Metti un cinghiale nell’urna: perché la caccia vale oro per i politici?

Metti un cinghiale nell'urna

Metti un cinghiale nell’urna: perché la caccia vale oro per i politici? La domanda potrebbe sembrare banale, ma non è affatto così. I cacciatori sono più appetibili degli ambientalisti e certamente degli animalisti, per il politico. Una semplice ragione di calcolo, di risultato, di platea. Un dato che talvolta significa elezione sicura, al di là dei meriti, della preparazione e troppo spesso anche della cultura dei protagonisti.

Un ragionamento al quale sarebbe opportuno non sottrarsi, per evitare che la sottovalutazione dell’avversario porti a sonore sconfitte. Come successo alle ultime europee dove in Italia i verdi non sono nemmeno riusciti a superare la soglia di sbarramento, ma i candidati filo caccia inseriti nelle liste dei partiti sono arrivati a Bruxelles. Un caso? Direi proprio di no, al massimo l’unione di due fattori determinanti: il mondo economico che gravita intorno a quello venatorio e la qualità di quello venatorio, che ruota intorno al politico.

Recentemente ha creato scalpore un post di Barbara Mazzali, consigliere lombardo di Fratelli d’Italia che ha difeso una sua omologa del Veneto, la quale aveva proposto di far diventare la caccia una materia di studio, proprio per la sua interdisciplinarietà. Si potrebbe sorridere, ma prima di farlo occorre riflettere: forse chi sorride è di quella parte che non è riuscita a far eleggere un proprio rappresentante. La proposta della politica certo è irricevibile, ma poco importa perché serve a consolidare i rapporti con i suoi elettori.

Secondo ISPRA i cinghiali sono diventati un milione e fra le cause anche le oasi di protezione

Anche questa dichiarazione di Piero Genovesi potrebbe far sorridere, certo il titolo la estrapola dal contesto, eppure il senso di quello che afferma il dirigente di ISPRA è un poco surreale, ma lo si può sentire integralmente nel video. Il giudizio si basa sul fatto che chi lo afferma è il massimo rappresentante di ISPRA in questo settore. Da un tempo immemore, con luci e ombre e certo con posizioni che non si possono dichiarare né vincenti, né convincenti in materia di gestione faunistica, basando il giudizio non sulle opinioni ma sui risultati. Dovuti, nel caso dei cinghiali, a troppi anni di abbattimenti scriteriati.

I vertici dell’ISPRA sono gli stessi da molto tempo e Genovesi ha sempre detto e ritenuto che il prelievo venatorio sia una delle modalità per gestire il problema. Non solo dei cinghiali ma di tutti gli animali giudicati in esubero. Considerando però da quanto tempo questa sia la linea e mettendola in rapporto con i risultati occorrerebbe farsi delle riflessioni: siamo così certi che questa gestione faunistica sia vincente? Oppure forse sarebbe il temo di chiedere al ministro Sergio Costa se non sia arrivato il momento di un avvicendamento dei vertici e di un cambio delle politiche. Del resto dopo decenni di monopolio e di mancati risultati il tentativo non pare più rischioso dello status quo.

La caccia salda sempre i suoi debiti con i politici, che non si dimenticano mai di chi li vota

Tornando alla nostra consigliera di Fratelli d’Italia, Barbara Mazzali, vi sono pochi dubbi che lei sia uno dei punti di riferimento lombardi della componente più retrograda del mondo venatorio. Quella che esercita la caccia da capanno e che vorrebbe poter ancora catturare gli uccelli con i roccoli. Sarà per questo che la consiglierà trasmette passione e partecipazione attraverso la sua pagina Facebook, dimenticando di avvisare i suoi sostenitori che la partita dei roccoli si è chiusa per sempre.

Resta sempre una considerazione: ambientalismo e animalismo non riescono a essere premiati dalle urne. I Verdi non decollano, i partiti animalisti non vanno più in là di decimali, nonostante la sensibilità delle persone. Forse sarebbe tempo per un autocritica anche da questa parte del campo, perché non vi è dubbio che il problema sia anche di proposta: pochi programmi, troppe divisioni, troppa emotività e poca sostanza? Difficile ora poter dare una risposta, però il risultato non è certo di conforto e l’orizzonte non pare davvero verde e rasserenante.

Cercasi voti animalisti, con promessa di inasprimento pene.

Cercasi voti animalisti per le prossime elezioni europee e in cambio si garantisce (sino al giorno delle elezioni) di aumentare le pene per chi maltratta gli animali. Ma anche per chi inquina, minaccia l’ambiente e attenta al capitale naturale.

Politici navigati o acchiappavoti improvvisati, tutti ci riprovano a ogni campagna elettorale. Con la puntualità di un cronometro svizzero e con la faccia di tolla a cui ci hanno abituato. In questo sono tutti uniti, da sinistra a destra, per promettere cambiamenti epocali che non ci saranno, forse, mai. Almeno sino a quando non saremo noi cittadini le chiavi del cambiamento.

Chiede voti animalisti anche chi fino a ieri voleva sterminare i lupi e inneggiava al diritto di mettere allo spiedo i pettirossi. Per arrivare a movimenti, partiti, singoli che chiedono voti per portare l’animalismo in Europa. Come se non ci fosse mai stato. Come se a Bruxelles non ci fossero già gruppi che, grazie al lavoro delle associazioni, fanno attività di lobby. Con risultati non sempre folgoranti, perché l’etica è un articolo che vende sempre meno.

Cercasi voti animalisti disperatamente

Alla fine tutti i partiti si sono dati una bella verniciata di verde, tranne i verdi che già lo erano ma senza avere troppo appeal in Italia. Forse a causa di politiche poco incisive, di vecchi retaggi del passato che gli han fatto perdere credibilità. Al contrario di quanto accade in Nord Europa dove il peso dei partiti verdi, come in Germania, è reale.

Continuo a credere che i partiti animalisti in Italia siano destinati all’insuccesso, per tantissimi motivi, non ultimo dei quali che le persone vorrebbero, probabilmente, programmi di maggior respiro. Se ogni nobile causa si inventasse un partito il paese diventerebbe più ingovernabile di quello che già è ora. E non sarebbe poco.

La strategia dovrebbe essere di più ampio respiro e per essere credibile dovrebbe partire da lontano. Non ci può essere credibilità in chi si ricorda di un tema solo sotto elezioni, né ci può essere fiducia verso chi usa gli animali come fossero la coperta di Linus. Meglio sarebbe stato che chi difende le categorie fragili, chi è attento verso i deboli, fosse stato candidato nei partiti esistenti. Senza troppo clamore, ma con speranza di risultato.

La difesa di animali e capitale naturale merita di più

In fondo le cause, quelle con la lettera maiuscola, meriterebbero qualcosa di meglio e di più di quattro promesse da imbonitore, anche in un momento come questo fatto oramai di opposte tifoserie. La vita politica, ma anche quella quotidiana, ha assunto sempre più i toni da stadio, i comportamenti da curva. Del resto questo fa comodo a molti: più si urla meno si ascolta, meno si ascolta e ancor meno si capisce.

Alle prossime elezioni andrò a votare, non senza difficoltà ma per un dovere di partecipazione. Farò il possibile per scegliere un candidato, valuterò un programma e poi, come avviene da tempo, voterò il meno peggio. Triste esempio di una democrazia in declino che ha sempre più politicanti che statisti.

Sperando che alla fine, nonostante le premesse, nonostante le mille promesse, questa Europa partorisca qualcosa di più serio, di più aperto, più inclusivo di quanto sembri in questa campagna elettorale. E si ricordino gli animalisti che in molti casi sono proprio le leggi europee che han costretto l’Italia a tutelare animali e capitale naturale. Un motivo in più per votare.

Mastodon