La storia dei cuccioli dell’orsa Amarena in Abruzzo: scienza contro supponenza

storia cuccioli orsa Amarena

La storia dei cuccioli dell’orsa Amarena in Abruzzo: la scienza si deve scontrare contro la supponenza di quanti pensano che il Parco d’Abruzzo vada gestito come uno zoo safari! La vicenda dell’uccisione dell’orsa Amarena -l’orso marsicano più famoso del web- e la sorte dei suoi due cuccioli ha riempito le cronache dei media, sia per il riprovevole gesto costato la vita a Amarena, ma anche per tutti i timori sulla sopravvivenza dei due giovani orsetti. Una battaglia mediatica combattuta, spesso davvero malamente, fra quanti li volevano prigionieri per garantirgli salva la vita e chi era favorevole a correre il rischio, ponderato, di lasciarli liberi.

Due cuccioli lasciati in natura senza la madre, con l’inverno alle porte, erano soggetti a un maggior rischio morte di altri coetanei. Una realtà con la quale ogni giorno si confrontano gli animali selvatici e non soltanto, perché il restare soli è una delle numerose possibilità e scenari che la vita riserva agli esseri viventi. Due cuccioli d’orso senza la protezione della madre possono essere uccisi o, comunque, non riuscire a restare in buona salute. Il punto, senza girarci troppo intorno, è decidere se sia meglio, per loro, accettare il rischio di farli vivere da orsi liberi oppure garantirgli un’esistenza in vita da orsi prigionieri.

Pur essendo consapevole dell’importanza per la specie di ogni singolo orso marsicano, un endemismo che ha conosciuto non poche difficoltà, non ho dubbi sulla risposta. La vita di ogni individuo selvatico può dirsi vissuta appieno soltanto libera, in particolare per animali come gli orsi che hanno una grande mobilità sul territorio e non dovrebbero essere ristretti in recinti, seppur estesi. Una prigione resta una prigione e ben ha fatto il Parco d’Abruzzo a voler correre il rischio, scegliendo di lasciarli liberi anche con il periodo di ibernazione alla porte.

La storia dei cuccioli dell’orsa Amarena in Abruzzo: hanno superato il letargo e ora qualcuno dice di essere il loro salvatore

I due cuccioli hanno superato il letargo, come dimostrano filmati e foto che sono stati rilasciati dal PNALM per tranquillizzare quanti erano in ansia per la loro sorte. Un passo ulteriore verso l’età adulta che ha premiato chi ha scelto la via più sensata per gli orsi, ben sapendo di correre il rischio di un “linciaggio social” se qualcosa fosse andato storto. La morte di un cucciolo per cause naturali è un evento sempre possibile, anzi sarebbe più corretto dire che nei cuccioli il tasso di mortalità, per molteplici ragioni, rappresenta un fatto non solo possibile ma altamente probabile.

Per questa volta il destino è stato buono e gli orsetti hanno potuto riprendere la loro vita fatta di ricerche e di scoperte, di alberi da frutto, formicai e di grandi spostamenti sul territorio. Ma qualcuno, solo ora, afferma che questo felice evento è avvenuto soltanto grazie al suo fantomatico aiuto, messo in atto fornendo ai cuccioli del cibo. Azioni messe in atto andando contro alle decisioni del Parco, ma anche scontrandosi contro le opinioni della stragrande maggioranza degli studiosi. Facendo affermazioni sospette e rinfocolando una vecchia polemica, mai sopita, sulla necessità di creare punti di alimentazione per gli orsi, al fine di garantirne la sopravvivenza.

Lo sconosciuto aspirante etologo è uscito allo scoperto, si fa per dire, soltanto quando la sopravvivenza dei cuccioli al periodo invernale di ibernazione era un fatto certo. Una cautela per proteggere la sua attività, posto che sia reale, ma anche per mettersi al riparo da fallimenti. Un modo inaccettabile di sfidare decisioni prese dal PNALM che, per dovere e compito, deve tutelare la popolazione di orso marsicano.

Il Parco d’Abruzzo non è uno zoo safari, nè segue le procedure di Disneyland: la vita selvatica non è una favola

Se non si riesce a comprendere che la natura non segue precetti disneyani e che la miglior azione, talvolta, sia quella di restare fermi si possono combinare enormi guai. L’idea di creare dei punti di alimentazione per gli orsi non tiene conto di una serie di variabili, legate sia alla dipendenza alimentare che al richiamo di altre specie animali. Con esiti e risultati che rischiano di compromettere quegli equilibri così difficilmente raggiunti.

Pensare che si possa aprire una mensa a cielo aperto, con soli tavoli riservati agli orsi, è una colossale stupidaggine. Una favola che una volta raccontavano solo i cacciatori e ora, invece, anche gli aspiranti naturalisti! Un’azione insensata fatta passare per un gesto di disobbedienza civile, contro chi a suo dire, non aveva messo in campo tutte le azioni necessarie per tutelare i cuccioli. Un ragionamento più da bracconieri che da tecnici, che da sempre usano il cibo come strumento di abituazione per avvicinare e concentrare i selvatici.

Gli orsi del Parco non soffrono la fame, anche perché, come tutti gli animali di fatto onnivori, hanno sempre molte alternative alimentari, che è difficile possano mancare in contemporanea. Il loro stato di salute e la loro forma, inoltre erano visivamente eccellente per poter andare incontro al “letargo”. Senza bisogno di dar loro cibo con il rischio di renderli confidenti. Un’azione che dovrebbe essere riconosciuta come dannosa e insensata, che mette in pericolo gli orsi esponendoli a rischi ben peggiori di quelli naturali. Come purtroppo insegna la storia di Amarena e non soltanto.

Non esiste una buona azione verso gli animali se non è un’azione buona nei risultati

Sarebbe tempo che ci si rendesse conto che ogni attività che causa un possibile danno agli animali, anche con buone intenzioni, sia sempre e comunque da condannare. Dare cibo agli animali selvatici è una misura di sostegno che può essere messa in atto soltanto in situazioni estreme e solo seguendo rigidi protocolli. Nelle attività di tutela faunistica non servono improvvisati salvatori, ma tecnici preparati che lavorano in sinergia, unendo le diverse competenze.

La scelta di lasciare i due cuccioli di Amarena liberi non è frutto di un tiro di dadi, ma di un ragionamento e di un confronto fra persone che si occupano di conservazione. Serve imparare il giusto giudizio su questi eroi da social, in cerca solo di facile consenso, ma soprattutto occorre essere rispettosi della conoscenza e delle regole, cercando di capire differenze e finalità. Se qualcuno non avesse scelto di rischiare, in caso di insuccesso, oggi non ci sarebbe proprio nulla da festeggiare. Con due orsi che probabilmente non avrebbero mai più potuto vivere liberi nel loro territorio.

La conservazione dell’orso marsicano sta segnando piccoli passi in avanti, con un allargamento delle aree di diffusione. Nonostante le strutture antropiche e i comportamenti sbagliati di alcuni turisti e amministratori. I primi responsabili di inseguimenti e violazione delle regole e i secondi di non aver ancora compiuto la totale messa in sicurezza dei rifiuti. Ma nonostante tutto le due specie iconiche dell’Abruzzo, orso e camoscio, hanno saputo adattarsi e crescere di numero. Il nostro dovere è quello di rispettarli, anche attraverso una migliore conoscenza basata su dati scientifici e comportamenti responsabili.