Peste suina africana: la mattanza servirà a fermare la malattia o è la scusa per l’ennesimo massacro?

peste suina africana mattanza

Peste suina africana: la mattanza ha avuto inizio ma servirà davvero a arginare o debellare il virus, oppure è soltanto una scusa per avere le mani libere? La domanda è lecita ma la risposta non è mai scontata nel nostro paese quando si parla di animali. Si sa che contro il temuto virus non esiste vaccino e quindi si teme che in caso di contagio fra animali liberi (cinghiali, incroci) e suini allevati succeda un disastro. Ovviamente non per gli animali ma per gli allevatori, che si vedrebbero costretti a abbattere tutti i capi.

Il virus, arrivato in Italia da qualche tempo, ha cominciato a diffondersi fra i suidi selvatici, quelli che già da tempo sono nel mirino di cacciatori e agricoltori. Per essere diventati numericamente un’emergenza, arrivando a invadere non solo le campagne ma anche le città, come succede quotidianamente nella capitale. L’origine del problema, perché la genesi è importante anche in un paese come il nostro che ha sempre la memoria corta, sono stati i cacciatori. La cassa che amplifica il disastro creato dai cacciatori sono, di nuovo, sempre loro, i cacciatori. Grazie a una una costanza, solo nostra, di far combattere il problema proprio da chi lo ha causato.

I cacciatori hanno importato i cinghiali dall’Est Europa negli anni 80/90 perché questa sottospecie era più prolifica e più grande. In anni in cui i lupi erano ancora poche decine, confinati nelle loro ultime enclave nelle regioni meridionali. Senza predatori naturali, soggetti a prelievi dissennati che aumentavano, allora come oggi, il tasso riproduttivo dei cinghiali, e dei loro ibridi causati dall’allevamento brado, è amentato. Senza che i cacciatori riuscissero come era scientificamente prevedibile, a contenerne il numero in termini numerici sostenibili.

La peste suina africana: la mattanza e le zone rosse non serviranno a contenere l’epidemia ma solo a trovare un “suino” espiatorio

Il virus è mortale per i suidi e già da solo farà una strage, probabilmente, negli animali selvatici. Senza bisogno che i cacciatori abbiano la licenza di abbatterli, come a loro farebbe piacere, giorno e notte: questo oltre a non servire diventerebbe un formidabile veicolo di propagazione del tanto temuto virus, grazie alla dispersione degli animali sul territorio e all’aumento del tasso riproduttivo. Un’opinione che non è solo delle organizzazioni di tutela degli animali, ma è un delle indicazioni dell’ISPRA che chiede di vietare l’attività venatoria, compresa la caccia di selezione.

Per i cinghiali che infestano Roma qual è la soluzione? L’abbattimento?
No. La soluzione è graduale e non può essere immediata. La prima è individuare dove c’è il virus, quindi bloccare l’espansione geografica, poi lasciare che la malattia faccia un po’ di morti: il virus è molto letale, uccide il 70-80% degli animali. La malattia riduce in maniera drastica la popolazione. Infine quando sono rimasti pochi animali si valuta se c’è ancora il virus e si abbattono gli ultimi animali altrimenti se il virus non c’è più si chiude il focolaio e la zona ritorna non infetta (in gergo indenne).

Tratto dall’intervista a Vittorio Guberti, primo ricercatore dell’Ispra, pubblicata su Il Fatto Quotidiano del 15/05/2022

Quindi gli abbattimenti non sono la soluzione, eppure su questi è concentrata la richiesta degli allevatori e dei cacciatori in tutto il paese, dove si stanno diffondendo focolai di peste suina africana a macchia di leopardo. Del resto che gli abbattimenti non siano risolutivi né in caso di sovrannumero, né in caso epidemico lo sanno anche i più sprovveduti. La politica invece, in tempo di elezioni alle porte continua a seguire le richieste di quelle categorie che rappresentano un bagaglio di voti. Arrivando a minacciare l’abbattimento anche dei suidi presenti nei santuari.

Abbattere gli animali presenti nei santuari non ha senso: bastano le misure per scongiurare il contatto con i suini selvatici

In questa grande confusione le decisioni sono spesso incoerenti e poco utili: il miglior sistema sarebbe quello di proteggere allevamenti e concentramenti di suini da possibilità di contatto con gli animali selvatici. Peraltro anche sotto il profilo economico risulta meno impattante proteggere gli allevamenti, già in massima parte recintati, che non erigere barriere in tutte le zone rosse del paese. Ben sapendo che presto, probabilmente, non ci saranno più zone rosse, ma si assisterà a una diffusione del virus molto più estesa.

Dietro, anzi dentro, alla questione cinghiali non ci sono solo allevatori, agricoltori e mondo venatorio, ma anche molti sindaci, come quello di Roma. Gualtieri ha ereditato una situazione completamente fuori controllo sulla gestione dei rifiuti della capitale, fonte attrattiva che porta a un costante ingresso di cinghiali a Roma. Gli abbattimenti, nella testa di chi poco conosce dei meccanismi naturali, vengono quindi visti come un modo per far piazza pulita di questi scomodi inquilini capitolini. Qualcuno però dovrebbe far presente al primo cittadino, e non solo di Roma, che i cinghiali in città, con gli abbattimenti, sono destinati a crescere e non a diminuire.

Ora occorre che le Regioni tengano in buona considerazione il parere dell’ISPRA e mettano in alto altre strategia, meno cruente e sicuramente più risolutive. Cercando di comprendere una volta per tutte che la gestione dei rifiuti e l’aumento dei predatori sono le due soluzioni auspicabili per ridurre in modo intelligente il numero dei cinghiali, che come tutti gli squilibri causati dall’uomo non possono essere risolti a fucilate. Tantomeno abbattendo gli animali presenti nei santuari, già recintati e protetti.

Aggiornamenti:

Aggiornamento del 08/08/2022 – L’ASL Roma ha notificato alla “Sfattoria degli ultimi” l’ordine di abbattimento di tutti i suidi presenti nel santuario, non volendo tenere conto delle legittime richieste dell’associazione che aveva più volte fatto presente che gli animali erano registrati come animali non destinati al consumo ed erano custoditi con tutte le necessarie garanzie per evitare contagi. Una decisione veramente inspiegabile contro la quale ci saranno quasi certamente ricorsi.

L’agnello e la compassione intermittente: storia crudele del mancato rispetto e della pietà relativa

agnello compassione intermittente

L’agnello e la compassione intermittente, quella che molti provano solo a Pasqua e non verso gli animali in genere. Eppure compassione e rispetto sono due sentimenti che potrebbero contribuire molto al miglioramento della nostra specie. Stati d’animo spesso sbandierati, talvolta raccontati ma non davvero provati, alcune volte suscitati solo da alcune specie, da alcune razze o da colori della pelle. Una sorta di intermittenza emotiva, un circuito altalenante e selettivo. Tant’è che non tutti gli animali generano gli stessi sentimenti.

Si potrebbe dire che compassione e empatia sono stati d’animo che abbiamo reso selettivi. Sulla base della tenerezza, del pericolo che incutono o del ribrezzo che suscitano. Quindi, se questo è il punto, questi sentimenti non devono essere visti come virtuosi, considerando che non coprono il senso della la vita come tale, ma solo quello di alcune creature. E talvolta nemmeno quelle. Durante il periodo pasquale molti si indignano per l’uccisione degli agnelli, per poi dimenticarsene, per non fare nulla per dar loro una sorte diversa.

Il claim pasquale diventa una sorta di inno alla vita degli agnelli, meno dei capretti, molto meno per i maialini e via via a scendere. Sino all’ultimo anello della catena rappresentato da pesci e affini. Mangiare agnelli a Pasqua, per chi consuma carne, non diventa così riprovevole: non vedendo differenza nella scelta e non comprendendone le motivazioni. Che invece ci sono e dovrebbero essere viste e comprese anche da quanti la carne la consumano. La limitazione del danno passa attraverso la conoscenza, non dalla difesa a oltranza dei propri piaceri o delle tradizioni.

L’agnello e la compassione intermittente: quella suscitata da alcuni animali e non da altri, senza pensare alle condizioni di vita e alla sofferenza

Come per tutti gli argomenti anche qui possono esistere concetti assoluti, come fare scelte vegane, e altri relativi come scegliere di consumare meno carne e pesce, cercando di evitare le provenienze da allevamenti intensivi. Scelte di buon senso che, come tutte le decisioni mediate, spesso non piacciono a nessuno. Non ai vegani, che le giudicano troppo facili e non risolutive, non a chi pensa che gli animali siano allevati per finire in pentola. Eppure oggi sono queste scelte a fare la differenza.

Nel cibarsi di animali ci possono essere decisioni che potrebbero migliorare le cose: un agnello resta sempre un cucciolo, ma se non venisse trasportato come se si trattasse di un carico di bulloni sarebbe certo meglio. Invece è proprio questo che avviene: animali strappati alle madri, fatti viaggiare in condizioni disumane e macellati peggio del solito. L’aumento della richiesta è come il sonno della ragione, genera mostri. Con pochi, pochissimi controlli su trasporto e macellazione. Un motivo universale per non mangiare agnelli e capretti.

Bisogna spendersi di più per informare le persone, per far loro capire come il mancato rispetto e una pietà ondivaga non vadano bene. Con una comunicazione che abbia il coraggio di non parlare solo alla pancia delle persone ma anche alla loro testa. L’emozione è passeggera, può crescere di fronte a una foto e scomparire leggendo un menù: il cervello crea spesso dicotomie. Per questo bisogna parlare alla testa: le convinzioni sono meno temporanee delle emozioni.

Diffondendo la cultura del rispetto si crea consapevolezza e non solo emozione: le due cose unite amplificano il risultato

La comunicazione sceglie spesso le frasi emotive, quelle che fanno scattare il click o la donazione. Se si privilegia la ragione il risultato è più difficile da raggiungere rispetto all’emozione. Un esempio che conosco bene: quando ho tolto la pubblicità dal blog ho detto che era per rispetto dei lettori, stimolando a offrire una piccola cifra per sostenere questo sforzo. Il risultato dopo molti mesi è che ho ricevuto offerte per ben 2,5 euro. Eppure il rispetto del lettore è un argomento forte, quando viene compreso. Ma va benissimo così.

Troppo spesso le scelte le decide il marketing perché tutti si occupano di raccogliere fondi, anche le cause più nobili. Ma credo occorra mediare fra la corretta informazione, quella che fa crescere la consapevolezza, e la pura raccolta di fondi. Che va benissimo per situazioni emergenziali come la guerra, dove non c’è il bisogno di convincere alcuno che i conflitti siano di per se orribili, dove basta raggiungere l’obiettivo economico e avere la coerenza di rispettarlo.

Quando lo scopo, invece, è quello di raccontare situazioni per essere artefici di un cambiamento allora il comportamento deve essere diverso. Il cardine dell’operazione deve diventare l’errore di consumare animali provenienti da situazioni crudeli, non la raccolta fondi che passa a essere una subordinata. In questo modo si avranno forse meno donazioni, ma si sarà contribuito a creare nuove convinzioni. Quelle che servono a cambiare la società, quelle che ci potrebbero traghettare verso una collettività più attenta ai diritti. Diversamente si crea il marketing che accresce la temporanea illusione di aver combattuto un errore tragico; non quello di mangiare agnello (o non solo) ma quello di far viaggiare anime animali anziché carni, come si chiede da tempo.

Vacche e guerra in Ucraina: gli allevatori minacciano di abbattere gli animali per i rincari, un paradosso informativo

vacche guerra ucraina allevatori

Vacche e guerra in Ucraina, gli allevatori minacciano di dover abbattere gli animali a causa dei rincari e della mancanza di forniture di mangimi. Una notizia che rimbalza fra i vari TG, dimenticando di sottolineare che negli allevamenti intensivi gli animali hanno sempre vita corta e sofferta. Considerando che non hanno pascolo, vivono in capannoni, sul cemento e sono alimentati quasi sempre con derivati del mais, che oramai provengono in gran parte dai paesi dell’Est Europa. In particolare proprio dall’Ucraina, ma anche dall’Ungheria e da molti altri Stati.

Un falso problema quello della macellazione di animali che comunque sono destinati a quello, dopo essere sfruttati negli allevamenti intensivi. Occorre spostare il focus sui modelli di produzione che sono incompatibili con il benessere animale e anche con quello umano, considerando tutti i vari aspetti. La guerra, oltre a sbatterci in faccia con la cruda realtà dei fatti di cosa siamo capaci, scoperchia anche molti vasi di Pandora che abbiamo fatto finta di non vedere. Cercando di tenerli serrati per non rendere palese che la globalizzazione sarebbe stata un vantaggio per pochi e un problema per molti.

Ora che le guerre non sono più lontane, in aree economicamente marginali oppure molto lontane, il nostro sistema scopre e rivela tutte le sue fragilità. Che non riguardano solo l’agricoltura e gli allevamenti ma l’intero sistema economico che abbiamo creato. Basato non sulla sostenibilità ma sul profitto: non conta quanto costa in termini ambientali ma quanto è il risparmio sotto il profilo economico nell’immediato. Grazie a questo meccanismo sono nate filiere impensabili, capaci di far viaggiare animali vivi per mezza Europa, sballottandoli senza necessità sui camion in ogni stagione. Alimentandoli non con l’erba, motivo per cui sono universalmente conosciuti come erbivori, ma con il mais, ucraino e non.

Vacche, guerra in Ucraina e allevatori: il momento di ripensare le filiere in un mondo che non sarà mai più lo stesso

Questa guerra ha segnato un punto di non ritorno, ha messo a nudo una serie di scelte sbagliate, sia sotto il profilo economico ed energetico che ambientale. Ha evidenziato come la globalizzazione abbia reso molto più vulnerabili le economie. Che dipendono da forniture che arrivano anche da paesi molto lontani con costi energetici e ambientali inaccettabili. Sperando che questo conflitto termini e che lo faccia nel minor tempo possibile occorrerà poi riflettere sulla fragilità delle nostre certezze.

Bisognerebbe avere, almeno, la capacità di sfruttare questo disastro per creare condizioni di vita diverse, più rispettose sotto il profilo ambientale, più lungimiranti per le necessità energetiche e più eque sotto il profilo sociale. Abbiamo dovuto constatare, in modo ruvido, come pochi giorni di guerra In Europa facciano traballare le economie, che si sono rivelate più fragili del previsto. In una manciata di ore si è arrestata la ripresa dopo la pandemia, si sono bruciati ingenti capitali in borsa e già si dice che non ci saranno risorse sufficienti per rendere effettiva la transizione ecologica.

Questa guerra rischia di essere un disastro umanitario che non colpisce solo le parti in conflitto ma l’intero pianeta. Non solo per i rischi di un allargamento del conflitto, ma per i ritardi che sarà capace di imprimere sulla lotta ai cambiamenti climatici, già temporalmente in grande ritardo. Bisogna impedire che conflitto e crisi umanitaria possano diventare il paravento dietro il quale nascondere la mancata attuazione delle misure di contrasto ai cambiamenti climatici.

La guerra in Ucraina ci ha dimostrato l’affetto profondo che ci lega ai nostri animali, anche in situazioni terribili come questa

Colpisce vedere persone che hanno perso tutto, che si sono dovute allontanare dalle famiglie e dalle case, affrontando viaggi incredibili, attraverso un paese distrutto, eppure con i loro animali al seguito. Qualsiasi cosa pur di non abbandonarli e così treni, pullman e rifugi hanno sempre qualche ospite a quattro zampe. Una presenza che rassicura, un affetto che non chiede e non giudica, c’è e basta. Come sempre succede nei rapporti con gli animali.

Persone che arrivano ai confini dell’Europa, quella che al momento almeno è zona sicura, e trovano associazioni che si occupano anche di animali. In Romania Save The Dogs, si è attivata immediatamente per cercare di dare aiuto ai profughi con animali e non solo. Chi si occupa di animali, infatti, non è mai insensibile alle sorti degli uomini, alle loro tragedie. Chi conosce il dolore di esseri senzienti diversi da noi, non può restare indifferente di fronte ai patimenti dei suoi simili.

In questo momento nel paese invaso manca di tutto, per gli uomini e per gli animali. Per questo è importante aiutare, ma occorre sempre fare attenzione a chi donare fondi. Bisogna scegliere organizzazioni serie, che facciano quello che promettono. Diversamente il rischio è quello di disperdere risorse importanti, in un momento davvero difficile.

Oche e Foie Gras: l’alimentazione forzata è compatibile con il benessere animale secondo il Parlamento Europeo

oche foie gras

Oche e Foie Gras: secondo il parlamento europeo l’alimentazione forzata delle oche è compatibile con il benessere degli animali. Con questa decisione l’assemblea plenaria ha contraddetto gli stessi valori espressi in precedenti votazioni, chiedendo l’uniformità della legislazione. Una volta tanto l’Italia ha posizioni più avanzate di quelle comunitarie, avendo vietato da tempo questa pratica, pur senza vietare la commercializzazione del prodotto.

Ritenere che l’alimentazione forzata di un animale possa in qualche modo essere compatibile con il suo benessere è un’alterazione della realtà incapace di trovare spiegazione. Una pratica crudele che si può equiparare, senza paura di poter essere smentiti, alla tortura. Una condizione di allevamento contraria a ogni possibile declinazione del termine “benessere”, considerando altresì che lo scopo di questa pratica è quella di provocare una malattia. Il fegato di oche e anatre, costretto a un superlavoro, finisce per ingrossarsi e diventare steatosico, pieno di grasso.

Stiamo assistendo a una deriva pericolosa sui diritti minimi che dobbiamo riconoscere agli animali, dove le affermazioni di principio non trovano riscontro nella realtà delle pratiche consentite. Soltanto poter ritenere che l’ingozzamento sia attività che non alteri il benessere psicofisico di un animale rappresenta un’alterazione della realtà e delle conoscenze. Un’affermazione così grave da far destare più di una preoccupazione. Una decisione che manda nel dimenticatoio, oltre alle più banali conoscenze di etologia, anche le 5 libertà minime che dovrebbero essere assicurate negli allevamenti.

Oche e foie gras stanno al benessere animale quanto un macello sta alla difesa della vita

La produzione di una preparazione alimentare, destinata peraltro a una nicchia di consumatori disponibili a pagare a caro prezzo la sofferenza di un animale, non può essere il presupposto per una giustificazione. Si tratta di accontentare un capriccio a scapito di continue sofferenze e maltrattamenti che dovranno essere subiti da anatre e oche. In contraddizione con quelle azioni minime di tutela che sono accordate alle specie animali che non finiscono nei piatti delle persone.

Pare evidente che questa contraddizione abbia superato ogni limite di coerenza, di rispetto e anche di buon senso. Dimostrando che il Parlamento Europeo non ha alcuna conoscenza su cosa significhi la reale declinazione del benessere animale. Avvicinando un concetto eticamente e etologicamente rilevante alla difesa d’ufficio di una pratica che rappresenta soltanto un’inaccettabile tortura. Non c’è benessere nella vita degli animali obbligati a subire azioni lesive, senza poter condurre una vita che riconosca i diritti minimi di poter mettere in atto i comportamenti naturali.

Se questa decisione non sarà modificata rappresenterà una ferita, inguaribile, inferta al rispetto che è dovuto agli animali. Senza poter essere difesa in alcun modo considerato che non si tratta di un comportamento necessario, ma della banale soddisfazione. Ora la speranza è che almeno l’Italia mantenga la barra dritta e continui a vietare l’alimentazione forzata degli animali per produrre il foie gras.

Animali in Costituzione: un’occasione sprecata grazie alla politica del compromesso così in voga in Italia

animali Costituzione occasione sprecata

Animali in Costituzione, un’occasione sprecata per arrivare a un reale cambiamento di passo, frutto di compromessi politici che hanno diluito la parte relativa alla loro tutela. Il nuovo testo della Costituzione rappresenta un progresso, purtroppo non così evidente come era stato da più parti auspicato. I commenti entusiastici fatti per l’inserimento di animali e ambiente in Costituzione dovrebbero tener conto anche di questo aspetto non secondario. La destra e in particolare la Lega, si è sempre opposta all’inserimento di un riferimento chiaro e univoco sulla tutela degli animali.

Cani falchi tigri e trafficanti

Il testo che è stato aggiunto all’articolo 9 della Carta Costituzionale recita che la Repubblica “tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”. Quindi praticamente un comma che non aggiunge diritti, rappresentando soltanto una presa d’atto di quel che già avviene. Un tono e un testo decisamente molto meno incisivi di quello relativo alla tutela dell’ambiente. Eppure una dichiarazione d’intenti così scarna, quasi irrilevante se non fosse che per la prima volta si parla di animali nella Costituzione, ha fatto esplodere un tifo da stadio. Ingiustificato.

La Germania è stato il primo paese europeo che ha inserito i diritti degli animali in Costituzione. Lo ha fatto vent’anni fa con un testo decisamente più efficace di quello appena approvato dal nostro parlamento. Aggiungendo al paragrafo in cui si parla “dell’obbligo dello Stato a rispettare e proteggere la dignità degli esseri umani” tre sole parole inequivocabili “e degli animali”. In questo modo la dignità degli esseri umani è stata equiparata a quella degli animali, un passo davvero fondamentale.

Inserire gli animali in Costituzione è stata un’occasione sprecata: per cambiare davvero e non ci sarà una seconda occasione

Le modifiche costituzionali non si fanno tutti i giorni. Appare evidente che non sarà mai messo in moto un procedimento di modifica solo per ridare la giusta dignità agli animali. Quantomeno non in tempi brevi e non se la questione animale sarà l’unico argomento per fare un’integrazione. Quello che davvero stupisce è il quasi unanime plauso delle molte sigle che si occupano di tutelare i loro diritti. Che per una modifica di questa portata avrebbero dovuto protestare, non plaudire a favore del lavoro del parlamento.

La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali” costituisce un’integrazione alla Carta Costituzionale priva di ogni valore. In particolare se pensiamo che le prime norme poste a tutela degli animali nel nostro paese risalgono alla seconda metà dell’800, esattamente al 1859, dove nel codice penale già si proibiva di incrudelire sugli animali in luogo pubblico. Quando poi entrò in vigore il Codice Zanardelli, nel 1890 restando in vigore sino al 1930 il maltrattamento di animali aveva uno specifico Capo proprio su questo tema. Allora l’Italia aveva dimostrato una sensibilità molto spiccata, considerando i tempi, che si concretizzava in atti concreti.

L’articolo 491 del Codice Penale Zanardelli, del 1890, recitava “Chiunque incrudelisce verso animali o, senza necessità li maltratta ovvero li costringe a fatiche manifestamente eccessive è punito con ammenda (…). Alla stessa pena soggiace anche colui il quale per solo fine scientifico o didattico, ma fuori dei luoghi destinati all’insegnamento, sottopone animali ad esperimenti tali da destare ribrezzo“. Un testo sicuramente molto avanzato per quei tempi. Più di quanto non sia il riferimento agli animali inserito ora in Costituzione.

Alla reale tutela degli animali servono provvedimenti applicabili utili a una nuova cultura basata sul rispetto

Quel rispetto che è svanito quando si è deciso di percorrere la strada del compromesso. Inserendo una dicitura talmente generica da essere quasi del tutto inutile. Un segnale che attesta l’incapacità della politica di recepire le istanze del popolo che dovrebbe amministrare, che in maggioranza avrebbero voluto sentir parlare di rispetto e dignità nei confronti degli animali. Puntando nel contempo un riflettore sulla mancanza di visione di chi si occupa della loro tutela, che non avrebbe dovuto accontentarsi delle briciole.

Se nemmeno un’affermazione di principio forte, come quella contenuta nel Trattato di Lisbona, è servita per ottenere un cambiamento di passo sostanziale, figuratevi quanto sarà utile questa modifica in Costituzione. Nulla più che fumo negli occhi, se consideriamo quanto sia realmente servito definire gli animali quali esseri senzienti. Ancora una volta tutto deve cambiare perché nulla cambi, come scriveva Tommasi di Lampedusa nel Gattopardo.

Ora bisogna attendere e valutare le conseguenze di questa modifica. Vedere se e cosa cambierà nelle attività poste a tutela di animali e ambiente. Sperando che almeno per la tutela ambientale la dichiarazione con la quale lo Stato si impegna a esserne custode si concretizzi in azioni e non in vuote parole. I cambiamenti si mettono in atto con le azioni, mentre la propaganda può essere mossa da fiumi di parole, vuote come il senso civico di chi fa promesse e non le mantiene. Una vera maledizione lanciata verso il futuro delle prossime generazioni.

Vietato uccidere i pulcini maschi, ma in Italia solo (forse) dal 2026, salvo proroghe

vietato uccidere pulcini maschi

Sarà vietato uccidere i pulcini maschi, ma se non ci saranno ritardi questo divieto entrerà in vigore in Italia solo nel 2026, grazie a un emendamento presentato alla Camera. In Francia questo divieto sarà in vigore dal 2022 e molto probabilmente lo stesso farà la Germania. Attualmente si stima che ogni anno l’industria delle uova uccida, in Europa, circa 260 milioni di pulcini maschi, inutili per l’industria. Animali che a poche ore dalla nascita verranno tritati o soffocati per essere poi utilizzati come sottoprodotti.

Eppure la tecnologia per evitare questa inutile strage è disponibile da tempo, consentendo di selezionare le uova contenenti soggetti maschi. Che verrebbero distrutte prima della completa formazione dell’embrione. Con un costo che potrebbe oscillare intorno ai due centesimi, una piccolissima cifra che eliminerebbe almeno una parte della sofferenza legata alla produzione di uova. Ma il nostro paese purtroppo è sempre un passo indietro su tutte le questioni che riguardano il benessere animale.

Una realtà che, come in questo caso, non viene abbastanza enfatizzata e contrastata. Come dimostrano i toni entusiastici che si possono leggere sui giornali sull’approvazione di questo emendamento, che rappresenta un passo avanti molto tardivo, con una scadenza fissata fra cinque anni. Un tempo che avrebbe potuto e dovuto essere abbreviato. Esiste la tecnologia ma manca la volontà de produttori, più disposti a investire sul marketing che sulla diminuzione dei maltrattamenti.

Sarà vietato uccidere i pulcini maschi, ma bisogna impedire alle aziende di fare pubblicità ingannevoli sul benessere animale

Le persone sono diventate molto più attente alle questioni del benessere animale, ma sono spesso tratte in inganno da pubblicità e etichettature. Che spesso raccontano mezze verità, se non vere e proprie bugie. Il benessere animale negli allevamenti intensivi è una chimera, che non potrà mai essere raggiunta con quelli che sono gli attuali standard. Come continuano a dimostrare le ripetute inchieste sotto copertura effettuate periodicamente sui nostri allevamenti.

Una mistificazione della realtà agevolata da definizioni non chiare, che portano a credere alle bugie degli uffici marketing delle grandi aziende. Se parliamo di polli, ad esempio, una delle mistificazioni sul benessere è l’allevamento a terra. Capannoni dove i polli da carne sono allevati per circa 40 giorni. Il tempo che oramai serve per passare da pulcino a pollo idoneo a finire nel banco frigorifero del supermercato. Questi animali vivono in condizioni di sovraffollamento, hanno a disposizione per la loro misera esistenza solo di qualche centimetro quadro di spazio. Tanto da essere sottoposti a costanti terapie farmacologiche per limitare i danni causati da una vita stressante condotta in luoghi insalubri.

Qualche tempo fa una nota catena di supermercati lanciò una campagna pubblicitaria con un claim che prometteva di salvare i pulcini maschi. Leggendo fino in fondo si scopriva però che il salvataggio consisteva nel far allevare i polli come galletti, per poi essere macellati e arrivare sule tavole. Un’idea davvero bizzarra di quello che veniva definito, a beneficio del consumatore, come un salvataggio. Al limite, a voler essere benevoli, sarebbe stato giusto parlare di rinvio dell’esecuzione del pulcino maschio.

Il benessere animale dovrebbe essere definito secondo standard scientifici, non secondo leggende create dal legislatore e usate dai produttori

La politica dei piccoli passi è sicuramente migliore di quella dello stare immobili. Ma il racconto di azioni e omissioni, di decisioni e rinvii, deve essere posto in modo chiaro e non ingannevole. Questo non vale ovviamente solo per quanto riguarda i pulcini ma è una realtà che riguarda tutta la filiera degli allevamenti di animali, per giunta sovvenzionati dalle tasse degli stessi consumatori che si cerca di circuire. Un comportamento a livello europeo e nazionale davvero inaccettabile.

Per queste ragioni rischia di essere altrettanto ingannevole presentare come una vittoria l’emendamento che dovrebbe vietare di far tritare i pulcini fra 5 anni. Definire il futuro divieto come un passo avanti sarebbe stato più corretto e meno mistificatorio che parlare di vittoria. Per correttezza nei confronti dell’opinione pubblica, per non usare negli stessi modi gli strumenti di marketing degli allevatori. La prima regola per richiedere e ottenere un impegno nel cambiamento dovrebbe essere quella di dimostrarsi affidabili e credibili.