Il selfie con la volpe e il giornalismo attento al rispetto degli animali selvatici

selfie con la volpe

Come farsi un bel selfie con la volpe, dopo averla attirata dandole cibo: un intero paese è contento della nuova attrazione e nessuno dice nulla. La Repubblica gli dedica addirittura un piccolo servizio di costume, senza una parola di critica. Come se non fosse arcinoto che alimentare gli animali selvatici, e i predatori in particolare, sia un errore formidabile.

In questa strana estate non è bastato il lupo di Alimini che, scappato da una cattività illecita, ha finito per dare un leggero morso a una persona che faceva jogging. Ci mancava anche la volpe di Miranda, vicino a Isernia, che tutte le sere scende in paese, attirata dal cibo. Per la gioia di turisti e residenti che si fanno fotografare con la volpe. In fondo un selfie non si nega a nessuno, senza farsi troppe domande.

Ma raccontare come un fatto positivo che ci si faccia dei selfie con la volpe è un’informazione di qualità?

Forse no, perché questo comportamento mette in pericolo la volpe, che potrebbe finire abbattuta, e anche le persone. Il problema è che ci sono argomenti che andrebbero affrontati da persone che conoscono le problematiche di cui scrivono. E non tutti i giornalisti sanno la differenza fra un animale selvatico e un cane. Correndo così il rischio di trasformare di fronte ai lettori un comportamento sbagliato in un atteggiamento positivo, da imitare. Come già successo tempo fa anche con un lupo, per fortuna senza che questo causasse danni.

A onor del vero La Repubblica è un giornale abbastanza attento a quello che pubblica sugli animali, ma comunque occorre che adotti un maggior controllo sulle notizie. Per una questione etica, ma anche di buon senso. Per non dare l’impressione di voler essere sempre a caccia di click, senza rispetto e senza consapevolezza. In fondo basterebbe davvero poco per non alterare la realtà, facendo percepire all’opinione pubblica un comportamento gravemente sbagliato come corretto o, peggio, divertente.

Sparate alle volpi che sono dannose, lo dice la Regione Lombardia

Soparate alle volpi che sono dannose

Sparate alle volpi che sono dannose per i raccolti e per l’uomo, così stabilisce la Regione Lombardia. Allungando di un mese il tempo di caccia.

Le volpi, come tutti i predatori, sono dannosi solo all’uomo cacciatore, quello che non vuole competitori. E il perché lo si capisce chiaramente dalla fotografia.

La Regione Lombardia accontenta sempre i cacciatori, lo si vede chiaramente dai tanti provvedimenti, alcuni anche contro legge. Come la riapertura dei roccoli per catturare i richiami vivi. Proposta fermata all’ultimo momento.

La volpe è un predatore e rivolge le sue attenzioni a tre specie in particolare, che i cacciatori considerano di loro esclusiva pertinenza: fagiani, lepri e conigli. Poco importa poi che sia anche l’unico avversario delle nutrie, che svolga un ruolo importante per il contenimento delle popolazioni. Tutto si risolve a fucilate, non con i predatori.

Così le volpi diventano pericolose per l’uomo, come per secoli lo sono stati tutti gli animali da preda: rapaci, volpi, faine, donnole senza dimenticare ovviamente il lupo. Venivano definiti “animali nocivi” e potevano essere cacciati in ogni tempo e con ogni metodo. Ma allora la scienza aveva molte meno informazioni di ora, non conosceva a fondo l’importanza dei predatori. Che non a caso sono posti al vertice della catena alimentare.

La Lombardia è una strana regione nei confronti degli animali. Sarà che vuole strizzare l’occhio a tutte le categorie di elettori. Non vuole perdere i cacciatori, che agevola in ogni modo, anche incrementando il numero di giornate di caccia, ma nemmeno gli amanti degli animali.

Così consente ai dipendenti dell’ASL della Città Metropolitana di Milano di portare in ufficio i propri animali, per darsi una verniciata animalista.

Il politico in fondo ha comportamenti analoghi al predatore, non è al vertice della catena alimentare ma a quella del potere. Per restarci deve cacciare gli elettori, stanarli, trovarli e convincerli. Della bontà dei provvedimenti, sperando che nessuno faccia mai la somma degli addendi. Ogni argomento va visto separatamente, se no il trucco si svela.

Sembra impossibile ma non abbiamo politici capaci di considerare ambiente e fauna come un unicum, che come tale non può essere gestito seguendo gli interessi di alcune categorie. Per calcolo, sbilanciando e danneggiando l’equilibrio di un bene supremo che è patrimonio comune di tutti. Soprattutto delle prossime generazioni.

Ma il politico, al pari di molti animali che lo fanno per necessità più nobili, è opportunista. Sa trarre vantaggio dalla possibilità di assumere la forma dell’acqua: quella del contenitore ove è versata. Comprendendo molto rapidamente che i cacciatori votano per davvero, mentre gli animalisti si indignano molto, commentano forse troppo e con troppa foga, ma alle elezioni svaniscono.