La sensibilità umana divide uomini e animali per forme e colori, scegliendo per chi commuoversi

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La sensibilità umana divide uomini e animali, dando a ognuno un diverso peso, anche emotivo. Creando una frattura nei valori che dovrebbero essere unici, come l’empatia e il rispetto che, quando riconosciuti, portano alla difesa dei diritti degli altri esseri viventi. Fra uomini questo accade spesso quando le differenze sono legate al colore della pelle, al credo religioso e talvolta al genere. Con gli animali i diritti e quindi la partecipazione emotiva, cambiano a seconda che si tratti, per fare un esempio, di cani o gatti, di animali usati per l’alimentazione o di specie guardate con ostilità come i topi.

Cani falchi tigri e trafficanti

Proviamo a continuare il ragionamento proprio con i topi, sicuramente i meno difesi fra i mammiferi. Quelli costretti a subire i peggiori patimenti senza che nessuno abbia in fondo molto da ridire. Avvelenati con prodotti che provocano sofferenze lunghe e intense, lasciati morire di inedia sulle tavolette con il collante vendute in ogni garden, uccisi in trappole che assomigliano a strumenti di tortura medievali.

Eppure nonostante queste cose siano note non esiste una mobilitazione per difenderli, per farli morire almeno in un modo meno crudele. Eppure le loro caratteristiche fisiologiche non sono diverse da quelle di un cane o di un gatto: provano lo stesso dolore, vivono le stesse paure e identiche angosce. Ma non trovano ugualmente troppi difensori e non esistono azioni per cambiare il modo con il quale li eliminiamo. Quindi il punto non sono il dolore e la sofferenza, ma il soggetto che li deve subire. Questa eticamente è senza dubbio una grande ingiustizia.

Se la sensibilità umana divide uomini e animali per specie, forme e colori della pelle qualcosa va cambiato

La vita sul pianeta è fatta di prede e predatori e ogni specie animale, uomo escluso, ha tre scopi ben precisi da perseguire: sopravvivere, riprodursi e dare una speranza di vita alla prole. Non esistono altre esigenze che abbiano una priorità superiore a queste. Per gli esseri umani molte altre sono le variabili e la nostra intelligenza avrebbe dovuto farci sviluppare una maggior attenzione verso i diritti e la sofferenza, almeno nel corso dei millenni.

Invece la nostra storia è sempre stata fatta di opposti: incredibili crudeltà e grandi slanci emotivi. Azioni riprovevoli e altre, invece, meravigliose per altruismo e sacrificio. Nell’eterna lotta fra il bene e il male che ha sempre costituito la nostra esistenza. Quello che diventa difficile da comprendere è la sensibilità selettiva, quella che porta molte persone a essere compassionevoli, non in senso generale ma mirato.

Persone che si battono per la difesa di M49, l’orso braccato dai forestali trentini dopo l’evasione, e magari restano indifferenti di fronte alle sofferenze causate ad altri animali, specie quelli usati per l’alimentazione. Per non parlare delle migliaia di morti di nostri simili che hanno trasformato il Mediterraneo in un cimitero. L’umanità probabilmente non diventerà interamente e velocemente vegana e certo non possiamo accogliere tutti, ma nemmeno abbiamo il diritto di restare spettatori indifferenti di fronte alla sofferenza.

Una è la salute, uno il pianeta e dobbiamo iniziare a ripensarci come un’unica comunità interdipendente (prima che sia tardi)

La pandemia sembra che non abbia convinto la maggioranza delle persone a vedere il mondo come fosse una cosa sola. Ancora pensiamo sia possibile dare una priorità agli interessi degli individui o di singole comunità, come se non ci fosse interdipendenza. Quasi pensassimo di essere in grado di poter fisicamente separare il mondo in comparti stagni. Continuando a sottrarre terreno vitale alla fauna selvatica, invadendo le foreste con gli allevamenti, trattando gli animali come fossero oggetti, prodotti. E seguitando a far finta di non vedere la sofferenza di un’umanità dolente.

Perseveriamo nel non renderci conto che l’economia ci ha costretti a diventare schiavi, per produrre ricchezza per un pugno dii persone che hanno in tasca più soldi di tutti gli abitanti del pianeta messi insieme. Facendoci vedere come nemici i nostri simili e abituandoci a vedere la sofferenza come un male necessario. Ma non esiste crudeltà scusabile, giustificabile sulla base dei vantaggi che produce.

Senza contare che se la pandemia ha messo il mondo in ginocchio i cambiamenti climatici saranno una realtà più dannosa e senza vaccino. Arriverà un punto in cui nulla si potrà fare in tempi brevi e dobbiamo ripensare oggi, ora, al nostro modo di vivere. A un mondo dove sia presente meno economia e più etica, dove non sia più accettabile morire di stenti in una prigione, come successo, dopo 238 giorni di sciopero della fame, a Ebru Timtik, giovane avvocata morta in un carcere turco. Forse in modo peggiore addirittura a quello di un topo.

Empatia ad assetto variabile verso esseri umani e animali

Empatia ad assetto variabile

Empatia ad assetto variabile verso esseri umani e animali. Una caratteristica del nostro tempo che inquieta. Il riconoscimento dei diritti umani non è così istintivo, come invece molto spesso accade nei confronti degli animali. Anche se questo avviene quasi sempre solo verso cani e gatti.

Ci sono persone che riversano un amore incondizionato sugli animali, frequentemente con un grande coinvolgimento emozionale che porta anche a alcuni eccessi. Negando però gli stessi sentimenti e la medesima volontà di condivisione agli esseri umani.

L’empatia ad assetto variabile verso esseri umani e animali è un comportamento che a tratti sconcerta e che non può trovare una motivazione nella più facile delle scappatoie: gli animali sono migliori degli uomini.

Primo perché le generalizzazioni non sono mai un buon punto di partenza per un ragionamento e in seconda battuta perché non si possono mettere a confronto schemi di pensiero e valori che non sempre hanno tangenze.

I diritti peraltro non devono essere visti come una sorta di elastico mentale, che a seconda della convenienza si possa allungare e spostare a piacimento. I diritti fondamentali dovrebbero appartenere a tutti gli esseri viventi. Il non avere comportamenti crudeli dovrebbe essere un dovere inalienabile che riguarda esseri umani e animali.

Non serve la crudeltà, basta l’indifferenza per non provare empatia

La crudeltà è un’azione derivante dalle scelte di chi la pratica, non dai comportamenti di chi la subisce. Un essere umano crudele resta tale anche si dimostra compassionevole con gli uomini e crudele verso gli animali e viceversa. La crudeltà appartiene a quell’individuo, è un comportamento accettato nel suo personale pattern comportamentale.

Non siamo migliori se abbiamo sentimenti e modi variabili nel provare empatia, con scale di valori che variano a seconda che si parli di bambini, cani, famigliari, migranti. Abbiamo semplicemente adattato i nostri pensieri alle nostre convenienze, ai nostri bisogni. Comportandosi così resta tutto introflesso, all’interno del nostro essere, senza produrre reali vantaggi per gli altri viventi.

Dimostrarsi affettuosi e premurosi verso il proprio cane o il proprio figlio e costantemente indifferenti agli altrui bisogni non significa essere nel giusto. Dimostra l’incapacità di provare empatia per gli altri esseri viventi.

Così lupi e migranti sono accomunati dalla stessa sorte: qualcuno teme che gli portino via le sue cose, i suoi diritti, la sua quiete e il suo benessere. Il SUO, non il nostro! Da questo nasce, cresce e si ingigantisce ogni giorno la paura per il diverso.

La violenza sui social è diventata una normale irruenza priva di connotazioni negative

Sui social si leggono commenti e esternazioni di una violenza inaudita, quasi come se fosse un sentimento normale odiare qualcuno, non rispettarlo, umiliarlo seppur verbalmente come fanno abitualmente, purtroppo, i leoni da tastiera. Ci sono persone che mettono like sulle pagine che parlano di animali e poi si rivelano dei violenti che non rispettano altri diritti umani che non siano i loro.

Una parte dell’opinione pubblica è attenta ai diritti degli animali ma anche a quelli di tutte le categorie fragili, come bambini, anziani, donne, rifugiati, indigenti e così via. Ma un’altra parte di questa galassia che si definisce “animalista”, pur non essendo maggioritaria ma nemmeno trascurabile, è attenta alle sofferenze degli animali ma poi è razzista, xenofoba, intollerante e violenta e non solo verbalmente.

Questa vignetta riassume in modo tragicamente efficace questo doppio binario che è proprio di alcune persone, che dicono di amare gli animali ma che in realtà amano solo loro stessi, non il rispetto, non la vita, non la tolleranza. Persone che non rappresentano certo la parte migliore della società.

La separazione dei bimbi alla frontiera con il Messico fatta da Trump, i campi di concentramento creati dall’Unione Europea in Grecia, Turchia, Libia non sono che facce della stessa medaglia. La stessa medaglia insanguinata che vorrebbe nascondere le tante sofferenze inflitte a uomini e animali per profitto.

Ci sono ragionamenti che non seguono una logica, che confondono le priorità e il rispetto delle regole con la negazione dei diritti ad alcuni. Oggi dire “prima gli italiani” ha lo stesso senso di affermare “prima i canguri” o “prima i chiwawa”. Dobbiamo imparare, tutti, a rispettare diritti e doveri, in modo reciproco, cercando di essere abitanti attenti di questo pianeta.

Per fare un esempio spesso ci comportiamo proprio come il furbetto che compra il cane di razza sulla rete per pagarlo poco, senza preoccuparsi di alimentare un traffico criminale che produce sofferenze. Lo stesso furbetto che poi è subito pronto a trasformarsi in paladino degli animali sui social, specie se il cucciolo che ha comprato muore o si ammala dopo pochi giorni.

Sarebbe tempo di capire che “rispetto delle regole” non significa separare i bimbi dai genitori, essere indifferenti di fronte a morte e sofferenza oppure accettare che ci siano uomini e animali sottoposti a torture. Se non saremo capaci di scrollarci di dosso questo peccato di valutazione, di superficialità, resteremo una società incompleta. Un agglomerato di uomini soli.

Articolo modificato, aggiungendo la parte in grassetto, in data 21/06/2018 per meglio chiarire il pensiero.