Filetto di bisonte per ricchi palati senza attenzione all’ambiente e all’etica

Filetto di bisonte per ricchi palati senza attenzione all’ambiente e all’etica

filetto bisonte ricchi palati
Un filetto bisonte per ricchi palati con scarsa consapevolezza ambientale, come se l’avere mezzi economici potesse far passare in secondo piano tutto il resto. Eppure è proprio così, visto che una catena di ristoranti milanesi, che non nomino per non fare inutile pubblicità, vende solo filetto, cucinato e servito in vari modi. A prezzi che è difficile giudicare popolari, con carni di animali che vengono da tutto il globo. Per capire la follia non occorre essere vegani, basta cercare di riflettere.
Cani falchi tigri e trafficanti

La segnalazione mi è arrivata da Sonny Richichi, storico presidente di IHP, l’associazione che si occupa della tutela dei cavalli. Rimasto colpito da questa catena che propone carne di moltissime specie e razze sia bovine che equine. Facendo una ricerca in rete ho constato che non è solo la carne di specie domestiche che parte dal Sudamerica per raggiungere i nostri mercati. Basta pagare e si può assaggiare di tutto perché in rete e in certi ristoranti si può comprare, legalmente, di tutto.

La questione non deve essere posta sul rispetto della legge, ma su buon senso, consapevolezza e etica. Ben diverso dai ristoranti illegali che aprono una sola notte, per offrire il bushmeat ai loro clienti parti di animali protetti. Queste catene e il mercato delle carni offrono cibo legale, eticamente discutibile ma perfettamente in linea con la normativa. Alimenti destinati a clienti che abbiano nel portafoglio carte di credito prestigiose, quelle riservate a persone con ottimi potenziali di spesa.

Il filetto bisonte per ricchi palati è solo la punta dell’iceberg di un’offerta molto più vasta

Un filetto di bisonte in questi ristoranti costa ben 43 Euro, ma l’offerta è vasta e quindi si può ordinare, oltre a tagli bovini di varie provenienze e sapori, dall’Uruguay all’Irlanda, anche altro. Dal cinghiale alla renna, dal cammello al canguro, dallo struzzo alla zebra. Un panorama di specie che molti non avrebbero neppure immaginato fosse lecito mangiare in un ristorante italiano. Per arrivare al filetto di Kobe, una razza bovina molto particolare che viene dal Giappone. E che per essere tale, secondo Wikipedia deve:

  • appartenere alla razza bovina di Tajima ed essere nato nella prefettura di Hyōgo;
  • avere come allevatore un membro della federazione della prefettura di Hyōgo;
  • essere una mucca vergine (scottona), un manzo o un bue;
  • essere macellato al mattatoio di Kobe, Nishinomiya, Sanda, Kakogawa o Himeji nella prefettura di Hyōgo;
  • avere un rapporto di marezzatura di 6º livello o superiore;
  • il peso lordo del manzo deve essere di 470 chilogrammi o inferiore.

La catena di cui parlo propone questo filetto al prezzo di 50 Euro all’etto, mangiato in Italia e fatto viaggiare per migliaia di chilometri. Una pietanza, come tante altre, dal costo ambientale insostenibile, giustificata dalla globalizzazione ma soprattutto dall’esibizionismo gastronomico di consumatori (forse) senza pensieri. Considerando che il prezzo più alto lo pagheranno i miliardi di poveri che popolano o sovrappopolano il pianeta, ma mai dire mai.

L’onda lunga delle problematiche che hanno il loro apice visibile nei cambiamenti climatici, potrebbe portare con se effetti talmente devastanti da essere poco risolvibili solo con il denaro. Eppure la logica non sembra essere comune, e l’attenzione per i problemi ambientali non sempre è presente. Diversamente questi ristoranti sarebbero con pochissimi clienti. Mentre la realtà è differente.

Questa catena ha ben cinque ristoranti a Milano, segno che non fatica a trovare clienti e non saranno solo turisti

Il punto, per chiarire, non è la disponibilità economica e nemmeno la ricchezza. Ci sono persone di grandi possibilità economiche che avrebbero la nausea leggendo questo articolo. Attente alle problematiche di questi tempi difficili, portate a correre in soccorso di chi ha meno, ricche non solo di mezzi economici ma dei valori che hanno le anime belle. Quelle per intenderci che si informano, sanno cos’è l’empatia e la compassione, conoscono le conseguenze dei cambiamenti climatici.

Il focus è sull’indifferenza, sul non avere un pensiero su quanto sia sbagliato far viaggiare carni da un continente all’altro. Sui costi che questi comportamenti, che non sono necessari per vivere ma solo per ostentare, generano. Sulle abitudini di consumo che non ci possiamo più permettere, non solo sotto il profilo etico, per gli animali, ma per la loro insostenibilità ambientale. In un momento di esaltazione della filiera corta, dell’economia chilometro zero, della limitazione dei comportamenti clima alteranti. Inutili proprio come dover mangiare un filetto di bisonte.

Per Italian Horse Protection la questione riguarda la carne di cavallo, un animale che nei paesi anglosassoni nessuno penserebbe di mangiare. Proprio come il cane in tutto l’Occidente, il cui consumo viene visto come una barbarie posta in essere sul più fedele amico dell’uomo. Eppure in Italia ancora oggi cavalli e asini vengono mandati al macello, anche se con numeri molto inferiori a quelli di altri animali destinati al consumo umano. Una realtà, anche questa, che merita più di una riflessione sui sentimenti che proviamo per alcuni animali e che ignoriamo completamente per altri.

La morte di Simona Cavallaro poteva essere evitata?

La morte di Simona Cavallaro poteva essere evitata?

morte di Simona Cavallaroo
Foto di repertorio

La morte di Simona Cavallaro, avvenuta in Calabria per uno sfortunato incontro con alcuni cani da guardiania, non dovrebbe essere considerato un incidente. Il decesso è stata causato da alcuni pastori maremmani che vigilavano su un gregge di pecore, che erano stati lasciati senza custodia. Come purtroppo spesso avviene non solo in Calabria ma in molte parti del paese.

Cani falchi tigri e trafficanti

La colpa non è dei cani e naturalmente nemmeno della ragazza, vittima dell’incoscienza di chi ha lasciato gli animali senza adeguata vigilanza. Una morte che oggi tutti dicono, a cominciare dal governatore della Calabria, potesse essere evitata. Un’affermazione che nulla toglie al dolore di quanti le volevano bene e che, invece, amplifica le responsabilità di chi doveva controllare. E che come spesso accade in Italia, non lo ha fatto oppure ha svolto i controlli in modo superficiale.

Dalle indagini svolte da Carabinieri e Polizia Locale i cani che avrebbero causato la morte della giovane erano posti a difesa di un gregge al pascolo in località Monte Fiorino. I cani da guardiania rappresentano un grande aiuto contro predazioni e furti, ma quanto accaduto mette l’accento su responsabilità, omissioni e comportamenti sconsiderati. Una situazione che viene evidenziata da anni dalle associazioni che si occupano di animali e non solo.

La morte di Simona Cavallaro è la conseguenza di decenni di omissioni e scarsi controlli, in una regione con una gestione del randagismo inesistente

Gli investigatori stanno accertando se i maremmani posti a protezione del gregge fossero stati regolarmente identificati e iscritti in anagrafe. In questo caso stiamo parlando di cani da lavoro, di un soggetto che alleva pecore e che, come tale, dovrebbe essere sottoposto a periodici controlli da parte dei servizi veterinari. Quindi tutti gli animali, pecore e cani, avrebbero dovuto essere di censiti nelle varie anagrafi per ottemperare alle leggi. Se così non fosse sarà ora necessario capire di chi siano le responsabilità e chi abbia omesso i controlli.

Un altro punto dolente riguarda la custodia degli animali al pascolo e dei cani adibiti alla loro vigilanza. L’abitudine di lasciare incustoditi gli animali lasciati liberi sui terreni dei pascoli, specie se affidati alla sorveglianza dei cani, è oramai considerato un comportamento normale. Che consente di abbassare i costi, di non avere personale che vigili sugli animali e, magari, di svolgere anche un’altra attività lavorativa. Così fare l’allevatore diventa un lavoro complementare, con tutte le problematiche che questo comporta.

In caso di incidenti agli animali o di problemi per le persone, come capitato alla povera Simona, nessuno si troverà sul posto per poter richiamare i cani. Animali che sanno svolgere benissimo il loro lavoro: quello di proteggere il gregge da qualsiasi tipo di accadimento esterno che venga interpretato come una minaccia. Quanto accaduto non è un caso fortuito, ma il frutto di un comportamento irresponsabile che è stato indirettamente la causa della morte della ragazza.

I cani dei pastori, lasciati senza controllo, sono una delle cause del randagismo dilagante in Calabria, combattuto con veleno e canili lager

Il vagantismo dei cani di proprietà, non sterilizzati e lasciati liberi di girare sul territorio, amplifica in modo incontrollato il randagismo. Un fattore ben noto a chi si occupa di studiare il fenomeno, ma che sembra essere completamente sconosciuto a chi dovrebbe occuparsi di contrastarlo. Eppure le amministrazioni pubbliche sono sempre in prima linea nel lamentarsi per i costi causati dalla proliferazione dei cani randagi. Senza però mettere in atto azioni concludenti, che siano diverse dal rinchiudere i randagi nei canili.

La Calabria è una delle peggiori regioni d’Italia nel combattere il randagismo e una delle prime ad avere il triste primato di avvelenamenti e canili lager. Che spesso finiscono sotto sequestro da parte dei Carabinieri Forestali, per le tragiche condizioni di custodia degli animali. Una vergogna che pare senza argini, considerando che di questo problema si parla da decenni, proprio come delle infiltrazioni criminali nella gestione dei canili e in molte altre attività ambientali.

Appare quindi fuori luogo la dichiarazione del governatore della Calabria Spirlì, che solo ieri ha commentato la morte di Simona qualificandola come una tragedia immane che poteva e doveva essere evitata. Non si può morire in questo modo, a vent’anni. Un commento che potrebbe essere accolto soltanto se ci fosse certezza che la regione Calabria avesse messo in campo tutti gli sforzi possibili per prevenire casi come quello accaduto. E, purtroppo, così non è.

La morte di Simona potrebbe essere vista come la conseguenza di altri reati e non come un drammatico incidente

La vita di Simona è stata spezzata per sempre e questa per adesso è la sola tragica certezza. La speranza che le cose possano cambiare, invece, sembra destinata a restare soltanto una speranza. Che difficilmente troverà concretezza, dal momento che anche su questa vicenda calerà il solito velo d’oblio. Che lascerà ancora una volta immutata la realtà calabrese per quanto riguarda la gestione dei pascoli, la responsabilità e il controllo dei pastori, la gestione di canili e randagismo.

L’opinione pubblica, non solo calabrese, vorrebbe vedere un maggiore impegno della politica, delle amministrazioni e dei servizi veterinari pubblici nel cambiare una realtà della quale la Calabria non può andare fiera. Un cambiamento che deve obbligatoriamente passare dall’accertamento delle responsabilità: è davvero ingiusto morire a vent’anni, solo per essere andati a camminare in un bosco.

Osso la lupa, allevatori e cultura: la prepotenza paga in un paese con poche conoscenze naturalistiche

Osso la lupa, allevatori e cultura: la prepotenza paga in un paese con poche conoscenze naturalistiche

osso lupa allevatori cultura

Osso la lupa, allevatori e cultura: quando vince la prepotenza perde sempre la cultura. In questi giorni una manifestazione organizzata dagli allevatori ha impedito a Antonio Matteo Rubino di presentare il suo libro, nel corso di un incontro organizzato per i ragazzi all’Alpe Devero, in Piemonte. Con una sgangherata protesta, il cui scopo era sintetizzato in uno striscione: “Via i lupi dai pascoli”. Gli allevatori, con giornalista al seguito hanno indotto l’autore di “Osso la lupa: uomini e lupi sulle Alpi” a rinunciare all’evento. Una minaccia indegna e arrogante come l’ignoranza di chi l’ha messa in atto.

Cani falchi tigri e trafficanti

Scrivere e fare divulgazione naturalistica sono attività che contribuiscono a diffondere cultura, illustrando, in questo caso, l’importanza della convivenza, della condivisione. Attività che in un paese libero devono essere garantite, come scritto nella Costituzione, che sancisce libertà di espressione. Questo non vuol dire che ci debba essere un pensiero unico, ma solo che nell’ambito dei limiti imposti dalle leggi sia sempre possibile esporre la propria opinione, senza subire intimidazioni.

Osso la lupa, allevatori e cultura devono poter convivere e se qualcuno pensa di intimidire ha sbagliato strada

L’atteggiamento degli allevatori contro i lupi puzza di stantio, di ignoranza e di pregiudizi. Ma parla anche di un’agricoltura drogata dai finanziamenti comunitari che in nome della produzione di cibo sovvenziona realtà economicamente insostenibili. La UE da una parte stimola il cambiamento per poi, dall’altra, finanziare allevamenti, compresi quelli intensivi e le campagne per incentivare il consumo di carne.

Sino a quando i lupi non hanno nuovamente colonizzato i loro territori ancestrali gli allevatori erano abituati ad avere reddito da animali lasciati liberi al pascolo. Quasi sempre senza custodi, senza difese, visto che il massimo rischio era un quello di un animale caduto in un dirupo oppure un furto. Poca cosa rispetto all’assenza di costi vivi, sino a quando non sono tornati i predatori e come una volta è tornata l’esigenza di difendere gli animali. Un cambiamento che gli allevatori non hanno mai accettare, nonostante le sovvenzioni, nonostante gli indennizzi per i capi predati e le sovvenzioni per i sistemi di difesa.

I tempi cambiano. non solo per gli agricoltori ma per tutti. Una realtà che troppo spesso non viene sottolineata in modo chiaro. Ogni attività economica ha registrato importanti modifiche nello svolgimento del lavoro dal dopoguerra a oggi. Basti pensare alle norme antinfortunistiche sulla sicurezza dei luoghi di lavoro e a quelle di natura ambientale. Fra i pochi settori ai quali si è consentito decisamente troppo ci sono proprio tutti gli allevamenti di animali. In nome della produzione di alimenti abbiamo calpestato benessere e buon senso. Lasciando mani libere a chi pensava solo al guadagno.

Dietro le manifestazioni degli agricoltori ci sono confederazioni e partiti politici, che soffiano sul fuoco per avere adesioni e voti

La manifestazione inscenata all’Alpe Devero per impedire la presentazione del libro non può essere considerata legittima espressione di opinioni, quando vìola le libertà garantite dalla democrazia. Un libro non è mai solo un libro, ma è uno strumento che diffonde conoscenza. Un bene supremo in un paese che legge poco, si informa male e partecipa controvoglia alla vita sociale. Un libro può essere utile per raccontare l’importanza dei predatori, che non diminuisce solo perché qualche allevatore minaccia o strepita. I pascoli e l’ambiente non sono di chi li sfrutta, ma devono essere considerati un patrimonio collettivo.

I lupi in Italia, nonostante le leggende messe in circolazione da allevator e cacciatori, non sono mai stati oggetto di reintroduzione. Si sono ripresi gli ambienti nei quali hanno sempre vissuto, dando un grande esempio su resilienza e resistenza della natura. Una forza, quella dei lupi, che non si piega ai voleri dell’uomo, ai suoi abusi, al bracconaggio dilagante. I lupi sono animali intelligenti, adattabili, con branchi che per molti versi ricordano le famiglie umane, dimostrando grande capacità di adattamento.

L’importanza dei predatori è nota: collocandosi al vertice della catena alimentare rappresentano una presenza indispensabile per la ricostruzione degli equilibri spezzati dall’uomo. Eliminando i predatori sono aumentate le prede, spesso reintrodotte per potergli dare la caccia, senza preoccuparsi delle inevitabili alterazioni ambientali che ne sarebbero derivate.

Cambiamo le regole sugli allevamenti di animali, che non sono più sostenibili sotto il profilo ambientale e etico

Per far cessare le polemiche sui predatori sarebbe sufficiente stabilire che non possa essere soggetto destinatario di contributi pubblici chi alleva animali senza proteggerli in modo adeguato. Impedendo di dare sovvenzioni a chi lascia gli animali a pascolare senza sorveglianza e senza strumenti di protezione adeguati, come i recinti elettrici e i cani da guardiania. L’accesso agli indennizzi per le predazioni non dovrebbe essere concesso a chi non rispetta queste regole.

I soldi risparmiati potrebbero essere impiegati nella divulgazione delle buone pratiche, delle corrette informazioni scientifiche e per la formazione sulla necessità di convivenza con gli animali selvatici. Facendo cessare la propaganda che vede la gestione venatoria della come unico strumento per garantire gli equilibri faunistici. Una grande bugia, analizzando i fallimenti succedutisi in decenni di gestione dei selvatici lasciata nelle mani dei cacciatori. Bugie come quelle che raccontano di lupi reintrodotti dagli animalisti o lanciati nei boschi dagli elicotteri.

Nel frattempo speriamo che i Carabinieri abbiano identificato i responsabili della manifestazione all’Alpe Devero, che hanno di fatto impedito a Rubino di presentare il suo libro ai ragazzi. La vittoria della prepotenza, e dell’arroganza su cultura, sensibilità e divulgazione è stata l’arma sempre usata dalle dittature. Impedire alla conoscenza di circolare liberamente mette i presupposti per la creazione di una comunità di sudditi.

Diritti animali e coerenza: fra bugie del marketing e scorciatoie etiche di alcuni difensori

Diritti animali e coerenza: fra bugie del marketing e scorciatoie etiche di alcuni difensori

Diritti animali e coerenza
Riccio africano – animale selvatico esotico da non acquistare e tantomeno liberare in natura

Diritti animali e coerenza, un binomio spesso difficile da far suonare in modo armonico, che troppe volte produce dissonanze difficili da accettare. Sulle quali spesso e volentieri si sorvola, quasi come se parlarne rappresentasse un tabù. Un problema che non riguarda solo gli acquisti di animali da “cattività”, termine forse più adatto rispetto alla definizione “da compagnia”. Dove inizia e dove finisce il confine fra rispetto dei diritti e amore, fra commercio e abbinamenti di interessi contrastanti?

Il commercio di animali, purché rispetti le varie normative su tutela delle specie minacciate e sicurezza pubblica, è un’attività legale, come mi ha fatto recentemente notare sui social una nota catena di negozi, con annesso pet shop. Questo è verissimo, ma lo è altrettanto il fatto che non tutto quello che è legale abbia un valore etico almeno neutro. Far allevare animali non domestici, esotici e/o selvatici, con l’unico scopo di farli vivere in cattività non rappresenta un valore eticamente accettabile. Generazioni e generazioni di prigionieri nati per soddisfare i bisogni di qualcuno ma desinati a condurre un’esistenza misera.

Eppure sul commercio di animali, quando non parliamo di traffici illegali, dai cuccioli della trattaa agli animali protetti dalla CITES, si alzano ben poche voci. Molte associazioni sono abbastanza “tiepide” su questi argomenti, forse perché i destinatari della critica spesso coincidono con una larga fetta dei propri sostenitori. In altri casi ci sono realtà che in qualche modo fiancheggiano i commercianti di animali, organizzando raccolte di cibo nei loro punti vendita. Esattamente per lo stesso motivo di affinità: chi entra in un garden con annesso pet shop è probabilmente portato a guardare con simpatia chi si occupa di randagi.

Diritti e coerenza, se sono riconosciuti come un valore, non possono essere immolati sull’altare della necessità

Dietro il commercio di animali da cattività si nasconde un mondo fatto di sofferenze. Sia che si tratti di animali catturati in natura, per fortuna oramai sempre meno, che di quelli allevati per questo scopo. Per capirlo basta vedere le condizioni di esposizione e vendita nella stragrande maggioranza dei negozi: con la scusa che si tratta di situazioni temporanee spesso gli animai in vendita sono tenuti in modo trascurato, privi della possibilità di potersi comportare secondo le loro necessità etologiche.

Manca però una sensibilizzazione dei “consumatori”, termine che ben si adatta a chi compra animali da pochi euro come criceti, canarini, pesci rossi, tartarughine. Specie che costano poco, chiedono poco e muoiono spesso, per la gioia di allevatori e commercianti. Che grazie a questo rapido turn-over possono vendere sempre nuovi esemplari. Per non parlare delle condizioni di vita a cui gli animali da cattività sono sottoposti nelle case.

Il più venduto e il meno considerato è sicuramente il pesce rosso, animale simbolo della sofferenza muta. Molte persone che hanno acquistato in passato questi animali spesso confessano di essersi pentiti della scelta, avendo compreso la sofferenza. Ci sono invece altre persone che ancora pensano che il loro presunto amore possa lenire ogni sofferenza, ma questa purtroppo è davvero un’illusione per tutte le specie non domestiche come cani e gatti.

La sottile linea rossa che divide la necessità dall’adesione, l’acquisto di prodotti dalla sponsorizzazione

Questa è un altra tematica delicata, in molti casi un vero e proprio nervo scoperto, che espone l’etica a sollecitazioni innaturali, piegandola più alle necessità economiche che alle scelte etiche. Come avviene per esempio quando diritti degli animali e case farmaceutiche, che notoriamente fanno sperimentazione sugli animali, vanno stranamente sottobraccio. Un fatto eticamente difficile, se non difficilissimo da digerire.

I farmaci sono necessari alla cura degli animali e questo è un dato di fatto innegabile. Diversa però è la posizione del cliente, per necessità, da chi accetta di essere sponsorizzato da una casa farmaceutica. Sono due comportamenti eticamente differenti che meritano di essere distinti, ma anche di successivi e futuri approfondimenti. Credo che non ci possano essere buon scopi da condividere con cattivi alleati, diversamente l’etica diventa ad assetto variabile, priva di punti di riferimento.

In fondo sarebbe un po’ come se un’associazione umanitaria servisse nelle sue mense pasti confezionati con prodotti che derivano dallo sfruttamento dei lavoratori, dal caporalato. Un fatto che apparirebbe così stridente da finire sulle prime pagine dei giornali. E nessuno troverebbe disdicevole che qualcuno abbia fatto emergere una realtà così grave. Certo il caporalato è illegale e la sperimentazione sugli animali ancora no, ma il burrone etico non è diverso.

La Sardegna è in fiamme come tutto il  pianeta, devastato da incendi e alluvioni

La Sardegna è in fiamme come tutto il pianeta, devastato da incendi e alluvioni

Sardegna è in fiamme
Foto di repertorio

La Sardegna è in fiamme e si sono già persi più di 20 chilometri quadrati distrutti dagli incendi. In un estate in cui i cambiamenti climatici stanno dispiegando effetti drammatici in molte parti del pianeta. In questo periodo è un continuo inseguirsi di notizie che raccontano gli effetti di un clima alterato, squilibrato dalle attività antropiche, ma anche del gravissimo ritardo nelle azioni umane messe in atto per contrastare i fenomeni.

cani falchi tigri e trafficanti

Fuoco e acqua non sono elementi soltanto di distruzione e in alcuni casi gli incendi possono portare risultati benefici legati al rinnovamento della vegetazione. Non quando sono provocati dalle azioni dell’uomo e non quando avvengono in territori già provati dal dissesto, fortemente antropizzati. In questo caso incendi e alluvioni compromettono il nostro patrimonio naturale, devastano l’ambiente e le città e mettono in pericolo gli animali selvatici e anche quelli d’allevamento.

In queste ore stanno circolando immagini di animali gravemente ustionati o morti a causa degli incendi, ma l’esibizione dei corpi straziati dalle fiamme sembra servire a poco. Infiamma gli animi, stimola empatia verso uomini e animali, ma non sembra produrre cambiamenti nel breve. Eppure è proprio di questi cambiamenti che abbiamo bisogno e ne abbiamo necessità adesso. Abbiamo bisogno di una rivoluzione culturale, che faccia comprendere che per difendere i benefici dell’oggi stiamo ferendo a morte il domani.

La Sardegna è in fiamme per colpa dei promani oltre che dei cambiamenti climatici: sono davvero pochissimi gli incendi per cause naturali

Nel corso degli anni il nostro paese ha investito poco o nulla sull’educazione ambientale, sulla necessità di difendere con le unghie e con i denti il nostro capitale naturale. Questo ha prodotto una società solo apparentemente attenta alla difesa dell’ambiente, che ancora non ha capito che non possiamo più restare divisi in famiglie, cerchie amicali e parentali, ma costituiamo un’unica realtà. Che o decide di salvarsi unità oppure soccomberà divisa. Un concetto che non vale solo per l’Italia, ovviamente.

Abbiamo bisogno di avere visioni planetarie, smettere di declinare i ragionamenti dividendo il mondo in “noi” e “loro”. Quando affonderemo condivideremo sorte e disperazione, il disastro sarà comune. Gli eventi causati dalle alterazioni climatiche ci colpiranno tutti nello stesso modo. Come hanno dimostrano le alluvioni in Cina e in India, ma anche in Germania e Belgio. Il famoso “effetto farfalla” che dobbiamo smettere di sottovalutare. Si continua a affrontare il problema su base economica, su quanto ci possa costare abbassare velocemente le emissioni di gas serra. Ma quanto ci sta costando non averlo fatto?

La politica spesso ci porta a occuparci del particolare, perdendo di vista l’aspetto generale, vendendo come successi piccoli traguardi e non illustrando interamente il peso dei fallimenti. Dobbiamo investire molto di più in educazione, dobbiamo cercare di convincere sull’importanza dei gesti individuali. Iniziando a di consumare meno, a farlo con attenzione, riducendo i consumi di alimenti ad altro impatto ambientale, come le proteine animali.

Occorre mettere in campo tecnologia, prevenzione e certezza delle pene, diversamente le normative restano scatole vuote

In un’intervista a La Repubblica il generale dei Carabinieri Antonio Pietro Marzo, che dirige le unità dei Carabinieri Forestali, illustra l’uso di droni e satelliti, per sconfiggere i promani. Ci auguriamo che questa tecnologia funzioni sempre meglio e si diffonda sempre di più. Perché negli incendi di questi giorni in Sardegna qualcosa sembra non aver funzionato in modo puntuale, considerando i risultati. Forse occorre che su questi temi siano investiti più fondi e siano usati anche quelli che stanno arrivando dalla Comunità Europea.

Scoprire i piromani, arrestare gli incendiari è sicuramente importante, ma il cerchio della giustizia reale non si chiude con gli arresti ma con le condanne. Funziona soltanto con pene che possano costituire un deterrente e che non vanifichino il lavoro degli investigatori. Con processi che non si chiudano per prescrizione, perché il rapporto fra le notizie di arresti per crimini ambientali e il numero delle condanne definitive non è rassicurante. Come non lo sono gli effetti della legge sui criminali incendiari.

Dovremmo smettere di inseguire gli eventi calamitosi e iniziare a investire molto nella prevenzione, che significa occuparsi del dissesto idrogeologico, del consumo di suolo ma anche nel fare cultura. Nell’educare la società facendo comprendere i benefici, anche economici, che si possono raggiungere difendendo l’ambiente, rispettando la fauna e modificando le nostre abitudini, anche poco alla volta. Bisogna far sapere alle persone che non chiedere piccoli sacrifici, non fare interventi di periodo, che inizino anche subito e che possano produrre riduzioni del danno, costerà a tutti noi, molto, molto di più. In termini di risorse economiche ma anche di vite.

Cingolani sulla carne cambia idea: in marzo sosteneva le proteine vegetali, ma oggi qualcosa è cambiato…

Cingolani sulla carne cambia idea: in marzo sosteneva le proteine vegetali, ma oggi qualcosa è cambiato…

Cingolani carne cambia idea

Il ministro Cingolani sulla carne cambia idea, e con un virtuosismo acrobatico modifica il tiro. Complice probabilmente il fatto che l’intervento del cambiamento è stato fatto davanti alla platea di Assocarni. Però vede ministro noi crediamo profondamente che ci debba essere una transizione, ma ecologica non di idee. Modificate non sulla base di nuove evidenze scientifiche, ma delle orecchie che ascoltano l’intervento.

Cani falchi tigri e trafficanti

Comunicare è importante e lei è un tecnico, non un politico: per questo quando succedono questi repentini cambi di opinione restiamo disorientati. Il politico per sua natura insegue il consenso, talvolta riesce a farlo meglio, altre è davvero inascoltabile. Ma da lei ministro, da un’uomo di scienza non lo possiamo capire. Lei si è rimangiato non la carne, ma le sue stesse parole. Quelle che ci avevano dato una speranza perché sulla tutela ambientale il suo ministero spesso ci lascia l’amaro in bocca, per restare in tema di cibo.

«Sappiamo – ha aggiunto Cingolani – che chi mangia troppa carne subisce degli impatti sulla salute, allora si dovrebbe diminuire la quantità di proteine animali sostituendole con quelle vegetali. D’altro canto, la proteina animale richiede sei volte l’acqua della proteina vegetale, a parità di quantità, e allevamenti intensivi producono il 20% della CO2 emessa a livello globale. Modificando la nostra dieta, avremo invece un co-beneficio: miglioreremmo la salute pubblica, riducendo al tempo stesso l’uso di acqua e la produzione di CO2».

Dall’articolo “Carne dannosa e allevamenti inquinanti? È bufera sulle dichiarazioni del ministro Cingolani” pubblicato in data 4 marzo dal Sole 24 ore

Ministro Cingolani sulla carne cambia idea, ma sarà perché sta parlando ad Assocarni?

Il virgolettato di marzo sembra chiaro, scientifico, incontrovertibile. Infatti come sempre accade gli allevatori fanno una mezza rivolta su queste dichiarazioni. Che dette dal ministro della transizione ecologica sono quelle che chiunque si aspetta. Del resto non era un inno a diventare vegani, ma un monito sui danni ambientali prodotti dagli eccessi del consumo di carne. Che rappresentano uno dei primi problemi da affrontare se si vuole arrivare davvero alla transizione ecologica. Ma poi ecco il salto acrobatico di opinione nell’intervento alla tavola rotonda di Assocarni.

“Abbiamo previsto – ha ricordato Cingolani – misure che servono a rendere sempre più verdi e green le aziende agricole e zootecniche italiane. Il prodotto è già eccellente, noi dobbiamo migliorare la percezione a livello internazionale dell’immagine dell’azienda italiana”. Come? Con misure come il “fotovoltaico sui tetti delle stalle, il potenziamento della produzione di biogas, l’utilizzo dell’acqua piovana tramite i 40 invasi per collazionarla previsti dal piano per avere una impronta idrica ancora più bassa: tutte cose in grado di dare una percezione di azienda italiana high-tech con un prodotto eccellente e sostenibile”.

Tratto dall’articolo pubblicato il 05/07/2021 da AskaNews dal titolo “Agrifood, Cingolani: usare Pnrr per aumentare gap con concorrenza”

Possiamo dire che si è trattato di una rivoluzione copernicana sul tema? Che ha lasciato molti senza parole, per la rapidità della variante, una cosa alla quale nemmeno il virus ci ha ancora abituato. Eppure ministro lei sa che al di là della sofferenza animale, che potrebbe ecologicamente non essere produttiva di valori, restano tutti gli altri fattori pesantemente negativi dati dal consumo di carne. E dagli allevamenti, che non diventeranno un’oasi ecologica solo per il solare o il biogas.

Produrre proteine animali con l’allevamento di animali da carne è notoriamente inquinante e irragionevole

Il tasso di conversione delle proteine vegetali usate per produrre un chilo di carne fa inorridire, come il consumo di suolo, di acqua, la deforestazione e tutti i rischi connessi alla salute. Non sono considerazioni da animalista, sono studi fatti da scienziati. Noti da tempo e tenuti sotto traccia perché chi comanda è il mercato e non il buonsenso. Ma lei ministro Cingolani sono certo che queste cose le conosce. Per questo faccio davvero fatica a comprendere.

Per avere un’idea più concreta del peso sull’ambiente degli alimenti di origine animale basti dire che la loro produzione richiede l’uso di 3,7 milioni di chilometri quadrati di terreno (il 40 per cento della superficie degli Stati Uniti, o 12.000 metri quadrati circa a persona), buona parte dei quali destinati alla produzione dei mangimi, che richiede a sua volta il 27 per cento di tutte le acque irrigue della nazione e circa sei milioni di fertilizzanti azotati all’anno (la metà del consumo totale nazionale), con una produzione di gas serra pari al 20 per cento di quelle del settore dei trasporti e al cinque per cento delle emissioni totali degli Stati Uniti.

Tratto da un articolo pubblicato da Le Scienze il 22 luglio del 2014

Il discorso potrebbe essere molto lungo, ma certo pretendere coerenza di ragionamento è normale. Quando chi si esprime in modo contraddittorio è proprio il ministro che dovrebbe traghettare il nostro paese verso una vera transizione. Che tenga conto degli studi e non solo dell’economia, anche perché è bene ricordare che la finanza ora si sta già smarcando da certi mercati, nei quali aveva investito sino a ieri. Quando le navi affondano gli investitori sono i primi a lasciare il ponte di comando, come dimostrano le scelte dei fondi di investimento su allevamenti e energie fossili.

Ministro ci dia una speranza, ma soprattutto la dia alle giovani generazioni perché il peggio lo subiranno loro, noi saremo già rientrati nel ciclo dell’azoto.