Uno zoo in Germania minaccia di uccidere gli animali a seguito del lockdown per il Covid19

Zoo e circhi minacciano di uccidere gli animali

Le notizie che uno zoo in Germania minacci di uccidere gli animali a causa del lockdown stanno rimbalzando sulle pagine dei giornali di tutto il mondo. L’industria del divertimento basata sull’esibizione degli animali in cattività è in difficoltà a seguito delle chiusure imposte dalla pandemia. Ma nella realtà la pratica di uccidere gli animali in surplus è un comportamento che viene condotto abitualmente in molti zoo del mondo.

Zoo e parchi faunistici, al contrario dei circhi, giustificano la loro esistenza con le esigenze della conservazione delle specie in via di estinzione. Una motivazione che non trova dimostrazione rispetto al gran numero di animali detenuti in cattività per ragioni che nulla hanno a che vedere con la conservazione. E ancor meno con la didattica in quanto un animale mostrato in cattività non è in grado di insegnare nulla, rispetto a un buon documentario.

Sicuramente la crisi economica è un problema che riguarda tutti i settori, senza distinzione. Non c’è quindi da scandalizzarsi se le enormi difficoltà del periodo creino problemi anche a circhi e zoo, ma la questione è altra. Ogni azienda di una certa dimensione, sapendo che per molti motivi si possano creare problemi economici, dovrebbe avere un piano di contingenza, specie quando ha a che fare con esseri viventi.

Se gli zoo minacciano di uccidere gli animali è giunto il tempo di rivedere la normativa

Le attività relative alla conservazione sono importanti, ma non ci si può nascondere dietro la necessità di difendere la biodiversità per fare affari. Lo prova il fatto che quasi tutti gli zoo abbiano fondazioni che si occupano di difendere la natura, che sono più o meno serie a seconda di quanto lo siano i gestori degli zoo. E alcune sono davvero poco credibili. Come incredibili sono le difese dei circensi, che si trincerano dietro il loro amore per gli animali per giustificare gli animali detenuti nei carrozzoni.

Bisogna imporre regole ferree a chi detiene animali negli zoo, sul benessere e sulle necessità che giustificano la loro cattività, togliendo come motivazione la componente didattica. Obbligandoli a non sopprimere gli animali, a non cederli ai circhi (questo avviene anche per zoo apparentemente ineccepibili). A utilizzare le loro strutture come centro di detenzione e recupero per animali in difficoltà e per la fauna esotica sequestrata.

I primi che dovrebbero essere chiusi sono gli zoo safari, dove vengono fatte entrare auto nei recinti

Gli zoo safari sono una falsa rappresentazione della libertà: gli animali sono liberi all’interno di spazi che vengono costantemente invasi da estranei. Senza che possano scegliere di allontanarsi o nascondersi, come potrebbe avvenire in un grande parco come il Kruger in Sudafrica. Con l’aggiunta che i veicoli che entrano emettono gas di combustione generati dai motori, che sono più pesanti dell’aria. Restando sospesi a poca distanza dal suolo, ma perfettamente all’altezza delle narici degli animali, costretti a inspirare cancerogeni.

Se ci fossero delle smentite, da parte delle associazioni degli zoo, sarebbe una buona cosa che venissero corroborate dai dati relativi al numero delle specie a rischio di estinzione. Naturalmente questo dato dovrebbe essere messo in rapporto con il numero di animali detenuti senza utilità per la conservazione, per la tutela della biodiversità.

C’è bisogno di certezze, non di difese basate su presupposti obiettivi che non corrispondano alla realtà dei fatti. Fornendo anche l’indicazione di quanti animali siano soppressi ogni anno negli zoo, per motivi diversi da una compassionevole eutanasia in caso di malattia incurabile.

Per non parlare dei parchi tematici dove si può fare il bagno con gli animali, festeggiare compleanni, fare feste e eventi e interagire con animali selvatici. Utilizzati come se fossero dei lavoratori delle strutture. Che risultano essere, in molti casi, membri dell’EAZA, l’Associazione Europea di Zoo e Acquari che ha fra i suoi soci anche il Parco Faunistico Zoom di Torino. Che propone ai suoi visitatori, in tempi di apertura ovviamente e non ora, incontri come quelli che si possono vedere nel video.

Per correttezza è giusto segnalare che il Parco Zoom non ha mai minacciato di sopprimere i suoi animali a seguito della crisi. Promuove l’acquisto di biglietti open, in attesa della riapertura.

Lo zoo non aumenta conoscenza e rispetto per gli animali

Lo zoo non aumenta conoscenza e rispetto per gli animali

Lo zoo non aumenta conoscenza e rispetto per gli animali, nonostante l’estetica complessiva di questa industria turistica sia molto cambiata rispetto al passato.

Dando al visitatore l’idea di trovarsi in un parco, anzi in un bioparco.

Dar vita un ambiente che possa assomigliare a una savana o a un pezzo di foresta pluviale aiuta a creare nel visitatore l’impressione che tutti gli animali siano nel loro ambiente e quindi in una condizione di benessere.

In antitesi con il circo dove gli animali sono custoditi e esposti in gabbie ben lontane dal poter trasmettere un’idea di serenità degli ospiti.

Il moderno giardino zoologico si è evoluto nel nome e nell’aspetto dando vita al bioparco, dove i visitatori si immergono pensando di essere realmente in un contesto naturale o quasi. In fondo l’industria “zoo”, al pari di tutte le attività turistiche basate sull’intrattenimento/divertimento, deve ricreare l’illusione, la magia, la possibilità di sentirsi in una foresta a pochi chilometri da casa.

Per questo molto spesso i moderni zoo sono molto più attenti ai desideri del pubblico che non alle necessità etologiche degli animali: chi non lo fa paga pegno e il numero dei visitatori decresce sempre più, grazie all’aumentare dell’offerta.

Certo ora tutti gli zoo hanno fondazioni che si occupando di conservazione (in modo più o meno veritiero), fanno didattica con le visite scolastiche. Presentando però una realtà artificiale, falsata, considerando che nessuna azienda parlerà male del suo lavoro o dirà che i suoi ospiti soffrono. Fa parte delle regole commerciali e ogni zoo è un’industria.

Siamo passati dai vecchi zoo italiani come Milano, Torino, Roma e Napoli, dove gli animali venivano esposti come pezzi di un museo vivente in squallide gabbie di rete e cemento a concetti visivamente molto diversi, con ambienti ricreati artificialmente.

Per gli zoo di Milano e Torino era proprio questa la genesi: erano i magazzini di un’azienda che si occupava di catturare e portare in Europa animali da ogni parte del mondo.

Ma ora i tempi sono cambiati e la sensibilità delle persone è diversa: così a Milano lo zoo è stato definitivamente smantellato nel 1992 e la stessa sorte l’ha avuta, pochi anni dopo, Torino che era dello stesso proprietario. Ma questo non ha portato a diminuire il numero di zoo in Italia perché nel frattempo altri ne venivano creati e altri se ne vorrebbero creare, come quello a cui si vorrebbe dar vita a Torino.

L’amministrazione comunale ha infatti approvato un progetto per cui nell’area del vecchio zoo di Torino, nel Parco Michelotti, si dovrebbe costruire una succursale del parco zoologico Zoom, industria turistica con animali recentemente aperta sulle colline torinesi. Ma cittadini e associazioni non ci stanno e da mesi protestano contro quello che viene presentato come una fattoria didattica esotica. Cambia il nome ma non la sostanza.

Le strutture dello zoo sono sicuramente meglio, quasi sempre, di quelle dei circhi ma dietro questo mondo resta sempre sofferenza, cattività, commercio degli animali in esubero o eutanasia, come avviene in Danimarca. Senza che vi sia il bisogno di tenere questi animali prigionieri per divertimento, trasmettendo alle giovano generazioni diversi concetti sbagliati sul nostro rapporto con gli animali.

Primo di tutti quello che la realtà possa essere alterata, facendo diventare un ambiente artificiale un angolo di foresta, illudendo il visitatore di trovarsi li.

Non c’è bisogno di tenere specie esotiche in cattività per insegnare ai bambini i segreti della vita degli animali: molto meglio un buon documentario e per chi se lo può permettere viaggi nei parchi, anche quelli vicino a casa perché il fascino di uno stambecco libero non è diverso da quello di una gazzella nella mente di un bimbo.

Del resto non dimentichiamo che nei tempi in cui non c’era internet e poco si conosceva del mondo, proprio a Torino, Eugenio Salgari ha scritto le più belle storie sull’India creando le avventure di Sandokan senza essersi mai mosso da casa. Lui sì sapeva creare una realtà fantastica e paradossalmente più vera di quanto non sia quella mostrata negli zoo.

E non si dica che i bambini devono conoscere gli animali: credo che molti genitori non vorrebbero proprio raccontare da dove viene quel pezzo di carne che comprano al supermercato o la pelliccia della mamma. Su certe cose meglio non sapere e sulla sofferenza animale meglio stendere un velo.

Resta però il fatto che lo zoo non aumenta conoscenza e rispetto per gli animali, tutt’altro. Almeno lo stato li obblighi, nell’attesa di una miglior legislazione, alla creazione di aree per la custodia gratuita degli animali esotici e pericolosi sequestrati che non si sa mai dove mettere. In questo caso almeno svolgerebbero una funzione importante.

Per tutte le specie animali, dal coccodrillo al pappagallo.

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