Fra morti e feriti chiude la caccia

Fra morti e feriti chiude la caccia

Fra morti e feriti chiude la caccia, ma il grande luna-park a disposizione dei cacciatori non chiude mai.

Certo non sarà più possibile andare a caccia di lepri e fagiani, ma restano comunque molte possibilità aperte per chi esercita la caccia delle specie ritenute invasive.

Al 31 dicembre la stagione venatoria aveva già fatto 12 morti e 44 feriti, secondo l’Associazione Vittime della Caccia. Un bilancio di tutto rispetto considerando che 2 morti e 10 feriti non erano neanche cacciatori.

Sono stati utilizzati fiumi di inchiostro per scrivere articoli contro la caccia, contro le scorrerie di persone in armi nelle campagne che dovrebbero essere fruibili a tutti, sugli abbattimenti di specie protette e sugli episodi di vero bracconaggio.

La caccia non è lo strumento di gestione faunstica

Io ritengo però che il punto cardine sul quale concentrarsi sia quello che vede caccia e cacciatori come perno sul quale deve ruotare la gestione della fauna. Con una legge di tutela del nostro capitale naturale che per il 90 per cento si occupa dell’attività venatoria e per un 10 per cento di tutela faunistica.

Un paese, il nostro, dove la parola d’ordine per la gestione faunistica, dai cinghiali alle nutrie, passando per ungulati e lupi, è concepita con un unico sistema: l’abbattimento. Come se avessimo ancora le conoscenze scientifiche di fine ‘800, quando per studiare gli animali l’unico sistema era sparargli.

Fior di studiosi avevano patenti regie che li autorizzavano a sparare in ogni tempo e in ogni luogo per poter venire in possesso di esemplari da studiare, da catalogare, da imbalsamare. Tempi finiti con l’avvento delle moderne attrezzature fotografiche e di altri sistemi non cruenti.

Ma oggi continuare a credere di poter gestire la fauna a fucilate è un falso storico, un regalo che si vuole fare a un numero sempre più esiguo di cacciatori che, pur essendo molto diminuiti, rappresentano un bagaglio di voti non indifferente. Che aggiunti a quelli dell’indotto (armi, abbigliamento, turismo venatorio e compagnia bella) rappresentano un pacchetto di consensi che ingolosisce la politica.

Politica e caccia hanno solidi legami

Senza contare che la passione venatoria e politica si alleano spesso con la peggior componente di allevatori e agricoltori: quelli convinti da una disinformazione dilagante che solo una pallottola potrà salvare i loro raccolti e i loro animali.

Decenni di abbattimenti, cataste e cataste di animali uccisi con lo scopo dichiarato di gestirli non sono serviti a far comprendere il fallimento di questa impostazione. Una fucilata non ha risolto alcun problema, non lo dicono gli animalisti, lo dice la scienza e lo dicono i dati.

Senza contare i paradossi: bisogna contenere i cinghiali, ma anche i lupi che li cacciano e che sono i loro unici veri selettori. Bisogna sterminare le nutrie, ma anche le volpi che rappresentano uno dei pochi antagonisti naturali. Le volpi predano le nutrie, ma anche i fagiani, le lepri e le starne che i cacciatori liberano per usarle come bersaglio.

Basterebbe seguire un filo logico, senza eccessi, per capire che se da decenni si cacciano i cinghiali senza sosta e continuano a crescere di numero qualcosa, nel metodo, non funziona.

Però è più importante che funzioni il tornaconto elettorale della logica, della volontà di gestire il problema con sistemi efficaci, che non siano quelli che consentono di tenere il luna-park della caccia aperto per tutto l’anno. Con costi che gravano sull’intera comunità senza produrre, per contro, vantaggi economici rilevanti.

Occorre rivedere il concetto di gestione del capitale naturale

Sarebbe davvero tempo di fare delle riflessioni serie, senza dire che il problema sono animalisti e ambientalisti. Il problema, in tutti gli ambiti, è quello di creare falsi nemici e inesistenti vantaggi per poter continuare a fare politiche di basso livello ma di grande impatto, negativo, sull’ambiente ma anche sulla nostra società.

La teoria del nemico, del complotto, del pericolo è quella che nella storia umana ha consentito di fare le peggiori azioni, vestendole e travestendole come inevitabili necessità. In fondo i pregiudizi, lo dicono i risultati elettorali, contano più della realtà.

Il ministro Costa e la chiusura della caccia

Il ministro Costa e la chiusura della caccia

Il ministro Costa e la chiusura della caccia, questo è il quesito del momento e la speranza di molti italiani.

Alla quale il ministro Sergio Costa, nemmeno volendo, potrebbe dare risposte certe. Non essendo una competenza del suo ministero.

Questo è importante dirlo prima che qualcuno dica che il ministro Costa non vuole chiudere la caccia. Non si può chiedere a un ministro quello che la politica non fa.

Il ministro Costa e la chiusura della caccia stanno su due piani diversi: fra i compiti del ministero non c’è la potestà di regolare o modificare l’esercizio dell’attività venatoria nel nostro paese. La caccia è una materia demandata alle Regioni, che hanno il potere di legiferare su questo tema.

In realtà il paradosso è rappresentato dal fatto che l’Italia abbia una legge che si occupa di tutelare la fauna, che al 90% riguarda e gestisce l’attività venatoria. Il resto sono briciole di protezione faunistica di poca importanza. Il focus della norma riguarda la caccia e il suo svolgimento.

Sulla base della legge nazionale, la 157/92 più volte aggiustata e modificata ma forse sarebbe meglio dire rattoppata, le regioni legiferano e possono restringere ma non allargare il dettato normativo. Prescrizione non sempre rispettata perché caccia significa tante cose.

Soprattutto la caccia in Italia costituisce un serbatoio di voti certi, come l’agricoltura. In questi due mondi c’è lo zoccolo duro di categorie che hanno il potere di orientare i loro sostenitori durante il voto. Non sono persone che difendono etica e idee, come gli ambientalisti, ma attività e denaro. Cose pratiche, concrete, terrene.

Per questo nonostante tutto, nonostante gli incidenti, i morti, i danni ambientali e la contrarietà della maggioranza degli italiani siamo ancora qui a parlarne, a discuterne. Al momento senza risultati diversi dal clamore mediatico.

Non ci vuole un morto, ancora un morto bisogna dire per correttezza, per scoprire che una palla da cinghiali ha una gittata e una potenza distruttiva micidiale. Che entra nel corpo facendo un foro grande come una moneta da un euro e, se e quando esce, fa un buco grande come un piattello.

Non ci vuole un perito balistico per immaginare cosa può succedere a un metallo tenero come il piombo quando impatta contro una superficie dura. Schegge e devastazione. E’ un pericolo usare queste munizioni in campo aperto? Molto. Sono precise? Poco perché sono sparate da fucili a canna liscia.

Il ministro Costa e la chiusura della caccia non possono stare sullo stesso piano. Infatti il ministro, con molta correttezza ha parlato di appelli alle regioni, di richiamo al parlamento. Se dovesse prevalere la responsabilità la caccia chiuderebbe, almeno, nei fine settimana, ma temo che non sarà così.

Prevarranno ancora una volta gli interessi, economici e politici. E fra una settimana tutto tornerà come prima. In Italia si dimentica in fretta, troppo in fretta.