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Orsi e trentini: coesistenza e buone pratiche possono spegnere l'incendio, ma serve che la politica smetta di gettare benzina sul fuoco. In nessuna parte del mondo la questione orsi si è trasformata in un campo di battaglia dove si fronteggiano due schieramenti contrapposti. Ma in nessuna parte del mondo la politica ha avuto comportamenti irrituali e irresponsabili come quelli trentini, dimostrando la più completa incapacità nell'organizzare le cose. Mettendo sul tavolo, come unica proposta, gli abbattimenti degli orsi, senza creare i presupposti per una corretta gestione.

Dopo la morte di Andrea Papi, incolpevole runner a cui sono mancate le corrette informazioni per essere in grado di gestire, o meglio di evitare, un incontro con l'orso. Questo tragico incidente, il primo con esito mortale in Italia da più di un secolo, è stato usato come una bulldozer mediatico contro gli orsi. Che secondo molti trentini, mettono in pericolo la loro vita e impediscono il libero utilizzo del territorio. Lo dimostra la recente consultazione fatta in 13 comuni trentini nella quale i cittadini somno stati invitati a votare pro o contro orsi e lupi. Il risultato è stato un plebiscito, fra i votanti, che hanno affermato che orsi e lupi sono un pericolo.

Il progetto di ripopolamento degli orsi parte da lontano, proprio come la difficoltà di convivere sull'arco alpino con questa specie. Le preoccupazioni vengono già espresse alla fine dell'800 e si rincorrono per un secolo, sino a quando alla fine del secondo millennio parte il progetto Life Ursus. Voluto per riportare sulle alpi orientali i plantigradi che la persecuzione umana aveva portato all'estinzione. Ben sapendo peraltro che la reintroduzione dell'orso avrebbe comportato diverse problematiche, annunciate da Piero Genovesi di ISPRA, un grande esperto di carnivori, proprio nello studio fattibilità.

Orsi e trentini: coesistenza e buone pratiche non hanno funzionato e la responsabilità è della Provincia autonoma di Trento

L'amministrazione provinciale, che nel corso del tempo è stata governata da differenti schieramenti, ha dimostrato sempre un tratto comune: la più completa incapacità nel gestire la questione. Quel che stupisce in tutto questo e che i trentini non abbiano riconosciuto la politica come unica e vera responsabile di una situazione inconcepibile. Fra azioni inconcludenti, omissione di attività importanti, mancata informazione della cittadinanza e dei turisti la PAT non ha centrato un solo obiettivo.

Per nascondere questo fallimento gestionale da molto tempo vengono aizzati i trentini contro i predatori. Perché gli orsi sono utilizzati come tramite per coinvolgere nel calderone degli abbattimenti anche i lupi, che danneggiano le attività degli allevatori e impensieriscono i cacciatori. Per polarizzare lo scontro occorreva, poi, un avversario "politico" che è stato trovato nelle associazioni protezionistiche, che hanno sempre cercato di fermare gli abbattimenti. Così da poter permettere alla politica di ergersi a paladina dei diritti dei trentini, individuando negli abbattimenti di orsi l'antidoto a ogni problema e nelle associazioni il problema che rallenta la soluzione.

Fallita la gestione, essendo mancata ogni attività di prevenzione negli ultimi vent'anni, la politica non ha ora alcun interesse a spegnere l'incendio. Molto meglio percorrere la strada dello scontro, del vittimismo incentrato su leggi nazionali e europee che limitano, ma non impediscono, gli abbattimenti. Appare invece evidente che il futuro di un Trentino pacificato debba passare da una capacità di dialogo fra le varie realtà. Ricordando sempre che la miglior guerra resta quella non fatta, la miglior soluzione inevitabilmente passa da una valutazione realistica, non ideologica, della questione.

Gli abbattimenti di orsi e lupi non risolvono i problemi trentini ma per ragionare serve spegnere l'incendio

Sono tali e tanti i problemi sugli orsi del Trentino che si potrebbe fare un perfetto manuale degli errori commessi. Sbagli che non andrebbero ripetuti in nessun'altra azione di ripopolamento di specie impattanti sul territorio. Questo progetto è stato un fallimento di successo: non ha raggiunto l'obiettivo di ripopolare di orsi le Alpi orientali, ma al di là dei numeri degli orsi ha pur fallito nella creazione di una popolazione in salute. Gli orsi del Trentino, infatti, come racconta il veterinario De Guelmi in un podcast, sono tutti consanguinei. Figli di quel piccolo nucleo di orsi sloveni rilasciati sul territorio, dove solo due furono i maschi riproduttori.

Questo progetto ha dimostrato dei limiti anche in molte operazioni di cattura, dove alcuni orsi sono morti a causa del narcotico. La causa di queste morti sembra sia sempre stata legata alla dose di narcotico, che non sapendo il reale peso dell'orso veniva stimato facendo delle stime. Un problema effettivo quando si spara a un animale libero, ma un grave errore di procedura quando si tratta di un orso catturato con la trappola a tubo. Che avrebbe dovuto essere dotata di sensori in grado di indicare con precisione il peso dell'orso catturato. Un accorgimento di facile realizzazione che avrebbe potuto evitare molti problemi.

Per non parlare poi del fallimento visto dal profilo turistico: la presenza degli orsi non è stata valorizzata come in Abruzzo, trasformandosi così da fonte di guadagno in spauracchio. Un fattore che ha ulteriormente condizionato le proteste in un'economia che vede turismo, mele e vino come perni sui quali ruota l'intero territorio.

Un esempio virtuoso potrebbe dare un impulso importante al ripolamento dell'orso sull'arco alpino

Per cercare di riavvolgere questo brutto film occorrerebbe la capacità di creare i presupposti per una "conferenza di pace" fra tutte le parti in gioco. Che dovrebbe partire subito dopo l'attuazione delle misure di prevenzione necessarie a creare i presupposti di una corretta convivenza: gestione rifiuti, cartellonistica, divieto di foraggiamento dei selvatici. Solo in questo modo si potranno realizzare le condizioni non solo per una coesistenza pacifica ma anche per realizzare un esempio virtuoso.

Se si riuscisse nella realizzazione di questo piano si potrebbero, forse, costituire le condizioni per un'espansione dell'orso sull'arco alpino. Con la consapevolezza che questa sarebbbe operazione complessa, che richiede concretezza e pragmatismo e che deve prevedere l'introduzione di una variabilità genetica ora non presente. Una sfida importante, da percorrere solo e soltanto previa attenta verifica delle condizioni. Diversamente meglio limitare il progetto, pur consapevoli dei limiti che questo comporterebbe, per non ripetere gli errori del passato.

Unica certezza, al momento, resta la consapevolezza che senza adeguamento di tutte le misure di prevenzione sarà impossibile creare i presupposti per una pacifica coesistenza.