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Vacche e guerra in Ucraina, gli allevatori minacciano di dover abbattere gli animali a causa dei rincari e della mancanza di forniture di mangimi. Una notizia che rimbalza fra i vari TG, dimenticando di sottolineare che negli allevamenti intensivi gli animali hanno sempre vita corta e sofferta. Considerando che non hanno pascolo, vivono in capannoni, sul cemento e sono alimentati quasi sempre con derivati del mais, che oramai provengono in gran parte dai paesi dell’Est Europa. In particolare proprio dall’Ucraina, ma anche dall’Ungheria e da molti altri Stati.

Un falso problema quello della macellazione di animali che comunque sono destinati a quello, dopo essere sfruttati negli allevamenti intensivi. Occorre spostare il focus sui modelli di produzione che sono incompatibili con il benessere animale e anche con quello umano, considerando tutti i vari aspetti. La guerra, oltre a sbatterci in faccia con la cruda realtà dei fatti di cosa siamo capaci, scoperchia anche molti vasi di Pandora che abbiamo fatto finta di non vedere. Cercando di tenerli serrati per non rendere palese che la globalizzazione sarebbe stata un vantaggio per pochi e un problema per molti.

Ora che le guerre non sono più lontane, in aree economicamente marginali oppure molto lontane, il nostro sistema scopre e rivela tutte le sue fragilità. Che non riguardano solo l’agricoltura e gli allevamenti ma l’intero sistema economico che abbiamo creato. Basato non sulla sostenibilità ma sul profitto: non conta quanto costa in termini ambientali ma quanto è il risparmio sotto il profilo economico nell’immediato. Grazie a questo meccanismo sono nate filiere impensabili, capaci di far viaggiare animali vivi per mezza Europa, sballottandoli senza necessità sui camion in ogni stagione. Alimentandoli non con l’erba, motivo per cui sono universalmente conosciuti come erbivori, ma con il mais, ucraino e non.

Vacche, guerra in Ucraina e allevatori: il momento di ripensare le filiere in un mondo che non sarà mai più lo stesso

Questa guerra ha segnato un punto di non ritorno, ha messo a nudo una serie di scelte sbagliate, sia sotto il profilo economico ed energetico che ambientale. Ha evidenziato come la globalizzazione abbia reso molto più vulnerabili le economie. Che dipendono da forniture che arrivano anche da paesi molto lontani con costi energetici e ambientali inaccettabili. Sperando che questo conflitto termini e che lo faccia nel minor tempo possibile occorrerà poi riflettere sulla fragilità delle nostre certezze.

Bisognerebbe avere, almeno, la capacità di sfruttare questo disastro per creare condizioni di vita diverse, più rispettose sotto il profilo ambientale, più lungimiranti per le necessità energetiche e più eque sotto il profilo sociale. Abbiamo dovuto constatare, in modo ruvido, come pochi giorni di guerra In Europa facciano traballare le economie, che si sono rivelate più fragili del previsto. In una manciata di ore si è arrestata la ripresa dopo la pandemia, si sono bruciati ingenti capitali in borsa e già si dice che non ci saranno risorse sufficienti per rendere effettiva la transizione ecologica.

Questa guerra rischia di essere un disastro umanitario che non colpisce solo le parti in conflitto ma l’intero pianeta. Non solo per i rischi di un allargamento del conflitto, ma per i ritardi che sarà capace di imprimere sulla lotta ai cambiamenti climatici, già temporalmente in grande ritardo. Bisogna impedire che conflitto e crisi umanitaria possano diventare il paravento dietro il quale nascondere la mancata attuazione delle misure di contrasto ai cambiamenti climatici.

La guerra in Ucraina ci ha dimostrato l’affetto profondo che ci lega ai nostri animali, anche in situazioni terribili come questa

Colpisce vedere persone che hanno perso tutto, che si sono dovute allontanare dalle famiglie e dalle case, affrontando viaggi incredibili, attraverso un paese distrutto, eppure con i loro animali al seguito. Qualsiasi cosa pur di non abbandonarli e così treni, pullman e rifugi hanno sempre qualche ospite a quattro zampe. Una presenza che rassicura, un affetto che non chiede e non giudica, c’è e basta. Come sempre succede nei rapporti con gli animali.

Persone che arrivano ai confini dell’Europa, quella che al momento almeno è zona sicura, e trovano associazioni che si occupano anche di animali. In Romania Save The Dogs, si è attivata immediatamente per cercare di dare aiuto ai profughi con animali e non solo. Chi si occupa di animali, infatti, non è mai insensibile alle sorti degli uomini, alle loro tragedie. Chi conosce il dolore di esseri senzienti diversi da noi, non può restare indifferente di fronte ai patimenti dei suoi simili.

In questo momento nel paese invaso manca di tutto, per gli uomini e per gli animali. Per questo è importante aiutare, ma occorre sempre fare attenzione a chi donare fondi. Bisogna scegliere organizzazioni serie, che facciano quello che promettono. Diversamente il rischio è quello di disperdere risorse importanti, in un momento davvero difficile.