Trasferito orso M57 in Ungheria: una vergogna inaccettabile decisa con grande indifferenza

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Foto di repertorio

Trasferito l’orso M57 in Ungheria, in uno zoo che fa spettacoli con lupi addestrati, in uno spazio davvero piccolo nel quale non è dato sapere quanti orsi siano ospitati. Una sistemazione inadatta a un orso selvatico di recente cattura, costretto a subire la convivenza con altri orsi e la pressione del pubblico. Lo zoo di Medveotthon, in Ungheria si presenta sul suo sito come una fattoria degli orsi, con lupi addomesticati, procioni e coati.

Nulla a che vedere con un santuario, né con un centro di custodia di animali in difficoltà. Soltanto una dei tanti parchi tematici con animali, che organizza spettacoli con il branco di lupi addomesticati a beneficio dei visitatori. Uno zoo che non risulta essere iscritto all’associazione europea dei giardini zoologici (EAZA), probabilmente in quanto non rispetta i parametri minimi per poter appartenere al sodalizio. Una soluzione che ha consentito alla Provincia di Trento di liberarsi di un altro orso, dopo aver trasferito l’orsa DJ3 in Germania.

Una storia completamente diversa quella di M57, sia sotto il profilo giudiziario che del benessere degli animali. Questo giovane maschio infatti è stato catturato recentemente e rinchiuso nel centro di Casteller, dopo una scaramuccia con un carabiniere in vacanza ad Andalo. Un plantigrado selvatico, che per poter subire la cattività è stato trattato con farmaci e castrato. Un orso, infatti, ha grandi difficoltà nell’adattarsi a piccoli spazi, da dividere con altri coospecifici. Un animale che non doveva essere catturato, ma semplicemente munito di radiocollare e trasferito in un luogo più idoneo. Ipotesi recentemente ribadita dal Consiglio di Stato.

E’ stato trasferito l’orso M57, in Ungheria in uno zoo non adatto a custodirlo in condizioni di benessere accettabili

Il Consiglio di Stato aveva infatti stabilito che l’orso potesse essere liberato, qualora ISPRA avesse dato parere favorevole. Smontando pezzo a pezzo la decisione dell’amministrazione trentina di catturarlo. Però oramai l’orso aveva conosciuto la sofferenza della gabbia, era stato sterilizzato e gli enti che avrebbero potuto stabilire diversamente, assumendosene il rischio, hanno deciso che non fosse liberabile. Fine della strada di M57 verso la libertà e inizio di un nuovo calvario. Forse sarebbe stato più coraggioso e pietoso praticargli l’eutanasia, che non condannarlo all’ergastolo.

Ma si sa che il coraggio è merce rara, che la politica ne ha sempre di meno. Specie quando le scelte possono influire negativamente sull’immagine di chi le adotta. Ma in questa vicenda, oltre alla sofferenza di M57, si è rotto l’equilibrio. Nella storia degli orsi trentini si sono mescolate troppe volte le carte, talvolta truccandole, talvolta facendo leva sulla paura. Senza che né la magistratura né altri organi si impegnassero per ottenere il rispetto della legge.

Qui non si parla più di animalismo, di difesa a oltranza di un orso. Questa storia parla di diritti calpestati, di leggi non applicate, di silenzi assordanti. Per concludersi, poi, con scelte inaccettabili sul destino di un orso. Una vicenda che ha reso il maltrattamento di un animale selvatico, particolarmente protetto, una situazione legale, non perseguita. Sia per M49 che per M57, costretti a vivere in un centro inadatto, sottoposti a condizioni afflittive, rivelate anche dai Carabinieri Forestali. Il rapporto è rimasto in un cassetto della Procura di Trento, al momento sembra senza né indagini né indagati. Nonostante le proteste, i ricorsi delle associazioni e le pronunce della magistratura amministrativa.

Non dovrebbero esistere zone franche, nemmeno quando si parla di animali, e la legge dovrebbe essere sempre applicata

Così non è stato, sino dall’inizio di questa storia della reintroduzione degli orsi in Trentino. Un’idea scientificamente fantastica che si è rivelata una trappola per gli orsi. Che si sono trovati, loro malgrado, in un’area fortemente antropizzata, priva di corridoi faunistici che consentissero lo il loro spostamento. Senza aver considerato, evidentemente, la filopatria delle femmine, che rende molto difficili i loro spostamenti. Le orse difficilmente si allontanano dal territorio dove nascono. E i maschi non si disperdono in modo efficace se non trovano femmine sull’arco alpino. Un progetto finanziato dall’Europa che molto probabilmente era sbagliato nei presupposti, sicuramente nei risultati.

Questo però non giustifica prendere un animale e rinchiuderlo in condizioni di maltrattamento, a causa degli errori umani. Non dovrebbe consentire agli amministratori di passare attraverso le maglie della legge, perché il maltrattamento di animali è un reato. Non spiega perché un rapporto stilato dai Carabinieri, dal quale si evince il maltrattamento, resti lettera morta. Così come sono rimasti lettera morta gli interventi, seppur illegali, dei ragazzi del Centro Sociale Bruno di Trento e le inchieste delle Iene. Per arrivare a questo tristissimo epilogo, dove l’orso, di notte per evitare contestazioni, viene portato in Ungheria, in un centro che di fatto è un luna park degli animali.

Dare il permesso al trasferimento di M57 nella fattoria degli orsi ungherese è un atto incomprensibile

La sensazione che si ricava da questa scellerata operazione è duplice: che le leggi sono uguali per tutti ma che, come diceva Orwell, non tutti sono uguali davanti alla legge. La seconda idea è che le amministrazioni, quando si tratta di difendersi a vicenda ci sono sempre, anche andando incontro a comportamenti che stridono con quanto indicato dalla magistratura amministrativa.

Questa storia, a ben pensarci, non ha soltanto mandato all’ergastolo un orso senza colpe, perché semmai bisognava rimuovere chi aveva lasciato i cassonetti dei rifiuti senza protezione. Contribuendo in modo determinante all’avvicinamento del plantigrado, che solo per questa ragione si era scontrato con un carabiniere imprudente. La decisione di deportare M57 in Ungheria è stato l’epilogo di una storia che ha mandato in frantumi il concetto di legalità e di correttezza. Sotto il profilo morale sarebbe stato discutibile, ma sarebbe stato molto più coraggioso se Maurizio Fugatti, l’attuale doge del Trentino, avesse ordinato, a suo tempo di sparare all’orso.

Si sarebbe risparmiata tanta sofferenza, qualcuno si sarebbe assunto responsabilità reali in questa orrenda tattica, che in campo calcistico verrebbe definita come una spregevole melina. L’orso avrebbe sofferto molto meno, qualcuno sarebbe magari finito sotto processo, si sarebbero chiariti molti aspetti e ci sarebbe stata un’utilità nel sacrificio dell’ignaroM57. In questo modo invece abbiamo perso proprio tutti e questo è davvero inaccettabile in uno stato di diritto.


ARTICOLO MODIFICATO IN DATA 23/12/2021

L’articolo è stato modificato nella parte relativa al parere della commissione CITES italiana, che non risultava essere obbligatorio per l’esportazione dell’orso M57. Quindi è stato rilasciato un certificato, essendo l’orso bruno in Appendice II della Convenzione CITES, ma il parere sull’idoneità del luogo di destinazione viene rilasciato dall’ente di gestione ungherese della CITES. Quindi il tipo di valutazione sull’idoneità viene assunto per quanto riguarda l’Italia solo dall’amministrazione provinciale del Trentino. Mi scuso dell’errore con i lettori e con gli interessati.

Vogliono abbattere i gorilla negli zoo, sono troppi e non possono essere rimessi in libertà

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Vogliono abbattere i gorilla negli zoo perché sono troppi, difficili da gestire, costosi. Senza alcuna utilità per la conservazione, i gorilla di pianura presenti nelle strutture di cattività sembrano essere diventati solo uno stock da gestire. Almeno secondo indiscrezioni raccolte da The Guardian che pubblica un articolo su questo tema scottante. Non è la prima volta che gli zoo entrano nell’occhio del ciclone per la gestione disinvolta degli animali ospitati. Spesso abbattuti quando non sono in perfetta forma o sono troppi.

Un problema che coinvolge anche specie che si trovano in pericolo di estinzione, come i gorilla di pianura, ma che non possono comunque essere reimmessi in natura. Contrariamente a quanto si crede sono soltanto pochissimi i progetti che prevedono l’allevamento di animali per la loro reintroduzione negli habitat da cui provenivano, mentre molte sono le specie vulnerabili che queste strutture dicono di detenere a fini di conservazione. Una leggenda che però non corrisponde quasi mai alla realtà.

Questi animali custoditi negli zoo potrebbero, al massimo, costituire una banca genetica vivente. Bisognerebbe però riuscire a valutare quale sia il tasso di consanguineità. Gli animali ospitati negli zoo infatti sono spesso imparentati fra loro essendo il prodotto di riproduzioni controllate. Nascite che possono contare poco su un’utilità di arricchimento del patrimonio genetico della specie. Facendo così cadere anche l’ultimo baluardo che spesso viene usato per giustificare la cattività degli animali presenti in queste strutture.

Vogliono abbattere i gorilla dimostrando, ancora una volta, che gli zoo servono principalmente a far denaro

La conservazione deve essere fatta in natura, difendendo con le unghie e con i denti i territori che ospitano animali selvatici in pericolo. La drastica riduzione degli habitat, unita alle alterazioni ambientali, è la principale causa che porta all’estinzione di specie animali. I gorilla di pianura sono in pericolo da molto tempo, proprio per questo motivo. La popolazione della sottospecie di pianura risulta comunque essere meno a rischio di quella di montagna, tanto amata da Dian Fossey.

In merito alla necessità di abbattere i gorilla il quotidiano britannico pubblica un passaggio del documento dell’associazione degli zoo: “Il principale svantaggio di questa opzione è che è controversa in molti paesi e in alcuni illegale, in circostanze specifiche. Qualsiasi discussione sull’abbattimento può diventare rapidamente emotiva perché è facile provare empatia con i gorilla. Ciò comporta un alto rischio che una risposta emotiva da parte del pubblico e/o del personale e dei custodi dello zoo, catalizzata dai social media, infligga danni a zoo e acquari”.

Tratto dal documento dell’EAZA (l’associazione europea degli zoo) pubblicato da “The Guardian”

I gestori dei giardini zoologici sono quindi consapevoli dell’ostilità dell’opinione pubblica nei confronti di queste operazioni di sfoltimento programmato. Una gestione degli animali, e in particolare delle grandi scimmie antropomorfe, davvero poco rispettosa della loro dignità di esseri senzienti. Realtà che ci ricorda, se ancora ce ne fosse bisogno, come la stragrande maggioranza di queste strutture consideri gli animali come “prodotti da esposizione”, che servono principalmente per attrarre pubblico. Animali che devono essere in forma e in ottima salute per essere esposti al pubblico, un po’ come se si trattasse di un concorso di bellezza.

Le polemiche non servono ad allontanare definitivamente il pubblico da queste prigioni, che non assolvono più neanche a una funzione educativa

La cattività degli animali non dovrebbe più essere finalizzata a fini espositivi. Potrebbe trovare giustificazione solo in presenza di reali progetti di riproduzione, finalizzati a una reale possibilità di reintroduzione in un contesto libero. La vista di animali prigionieri, tenuti in condizioni molto diverse da quelle naturali, non educa al rispetto, non insegna nulla. In un mondo tecnologico in grado di realizzare documentari meravigliosi e, comunque, non quando vengono violati i presupposti etici che possano anche lontanamente giustificare la prigionia.

In Italia la legge impone agli zoo di svolgere attività di educazione e di conservazione, azioni che spesso vengono assolte solo in minima parte. Ogni zoo racconta sui siti che pubblicizzano le strutture il grande impegno profuso, ma spesso è più teorico che pratico. E’ tempo che sia fatta una reale valutazione scientifica sul rapporto costi/benefici di queste strutture, valutando la sofferenza che causano agli animali. Prendendo in considerazione anche il lato oscuro di queste attività, che solo sporadicamente arriva a essere rivelato al pubblico.

Gli zoo, ora diventati parchi faunistici, sono stati abili nel dare a queste strutture un aspetto estetico che allontana il visitatore dall’idea di prigionia. Creando ambienti che possano essere percepiti come ampi spazi nei quali gli animali vivono in condizioni di benessere. Facendo così scordare che il benessere di una specie selvatica sta nella possibilità di poter svolgere i propri comportamenti naturali. Quelli che l’etologia definisce come l’etogramma proprio di ogni specie. Purtroppo, invece, in cattività questi animali non riescono neppure a difendersi dalla noia mortale che comporta la loro condizione.

La pandemia dovrebbe averci insegnato l’importanza della condivisione, ma anche della separazione

Gli Stati devono fare tutto quanto nelle loro possibilità per conservare l’ambiente e migliorare i rapporti di convivenza con l’uomo. La costante invasione dei territori degli animali selvatici ha messo a rischio non solo la loro sopravvivenza, ma anche la nostra. La pandemia ci ha dimostrato la necessità di tenere rigidamente separati i nostri mondi, per rispettare le esigenze dell’ambiente. Ma anche per difendere la nostra salute dai virus con i quali la fauna convive da sempre e che sula nostra specie hanno effetti devastanti.

Rispettare l’ambiente naturale e tutti i suoi abitanti non umani si è rivelato un comportamento tanto irrinunciabile quanto intelligente. Il concetto oramai portante è quello di “One Health/Una salute”. Per attuarlo dobbiamo cambiare profondamente il nostro modo di rapportarci con il mondo naturale, unica possibile salvezza per poter davvero declinare il futuro per le giovani e le future generazioni umane.

Troppi animali prigionieri nelle case degli italiani: un mercato che cresce in parallelo alla sofferenza

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Troppi animali prigionieri nelle case degli italiani, una presenza sempre più numerosa e cresciuta durante la pandemia. Il mercato degli animali da compagnia, definizione che già dice molto sulla connotazione della relazione, muove molti interessi e fiumi di denaro, Come viene evidenziato dal rapporto di Assalco (Associazione Nazionale tra le Imprese per l’Alimentazione e la Cura degli Animali da Compagnia) presentato durante Zoomark 2021. La fotografia del settore, valutata sotto il profilo economico, è sorprendentemente positiva. Nonostante la crisi economica del periodo.

Cani falchi tigri e trafficanti

Il fatturato degli alimenti per cani e gatti ha prodotto un balzo del 6,4% nell’anno nei dodici mesi sino al giugno 2021. Con un valore complessivo di questo segmento di 2,3 miliardi di euro. Una cifra davvero considerevole. Ma oltre alle cifre che riguardano le due specie, cane e gatto, con le quali riusciamo a condividere al meglio le nostre vite c’è dell’altro. Il mercato degli animali da compagnia va oltre a cani e gatti, che complessivamente risultano essere poco più di 16 milioni. Ma pur rappresentando una presenza significativa sono di fatto una minoranza: il numero complessivo degli animali presenti nelle case italiane, infatti, supera i 62 milioni di unità.

Questa cifra attesta che la popolazione dei pet ha superato quella umana nel nostro paese. Scomposta racconta che ci sono 29,9 milioni di pesci e 12,9 milioni di uccelli, animali che vivono rinchiusi in contenitori e gabbie più o meno accettabili. Seguono quasi 2 milioni di piccoli mammiferi e poco meno di un milione e mezzo di rettili. Questo porta a quasi 47 milioni il numero di animali, diversi da cani e gatti, prigionieri, con ridotte interazioni con l’uomo, costretti a trascorrere una vita povera di stimoli. Condotta quasi sempre senza possibilità di mettere in comportamenti specie specifici.

Gli animali prigionieri nelle case sopravvivono senza controlli su loro benessere, spesso amati ma non rispettati per la loro natura

Questi numeri rappresentano vite, molte allevate per questo scopo, altre catturate in natura, altre ancora provenienti da traffici illegali. Numeri che sono solo stime per difetto, basate su indagini statistiche. Si tratta di animali che possono avere un’esistenza molto breve, a causa delle condizioni in cui vengono tenuti, oppure molto lunga, grazie alla loro resistenza alle avversità che la cattività impone. Nonostante si parli molto di diritti degli animali quelli che sono imprigionati nelle case sembrano averne meno degli altri. Come se l’essere tenuti da persone che credono di essere amanti degli animali potesse rendere meno grave la prigionia.

Ci si indigna per i cacciatori, che con una fucilata spengono un volo, o contro il bracconiere che uccide un animale protetto ma si parla davvero poco di questi milioni di uccelli tenuti in gabbia, privati della possibilità di compiere l’azione più naturale come il volo. Poche persone si fermano a riflettere sulla sofferenza che viene causata a un petauro dello zucchero, solo per il piacere di tenerlo nelle nostre case. I concetti sfumano, le attenzioni perdono intensità, così tanto che poche sono le campagne informative per contrastare la cattività.

Questa sofferenza muta non genera quasi mai proteste, non stimola grandi dibattiti sull’argomento. Come se tenere un uccello legato a un trespolo o un criceto in una gabbia minuscola fosse cosa normale, assimilata dalla nostra cultura, giustificata dal rapporto univoco che giustifica la cattività. Che non può trovare giustificazione nel rapporto, che si crea, sufficiente o meno che sia al benessere. La prevaricazione avviene nel momento in cui un animale, non domestico o come viene definito oggi “non convenzionale”, viene acquistato.

Il fatto che vendere animali sia lecito non comporta che la detenzione sia etica, quando non rispetta le necessità etologiche di un animale

Vendere pappagalli è lecito, come lo è per i criceti, i petauri, le genette e i pesci rossi. Lo stesso vale per bradipi, falchi e civette, cavie, gerbilli e perfino per le volpi volanti. A patto che abbiano i documenti, se si tratta di specie protette, che attestino che il loro commercio non incrementa il rischio di estinzione. Eticamente trovo che sia riprovevole comprare un animale, in particolare un animale non domestico e che lo sia ancora di più quando lo facciamo sapendo che limiteremo la sua natura. Un uccello che non possa volare è come, se non peggio, di un cane che vive alla catena.

Si parla di allevamenti intensivi, della sofferenza degli animali che li popolano. Certo provando meno empatia, per ragioni complesse, di quanta non ne ispirino cani e gatti. Questo magari può non portare a scelte di cambiamento delle abitudini alimentari, ma insinua almeno il dubbio sulla correttezza dei comportamenti. Poche volte invece sentirete alzarsi una voce per la sofferenza di un criceto o per la tristissima vita di un pesce rosso. Per non parlare di quella noiosissima a cui obblighiamo un canarino. Solo per egoismo, per il piacere, appunto, di avere un animale che fa compagnia.

“Nell’anno dell’emergenza sanitaria la relazione con i pet ha acquisito ancora più valore. Gli animali d’affezione sono membri delle famiglie in cui vivono e danno tanto ai loro proprietari che, a loro volta, sono particolarmente attenti alla loro alimentazione e alla loro salute. In tempo di pandemia, gli italiani hanno apprezzato ancora di più il grande valore degli animali da compagnia, che in alcuni casi si è rivelato essere l’unico contatto fisico possibile, interagendo maggiormente con i propri pet e volendoli gratificare con alimenti e accessori studiati apposta per le loro esigenze.”

Dichiarazione di Gianmarco Ferrari, presidente di Assalco, estrapolata dal comunicato stampa di presentazione del rapporto 2021

Il rispetto verso gli animali nasce dal riconoscimento della loro unicità e dalla comprensione della qualità di esseri senzienti

Iniziando a guardare gli animali con occhi diversi, cercando di comprendere i loro bisogni, conoscendo i comportamenti che avrebbero in natura si arriva presto a capire che il vero amore si concretizza decidendo di non averne. Una realtà che appare ancora molto lontana, lo dicono i numeri, sulla quale bisognerebbe investire con campagne informative, che aiutino a comprendere meglio necessità e diritti. Un tema questo che incontra molti ostacoli nell’essere diffuso, dagli interessi economici alla soddisfazione dei bisogni dei padroni, ma che dovrà trovare ascolto.

Costringere animali non domestici a vivere nelle nostre case non è un atto di amore. In alcuni casi dovrebbe essere considerato un vero e proprio maltrattamento, perseguito dalle leggi. L’articolo 727 del Codice Penale parla di “detenzione di animali in condizioni incompatibili con le la loro natura e produttive di gravi sofferenze: qualcuno conosce una sofferenza maggiore per un uccello di quella di non poter volare? Nemmeno la morte può essere peggio di una vita terrena, per chi è nato per essere padrone del cielo.

Il commercio di animali esotici selvatici non si ferma, nonostante la pandemia

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Genetta – foto di repertorio

Il commercio di animali esotici selvatici continua imperterrito, come se la pandemia non ci fosse mai stata. Un’attività pericolosa per la natura e anche per la nostra salute, che non viene contrastata grazie a un fatturato milionario. In parte perfettamente legale e conforme alle normative in vigore, in parte illegale quando coinvolge animali di specie protette. Catturate e spedite con falsi documenti, mescolate con specie lecite o più semplicemente fatte arrivare sul territorio europeo senza passare dalle frontiere. Come abbiamo descritto nel libro “Cani, fachi, tigrii e trafficanti”.

Cani falchi tigri e trafficanti

Una realtà fotografata anche nella trasmissione “Indovina chi viene a cena” di Sabrina Giannini, che ha mostrato i controlli su queste importazioni. Filmando quello che succede a Fiumicino in una qualsiasi giornata di lavoro del nucleo CITES della Guardia di Finanza. Che nonostante l’impegno non riesce a verificare più del 10% di animali e derivati in transito. Animali vivi destinato al mercato dei collezionisti, che li custodiranno tutta la loro pessima vita in condizioni di assente benessere. Proprio come è avvenuto il trasporto delle genette riprese all’aeroporto dalla trasmissione di Rai3, in condizioni di maltrattamento che avrebbero dovuto far scattare una denuncia e non solo un controllo sull’importazione.

Eppure, nonostante la pandemia, e nonostante la certezza che i virus che ci colpiscono ciclicamente siano veicolati all’uomo attraverso gli animali, il traffico non si arresta. Continua solo sotto traccia, perché durante questi lunghi mesi molti problemi sono scomparsi dal radar dell’informazione. L’emergenza sanitaria e quella climatica hanno fatto saltare molti argomenti dai palinsesti, quasi si trattasse di problemi risolti. Ma purtroppo non è così, si tratta di problematiche accantonate, ma che non hanno trovato soluzione. Come la reale chiusura dei wet market nei paesi del Sud Est asiatico, che la trasmissione ha dimostrato non essere mai avvenuta, e comunque non ovunque.

Il commercio di animali esotici selvatici continua imperterrito, nonostante i rischi sanitari e i maltrattamenti causati

Una parte di questi animali derivano da allevamenti, mentre una parte continua ad arrivare dalle catture in natura. Secondo i dettami previsti delle norme CITES, quando gli animali appartengono a specie protette o solo rispettando i vincoli sanitari negli altri casi. Un commercio ingiustificato, che ha come scopo quello di permettere a persone con poco criterio di tenere una genetta in gabbia, o un pitone a vita dentro una teca. Per il solo piacere di averlo, senza preoccuparsi del benessere dei prigionieri. Animali che vengono inghiottiti dalle abitazioni dei proprietari e che, salvo rarissimi casi, non saranno mai controllati.

Da questo serbatoio oscuro, sempre in bilico fra legalità e illegalità, potrebbero uscire nuovi virus o mutazioni di quelli che già ci hanno cambiato la vita. E non rassicura sapere che le “partite” di questi animali, una volta giunte nel nostro paese sono sottoposte a quindici giorni di quarantena. Secondo una pratica che l’epidemia di Sars-Covid19 dovrebbe aver scardinato per la sua inutilità, se fatta per la tutela della salute umana. I virus convivono con molti animali selvatici, in equilibrio, ma quando fanno il salto di specie allora diventano pericolosi, mortali, pandemici. E la quarantena diventa un provvedimento inutile.

Eppure nonostante queste evidenze né la Comunità Europea, né il nostro governo ha pensato opportuno chiudere il meno necessario fra tutti i mercati. Quello degli animali selvatici vivi da tenere come pets. Stessa mancanza di azione nei confronti degli allevamenti di animali da pelliccia: il Ministero della Salute ha solo disposto, per ragioni sanitarie, un temporaneo divieto, ma quello totale e permanente, nonostante le promesse non è mai stato disposto.

Quanto tempo ancora ci vorrà per ritenere immorale e vietato costringere animali non domestici in cattività, per puro diletto?

Il commercio di animali selvatici, siano allevati o di cattura, li espone a inutili sofferenze, mette in pericolo la biodiversità, rischia di causare problemi seri alla salute umana. Eppure, considerando che muove milioni e milioni di euro, non si è mai arrivato alla decisione di vietarlo. Un paradosso in un momento come questo, dove ci dovrebbe essere la massima attenzione verso ambiente e salute. In un periodo nel quale l’attenzione dell’opinione pubblica verso i diritti degli animali è in costante crescita. Ma tutto questo non è sufficiente a fermare il business di questo assurdo traffico.

Il commercio di specie animali selvatiche, anche se non protette perché in pericolo di estinzione, oppure non consentite in quanto pericolose, dovrebbe essere comunque vietato. Per buon senso laddove non basti il rispetto, per evitare inutili maltrattamenti agli animali, proprio quelli che abbiamo ritenuto esseri senzienti per poi continuare a comportarci esattamente come prima.

Il circo senza animali è possibile: il Circo di Mosca ci prova a Milano con successo

circo senza animali

Il circo senza animali è possibile, se solo lo si vuole e se la qualità dello spettacolo è tale da garantire il successo. In silenzio ci sta provando all’Idroscalo di Milano il Circo di Mosca, con lo spettacolo “Gravity“, che è in scena nella periferia milanese dai primi di ottobre. Senza enfatizzare l’assenza di animali, che viene poco evidenziata se non in qualche articolo di giornale e nei servizi televisivi. Come se l’ordine di scuderia fosse quello di non dire che si tratta di uno spettacolo realizzato in assenza di animali.

La scelta di abbandonare gli animali è nata probabilmente a causa della pandemia, visto che in precedenza il circo presentava diversi numeri con animali. E sulla loro pagina Facebook arrivano i complimenti di molti spettatori, per la qualità dello spettacolo e per l’assenza di numeri con animali. A dimostrazione che il magico mondo del circo, sottraendo la tristezza di felini e elefanti costretti in una pessima forma di prigionia, può vivere più e meglio di prima. Una svolta che i media vicini a questo settore. come Passione Circo, sembra che non vogliano evidenziare. Eppure questo è il futuro.

Il circo senza animali trasmette emozioni al pubblico, senza portare in pista la sofferenza degli animali ammaestrati

Questo è il circo moderno, quello che piace al pubblico più attento, in un percorso che altri impresari hanno imboccato da tempo con successo. Come dimostra il circo Roncalli, che da anni ha sostituito i numeri con gli animali veri facendo scendere in pista degli ologrammi, elefanti fatti di luce. In Italia abbiamo accumulato un grandissimo e ingiustificabile ritardo nel chiudere per sempre l’epoca del circo con animali. Grazie ancora una volta al poco coraggio e alle convenienze della politica, che non ha voluto portare a termine una strada che aveva intrapreso.

In Francia proprio in questi giorni è stata promulgata una legge che vieterà i circhi con animali, la detenzione dei cetacei nei parchi acquatici e l vendita di cani e gatti nei negozi, Una svolta coraggiosa che diventerà esecutiva nel 2024, ma che dimostra la volontà di mettere la parola fine a commerci e tradizioni incompatibili con i tempi che viviamo. Una decisione che dovrà prima o poi arrivare anche in Italia, senza ulteriori timori e rallentamenti. Magari in contemporanea con lo stop agli allevamenti di animali da pelliccia.

Ora speriamo che la strada intrapresa da Larry Rossante con il suo Circo di Mosca possa trovare molti imitatori, anche prima che il divieto di esibire gli animali in pista diventi legge. Confidando nel fatto che la scelta di questo circense non sia temporanea, ma si traduca in una definitiva chiusura verso il circo con animali. Consentendo a quanti non mettono più piede al circo, non sopportando la sofferenza degli animali prigionieri, di poter nuovamente decidere di passare qualche ora sotto uno chapiteaux.

La scelta di un circo senza animali non sarà del tutto indolore per tigri, leoni e elefanti

Gli animali addestrati che non lavoreranno più nei circhi in Europa finiranno per essere ceduti a circhi che lavorano in altre parti del mondo. Continuando a trascorrere la loro vita dentro una gabbia, senza escludere che questo possa avvenire in condizioni anche peggiori di quelle che vivono, ora, gli animali nei circhi nazionali. Per quanto i controlli siano pochi e scarsi nel nostro paese non è certo difficile capire che possano esserci realtà ancora più arretrate nella tutela degli animali. Che sino a quando le norme non cambieranno potranno essere comprati e venduti come fossero cose.

Se fra i lettori di questo articolo qualcuno decidesse di passare una serata al circo faccia almeno lo sforzo di arrivare all’Idroscalo di Milano. Per non finanziare un circo che gli animali li usa ancora e che è attendato in questo periodo in città, anche se ha dovuto rinunciare a esibire gli elefanti, ma conserva ancora un numero con le tigri.

Morta Andra, elefantessa schiava nel circo: una vergogna che non si riesce a cancellare

morta andra schiava circo

E’ morta Andra elefantessa schiava in un circo, aveva 63 anni la maggioranza dei quali spesi in prigionia. Per far spettacolo, per far sorridere chi non capisce la sofferenza di un elefante, per norme costantemente disattese. Nonostante le promesse di molti governi, che si sono succeduti nel tempo, i circhi continuano ad avere animali, a essere sostenuti con i soldi dei cittadini. Nell’indifferenza colpevole della politica che non trova il modo di ridare un minimo di dignità a questi schiavi.

Eppure se le normative venissero applicate in modo rigoroso nessun circo potrebbe avere animali come elefanti e grandi felini. E nessun circo potrebbe avere il permesso di attendarsi, perché nessuna legge autorizza il circo a detenere animali in condizioni incompatibili con il loro benessere. La norma riconosce il circo come forma di spettacolo, finanziata dallo Stato. Ma non spende una parola per dire come i circhi debbano tenere gli animali. Per superare questo assurdo vuoto normativo sono arrivate le direttive CITES per i circhi, che non hanno un valore di legge, ma costituiscono almeno una traccia sulle modalità di detenzione.

Non è molto, ma anche questo poco non viene rispettato. i Comuni rilasciano licenze con verifiche sommarie sul benessere, grazie a controlli fatti dai servizi veterinari pubblici. Che spesso non sanno, altre volte non vogliono fissare paletti sufficienti a non consentire gli spettacoli. Eppure basterebbe poco perché il circo è uno spettacolo soggetto a continui controlli. A ogni spostamento, a ogni cambio di località, perché tutto deve essere collaudato. Tanti controlli che hanno fatto diventare il maltrattamento dei circhi codificato, autorizzabile e almeno all’apparenza legale.

La morte di Andra, elefantessa schiava per decenni in un circo dovrebbe essere un monito per le coscienze

Si fa tanto parlare di diritti animali, ma però poi si tollera una forma di spettacolo con gli animali indecente. Allontaniamoci dalle violenze degli addestramenti, che anche quando non usano sistemi crudeli sono coercitivi. Il circo causa maltrattamento agli animali per la sua stessa natura. Carrozzoni angusti, spazi inaccettabili quando fanno spettacolo, privazioni continue quando sono in viaggio. A ogni trasferta gli animali vivono per giorni chiusi sui carri, in condizioni spesso carenti per luce, coibentazione e spazi vitali.

Mi sono occupato di circhi per molti anni e non voglio dire che tutti i circensi siano persone crudeli. Sono cresciuti e vivono in un contesto particolare, che senza la sofferenza degli animali rappresenterebbe un mondo con un suo fascino. Ma hanno perso, o forse non hanno mai sviluppato, un’attenzione per le sofferenze degli animali. Li vedono come dei compagni di vita, quella vita itinerante che gli uomini scelgono e gli animali subiscono. Per altri invece gli animali sono all’ultimo posto nella scala dei valori: girano con automobili da decine di migliaia di euro ma trasportano tigri e leoni in carrozzoni terrificanti.

La sofferenza degli animali non dipende però dai circensi, proprio come non dipende dai proprietari la sofferenza di quelli detenuti nei peggiori zoo, negli allevamenti di animali da pelliccia e in quelli intensivi. Questa sofferenza dipende da uno Stato che la consente, da amministrazioni che non fanno fino in fondo il loro dovere, da veterinari che sono anestetizzati di fronte a vite fatte di patimenti. Che troppo spesso non segnalano alle autorità le violazioni, che autorizzano guardando i documenti e non gli occhi dei detenuti.

Nessun circo può garantire agli animali benessere e se solo fosse uno zoo secondo le leggi in vigore sarebbe stato già chiuso, per sempre

La legge sul maltrattamento di animali stabilisce che i suoi disposti non siano applicabili ai circhi, in quanto regolati da norma speciale. La Cassazione però si è espressa in modo diverso, come per altre leggi speciali, stabilendo che i circhi debbano essere assoggettati alle leggi ordinarie quando le condizioni vanno oltre alle previsioni normative. Quindi i circhi sono soggetti alla legge 189/2004 quando hanno verso gli animali condotte lesive che oltrepassano quanto stabilito dalla legge speciale (lo, so è complesso da comprendere).

Il punto è che l’unica legge che disciplina il circo equestre è del 1968 e non dice una parola su come debbano essere tenuti gli animali. Non stabilisce un limite di specie, una misura delle gabbie e dei carrozzoni, non dice nulla. Non esiste una norma che regolamenti le condizioni di vita degli animali dei circhi. Questo significa che non possa esistere un sofferenza legale in quanto nulla autorizza a tenere gli animali nei carrozzoni o gli elefanti in catene. Non consente di tenere coccodrilli in vasche da bagno o rapaci legati a un trespolo.

In base a che criterio, a quale norma di legge i veterinari autorizzano lo svolgimento degli spettacoli quando i leoni sono costretti a vivere in spazi angusti e se gli elefanti camminano sul cemento e di notte hanno le catene? Come mai i Comuni che hanno regolamenti che prevedono norme restrittive, non riescono a farli applicare? Milano, per fare un esempio, è tappezzato di manifesti che annunciano gli spettacoli di un circo ma non sono affatto sicuro che siano state rispettate nemmeno le limitazioni del regolamento sulla tutela degli animali.

Cambiare non significa essere contro i circensi, significa che devono solo smettere di avere animali, proprio come ha fatto il Cirque du Soleil

Smettiamola anche con i luoghi comuni: chi vuole un circo senza animali non vuole eliminare il circo. Semplicemente vorrebbe poter vedere spettacoli con artisti, abilità e coreografie che siano al passo dei tempi, proprio come il famoso circo canadese. Un modo di fare circo professionale, moderno, imprenditoriale, che non prevede sofferenza. Vorremmo vedere sotto lo chapiteaux solo gli elefanti fatti di luce del Circo Roncalli, ologrammi non animali veri.

Vorremmo vedere Procure della Repubblica che ordinino indagini serie sul benessere degli animali, sulle condizioni di detenzione. Certo ci sono problemi più seri, forse, ma la civiltà e la costruzione di una società diversa passa dalla difesa dei deboli, degli indifesi. Una cosa è certa che il tempo del circo con animali deve essere considerato finito, senza ritorno. Lo hanno fatto molti paesi anche europei, come la Grecia, che ha vietato i circhi con animali proprio dopo i maltrattamenti inflitti durante una tournée nel paese ellenico proprio a Andra, l’elefantessa morta a Bergamo.