura di Palermo dice che non può essere processata. Una perizia ha stabilito che l’uomo non è in grado di intendere e di volere e, di conseguenza, non è imputabile. Una delle pochissime certezze del nostro diritto penale: non si può punire una persona incapace, che deve essere curata non incarcerata.

L’uomo che ha seviziato Aron è un senzatetto, affetto da gravi problemi psichici. Una persona che viveva e tutt’ora vive in strada perché non ci sono strutture per accoglierlo, per curarlo, per renderlo innocuo. Un individuo malato, incapace ma socialmente pericoloso che viene lasciato dallo Stato in strada, libero di far del male. Un essere umano che in strada non doveva esserci già al tempo delle sevizie al povero Aron, perché era stao imposto il ricovero in una comunità assistita. Ma il posto non era disponibile, le risorse non bastano e le persone, povere, malate non vengono curate.

Una vittima proprio come Aron: due vite sfortunate che si sormontano, dove carnefice e vittima vivono all’interno della stessa anima. Dove un cane, incolpevole, subisce sevizie gravissime perché lo Stato, tanto si indigna ma poi getta la spugna con gran dignità, come cantava De Andrè. Sarà perché i disperati non votano, sarà perché gli ultimi sono invisibili anche quando urlano la loro follia, ma questa è purtroppo la storia.

Violenza sul cane Aron: sul banco degli imputati deve sedere chi ha permesso di non vedere la follia

Ora tutti si indignano perché la Procura non può processare un incapace, mentre bisogna protestare perché questo individuo non è stato sottoposto alle cure. Come fa quest’uomo a essere ancora per strada, con tutto il suo carico di follìa, solo perché sembra non ci siano posti liberi? Il nocciolo della questione è che quando le persone con disturbi psichiatrici sono più numerose dei posti restano libere di circolare, con il rischio che possano usare violenza? In un paese dove per la Sicilia si trovano i soldi per il ponte, ma non quelli per garantire sicurezza e salute dei siciliani.

Aron era uno dei tanti cani sfortunati del canile di Palermo, una realtà nota in tutta Italia per il disastro in cui versa da decenni, senza soluzione di continuità. E proprio nel canile pubblico, secondo Il Corriere, fu affidato alla persona che lo ha seviziato portandolo a morte. Certo i canili scoppiano e, purtroppo, con le nostre leggi procurarsi un cane è la cosa più facile del mondo, anche per una persona con disturbi della psiche. Ma è inconcepibile, gravissimo, che un cane venga affidato dal servizio pubblico a una persona come il carnefice di Aron.

Per questo sul banco degli imputati, alla sbarra, dovrebbero esserci quei pezzi di Stato che hanno consentito che la nostra sanità, che i nostri servizi sociali precipitassero in fondo al baratro. Quella parte di classe politica che tanto promette e poco mantiene. E non solo sui diritti dei più fragili, che sono sempre garantiti più con le parole che con i fatti. Non possiamo prendercela con l’autore delle sevizie, ma con la nostra società che da troppo tempo tollera lo sperpero di risorse fatto sulle spalle dei più deboli. Una realtà in cui i drammi di vittima e carnefice coincidono e si sovrappongono.

Ripartirà il solito treno carico di promesse su leggi più severe contro chi maltratta gli animali

Ghiotta occasione per i politici, che in commissione giustizia proprio di questi tempi stan facendo scempio delle future tutele ma che, ora, useranno i media come tribune per lanciar proclami. Bisogna che i cittadini si interessino un po’ più della cosa pubblica. Che i difensori degli animali siano più concreti nelle loro richieste. Che si smetta di urlare soltanto sui social. Tempo che molti fra i difensori degli animali smettano di essere forcaioli.

Vorrei leggere sui giornali che in questa orribile vicenda il carnefice è anche una vittima. Che l’unico innocente, come spesso succede, è il cane Aron. Vorrei leggere che lasciare sola la follìa degli uomini è criminale, per i pericoli a cui espone la società, per le sofferenze che fa vivere ogni giorno agli individui posseduti da questo demone. Poveri esseri invisibili lasciati in balìa di onde troppo forti per poter giungere da soli in un porto sicuro.

La tratta dei cuccioli rende più della droga, con minori rischi

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La tratta dei cuccioli rende più della droga, con minori rischi: un dato che non può essere contestato ma che agita fin troppi interrogativi. Al di là del sensazionalismo creato con il titolo la verità è che la realta supera la fantasia, aprendo scenari di tutto rilievo sotto il profilo economico. Seguire i soldi è un modo per intercettare i crimini e la realtà è che chi delinque non ha etica, ma molto spesso ha cervello e sa far di conto. In più, a differenza di quanto avviene con altri traffici la tratta dei cuccioli comporta rischi bassi e una clientela davvero poco pericolosa.

Ho seguito questo fenomeno dagli albori, intorno agli anni 80/90, quando pochi ancora sapevano dove fosse Pecs e conoscessero il suo mercato. A Pecs, in Ungheria è nato il business, che è partito dai cofani spalancati dei bagagliai delle auto dei commercianti che vendevano cani di simil razza per pochi soldi. Un mercato agricolo, dove passava anche una buona parte del traffico degli animali esotici. Una piazza che era ben conosciuta da chi in Italia trafficava con questi animali, che affollavano i negozi.

In principio tutto partì proprio dagli stessi soggetti che trafficavano esotici. Personaggi che avevano capito quanto fosse redditizio comprare un cucciolo di finta razza per pochi fiorini ungheresi (l’euro era ancora lontano da venire). Per poi rivenderlo a caro prezzo in Italia. Commercianti che avevano base in Lombardia, Veneto e soprattutto in Emilia Romagna, dove erano già attivi con la vendita di esotici: dalla tigre alla scimmia, dal gufo al pappagallo amazzone. Un commercio che movimentava molti milioni di lire in Italia e aveva poco contrasto, per mancanza di interesse e per assenza di norme chiare. Per questo in quegli anni era un mercato fiorente, senza regole, vantaggioso.

La tratta dei cuccioli ha fatto scorrere fiumi di denaro negli ultimi decenni, senza essere mai combattuta davvero

Così per avere mercato i trafficanti si inventarono le mostre mercato, le fiere del cucciolo, che di piazza in piazza montavano tendoni da circo e affittavano i palazzetti, ufficialmente per esibire cani. Ma se la vendita in fiera non era consentita, per ragioni legali, era lì che si raccoglievano soldi in nero e prenotazioni: alla chiusura i cuccioli sarebbero stati consegnati nei parcheggi degli stadi, vicino alle rotonde, ovunque vi fosse spazio per accogliere un centinaio di persone. Che potevano così ritirare i cuccioli che avevano pagato anche 3/400 milla lire. Rigorosamente in nero.

Cuccioli provenienti dal mercato di Pecs, che venivano ripuliti in Italia grazie a veterinari senza scrupoli che compilavano libretti sanitari falsi. Dopo qualche giorno iniziava, purtroppo, a comporsi la lunga scia dei cuccioli morti, la lista delle proteste degli acquirenti e la difficoltà di mettere in atto azioni efficaci.

Cuccioli di un paio di mesi, stressati da un lungo viaggio, esibiti in fiera per essere venduti senza avere vaccinazioni. Il vero mistero erano quelli che sopravvivevano a questo trattamento, perchè quelli che morivano erano solo il prevedibile risultato dei maltrattamenti.

Il contrasto del fenomeno fu incerto

Un fenomeno difficile da far capire ai servizi veterinari pubblici, deputati al controllo, ma anche agli organi di polizia che allora ritenevano fantasie i percorsi del traffico. Spesso più capisci i meccanismi e meno vieni ascoltato, perché la realtà supera la fantasia, diventando incredibile per chi non si vuole soffermare sul problema.

Ma siccome qualcuno in Europa iniziò a capire non tanto la sofferenza quanto il pericolo sanitario, vennero messi dei paletti. La mamma di tutte le zoonosi, la rabbia, era ed è sempre in agguato e l’Unione poteva e voleva dire la sua. E qualcuno nelle istituzioni, come la Guardia di Finanza di Bologna, iniziò a squarciare il velo di nebbia.

L’unione Europea ha fatto le norme sanitarie, le uniche di competenza, ma le regole contro truffe, traffico e maltrattamenti sono degli Stati

Dai palazzetti e dai tendoni si passò al commercio in grande stile e i cuccioli della tratta iniziarono a inondare i negozi. Ufficialmente come provenienti da inesistenti allevamenti italiani, che esistevanosolo sulla carta e spesso all’ENCI, ma che non avevano fattrici. Luoghi strabordanti di cuccioli, ma senza fattrici. Allevamenti di carta, sulla carta, ma in realtà semplici collettori di traffici. Moltiplicatori di valore che trasformavano i pochi euro di un acquisto in Ungheria o Slovacchia in cani da 3/400 euro, regolarmente made in Italy.

Riassumere trent’anni di storia in un articolo è complesso, ma attraverso la tratta dei cuccioli possiuamo ricostruire non solo il mercato ma anche il costume. Dalle fiere da imbonitori sotto ai tendoni il passo successivo fu quello di permeare il mercato distruggendo gli allevamenti, per poi togliere ossigeno ai negozianti che non potevano più competere con i prezzi dei cuccioli della tratta. Diventando, non senza colpa, complici di questa evoluzione ulteriore, che fu ampiamente sottovalutata anche dagli ordini dei veterinari, che non tennero “al guinzaglio” diversi loro iscritti, che diventarono le cartiere. Loro erano i responsabili della creazione dei documenti, loro iscrivevano nelle anagrafi, loro testiminiavano a favore dei trafficanti in tribunale.

Per contrastare questo fiume di sofferenza e di pericoli sanitari fu necessario inventarsi strategie che utilizzavano i reati collaterali al maltrattamento dei cuccioli. I reati contro gli animali erano armi spuntate, per difficoltà di prova a causa delle leggi, bisognava inventare nuovi percorsi, un po’ come combattere i mutaforma! Un lavoro da certosini, non sempre premiante, sicuramente complesso per contrastare quello che veniva fatto passare come un reato minore. Nonostante pericoli e lauti guadagni.

Se il maltrattamento non funzionava a sufficienza c’erano molti altri reati ipotizzabili

Dal falso alla frode in commercio, dalla truffa aggravata all’abuso della professione veterinaria: sono talmente tante le ipotesi di reato configurabili che serve solo la volontà di legarle fra loro. Ma nel frattempo il proteiforme mercato aveva cominciato il nuovo trasloco, secondo logiche criminali efficaci e predittive. Così il traffico allargò le basi produttive, moltiplicando le puppy farm: non più solo Ungheria e Slovacchia, ma anche Romania, Polonia, Ucraina (prima della guerra), Bulgaria ma anche Serbia, Croazia, Turchia e perfino Russia. Una dimostrazione dello smisurato mercato europeo e del suo valore.

Oggi attraverso il sistema TRACES, il meccanismo europeo che traccia gli scambi comunitari legali, passano circa 600.000 cuccioli ogni anno. Mentre stime sul mercato sommerso parlano di cuccioli in viaggio che raggiungono numeri da capogiro. Si parla di oltre 4 milioni di cani che attraversano le strade d’Europa, con più della metà degli acquirenti che li acquista sulla rete. In tutto questo leggi spuntate, difficili da applicare e con sanzioni senza potere di deterrenza, verifiche complesse e assenza di controlli capillari creano il brodo di cultura del reato.

Recentemente ho assistito a una riunione organizzata al Parlamento Europeo per presentare i possibili cambiamenti legislativi che andranno fatti. Grande conoscenza del problema da parte dei funzionari, ma ridotte possibilità di ottenere cambiamenti radicali, per i limiti sulle materie comunitarie, in questo settore eminentemente sanitarie. Una strada lunga e complessa, dove l’Europa resta comunque l’unica vera speranza per la costruzione di effettivo argine alla tratta dei cuccioli.

E il futuro lo scriverà la nuova Europa e potrebbe essere peggiore del presente.

Maggior tutela dei diritti degli animali? La danza immobile delle destre di governo!

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Maggior tutela dei diritti degli animali? La danza immobile delle destre di governo, che dicono di voler difendere i diritti, ma frenano sulle modifiche. Cercando di riportare le lancette della storia alla maggior tutela solo per gli animali che vivono con noi, escludendo gli animali selvatici e quelli allevati. Quando si parla di diritti degli animali, infatti, sembra che non si voglia arrivare a un definitivo superamento del doppio binario, nemmeno dopo il loro inserimento in Costituzione. Tanto sbandierato da troppi, ma poco efficace nella realtà essendo un articolo che sottolinea buone intenzioni, ma non reali azioni.

Il tema dei diritti degli animali non sembra essere realmente sentito, non porta a un riconoscimento a tutto tondo ma solo a una sorta di concessione. Una tutela che aumenta per cani e gatti, in buona sostanza, ma che non sembra voler aumentare i pochi diritti dei quali sono portatori gli animali in generale. Una divisione basata non su diversità o capacità oggettive del soggetto tutelato, ma solo sulla convenienza di chi promuove l’azione tutelante. Un comportamento tanto illogico, quanto vergognoso.

Questo il quadro che appare seguendo i lavori della Commissione Giustizia, che sta esaminando in queste ore diverse proposte di legge, unificate, che avrebbero dovuto portare a un cambiamento. Un provvedimento che avrebbe dovuto comportare una rivoluzione, secondo la narrazione, e che sta, invece, passando dal poter essere epocale a diventare in realtà vergognoso. Grazie agli emandamenti al testo presentati dai partiti di governo, che non vogliono incrinare il loro vincolo elettorale con cacciatori e allevatori.

La maggior tutela dei diritti degli animali resta al palo? Probabilmente si, perdendo una grande occasione di cambiamento

Le associazioni protestano, i politici minimizzano, i giornali si riempiono di notizie che raccontano, quasi sempre con stupore, il prevedibile epilogo del percorso normativo. Le destre di governo non hanno mai fatto mistero del loro sostegno al mondo venatorio e al mondo agricolo, compresa la sua parte peggiore, quella che vorrebbe sterminare i predatori. In un paese in costante campagna elettorale il sostegno di queste categorie non può essere perso, considerando che il fronte che si batte per i diritti degli animali si presenta frastagliato e diviso. Incapace, nelle urne, di condizionare il consenso dell’elettorato risultando così poco interessante per i partiti.

Non può stupire quindi che la tanto annunciata e attesa riforma possa restare al palo. Grazie a emendamenti vergognosi, come quello di Forza Italia, che vuole ridimensionare le pene per chi organizza combattimenti fra animali. Uno dei reati più odiosi e pericolosi commessi a danno di animali, dietro il quale si annidano e si nascondono anche organizazioni criminali di rilievo. Un crimine violento che dovrebbe essere contrastato con ogni mezzo e che, invece, si preferirebbere non contrastare oltre quanto già previsto.

Nei prossimi giorni si capirà quale sarà il destino dei provvedimenti che avrebbero dovuto aumentare le tutele nei confronti degli animali, di tutti gli animali. La loro sofferenza e il maltrattamento sono realtà sempre presenti, che non possono essere sanzionate in modo diverso se il fatto è commesso su un bovino o su un gatto. Abbiamo riconosciuto gli animali come esseri senzienti, abbiamo inserito la loro tutela in Costutuzione, ma quando si tratta di riconoscere diritti reali ancora troppi si voltano dall’altra parte,

Tenere suricati in casa: un maltrattamento eticamente inaccettabile

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Tenere suricati in casa: un maltrattamento eticamente inaccettabile anche se gli animali provengono da riproduzioni in cattività. La riproduzione in ambiente controllato evita il prelievo in natura, ma non certo la sofferenza degli animali. Una sorta di lasciapassare che consente di rispettare la normativa CITES, a presidio delle specie animali e vegetali a rischio di estinzione, senza rispettare il benessere dell’individuo. Situazioni decisamente paradossali ma ancora possibili in Italia, che non ha ancora avuto il coraggio di mettere un deciso stop al commercio.

I cosiddetti animali non convenzionali compongono un vastissimo campionario di specie che vengono detenute in cattività. Provenienti da allevamenti e pubblicizzati sulla rete sono richiesti da un pubblico che pensa di amare gli animali, mentre li usa senza rispetto. Senza tenere in minimo conto le necessità etologiche, il loro benessere. Acquisti fatti per ignoranza o per stupire gli amici, per vanità nel poter esibire un pezzetto di natura, spesso senza nulla sapere sui loro bisogni.

I suricati rappresentano la punta dell’iceberg della questione animali selvatici tenuti in cattività: una specie iconica, per sua sfortuna resa celebre da un cartoon. Umanizzare gli animali, come accade nei cartoni animati, li rende troppo vicini a noi, specie in quanti non vogliono o non sanno percepire la differenza. Così “Il Re Leone”, il famosissimo film d’animazione, diventa strumento di conoscenza ma anche stimolo che porta qualcuno a voler dividere la sua vita con un suricato. Un risultato tanto pessimo quanto non così inaspettato.

Suricati al guinzaglio, tenuti in casa con un maltrattamento che purtroppo non si percepisce

Questo argomento porta fratture insanabili fra quanti pensano che gli animali selvatici non debbano essere tenuti in casa e chi pensa di amarli tenendoli in salotto. Non solo suricati, ma anche pappagalli e altre specie che avrebbero l’insopprimibile necessità di volare, piccoli mammiferi mai abbastanza considerati come gerbilli, degu, petauri dello zucchero, ricci africani. Una lista davvero molto lunga, che suscita meno emozioni di quante ne provochi un maltrattamento a un cane o a un gatto. Un lunghissimo elenco di prigionieri che in cattività sopravvivono, con fatica.

Le specie più sfortunate sono quelle che hanno una lunga vita e sono resilienti: gli animali più delicati subiscono i maltrattamenti e le privazioni per poco tempo. E la morte, contrariamente a quanto si possa pensare, rappresenta una liberazione, non una disgrazia. Pensate a un pappagallo, un abitante dei cieli che ogni giorno in natura percorre chilometri, costretto per la vita in una gabbia, spesso in solitudine, con il suo umano di riferimento che nulla o poco sa dei sui bisogni.

Immaginatevi la vita di un suricato in un appartamento, che è quanto di più lontano possa esserci rispetto alle distese del Kalahari dove dovrebbe vivere. Una specie abituata a vivere in comunità, con una struttura sociale matriarcale costituita in gruppi chiamati “mob”, composti anche da trenta inividui. Animali che vivono in tane come le nostre marmotte, che passano il loro tempo cacciando insetti e piccoli mammifero costretti in un appartamento, a vivere da soli.

Sarebbe tempo di considerare un maltrattamento anche la vita in un ambiente innaturale

Costringere un animale a vivere in un ambiente innaturale, solo per diletto, dovrebbe essere considerato un maltrattamento. Se non può esistere una crudeltà necessaria, come sancito da diverse sentenze della Suprema Corte, non dovrebbe essere tollerata la sofferenza inutile. La detenzione di un animale selvatico in casa dovrebbe essere sempre considerata un maltrattamento. il progresso degli studi etologici e sulla capacità degli animali di provare emozioni e sensazioni, nella loro esistenza di esseri senzienti lo dovrebbe imporre.

Serve la definitiva chiusura di questi commerci, una maggior consapevolezza dei veterinari, anche di quelli che si sono specializzati nella cura di queste specie. Un mercato che già ora andrebbe monitorato con attenzione e consapevolezza, con l’obbligo per chi li cura di segnalare all’autorità giudiziaria ogni detenzione che possa essere causa di sofferenza per un animale. Lo prevede già ora il Codice Penale: la norma impone ai veterinari di stilare un referto ogni qualvolta, anche solo in ipotesi, ci possano essere dei maltrattamenti agli animali.

Troppe volte si parla e si enfatizzano i diritti degli animali senza rispettarli davvero. Pensando, a torto, che il mondo degli animali tenuti come pet sia sempre o quasi privo di sofferenza, non vedendola per colpevole sottovalutazione dei bisogni.

Puppy Yoga: fermiamo la moda di fare yoga con i cuccioli di cane prima che diventi virale

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Puppy Yoga: fermiamo la moda di fare yoga con i cuccioli di cane prima che diventi tanto virale quanto incontrollabile. Il fenomeno sta dilagando, anche grazie alla scarsa attenzione delle persone, che pur dichiarandosi amanti degli animali non riflettono a sufficenza. Garantendo lauti guadagni alle centinaia di organizzatori di questa nuova trovata, che sembra ottenere grande consenso nel pubblico. Che acquista questi corsi senza voler capire cosa si nasconde dietro un fenomeno tutt’altro che innocuo per i cuccioli.

“Tappetini, posture e… ciotole: a Roma tutti pazzi per lo yoga con i cuccioli di cane” titola La Repubblica, in un corsivo che certo non si preoccupa del benessere animale. Trasformando in un fatto di costume lo sfruttamento dei cuccoli, in modo completamente acritico, senza fare alcuna riflessione su che tipo di problematiche questa nuova moda comporti. I cuccioli vengono sfruttati per fare un’attività che certo non giova al loro equilibrio. Creando nelle persone l’idea che si tratti di peluche e non di esseri viventi.

In realtà i cuccioli vengono “trasportati” nei luoghi in cui si svolgono queste lezioni e sono costretti a socializzare in modo improprio con persone che vogliono toccarli. In un cucciolo di cane queste esperienza può costituire un trauma piuttosto che un evento formativo. Arrivando a poter compromettere, quando ripetuto più e più volte, il suo equilibrio. Un nuovo sbocco per la tratta dei cuccioli, un nuovo tassello nella disattenzione delle persone verso il benessere animale.

Puppy Yoga, una nuova moda per creare malessere negli animali con un travisamento della realtà

Basterebbe guardare con occhio critico le tantissime pubblicità presenti sulla rete di Puppy Yoga per farsi delle domande. Se non bastasse sarebbe sufficente fare e qualche ricerca, per scoprire che dietro questa moda si possano nascondere molte privazioni. Situazioni nelle quali si può arrivare a privare i cuccioli di acqua e cibo per evitare spiacevoli perdite di feci e urina durante le sedute. Come dimostra un’inchiesta sotto copertura fatta da una televisione inglese, che ha potuto filmare e documentare il lato oscuro della Puppy Yoga.

Esme Wheeler, responsabile scientifica e politica per il benessere e il comportamento dei cani presso la RSPCA, ha dichiarato: “Questo è intrattenimento, a mio avviso, che opera sotto le spoglie della socializzazione. Ma questo non va a vantaggio dei cani”. 

Tratto dall’articolo pubblicato da ITV News

Nulla quindi che serva a migliorare il rapporto fra uomo e animali, molto ciò che è utile per garantire lauti guadagni da “tutto esaurito” agli organizzatori delle sessioni. Una moda sulla quale sarebbe opportuno venisse attivata un’indagine capillare per capire da dove vengano i cuccioli, con che garanzie sul loro benessere e con quali garanzie sanitarie per chi, senza attenzione, pratica la Puppy Yoga. Attività che dovrebbe essere sottoposta alla vigilanza del servizio veterinario pubblico, prevedendo autorizzazioni.

Servizi veterinari e Carabinieri dei NAS dovrebbero attivare controlli capillari per comprendere la filiera e garantire partecipanti e animali

Le norme ci sono e occorre applicarle, smettendo di guardare con indulgenza a queste attività come se fossero soltanto una forma di rilassamento e socializzazione. Questi cuccioli, sottoposti a multilpe sedute con il pubblico da dove vengono? Quali garanzie sanitarie hanno per evitare la trasmissione di zoonosi e quali ricevono per evcitare che siano sottoposti a maltrattamenti? I centri dove si pratica Puppy Yoga sono stati autorizzati per far fare attività a stretto contatto con gli animali?

Da quanto si può leggere questo nuovo boom pare essere non soltanto fuori controllo come tutte le mode, ma privo di verifiche sulle modalità di svolgimento. Tanto da ricevere le critiche da più fronti, che non si fanno ingannare dalla patina di dolcezza che si vorrebbe stendere su un’attività commerciale come tante. Per questo sarebbe auspicabile l’apertura di una seria indagine, facilmente attivabile soltanto seguendo il filo degli innumerevoli annunci che si possono trovare in rete.

Senza contare il fatto che questa pratica stimoli, ancora una volta, un rapporto irresponsabile con i cani, basato su tenerezza e aspetto estetico, senza far compiere utili riflessioni sull’impegno necessari. Cuccioli che diventano peluche da manipolare per rilassarsi, in un tempo in cui troppe cose si fermano all’apparenza, senza creare un reale quadro della sostanza. Senza raccontare che essere tutori di un animale significa mettersi in gioco per garantire il suo benessere, che certo non parte da una stuoia sulla quale praticare puppy yoga.

Li chiamano spostacani: trasferiscono gli animali senza criterio dal Sud al Nord

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Li chiamano gli spostacani perché trasferiscono gli animali senza criterio da Sud a Nord. Sono personaggi che gravitano intorno al mondo del randagismo. Sono quelli che hanno creato il business della sofferenza, sfruttando la sensibilità di quanti amano gli animali. Bisogna stare però attenti perché la realtà è più complessa e composita di quello che si potrebbe immaginare. Una realtà che si separa fra bene e male, fra corretto e scorretto. Ma anche fra utile e dannoso.

Non tutti quelli che si occupano di trovare un futuro agli animali sono, ovviamente, dei balordi o peggio dei maltrattatori. Non tutti quelli che spostano animali da una parte all’altra dell’Italia o dell’Europa sono da guardare con sospetto. Bisogna però essere in grado di valutare azioni, modalità, intenzioni: questo fa la differenza. Il trasferimento degli animali non è un male in sé, lo diventa in determinate condizioni, quando è causa di danno.

Negli ambienti che si occupano seriamente di dare un futuro agli animali dei canili li chiamano gli spostacani. Una definizione che fa, da subito, trasparire il giudizio negativo di quanti lavorano con serietà e passione. Che non tollerano quelli che recuperano gli animali, in particolare cani, non si sa come e non si sa dove, fanno post sui social sempre molto strappalacrime e aspettano. Lanciata l’esca emotiva sperano che qualcuno si offra di adottare il cane o il gatto, di pagare per il trasporto, rendendosi disponibile a andare a ritirarli anche in una stazione di servizio o sotto un ponte della tangenziale. Mai presso strutture ufficiali che possano dare garanzie a animali e adottanti.

Con la scusa del “compiere una buona azione” si creano in automatico un mantello di impunità morale, senza andare però poi troppo per il sottile. Fanno viaggiare gli animali peggio che nei carri bestiame, non si preoccupano della promiscuità dei trasporti e dei rischi di contagio. Non mettono molta attenzione nella scelta degli adottanti e, troppo spesso, nemmeno nella verifica delle condizioni di salute dell’adottato. Questo è il miglior metodo per riempire i canili, ma anche per condannare gli animali all’ergastolo.

Li chiamano gli spostacani perché spostano animali senza criterio : cosa succede quando l’adottante non ha possibilità economiche?

Così può succedere che qualcuno, senza grosse possibilità economiche, riceva un animale con gravi patologie, senza avere i mezzi e quindi possibilità di curarle. Ma può anche accadere che un’anziana signora, che aveva creduto di adottare un cane di media taglia e socievole, ne riceva uno di taglia grande, magari con disturbi del comportamento. In poco tempo l’adottante, che pensava di aver aiutato un cane bisognoso e compatibile con la sua vita, viene messo nella condizione di avere bisogno di aiuto, per non avere possibilità di gestire questa adozione improvvisata.

Per fortuna la maggioranza delle associazioni non operano in questo modo, cercando di collocare con attenzione gli animali per dargli un futuro migliore. Senza lucrare, pur chiedendo magari un rimborso, sempre in modo tracciabile con un bonifico su un conto corrente bancario. Associazioni che hanno una sede, che esistono davvero e non solo nel mondo virtuale, che lavorano bene e hanno un’ottima reputazione. Realtà che non consegnerebbero mai un cane in autostrada o sotto un ponte della tangenziale.

Esistono norme per il trasferimento degli animali fra Regioni italiani e occorrerebbe mettere sempre al centro i loro interessi, evitando di stimolare adozioni fatte su base emotiva. Una persona deve riflettere prima di adottare, deve compiere una scelta ponderata perché avere la responsabilità di un animale comporta impegni e costi, non trascurabili. Cercare di impietosire per far adottare casi disperati rischia di creare un effetto boomerang, pericoloso per le persone, pericolosissimo per gli animali.

Le chiamano ancora staffette, ma spesso sono soltanto mestieranti che si improvvisano trasportatori di animali

Tutti i rifugi sono pieni di animali spostati da una parte all’altra dell’Italia, ma poi non voluti da chi li ha adottati. Causando un altro danno al cane o al gatto che viene rifiutato e che, anche nei rifugi del Nord, rischia poi di passare tutta la sua vita dietro le sbarre. Animali tolti senza motivo dalla strada, non socializzati, risultando così difficilmente adottabili, tantopiù da persone inesperte. Molti di questi cani, in particolare non troveranno mai una casa, ma saranno stati utili a qualcuno per creare una fonte di guadagno.

Altri ex randagi, grazie a questi trasportatori, arrivano al Nord per essere poi lasciati nelle aree cani: una telefonata alla Polizia Locale e il gioco è fatto. I cani entreranno nel canile di quel Comune, dopo un periodo di osservazione al sanitario, e da li potrebbero non uscire più. Lontani dagli occhi, lontani dal cuore, per accontentare quanti ancora pensano che il Nord Italia sia il paradiso dei cani, ma non è così.

Per questo li chiamano spostacani in tono dispregiativo, per farli riconoscere da chi lavora nell’esclusivo interesse degli animali. Evitando di far entrare in canile tutti i cani che incontrano sul loro cammino, sapendo quali individui possono effettivamente avere un futuro in famiglia. Non può bastare il cuore se non lo si collega a un ragionamento, se non si stimolano riflessioni in chi dice di volere condividere la sua vita con un animale. Un’ultima nota riguarda i controlli: i punti di arrivo sono noti ma chi deve controllare non c’è quasi mai. Per paura, forse, di trovarsi con qualche decina di animali da dover sequestrare. Con mezzi non autorizzati e persone non iscritte ai registri dei trasportatori.