Abbattimento cinghiali, un metodo di contenimento inutile

Abbattimento cinghiali

Abbattimento cinghiali: operazione inutile ma anche dannosa, quando non causa di guai giudiziari come ben sanno gli otto indagati dalla Procura della Repubblica di Brescia.

Questa volta a dirlo e a spiegarne in dettaglio i motivi non è un’associazione protezionistica e nemmeno un antagonista del mondo venatorio, ma bensì un ricercatore universitario. Che, dati alla mano, rilascia un’intervista all’agenzia di stampa ADN Kronos.

“Ma consentire l’attività venatoria anche nelle pochissime aree protette, come quella del Vastese, sarebbe un grave errore e si rivelerebbe un boomerang, finendo per innescare la moltiplicazione di questi animali. E questo per una questione di feromoni”. Parola di Andrea Mazzatenta, docente della Facoltà di medicina veterinaria all’Università di Teramo ed esperto di feromoni, in occasione di un incontro a Vasto sulle ‘Ragioni biologiche della diffusione del cinghiale e i problemi giuridici annessi’ .

Tratto dall’intervista rilasciata ad ADN Kronos

La società dei cinghiali è matriarcale

Nei branchi sono le femmine ad essere leader del branco e solo la matriarca, la capo branco, si riproduce. Proprio grazie all’emissione di feromoni che inibiscono la riproduzione delle femmine di rango inferiore.

Per questo accade spesso che i cacciatori sparino proprio alle femmine che guidano il branco, per assicurarsi un tasso riproduttivo maggiore. Che significa sempre più prede, ma anche una dinamica di popolazione alterata.

La natura, come sempre, è perfetta e anche questa strategia non è casuale: sotto la guida della matriarca il branco corre meno pericoli e quindi il tasso riproduttivo può essere più basso. Ma se muore la leader le cose cambiano e per colmare gli errori dovuti all’inesperienza sale, in proporzione il numero dei nuovi nati.

Abbattimento cinghiali è un errore

Occorre gestire le risorse alimentari, leggi rifiuti, per evitare che un eccesso di risorse possa creare condizioni favorevoli e lasciare mano libera ai lupi. Che sono i migliori selecontrollori presenti sul territorio, con buona pace dei cacciatori.

Ma se l’abbattimento cinghiali è un errore, diventa ancora più grave se viene compiuto senza tenere conto delle normative. Che non consentono, nonostante tutto, di fare abbattimenti senza il rispetto di piani e autorizzazioni.

Lo sanno bene gli otto indagati che il Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Brescia ha rinviato a giudizio. Per aver commesso una serie di reati nella gestione dei pian di abbattimento, tanto cari al mondo venatorio.

Peculato, inquinamento ambientale, uccisione ingiustificata di animali e macellazione abusiva sono i reati contestati. Sotto processo andranno Pierluigi Mottinelli, ex presidente provinciale, Carlo Caromani ex comandante della Polizia Provinciale di Brescia insieme agli agenti Saleri e Cominini, il funzionario dell’ufficio caccia della provincia Raffaele Gareri e quello dell’ATC Oscar Lombardi, in compagnia dei due direttori della regione Del Monte e Cigliati.

Innocenti sino a condanna definitiva, ma rinviati a giudizio in una provincia con una grande vocazione venatoria. Terra di armieri e anche di bracconieri, di amanti dello spiedo fatto con gli uccellini. Ma anche terra di funzionari con la schiena dritta, come dimostrano i rinvii a giudizio.

E Brescia a fare piani di abbattimento davvero singolari ci aveva già provato con le volpi dell’ATC, senza riuscirci perché il piano era stato ritenuto illegale.

La gestione della fauna non può essere fatta di abbattimenti

La gestione della fauna non può essere fatta di abbattimenti

La gestione della fauna non può essere fatta di abbattimenti anche se questa scelta può sembrare la più efficace in tempi brevi. La mancanza di strategie di periodo porta alla reiterazione di comportamenti non risolutivi, sgraditi peraltro all’opinione pubblica.

La provincia di Alessandria vuole abbattere ben mille caprioli oltre a quelli che già vengono abbattuti dai cacciatori durante la stagione di caccia, su richiesta degli agricoltori, per presunti danni alle colture e alle vigne in particolare. Ma poi ci son sempre da eliminare anche le nutrie, i cinghiali, i pappagalli, gli scoiattoli grigi e i procioni.

La gestione della fauna è fatta di ripopolamenti di specie che interessano ai cacciatori, come fagiani e starne anche se  salta all’occhio, da subito, che il termine “ripopolamento” è usato senza criterio. Questa selvaggina non tira la fine della stagione venatoria, se no dopo decenni di lanci avremmo i fagiani anche in piazza del Duomo e non è così.

Oppure vengono abbattute specie come se non ci fosse un domani, ma nemmeno questo parrebbe funzionare, se no il lupo anziché risalire la dorsale appenninica avrebbe, paradossalmente, dovuto cercare i caprioli al di là dell’Adriatico.

Del resto se seguissimo i desiderata di ogni categoria sull’eliminazione di ogni essere vivente che si frappone fra loro e il profitto del lavoro temo che nemmeno gli umani avrebbero un futuro sereno, come peraltro non posseggono un presente sereno. A questo punto devo citare Martin Niemöller che scrisse dei bellissimi versi che ci portano a riflettere su una triste realtà umana:

“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”.

Voi vi chiederete cosa c’entri questo con gli abbattimenti selettivi? C’entra eccome: così come qualcuno si è convinto che per risolvere i mali del mondo sia necessario eliminare alcune categorie umane, altri si sono convinti che la natura si possa amministrare con le stesse logiche del sottraendo, senza nemmeno pensare di poter creare qualcosa che assomigli a un equilibrio. I famosi metodi ecologici che anche l’Europa raccomanda nella gestione della fauna.

Il vero paradosso della gestione faunistica è rappresentato dal fatto che secondo molti, spesso legati al mondo venatorio, i metodi ecologici non funzionano e questo viene detto senza nemmeno attuarli. Peccato però che non funzionino nemmeno gli abbattimenti (leggi qui) e se fossimo in buona fede lo ammetteremmo prima di aver finito animali e cartucce.

La provincia di Alessandria e i suoi mille caprioli (ma li avranno fatti censimenti degni di questo nome?) sono uno dei “mille” esempi di come nella realtà non si voglia risolvere un problema, ma solo mitigarlo per tornaconto, a volte economico, a volte politico. Generando così costi enormi ma anche creando lo spazio per avere grandi consensi dal mondo venatorio e da quello agricolo. Con il silenzio assenso della buona scienza e degli istituti preposti alla tutela e alla gestione della fauna.

Tante volte, lo dice l’Europa ancora una volta, si parla di incrementare la resilienza ambientale sia per quanto concerne le specie invasive che per mitigare i danni di quelle alloctone. Ma questa raccomandazione è troppo spesso del tutto ignorata e così, per fare un esempio, si caccia la volpe che è il predatore di elezione della nutria, per proteggere i fagiani e altri polli d’allevamento lanciati per i cacciatori. Non lo si può certo definire un progetto intelligente.

Se riuscissimo ad avere l’intelligenza di capire che la gestione della natura è un fatto complesso, che non può limitarsi all’abbattimento di una specie senza chiedersi che squilibri comporterà, senza chiedersi se questo non porterà a ottenere l’effetto opposto. Così spesso le popolazioni crescono e si contraggono sul medio periodo, come avviene con i cinghiali.

La gestione della fauna non può essere fatta di abbattimenti e non mi si dica poi che questi ragionamenti sono farneticazioni da animalista perché sono solo considerazioni di buon senso. Si accettano più che volentieri opinioni opposte: lo spazio dei commenti è moderato, ma solo per verificare il livello di educazione, mai per bloccare idee diverse.

 

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