Animali e diritti: le telecamere entrano nei macelli in Spagna, ma restano molte le contraddizioni, proprio come in Italia

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Animali e diritti: telecamere nei macelli obbligatorie in Spagna, che sarà così il primo paese dell’Unione Europea a dotarsi di questo strumento di controllo. Sono diversi anni che in tutta Europa e anche in Italia viene chiesta questa misura di sorveglianza nei macelli. Senza riuscire a ottenere che le molte promesse fatte dalla politica si traducessero in realtà. Il provvedimento varato dal governo spagnolo prevede, finalmente, che le telecamere siano obbligatorie per tutti i macelli, anche i più piccoli e persino in quelli mobili.

Le telecamere dovranno essere installate in ogni luogo ove vi sia presenza di animali vivi, sia per evitare maltrattamenti aggiuntivi che per monitorare i tempi di attesa. Per norma europea gli animali devono essere macellati nel minor tempo possibile. Evitando che una lunga permanenza nelle strutture dei macelli possa essere causa di ulteriori sofferenze. Questo provvedimento costituisce un passo avanti, anche se sottrae sofferenza ma non può risolvere i molti problemi dell’allevamento.

Il traguardo resta sempre quello di poterci liberare dalla dipendenza dalle proteine animali, anche grazie all’arrivo sul mercato della carne coltivata. Un passaggio quest’ultimo che sarà davvero epocale, nel momento che sarà possibile arrivare alla completa sostituzione della carne derivante dall’uccisione di animali. Nel frattempo ogni azione che porti a una riduzione delle sofferenze degli animali negli allevamenti e in tutte le fasi della produzione deve essere comunque accolta con grande soddisfazione. Come la drastica diminuzione dei consumi, per qualsiasi ragione avvenga.

Animali e diritti: con le telecamere nei macelli la Spagna compie un balzo in avanti, ma restano corride e feste religiose

Mentre da una parte la Spagna ha compiuto un grande balzo in avanti, per eliminare inutili sofferenze nei macelli, dall’altra resta al palo sui maltrattamenti agli animali. Dimostrando che una parte del paese è nel futuro, mentre un’altra è ancora ferma a riti medioevali, con feste simili a sacrifici pagani e con la corrida. Un paese con una sensibilità e un’attenzione ai diritti degli animali che marcia a corrente alternata: stessi animali, diritti diversi. Si tutelano quelli destinati al macello e si torturano, con maltrattamenti atroci, le stesse specie nel corso di manifestazioni popolari e feste religiose.

Contraddizioni che appaiono per noi inconcepibili, per la violenza che è insita in manifestazioni come quelle del Toro de la Vega o nelle corride. L’Italia pur essendo ancora molto indietro nell’assicurare una tutela degli animali, spesso anche a causa di inerzie politiche e scarsi controlli, ha infatti da tempo previsto come reato moltissime forme di violenza agite nei confronti degli animali. Certo restano ancora consentite manifestazioni equestri come il Palio di Siena, sempre più contestato, o i circhi, ma la violenza gratuita sugli animali, seppur poco perseguita, è legalmente vietata.

Altro tasto dolente sono le attività come allevamenti, trasporti di animali vivi e macelli dove si dovrebbe fare molto di più, ma quando ci sono in ballo interessi economici le cose cambiano. Nonostante gravissimi fatti di cronaca, basati su inchieste che continuano a svelare reati e maltrattamenti compiuti a danno degli animali. Queste situazioni non sono considerate lecite, semplicemente vengono troppo spesso coperte con omissioni o favoreggiamenti. Situazione ben diversa è quella che accade in Spagna durante le feste religiose dove torturare gli animali è un comportamento considerato normale, giustificabile.

La politica italiana promette di migliorare le condizioni di vita degli animali e di far crescere i loro diritti: solo promesse elettorali?

Probabilmente le promesse, come sempre accade, hanno un elevato tasso di probabilità di restare tali. Animali e clima sono bandiere troppo spesso agitate per raccogliere voti, contando sul fatto che molti amanti degli animali siano, purtroppo, più emotivi che riflessivi. Credendo spesso a chi le promette più grosse, dimenticandosi poi di lavorare davvero per trasformare le promesse in risultati concreti. Così si spacciano disegni di legge come conquiste, ordini del giorno presentati nell’uno o nell’altro ramo del parlamento come vittorie storiche. E nulla cambia mai per davvero, perché in effetti gli animalisti hanno la memoria corta.

Una spiegazione più che plausibile di questo comportamento l’ha data Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica nel 2021, parlando di mancati provvedimenti sul clima. Illustrando in una lunga intervista a Repubblica, con concetti semplici, la pochezza della nostra classe politica.

I politici sempre più spesso hanno uno orizzonte di pochi anni, quelli del loro mandato, non intraprendono azioni di lungo termine i cui risultati rischiano di essere inutili per la rielezione. E il clima è uno degli argomenti che ha pagato questa scarsa lungimiranza politica. Però è vero anche che finora gli elettori non si sono fatti molto sentire. Hanno votato anche loro in base ai propri interessi di breve periodo. Dunque la responsabilità è sia dei politici che degli elettori: se questi ultimi non fanno in modo che sia conveniente per i partiti fare una politica climatica, i politici non la attueranno certo in modo spontaneo”.

Elettori e eletti sono quindi corresponsabili sui mancati provvedimenti?

Occorre davvero dividere in modo equanime le responsabilità fra politici e elettori? La risposta non può che essere affermativa, visto che sono proprio gli elettori che hanno fatto avanzare una classe politica spesso incolta, becera e populista. Proprio come accade per i bambini, i politici nel corso di questi decenni hanno continuato a alzare l’asticella delle promesse vuote e non hanno quasi mai dovuto pagarne la colpa. I bambini ai quali si consente troppo diventano maleducati mentre i politici diventano arroganti e fanfaroni. Dimostrando in più una parallela crescita del loro ego e della capacità di banalizzare questioni complesse. Il risultato è di fronte agli occhi di tutti, almeno di chi li tiene aperti.

Siamo noi cittadini che abbiamo consentito alla politica di esprimere il peggio, smettendo di esercitare il controllo sulla delega data. Pensando che se il paese va verso lo sfascio, culturale e economico, sia molto meglio barricarsi nel salotto di casa propria, magari agitandosi soltanto sui social. Una deriva che colpisce duro in Italia e che spesso ha contagiato non solo i partiti ma anche i corpi intermedi. Che sono passati dall’essere un utile stimolo a cercare di inseguire proprio chi dovrebbe essere in grado di rappresentare i cittadini.

Eppure è noto che una società migliore è creata dal livello culturale e dall’educazione civile dei suoi componenti. Per questo lo stimolo a questo processo di crescita, in tema di tutela ambientale e crescita dei diritti animali, dovrebbe essere il primo obiettivo di tutte le realtà sociali che si occupano di operare in questi settori. Invece l’impressione è che, anziché promuovere la crescita culturale che spesso non è compito popolare, sia privilegiata l’attività di raccogliere consensi, di guadagnare visibilità. Un po’ come ha recentemente dimostrato l’improbabile legame fra il WWF e il Jova Beach Party.

Circo senza animali: riapre dopo cinque anni il famoso circo Ringling Bros & Barnum

circo senza animali

Il circo senza animali rappresenta un percorso obbligato, per eliminare la sofferenza da sotto i tendoni, per compiere un’evoluzione inevitabile. Così il famoso circo Ringling Brothers e Barnum & Bailey riapre i battenti dopo averli chiusi nel 2017. La scelta era stata presa dopo anni di proteste delle organizzazioni per i diritti degli animali, che avevano portato a un drastico calo degli spettatori. Per questo il circo aveva deciso di chiudere i battenti e sembrava che questo fosse in modo definitivo.

Cani falchi tigri e trafficanti

Invece il circo forse più famoso del mondo ha percorso la strada del cambiamento, ha capito che non era più tempo di certi spettacoli. Una decisione che prende spunto anche dal Cirque du Soleil, il circo canadese che da anni mette in scena spettacoli senza animali, con grande successo. Dimostrando che il cambiamento non solo è possibile, ma che è anche redditizio per chi abbia il coraggio, e le qualità, per affrontarlo.

L’Italia è un paese dove i cambiamenti sono accettati con grandi difficoltà, complice anche la politica sempre poco attenta a cogliere i segnali dell’opinione pubblica. Sarà anche per questo che l’occasione di arrivare a un circo senza animali, anche nel nostro paese, è sfumata grazie proprio alle indecisioni della politica. Troppo attenta a difendere le corporazioni, senza seguire l’evoluzione dei diritti e le legittime richieste delle persone, che non vogliono vedere più animali prigionieri nei circhi.

Il circo senza animali è il futuro, mentre la schiavitù sotto il tendone appartiene a un passato destinato a scomparire

Mentre diversi paesi europei hanno fatto scelte molto radicali, vietando l’uso degli animali nei circhi, in Italia evidentemente ci aspettiamo che questo avvenga per consunzione. Sembra che si stia aspettando che, una dopo l’altra le imprese circensi, nonostante i finanziamenti dello Stato, chiudano per mancanza di spettatori. In questo modo però peggiorano anche le condizioni di detenzione degli animali, visto che i circhi non investono certo in nuove strutture sapendo che, nonostante i proclami, il destino è segnato.

Eppure il circo, se non fosse intriso di sofferenza e avesse dimostrato la volontà di evolversi, di trasformarsi, sarebbe uno spettacolo ricco di un particolare fascino. Rovinato proprio dalla presenza degli animali che le persone non vogliono più vedere nei carrozzoni, trattati in pista come se fossero degli automi. I circhi che hanno fatto scelte diverse, come il famoso circo Roncalli, hanno dimostrato quanto sia falsa l’affermazione che il circo senza animali chiuda per sempre. Gli spettacoli senza animali rappresentano il futuro e non è certo un caso che il più grande circo del mondo, il Barnum, dopo cinque anni abbia deciso di ritornare in pista.

Peraltro essendo cambiata la sensibilità delle persone si moltiplicano anche le condanne per maltrattamenti inferti agli animali. Magari con processi troppo lenti e pene non adeguate alla sofferenza causata, ma restano comunque fatti che dimostrano un seppur tardivo cambio di attenzione. Se in Italia molti circhi continuano a esistere è anche perché troppe amministrazioni e troppi servizi veterinari pubblici hanno preferito chiudere gli occhi. Sulle condizioni di detenzione, sui maltrattamenti psicofisici subiti dagli animali, ma anche sui pericoli che queste strutture possono rappresentare per il pubblico.

Mancati controlli, omissioni e scarsa capacità di individuare la sofferenza negli animali hanno perpetuato il circo con animali

Le condizioni di vita degli animali nei circhi costituiscono la negazione di ogni diritto, per le caratteristiche intrinseche proprie dello spettacolo viaggiante. Lo capirebbe chiunque avesse la volontà di voler vedere che spazi ristretti e condizioni di vita sono incompatibili con il benessere animale. Una regola alla quale anche i circhi sono costretti a sottostare, perché nonostante quello che si crede, anche queste strutture hanno degli obblighi da rispettare. Il primo dei quali dovrebbe essere quello di garantire a ogni animale presente la possibilità di soddisfare le proprie necessità etologiche.

Mentre esiste una legge che regolamenta gli zoo, anche loro sempre più sotto il tiro dell’opinione pubblica e anche della comunità scientifica, per i circhi nulla viene stabilito sugli animali. Se non fosse per un tentativo di rimediare al vuoto normativo messo in atto dalla Commissione Scientifica della CITES. Che per cercare di riempire di contenuti questo vuoto ha stabilito delle condizioni minime per il benessere animale, travalicando forse i suoi poteri, ma surrogando sicuramente l’assenza della politica.

Possiamo sperare che l’esempio del circo Ringling Bros e Barnum & Bailey diventi un traino per il cambiamento anche in Italia. Spazzando via per sempre forme di spettacolo non più concepibili, ma anche traffici che proprio grazie a questa zona grigia, hanno permesso e continuano a permettere un commercio di grandi felini, già finito troppe volte all’onore delle cronache, ma non abbastanza all’attenzione della magistratura. Su questa linea il Senato il 18 maggio ha detto un primo si a una norma che potrebbe portare alla definitiva eliminazione degli animali. Ma prima di esultare conviene aspettare di vedere il come e il quando.

Il censimento del lupo in Italia: disponibili i dati di un grande lavoro di monitoraggio della specie

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Il censimento del lupo in Italia è finalmente una realtà. Un lavoro iniziato nel 2018 che si è concluso nell’aprile del 2021, quando sono terminati i campionamenti. Il lavoro basato sulla raccolta di campioni, su esami genetici e sul rilevamento di migliaia di dati ha fornito i dati sulla consistenza stimata del predatore. Dimostrando che il lupo ha ora una diffusione pressoché omogenea sul territorio nazionale, presidiando tutte le aree idonee al suo insediamento.

Cani falchi tigri e trafficanti

La forchetta stimata dai ricercatori definisce una popolazione di circa 3.307 individui (valori di stima compresi fra 2.945 e 3.608 esemplari). Una consistenza che certifica una popolazione vitale, nonostante investimenti e azioni di bracconaggio, dispersa sul territorio. Una presenza, quella del superpredatore per eccellenza, che dovrebbe essere salutata come un ottimo segnale, un rimedio per curare molte problematiche. Cominciando dal contenimento delle popolazioni di ungulati che rappresentano la principale preda del lupo.

Il monitoraggio, coordinato da ISPRA, ha coinvolto un numero significativo di soggetti che materialmente ha percorso in lungo e in largo il paese. Una rete costituita da più di 3000 persone, appartenenti a 20 Parchi nazionali e regionali, 19 regioni e provincie autonome, 10 università e musei, 5 associazioni nazionali (Aigae, Cai, Legambiente, Lipu, Wwf Italia), 34 associazioni locali. Ma anche da 504 reparti del Comando Unità Forestali Ambientali e Agroalimentari (CUFAA) dell’Arma dei Carabinieri.

Il censimento del lupo in Italia dovrà essere utilizzato con intelligenza, senza fare concessioni ai cacciatori

La presenza di circa tremila esemplari, diffusi su tutto il territorio nazionale, non deve far come spesso accade gridare “al lupo, al lupo”. Pur restando indispensabile mitigare i conflitti fra uomini e predatori questo non deve avvenire con gli abbattimenti. Una strategia, quella della gestione venatoria, che ha dimostrato da tempo di essere fallimentare, creando moltissimi danni e zero vantaggi. Se il lupo ha riconquistato il paese questo non è dovuto soltanto alle misure di protezione legale, ma anche e soprattutto alla presenza di ingenti risorse alimentari, costituite dagli animali selvatici.

In Italia abbiamo una sovrabbondanza di cinghiali e di altri ungulati, che già ora rappresentano la componete più importante della dieta del carnivoro. I lupi rappresentano il miglior sistema ecologico di contenimento delle popolazioni di ungulati selvatici e uno dei più efficaci strumenti di contenimento di malattie come la peste suina. Gli allevatori, come i cacciatori, devono accettare che per mantenere l’ambiente in equilibrio la presenza dei predatori sia indispensabile. Devono quindi proteggere i loro animali con mezzi adeguati, per evitare predazioni, evitando di chiedere gli abbattimenti di una parte dei lupi.



Molti allevatori hanno cominciato a rendersi conto dell’importanza del lupo, che non viene più visto come un nemico ma come un alleato. Proprio grazie alla capacità di contenere ad esempio il numero di cinghiali, senza causare la destrutturazione dei branchi. Il lupo preda individui vecchi e malati, scegliendo sempre gli esemplari più semplici da uccidere e con minori rischi. In questo modo il prelievo fatto sul branco non crea le condizioni per incrementarne il tasso riproduttivo. Un fatto dimostrato da studi scientifici che vengono contestati o ignorati dalla componente venatoria.

Lo studio ha dimostrato che l’ibridazione rappresenta un pericolo per i lupi, ma i risultati sono parzialmente rassicuranti

ISPRA sottolinea che “dalle analisi genetiche condotte sui campioni raccolti nell’area peninsulare sono stati identificati geneticamente 513 individui di lupo. Il 72,7 % non ha mostrato ai marcatori molecolari analizzati alcun segno genetico di ibridazione recente o antica con il cane domestico, l’11,7 % mostrava segni di ibridazione recente con il cane domestico, il 15,6 % hanno mostrato segni di più antica ibridazione (re-incrocio con il cane domestico avvenuto oltre approssimativamente tre generazioni nel passato)“.

Questo dato deve essere ancora approfondito attraverso il completamento dei dati genetici, però può essere letto positivamente, considerando il numero, fuori controllo, di animali di proprietà vaganti e di randagi. Nonostante siano troppi i cani di proprietà lasciati liberi sul territorio, senza essere sterilizzati, i dati sino ad ora disponibili sono meno allarmanti di quanto si potesse temere. L’ibridazione antropogenica rappresenta sempre un pericolo per la specie lupo, ma la situazione deve essere contenuta adottando provvedimenti efficaci. Azioni concrete che incidano realmente su vagantismo canino e randagismo.

La sfida sulla gestione dei conflitti con il lupo passa anche dalla corretta informazione che viene veicolata all’opinione pubblica. Generare allarmismi e paure, spesso alimentate dai cacciatori, non aiuta a far comprendere la visione corretta su cui si basa l’equilibrio ambientale. Che non può più essere considerato come un fattore secondario rispetto agli interessi umani. La nostra vita viene tutelata proprio quando si mettono in campo azioni mirate per mantenere il nostro ambiente armonico e in salute.


Leggi i dati

Per approfondire questo argomento è indispensabile conoscere i dati del censimento, per comprendere consistenza e diffusione della popolazione dei lupi, ma anche per conoscere le modalità di realizzazione di uno studio complesso e importante.

Grande Panda e Piccolo Drago, una magia di James Norbury

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Grande Panda e Piccolo Drago è un libro che racconta un viaggio nella vita, di due grandi amici, dove non importa il luogo ma il modo di viverlo. In realtà il destino di ogni essere vivente è davvero un percorso di viaggio, del quale non conosciamo né il tragitto, né la durata ma per il quale possiamo sempre decidere come lo vogliamo affrontare. Un nuovo giorno, un nuovo inizio” disse Piccolo Drago. “Cosa ne faremo?” e proprio questa è la filosofia di questo poetico volume scritto e illustrato da James Norbury,

Cani falchi tigri e trafficanti

Non sono solo le parole a lasciare un segno, come pennellate di colore capaci di rendere unica qualsiasi giornata, ma anche i disegni, essenziali e fantastici. Questo libro è davvero un volume per famiglie, da leggere e condividere con chiunque dia un valore al bello della natura, al sapore del viaggio, all’importanza della vita. Pagina dopo pagina l’autore ci porta a farci delle domande, a chiederci di capire quanto la vita sia un’avventura meravigliosa, specie quando si ha la fortuna di attraversarla con amici veri.

Ogni decisione che prendi lungo il cammino ti porta un po’ più vicino o un po’ più lontano da dove vuoi andare”: a prima vista sembra un concetto incomprensibile, ma poi, riflettendoci, ci si rende conto della sua verità. Nessun percorso è segnato, la strada del viaggio si compone sotto i nostri occhi a seconda dei nostri comportamenti. Nulla è certo nella vita, nulla è preconfezionato e allo stesso punto di arrivo ci si può arrivare con diversi percorsi, senza che v sia certezza che arriveremo davvero a tagliare il traguardo. Che non è certo un punto d’arrivo o il momento più importante dell’avventura.

Grande Panda e Piccolo Drago ci prende per “zampa” e ci consente di viaggiare senza itinerario, indagando sempre con stupore

“Vorrei che questo momento durasse per sempre” disse Piccolo Drago. “Questo momento è tutto ciò che c’è” sorrise grande Panda. La vita è in effetti un susseguirsi di momenti, di ogni genere, ma ogni attimo è unico, proprio come se avesse un inizio e una fine. Ci sarà sempre stato un prima di quest’attimo, ma non c’è certezza che ve ne sia uno successivo, per questo ogni momento è davvero tutto ciò che c’è.

Grande Panda Piccolo Drago

Il libro ci esorta, anzi ci costringe, a farci delle domande anche dopo aver letto poche righe e questa è la sua poesia, ma anche la sua semplicissima complessità. Raccontando molte vie possibili per arrivare alla felicità, per rasserenare i momenti bui e capire che, in fondo, nulla è più fantastico del grande dono rappresentato dal percorso delle nostre vite.

I disegni che accompagnano i sintetici dialoghi e le massime che li corredano sono meravigliosi, nella loro essenzialità. E se questo vale per Grande Panda è ancora più vero per Piccolo Drago, tratteggiato con poche linee essenziali, che ve lo faranno amare con i suoi occhietti vispi. Questo è una sorta di libro medicina, perché in questa o in un’altra pagina troverete sempre il consiglio di un rimedio in grado di lenire dolori e ferite. è uno dei più bel libri che abbia mai letto con animali come protagonisti.

Rizzoli libri – rilegato – 159 pagine – 16,50 euro

Pessima gestione degli orsi in Trentino e la PAT incassa un’altra sconfitta di fronte al Consiglio di Stato

pessima gestione orsi Trentino

Per la pessima gestione degli orsi in Trentino la Provincia Autonoma di Trento incassa una nuova bocciatura dal Consiglio di Stato. In un’articolata sentenza il massimo organo amministrativo accoglie il ricorso delle associazioni protezionistiche ENPA e OIPA, con analoghe motivazioni di altre pronunce. Alla fine, senza entrare troppo nelle pieghe normative, la realtà è che l’ennesima bacchettata arriva a causa di decisioni arbitrarie, carenze istruttorie e decisioni sproporzionate.

Una decisione che sbatte la porta in faccia a Maurizio Fugatti e ai suoi deliri di onnipotenza. La gestione degli orsi in Trentino deve seguire le normative e non possono esistere scorciatoie, messe in atto a danno degli orsi. L’unica parte della sentenza che personalmente giudico molto discutibile è che le spese siano state compensate fra le parti. Mentre sarebbe stato giusto che la PAT fosse condannata a risarcirle. Per eccesso di arroganza, per dar corpo al danno erariale. Ma questo resta solo un parere che non sminuisce la portata della decisione.

Quindi l’orso M57, l’oggetto della contesa giudiziaria non è colpevole di aver aggredito una persona ma forse viceversa. Il comportamento del carabiniere che si è scontrato con l’orso è stato imprudente. Mentre l’atteggiamento dell’orso è stato inizialmente dettato da mera curiosità. Sino a quando la persona non ha deciso di mettere in atto comportamenti scorretti. Forse anche un poco da bullo, visto che di notte dopo aver visto l’orso cerca di spaventarlo. Mentre avrebbe dovuto arretrare con tranquillità. Peraltro una persona che, per mestiere, dovrebbe sapere come evitare inutili situazioni di pericolo.

La pessima gestione degli orsi in Trentino porterà alla liberazione dell’orso M57, imprigionato senza motivazioni?

Solo nelle prossime settimane si vedrà quale sarà il destino dell’orso M57. Dopo che il Consiglio di Stato ha sancito che la sua captivazione è stata un abuso. Dopo che è stato nuovamente scritto che le condizioni di detenzione a Casteller, il luogo di prigionia di M49 e M57, possono essere viste come un maltrattamento. Qualcosa dovrebbe quindi succedere e l’ipotesi, che scaturisce dalla sentenza è che in linea di principio nulla osta a un’eventuale liberazione. Condizionata però a una valutazione di pericolosità, ma anche legata al tempo autunnale e ai danni subiti. Il letargo, fra l’altro, incombe.

Senza poter dimenticare che M57, al pari del suo compagno di prigionia, è stato sottoposto a castrazione. Una situazione complessiva che seppur in mera teoria pare favorevole a un’ipotesi di liberazione temo che si scontrerà con altra realtà. I lunghi mesi di prigionia, le sofferenze patite, la castrazione, la somministrazione di sedativi e la vicinanza con l’uomo potrebbero aver prodotto danni. Un’ipotesi tutt’altro che remota. Gli animali selvatici sono delicati, anche quando sono grossi quanto un orso.

Qualcuno si prenderà la responsabilità di decidere per la liberazione dell’orso? Certo sarebbe giusto, un piccolo ma grande risarcimento per il male subito. Il giudizio è stato lasciato però alla Provincia di Trento, sentito il parere dell’ISPRA e questo, salvo sviluppi davvero clamorosi, fa pensare a un prolungamento della detenzione. Ingiustificata quando è stata disposta, forse difficile da revocare oggi. Dimostrando che i tempi della natura e quelli della giustizia sono incompatibili. Il rischio di questa vicenda è che si trasformi in una vittoria di Pirro. Inutile per M57.

Gli animali avrebbero diritto a un risarcimento per ingiusta detenzione e i responsabili meriterebbero una condanna

La vicenda di M57 non è una questione che riguarda un orso. Rappresenta la dimostrazione dei danni che possono essere prodotti da una cattiva politica. Dall’arroganza di chi pensa di poter fare quello che vuole, con lo scopo di mantenere il consenso elettorale. Passando via attraverso le maglie troppo larghe di una giustizia che arriva, ma quasi sempre con tempi inaccettabili. Almeno per poter essere applicata in un caso come quello dell’orso M57.

La speranza, che temo vana, è che questo ennesimo precedente porti a dei cambiamenti. Che si arrivi a individuare le responsabilità di chi ha ristretto gli orsi in condizioni di maltrattamento. L’attivazione seppur tardiva della magistratura penale, che in tutta questa vicenda è stata la grande assente. Il convitato di pietra che è passato sopra ai maltrattamenti inferti agli orsi e messi nero su bianco dai Carabinieri Forestali. Sarebbe giusto che chi ha fatto il danno sia portato a risponderne, senza che questo possa togliere la sofferenza inutilmente patita da un orso che poteva restare libero.

Il circo senza animali è possibile: il Circo di Mosca ci prova a Milano con successo

circo senza animali

Il circo senza animali è possibile, se solo lo si vuole e se la qualità dello spettacolo è tale da garantire il successo. In silenzio ci sta provando all’Idroscalo di Milano il Circo di Mosca, con lo spettacolo “Gravity“, che è in scena nella periferia milanese dai primi di ottobre. Senza enfatizzare l’assenza di animali, che viene poco evidenziata se non in qualche articolo di giornale e nei servizi televisivi. Come se l’ordine di scuderia fosse quello di non dire che si tratta di uno spettacolo realizzato in assenza di animali.

La scelta di abbandonare gli animali è nata probabilmente a causa della pandemia, visto che in precedenza il circo presentava diversi numeri con animali. E sulla loro pagina Facebook arrivano i complimenti di molti spettatori, per la qualità dello spettacolo e per l’assenza di numeri con animali. A dimostrazione che il magico mondo del circo, sottraendo la tristezza di felini e elefanti costretti in una pessima forma di prigionia, può vivere più e meglio di prima. Una svolta che i media vicini a questo settore. come Passione Circo, sembra che non vogliano evidenziare. Eppure questo è il futuro.

Il circo senza animali trasmette emozioni al pubblico, senza portare in pista la sofferenza degli animali ammaestrati

Questo è il circo moderno, quello che piace al pubblico più attento, in un percorso che altri impresari hanno imboccato da tempo con successo. Come dimostra il circo Roncalli, che da anni ha sostituito i numeri con gli animali veri facendo scendere in pista degli ologrammi, elefanti fatti di luce. In Italia abbiamo accumulato un grandissimo e ingiustificabile ritardo nel chiudere per sempre l’epoca del circo con animali. Grazie ancora una volta al poco coraggio e alle convenienze della politica, che non ha voluto portare a termine una strada che aveva intrapreso.

In Francia proprio in questi giorni è stata promulgata una legge che vieterà i circhi con animali, la detenzione dei cetacei nei parchi acquatici e l vendita di cani e gatti nei negozi, Una svolta coraggiosa che diventerà esecutiva nel 2024, ma che dimostra la volontà di mettere la parola fine a commerci e tradizioni incompatibili con i tempi che viviamo. Una decisione che dovrà prima o poi arrivare anche in Italia, senza ulteriori timori e rallentamenti. Magari in contemporanea con lo stop agli allevamenti di animali da pelliccia.

Ora speriamo che la strada intrapresa da Larry Rossante con il suo Circo di Mosca possa trovare molti imitatori, anche prima che il divieto di esibire gli animali in pista diventi legge. Confidando nel fatto che la scelta di questo circense non sia temporanea, ma si traduca in una definitiva chiusura verso il circo con animali. Consentendo a quanti non mettono più piede al circo, non sopportando la sofferenza degli animali prigionieri, di poter nuovamente decidere di passare qualche ora sotto uno chapiteaux.

La scelta di un circo senza animali non sarà del tutto indolore per tigri, leoni e elefanti

Gli animali addestrati che non lavoreranno più nei circhi in Europa finiranno per essere ceduti a circhi che lavorano in altre parti del mondo. Continuando a trascorrere la loro vita dentro una gabbia, senza escludere che questo possa avvenire in condizioni anche peggiori di quelle che vivono, ora, gli animali nei circhi nazionali. Per quanto i controlli siano pochi e scarsi nel nostro paese non è certo difficile capire che possano esserci realtà ancora più arretrate nella tutela degli animali. Che sino a quando le norme non cambieranno potranno essere comprati e venduti come fossero cose.

Se fra i lettori di questo articolo qualcuno decidesse di passare una serata al circo faccia almeno lo sforzo di arrivare all’Idroscalo di Milano. Per non finanziare un circo che gli animali li usa ancora e che è attendato in questo periodo in città, anche se ha dovuto rinunciare a esibire gli elefanti, ma conserva ancora un numero con le tigri.