Mistero fitto sulla morte di undici elefanti in Zimbabwe

morte di undici elefanti

E’ un mistero la morte di undici elefanti che sono stati trovati in Zimbabwe, senza che nulla potesse portare a un episodio di bracconaggio. Gli animali sono stati trovati con le zanne, senza segni di colpi di arma da fuoco. Gli esami di laboratorio hanno escluso che possa trattarsi di un episodio di avvelenamento. Nelle carcasse degli animali non sono state, infatti, trovate tracce di cianuro, un potente veleno spesso utilizzato dai bracconieri. Per avvelenare le acque dove i pachidermi si abbeverano.

L’episodio è accaduto a poco tempo di distanza da un’altra moria di elefanti altrettanto misteriosa. Ben 257 animali erano stati ritrovati morti in Botswana solo poco tempo addietro. Anche in questo caso gli elefanti non presentavano tracce che potessero ricondurre al bracconaggio. Episodi che al momento non trovano una spiegazione scientifica ma che inquietano i ricercatori. Se le morti inspiegabili fossero provocate da una malattia infettiva la specie si troverebbe in serio pericolo.

Siccità, bracconaggio e i conflitti con le comunità locali rappresentano un problema sufficiente grave, unito alla perdita di territorio, per porre ipoteche sul futuro del più grande mammifero terrestre. E una malattia che potesse trasmettersi fra gli elefanti rischierebbe di far esplodere il rischio di estinzione.

La morte di undici elefanti nelle foreste vicino al lago Vittoria fa suonare un campanello d’allarme

Il motivo dell’allarme è proprio da ricondursi ai due episodi, analoghi, ma accaduti in aree distanti fra loro. Aumentando così le possibilità che le cause della morte possano essere tanto sconosciute quanto identiche. Le analisi di laboratorio compiute sugli elefanti morti più di un mese fa in Botswana non sono state in grado di stabilire la causa del decesso.

Nonostante il grande numero di carcasse sulle quali effettuare i prelievi, con test eseguiti in laboratori di tutto il mondo. E non risultano essere decedute altre specie di animali fra quelle con abitudini necrofaghe, che potrebbero aver mangiato le carni degli animali morti. Nessun indizio al momento quindi che possa essere utile alla risoluzione del mistero.

Gestire i conflitti fra uomo e animali

Gestire conflitti uomo animali

Gestire i conflitti fra uomo e animali è un’attività indispensabile, in Africa come in Europa. Una realtà con la quale occorre confrontasi sia che si parli di lupi che di elefanti. La gestione del conflitto è una delle attività più complesse, anche nei nostri rapporti quotidiani.

In Zimbabwe e in Botswana, secondo notizie apparse sulla stampa internazionale stanno morendo molti elefanti, in seguito a una siccità di notevoli proporzioni. Ma i due paesi africani ospitano anche le più grandi popolazioni africane di questi pachidermi. Con seri problemi di conflitto con le popolazioni locali.

Da noi le difficoltà sono fra cacciatori, allevatori e lupi oppure orsi mentre, in altri paesi i contrasti possono essere con specie che hanno una gestione complessa, in paesi che non sempre hanno sufficienti risorse per poter operare una corretta gestione faunistica. I conflitti con la popolazione, in particolare con gli agricoltori, sono una realtà quotidiana.

Botswana e Zimbabwe chiedono di riaprire la caccia agli elefanti

I due stati africani da tempo richiedono di essere autorizzati a riaprire la caccia agli elefanti e non solo per contenerne il numero. La richiesta è infatti motivata anche dalla necessità di poter disporre risorse economiche da poter dedicare alla conservazione della natura. Il turismo venatorio rende, e questo i governi africani lo sanno bene.

Il ragionamento è semplice nella sua logica ma difficile da poter accettare: le popolazioni di elefanti dei due Stati sono in soprannumero, i cacciatori sarebbero disposti a pagare cifre importanti per poterli abbattere e quindi, secondo una logica economica, le due cose sarebbero vantaggiose. Una logica non sostenibile se immaginiamo gli elefanti come esseri viventi, ma comprensibile se fosse possibili considerarli come sole risorse.

Gli elefanti sono in declino in tutto il continente africano, ma non solo per il bracconaggio. La costante perdita di habitat li porta a dover vivere in porzioni di territorio sempre più piccole e questo rappresenta un problema quanto i cacciatori di frodo. La diminuzione di risorse alimentari causata dalla riduzione dei territori porta i pachidermi a interessarsi dei campi coltivati, creando un conflitto difficile con chi di agricoltura vive o sopravvive.

I conflitti fra uomo e animale vanno gestiti in via preventiva

In Italia lo si dice da anni, spesso con poco successo, che occorre limitare i danni causati dalla convivenza con i grandi predatori, come lupo e orso. Occorrono misure preventive, adatte a minimizzare i conflitti e l’impatto dei predatori. Lupi e orsi hanno la possibilità di nutrirsi con altre prede: ungulati e non animali d’allevamento. Perché questo acccada occorre far ricorso a recinti elettrici, cani da guardia ma anche alla sorveglianza umana.

Quello che vale però in Europa come in Africa è che gli animali e l’ambiente vanno considerati patrimoni condivisi. Non appartengono a nessuno in particolare ma rappresentano una comunità di esseri viventi indispensabili per la vita sul pianeta. Riconoscendo la validità di questo ragionamento bisogna collegarlo subito al passo successivo: i costi per la gestione del capitale naturale devo essere collettivi.

Se questo vale per l’Italia occorre fare un ulteriore passo nei confronti dei paesi che hanno minori risorse economiche. La gestione dei grandi patrimoni naturali, in tutti i loro molteplici aspetti, deve essere considerato un costo planetario. Al quale le nazioni ricche devono contribuire in modo concreto, stanziando risorse e aiuti e controllando il loro impiego.

Barriere con alligatori per fermare immigrazione

alligatori per fermare immigrazione

Barriere con serpenti e alligatori per fermare immigrazione alla frontiera con il Messico. Questo l’ultimo pensiero del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che vorrebbe far realizzare fossati lungo tutta la frontiera, per scoraggiare l’immigrazione. Ne da notizia l’agenzia ANSA in un suo articolo pubblicato sul sito online.

Al di la delle farneticazioni alle quali ci ha abituato Trump, che ogni giorno alza il tono delle sue affermazioni, sarebbe opportuno spendere due parole sulle barriere fisiche che si vogliono mettere ai confini. Un’idea insensata per fermare le migrazioni umane, una scelta pericolosa nei confronti dell’ambiente.

Creando separazioni artificiali e così impattanti sul territorio si da origine infatti a grandi difficoltà anche allo spostamento degli animali terrestri. Che si trovano impediti nei loro movimenti, da un confine fisico innaturale, artificioso. Una situazione pericolosa per gli ecosistemi, basati su un’interdipendenza fra tutte le specie che li abitano. E gli animali, si sa, non conoscono i confini politici e, per loro fortuna, nemmeno i polveroni sollevati dagli uomini.

Le barriere creano grossi danni alla fauna, come già si è visto in Africa

L’Australia è il continente nel mondo che ha creato le barriere più lunghe, arrivando a separare l’Australia del Sud dal resto del paese, con una recinzione di 5.600 chilometri. Pensata per evitare sconfinamenti dei dingo, visti come pericolosi per gli allevamenti. Mentre un’altra barriera contro i conigli, lunga per oltre 3.300 chilometri è stata eretta nell’Australia Occidentale.

Barriere, come quella pensata da Trump che vuole usare gli alligatori per fermare immigrazione, risultano essere impenetrabili per la grande maggioranza dei mammiferi terrestri. Limitando non solo i movimenti locali ma anche le grandi migrazioni, come accade in Africa.

Botswana e Zimbabwe sono stati separati all’inizio di questo secolo con una barriera lunga 500 chilometri, ufficialmente per difendere gli animali d’allevamento del Botswana. Il paese africano temeva infatti il contagio dell’afta epizootica da parte degli animali dello stato vicino, da sempre instabile e molto più povero.

Nella realtà questa barriera, anche se è sempre stato negato, serviva anche a impedire la migrazione delle persone dallo Zimbabwe al Botswana. Ma in questo modo sono state interrotte grandi rotte migratorie degli erbivori selvatici, come si può leggere in questo articolo, dove potrete anche vedere la cartina delle barriere presenti nel mondo.

Solo l’idea dell’uso di alligatori per fermare immigrazione fa orrore

Continuare a utilizzare barriere e separazioni fisiche per dividere il pianta a nostro piacimento è un problema reale, del quale si parla molto poco, ma che ha creato già tantissimi problemi. Nonostante gli studi della comunità scientifica l’opinione pubblica è poco informata su questo argomento. Articoli però possono essere trovati su giornali online indipendenti, che hanno affrontato il problema come The Conversation.

Se gli umani riusciranno sempre, in un modo dell’altro, a superare le recinzioni fisiche, anche pagando un tributo in vite umane molto alto, per gli animali è diverso. Secondo gli studi l’impossibilità di attraversamento delle barriere fisiche per i mammiferi ha comportato ricadute anche su molte popolazioni di uccelli. Infatti questi ultimi, pur potendo volare sopra le recinzioni si sono ritrovati a dover vivere in ambienti profondamente modificati.