Stiamo andando in direzione uguale e contraria al buonsenso, che dovrebbe far invertire la rotta

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La direzione che la politica sta imprimendo ai piani di supposta rinascita economica ci sta indicando un futuro, a tinte fosche. Tutto sembra progettato per voler far riprendere un volano che giri sempre nello stesso modo. Senza accorgersi che è quello che ha distrutto l’ambiente e le nostre vite. Facendoci credere che la felicità fosse nel possedere l’ultimo modello di telefono, di auto, di vestito alla moda. Consumando, inutilmente è bene dirlo, molto più di quanto mai ci potessimo permettere per la sostenibilità.

Stiamo andando in direzione uguale e contraria al buonsenso, che dovrebbe far invertire la rotta, dimostrando di volere realmente il cambiamento. Che passa inevitabilmente attraverso rinunce e modifiche dello stile di vita. Quel cambiamento che deve portare a una rivalutazione complessiva, a una redistribuzione delle ricchezze e a un brusco rallentamento dello sfruttamento, di ambiente e persone. Consumare meno, mangiare tutti in armonia con quel che ancora resta del pianeta.

Un cambiamento di rotta che può e deve avvenire ora, nell’attimo presente, e non può essere rimandato, investendo migliaia di miliardi della collettività per non cambiare nulla. Certo cambiare è una scelta difficile, complessa e forse impopolare ma questa decisione va presa, per responsabilità. Per sottrarre il futuro dei cittadini al potere economico di una manciata di persone, che si sono arricchite senza preoccuparsi del futuro, del benessere collettivo.

Andando in direzione uguale e contraria al buonsenso forse avremo perso l’ultima grande occasione

Vi è una grande consapevolezza sul fatto che i voli aerei siano una delle cause maggiori di inquinamento, eppure stiamo finanziando, in tutta Europa, compagnie aree sull’orlo del fallimento. Con soldi pubblici che nel caso di Alitalia alimentano un fiume carsico che non ha mai dato certezze. Ma davvero è sensato andare a supportare quella parte di economia che sta implodendo, sapendo che nulla sarà più come prima? Potrà avere un senso salvare dal fallimento le compagnie che organizzano crociere, avendo la consapevolezza che probabilmente nessuno vorrà più salire su quelle navi, che si sono rivelate trappole galleggianti durante la pandemia?

L’economia del pianeta è crollata come un castello di carte, come una città durante un violento terremoto. Da queste macerie, come dovrebbe avvenire per le città distrutte da un sisma, dovranno nascere realtà diverse: se fossero edifici dovrebbero essere antisismici, ma anche progettati per avere il minor impatto ambientale possibile, per inquinare di meno, per usare materiali di recupero. E invece noi stiamo cercando di risollevare le compagnie petrolifere, proprio quelle che hanno prodotto questo tipo di finanza, che sono sempre state contigue al lato peggiore della politica coloniale.

Eppure pensate quanti posti di lavoro potrebbero nascere da queste macerie della vecchia economia, se cercassimo di far ripartire tutte quelle infrastrutture necessarie a uno sviluppo armonico: dal recupero delle aree dismesse, interrompendo il consumo di suolo, alle energie rinnovabili e alla digitalizzazione, a un uso diverso delle produzioni agricole che devono servire per sfamare gli uomini e non per ingrassare animali negli allevamenti intensivi.

Paradossalmente cambiare il modello di sviluppo è meno complesso quando è distrutto

Eppure noi non stiamo andando in questa direzione. Non stiamo spendendo sufficienti parole per spiegare ai cittadini che il cambiamento deve avvenire oggi. Come è sempre successo per tutti i cambiamenti epocali che hanno caratterizzato la vita del’uomo questi avvengono quando si creano improvvise e diverse condizioni economiche. Ma nei secoli scorsi, paradossalmente, la ricchezza era meno concentrata in rapporto con la popolazione del mondo e anche per la finanza non era così facile fare rete, come oggi. Dove un pacchetto di byte è in grado di cambiare il destino di un paese in una frazone di secondo.

Oggi è tutto a portata, tutto più vicino, il mondo è solo un grande condominio. Così bisogna fare una riflessione su come, per esempio, si difendano risorse vitali, come l’Amazzonia e, contemporaneamente proprio l’Italia sia una delle cause della deforestazione. Importando proprio da quelle terre molti prodotti, sicuramente non indispensabili. Ma molto usati dalle nostre eccellenze del made in Italy,

Noi dobbiamo pretendere, non semplicemente chiedere, dal nostro governo, ma anche dalla Commissione Europea e dai parlamenti nazionali, che i soldi per la ricostruzione siano utilizzati per riconvertire l’economia. Per seguire un modello di sviluppo che coniughi benessere diffuso, rispetto ambientale, equità climatica e difesa della biodiversità. Spezzando una sudditanza con il mondo della finanza, fatto dalla ricchezza di pochi e dalla vita miserevole di tantissimi, per instaurare un mondo basato sul diritto alla felicità degli esseri viventi. Prima che sia davvero troppo tardi!

Il mondo brucia e la comunità umana resta ancora immobile

mondo brucia

Il mondo brucia e la comunità umana resta ancora immobile, come fosse in attesa di un intervento superiore. Immobile ma irretita da quanti dicono che tutto va bene, dalle politiche delle aziende che si dicono green. Più facile credere alla speranza che invocare l’azione, chiedere il cambiamento, scegliere di aprire gli occhi.

L’emergenza climatica è la più grande spada di Damocle che sia mai stata sospesa sopra la nostra testa, probabilmente da quando noi sapiens abbiamo cominciato a calpestare il pianeta. Nulla, nemmeno le guerre mondiali o le catastrofi nucleari, possono essere paragonate all’avvento di un’apocalisse di queste proporzioni.

Ma questa catastrofe viene raccontata a tratti, annunciata e poi nascosta, raccontata e sdrammatizzata. Come se si stesse raccontando la storia di qualche altro mondo lontano. Quello che invece dobbiamo decidere é se salvare non il pianeta, ma la nostra specie. Il pianeta, comunque, estinti noi se la caverà da solo.

Il mondo brucia, gli oceani salgono, il clima cambia

Le multinazionali hanno capito che le persone comuni sono più preoccupate di quanto lo siano la politica e le grandi organizzazioni del cambiamento climatico, delle problematiche ambientali. In un mondo che da secoli è governato da un’economia sempre più pervasiva, prioritaria. Un’economia che regala benefici apparenti, ma che poi divora la terra sotto i piedi dei suoi clienti. Perché in quest’epoca quel che conta è “hic et nunc”, il “qui ed ora” anche se declinato nel peggiore dei modi.

Per questo gli uomini del marketing e le multinazionali stanno investendo miliardi nel comunicare “politiche green“, quelle che servono a rassicurare i consumatori, a non far scendere le propensioni all’acquisto dei beni di consumo. Politiche che nel peggiore dei casi sono invenzioni, aria fritta venduta come se fossero reali soluzioni. Nel caso migliori si tratta di azioni che mitigano ma non annullano l’impatto.

In questi decenni di consumismo sfrenato gli uomini del mondo industrializzato hanno perso il senso di essere collettività, di diversi unire per risolvere un problema, la capacità di coalizzarsi davvero di fronte a una minaccia. Sono stati anni di paure troppo spesso inventate, allevate e liberate a orologeria e così gli uomini, forse, hanno iniziato a perdere questo istinto.

Siamo animali di branco, ma insofferenti al branco, sempre in cerca di un leader, ma poco inclini a seguire le indicazioni quando confliggono contro i nostri interessi. Vorremmo solo avere i vantaggi del collettivo, senza doverne pagare i costi: ma essere un ibrido fra formiche e cicale non produce risultati.

Il tempo è poco, non dobbiamo sprecarlo in chiacchiere

Inutile piangere su come sia potuto succedere, inutile lamentarsi per quello che non è stato fatto e ancor più inutile, e divisivo, cercare di attribuire la paternità della catastrofe. Ora è il tempo del fare, del mettere al primo posto di ogni e qualsiasi priorità la tutela ambientale e il cambiamento climatico.

Se oggi fossi un uomo del marketing suggerirei ai miei clienti di fare sul serio, di non fare solo campagne “green” senza ricadute reali, di non dichiarare guerra alla plastica, fatto importantissimo ma di lungo periodo. Chiederei di acquistare terre e piantare alberi, di ricostituire ambienti, di combattere la deforestazione, di limitare gli spostamenti via aerea, di usare al meglio le tecnologie.

Bisogna dichiarare una guerra reale ai combustibili fossili, incentivare le energie pulite (eolico e solare), anche a scapito di quelle rinnovabili. Energie che pur non fossili non significa che siano effettivamente pulite, utili e sostenibili. Coltivare piante per produrre bioetanolo sottrae terreno all’agricoltura, solo per fare un esempio. Ma questo è un utilizzo delle risorse che il pianeta non può permettersi.

Non possiamo nemmeno più sostenere gli allevamenti intensivi, le loro emissioni e il consumo di suolo destinato alla produrre cibo per gli animali di questi allevamenti. Il consumo di acqua e il tasso di conversione delle proteine è insostenibile. Al di là di ogni altro aspetto etico.

Seguiamo l’esempio di Greta Thunberg

Occorre che ognuno di noi faccia del suo meglio, secondo le sue possibilità, per cercare di ridurre la sua impronta ecologica. Non solo dobbiamo inquinare meno ma dobbiamo cercare di consumare meno: ricordiamo sempre che qualsiasi politica di riduzione del danno è migliore dell’inazione.

Dobbiamo impegnarci, parlare, manifestare, esserci e cercare di aggregare, di unire, di ottimizzare le risorse.

Dobbiamo ritornare al senso di “collettivo” che era proprio delle società contadine: vivere in comunità è vantaggioso economicamente e riduce il nostro impatto. Proprio come un impianto fotovoltaico è più efficiente, per consumi e impronta ecologica, di dieci caldaie autonome per il riscaldamento.

L’importante è tornare a essere protagonisti del cambiamento, non spettatori sbigottiti che poco fanno e ancor meno sanno. Consapevolezza e azione sono la chiave per vedere un futuro migliore.