L'inutile richiesta di referendum per abolire la caccia

L'inutile richiesta di referendum per abolire la caccia, ripetuta più e più volte nonostante il completo fallimento, scredita le associazioni serie. Questo è l'unico risultato che otterrà una piccola associazione piemontese, che per ottenere contributi e visibilità, ha utilizzato ancora una volta la piattaforma ministeriale per proporre improbabili referendum. La questione relativa al referendum contro caccia e allevamenti intensivi è molto più complessa di quella prospettata e non sarà mai possibile abolirla invocando l'abrogazione dell'articolo 19 ter del Codice Penale.

L'articolo oggetto della richiesta di abrogazione prevede la non applicabilità del reato di maltrattamento di animali alle attività regolate da leggi speciali, come ad esempio la caccia. Eliminandolo non si otterebbe affatto l'abolizione della caccia o degli allevamenti, come raccontano i proponenti, per tutta una serie di ragioni che ben potrà illustrare un giurista. Le eventuali curiosità sul punto possono essere fugate leggendo la posizione ufficiale di Animal Law Italia, presa dopo la penultima richiesta di referendum.

Passando oltre l'infondatezza del quesito referendario proposto resta poi la ridicola corsa in solitaria di un'associazione che rappresenta solo se stessa e pochi sostenitori. Un altro segno che attesta, qualora ce ne fosse bisogno, la poca credibilità di un percorso che continua a essere reiterato senza vergogna alcuna, nonostante i costanti fallimenti. Rendendo un pessimo servizio alla causa della difesa degli animali e dell'ambiente in generale.

L'inutile richiesta di referendum per abolire caccia e allevamenti è uno specchietto per le allodole

In Italia l'unico tipo di referendum consentito è quello abrogativo, che rappresenta uno strumento inadatto per ottenere la chiusura dell'attività venatoria e degli allevamenti intensivi. Le normative di riferimento per questo tipo di attività hanno infatti stratificazioni a vari livelli, sia nazionali che comunitari, tali da rendere praticamente impossibile un'abolizione su base referendaria. Anche con un quesito più strutturato di quello che sorregge l'attuale richiesta.

Raccontare bugie, sperando di raccogliere improbabili consensi, rischia di minare la credibilità delle associazioni e di svalutare uno strumento utile, se partecipato, come quello referendario. In un momento storico in cui l'affluenza dei cittadini alle urne è molto bassa già durante le consultazioni elettorali e ancor più bassa per il voto referendario. L'affluenza media agli ultimi referendum del 2022 è stata infatti di poco più del 20%, vanificando gli sforzi degli organizzatori. Non resta ora che attendere di vedere i risultati delle consultazioni referendarie che si terranno a maggio. Sperando in un risveglio della partecipazione degli aventi diritto, che consenta il raggiungimento del quorum che è fissato nel 50% + 1 degli aventi diritto al voto.

La tutela dei diritti degli animali e la difesa dell'ambiente sono attività importanti che possono progredire solo grazie alla credibilità di chi cerca di promuoverle. Far diminuire la credibilità delle organizzazioni, mettendo sul piatto proposte irragionevoli quanto irraggiungibili, rappresenta un serio danno d'immagine. Per queste ragioni le associazioni, da anni, non propongono referendum contro la caccia, considerando che l'ultima consultazione referendaria su questo tema, tenutasi nel 1990, non raggiunse il quorum richiesto.