Elefanti e leoni per il film di Moretti: sofferenza immotivata e poco rispetto per gli animali

elefanti leoni film Moretti

Elefanti e leoni per il film di Moretti scatenano molte polemiche contro il regista. Accusato giustamente di non tenere in considerazione la sofferenza degli animali che vengono usati, senza motivo, per fare da comparse. Il famoso regista sta girando a Roma le scene per il suo ultimo film “Il sol dell’avvenir”, usando anche animali selvatici come elefanti e leoni. Animali che, seppur detenuti legalmente, sarebbero stati facilmente sostituibili. Usando le tecnologie a disposizione che permettono di realizzare scene con animali senza che siano in carne e ossa.

La scelta di Nanni Moretti di usare animali veri per girare ha fatto infuriare le associazioni. Che giustamente si interrogano sulla necessità di fare scelte del genere quando esistono alternative. Roma sta dimostrando davvero molto poca attenzione nei confronti degli animali, dei loro diritti e delle problematiche causate da scelte poco attente. Sindaco dopo sindaco si ripetono proclami, dichiarazioni di attenzione e promesse. Regolarmente non attuate.

Il sindaco Roberto Gualtieri, succeduto a una inconcludente Virginia Raggi su animali e ambiente, non ha certo preso in mano il timone della città, sotto questo aspetto. I rifiuti attirano in città i cinghiali, con tutte le conseguenze del caso, la gestione dei canili convenzionati fa acqua da tutte le parti e le botticelle trainate dai cavalli sono sempre lì. A completare il quadro di un disastro costante, indegno di una capitale europea, mancavano solo gli elefanti e i leoni di Moretti.

Elefanti e leoni per il film di Moretti sono soltanto l’ultima dimostrazione di un’amministrazione capitolina che ignora i diritti degli animali

Gli uffici comunicazione di molti Comuni italiani fanno dichiarazioni di grande attenzione verso i diritti degli animali, destinate a restare lettera morta nella pratica. La politica è sempre attenta a cavalcare quello che piace agli elettori, salvo poi non essere in grado di mantenerlo nella pratica. Rimediando inevitabili brutte figure ed esponendosi a critiche, queste si davvero feroci, sicuramente più dei leoni usati da Moretti. Il problema di questi mancati diritti poggia su due pilastri: ignoranza e convenienza. Che rappresentano poi i presupposti di molte scelte errate su questi temi, non solo a livello municipale.

I funzionari spesso non hanno nemmeno i rudimenti per comprendere cosa significhi la sofferenza animale e i politici scontano spesso questo fattore. Sarebbe un grande sbaglio pensare che un sindaco di una grande città come Roma sia quello che davvero l’amministra: in realtà valuta e segue i consigli di chi dirige i settori. Lo stesso discorso vale per gli assessori e dove manca la conoscenza spesso prevale la prepotenza: come quella dei vetturini delle botticelle che non accettano di dover entrare nella storia.

Risulta inconcepibile che ai nostri tempi, con climi peraltro sempre più caldi, ancora si peni di poter usare veicoli a trazione animale in una città come Roma. Eppure poche centinaia di addetti, ai quali si potrebbe dare una licenza di taxi, riescono di fatto a condizionare le scelte delle varie amministrazioni, facendo schiattare i cavalli sotto il sole, in un traffico impossibile.

Roma non è una città per animali e non ha risolto un disastro ambientale causato dalla pessima gestione dei rifiuti

Gli elefanti e i leoni usati da Nanni Moretti, che dovrebbe provare vergogna per aver fatto questa scelta, sono l’ultima punta di uno dei tanti iceberg che galleggiano nel mare magno romano. Gli uffici comunai hanno dato i permessi, senza pensarci troppo, del resto li chiede una star del calibro di Moretti. Che in questo caso si dimentica non solo di dire una cosa di sinistra, ma anche di fare una scelta intelligente, al passo con i tempi. Verrebbe da dire che forse è un regista troppo vecchio per usare tecniche relativamente recenti. Ma sarebbe una scusa sin troppo facile.

La capitale dell’Italia rappresenta, forse, lo specchio di quello che è il nostro meraviglioso paese, che fatica a stare al passo con i tempi, che arriva sempre tardi sulla transizione ecologica, che separa nettamente il mondo della parola da quello dell’azione. Lasciando spesso i cittadini più attenti smarriti da tanta mancanza di coraggio. Una capitale che manda centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti all’estero perché in anni non ha saputo come risolvere, come affrontare un’emergenza ambientale. Dopo aver inquinato con le discariche ora inquina per far viaggiare camion stracarichi di immondizia per le strade d’Europa, ma la luce di un’idea nuova pare ancora non essersi accesa.

Così il problema diventano i cinghiali, che dovrebbero essere visti invece come le conseguenze di un problema. Se in città non ci fossero tonnellate di rifiuti lasciate in giro, che creano un supermarket per tutti gli animali in cerca di cibo a basso costo energetico, non ci sarebbero neppure loro. Ma siccome un colpevole serve sempre eccolo qua. Ma se parliamo di porci i veri suini quadrupedi questa volta, ancora una volta, sono solo vittime. Proprio come i leoni e gli elefanti di Moretti.



Circo senza animali: riapre dopo cinque anni il famoso circo Ringling Bros & Barnum

circo senza animali

Il circo senza animali rappresenta un percorso obbligato, per eliminare la sofferenza da sotto i tendoni, per compiere un’evoluzione inevitabile. Così il famoso circo Ringling Brothers e Barnum & Bailey riapre i battenti dopo averli chiusi nel 2017. La scelta era stata presa dopo anni di proteste delle organizzazioni per i diritti degli animali, che avevano portato a un drastico calo degli spettatori. Per questo il circo aveva deciso di chiudere i battenti e sembrava che questo fosse in modo definitivo.

Cani falchi tigri e trafficanti

Invece il circo forse più famoso del mondo ha percorso la strada del cambiamento, ha capito che non era più tempo di certi spettacoli. Una decisione che prende spunto anche dal Cirque du Soleil, il circo canadese che da anni mette in scena spettacoli senza animali, con grande successo. Dimostrando che il cambiamento non solo è possibile, ma che è anche redditizio per chi abbia il coraggio, e le qualità, per affrontarlo.

L’Italia è un paese dove i cambiamenti sono accettati con grandi difficoltà, complice anche la politica sempre poco attenta a cogliere i segnali dell’opinione pubblica. Sarà anche per questo che l’occasione di arrivare a un circo senza animali, anche nel nostro paese, è sfumata grazie proprio alle indecisioni della politica. Troppo attenta a difendere le corporazioni, senza seguire l’evoluzione dei diritti e le legittime richieste delle persone, che non vogliono vedere più animali prigionieri nei circhi.

Il circo senza animali è il futuro, mentre la schiavitù sotto il tendone appartiene a un passato destinato a scomparire

Mentre diversi paesi europei hanno fatto scelte molto radicali, vietando l’uso degli animali nei circhi, in Italia evidentemente ci aspettiamo che questo avvenga per consunzione. Sembra che si stia aspettando che, una dopo l’altra le imprese circensi, nonostante i finanziamenti dello Stato, chiudano per mancanza di spettatori. In questo modo però peggiorano anche le condizioni di detenzione degli animali, visto che i circhi non investono certo in nuove strutture sapendo che, nonostante i proclami, il destino è segnato.

Eppure il circo, se non fosse intriso di sofferenza e avesse dimostrato la volontà di evolversi, di trasformarsi, sarebbe uno spettacolo ricco di un particolare fascino. Rovinato proprio dalla presenza degli animali che le persone non vogliono più vedere nei carrozzoni, trattati in pista come se fossero degli automi. I circhi che hanno fatto scelte diverse, come il famoso circo Roncalli, hanno dimostrato quanto sia falsa l’affermazione che il circo senza animali chiuda per sempre. Gli spettacoli senza animali rappresentano il futuro e non è certo un caso che il più grande circo del mondo, il Barnum, dopo cinque anni abbia deciso di ritornare in pista.

Peraltro essendo cambiata la sensibilità delle persone si moltiplicano anche le condanne per maltrattamenti inferti agli animali. Magari con processi troppo lenti e pene non adeguate alla sofferenza causata, ma restano comunque fatti che dimostrano un seppur tardivo cambio di attenzione. Se in Italia molti circhi continuano a esistere è anche perché troppe amministrazioni e troppi servizi veterinari pubblici hanno preferito chiudere gli occhi. Sulle condizioni di detenzione, sui maltrattamenti psicofisici subiti dagli animali, ma anche sui pericoli che queste strutture possono rappresentare per il pubblico.

Mancati controlli, omissioni e scarsa capacità di individuare la sofferenza negli animali hanno perpetuato il circo con animali

Le condizioni di vita degli animali nei circhi costituiscono la negazione di ogni diritto, per le caratteristiche intrinseche proprie dello spettacolo viaggiante. Lo capirebbe chiunque avesse la volontà di voler vedere che spazi ristretti e condizioni di vita sono incompatibili con il benessere animale. Una regola alla quale anche i circhi sono costretti a sottostare, perché nonostante quello che si crede, anche queste strutture hanno degli obblighi da rispettare. Il primo dei quali dovrebbe essere quello di garantire a ogni animale presente la possibilità di soddisfare le proprie necessità etologiche.

Mentre esiste una legge che regolamenta gli zoo, anche loro sempre più sotto il tiro dell’opinione pubblica e anche della comunità scientifica, per i circhi nulla viene stabilito sugli animali. Se non fosse per un tentativo di rimediare al vuoto normativo messo in atto dalla Commissione Scientifica della CITES. Che per cercare di riempire di contenuti questo vuoto ha stabilito delle condizioni minime per il benessere animale, travalicando forse i suoi poteri, ma surrogando sicuramente l’assenza della politica.

Possiamo sperare che l’esempio del circo Ringling Bros e Barnum & Bailey diventi un traino per il cambiamento anche in Italia. Spazzando via per sempre forme di spettacolo non più concepibili, ma anche traffici che proprio grazie a questa zona grigia, hanno permesso e continuano a permettere un commercio di grandi felini, già finito troppe volte all’onore delle cronache, ma non abbastanza all’attenzione della magistratura. Su questa linea il Senato il 18 maggio ha detto un primo si a una norma che potrebbe portare alla definitiva eliminazione degli animali. Ma prima di esultare conviene aspettare di vedere il come e il quando.

Condannato il circo Martin per maltrattamento, una vittoria che però, con questa legge, si trasforma in sconfitta

condannato circo Martin maltrattamento

Condannato il circo Martin per maltrattamento di animali, dopo una vicenda processuale iniziata nel 2014. Dopo un’operazione condotta dall’allora Corpo Forestale dello Stato che portò al sequestro di tutti gli animali. Successivamente confiscati e affidati a LAV per la successiva custodia. Oggi, nel 2022, il tribunale di Tempio Pausania ha condannato gli imputati, Eusanio Martino e Adam Caroli, a 4 mesi di reclusione per maltrattamento di animali. E’ stato invece dichiarato estinto, in quanto prescritto il reato contravvenzionale di detenzione di animali in condizioni incompatibili.

Alla parte civile, LAV, è stata accordata una provvisionale di 5.000 Euro. Una vittoria quindi? Dipende con che occhi si vuole guardare la questione. Se di per se una condanna rappresenta una vittoria, allora è stato sicuramente un successo. Se si vuole guardare questo procedimento secondo realtà è stata una sconfitta. Dello Stato che non è riuscito a pervenire a una condanna di primo grado in tempi accettabili, Per gli animali che non hanno avuto giustizia alcuna, con una condanna a soli quattro mesi di reclusione per una molteplicità di condotte negative.

Difficile, se non impossibile, che questa condanna di primo grado possa mai trasformarsi in una sentenza definitiva. Necessaria ad esempio per impedire l’accesso ai fondi pubblici erogati ai circhi. La prescrizione si porterà via ogni cosa, stante che per il delitto di maltrattamento ci possono essere ancora due gradi di giudizio. Impossibili da raggiungere nei tempi utili per non far dichiarare il reato prescritto. Con un costo di tutto il procedimento che sarà a carico dello Stato, in assenza di condanna definitiva.

Condannato il circo Martin per maltrattamento in primo grado, dopo otto anni dai fatti: ingiustizia è fatta

Anni di processi, testimonianze, sequestri e battaglie mi hanno portato a guardare in faccia la realtà. Ammettendo le sconfitte che derivano dalla norma che tutela gli animali dal maltrattamento, che fa acqua da tutte le parti. Costituendo un timido deterrente per il cittadino comune, ma non assolvendo ai suoi compiti quando il contravventore è professionale. Dando luogo a vittorie mediatiche, che non corrispondono alla realtà. Figlie di una legge basata sui compromessi, di un apparato giudiziario sotto dimensionato, lento. Un burosauro che ammazza i diritti e gratifica colpevoli.

Basti pensare all’entità della pena irrogata dal Tribunale di Tempio Pausania: quattro mesi di reclusione! Una pena che non soltanto è di per sé ridicola, ma che non verrà mai scontata dai responsabili, Ampiamente sotto i tempi della condizionale, irrogata dopo un tempo così lungo da essere praticamente già cancellata dalla prescrizione. Eppure i titoli delle agenzie sono molto diversi da questa analisi, come se fosse necessario enfatizzare ipotetiche vittorie, piuttosto che prendere atto di una realtà indegna.

Sicuramente gli animali confiscati e affidati a LAV avranno avuto un miglior futuro, ma questa sentenza è la dimostrazione del mancato funzionamento di norme e procedure. La maggior parte delle denunce di maltrattamento di animali è molto probabile che non vedano nemmeno il primo grado di giudizio. Molte muoiono ancor prima di venir istruite, della messa in campo di azioni che siano almeno in grado di garantire agli animali una vita migliore. Crimini contro gli animali, spesso violenti, che non troveranno sentenze risolutive, che non vedranno punizioni reali nei confronti dei responsabili.

I maltrattamenti che non vengono perseguiti, lasciati impuniti anche a causa del mancato riconoscimento della sofferenza

Difficile pensare che i fatti che hanno portato prima al sequestro degli animali e poi alla condanna dei responsabili siano stati causati da episodi di incuria. Quelle condizioni di detenzione degli animali erano una caratteristica peculiare di quel circo, legate a situazioni di custodia inadeguate e produttive di gravi sofferenze. Eppure, per strano che sia, i circhi sono fra le attività con animali più controllate. Ma sono anche quelle meno sanzionate, quelle a cui si perdonano troppe cose, per poca conoscenza delle necessità etologiche degli animali, per controlli fatti seguendo il metodo “così fan tutti”.

Ogni volta che un circo si sposta per poter mettere in scena un nuovo spettacolo è soggetto a autorizzazioni delle commissioni comunali o provinciali di vigilanza. Prima di arrivare sul territorio di un Comune devono fare domanda e indicare il numero e la specie degli animali al seguito. Eppure nonostante questo le denunce sono poche e le mancate autorizzazioni ancora meno. Sino a che qualcuno con maggior attenzione e sensibilità non riesce a smuovere un magistrato ed a spezzare le consuetudini.

Chi pensa che la situazione degli animali dei circhi sia causata dai mancati controlli si deve quindi ricredere. Il problema è causato forse dai troppi controlli fotocopia, basati sulla considerazione che se il Comune precedente ha autorizzato il circo voleva dire che tutto fosse in regola. Autorizzazioni date senza farsi troppe domande, basate spesso su luoghi comuni, senza prestare attenzione alla sofferenza degli animali. Nonostante la presenza di veterinari pubblici e di organi di Polizia Giudiziaria. Anche per questo una sentenza come quella di Tempio Pausania va letta senza troppi entusiasmi. Prendendo atto di una realtà che non sa tutelare il benessere degli animali, nemmeno quel livello minimo che le norme dovrebbero garantir loro.

La detenzione di animali in condizioni incompatibili con la loro natura provoca sempre sofferenze

detenzione animali condizioni incompatibili

La detenzione di animali in condizioni incompatibili è per il nostro ordinamento un reato contravvenzionale, quindi uno dei cosiddetti reati minori. Che risulta essere annegato in un articolo del codice penale, il 727, che una volta rappresentava, prima della legge 189/2004, l’unico baluardo contro i maltrattamenti. Ora però la sua applicabilità si sdoppia per sanzionare sia l’abbandono che la detenzione incompatibile con la natura propria di una specie animali. A patto però che questa sia produttiva di gravi sofferenze, che quindi diventa perseguibile soltanto se queste ultime sono evidenziate.

Una contraddizione in termini questo bisogno di unire la condizione di detenzione incompatibile con l’obbligo di dimostrare le sofferenze che questa provoca. Uno dei tanti pasticci contenuti nell’attuale legislazione posta a tutela degli animali, che dimostra scarsa conoscenza del legislatore, sempre più incline a optare per scelte di compromesso piuttosto che puntare sulla scienza. Dando vita a un reato che da certo diventa opinabile, costringendo la Polizia Giudiziaria, ma anche la magistratura, a compiere evoluzioni e circonvoluzioni per applicarlo.

Eppure, seguendo il tenore letterale del temine già la sola detenzione, se attuata in condizioni incompatibili, dovrebbe essere ritenuta causa di sofferenze. In fondo quest’articolo rappresenta una sorta di contenitore nel quale è sufficiente la colpa e non la volontà di incrudelire per essere punibili. Uno spazio in cui ci stanno tutte quelle condotte che non sembrano poter rientrare nei casi sanzionati dall’articolo 544 ter del Codice Penale. Ma che invece nasconde ulteriori distinguo.

La detenzione di animali in condizioni incompatibili viene considerata applicabile, dalla Cassazione anche all’uso dei collari impulsi elettrici

Una decisione che seppur sanzionando l’uso dei collari elettrici, che continuano a essere lasciati in libera vendita, non riconosce nel soggetto una volontà di incrudelire sull’animale, nonostante l’erogazione di scosse elettriche alla gola. Una zona ricca di terminazioni nervose capaci di far provare dolori indicibili a chiunque sia costretto a subirle. Un fatto che evidentemente però la magistratura giudicante non ritiene essere il frutto di un gesto volontario, motivato da ragioni abiette e futili, messe in atto nei confronti di un cane. Punendolo alla stregua della detenzione in condizioni incompatibili, che francamente sembra descrivere, seguendo il lessico, una diversa fattispecie di situazione.

Il reato contravvenzionale avrà sempre di più, in particolare con piena entrata in vigore della riforma penale, una maggior possibilità di non arrivare in Cassazione e forse nemmeno in primo grado, a causa della prescrizione e delle priorità nell’istruire i processi. Restando anche come possibile via di fuga che consente agli avvocati di richiedere di trasformare il maltrattamento di animali, punito come delitto, in una contravvenzione che, oltre a comportare pene minori, comporta maggiori possibilità di farla franca per l’imputato.

Allo stato attuale comunque la Polizia Giudiziaria, che voglia procedere per detenzione incompatibile non deve perdere di vista il fatto che questa comporti gravi sofferenze. In assenza di una determinazione in tal senso si potrebbe rischiare l’archiviazione della denuncia. Per evitare che ciò possa accadere è quindi importante che già la notizia di reato sia adeguatamente motivata. Magari supportandola con qualche massima tratta da sentenze di Cassazione.

Il maltrattamento di animali è un reato complesso da dimostrare, anche in virtù del fatto che spesso manca la specifica conoscenza in chi giudica

Sono molte le denunce di maltrattamento di animali, se dovessimo dare retta soltanto a quanto riportano le cronache. Sempre troppo poche rispetto alla realtà, ma ancor meno sono quelle che portano all’accertamento della responsabilità dell’imputato. Che spesso riesce a passare indenne dalle maglie del complesso iter che arriva a definire la colpevolezza, facendo scattare confische e sanzioni. Quando si chiede che la giustizia sia veloce non significa certo volere che sia sommaria, ma neanche può essere accettabile accorciare i tempi grazie a prescrizioni e scorciatoie.

Occorre, nel caso del maltrattamento, ricordare che parliamo d esseri senzienti che però sono considerati come cose, che non possono resistere in giudizio. Altra contraddizione davvero insanabile, perché se diamo valore alla loro condizione di “esseri senzienti” appare evidente che la sofferenza non possa più essere vista soltanto come causata dalla volontà di compiere un’azione crudele, Dovrebbe essere sufficiente la privazione della possibilità di svolgere comportamenti specie specifici, in quanto come per gli umani, a un animale si può straziare anima e corpo senza doverlo toccare con un dito.

Un cane come quello della foto, perennemente tenuto a catena, privato della possibilità di esplorare il territorio, di socializzare si trova in una condizione di vita pessima. Che se riguardasse un uomo verrebbe giudicata molto vicina alla tortura. Eppure ancora oggi, che consideriamo anche i cani esseri senzienti, è consentito usarli come fossero cose. Antifurti, tanto inutili quanto crudeli. Ma per perseguire una situazione come questa spesso non ci sono nemmeno le sanzioni amministrative, come ricorda il progetto “Liberi dalle catene” realizzato da Save The Dogs con Green Impact.

Per battere il maltrattamento di animali occorre lavorare sulla formazione e sull’informazione a vari livelli

Occorre arrivare a un cambiamento della legislazione, creando possibilmente un Testo Unico sulla tutela degli animali. Un percorso quello dei “testi unici” che impedisce alle varie normative di disperdersi in mille rivoli. Facendo conoscere a tutti gli attori che giocano sul tavolo della tutela degli animali normative e disposizioni varie, senza far ricerche spesso complesse. Basti pensare che questo settore è regolato da norme che ancora risalgono agli inizi del secolo scorso per arrivare via via a quelle più recenti. Una realtà giuridica indegna di un paese civile.

Occorre fornire strumenti di conoscenza sugli animali alla Polizia Giudiziaria e spesso anche alla magistratura inquirente, che rischia di non procedere solo per scarsa conoscenza. Analogamente occorre fare incessanti campagne di educazione a partire dalle scuole per arrivare sino all’ultimo cittadino. Per insegnare che rispetto, dignità sono alla base della convivenza, ma anche della cultura che rende una società migliore. Occorre partire subito, lavorare per il cambiamento in una società che sembra essere diventata sempre più connotata da violenza e indifferenza. Veri cancri che colpiscono, senza distinzione, uomini e animali.

Trasferito orso M57 in Ungheria: una vergogna inaccettabile decisa con grande indifferenza

trasferito orso M57 Ungheria
Foto di repertorio

Trasferito l’orso M57 in Ungheria, in uno zoo che fa spettacoli con lupi addestrati, in uno spazio davvero piccolo nel quale non è dato sapere quanti orsi siano ospitati. Una sistemazione inadatta a un orso selvatico di recente cattura, costretto a subire la convivenza con altri orsi e la pressione del pubblico. Lo zoo di Medveotthon, in Ungheria si presenta sul suo sito come una fattoria degli orsi, con lupi addomesticati, procioni e coati.

Nulla a che vedere con un santuario, né con un centro di custodia di animali in difficoltà. Soltanto una dei tanti parchi tematici con animali, che organizza spettacoli con il branco di lupi addomesticati a beneficio dei visitatori. Uno zoo che non risulta essere iscritto all’associazione europea dei giardini zoologici (EAZA), probabilmente in quanto non rispetta i parametri minimi per poter appartenere al sodalizio. Una soluzione che ha consentito alla Provincia di Trento di liberarsi di un altro orso, dopo aver trasferito l’orsa DJ3 in Germania.

Una storia completamente diversa quella di M57, sia sotto il profilo giudiziario che del benessere degli animali. Questo giovane maschio infatti è stato catturato recentemente e rinchiuso nel centro di Casteller, dopo una scaramuccia con un carabiniere in vacanza ad Andalo. Un plantigrado selvatico, che per poter subire la cattività è stato trattato con farmaci e castrato. Un orso, infatti, ha grandi difficoltà nell’adattarsi a piccoli spazi, da dividere con altri coospecifici. Un animale che non doveva essere catturato, ma semplicemente munito di radiocollare e trasferito in un luogo più idoneo. Ipotesi recentemente ribadita dal Consiglio di Stato.

E’ stato trasferito l’orso M57, in Ungheria in uno zoo non adatto a custodirlo in condizioni di benessere accettabili

Il Consiglio di Stato aveva infatti stabilito che l’orso potesse essere liberato, qualora ISPRA avesse dato parere favorevole. Smontando pezzo a pezzo la decisione dell’amministrazione trentina di catturarlo. Però oramai l’orso aveva conosciuto la sofferenza della gabbia, era stato sterilizzato e gli enti che avrebbero potuto stabilire diversamente, assumendosene il rischio, hanno deciso che non fosse liberabile. Fine della strada di M57 verso la libertà e inizio di un nuovo calvario. Forse sarebbe stato più coraggioso e pietoso praticargli l’eutanasia, che non condannarlo all’ergastolo.

Ma si sa che il coraggio è merce rara, che la politica ne ha sempre di meno. Specie quando le scelte possono influire negativamente sull’immagine di chi le adotta. Ma in questa vicenda, oltre alla sofferenza di M57, si è rotto l’equilibrio. Nella storia degli orsi trentini si sono mescolate troppe volte le carte, talvolta truccandole, talvolta facendo leva sulla paura. Senza che né la magistratura né altri organi si impegnassero per ottenere il rispetto della legge.

Qui non si parla più di animalismo, di difesa a oltranza di un orso. Questa storia parla di diritti calpestati, di leggi non applicate, di silenzi assordanti. Per concludersi, poi, con scelte inaccettabili sul destino di un orso. Una vicenda che ha reso il maltrattamento di un animale selvatico, particolarmente protetto, una situazione legale, non perseguita. Sia per M49 che per M57, costretti a vivere in un centro inadatto, sottoposti a condizioni afflittive, rivelate anche dai Carabinieri Forestali. Il rapporto è rimasto in un cassetto della Procura di Trento, al momento sembra senza né indagini né indagati. Nonostante le proteste, i ricorsi delle associazioni e le pronunce della magistratura amministrativa.

Non dovrebbero esistere zone franche, nemmeno quando si parla di animali, e la legge dovrebbe essere sempre applicata

Così non è stato, sino dall’inizio di questa storia della reintroduzione degli orsi in Trentino. Un’idea scientificamente fantastica che si è rivelata una trappola per gli orsi. Che si sono trovati, loro malgrado, in un’area fortemente antropizzata, priva di corridoi faunistici che consentissero lo il loro spostamento. Senza aver considerato, evidentemente, la filopatria delle femmine, che rende molto difficili i loro spostamenti. Le orse difficilmente si allontanano dal territorio dove nascono. E i maschi non si disperdono in modo efficace se non trovano femmine sull’arco alpino. Un progetto finanziato dall’Europa che molto probabilmente era sbagliato nei presupposti, sicuramente nei risultati.

Questo però non giustifica prendere un animale e rinchiuderlo in condizioni di maltrattamento, a causa degli errori umani. Non dovrebbe consentire agli amministratori di passare attraverso le maglie della legge, perché il maltrattamento di animali è un reato. Non spiega perché un rapporto stilato dai Carabinieri, dal quale si evince il maltrattamento, resti lettera morta. Così come sono rimasti lettera morta gli interventi, seppur illegali, dei ragazzi del Centro Sociale Bruno di Trento e le inchieste delle Iene. Per arrivare a questo tristissimo epilogo, dove l’orso, di notte per evitare contestazioni, viene portato in Ungheria, in un centro che di fatto è un luna park degli animali.

Dare il permesso al trasferimento di M57 nella fattoria degli orsi ungherese è un atto incomprensibile

La sensazione che si ricava da questa scellerata operazione è duplice: che le leggi sono uguali per tutti ma che, come diceva Orwell, non tutti sono uguali davanti alla legge. La seconda idea è che le amministrazioni, quando si tratta di difendersi a vicenda ci sono sempre, anche andando incontro a comportamenti che stridono con quanto indicato dalla magistratura amministrativa.

Questa storia, a ben pensarci, non ha soltanto mandato all’ergastolo un orso senza colpe, perché semmai bisognava rimuovere chi aveva lasciato i cassonetti dei rifiuti senza protezione. Contribuendo in modo determinante all’avvicinamento del plantigrado, che solo per questa ragione si era scontrato con un carabiniere imprudente. La decisione di deportare M57 in Ungheria è stato l’epilogo di una storia che ha mandato in frantumi il concetto di legalità e di correttezza. Sotto il profilo morale sarebbe stato discutibile, ma sarebbe stato molto più coraggioso se Maurizio Fugatti, l’attuale doge del Trentino, avesse ordinato, a suo tempo di sparare all’orso.

Si sarebbe risparmiata tanta sofferenza, qualcuno si sarebbe assunto responsabilità reali in questa orrenda tattica, che in campo calcistico verrebbe definita come una spregevole melina. L’orso avrebbe sofferto molto meno, qualcuno sarebbe magari finito sotto processo, si sarebbero chiariti molti aspetti e ci sarebbe stata un’utilità nel sacrificio dell’ignaroM57. In questo modo invece abbiamo perso proprio tutti e questo è davvero inaccettabile in uno stato di diritto.


ARTICOLO MODIFICATO IN DATA 23/12/2021

L’articolo è stato modificato nella parte relativa al parere della commissione CITES italiana, che non risultava essere obbligatorio per l’esportazione dell’orso M57. Quindi è stato rilasciato un certificato, essendo l’orso bruno in Appendice II della Convenzione CITES, ma il parere sull’idoneità del luogo di destinazione viene rilasciato dall’ente di gestione ungherese della CITES. Quindi il tipo di valutazione sull’idoneità viene assunto per quanto riguarda l’Italia solo dall’amministrazione provinciale del Trentino. Mi scuso dell’errore con i lettori e con gli interessati.

Vogliono abbattere i gorilla negli zoo, sono troppi e non possono essere rimessi in libertà

vogliono abbattere gorilla zoo

Vogliono abbattere i gorilla negli zoo perché sono troppi, difficili da gestire, costosi. Senza alcuna utilità per la conservazione, i gorilla di pianura presenti nelle strutture di cattività sembrano essere diventati solo uno stock da gestire. Almeno secondo indiscrezioni raccolte da The Guardian che pubblica un articolo su questo tema scottante. Non è la prima volta che gli zoo entrano nell’occhio del ciclone per la gestione disinvolta degli animali ospitati. Spesso abbattuti quando non sono in perfetta forma o sono troppi.

Un problema che coinvolge anche specie che si trovano in pericolo di estinzione, come i gorilla di pianura, ma che non possono comunque essere reimmessi in natura. Contrariamente a quanto si crede sono soltanto pochissimi i progetti che prevedono l’allevamento di animali per la loro reintroduzione negli habitat da cui provenivano, mentre molte sono le specie vulnerabili che queste strutture dicono di detenere a fini di conservazione. Una leggenda che però non corrisponde quasi mai alla realtà.

Questi animali custoditi negli zoo potrebbero, al massimo, costituire una banca genetica vivente. Bisognerebbe però riuscire a valutare quale sia il tasso di consanguineità. Gli animali ospitati negli zoo infatti sono spesso imparentati fra loro essendo il prodotto di riproduzioni controllate. Nascite che possono contare poco su un’utilità di arricchimento del patrimonio genetico della specie. Facendo così cadere anche l’ultimo baluardo che spesso viene usato per giustificare la cattività degli animali presenti in queste strutture.

Vogliono abbattere i gorilla dimostrando, ancora una volta, che gli zoo servono principalmente a far denaro

La conservazione deve essere fatta in natura, difendendo con le unghie e con i denti i territori che ospitano animali selvatici in pericolo. La drastica riduzione degli habitat, unita alle alterazioni ambientali, è la principale causa che porta all’estinzione di specie animali. I gorilla di pianura sono in pericolo da molto tempo, proprio per questo motivo. La popolazione della sottospecie di pianura risulta comunque essere meno a rischio di quella di montagna, tanto amata da Dian Fossey.

In merito alla necessità di abbattere i gorilla il quotidiano britannico pubblica un passaggio del documento dell’associazione degli zoo: “Il principale svantaggio di questa opzione è che è controversa in molti paesi e in alcuni illegale, in circostanze specifiche. Qualsiasi discussione sull’abbattimento può diventare rapidamente emotiva perché è facile provare empatia con i gorilla. Ciò comporta un alto rischio che una risposta emotiva da parte del pubblico e/o del personale e dei custodi dello zoo, catalizzata dai social media, infligga danni a zoo e acquari”.

Tratto dal documento dell’EAZA (l’associazione europea degli zoo) pubblicato da “The Guardian”

I gestori dei giardini zoologici sono quindi consapevoli dell’ostilità dell’opinione pubblica nei confronti di queste operazioni di sfoltimento programmato. Una gestione degli animali, e in particolare delle grandi scimmie antropomorfe, davvero poco rispettosa della loro dignità di esseri senzienti. Realtà che ci ricorda, se ancora ce ne fosse bisogno, come la stragrande maggioranza di queste strutture consideri gli animali come “prodotti da esposizione”, che servono principalmente per attrarre pubblico. Animali che devono essere in forma e in ottima salute per essere esposti al pubblico, un po’ come se si trattasse di un concorso di bellezza.

Le polemiche non servono ad allontanare definitivamente il pubblico da queste prigioni, che non assolvono più neanche a una funzione educativa

La cattività degli animali non dovrebbe più essere finalizzata a fini espositivi. Potrebbe trovare giustificazione solo in presenza di reali progetti di riproduzione, finalizzati a una reale possibilità di reintroduzione in un contesto libero. La vista di animali prigionieri, tenuti in condizioni molto diverse da quelle naturali, non educa al rispetto, non insegna nulla. In un mondo tecnologico in grado di realizzare documentari meravigliosi e, comunque, non quando vengono violati i presupposti etici che possano anche lontanamente giustificare la prigionia.

In Italia la legge impone agli zoo di svolgere attività di educazione e di conservazione, azioni che spesso vengono assolte solo in minima parte. Ogni zoo racconta sui siti che pubblicizzano le strutture il grande impegno profuso, ma spesso è più teorico che pratico. E’ tempo che sia fatta una reale valutazione scientifica sul rapporto costi/benefici di queste strutture, valutando la sofferenza che causano agli animali. Prendendo in considerazione anche il lato oscuro di queste attività, che solo sporadicamente arriva a essere rivelato al pubblico.

Gli zoo, ora diventati parchi faunistici, sono stati abili nel dare a queste strutture un aspetto estetico che allontana il visitatore dall’idea di prigionia. Creando ambienti che possano essere percepiti come ampi spazi nei quali gli animali vivono in condizioni di benessere. Facendo così scordare che il benessere di una specie selvatica sta nella possibilità di poter svolgere i propri comportamenti naturali. Quelli che l’etologia definisce come l’etogramma proprio di ogni specie. Purtroppo, invece, in cattività questi animali non riescono neppure a difendersi dalla noia mortale che comporta la loro condizione.

La pandemia dovrebbe averci insegnato l’importanza della condivisione, ma anche della separazione

Gli Stati devono fare tutto quanto nelle loro possibilità per conservare l’ambiente e migliorare i rapporti di convivenza con l’uomo. La costante invasione dei territori degli animali selvatici ha messo a rischio non solo la loro sopravvivenza, ma anche la nostra. La pandemia ci ha dimostrato la necessità di tenere rigidamente separati i nostri mondi, per rispettare le esigenze dell’ambiente. Ma anche per difendere la nostra salute dai virus con i quali la fauna convive da sempre e che sula nostra specie hanno effetti devastanti.

Rispettare l’ambiente naturale e tutti i suoi abitanti non umani si è rivelato un comportamento tanto irrinunciabile quanto intelligente. Il concetto oramai portante è quello di “One Health/Una salute”. Per attuarlo dobbiamo cambiare profondamente il nostro modo di rapportarci con il mondo naturale, unica possibile salvezza per poter davvero declinare il futuro per le giovani e le future generazioni umane.