Per contrastare la violenza servono formazione e attenzione

Per contrastare la violenza servono formazione e attenzione

Per contrastare la violenza servono formazione e attenzione che talvolta sembrano mancare in chi opera per arginare i reati. Succede con le donne, succede con i minori, nei casi di violenza domestica e anche nei casi di gravi maltrattamenti agli animali. Nella temporalità degli eventi e degli accadimenti talvolta sembrano aprirsi voragini che fanno scomparire diritti e doveri. Non per cattiva volontà ma spesso per una carenza formativa. Lo dico per cognizione di causa, avendo per anni operato per contrastare reati a danno degli animali. In contesti che potevano avere tangenze anche con i componenti umani di famiglie in difficoltà.

Alcune volte ho trovato autorità "poco attente" alle sofferenze, ma spesso mi è capitato di vedere come mancasse più la conoscenza che la volontà, che non ci fosse formazione sufficiente. Il recente caso di cronaca di Milanoa, davvero terribile, che ha portato una giovane donna a essere prima perseguitata e poi uccisa dall'uomo con cui aveva una relazione ha sollevato molte perplessità. Diversi dubbi sull'operato di chi forse poteva fare di più. Perplessità che mi hanno riportato al caso di Rexal Ford, l'americano ritenuto responsabile della morte di una bimba e di sua madre. Che nonostante fosse stato più volte controllato dalla polizia non era mai stato realmente sottoposto a verifiche. Come non lo erano state le sue future vittime.

Anche in questo caso la conseguenza della mancata azione fu tragica, con un epilogo che vide le due donne morte e l'assassino in fuga attraverso l'Europa. Ci furono errori e omissioni inspiegabili, che probabilmente dipesero più da impreparazione che da negligenza. Forse ancora oggi le forze dell'ordine sono meglio formate su come interrompere una rapina che sulla comprensione di episodi di violenza domestica. In un paese che ha troppe norme e pochi fondi per la formazione continua, che in settori delicati come quelli che affrontano ogni giorno gli operatori di polizia sarebbe indispensabile.

Tutti i medici, veterinari compresi, e gli operatori sanitari hanno l'obbligo del referto in caso accertino fatti che possono costituire reato

Facendo formazione ai veterinari mi è capitato di constatare come gli obblighi di informare l'autorità giudiziaria, in caso di reati anche solo presunti, non erano poi così conosciuti. Eppure i veterinari vengono a conoscenza, per professione, di molte situazioni che, anche solo in ipotesi, potrebbero costituire casi di maltrattamento. Ma per molteplici ragioni, per interesse o per carenza formativa, sono pochissime le informative in questo senso che raggiungono le Procure. Eppure il codice penale è preciso nel definire i doveri dei sanitari:

Negli Stati Uniti, da moltissimo tempo, chi ha precedenti per maltrattamento agli animali viene inserito in uno specifico database che viene consultato nelle indagini sui crimini violenti. Noi abbiamo un reato di maltrattamento agli animali difficile da perseguire, con moltissime zone d'ombra e poche luci, nonostante i proclami. Tutelare gli animali è difficile, ma appare chiaro che sia altrettanto complesso tutelare le persone. Forse bisognerebbe farsi domande e cercare, per davvero però, di dare risposte efficaci. Senza piangere costantemente sul latte versato, ogni volta che una donna viene assassinata da un uomo che l'aveva ripetutamente maltrattata.

La violenza non deriva solo dalla cultura, dal percorso di vita, ma anche dall'assenza della reazione dello Stato

Il caso della giovane donna uccisa a Milano da una persona psicotica, criminale, che andava fermata prima, riporta alla cruda realtà di norme che non tutelano. Pamela non è stata protetta perché non ha denunciato il suo aguzzino, ma anche perché qualcuno non ha fatto tutto quanto in suo potere. Forse per scarsa formazione, forse per errore, forse per pigrizia ma quel che è certo è che una donna è stata uccisa e si poteva/doveva evitare. La colpa è in massima parte degli uomini, ma lo Stato, che non ha genere, dovrebbe sempre fornire strumenti al passo con le situazioni.

Violenza contro gli animali nasconde un demone

Violenza contro gli animali nasconde un demone

La violenza contro gli animali nasconde un demone che da sempre convive con l'uomo: l'indifferenza verso la sofferenza degli esseri viventi, l'incapacità di provare compassione per gli altri.

Lo stesso demone che porta gli uomini a uccidere le donne, identificate troppo spesso, come accade per gli animali, come una proprietà esclusiva sulla quale poter esercitare il pieno dominio.

La violenza deve essere capita, percepita, deve smuovere dei sentimenti nella nostra anima, deve riuscire a avere una forma che, pur non essendo mai la stessa, sia in grado di far alzare il nostro livello di attenzione. La fotografia di un toro che sta per essere ucciso nell'arena, ferito, con il sangue che cola sulla terra, con l'occhio dentro il quale si legge il terrore ci evoca violenza, ci porta a innalzare la nostra attenzione, smuove i nostri sentimenti, tocca le corde dell'empatia e lo fa scatenando una reazione immediata. Il sangue nella nostra mente evoca sempre la sofferenza e da solo crea lo stimolo per fare altre riflessioni, in fondo è come uno schiaffo che impedisce di restare indifferenti. Molto più difficile è evocare il demone della violenza partendo da due zampe e dalle catene che le cingono, in una morsa che in realtà ferma il corpo ma rapisce l'anima. Quelle catene non sono normalmente percepite come una crudeltà, non portano il pensiero verso una violenza, verso l'identificazione di una sofferenza. Proprio questa è la violenza più pericolosa, più subdola, meno riconoscibile e anche molto spesso meno combattuta. Probabilmente la stessa che porta gli uomini a considerare le donne un loro possedimento. In un modo talmente grande da sentirsi in diritto di poter essere gli unici padroni  della loro vita; un diritto estremo che consente di prendere quella vita e di poterla interrompere se donne decidono di sottrarsi al loro assurdo dominio. Pensare che la violenza sia solo quella che lascia lividi, ferite e sangue è il ragionamento di quanti non hanno mai pensato che il mondo degli esseri viventi è fatto di due dimensioni che, pur condividendo un unico contenitore sono entità diverse e separate: corpo e anima. Non si può ritenere che le ferite siano solo quelle del corpo, quelle che sanguinano: per quanto gravi quel tipo di ferite spesso guariscono senza conseguenze, la carne si rimargina e la pelle si rigenera, ma non è quello che succede allo spirito. Una donna dominata, terrorizzata e costretta a subire violenze per mesi e anni potrebbe non avere un livido ma, per contro, la sua anima potrebbe essere stata distrutta per sempre, come quella dell'elefante costretto in catene. Il pensiero è che la nostra società sottovaluti una serie di segnali che sono predittivi di future violenze fisiche e che lo faccia tanto per le donne quanto per gli animali. Nello stesso modo è ancora troppo poco attenta nell'attribuire ai comportamenti violenti contro gli animali il giusto valore predittivo, che li identifichi come gesti precursori di altre violenze, che comprendono anche il salto di specie. Negli Stati Uniti dal 2016 i responsabili di crimini contro gli animali sono stati inseriti in un database di valutazione da parte di FBI, consapevole che l'aver agito violenza nei confronti degli animali li rende dei potenziali stalker o peggio ancora omicidi. Questo non accade però in Italia dove ancora fatica a affermarsi questa visione che oramai è ampiamente supportata da studi criminologici, che hanno accertato l'esistenza di un rapporto fra violenza contro gli animali e la commissione di crimini violenti contro gli umani. Troppo spesso le cronache ci parlano di donne uccise pur dopo aver denunciato i loro persecutori, in alcuni casi anche diverse volte, senza che questo abbia comportato una reale tutela. Ancora una volta il crimine, la violenza deve essere un atto fisico, non può essere, se non in casi molto particolari, anche il solo ingenerare paura e ingiustificabili timori, alterare le condizioni di vita e benessere psicofisico: questo spesso è un altro tratto che unisce donne, soggetti fragili e animali, costretti a dover condividere lo stesso tipo di inferno. Abbiamo bisogno di tracciare un quadro normativo più articolato e complesso sui maltrattamenti che comprenda e accolga nuove e differenti tipologie di violenza, punendole con rigore e soprattutto sottraendo le vittime dal raggio di azione dei loro carnefici. Vittime che non devono essere di una sola specie, la nostra.