Un branco di lupi nel Parco di San Rossore è più efficace dei fucili

branco lupi Parco San Rossore

Un branco di lupi nel Parco di San Rossore è più efficace dei fucili, una realtà che certo piace poco ai cacciatori e anche a certi direttori di aree protette. A dare la notizia è stato l’ente parco che gestisce l’area protetta di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli, in Toscana. La presenza di un branco di sette lupi, che hanno eletto il parco come loro territorio, sta dando maggiori risultati della gestione faunistico venatoria. Dimostrando quello che gli esperti dicono da anni e che i cacciatori negano da sempre: nessun uomo può essere un controllore efficace delle popolazioni di animali selvatici.

I daini di San Rossore, come quelli presenti nel bosco della Mesola e in altre aree protette, quando non hanno predatori tendono a crescere in modo incontrollato. L’abbondanza di risorse alimentari, quando non vi sono bioregolatori naturali aiuta la crescita delle popolazioni. Gli abbattimenti fatti dai cacciatori non risolvono, come dimostrano i fallimenti sul contenimento dei cinghiali. Mentre il cacciatore cerca di garantirsi il ruolo di regolatore il lupo cerca di garantirsi un pasto con il minor sforzo possibile. Sono proprio le scelte intelligenti del predatore a rendere efficace la sua azione.

«Gli studi di San Rossore confermano che il lupo svolge un importante ruolo ecologico nel Parco: sta riportando all’equilibrio naturale l’ecosistema, sbilanciato negli ultimi anni dalla sovrappopolazione di daini che, riducendo la rinnovazione del bosco e le piante erbacee, avevano messo in pericolo la flora del Parco – spiega il presidente dell’Ente Lorenzo Bani – a questo punto saremo presto in grado di ridurre fortemente fino ad evitare l’intervento umano per il riequilibrio».

Un branco di lupi non costa, non inquina il Parco di San Rossore ma purtroppo non vota

Come non ricordarsi lo scontro a distanza fra Giampiero Sammuri, cacciatore e presidente del Parco dell’Arcipelago Toscano, e il presidente di San Rossore Bani? Reo di aver criticato Sammuri per gli abbattimenti dei mufloni del Giglio, una scelta molto discussa e discutibile sulla quale le polemiche e i toni restano accesi ancora adesso. Due visioni diverse che hanno portato a uno scontro pubblico nel quale su un organo di stampa gigliese Sammuri accusa Bani di ipocrisia.

Ma se il piano difeso da Sammuri può avere un risultato su una piccola isola, unica realtà nella quale un piano di eradicazione possa arrivare a destino, l’intervento venatorio non ha mai risolto. La realtà è che se si impiegassero più sforzi nel cercare il ripristino degli equilibri, anziché cercare facili consensi, i risultati arriverebbero e sarebbero duraturi nel tempo. Gli abbattimenti non funzionano, non solo con gli ungulati, ma anche con le nutrie, i piccioni e anche con gli orsi. Ogni nicchia ecologica che si libera è destinata a trovare in fretta un nuovo occupante. Accade per gli animali, ma anche per le piante: un vaso pieno di terra non resta senza vita a lungo!

Il monitoraggio eseguito sul branco ha dimostrato che i lupi non escono dai confini della riserva, non fanno predazioni sugli animali domestici e sono attivi soprattutto di notte. Una presenza discreta ma efficace, che in futuro dovrebbe consentire al parco di non dover più prevedere azioni umane per la gestione dei daini. Un traguardo, un esempio che andrebbe non soltanto seguito ma che dovrebbe essere compreso nella sua interezza.

Il Parco di San Rossore non ha inventato nulla, ha solo assecondato l’equilibrio naturale

I gestori delle aree protette potrebbero lasciare che una buona parte del loro lavoro fosse realizzato senza costi dalla natura. Assecondando i cambiamenti e le eventuali modificazioni, lasciando sempre più che sia la biodiversità a scegliere i suoi percorsi. Le aree protette dovrebbero impegnarsi di più nel contenimento della sola specie homo sapiens piuttosto che nella gestione faunistica. Come dimostrano le considerazioni fatte proprio dal Parco:

I dati raccolti hanno evidenziato però da parte di una minoranza di persone comportamenti scorretti e potenzialmente pericolosi, in particolare è stata registrata la presenza di persone con cani non al guinzaglio nella vicinanze delle aree accessibili solo con guida ambientale, le zone predilette dai lupi nelle ore diurne proprio per stare lontano dall’uomo. Si ricorda l’importanza di seguire poche e semplici regole: rimanere sui sentieri segnalati e autorizzati (oltre 2000 ettari di territorio corrispondenti a 6 volte l’ampiezza di Central Park a New York), tenere al guinzaglio i cani, non lasciare cibo ed infine non avvicinarsi nella rara eventualità di un avvistamento, a maggior ragione se stanno mangiando.

dal sito dell’ente gestore del Parco di San Rossore, Migliarino, Massaciuccoli

In fondo le questioni sarebbero anche di facile comprensione, senza arrivare a complessi studi. Basterebbe avere la volontà di osservare per capire che un bosco cresce meglio senza l’intervento umano, lasciando che le uniche regole siano quelle naturali. Ma certo il problema sta nella necessità di trovare consenso, tutto ruota intorno alla politica e alle pressioni messe in atto dalle corporazioni. Una sorta di principio di Archimede, capace di imprimere grandi forze a una massa, foriere di incalcolabili danni!

Chi ha paura del lupo cattivo? Nessuno, dicono i sondaggi!

paura lupo cattivo nessuno

Chi ha paura del lupo cattivo? Nessuno, dicono i sondaggi realizzati su un campione significativo di persone che vivono in Europa nelle zone rurali. Smentendo la leggenda che narra di cittadini terrorizzati dalla presenza dei grandi carnivori vicino ai luoghi dove risiedono. Confermando ancora una volta quanto le persone siano più attente e consapevoli di quanto certa stampa e certi ambienti raccontino. Influenzando in questo modo la politica, spingendo per l’adozione di provvedimenti ingiustificati.

Il sondaggio è stato commissionato a Savanta dall’organizzazione Eurogroup for Animals, che si occupa, fra le altre cose, di fare attività di lobby presso l’Europarlamento. Gli intervistati appartengono a un campione di 10.000 persone residenti nelle zone rurali di Germania, Francia, Spagna, Olanda, Italia, Belgio, Polonia, Danimarca, Svezia e Romania. I risultati del sondaggio sono stati esattamente l’opposto di quanto viene raccontato fin troppo spesso dai media, dove si parla spesso di persone esasperate dalla presenza dei grandi carnivori. Il sondaggio ha fornito, anche, risultati molto interessanti per quanto riguarda l’aspetto informativo messo in atto verso i cittadini.

Il sondaggio, correttamente, ha escluso quanti abitano nei centri urbani, dove la possibilità di avere incontri con i grandi carnivori è sicuramente più ridotta. Eliminando così alla radice le possibili sporcature dei dati derivanti dalle opinioni dei cittadini. I cittadini sono persone che, secondo la narrazione comune, difendono la presenza di lupi e orsi perché non ne patiscono le conseguenze. Ma ora appare evidente che non siano i soli a avere a cuore la biodiversità.

La paura del lupo cattivo è un’invenzione dei media, come emerge dal sondaggio

I cittadini europei intervistati si sono dimostrati molto più preoccupati dalla presenza dei cacciatori che da quella dei grandi carnivori. Ben il 76% degli italiani intervistati si è dichiarato favorevole al mantenimento della massima protezione dei grandi carnivori, rappresentando il dato percentualmente più alto fra i vari paesi europei. Una presa di coscienza, ma anche di posizione, netta e senza equivoci che dimostra come, nonostante gli allarmismi, l’opinione pubblica sia più avanti della politica.

Ben il 76% degli italiani che vivono nelle aree rurali, dalle valli trentine all’Appennino, dalla Maremma alla Lessinia, afferma quindi che è necessario mantenere il rigoroso status di tutela di lupi e orsi oggi assicurato dalle norme europee, giungendo a un fragoroso 80% che ritiene fermamente che i grandi carnivori abbiano tutto il diritto di esistere nel nostro Paese, in piena contrapposizione con le recenti dichiarazioni del Ministro Lollobrigida, secondo cui sarebbe necessario ridimensionare lo status di tutela dei grandi carnivori, dichiarazioni che hanno peraltro lasciato indifferenti la stragrande maggioranza dei Paesi membri dell’UE, evidentemente più consapevoli dei desideri dei propri cittadini.

Fonte: sito LAV

Dal sondaggio emerge un altro dato molto interessante, che riguarda l’informazione dei cittadini sul comportamento da tenere quando si incontrano grandi carnivori. Ben il 74% degli italiani dichiara di non sapere come comportarsi in caso d’incontro con questi animali. Una conferma di come molti incidenti avrebbero potuto essere evitati se solo ci fosse stata una corretta informazione dei cittadini. Una responsabilità degli enti pubblici preposti che da anni viene segnalata, ma che inspiegabilmente non viene raccolta dalle amministrazioni competenti.

Non sono troppi lupi e orsi ma sono i decisori politici trattano questioni che non conoscono, per guadagnare consenso elettorale

La classe politica ha una grande responsabilità nell’azione di disinformazione costante messa in atto non per tutelare i cittadini, ma per proteggere gli interessi di alcune corporazioni. Cacciatori e mondo agricolo sono le due componenti maggioritarie nel sostegno alle politiche governative, che vorrebbero ridurre il numero dei grandi carnivori. Mentre oramai è dimostrato che i danni provocati da lupi e orsi sugli animali d’allevamento sarebbero decisamente trascurabile se venissero adottati idonei strumenti di prevenzione degli attacchi.

Altro dato interessante è che fra gli agricoltori e cacciatori che hanno partecipato al sondaggio solo una piccola parte si senta rappresentata e difesa dalle proprie organizzazioni. Confermando ancora una volta la sensazione di uno scollamento fra i cittadini portatori di interessi, come cacciatori e allevatori, e le organizzazioni settoriali che li rappresentano. Evidentemente i cittadini intervistati non si sentono adeguamente rappresentati dalle organizzazioni di categoria (assimilabili a realtà come Coldiretti o Federcaccia) e questo dato emerge con chiarezza.

Per i partecipanti al sondaggio, i gruppi di interesse sono stati definiti come “un gruppo di persone che cerca di influenzare la politica pubblica e la legislazione su una particolare questione, interesse o preoccupazione”. Quando si cerca di valutare il giudizio delle comunità rurali sulle attività dei gruppi di interesse per la caccia e l’agricoltura, i risultati del sondaggio rivelano che le comunità rurali in generale non si sentono rappresentate da tali gruppi di interesse. Solo il 18% degli intervistati si sente adeguatamente rappresentato dai gruppi di interesse agricoli, mentre la percentuale scende al 12% per i gruppi di interesse venatori. È interessante notare che solo un agricoltore su tre (33%) si sente ben rappresentato dai gruppi di interesse agricoli. Meno della metà (46%) dei cacciatori si sente ben rappresentata dai gruppi di interesse sulla caccia.

Dal report Savanta sul sondaggio

L’informazione ha un ruolo fondamentale per promuovere la coesistenza, smontando leggende e pregiudizi

Appare evidente, leggendo i dati che scaturiscono dal sondaggio, che i cittadini abbiano una visione complessivamente differente e una percezione del pericolo molto diversa da quanto raccontano i media. Come dimostra il dato, che si attesta intorno al 50%, di quanti non si sentano tranquilli a andare in giro durante la stagione della caccia. Mostrando un tasso di preoccupazione molto più alto verso i cacciatori che non verso i grandi carnivori. Che suscitano preoccupazioni solo nel 34% degli intervistati, un dato che va letto anche in base alla lamentata carenza di informazioni e agli allarmismi lanciati dai media.

Il sondaggio, che merita di essere letto per intero, fornisce un quadro dove emerge con chiarezza il riconoscimento dell’importanza dei predatori e la carenza informativa. Aumentando la qualità dell’informazione si potrebbe arrivare alla chiusura del cerchio, creando le condizioni per la pacifica coesistenza fra umani e predatori. Per questo è importante che salga l’attenzione sull’importanza di valutare notizie prima di condividerle, per evitare di fare il gioco di quanti vorrebbero aprire la caccia contro i grandi carnivori.


Bocconi avvelenati: fenomeno criminale che si sarebbe potuto contrastare grazie a un app

bocconi avvelenati fenomeno criminale

Bocconi avvelenati: fenomeno criminale che si sarebbe dovuto contrastare anche grazie a un app messa a disposizione dei cittadini da parte del Ministero della Salute. Lo spargimento di sostanze tossiche, sotto forma di esche o bocconi, sta prendendo sempre più piede, diventando un fenomeno rilevante sia per quanto riguarda il bracconaggio che per lo spargimento di tossici nei giardini cittadini. Un crimine molto pericoloso, che non ha un obiettivo preciso se non quello di uccidere animali, accettando così il rischio che uno di questi bocconi possa finire anche nelle mani di un bimbo.

Da tempo i Carabinieri Forestali. e non soltanto, si sono dotati di unità cinofile specializzate nella ricerca di bocconi avvelenati, ma purtroppo sono ancora in numero insufficiente rispetto alle richieste e alle segnalazioni che arrivano dal territorio. Lo spargimento di sostanze tossiche non soltanto è un comportamento irresponsabile ma anche un reato in cui risulta complesso riuscire a individuare i responsabili, Una realtà aggravata dalla possibilità di trovare in qualsiasi garden o negozio di bricolage un campionario sterminato di sostanze tossiche messe liberamente in commercio.

L’App realizzata dal Ministero della Salute integra la raccolta dati del portale avvelenamenti, il cui uso è riservato ai medici veterinari, e potrà aumentare il numero delle segnalazioni. Purtroppo però manca quasi del tutto la parte informativa per i cittadini, che non riescono a ottenere dati utili per tutelare i propri animali. L’applicazione infatti non consente di fare una ricerca per zone, non consente di filtrare il periodo e non fornisce indicazioni sullo stato della segnalazione. Rendendo poco appetibile per il cittadino dotarsi di questa app, che potrebbe invece essere molto utile per le segnalazioni di sospetti casi di avvelenamento.

Bocconi avvelenati, un fenomeno criminale che si poteva contrastare con maggior efficacia investendo meglio sulla tecnologia

Nel mese di ottobre questa nuova applicazione è stata presentata al Ministero della Salute come un’arma importante per combattere gli avvelenamenti dolosi. Dimenticando però come il coinvolgimento dei cittadini passi anche attraverso le utilità che questi ricevono, misurabile in termini di sicurezza per difendere i propri animali, grazie alle informazioni ricevute. La tecnologia avrebbe consentito, davvero con poca spesa di restituire ai cittadini informazioni utilissime. come quelle sugli avvelenamenti in atto, filtrabili per Comune e per data.

Ancora una volta la tutela degli animali avanza con grande lentezza, a dispetto di una tecnologia che consentirebbe molto di più, con minimi investimenti. In sintesi un’occasione persa per diffondere nei proprietari di animali uno strumento e una conoscenza della problematica legata allo spargimento di esche e bocconi avvelenati. In un paese come l’Italia dove la tutela degli animali contro gli avvelenamenti, da 15 anni a questa parte, viene fatta tramite ordinanze del Ministero della Salute. Mancando una legge organica che non solo preveda sanzioni efficaci nei confronti dei responsabili ma metta anche ordine sui prodotti in libera vendita.

Da molti anni chi si occupa di contrastare questo fenomeno chieda che venga emanata una norma chiara, che si smetta di adottare ordinanze, che si crei maggior consapevolezza. Senza ottenere alcun risultato. Continuando a consentire la libera vendita di prodotti altamente tossici e pericolosi anche per la salute pubblica. Prodotti usati per confezionare bocconi avvelenati come rodenticidi, lumachicidi e pesticidi vari si trovano in libera vendita in ogni negozio di giardinaggio del paese. Creando tutti i presupposti per una strage continua e silenziosa di animali selvatici e non soltanto.

Su questi temi bisogna cambiare registro chiedendo l’adozione di provvedimenti efficaci

Per arrivare a un cambiamento vero occorre una norma precisa, una raccolta dati certa con evidenza pubblica, una regolamentazione della vendita dei prodotti pericolosi per uomini, animali e ambiente. In modo da poter finalmente arrivare a un contrasto reale, metodico e efficace di un fenomeno facile da mettere in atto e difficile da reprimere. Coinvolgendo i cittadini nella segnalazione di casi sospetti, dandogli per contro informazioni efficaci per tutelare i propri animali, e i medici veterinari liberi professionisti. Che devono diventare la prima linea delle segnalazioni, considerando che proprio loro ricevono le richieste d’aiuto dei proprietari di animali. Denunciando, sempre, ogni caso di sospetto avvelenamento.

L’avvelenamento è un fenomeno che coinvolge molti ambiti: da quello venatorio alla competizione per i tartufi, dall’eliminazione degli animali randagi alla strage dei rapaci causata dai rodenticidi. Non esistono dati certi sul numero degli animali avvelenati e anche facendo una ricerca in rete si resta disorientati. Si passa da notizie gonfiate, basate su dati inesistenti rilasciati da fantomatiche associazioni, a quelle trovate anche su portali pubblici che sono vecchie di anni. Spesso condite da dichiarazioni trionfali che restano, di fatto, soltanto delle enunciazioni senza seguito.

L’accoglienza entusiastica riservata anche dal mondo veterinario a questa app appare francamente poco comprensibile. Mentre sarebbe davvero importante che fossero resi pubblici i dati sui numeri delle segnalazioni arrivate nel 2022 al Portale degli avvelenamenti da parte di tutte le componenti interessate. Per riuscire a comprendere quanto sia reale la volontà di contrastare gli avvelenamenti e quanto si tratti di operazioni di marketing, che poco risolvono rispetto alla tutela reale e al contrasto a questi atti criminali.

Sfattoria degli ultimi, il TAR abbatte l’ordinanza di abbattimento dei suidi per carenza di motivazioni

Sfattoria Ultimi TAR abbatte

Sfattoria degli ultimi, il TAR abbatte l’ordinanza di abbattimento dei suidi per carenza nelle motivazioni che sorreggono il provvedimento. Una sentenza se vogliamo inevitabile considerando l’assurdità di un abbattimento collettivo in assenza di animali contagiati. Tutti i suidi presenti erano stati condannati a morte in quanto il santuario si trova all’interno di una zona rossa per la peste suina. Con un’ordinanza di abbattimento che aveva trovato conferme sia dal commissario straordinario che dal Ministero della Salute.

Questa vicenda ha tenuto con il fiato sospeso molti sostenitori dei santuari, che rappresentano porti sicuri per questi animali, ma per i quali non esiste una normativa specifica. Il vuoto legislativo, che si spera venga colmato, fa si che un santuario diventi una sorta di ibrido fra un allevamento, improduttivo e un’abitazione con animali diversi dai soliti cani e gatti. Per non sbagliare i servizi veterinari pubblici hanno così decretato, mesi addietro, l’abbattimento di tutti i suidi presenti. Ritenuti possibili veicoli della peste suina africana, una malattia contagiosa e pericolosa per gli allevamenti, ma innocua per l’uomo.

Il provvedimento adottato il 2 agosto scorso e una serie di atti e delibere a corredo sono stati giustamente annullati dal TAR del Lazio. Che ha ritenuto scarsamente motivate le ordinanze di abbattimento, considerando peraltro che la struttura operava in regime di biosicurezza. Seguendo l’evoluzione di questa vicenda l’impressione che ne esce è quella di una sanità che opera secondo criteri discutibili. Basati più sulla tutela dei suoi dirigenti che non sul reale pericolo costituito dai suidi della Sfattoria degli ultimi. Peraltro, a distanza di mesi, se gli animali fossero stati contagiati avrebbero da tempo manifestato la malattia e potevano, comunque, essere testati per escluderlo

Con la Sfattoria degli ultimi il TAR fissa un punto fermo, immaginando che il Ministero della Salute non ricorra al Consiglio di Stato

Restano però aperte diverse questioni, come il ricorso agli abbattimenti preventivi, che non rappresentano un sistema efficace per fermare il contagio e la collocazione giuridica dei santuari. Strutture che devono essere svincolate dal concetto di allevamento, con una regolamentazione ad hoc, che stabilisca regole certe. Nell’interesse pubblico e degli animali che queste strutture private ospitano. Del resto il tentativo di fermare l’epidemia è complessivamente fallito in tutta Europa, tanto che dopo essere comparsa in Russia e Bielorussa intorno al 2010, ha piano piano invaso anche i paesi dell’Unione, Nonostante azioni di contenimento delle popolazioni di cinghiali, che non sono servite ad arrestarne l’avanzata, nemmeno in nazioni ad altissima densità di cacciatori.

I provvedimenti adottati dalle autorità sanitarie nei confronti dei suidi ospiti della “Sfattoria degli ultimi” sono stati un grande errore. Sotto il profilo della comunicazione, alimentando ostilità nei confronti della sanità pubblica, ma anche sotto il profilo di un ipotetico quanto improbabile risultato. L’EFSA, l’ente europeo che si occupa di sicurezza alimentare ha attuato una campagna di informazione sulle misure di prevenzione contro la peste suina. In tutto il materiale informativo, compreso questo video, si capisce con molta chiarezza quali e dove siano i potenziali rischi di diffusione e tutto ruota intorno alle attività fondamentali di biosicurezza.

Decidere l’abbattimento di animali sani in un’area privata che adotta misure di prevenzione del contagio è un controsenso. Calcolando che gli animali possono essere testati e che le cose più importanti sono quelle di non spostarli e di non farli entrare in contatto con i selvatici. L’ordinanza di abbattimento era quindi un provvedimento abnorme, che forse cercava di risolvere contrasti precedenti fra proprietà e autorità più che eliminare un rischio sanitario. Motivi per i quali, con certa probabilità, il TAR del Lazio ha stabilito che vi fosse una carenza di motivazioni: in sintesi l’autorità sanitaria aveva assunto un provvedimento sulla scorta di informazioni carenti o del tutto assenti.

La peste suina africana è avanzata inesorabilmente e la caccia potrebbe avere aiutato e non ostacolato la sua diffusione

Sempre EFSA, in uno dei suoi documenti, ripresidal sito istituzionale, scrive: “Per ridurre i rischi di epidemie, dovrebbero essere attuate misure come la caccia intensiva e la non alimentazione dei cinghiali selvatici. Quando un’epidemia è già in corso, dovrebbero essere evitate attività che possano aumentare il movimento dei cinghiali (ad esempio le battute di caccia organizzate)”. Consapevole del fatto che il contenimento dei cinghiali, posto che sia davvero efficace, diventa controproducente quando l’epidemia è già in atto. Mentre l’unico metodo sensato è rappresentato dalle misure di biosicurezza e dalla separazione degli allevamenti dagli ambienti naturali.

Per difendere gli allevamenti intensivi di maiali e per evitare il danno economico conseguente si è scelto, invece, di creare delle zone bianche, dove non fosse più presente nemmeno un cinghiale. Un’idea che nella pratica è irraggiungibile, non potendo mettere reti ovunque, con doppie recinzioni, per poi sterminare tutti i cinghiali presenti. Sarebbe stato più logico ed economicamente sostenibile mettere in sicurezza gli allevamenti di suini, prima di arrivare, come sarà indispensabile, a una rivoluzione del concetto stesso di allevamento.

In Italia ci siamo assuefatti ad avere un’amministrazione pubblica che travalica sistematicamente i confini della legittimità. Lo fanno le Regioni con i calendari venatori che, anno dopo anno, reiterano provvedimenti già cassati dai tribunali amministrativi, in cerca di consensi politici. Lo fanno le ASL e i veterinari pubblici quando decidono di attuare o non attuare in modo corretto le disposizioni di legge. E ancora lo fanno le amministrazioni quando cercano di forzare la mano per decidere in autonomia l’abbattimento dei predatori. Un sistema che sottrare risultati, sperpera denaro pubblico e mina la fiducia nelle istituzioni.

Animali e diritti: le telecamere entrano nei macelli in Spagna, ma restano molte le contraddizioni, proprio come in Italia

animali diritti telecamere macelli

Animali e diritti: telecamere nei macelli obbligatorie in Spagna, che sarà così il primo paese dell’Unione Europea a dotarsi di questo strumento di controllo. Sono diversi anni che in tutta Europa e anche in Italia viene chiesta questa misura di sorveglianza nei macelli. Senza riuscire a ottenere che le molte promesse fatte dalla politica si traducessero in realtà. Il provvedimento varato dal governo spagnolo prevede, finalmente, che le telecamere siano obbligatorie per tutti i macelli, anche i più piccoli e persino in quelli mobili.

Le telecamere dovranno essere installate in ogni luogo ove vi sia presenza di animali vivi, sia per evitare maltrattamenti aggiuntivi che per monitorare i tempi di attesa. Per norma europea gli animali devono essere macellati nel minor tempo possibile. Evitando che una lunga permanenza nelle strutture dei macelli possa essere causa di ulteriori sofferenze. Questo provvedimento costituisce un passo avanti, anche se sottrae sofferenza ma non può risolvere i molti problemi dell’allevamento.

Il traguardo resta sempre quello di poterci liberare dalla dipendenza dalle proteine animali, anche grazie all’arrivo sul mercato della carne coltivata. Un passaggio quest’ultimo che sarà davvero epocale, nel momento che sarà possibile arrivare alla completa sostituzione della carne derivante dall’uccisione di animali. Nel frattempo ogni azione che porti a una riduzione delle sofferenze degli animali negli allevamenti e in tutte le fasi della produzione deve essere comunque accolta con grande soddisfazione. Come la drastica diminuzione dei consumi, per qualsiasi ragione avvenga.

Animali e diritti: con le telecamere nei macelli la Spagna compie un balzo in avanti, ma restano corride e feste religiose

Mentre da una parte la Spagna ha compiuto un grande balzo in avanti, per eliminare inutili sofferenze nei macelli, dall’altra resta al palo sui maltrattamenti agli animali. Dimostrando che una parte del paese è nel futuro, mentre un’altra è ancora ferma a riti medioevali, con feste simili a sacrifici pagani e con la corrida. Un paese con una sensibilità e un’attenzione ai diritti degli animali che marcia a corrente alternata: stessi animali, diritti diversi. Si tutelano quelli destinati al macello e si torturano, con maltrattamenti atroci, le stesse specie nel corso di manifestazioni popolari e feste religiose.

Contraddizioni che appaiono per noi inconcepibili, per la violenza che è insita in manifestazioni come quelle del Toro de la Vega o nelle corride. L’Italia pur essendo ancora molto indietro nell’assicurare una tutela degli animali, spesso anche a causa di inerzie politiche e scarsi controlli, ha infatti da tempo previsto come reato moltissime forme di violenza agite nei confronti degli animali. Certo restano ancora consentite manifestazioni equestri come il Palio di Siena, sempre più contestato, o i circhi, ma la violenza gratuita sugli animali, seppur poco perseguita, è legalmente vietata.

Altro tasto dolente sono le attività come allevamenti, trasporti di animali vivi e macelli dove si dovrebbe fare molto di più, ma quando ci sono in ballo interessi economici le cose cambiano. Nonostante gravissimi fatti di cronaca, basati su inchieste che continuano a svelare reati e maltrattamenti compiuti a danno degli animali. Queste situazioni non sono considerate lecite, semplicemente vengono troppo spesso coperte con omissioni o favoreggiamenti. Situazione ben diversa è quella che accade in Spagna durante le feste religiose dove torturare gli animali è un comportamento considerato normale, giustificabile.

La politica italiana promette di migliorare le condizioni di vita degli animali e di far crescere i loro diritti: solo promesse elettorali?

Probabilmente le promesse, come sempre accade, hanno un elevato tasso di probabilità di restare tali. Animali e clima sono bandiere troppo spesso agitate per raccogliere voti, contando sul fatto che molti amanti degli animali siano, purtroppo, più emotivi che riflessivi. Credendo spesso a chi le promette più grosse, dimenticandosi poi di lavorare davvero per trasformare le promesse in risultati concreti. Così si spacciano disegni di legge come conquiste, ordini del giorno presentati nell’uno o nell’altro ramo del parlamento come vittorie storiche. E nulla cambia mai per davvero, perché in effetti gli animalisti hanno la memoria corta.

Una spiegazione più che plausibile di questo comportamento l’ha data Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica nel 2021, parlando di mancati provvedimenti sul clima. Illustrando in una lunga intervista a Repubblica, con concetti semplici, la pochezza della nostra classe politica.

I politici sempre più spesso hanno uno orizzonte di pochi anni, quelli del loro mandato, non intraprendono azioni di lungo termine i cui risultati rischiano di essere inutili per la rielezione. E il clima è uno degli argomenti che ha pagato questa scarsa lungimiranza politica. Però è vero anche che finora gli elettori non si sono fatti molto sentire. Hanno votato anche loro in base ai propri interessi di breve periodo. Dunque la responsabilità è sia dei politici che degli elettori: se questi ultimi non fanno in modo che sia conveniente per i partiti fare una politica climatica, i politici non la attueranno certo in modo spontaneo”.

Elettori e eletti sono quindi corresponsabili sui mancati provvedimenti?

Occorre davvero dividere in modo equanime le responsabilità fra politici e elettori? La risposta non può che essere affermativa, visto che sono proprio gli elettori che hanno fatto avanzare una classe politica spesso incolta, becera e populista. Proprio come accade per i bambini, i politici nel corso di questi decenni hanno continuato a alzare l’asticella delle promesse vuote e non hanno quasi mai dovuto pagarne la colpa. I bambini ai quali si consente troppo diventano maleducati mentre i politici diventano arroganti e fanfaroni. Dimostrando in più una parallela crescita del loro ego e della capacità di banalizzare questioni complesse. Il risultato è di fronte agli occhi di tutti, almeno di chi li tiene aperti.

Siamo noi cittadini che abbiamo consentito alla politica di esprimere il peggio, smettendo di esercitare il controllo sulla delega data. Pensando che se il paese va verso lo sfascio, culturale e economico, sia molto meglio barricarsi nel salotto di casa propria, magari agitandosi soltanto sui social. Una deriva che colpisce duro in Italia e che spesso ha contagiato non solo i partiti ma anche i corpi intermedi. Che sono passati dall’essere un utile stimolo a cercare di inseguire proprio chi dovrebbe essere in grado di rappresentare i cittadini.

Eppure è noto che una società migliore è creata dal livello culturale e dall’educazione civile dei suoi componenti. Per questo lo stimolo a questo processo di crescita, in tema di tutela ambientale e crescita dei diritti animali, dovrebbe essere il primo obiettivo di tutte le realtà sociali che si occupano di operare in questi settori. Invece l’impressione è che, anziché promuovere la crescita culturale che spesso non è compito popolare, sia privilegiata l’attività di raccogliere consensi, di guadagnare visibilità. Un po’ come ha recentemente dimostrato l’improbabile legame fra il WWF e il Jova Beach Party.

Circo senza animali: riapre dopo cinque anni il famoso circo Ringling Bros & Barnum

circo senza animali

Il circo senza animali rappresenta un percorso obbligato, per eliminare la sofferenza da sotto i tendoni, per compiere un’evoluzione inevitabile. Così il famoso circo Ringling Brothers e Barnum & Bailey riapre i battenti dopo averli chiusi nel 2017. La scelta era stata presa dopo anni di proteste delle organizzazioni per i diritti degli animali, che avevano portato a un drastico calo degli spettatori. Per questo il circo aveva deciso di chiudere i battenti e sembrava che questo fosse in modo definitivo.

Cani falchi tigri e trafficanti

Invece il circo forse più famoso del mondo ha percorso la strada del cambiamento, ha capito che non era più tempo di certi spettacoli. Una decisione che prende spunto anche dal Cirque du Soleil, il circo canadese che da anni mette in scena spettacoli senza animali, con grande successo. Dimostrando che il cambiamento non solo è possibile, ma che è anche redditizio per chi abbia il coraggio, e le qualità, per affrontarlo.

L’Italia è un paese dove i cambiamenti sono accettati con grandi difficoltà, complice anche la politica sempre poco attenta a cogliere i segnali dell’opinione pubblica. Sarà anche per questo che l’occasione di arrivare a un circo senza animali, anche nel nostro paese, è sfumata grazie proprio alle indecisioni della politica. Troppo attenta a difendere le corporazioni, senza seguire l’evoluzione dei diritti e le legittime richieste delle persone, che non vogliono vedere più animali prigionieri nei circhi.

Il circo senza animali è il futuro, mentre la schiavitù sotto il tendone appartiene a un passato destinato a scomparire

Mentre diversi paesi europei hanno fatto scelte molto radicali, vietando l’uso degli animali nei circhi, in Italia evidentemente ci aspettiamo che questo avvenga per consunzione. Sembra che si stia aspettando che, una dopo l’altra le imprese circensi, nonostante i finanziamenti dello Stato, chiudano per mancanza di spettatori. In questo modo però peggiorano anche le condizioni di detenzione degli animali, visto che i circhi non investono certo in nuove strutture sapendo che, nonostante i proclami, il destino è segnato.

Eppure il circo, se non fosse intriso di sofferenza e avesse dimostrato la volontà di evolversi, di trasformarsi, sarebbe uno spettacolo ricco di un particolare fascino. Rovinato proprio dalla presenza degli animali che le persone non vogliono più vedere nei carrozzoni, trattati in pista come se fossero degli automi. I circhi che hanno fatto scelte diverse, come il famoso circo Roncalli, hanno dimostrato quanto sia falsa l’affermazione che il circo senza animali chiuda per sempre. Gli spettacoli senza animali rappresentano il futuro e non è certo un caso che il più grande circo del mondo, il Barnum, dopo cinque anni abbia deciso di ritornare in pista.

Peraltro essendo cambiata la sensibilità delle persone si moltiplicano anche le condanne per maltrattamenti inferti agli animali. Magari con processi troppo lenti e pene non adeguate alla sofferenza causata, ma restano comunque fatti che dimostrano un seppur tardivo cambio di attenzione. Se in Italia molti circhi continuano a esistere è anche perché troppe amministrazioni e troppi servizi veterinari pubblici hanno preferito chiudere gli occhi. Sulle condizioni di detenzione, sui maltrattamenti psicofisici subiti dagli animali, ma anche sui pericoli che queste strutture possono rappresentare per il pubblico.

Mancati controlli, omissioni e scarsa capacità di individuare la sofferenza negli animali hanno perpetuato il circo con animali

Le condizioni di vita degli animali nei circhi costituiscono la negazione di ogni diritto, per le caratteristiche intrinseche proprie dello spettacolo viaggiante. Lo capirebbe chiunque avesse la volontà di voler vedere che spazi ristretti e condizioni di vita sono incompatibili con il benessere animale. Una regola alla quale anche i circhi sono costretti a sottostare, perché nonostante quello che si crede, anche queste strutture hanno degli obblighi da rispettare. Il primo dei quali dovrebbe essere quello di garantire a ogni animale presente la possibilità di soddisfare le proprie necessità etologiche.

Mentre esiste una legge che regolamenta gli zoo, anche loro sempre più sotto il tiro dell’opinione pubblica e anche della comunità scientifica, per i circhi nulla viene stabilito sugli animali. Se non fosse per un tentativo di rimediare al vuoto normativo messo in atto dalla Commissione Scientifica della CITES. Che per cercare di riempire di contenuti questo vuoto ha stabilito delle condizioni minime per il benessere animale, travalicando forse i suoi poteri, ma surrogando sicuramente l’assenza della politica.

Possiamo sperare che l’esempio del circo Ringling Bros e Barnum & Bailey diventi un traino per il cambiamento anche in Italia. Spazzando via per sempre forme di spettacolo non più concepibili, ma anche traffici che proprio grazie a questa zona grigia, hanno permesso e continuano a permettere un commercio di grandi felini, già finito troppe volte all’onore delle cronache, ma non abbastanza all’attenzione della magistratura. Su questa linea il Senato il 18 maggio ha detto un primo si a una norma che potrebbe portare alla definitiva eliminazione degli animali. Ma prima di esultare conviene aspettare di vedere il come e il quando.