Animali in apparente difficoltà: pensare prima di agire può salvare vite

Animali in apparente difficoltà: pensare prima di agire può salvare vite, sicuramente a tutti quegli animali che non hanno bisogno di essere soccorsi. L’eccesso di attenzione, specie quando è mescolata con emotività e poca conoscenza delle necessità reali, può causare all’animale “salvato” un danno irreparabile. Così grave da poter diventare la causa della sua morte oppure della cattività permanente quando si tratta di un animale selvatico, mentre per un animale randagio questo potrebbe farlo restare intrappolato a vita in un canile. La sindrome del salvatore a ogni costo deve quindi essere contrastata e i social sono pieni di salvataggi miracolosi che in realtà, per i salvati, si traducono spesso una catastrofe.

In questo periodo è facile imbattersi in piccoli di moltissime specie, apparentemente abbandonati o in difficoltà. Molti di questi cuccioli, nonostante le apparenze, si trovano, nonostante le apparenze, in una condizione di normalità che richiederebbe soltanto il nostro immediato allontanamento. Tenere questo comportamento è molto saggio, ad esempio, qualora ci imbattessimo in un giovane capriolo acquattato nell’erba alta. Non si tratta di un piccolo abbandonato, non si trova in particolare pericolo e non deve essere né toccato, né spostato e tantomeno portato via. La madre lo ha nascosto nell’erba per difenderlo dai predatori e si è allontanata per pascolare. Un comportamento del tutto normale in questi ungulati, ma anche nelle lepri e in altri animali.

Come accade per il giovane merlo, che ancora non vola perfettamente e che, dopo aver spiccato il primo volo, sia rimasto a terra. In questo caso i genitori continueranno a portargli cibo fino a quando, migliorato il suo piumaggio e il tono muscolare, in poco tempo volerà via. Quindi se non sono ipotizzabili pericoli all’orizzonte, come la presenza di una colonia di gatti, il merlo va lasciato dove si trova, senza fare nulla. Nessun intervento umano raggiungerà mai un tasso di successo per la sua sopravivenza pari a quello che garantito dai genitori.

Gli animali in apparente difficoltà in realtà spesso non richiedono alcun nostro aiuto, se non quello di lasciarli tranquilli

Un conto è salvare un cucciolo di cane che vaga in autostrada, altro è decidere d’impulso che un cucciolo in strada non ci deve stare. Senza domandarsi se nei pressi c’è la sua famiglia (e si, anche i cani ne hanno una) perché questo è quello che gli basterebbe per crescere, con tutte le difficoltà di ogni essere vivente. Troppo spesso i salvatori improvvisati non si fanno troppe domande, essendo più portati a assecondare un loro bisogno, quello di aiutare, che non a sedare l’emotivita.

Sarebbe meglio, però, canalizzare le energie in modo più attento perché togliere quel cucciolo dalla strada, senza avere il tempo di capire se è davvero da solo oppure no, rischia di fargli perdere per sempre la possibilità di essere socializzato e, magari, di trovare in futuro una casa.

Toglierlo dalla strada per farlo finire in canile non è una buona azione, spesso è solo un’azione che si rivela sbagliata. Molti di questi cani salvati senza necessità entrano nei canili da cuccioli per rischiare di restarci intrappolati per tutta la vita. Un giorno dopo giorno fatto di privazioni che generano sofferenza, nel lento incedere di un’esistenza che non ha un valore, quando non è legata al benessere dell’individuo.

Questo rischio quindi deve essere corso solo se rappresenta l’ultima possibilità fra la vita e la morte, non un arbitrio di chi si sente utile per aver salvato un cane.

Soccorrere gli animali è un intervento che va fatto con coscienza e conoscenza, senza improvvisazioni

Il rischio della morte e anche della sofferenza è legato al vivere, non per una visione fatalista del mondo, ma per l’accettazione dei ritmi che regolano la vita. Ritmi che in parte possono essere alterati dal nostro intervento, senza però per questo illudersi che questo possa costituire sempre e soltanto un fattore positivo. Un esempio? Gli animali selvatici vivono molto meno in natura di quanto non riescano a sopravvivere negli zoo. Grazie alle cure, all’alimentazione e alla quasi totale eliminazione dei rischi dovuti ai vari conflitti. Qualcuno può pensare, nonostante la durata della loro esistenza sia ben più lunga, che questi animali vivano in armonia con l’ambiente che li ospita e possano svolgere liberamente il loro etogramma?

Qualsiasi intervento di soccorso deve essere ponderato, con un giusto un bilanciamento fra rischi e vantaggi e, salvo casi urgenti, dovrebbe essere messo in atto da chi è formato per sapere come intervenire. Non basta la buona volontà, non è sufficiente credere di sapere. Non ci si può improvvisare salvatori di vite, senza conoscere nulla dei candidati al salvataggio. Quale sarebbe la valutazione data se, dopo un grave incidente, arrivasse un ambulanza con un equipaggio pieno di buona volontà ma senza alcuna formazione? Incapace di valutare esattamente cosa fare per non recare danno, ancor prima di aiutare. Con ottima probabilità questo intervento si tradurrebbe in un disastro.

Prendiamo come esempio un cane che cammina da solo su una strada in una zona del sud Italia, dove questi incontri sono molto più frequenti. Sarà un cane abbandonato oppure un randagio che si sta spostando sul territorio? Per capirlo non basta guardarlo, ma occorre osservarlo con attenzione: si sposta in modo incongruo, fa avanti e indietro apparentemente senza meta? Cammina agitato, guardando continuamente a destra e sinistra oppure si comporta come se sapesse perfettamente dove vuole andare? Se il comportamento è l’ultimo descritto, se il cane sembra consapevole di dove voglia dirigersi, se non è spaventato, significa che vive sul quel territorio, quindi non bisogna cercare di prenderlo.

Rinchiudendo tutti i randagi li allontaniamo dalla vista, ma non li salviamo

Non si combatte il randagismo mettendo tutti i cani in canile, ma soltanto non facendoli arrivare sulla strada, riducendo il commercio, le adozioni d’impulso, i traffici e il vagantismo. Non bisogna pensare che tutti gli animali siano in difficoltà: per questo, prima di agire e di fare un danno in buona fede, meglio farsi delle domande e non seguire soltanto l’istinto. Per evitare di farsi male, per non causare un danno, per non essere responsabili della futura morte di un’animale.

Questa non vuole cero essere un’esortazione a girare la testa fall’altra parte quando serve. Solo il consiglio di pensare attentamente prima di agire, magari cercando di avere già le idee chiare. E se una situazione ci coglie impreparati prima di agire si possono cercare in rete indicazioni, sentire le associazioni o chiamare il numero di emergenza. In Italia non è facile ottenere un soccorso qualificato e rapido per gli animali, ma questo non giustifica l’improvvisazione.

Terremoto in Irpinia: sono passati quarant’anni ma sembra ieri che siamo andati a aiutare gente e animali

Terremoto in Irpinia
Il coordinamento con il Ministero e la presenza dei Carabinieri con ENPA restarono, purtroppo, soltanto sulla carta

L’anniversario del terremoto in Irpinia, accaduto 40 anni fa, mi ha portato a ripercorre quegli eventi. Avendo trascorso diverse settimane nelle zone terremotate. Come responsabile di un gruppo di giovanissimi volontari di ENPA Milano, pieni di buona volontà. Ma erano gli anni in cui tutto era ancora pioneristico e fummo mandati un po’ allo sbaraglio. Tanto da trovarmi a Salerno, dopo un lungo viaggio, di fronte a una prefettura puntellata per cercare di trovare un posto dove poter passare la notte al gruppo. Le promesse di una situazione organizzata si erano dimostrate infondate e la sede di ENPA Salerno, da poco diventato associazione privata, restava sbarrata per noi. Per volontà del responsabile di allora.

Il presidente della sezione locale, impensabile ma vero, era anche il presidente della locale associazione allevatori. Ma non voglio entrare nei dettagli: racconto solo che per dormire quella notte al coperto fui costretto, con i volontari che mi accompagnavano, a forzare la porta. Dopo aver estorto l’autorizzazione a chi ci aveva messo in quel guaio. Dormire per terra era il minore dei problemi, anche perché eravamo tutti giovani e motivati. Che erano scesi per aiutare le persone e gli animali e che non erano disponibili a subire ostacoli irragionevoli.

Allora ero il Capo Servizio dei volontari di Milano e lavoravo con una squadra davvero affiatata. Capace di superare, anche a Salerno, le enormi difficoltà di una situazione disastrosa. Valutando il profilo organizzativo dei soccorsi, che allora non avevano ancora il coordinamento della Protezione Civile. Con un terremoto che non finiva mai, con scosse che ti facevano accapponare la pelle, specie di notte. Il brontolio sordo che precedeva le scosse per noi era il segnale per schizzare in strada in 30 secondi. Per non rischiare di restare sotto le macerie in caso di crollo.

Il terremoto in Irpinia fu una scuola di vita, dura ma utile. Che ci permise però di essere importanti per molti

Ho passato in Irpinia molte settimane, con continue salite e discese per recuperare a Milano materiali e cambiare qualche volontario. Viaggi fatti con un vecchio furgone Romeo, che era stato donato a ENPA Milano dal mitico ingegner Arturo Chiti, il patron di Autodelta. La scuderia da corsa di Alfa Romeo. E con molte macchine private dei volontari. Il nostro lavoro sul campo consisteva inizialmente nel liberare gli animali d’allevamento, per non farli morire nelle stalle. Non c’erano ricoveri dove portarli, ma lasciarli liberi di vagare e approntare qualche punto cibo era tutto quello che la situazione consentiva.

Un giorno la Prefettura ci chiese di andare in un territorio di montagna dove c’erano ancora animali in difficoltà. Così volammo sul posto con un elicottero dell’esercito e riuscimmo a portare a termine l’intervento. Ma non il rientro perché l’elicottero non ci venne mai a riprendere quella sera. Per fortuna c’erano i Vigili del Fuoco, che ci diedero da mangiare alla bell’e meglio e accesero un fuoco per farci scaldare. In attesa di un mezzo militare che ci riportasse a Salerno. Un’odissea, complicata dal fatto che in quei tempi i cellulari non c’erano e le comunicazioni avvenivano via radio e, quando si poteva, via telefono.

Ci occupammo di cani e gatti, ma anche di galline, maiali, vacche e ogni genere di animale in difficoltà. In un ambiente surreale, devastato come dopo un bombardamento. I Comuni di Castelnuovo di Conza, Laviano, Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi erano le zone nelle quali operavamo prevalentemente. Ascoltando le richieste di aiuto delle persone e non soltanto per gli animali. Gli uomini dei soccorsi erano così pochi, in una situazione disastrosa, da non poter dare ascolto a tutti. Così ci trovammo ad ascoltare la richiesta di un vecchio disperato. Non per un animale ma perché aveva nascosto in casa una borsa con tutti i suoi risparmi e temeva che gli sciacalli potessero trovarla e rubarla.

Di notte in giro c’erano soltanto soccorritori, militari e forze di polizia che avevano il compito di impedire che gli sciacalli, così sono chiamati i ladri durante le emergenze, rubassero nelle case lesionate. Un appellativo, sciacallo, che non rende giustizia all’indole di questi animali ma che oramai è entrato nel lessico comune. Non dimenticherò mai gli occhi di quell’anziano quando uno dei nostri recuperò quel sacchetto di stoffa nera che conteneva i risparmi di una vita. Per un istante era tornato a sorridere.

Dopo l’Irpinia molte cose sono cambiate: l’istituzione della Protezione Civile e il riconoscimento del lavoro delle associazioni animaliste

Nel 1992 fu istituita la Protezione Civile , facente capo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e finalmente, ma solo nel 2018, fu inserita anche la tutela degli animali fra le attività. Con la firma di un protocollo d’intesa con le maggiori associazioni protezionistiche. Certo ci vollero quasi quant’anni dal terremoto dell’Irpinia e ancor di più da quello, altrettanto disastroso, del Friuli, del 1976. Anche in quell’occasione, in modo più organizzato, l’ENPA di Milano intervenne più volte. Per occuparsi degli animali, quando ancora era un ente di diritto pubblico.

Le associazioni per la tutela degli animali sono intervenute in tutte le calamità naturali che sono successe in Italia. Portando con i loro volontari aiuto, solidarietà e assistenza. Grazie a una macchina dei soccorsi che nel tempo è migliorata, pur con tutte le problematiche ancora presenti. Le condizioni operative durante i soccorsi per l’ultimo terremoto al quale ho partecipato, quello dell’Emilia, erano fortunatamente completamente diverse.

Segno di un progresso e di un’attenzione sempre in crescita sull’importanza di includere gli animali nelle attività. Comprendendo l’importanza che hanno per persone già traumatizzate da eventi così traumatici. La strada da percorrere è ancora lunga, anche se molti passi avanti sono stati fatti. Oggi, se mi guardo indietro, mi rendo conto del tempo dedicato, della determinazione e della fatica. Ma anche di un bagaglio di ricordi, non tutti positivi purtroppo, che hanno composto, uno dopo l’altro, una grandissima parte della mia vita.