Lupo cattivo e orso problematico: quando smetteremo di giocare con il significato delle parole?

Lupo cattivo e orso problematico

Lupo cattivo e orso problematico, sono due inizi di una frase che gioca con il significato delle parole, travisa il senso degli aggettivi. Per restituire in un baleno la mistificazione di un concetto, che colpisce chi legge spesso in modo superficiale. Secondo qualcuno può esserci davvero un lupo cattivo? Come quello della favola di Cappuccetto Rosso, ucciso dal cacciatore che rappresenta nella storia il valore positivo opposto?

Esistono ma solo nelle novelle, perché i lupi cattivi possono stare rinchiusi esclusivamente nel recinto che custodisce la fantasia. Quello fatto d’immaginazione, di umanizzazione e di un mondo fantastico che non trova un riscontro nella realtà. Il lupo non è cattivo per un motivo molto semplice: non può esserlo. La cattiveria è una qualità che possiamo attribuire a un essere umano, ma mai e poi mai a un animale. Perché l’essere cattivi rappresenta la determinazione nel voler il male di qualcuno e questa intenzionalità non può appartenere al mondo animale.

È l’opposto di buono, in quasi tutti i suoi significati. 1. a. Nel senso morale, malvagio, perverso, disposto al male: un uomo c.; un ragazzo c.; gente c.; un c. soggetto; persona di animo cattivo. Per estens., di animali (in quanto si attribuisca loro, oltre alla ferocia, anche malvagità e volontà di fare il male): un cane c.; chiamare il lupo c. (per minaccia ai bambini). Di atti e comportamenti, disonesto, o comunque non retto, riprovevole, degno di biasimo o di condanna morale:

Dal vocabolario Treccani

Lupo cattivo e orso problematico sono attributi che non possono essere avvicinati agli animali

Così come il lupo non può essere cattivo anche un orso non dovrebbe essere definito problematico. Specie quando poi l’orso altro non fa che non mettere in atto il suo agire da orso, che sostanzialmente ha tre connotazioni principali: restare vivo, perpetuare i propri geni e difendere (se è un’orsa) la sua prole. Nelle intenzioni dell’orso l’ultima delle sue volontà sarebbe quella di creare deliberatamente problemi all’uomo.

Cani, falchi tigri e trafficanti

Ma aggettivare, anziché oggettivare, gli animali ha un vantaggio in alcuni casi: renderli simili a noi, avvicinandoli a comportamenti umani. In modo da poterli identificare come “nemici” che vogliono causarci un danno, non come creature che al pari di ogni vivente, cercano di condurre la loro vita nel migliore dei modi. E se si tratta di fomentare l’odio, di poter puntare il dito contro il diverso, questo gioco si usa anche con gli umani.

Così i migranti che vengono soccorsi in mare diventano tout court dei clandestini, quando nella realtà, sino a che non ricevono il rifiuto di potersi trattenere in un paese, sono tecnicamente migranti o richiedenti asilo. Ma questi sono termini neutri, che non evocano la paura, come invece è capace di sollevare l’aggettivo clandestino. Aggettivo che attribuisce alla persona la volontà di entrare in un posto con la frode. Concetto che poco si potrebbe avvicinare a chi scappa da guerre, fame o miseria.

Iniziando a usare le parole con il giusto significato daremmo un grande aiuto all’informazione, facendo cultura del rispetto

Una volta i grandi felini e altri predatori erano definiti belve feroci, ma anche la ferocia è termine che se ben si attaglia agli umani ed è fuori luogo con gli animali. Che nemmeno nei comportamenti brutali, come la predazione, sono mossi dalla volontà di fare un danno a un altro essere vivente ma hanno il solo scopo di procurarsi il cibo. Solo l’uomo uccide spesso con fini diversi da quelli legati alle sue esigenze vitali e lo fa anche con i suoi simili, per motivi certamente meno “naturali” di quelli legati alla trasmissione genetica.

Gli animali, nel bene e nel male, non andrebbero mai antropomorfizzati perché sono “altro” dagli uomini, con un diverso percorso evolutivo e differenti abilità. E se molte cose ci uniscono, come il poter provare sofferenza ed emozioni o avere una capacità di ragionamento, moltissime ci dividono. E fra queste la volontà nel procurare un danno deliberato agli altri per poter avere un vantaggio personale.

Sarebbe quindi meglio parlare di uomini problematici, che per calcolo hanno preso denaro dall’Europa per introdurre gli orsi in Trentino, senza valutare con attenzione alcune conseguenze. Gli orsi, al massimo, hanno ereditato i problemi che gli stanno causando le scelte problematiche della politica, pagandole, come fossero dissidenti, con la vita o il carcere duro. Oppure i lupi, che proprio come gli oppositori di taluni regimi, sono fatti sparire senza lasciar traccia, come dimostrano studi fatti in Italia dove si registra che il turn over nei branchi è di circa tre anni. La motivazione è la loro morte e la causa, per lo più, si chiama bracconaggio.

L’orso cerca il miele, ma cosi poi l’uomo cerca l’orso per metterlo dentro un recinto

orso cerca il miele

L’orso cerca il miele e lo fa da sempre: un comportamento che potrebbe costare caro a M29, orso piemontese che ha deciso di emulare M49. Andando a curiosare fra le arnie di un apicoltore in val d’Ossola. Ma qualcuno aveva avvisato la Polizia Provinciale che un orso era (finalmente) arrivato anche in valle. E così sono state posizionate delle fototrappole, per immortalare il plantigrado.

Ma l’orso che cerca il miele fa parte dei racconti dell’infanzia di tutti noi, per non parlare di Yoghi, l’orso più famoso del mondo che rubava cestini ai gitanti. Da sempre gli orsi, che sono onnivori e non stretti carnivori, sono attratti dal miele delle api selvatiche, che stanno scomparendo. Non trovando più i favi sono costretti a ripiegare sulle arnie, non comprendendo la differenza. Fra quello che appartiene alla natura, che da sempre condivide le risorse, e quello che appartiene invece all’uomo. Che non vuole condividere proprio nulla.

Per questa ragione recentemente l’orso trentino M49 è finito incarcerato a Casteller. Continuava ad avvicinarsi alle proprietà incustodite dell’uomo, cercando cibo. Per questo prima è stato classificato come orso problematico, poi catturato e portato in prigione, vicino a Trento. Qualcuno ha detto che era meglio “arrestarne” uno, piuttosto che mettere in pericolo il progetto di reintroduzione. Non andando però a bersaglio con gli argomenti che difendono questa teoria.

L’orso cerca il miele per natura, ma l’uomo non vuole difendere le sue proprietà

L’agricoltore, il contadino o l’allevatore per anni hanno avuto a che fare solo con piccoli carnivori: volpi, faine, donnole. Da sempre hanno protetto i pollai, costruendoli interrando le reti per impedire alle volpi di scavare per raggiungere le galline. Certo qualche persecuzione, complici i cacciatori, l’hanno messa in atto contro questi predatori, che fino a qualche decennio fa erano classificati come animali nocivi.

L’abitudine alla convivenza ha fatto mantenere agli uomini comportamenti prudenti, per non trovasi con la volpe nel pollaio. Ma per il resto vacche, cavalli, capre e pecore potevano stare tranquille: troppo grosse per essere preda delle volpi. Poi sono tornati orsi e lupi e la storia è cambiata. E’ diventata tutta un’altra storia. Alla quale, nonostante benefici per l’ambiente, non si era più abituati. Dopo anni in cui i danni maggiori potevano essere quelli fatti dai cinghiali nei coltivi.

Così non si è ancora capito che i lupi funzionano meglio dei cacciatori per tenere sotto controllo i cinghiali. E che bisogna proteggere gli animali domestici dalle incursioni. Senza creare allarme, senza farne una tragedia, senza gridare al lupo o al’orso. Come spiega Luca Pedrotti, biologo trentino, in un articolo pubblicato su Repubblica.

Gli uomini si difendono dai loro simili, per evitare furti e intrusioni ma non lo vogliono fare per tutelare la natura

Gli uomini spendono milioni per mettere cancellate, recinzioni, porte blindate, antifurto e telecamere. Soldi spesi per proteggersi dai nostri simili. Ma non si vuole proteggere un’arnia, un gregge, un allevamento. Si preferisce creare allarmismi, sparare, avvelenare piuttosto che riprendere le abitudini che avevamo solo un secolo fa. Quando l’uomo sapeva che doveva proteggere le sue cose dagli animali, che non sono mai stati in grado di scegliere secondo un criterio di proprietà del cibo.

Per non abituare gli animali selvatici a cercare nutrimento vicino agli insediamenti umani occorre proteggere le possibili risorse alimentari. Un selvatico sceglierà sempre di nutrirsi con un cibo che in termini di dispendio energetico, per la caccia o la ricerca, è a chilometro e fatica zero. E’ nel disegno della natura, nell’evoluzione ma anche nei nostri comportamenti. Soltanto che quando siamo noi a applicare il principio del minimo sforzo con massimo rendimento è perfetto. Ma se l’orso trova le arnie a disposizione diventa soltanto un pericoloso ladro.

Occorre ripensare ai nostri comportamenti, rivedere molte delle nostre scelte su convivenza e condivisione. Solo così sarà possibile creare un modo di vivere più armonico, basato su un concetto olistico che non vede il singolo ma considera l’insieme. Che è composto da tutti gli esseri viventi del pianeta.