Due milioni di cinghiali popolano i sogni della CIA

due milioni di cinghiali

La CIA parla due milioni di cinghiali che vagano per il nostro paese. Considerando però che l’affermazione non è dell’intelligence americana ma bensì della nostrana Confederazione Italiana Agricoltori, sorge qualche dubbio su questo dato.

Gli ultimi censimenti disponibili, lo conferma anche il Ministero dell’Ambiente nella recente pubblicazione del Piano Lupo, sono quelli di ISPRA del 2010. E la popolazione di cinghiali risulta essere la metà, nonostante tutti gli sforzi compiuti dai cacciatori per farla crescere a dismisura, con folli ripopolamenti.

Quindi agitando come al solito il fantasma della paura, per l’incolumità delle persone e per i danni causati all’agricoltura, stimati in 60 milioni all’anno, la CIA chiede di cambiare completamente criteri. Passando dal concetto di “protezione” della fauna a quello di “gestione”.

Siano lupi o cinghiali l’importante è poter sparare

 Sostituire il concetto di “protezione” con quello di “gestione” – Secondo Cia, la finalità di fondo, indicata già nel titolo della legge, deve essere modificata passando dal principio di protezione a quello di gestione della fauna selvatica. Se la legge del 1992 si focalizzava sulla conservazione della fauna, in quegli anni a rischio di estinzione per molte specie caratteristiche dei nostri territori, oggi la situazione si è ribaltata, con alcune specie in sovrannumero o addirittura infestantiL’esempio più lampante riguarda i cinghiali, responsabili dell’80% dei danni all’agricoltura: si è passati da una popolazione di 50 mila capi in Italia nel 1980, ai 900 mila nel 2010 fino ad arrivare a quasi 2 milioni nel 2019E’ del tutto evidente, quindi, che bisogna tornare a carichi sostenibili delle specie animali, in equilibrio tra loro e compatibili con le caratteristiche ambientali, ma anche produttive e turistiche, dei diversi territori.

Dal sito della Confederazione Italiana Agricoltori

Ma l’idea rivoluzionaria è che la gestione faunistica non debba essere data ai (soli) cacciatori, ma agli agricoltori. Che devono avere mano libera per la gestione della fauna sui loro terreni, potendo agire in regime di autotutela. Dimostrando, ancora una volta, che le peggiori componenti del mondo agricolo e di quello venatorio vogliono avere mano libera sulla fauna.

La fauna è un patrimonio indisponibile dello Stato

In Italia non riusciamo a spostare l’angolo di visione. Sarà anche per il fatto che chi lo impone ha un bagaglio di voti di tutto rispetto. Senza dimenticare che in questo momento il partito più legato a questi mondi, la Lega di Salvini, è al governo. Pronta a promettere la qualunque pur di non perdere alleati e peso politico.

Così la CIA non si vergogna nell’affermare che se nel 1992 era giusto tutelare la fauna, che rischiava l’estinzione, oggi è più coretto pensare alla gestione, visto che gli animali son diventati infestanti. Dimenticando o ignorando che la consistenza faunistica italiana, tranne per alcune specie, è ben lontana dall’essere al sicuro.

Se non ci fosse l’Europa a imporci una serie di direttive sulla tutela degli animali e della fauna l’Italia sarebbe messa ancora peggio. Con il rischio concreto che per difendere gli interessi di pochi e le poltrone del potere il nostro capitale naturale venga pesantemente attaccato.

Le direttive europee arginano, anche se imperfette, pericolose derive

Qualcuno potrà pensare che l’Europa non faccia abbastanza per tutelare gli animali, come ha recentemente dimostrato la votazione sulla sperimentazione. Però senza questa tutela sarebbe certamente peggio. Il patrimonio faunistico e il territorio sarebbero asserviti sempre più a logiche scellerate di gestione, localistiche e senza visione.

Il livello della politica in Italia è sceso da tempo sotto i livelli di guardia, come sono affogati nei luoghi comuni e nella violenza verbale toni e contenuti. Con le persone che sono sempre più distanti dalla politica ma, spesso, anche dalla vita sociale, lasciando campo libero alla componente più arrogante e chiassosa.

Dobbiamo invece occuparci di cosa ci succede accanto, di non far passare come verità assolute affermazioni che non rispondono, nemmeno, alla verosimiglianza. Bisogna riprendersi la partecipazione, il diritto delle idee e il concetto più alto del significato di società. Nella quale i beni collettivi sono tutelati nell’interesse comune e non dati in gestione per fini personali.

Ci sono beni materiali come l’ambiente e la fauna che vanno difesi a ogni costo, usando strumenti e beni immateriali come la cultura e l’impegno. Per cambiare bisogna partecipare, impegnarsi, divulgare ma anche andare a votare. Con tutte le difficoltà, per quanto riguarda il voto e le scelte, che molti provano nel dover scrivere un nome o barrare un simbolo in questi anni, bui.

Un operatore abilitato per gestire la fauna

operatore abilitato per gestire la fauna

Un operatore abilitato per gestire la fauna: che in parole meno tecniche significa una persona munita di fucile, autorizzata a sparare tutto l’anno, ovunque, per il contenimento delle specie definite invasive, uomini esclusi (per il momento almeno).

Il primo firmatario di questa proposta, nomen omen, è l’onorevole Filippo Gallinella, pentastellato, che ha depositato il progetto di legge di semplificazione in materia di agricoltura, caccia e pesca. Se questa stupefacente idea si andasse a concretizzare, in un provvedimento legislativo, per molti cacciatori la stagione di caccia non finirebbe mai.

Il MoVimento 5Stelle è andato in subbuglio per questa idea malsana, che sicuramente parrebbe più ispirata dalla Lega che non dai pentastellati. Proposta che ha fatto infuriare non solo la componente ambientalista del MoVimento, ma anche le associazioni protezionistiche, ENPA in testa, come riferisce in un articolo ADN KRONOS.

Non si può continuare a gestire la fauna a fucilate

In Italia, più per costringimento europeo che non per vocazione ambientalista è previsto che gli abbattimenti possano essere attuati solo dopo il fallimento dei metodi ecologici. Che come primo scopo dovrebbero avere l’aumento della resilienza dell’ambiente in modo da contrastare indesiderate dinamiche di popolazione.

Così ISPRA, che ha inglobato l’ex Istituto Nazionale della Fauna Selvatica, che aveva inglobato a sua volta l’Istituto Nazionale di Biologia della Selvaggina (il passaggio pare di per se esaustivo su metodo e ragionamenti) propone e avvalla i cosiddetti metodi ecologici e, se non funzionano, autorizza lo sparo.

Sparo senza ritorno ovviamente, perché se talvolta i metodi ecologici non funzionano, lo sparo sappiamo che non è mai un sistema risolutivo . Riduce nel breve, fa aumentare le consistenze degli animali oggetto di contenimento nel medio periodo, fallisce rigorosamente nel lungo periodo. Ma produce consensi, che si traducono in voti. Senza che nemmeno i pentastellati capiscano che, ancora una volta, stanno facendo un autogol e una cortesia alla componente più anticaccia di sempre: la Lega.

Abbattere cinghiali e nutrie è un lavoro inutile, oltre che eticamente inaccettabile.

A dimostrarlo ci sono fior di studi ma, una volta tanto, si potrebbe anche accantonarli: decenni e decenni di abbattimenti di animali, prima definiti nocivi e poi invasivi non hanno portato al contenimento nemmeno di una specie. Anzi ne hanno agevolato l’espansione come è avvenuto regolarmente per i cinghiali. Ma nonostante questo ora si propone di autorizzare la caccia tutto l’anno agli animali ritenuti invasivi, in ogni luogo e in ogni tempo.

Sarebbe ora che il mondo scientifico dicesse a chiare lettere, in modo inequivocabile, alcune cose e fra queste la più urgente sarebbe affermare che gli abbattimenti non servono a nulla e ancora meno servono se non si compiono attività collaterali. Inutile sparare ai cinghiali per non farli arrivare in città se buttiamo in giro rifiuti alimentari a pioggia. Certo è più complesso gestire i rifiuti che non il dare un contentino a qualcuno che protesta, abbattendo gli animali e facendo per giunta felici i cacciatori.

La teoria del nemico alle porte sta divorando il buonsenso più che i raccolti e questo governo, che tranne per il ministro Costa, è forse il meno ambientalista della storia della repubblica, sa bene, nella componente leghista, quanto sbandierare un nemico porti voti.

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