COP27 un pericoloso fallimento planetario: poco coraggio, molta incoscienza

COP27 pericoloso fallimento planetario

COP27, un pericoloso fallimento planetario che rischia, per il poco coraggio dimostrato dagli Stati, di far esplodere il pianeta. Nonostante si sia chiusa con due giorni di ritardo la conferenza di Sharm El Sheikh, riunione planetaria che doveva fissare nuovi e coraggiosi obiettivi per contrastare i cambiamenti climatici si è conclusa con un nulla di fatto. Unica nota positiva, a cui però manca concretezza, è il fondo Loss & Damage deciso per compensare i paesi poveri dai danni subiti, finanziato agli Stati che sono maggiori produttori di emissioni clima alteranti.

Quella che è apparsa subito chiaro è stata la volontà di non decidere provvedimenti che potessero mettere in pericolo le economie dei paesi più industrializzati, già in crisi a causa della guerra in Ucraina. Quindi l’economia e gli interessi della grande finanza, sono riusciti, ancora una volta a prevalere sul buon senso e sull’urgenza, scontentando ONU e Commissione Europea. Una conferenza decisamente tutta in salita, sia per la discussa sede in Egitto, un paese che non rispetta i diritti umani, che per la risaputa quanto disattesa necessità di agire.

Siamo arrivati a una situazione paradossale ma diffusa, che porta a curare gli effetti del problema senza dimostrare la volontà di occuparsi seriamente delle cause. Come dimostra l’unico provvedimento di rilievo che è stato adottato, cercando di porre rimedio ai danni subiti dai paesi delle aree più povere, come l’Africa sub sahariana. Ora ci vorranno ulteriori dodici mesi per arrivare a una nuova conferenza, un tempo sarà sempre troppo lungo rispetto alle urgenze.

COP27, un pericoloso fallimento planetario nell’indifferenza dei protagonisti, incapaci di vere scelte

In un articolo pubblicato da Repubblica si da notizia di scontri durissimi fra i partecipanti, divisi fra paesi ricchi e poveri da una profonda frattura. Nella consapevolezza che saranno proprio questi ultimi a pagare il prezzo più alto dai cambiamenti climatici, come già sta succedendo ora. Alluvioni, siccità e carestie stanno colpendo duramente il Sud del mondo in modo molto più preoccupante e micidiale di quanto stia succedendo nei paesi ricchi.

“A Sharm abbiamo visto un esplicito tentativo da parte di imprese e paesi produttori di gas e petrolio di rallentare una transizione necessaria e ormai inevitabile”, dice Giulia Giordano, responsabile dei programmi internazionali del think thank italiano Ecco.

Tratto da Repubblica

Questi erano gli obiettivi, quasi completamente disattesi, dell’Unione Europea per COP27:

  • mitigazione: mantenere l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali
  • adattamento: stabilire un programma d’azione globale rafforzato in materia di adattamento
  • finanziamenti: esaminare i progressi compiuti in relazione alla messa a disposizione di 100 miliardi di USD all’anno entro il 2025 per aiutare i paesi in via di sviluppo ad affrontare gli effetti negativi dei cambiamenti climatici
  • collaborazione: assicurare un’adeguata rappresentazione di tutti i pertinenti portatori di interessi nella COP 27, soprattutto delle comunità vulnerabili

Qualcuno dovrà spiegare alle giovani generazioni le motivazioni del disastro

Questi giorni sono l’esemplificazione del paradosso che stiamo vivendo, sotto il profilo climatico ma anche dell’equità e dei diritti. La COP27 fatta in Egitto, uno stato dove è impossibile parlare di equità e diritti e i mondiali di calcio che si aprono in Qatar, uno regime illiberale, dove anche gli stadi all’aperto sono dotati di impianti per il condizionamento. Uno Stato, il Qatar, con un’impronta ecologica incompatibile con l’attuale situazione climatica. Eppure, per un gioco delle parti, sono proprio questi due paesi ad avere ottenuto l’attenzione del mondo.

La politica, sia quella europea che quella nazionale, che mai come ora sta andando in direzione contraria alla mitigazione dei cambiamenti climatici, hanno grandissime responsabilità. Per le quali dovranno rendere conto alle giovani generazioni alle quali stanno rubando letteralmente il futuro.

Danno ambientale e sofferenza animale non spaventano il governo

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Danno ambientale e sofferenza animale sembrano essere secondari per il ministro Francesco Lollobrigida, anzi quasi del tutto inesistenti. Rispetto ai pericoli derivanti dagli alimenti sintetici, a dire del titolare del nuovo dicastero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste. Che dopo l’infelice uscita sui predatori, come orsi e lupi, ha rinfocolato le polemiche con un’altra dichiarazione a effetto. Affermando che non ci sarà il via libera a nessun cibo sintetico, fino a che ci sarà questo governo.

Poi si scopre che di sintetico c’è solo la brutta sintesi fatta dal ministro, che decisamente confonde il significato del termine, calcolando che il riferimento è al latte (umano) che si sta riproducendo in laboratorio. Ma la coltivazione delle cellule non ha proprio nulla di sintetico, come spiega la Treccani venendo come sempre in soccorso della nostra lingua italiana. Bellissima ma dannatamente vituperata.

Sintetico: In chimica, di sostanza ottenuta per sintesi, non proveniente dall’elaborazione di organismi animali o vegetali (talora sinon. di artificiale): gomma s., resine s.; materiali s., ecc. Fibre s., in senso lato, tutte quelle preparate dall’uomo e, in senso più stretto, solo quelle ottenute con processi di polimerizzazione o di policondensazione di sostanze semplici, provenienti da materie prime quali frazioni petrolifere, gas naturale, carbon fossile, mentre si dicono artificiali quelle ottenute dalla trasformazione di prodotti polimerici naturali (cellulosa, proteine, ecc.).

Fonte: Dizionario Treccani

Danno ambientale e sofferenza animale non sono né sintetici, né artificiali e rappresentano un pericolo per la salute

La dichiarazione fatta dal ministro in un question time al Senato ha velocemente fatto il giro delle agenzie di stampa, che ne hanno dato grande rilevo. Lasciando a bocca spalancata molte persone impegnate nella tutela ambientale e nella difesa dei diritti degli animali, che appare chiaro non rientrano nelle priorità di questo esecutivo. Che ritiene evidentemente più pericolosa la coltivazione di cellule per creare cibo, rispetto ai danni prodotti dagli allevamenti di animali, che non solo inquinano il mondo, ma mettono in pericolo la salute umana. Dimenticando che una parte dei cibi che oggi rappresentano un’alternativa alle proteine animali sono di origine vegetale.

Nella difesa dell’agricoltura a tutto tondo, che rappresenta un bacino importante di consensi per l’attuale governo, il ministro pare aver dimenticato, oltre alle emissioni climalteranti degli allevamenti, anche tutto il resto. Dal consumo eccessivo di acqua alla deforestazione, dalla trasformazione di proteine vegetali in alimenti per gli animali d’allevamento, sottraendole all’alimentazione degli esseri umani. E se le preoccupazioni sono per i potenziali danni alla salute umana conviene che non dimentichi pesticidi, erbicidi, fertilizzanti e tutto il campionario di sostanze, sintetiche e pericolose, che finiscono nei nostri piatti.

Difficile vedere in questa difesa corporativa a tutto tondo qualcosa che vada nella giusta direzione, che dovrebbe avere il duplice obiettivo di non inquinare e di dare cibo a 8 miliardi di esseri umani. Se il mondo occidentale continuerà ad affamare il resto del pianeta, senza preoccuparsi davvero del clima, lo costringerà a intraprendere, più prima che poi, la più grande e spaventosa ondata migratoria della storia umana. Un fatto che preoccupa da tempo le Nazioni Unite, ma che non scalfisce la fiducia incrollabile nell’agricoltura italiana di Lollobrigida.

La tutela ambientale e la riduzione della nostra impronta ecologica sembrano venire dopo alle questioni economiche

Nascondere la rilevanza del problema ambientale, che appare sempre molto sfumato nei discorsi governativi, non rassicura affatto. Se la questione economica è fondamentale nel breve termine quella ambientale sarà mortale nel medio termine. Senza possibilità di ritorno, una volta che si supereranno le Colonne d’Ercole costituite da un innalzamento eccessivo della temperatura. Lasciando così molti italiani increduli nel dover valutare importanza e competenza, pericoli e convenienza.

La priorità di questo paese non è la rottamazione delle cartelle esattoriali o l’innalzamento al tetto del contante. La priorità è quella di smetterla di baloccarsi con i tatticismi politici e di imboccare la via della tutela ecologica. Senza provvedimenti assurdi come il cercare di trovare consenso grazie alle autarchiche trivellazioni. Che probabilmente potranno produrre risultati solo quando l’estrazione del gas sarà del tutto inutile e inopportuna. Come non è certamente una priorità il ponte sullo Stretto, che andrebbe a insistere su un’area ad elevata sismicità e di grande importanza ecologica. Senza portare vantaggi ai siciliani, che si dovranno sempre confrontare con le scarse infrastrutture.

Ministro Lollobrigida dia una speranza a questo paese, cerchi di impegnarsi per rendere l’agricoltura sempre più sostenibile, incentivando il consumo delle proteine vegetali e non la loro conversione, sfavorevole, in proteine animali. Riduca il carico degli inquinanti, vieti l’uso degli antibiotici distribuiti a pioggia in zootecnia, contribuisca a valorizzare scelte forse impopolari ma sicuramente indispensabili. Diversamente il problema non sarà quello di fermare lo sbarco dei migranti, ma la responsabilità morale e politica di non aver saputo impedire le motivazioni che li fanno salire sui barconi.

Sfondare le gabbie della comunicazione sugli animali, per non parlare solo ai sostenitori

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Sfondare le gabbie della comunicazione sugli animali, liberandosi dalla ricerca del consenso e mirando a fare informazione di qualità. Cambiando il tipo di informazione, liberandola dagli stereotipi e cercando di essere coinvolgenti. Per non parlare sempre alla platea delle persone già attente, ma per coinvolgere quanti, ai temi dei diritti animali, non si sono mai avvicinati. Qualcuno potrebbe pensare che sia una cosa ovvia, ma per chi si occupa di comunicazione non lo è affatto. La ricerca del consenso e del sostegno, anche economico, porta a investire molto sempre sulla stessa platea e troppo poco sul grande pubblico.

Certo la comunicazione emotiva rappresenta una facile scorciatoia, capace di creare consensi, like e condivisioni. Se l’obiettivo, però, è quello di diffondere buona informazione in questo modo ci si allontana, e molto, dallo scopo. La necessità è quella di coinvolgere non solo i cosiddetti “animalisti”, termine orrendo, ma di intercettare chi potrebbe essere interessato a ricevere nuovi spunti di informazione. Per farlo occorre uscire da alcuni recinti mentali, non sempre così disinteressati, e puntare diritti verso l’obiettivo: per cambiare le cose serve aumentare il numero di orecchie e di occhi. Smettendo di accontentarsi di parlare sempre solo a chi è già d’accordo.

I diritti degli animali vanno comunicati, ma anche scomposti: esistono i diritti, che hanno un valore fondamentale costituito da rispetto, compassione e empatia. Solo dopo arrivano le sotto categorie, le divisioni lessicali, ma prima di essere umani o animali i diritti costituiscono valori inalienabili. Che andrebbero sempre difesi con le unghie e con i denti, anche a costo di graffiare. Se il concetto è condivisibile allora potrete continuare nella letteratura, diversamente questo articolo non fa al caso vostro.

Sfondare le gabbie della comunicazione sugli animali è possibile cambiando la costruzione del racconto

La natura non è disneyana, non è affatto buona per definizione, ma segue precisi disegni che a seconda degli occhi di chi li vive, possono cambiare di prospettiva. I lupi, per usare un animale divisivo, non sono simpatici per definizione, semmai sono indispensabili al mantenimento degli equilibri naturali. Ci sono persone che non condivideranno mai il concetto “io amo i lupi”, ma che potrebbero diventare degli strenui difensori del predatore se conoscessero meglio l’importanza della sua presenza. Perché questo avvenga è importante riuscire a divulgare le informazioni in modo corretto: il fine è quello di informare, non di compiacere.

Sfondare le gabbie della comunicazione sugli animali è molto più complesso che fare una dichiarazione d’amore. Amare qualcuno è una buona partenza, ma solo quando questo sentimento è perfettamente sovrapponibile al rispetto. Per questo l’obiettivo dovrebbe essere, sempre, quello di far comprendere il valore del rispetto, senza mai disgiungerlo da quello dell’amore. Sentimento che certe volte, per troppi animali, si trasforma in una gabbia dalla quale è impossibile scappare. Basti pensare a quanti dichiarano di amare il proprio cane, dimenticandosi dei suoi bisogni per soddisfare i propri desideri.

Un esempio d mancanza di comunicazione positiva lo troviamo spesso proprio in molti che si professano amati degli animali. Costringendoli a vivere in gabbia oppure alimentando il commercio dei cuccioli della tratta o ancora comprando cani brachicefali che non respirano. Forse per amore, certamente per egoismo. Per questo è importante allargare la platea di chi può essere coinvolto nella difesa dei diritti, rispetto a quanti si limitano a sollecitare solo la loro componente emotiva.

Difendere i diritti degli animali può voler dire anche andare contro corrente

Cercare di fare corretta informazione può creare spazi di critica, una cosa che deve essere accettata sino a quando tutto si svolge nel contesto di commenti educati. Il pensiero resta libero e non esistono verità assolute, in nessun campo; certo più ci si avventura sui sentieri fin troppo battuti della propaganda e più si rischia di inciampare. Proprio come fanno quelle persone che ancora oggi sono capaci di affermare che i lupi sono stati reintrodotti in Italia. magari con l’aiuto degli elicotteri.

Nonostante le mille emergenze ambientali e la perdita verticale di biodiversità, l’attenzione verso questi problemi non è ancora sufficientemente alta. Eppure per garantite il diritto di esistere, a persone e animali, dobbiamo tutti cercare di essere parte attiva, forse del più grande e rapido cambiamento che sia mai stato richiesto alla nostra specie. Che dopo anni di allarmi inascoltati, si trova di fronte a un bivio senz’appello: cambiare o vivere il peggiore degli incubi. Se non arrivare realmente all’estinzione entro l’Antropocene.

Questo è uno dei motivi sul perché sia così importante cambiare anche i modelli comunicativi. Bisogna essere attenti a non condividere notizie false, solo perché verosimili, non bisogna credere a tutto quello che circola in rete senza verificare, senza guardare la realtà con occhio critico. Quando l’informazione veritiera è difficile da veicolare quella che alimenta il mondo del falso sembra sempre ottenere sempre più credito. Ognuno di noi può fare la differenza, perché fra i diritti da difendere c’è anche quello alla verità e tutti possiamo essere ambasciatori del cambiamento.

Orsi e lupi sono sovrabbondanti: parola di ministro Lollobrigida

orsi lupi sono sovrabbondanti

Orsi e lupi sono sovrabbondanti nel nostro paese, secondo quanto ha affermato il neo ministro all’Agricoltura e alla Sovranità Alimentare durante un incontro in Alto Adige. Una dichiarazione, che oltre a far sorridere per il concetto espresso con un termine scientificamente improbabile, sicuramente non fa presagire tempi sereni per la fauna. Del resto questo era chiaro già prima delle elezioni, quindi chi ha votato la coalizione ha implicitamente approvato l’idea di un uomo sempre più padrone del territorio. Un antropocentrismo che da anni è contenuto nel lessico dei due maggiori partiti di questo inedito governo.

“Noi dobbiamo proteggere le specie in estinzione, ma non incrementare le specie che possono essere dannose per allevatori e produzione nazionali. È evidente che se 30 anni fa alcune specie erano in estinzione, oggi sono sovrabbondanti, quindi bisogna affrontare il problema con pragmatismo e senza ideologia, che hanno reso impossibile attività virtuose come allevamento e agricoltura”

Dichiarazione tratta dall’articolo della testata Alto Adige

Appare evidente che il ministro, probabilmente preso dalla foga oratoria o forse per una conoscenza superficiale del mondo naturale, sia scivolato in un commento da bar sport. Motivato anche dalla voglia di piacere a una platea fatta di agricoltori e allevatori, che volevano avere la certezza del significato di sovranità alimentare. Che sembra potersi riassumere nel concetto “prima agricoltori e allevatori, poi animali e ambiente“. Così al ministro sfugge che fra estinzione e sovrappopolazione, non ci sta la sovrabbondanza, ma l’equilibrio. Senza il quale l’uomo in un tempo breve rischia di estinguersi come i dinosauri per una politica incapace di comprendere la necessità di avere visione, basata sul futuro e non soltanto su domani.

Orsi e lupi sono sovrabbondanti solo nelle parole in libertà del neo ministro Lollobrigida

Solo pochi mesi fa si è concluso il monitoraggio sulla popolazione dei lupi nel nostro paese, che ha fornito il quadro sulla presenza del predatore su tutto il territorio dello stivale. Una popolazione che si è diffusa, grazie all’aumentato numero di ungulati selvatici che costituiscono le loro prede principali. Come hanno capito anche molti allevatori. Le predazioni fatte dai lupi sugli animali domestici sono quasi tutte dovute a una mancata vigilanza sugli animali al pascolo, al non uso dei sistemi di protezione come cani da guardiania e recinti elettrificati. Eventuali perdite subite dagli allevatori sono comunque indennizzate, anche quando questi non utilizzano nessuna attività di prevenzione.

Appare quindi grave che un ministro, che deve sempre mettere al centro della sua azione la collettività e non solo alcune categorie, pronunci concetti così sconnessi. Dalla realtà, dal suo ruolo ma, soprattutto dai criteri scientifici che affermano da tempo che la salute del pianeta è indissolubilmente legata con equilibrio e tutela ambientale. Senza poter dimenticare, nelle parole del ministro, quel riferimento alle attività virtuose come l’allevamento, che sono invece responsabili di buona parte dei problemi ambientali. Che si affacciano ogni giorno con sempre maggior prepotenza e che non saranno tenuti a bada con le chiacchiere.

La tutela ambientale non è prioritaria per il governo, come si capiva già prima della sua formazione e dalle prime attività messe in campo. Come la ripresa di nuove trivellazioni in Adriatico per sopperire alle problematiche venutesi a creare con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Un’idea scellerata, considerando che l’idea per un futuro in grado di limitare le emissioni non passa attraverso il gas. Che può essere un’energia di transizione, ma non una scelta per il futuro energetico italiano o planetario. Che senso ha, quindi, aprire nuovi pozzi che entrerebbero in funzione fra anni?

La tutela ambientale e l’aumento della sostenibilità delle attività umane rappresenta l’unica luce in fondo al tunnel

I cittadini dovrebbero pretendere che le priorità dell’esecutivo siano quelle che sono al centro delle preoccupazioni di tutta la comunità scientifica. Non è più tempo di demagogia, frasi a effetto e di facile ricerca del consenso, occorre agire con provvedimenti urgenti e di buon senso. Anziché preoccuparsi dei lupi o degli orsi, ministro Lollobrigida, si preoccupi di rendere l’agricoltura ecosostenibile e di puntare a una progressiva riduzione degli allevamenti di animali. Non si possono più sentire sempre le stesse argomentazioni, vuote e senza verità, perché chi governa in questi tempi burrascosi, ha il dovere di garantire il futuro alle prossime generazioni.

Il clima da costante campagna elettorale, le dichiarazioni prive di contenuto e i provvedimenti che non contengano, anche, criteri di sostenibilità ambientale sono fuori dal tempo. Non soltanto perché hanno mortificato in anni e anni, sotto governi di ogni colore, il nostro paese, ma anche perché il tempo delle scelte è finito. Ora c’è soltanto il coraggio delle decisioni, responsabili e prese in nome del bene comune, per l’intera comunità umana.

Animali e diritti: le telecamere entrano nei macelli in Spagna, ma restano molte le contraddizioni, proprio come in Italia

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Animali e diritti: telecamere nei macelli obbligatorie in Spagna, che sarà così il primo paese dell’Unione Europea a dotarsi di questo strumento di controllo. Sono diversi anni che in tutta Europa e anche in Italia viene chiesta questa misura di sorveglianza nei macelli. Senza riuscire a ottenere che le molte promesse fatte dalla politica si traducessero in realtà. Il provvedimento varato dal governo spagnolo prevede, finalmente, che le telecamere siano obbligatorie per tutti i macelli, anche i più piccoli e persino in quelli mobili.

Le telecamere dovranno essere installate in ogni luogo ove vi sia presenza di animali vivi, sia per evitare maltrattamenti aggiuntivi che per monitorare i tempi di attesa. Per norma europea gli animali devono essere macellati nel minor tempo possibile. Evitando che una lunga permanenza nelle strutture dei macelli possa essere causa di ulteriori sofferenze. Questo provvedimento costituisce un passo avanti, anche se sottrae sofferenza ma non può risolvere i molti problemi dell’allevamento.

Il traguardo resta sempre quello di poterci liberare dalla dipendenza dalle proteine animali, anche grazie all’arrivo sul mercato della carne coltivata. Un passaggio quest’ultimo che sarà davvero epocale, nel momento che sarà possibile arrivare alla completa sostituzione della carne derivante dall’uccisione di animali. Nel frattempo ogni azione che porti a una riduzione delle sofferenze degli animali negli allevamenti e in tutte le fasi della produzione deve essere comunque accolta con grande soddisfazione. Come la drastica diminuzione dei consumi, per qualsiasi ragione avvenga.

Animali e diritti: con le telecamere nei macelli la Spagna compie un balzo in avanti, ma restano corride e feste religiose

Mentre da una parte la Spagna ha compiuto un grande balzo in avanti, per eliminare inutili sofferenze nei macelli, dall’altra resta al palo sui maltrattamenti agli animali. Dimostrando che una parte del paese è nel futuro, mentre un’altra è ancora ferma a riti medioevali, con feste simili a sacrifici pagani e con la corrida. Un paese con una sensibilità e un’attenzione ai diritti degli animali che marcia a corrente alternata: stessi animali, diritti diversi. Si tutelano quelli destinati al macello e si torturano, con maltrattamenti atroci, le stesse specie nel corso di manifestazioni popolari e feste religiose.

Contraddizioni che appaiono per noi inconcepibili, per la violenza che è insita in manifestazioni come quelle del Toro de la Vega o nelle corride. L’Italia pur essendo ancora molto indietro nell’assicurare una tutela degli animali, spesso anche a causa di inerzie politiche e scarsi controlli, ha infatti da tempo previsto come reato moltissime forme di violenza agite nei confronti degli animali. Certo restano ancora consentite manifestazioni equestri come il Palio di Siena, sempre più contestato, o i circhi, ma la violenza gratuita sugli animali, seppur poco perseguita, è legalmente vietata.

Altro tasto dolente sono le attività come allevamenti, trasporti di animali vivi e macelli dove si dovrebbe fare molto di più, ma quando ci sono in ballo interessi economici le cose cambiano. Nonostante gravissimi fatti di cronaca, basati su inchieste che continuano a svelare reati e maltrattamenti compiuti a danno degli animali. Queste situazioni non sono considerate lecite, semplicemente vengono troppo spesso coperte con omissioni o favoreggiamenti. Situazione ben diversa è quella che accade in Spagna durante le feste religiose dove torturare gli animali è un comportamento considerato normale, giustificabile.

La politica italiana promette di migliorare le condizioni di vita degli animali e di far crescere i loro diritti: solo promesse elettorali?

Probabilmente le promesse, come sempre accade, hanno un elevato tasso di probabilità di restare tali. Animali e clima sono bandiere troppo spesso agitate per raccogliere voti, contando sul fatto che molti amanti degli animali siano, purtroppo, più emotivi che riflessivi. Credendo spesso a chi le promette più grosse, dimenticandosi poi di lavorare davvero per trasformare le promesse in risultati concreti. Così si spacciano disegni di legge come conquiste, ordini del giorno presentati nell’uno o nell’altro ramo del parlamento come vittorie storiche. E nulla cambia mai per davvero, perché in effetti gli animalisti hanno la memoria corta.

Una spiegazione più che plausibile di questo comportamento l’ha data Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica nel 2021, parlando di mancati provvedimenti sul clima. Illustrando in una lunga intervista a Repubblica, con concetti semplici, la pochezza della nostra classe politica.

I politici sempre più spesso hanno uno orizzonte di pochi anni, quelli del loro mandato, non intraprendono azioni di lungo termine i cui risultati rischiano di essere inutili per la rielezione. E il clima è uno degli argomenti che ha pagato questa scarsa lungimiranza politica. Però è vero anche che finora gli elettori non si sono fatti molto sentire. Hanno votato anche loro in base ai propri interessi di breve periodo. Dunque la responsabilità è sia dei politici che degli elettori: se questi ultimi non fanno in modo che sia conveniente per i partiti fare una politica climatica, i politici non la attueranno certo in modo spontaneo”.

Elettori e eletti sono quindi corresponsabili sui mancati provvedimenti?

Occorre davvero dividere in modo equanime le responsabilità fra politici e elettori? La risposta non può che essere affermativa, visto che sono proprio gli elettori che hanno fatto avanzare una classe politica spesso incolta, becera e populista. Proprio come accade per i bambini, i politici nel corso di questi decenni hanno continuato a alzare l’asticella delle promesse vuote e non hanno quasi mai dovuto pagarne la colpa. I bambini ai quali si consente troppo diventano maleducati mentre i politici diventano arroganti e fanfaroni. Dimostrando in più una parallela crescita del loro ego e della capacità di banalizzare questioni complesse. Il risultato è di fronte agli occhi di tutti, almeno di chi li tiene aperti.

Siamo noi cittadini che abbiamo consentito alla politica di esprimere il peggio, smettendo di esercitare il controllo sulla delega data. Pensando che se il paese va verso lo sfascio, culturale e economico, sia molto meglio barricarsi nel salotto di casa propria, magari agitandosi soltanto sui social. Una deriva che colpisce duro in Italia e che spesso ha contagiato non solo i partiti ma anche i corpi intermedi. Che sono passati dall’essere un utile stimolo a cercare di inseguire proprio chi dovrebbe essere in grado di rappresentare i cittadini.

Eppure è noto che una società migliore è creata dal livello culturale e dall’educazione civile dei suoi componenti. Per questo lo stimolo a questo processo di crescita, in tema di tutela ambientale e crescita dei diritti animali, dovrebbe essere il primo obiettivo di tutte le realtà sociali che si occupano di operare in questi settori. Invece l’impressione è che, anziché promuovere la crescita culturale che spesso non è compito popolare, sia privilegiata l’attività di raccogliere consensi, di guadagnare visibilità. Un po’ come ha recentemente dimostrato l’improbabile legame fra il WWF e il Jova Beach Party.

Peste suina africana: la mattanza servirà a fermare la malattia o è la scusa per l’ennesimo massacro?

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Peste suina africana: la mattanza ha avuto inizio ma servirà davvero a arginare o debellare il virus, oppure è soltanto una scusa per avere le mani libere? La domanda è lecita ma la risposta non è mai scontata nel nostro paese quando si parla di animali. Si sa che contro il temuto virus non esiste vaccino e quindi si teme che in caso di contagio fra animali liberi (cinghiali, incroci) e suini allevati succeda un disastro. Ovviamente non per gli animali ma per gli allevatori, che si vedrebbero costretti a abbattere tutti i capi.

Il virus, arrivato in Italia da qualche tempo, ha cominciato a diffondersi fra i suidi selvatici, quelli che già da tempo sono nel mirino di cacciatori e agricoltori. Per essere diventati numericamente un’emergenza, arrivando a invadere non solo le campagne ma anche le città, come succede quotidianamente nella capitale. L’origine del problema, perché la genesi è importante anche in un paese come il nostro che ha sempre la memoria corta, sono stati i cacciatori. La cassa che amplifica il disastro creato dai cacciatori sono, di nuovo, sempre loro, i cacciatori. Grazie a una una costanza, solo nostra, di far combattere il problema proprio da chi lo ha causato.

I cacciatori hanno importato i cinghiali dall’Est Europa negli anni 80/90 perché questa sottospecie era più prolifica e più grande. In anni in cui i lupi erano ancora poche decine, confinati nelle loro ultime enclave nelle regioni meridionali. Senza predatori naturali, soggetti a prelievi dissennati che aumentavano, allora come oggi, il tasso riproduttivo dei cinghiali, e dei loro ibridi causati dall’allevamento brado, è amentato. Senza che i cacciatori riuscissero come era scientificamente prevedibile, a contenerne il numero in termini numerici sostenibili.

La peste suina africana: la mattanza e le zone rosse non serviranno a contenere l’epidemia ma solo a trovare un “suino” espiatorio

Il virus è mortale per i suidi e già da solo farà una strage, probabilmente, negli animali selvatici. Senza bisogno che i cacciatori abbiano la licenza di abbatterli, come a loro farebbe piacere, giorno e notte: questo oltre a non servire diventerebbe un formidabile veicolo di propagazione del tanto temuto virus, grazie alla dispersione degli animali sul territorio e all’aumento del tasso riproduttivo. Un’opinione che non è solo delle organizzazioni di tutela degli animali, ma è un delle indicazioni dell’ISPRA che chiede di vietare l’attività venatoria, compresa la caccia di selezione.

Per i cinghiali che infestano Roma qual è la soluzione? L’abbattimento?
No. La soluzione è graduale e non può essere immediata. La prima è individuare dove c’è il virus, quindi bloccare l’espansione geografica, poi lasciare che la malattia faccia un po’ di morti: il virus è molto letale, uccide il 70-80% degli animali. La malattia riduce in maniera drastica la popolazione. Infine quando sono rimasti pochi animali si valuta se c’è ancora il virus e si abbattono gli ultimi animali altrimenti se il virus non c’è più si chiude il focolaio e la zona ritorna non infetta (in gergo indenne).

Tratto dall’intervista a Vittorio Guberti, primo ricercatore dell’Ispra, pubblicata su Il Fatto Quotidiano del 15/05/2022

Quindi gli abbattimenti non sono la soluzione, eppure su questi è concentrata la richiesta degli allevatori e dei cacciatori in tutto il paese, dove si stanno diffondendo focolai di peste suina africana a macchia di leopardo. Del resto che gli abbattimenti non siano risolutivi né in caso di sovrannumero, né in caso epidemico lo sanno anche i più sprovveduti. La politica invece, in tempo di elezioni alle porte continua a seguire le richieste di quelle categorie che rappresentano un bagaglio di voti. Arrivando a minacciare l’abbattimento anche dei suidi presenti nei santuari.

Abbattere gli animali presenti nei santuari non ha senso: bastano le misure per scongiurare il contatto con i suini selvatici

In questa grande confusione le decisioni sono spesso incoerenti e poco utili: il miglior sistema sarebbe quello di proteggere allevamenti e concentramenti di suini da possibilità di contatto con gli animali selvatici. Peraltro anche sotto il profilo economico risulta meno impattante proteggere gli allevamenti, già in massima parte recintati, che non erigere barriere in tutte le zone rosse del paese. Ben sapendo che presto, probabilmente, non ci saranno più zone rosse, ma si assisterà a una diffusione del virus molto più estesa.

Dietro, anzi dentro, alla questione cinghiali non ci sono solo allevatori, agricoltori e mondo venatorio, ma anche molti sindaci, come quello di Roma. Gualtieri ha ereditato una situazione completamente fuori controllo sulla gestione dei rifiuti della capitale, fonte attrattiva che porta a un costante ingresso di cinghiali a Roma. Gli abbattimenti, nella testa di chi poco conosce dei meccanismi naturali, vengono quindi visti come un modo per far piazza pulita di questi scomodi inquilini capitolini. Qualcuno però dovrebbe far presente al primo cittadino, e non solo di Roma, che i cinghiali in città, con gli abbattimenti, sono destinati a crescere e non a diminuire.

Ora occorre che le Regioni tengano in buona considerazione il parere dell’ISPRA e mettano in alto altre strategia, meno cruente e sicuramente più risolutive. Cercando di comprendere una volta per tutte che la gestione dei rifiuti e l’aumento dei predatori sono le due soluzioni auspicabili per ridurre in modo intelligente il numero dei cinghiali, che come tutti gli squilibri causati dall’uomo non possono essere risolti a fucilate. Tantomeno abbattendo gli animali presenti nei santuari, già recintati e protetti.

Aggiornamenti:

Aggiornamento del 08/08/2022 – L’ASL Roma ha notificato alla “Sfattoria degli ultimi” l’ordine di abbattimento di tutti i suidi presenti nel santuario, non volendo tenere conto delle legittime richieste dell’associazione che aveva più volte fatto presente che gli animali erano registrati come animali non destinati al consumo ed erano custoditi con tutte le necessarie garanzie per evitare contagi. Una decisione veramente inspiegabile contro la quale ci saranno quasi certamente ricorsi.

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