In Abruzzo il Parco consegna pollai anti orso, mentre in Trentino vogliono tenere gli orsi dentro dei pollai

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In Abruzzo il Parco consegna pollai anti orso all’istituto agrario Serpieri di Avezzano. Studiati per prevenire le predazioni da parte degli orsi, che si possono far tentare dal predare una gallina. Una collaborazione questa che serve a prevenire e ridurre i danni che possono essere prodotti dalla fauna. Rispettando le condizioni di benessere per gli animali ospitati nella struttura che è in acciaio e coibentata. Per evitare che le temperature all’interno del pollaio non siano corrette.

cani falchi tigri e trafficanti

Questi pollai sono stati progettati proprio per questa specifica funzione su richiesta del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Con la consapevolezza che la prevenzione dei danni è il primo obiettivo di ogni gestore di un’area protetta. Come la corretta gestione dei rifiuti, onde evitare che possano diventare una pericolosa fonte di richiamo per gli animali.

I pollai a prova di orso sono un simbolo delle attività e delle attrezzature che il Parco negli ultimi anni ha messo in campo. Per supportare tutte le iniziative finalizzate a favorire la convivenza tra le comunità locali e l’orso bruno marsicano. Contenendo i possibili conflitti che possono nascere. Riducendo l’abituazione degli orsi verso le fonti trofiche di natura agricola e zootecnica.

La consegna dei pollai a prova d’orso è un modo per aumentare la coesione fra Parco e comunità locali

Questo avviene in un territorio che da sempre è abituato a convivere con orsi e lupi. Con una popolazione che quindi mai abbassato la guardia sulle problematiche della convivenza con i predatori, che si può comunque definire serena. Recinti elettrici, pollai, piantumazione di alberi da frutto in quota, cartellonistica e gestione dei rifiuti sono tutti gli strumenti che il Parco ha messo in campo. Questo nonostante l’abitudine delle popolazioni alla presenza dei grandi carnivori.

L’insieme di strategie diverse consente al Parco, come alle altre aree protette che hanno una gestione oculata, di essere viste come alleati dai residenti. Che hanno imparato a riconoscere che grazie al Parco e a un’attenta gestione sul territorio, si producano maggiori possibilità economiche per le persone del posto. Per le quali tutte le attività turistiche legate proprio alla presenza dell’area protetta sono ben comprese e valorizzate.

L’esatto contrario di quanto purtroppo avviene in Trentino, dove la presenza di orsi e lupi non viene percepita come un valore aggiunto. Probabilmente proprio per una diversa gestione faunistica, nonostante la presenza di diverse aree protette. La gestione fallimentare della formazione e dell’informazione verso turisti e residenti e la mancanza di strutture che consentano una corretta gestione dei rifiuti hanno fatto il resto. Creando un problema “orsi” che non si vuole affrontare correttamente.

Così mentre gli orsi marsicani sono visti come una risorsa per il territorio, quelli dei Trentino sono valutati come un problema

Una questione che sembra non voler trovare una diversa soluzione di convivenza, cercando di trarre spunti dalle gestioni delle migliori aree protette, nazionali e internazionali. La Provincia Autonoma di Trento procede nella gestione faunistica autonomamente, per norma costituzionale, ma dovrebbe avere un obbligo di confronto e di adesione alla normativa nazionale. Ma ogni giorno è possibile valutare, nei fatti, quanto questo comportamento sia lontano da quanto avviene in realtà.

Così anziché gestire correttamente la presenza dei grandi carnivori la PAT sta dicendo al mondo sempre la stessa cosa: mio è il territorio e solo mie sono le decisioni. Tanto da non rispondere alle legittime proteste di chi ritiene, Carabinieri Forestali compresi, che i tre orsi rinchiusi a Casteller -un pollaio per plantigradi- siano tenuti in condizioni di maltrattamento. Un silenzio assordante perché è quello di un’amministrazione pubblica, che dovrebbe amministrare nell’interesse esclusivo della sua collettività.

Ma l’attuale governatore Maurizio Fugatti, che in molti si augurano possa sparire presto di scena, non intende discutere. Gli unici momenti di discussione avvengono nelle aule dei tribunali, in cui l’amministrazione viene costantemente trascinata dalle associazioni animaliste. Ricevendo quasi sempre sonori “schiaffi” giudiziari che annullano decisioni immotivate. Purtroppo nel frattempo gli orsi imprigionati si trovano in condizioni di vita altamente privative e fonte di sofferenze, come emerge dal rapporto dei Carabinieri inviati dal ministro Sergio Costa. Ultimo intervento sul quale è caduto un muro di silenzio e di inattività inspiegabile.

Gestire i conflitti fra uomo e animali

Gestire conflitti uomo animali

Gestire i conflitti fra uomo e animali è un’attività indispensabile, in Africa come in Europa. Una realtà con la quale occorre confrontasi sia che si parli di lupi che di elefanti. La gestione del conflitto è una delle attività più complesse, anche nei nostri rapporti quotidiani.

In Zimbabwe e in Botswana, secondo notizie apparse sulla stampa internazionale stanno morendo molti elefanti, in seguito a una siccità di notevoli proporzioni. Ma i due paesi africani ospitano anche le più grandi popolazioni africane di questi pachidermi. Con seri problemi di conflitto con le popolazioni locali.

Da noi le difficoltà sono fra cacciatori, allevatori e lupi oppure orsi mentre, in altri paesi i contrasti possono essere con specie che hanno una gestione complessa, in paesi che non sempre hanno sufficienti risorse per poter operare una corretta gestione faunistica. I conflitti con la popolazione, in particolare con gli agricoltori, sono una realtà quotidiana.

Botswana e Zimbabwe chiedono di riaprire la caccia agli elefanti

I due stati africani da tempo richiedono di essere autorizzati a riaprire la caccia agli elefanti e non solo per contenerne il numero. La richiesta è infatti motivata anche dalla necessità di poter disporre risorse economiche da poter dedicare alla conservazione della natura. Il turismo venatorio rende, e questo i governi africani lo sanno bene.

Il ragionamento è semplice nella sua logica ma difficile da poter accettare: le popolazioni di elefanti dei due Stati sono in soprannumero, i cacciatori sarebbero disposti a pagare cifre importanti per poterli abbattere e quindi, secondo una logica economica, le due cose sarebbero vantaggiose. Una logica non sostenibile se immaginiamo gli elefanti come esseri viventi, ma comprensibile se fosse possibili considerarli come sole risorse.

Gli elefanti sono in declino in tutto il continente africano, ma non solo per il bracconaggio. La costante perdita di habitat li porta a dover vivere in porzioni di territorio sempre più piccole e questo rappresenta un problema quanto i cacciatori di frodo. La diminuzione di risorse alimentari causata dalla riduzione dei territori porta i pachidermi a interessarsi dei campi coltivati, creando un conflitto difficile con chi di agricoltura vive o sopravvive.

I conflitti fra uomo e animale vanno gestiti in via preventiva

In Italia lo si dice da anni, spesso con poco successo, che occorre limitare i danni causati dalla convivenza con i grandi predatori, come lupo e orso. Occorrono misure preventive, adatte a minimizzare i conflitti e l’impatto dei predatori. Lupi e orsi hanno la possibilità di nutrirsi con altre prede: ungulati e non animali d’allevamento. Perché questo acccada occorre far ricorso a recinti elettrici, cani da guardia ma anche alla sorveglianza umana.

Quello che vale però in Europa come in Africa è che gli animali e l’ambiente vanno considerati patrimoni condivisi. Non appartengono a nessuno in particolare ma rappresentano una comunità di esseri viventi indispensabili per la vita sul pianeta. Riconoscendo la validità di questo ragionamento bisogna collegarlo subito al passo successivo: i costi per la gestione del capitale naturale devo essere collettivi.

Se questo vale per l’Italia occorre fare un ulteriore passo nei confronti dei paesi che hanno minori risorse economiche. La gestione dei grandi patrimoni naturali, in tutti i loro molteplici aspetti, deve essere considerato un costo planetario. Al quale le nazioni ricche devono contribuire in modo concreto, stanziando risorse e aiuti e controllando il loro impiego.