uccisione dell'orsa Amarena rischia di rimanere impunita

L'uccisione dell'orsa Amarena rischia di rimanere impunita grazie a norme poco efficaci e a un rito borbonico che ammazza i processi. Il 31 agosto 2023, in una calda notte d'estate, Andrea Leombruni decise di porre fine alla vita dell'orsa, con una fucilata, in quel di San Benedetto dei Marsi, uno dei comuni frequentati da Amarena. La colpa dell'orsa più famosa d'Italia e forse d'Europa, fu quella di essere entrata in un pollaio non adeguatamente protetto. Un omportamento certo non inusuale per Amarena, nota per le sue scorribande nei centri abitati. Una consuetudine che le aveva fatto piovere in testa quel nome, proprio per la sua passione per le amarene di un albero piantato dentro l'abitato di San Sebastiano dei Marsi.

Amarena era tecnicamente un'orsa confidente: frequentava gli insediamenti umani, in una terra nota per la sua capacità di convivere con in plantigradi e non soltanto. Sarà per questo che Amarena conviveva gli abitanti della Marsica e gli abitanti convivevano o almeno tolleravano lei, che era diventata una sorta di ambasciatrice ursina della gentilezza cocciuta di questo fantastico popolo. Ma purtroppo non c'è contesto che sia privo di eccezioni e non c'è comunità umana che non abbia al suo interno qualcuno arrogantemente stupido. La storia è nota e per fortuna non ha fatto altre vittime perché i tre cuccioli di Amarena, rimasti improvvisamente orfani, sono riusciti a diventare adulti.

Uccidere Amarena è stato come compiere un attentato contro la biodiversità italiana

In Italia il rito processuale ammazza più procedimenti di quante vittime potrebbe mai fare un serial killer, con le debite proporzioni. Dove il rito comunque vince e il serial killer arriva sempre buon ultimo! Così oggi il giudice del tribunale di Avezzano ha stabilito che il processo di primo grado non si poteva nemmeno iniziare, per un errore contenuto nel decreto di citazione a giudizio. Un dettaglio che ha fatto sì che l'intero procedimento debba ricominciare da capo. In pratica dalla fine del compimento delle attività investigative, in quanto l'errore si annida proprio nella citazione di rinvio a giudizio del pubblico ministero. Il processo si ferma mentre la prescrizione corre!

Ben capite quanto possa essere risolutivo, in questo contesto giudiziario, l'obiettivo della separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri. Qualcosa che si potrebbe paragonare al voler lucidare la carrozzeria di un auto con quattro gomme scoppiate e il motore fuso. Ma anche quanto possa essere invece dannoso "uccidere" questo procedimento, facendo finire in prescrizione il reato dell'assassino di Amarena, femmina fertile di una sottospecie di orsi che pencola da tempo sull'orlo dell'estinzione. Una perdita che deve essere vista come una ferita gravissima per la nostra biodiversità e per la sua immeritata fortuna di avere ben tre sottospecie inestimabili in una sola regione: orso marsicano, lupo italico e camoscio d'Abruzzo.

In Italia oramai molti avvocati mirano più al raggiungimento della prescrizione che all'assoluzione dei clienti: la prescrizione, infatti, è una certezza mentre il proscioglimento ha pur sempre mille incognite. In questo contesto le norme che tutelano gli animali e la biodiversità, a causa dell'esiguità delle pene, sono le prime a essere falcidiate dalle lunghezze procedurali e dalla carenza di personale e mezzi dei tribunali. Così, con un tasso di prescrizione altissimo e un effetto deterrente praticamente nullo, parlare di tutela reale di animali e biodiversità rappresenta un falso senza possibilità di appello.