orso Juan Carrito Palena
Foto tratta dal sito del Parco della Majella

L’orso Juan Carrito è a Palena, nell’area orsi, in attesa secondo quanto dichiarato dagli enti preposti, di un suo rilascio in alta montagna. La cattura è avvenuta, come oramai è risaputo visto che l’orso è una star del web, perché Juan Carrito aveva dimostrato di preferire i paesi alle cime selvagge. In particolare aveva scelto l’area della stazione invernale di Roccaraso come un luogo da visitare con certa frequenza. Nonostante una prima cattura e una traslocazione in montagna, con la speranza di un non ritorno vicino ai centri abitati.

La speranza però non è stata esaudita e Carrito, figlio dell’orsa Amarena, anch’essa confidente, è tornato a vagare per il centro di Roccaraso. La genesi di questa vicenda la potete trovare in un articolo recentemente pubblicato sulla Rivista della Natura. Ora sono iniziati i giorni da trascorrere a Palena, con l’impegno del Parco, di riportarlo quanto prima in montagna. Per il secondo tentativo, che avverrà dopo qualche tempo per una sorta di “rieducazione”, sulla quale mancano dettagli. Un punto interrogativo questo, mentre i giornali riportano le notizie di critiche e iniziative contrarie a questa cattura,

A un profano potrebbe sembrare incredibile ma tutti, o quasi, i problemi degli orsi in Italia sono legati alla gestione, anzi alla cattiva gestione dei rifiuti. Per Juan Carrito però esistono anche fattori diversi, il primo dei quali è la mancata paura nei confronti dell’uomo. Una questione creata in massima parte da quelle persone che dicono di amare gli orsi. Così tanto da perseguitarli per una foto, inseguendoli, esponendoli a rischi, alterando il naturale comportamento. Che prevede che tutti gli animali selvatici abbiano timore dell’uomo, un’emozione, quella della paura verso gli umani, che li protegge dai pericoli.

L’orso Juan Carrito è a Palena e ritorna l’idea che questa situazione potesse essere evitata con dei punti di alimentazione in montagna

La soluzione alle scorribande a Roccaraso e in altri centri abitati secondo alcuni, poteva essere evitata creando punti cibo alternativi. Un’idea che, come riporta il Gazzettino, Paolo Forconi, filmaker della zona, propone da tempo. Senza successo ed io credo a buona ragione perché non si rimedia un problema creandone potenzialmente un altro. Con l’idea di gestire la fauna nel corso degli ultimi decenni non abbiamo fatto molta strada, forse perché l’uomo non deve rimediare agli errori fatti, deve imparare a evitarli. Per due ordini di motivi: il primo di natura etica riguarda l’idea che i selvatici possano essere gestiti secondo tecnica e non rispettati secondo caratteristiche etologiche. Il secondo motivo invece è di natura educativa: non possiamo continuare a far credere che i nostri errori trovino sempre una possibile cura, un rimedio.

Se sul territorio non ci fossero sufficienti risorse alimentari, salvo in momenti davvero eccezionali, che non sono gli inverni di questi anni, ci sarebbero meno selvatici di questa o quella specie. Questa cosa la dicono gli studi scientifici, che mettono sempre in relazione densità di popolazione con risorse alimentari. Il punto non è che gli orsi sono alla fame, anche perché se così fosse ci sarebbero decine di orsi in Abruzzo che girano nei paesi. Così non è, fortunatamente, perché negli abitati, salvo eventi occasionali e sporadici, arrivano sempre gli stessi individui. Quelli che gli uomini hanno abituato al cibo facile, hanno avvicinato troppo dimostrando di non costituire un pericolo. Ma che anche hanno deliberatamente alimentato, lasciando alimenti per attirarli.

Un selvatico abituato a ricevere cibo dagli uomini è un potenziale selvatico morto. Il cibo è lo strumento tramite il quale da millenni inizia la domesticazione, tramite il cibo si ottiene prima la confidenza e poi il dominio assoluto. Come ben sanno i falconieri che di questo ricatto alimentare hanno fatto la base su cui è costruito il rapporto di sottomissione dei rapaci. La nobile arte, come viene definita, è presentata in modo ingannevole: il falco non è legato da affetto al suo carceriere, ma è soggiogato da imprinting e cibo.

Per evitare situazioni come quella di Juan Carrito e di sua madre Amarena occorrono rispetto e comportamenti virtuosi

Prima di parlare di carnai e punti di alimentazione io credo sia necessario riflettere su quello che di alternativo si può fare. Senza cercare sempre di plasmare la natura secondo le necessità umane. Iniziando, per esempio, a stabilire un obbligo per le amministrazioni di mettere in sicurezza i rifiuti, per non creare punti di alimentazione urbana per molti animali, dagli orsi alle cornacchie, dalle volpi ai cinghiali. Rendendo responsabili gli enti pubblici con una programmazione capace di risolvere, seppur in qualche anno, in via definitiva un problema. Dando priorità per quei luoghi dove i rifiuti alimentari, di qualsiasi natura, compresi quelli zootecnici, possano costituire un’attrattiva per i grandi carnivori.

L’orso Juan Carrito è a Palena proprio per questo motivo. Roccaraso si è dimostrata una certezza in materia di risorse alimentari. Grazie a cassonetti facilmente accessibili, a rifiuti da trasformare in cibo con un dispendio energetico per l’orso pari a zero. Con qualcuno che sembra abbia lasciato deliberatamente del cibo per Juan Carrito e con hotel che affittavano camere “con vista orso”. Una maggior informazione servirebbe a far capire alle persone il motivo del divieto di alimentare gli animali selvatici. Una seria attività di prevenzione messa in atto dai Comuni avrebbe potuto evitare questa spiacevole cattura.

Non servono soluzioni mirabolanti, basterebbe l’uso del buon senso per non alimentare una catena di avvenimenti che possono mettere in pericolo gli animali. Considerando poi che anche se pur sempre Carrito è un orso confidente e per nulla aggressivo resta un orso. Per questo il pericolo di incidenti è sempre dietro l’angolo e deve essere previsto e prevenuto. Per non dover poi piangere sul classico latte versato.